Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/09/2025

Dalla Mostra del cinema di Venezia, come stronzi, restarono a guardare

L’indifferenza e la pochezza culturale che avvolgono il nostro presente fanno capolino anche in quella che si dovrebbe definire come cultura cinematografica: basta leggere le dichiarazioni di alcuni registi e attori italiani presenti a Venezia per la Mostra del cinema che definiscono come stronzate, inutili e scadenti gli appelli per Gaza. Qualcuno di loro ha distrattamente firmato una petizione, probabilmente più per conformismo con la categoria che per altro, salvo poi pentirsene o accorgersi che questa, strada facendo, ha avuto l’ardire di chiedere di starsene a casa a chi pubblicamente ha sostenuto e sostiene la deportazione e lo sterminio per armi e per fame del popolo palestinese. Un vero e proprio atto di “censura”, per carità! Non sia mai.

Altri sono al Lido per passeggiare sul tappeto rosso e per farsi vedere a qualche patetico ricevimento sponsorizzato indossando il vestito buono sulla barba di tre giorni e i capelli un po’ spettinati – che fa sempre tanto “gente di cinema” – per promuovere il loro nuovo filmettino senza nemmeno preoccuparsi che esca nelle sale, confidando al massimo, quando sarà il momento, in qualche autoreferenziale Donatello di consolazione per soddisfare l’ego artistico. Ma in cosa si sta trasformando la Mostra del Cinema? In un sovraffollato centro commerciale di una domenica di fine estate, in cui le opere in concorso sono trattate alla stregua di oggetti di consumo, di merci esposte pronte per essere apprezzate dal primo ricco acquirente, mentre ai confini d’Europa si sta consumando un terribile genocidio? Ma sì, certo, cosa importa ai ricchi e colti ‘artisti’ bianchi europei e italiani dello sterminio del popolo palestinese? Il menefreghismo e l’indifferenza hanno una parte considerevole nel nuovo assetto colonialista, fatto di un intangibile e violento dominio culturale e ideologico nell’epoca dei social.

Poi ci sono quelli che il problema è sempre “più complesso” e che manco si sporcano le mani per firmare petizioni che poi li costringono a confrontarsi con una marmaglia di colleghi invidiosi, incagabili, presuntuosi, incapaci e concorrenti. Registi e attori non sono gente che può compatirsi di annacquarsi nel mucchio indistinto del mondo del cinema – potrebbero perfino esserci comparse, tecnici e attrezzisti, perdio – figurarsi poi mescolarsi con emeriti sconosciuti in una manifestazione pubblica ove potrebbe esserci davvero di tutto. La massa indistinta va bene soltanto sotto forma di pubblico in sala o sul divano di casa. Il genio creativo deve essere libero di correre in solitaria. Altri ancora, in preda ad irrisolti sdoppiamenti di personalità, si barcamenano nel distinguere ciò che possono affermare da privati cittadini da quanto sentono di poter dire da personaggi pubblici.

Certo, molti di questi signori ci tengono a chiarire che sono ben consapevoli che in Palestina è in atto un genocidio e che è davvero una “cosaccia”, ma tutto ciò non ha nulla a che fare con l’arte cinematografica, con la libertà di espressione, con i tappeti rossi e le cene eleganti del Lido (non di Arcore, per carità: il cinema italiano è signorile per davvero, mica cose da nani e ballerine!). Ci teniamo qui a ricordare quanto ha scritto il grande regista Andrej Tarkovskij nel suo saggio Scolpire il tempo (1985): “Una qualsiasi arte nasce sempre grazie a un’esigenza spirituale e gioca un ruolo speciale nell’impostazione dei profondi problemi che le sorgono dinanzi nella propria epoca” (A. Tarkovskij, Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, Firenze, 2015, p. 79) ribadendo che “il cinematografo si è presentato come lo strumento del nostro secolo tecnologico necessario all’umanità per un’ulteriore conoscenza della realtà” (ibid.). Ma l’atteggiamento prevalente alla Mostra del cinema sembra quello di nascondere la testa sotto la sabbia dinanzi ai “profondi problemi” della nostra epoca, se si può chiamare “problema” il genocidio di un popolo. E quale “realtà” mai ambiranno a conoscere, questi cinematografari, oltre a quella delle patinate manifestazioni ufficiali?

Poi ci sono i giornalisti accreditati, rigorosamente distinti in caste dai pass che danno diritto a questa o quella proiezione e l’accesso a questo o quel rinfreschino, costretti a guardarsi qualche film tra un evento mondano e l’altro. Se persino i loro colleghi che si occupano del mondo fuori dallo schermo riescono a ridurre i meeting internazionali inerenti le carneficine belliche in corso a disquisizioni sul dress code e sulle posture in favore di telecamera dei protagonisti, ci sta che quella che si fregia di essere la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica venga trattata come il festival sanremese, dunque che si guardi più all’eleganza della mise delle attrici che alla “mise en scène” delle opere proiettate. E per buttar giù due righe sui film bastano e avanzano i patinati pressbook in cui i nostri accreditati trovano anche le rispostine preconfezionate alle domandine di circostanza che farebbero a registi e attori.

È questa l’intellighenzia cinematografica italiana? Una torre d’avorio che pensa solo a realizzare i suoi filmetti, al successo, al red carpet? E alcuni di questi registi avrebbero la pretesa di farsi chiamare intellettuali? Intellettuali dell’indifferenza e del “che ce frega”. Viene da domandarsi cosa differenzi la spocchia e l’ignavia di questi signori dalla meschinità di chi ha definito “gondolieri di Hamas” quanti hanno manifestato a Venezia contro un genocidio in corso.

Da queste vergognose, più ancora che imbarazzanti, dichiarazioni emerge un fatto: l’indifferenza propugnata dall’alto, da una fascistizzazione generalizzata della cultura che sta avvenendo in questo Paese che si estende ben oltre il governo di destra e che si palesa anche nel mondo del cinema. Nessuno aveva chiesto film sul genocidio palestinese, nessuno pretendeva chissà quale presa di posizione militante. Non ci si attendeva quello che nei fatti la Mostra veneziana non poteva essere, non ci si aspettava di certo il Sessantotto in Laguna, ma un minimo di dignità sì.

Il mondo del cinema veneziano avrebbe potuto sfruttare i riflettori per lanciare qualche messaggio significativo per “smuovere le coscienze”, sarebbe potuto uscire dalla sempre più patetica torre d’avorio delle sale festivaliere e manifestare lo sdegno per ciò che sta accadendo in Palestina. Ed invece si è assistito a un grottesco gioco ai distinguo, al “non è questa la sede”, alla pretesa autonomia dell’arte cinematografica dalla rude realtà. Un universo che si fregia di “fare arte e cultura” che si mostra del tutto simile al mondo dello sport, altrettanto silente, altrettanto ipocrita.

L’asfalto del disimpegno degli anni Ottanta e Novanta ha colpito duro. Se questi sono i registi e gli attori che ci ritroviamo, cosa possiamo attenderci dal loro cinema, dai loro film che magari pretendendo pure di irridere il vuoto patinato dei nostri tempi, salvo poi crogiolarsi in un vuoto estetismo, o che magari, intendendo denunciare le miserie di una sinistra che si è persa per strada, non si accorgono nemmeno che stanno in realtà parlando di sé stessi. Meglio allora sfruttare i personaggi che si sono costruiti per realizzare spot televisivi o trascinarsi nella finta autoironia di qualche serie autoreferenziale sulle piattaforme sul piccolo schermo.

Di certo spendere qualche parola di denuncia a proposito del genocidio mediorientale sotto i riflettori della Mostra non avrebbe redento il mondo del cinema italiano dalla pochezza culturale che lo contraddistingue, ma almeno avrebbe permesso a qualche suo protagonista di mostrarsi meno indifferente di quel che è. Magari, un giorno, folgorati sulla via di Damasco, alcuni di loro si chiederanno se di fronte a un genocidio avrebbero potuto almeno dire qualcosa sfruttando la loro notorietà e si vergogneranno per non averlo fatto. Vorrà dire che faranno i conti con la loro coscienza, ma sappiano sin da ora che nessun ravvedimento cancellerà la codardia di cui hanno dato prova.

Nel frattempo continuino pure con i loro film furbini, scadenti, inutili e ipocriti. A noi viene alla mente un efficace titolo di un film di alcuni anni fa diretto e interpretato da Pif: E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Già, i protagonisti del cinema italiano – con qualche lodevole eccezione di cui non ci dimenticheremo – di fronte a un genocidio, come stronzi sono restati a guardare. Anche di questo ci ricorderemo.

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30/07/2023

L’abolizione del Reddito di cittadinanza: un calcio in faccia alla vita e alla dignità dei poveri

“I 169mila sms che l’Inps ha inviato sugli smartphone dei percettori del Reddito di Cittadinanza fanno più rumore all’ombra del Vesuvio che altrove.

Il temuto effetto «bomba sociale» è arrivato, purtroppo, e fioccano le proteste dei cittadini tra Napoli e provincia. Ben 37mila di questi messaggi, infatti, riguardano la Campania. Più della metà, 21mila500, sono stati indirizzati tra Napoli e dintorni.

Il taglio al reddito, nella regione con il più alto numero di percettori, ha mandato in tilt gli uffici, presi d’assalto da migliaia di cittadini in cerca di chiarimenti sulle nuove modalità di accesso al sostegno.

Non mancano i momenti di tensione, comprese aggressioni verbali ai danni di operatori Inps e assistenti sociali, tanto che ieri l’assessorato comunale al Welfare ha chiesto e ottenuto dall’Assessorato alla Sicurezza di Antonio De Iesu l’allestimento dei presidi dei vigili urbani.

Assedi da Fuorigrotta a Scampia, fino alla sede Inps di via De Gasperi: qui ieri, per sedare gli animi, è servito l’intervento della polizia.

Al clima già rovente si aggiunge l’impasse burocratica: troppe pratiche da smaltire entro la scadenza del primo agosto. Risultato: «Circa 20mila aventi diritto solo a Napoli rischiano di perdere il sussidio di 350 euro per il mese alle porte», spiega Luca Trapanese, assessore al Welfare di Palazzo San Giacomo.”
Questo è l’incipit del quotidiano “il Mattino” di sabato 29 luglio con cui si descrive l’effetto che sta provocando in città e nella provincia la vigliacca decisione del Governo Meloni di silurare con un SMS la vita, la dignità, le speranze e la sopravvivenza di decine di migliaia di famiglie che in Campania, nel Sud ma anche nelle zone periferiche di altre città d’Italia sopravvivevano aiutati – in parte – dal Reddito di Cittadinanza.

Le istituzioni locali – i Comuni in primis – si dicono “preoccupati” e dichiarano di non avere strumenti, fondi e strutture per avviare percorsi di formazione/lavoro e tentano di scaricare sull’Inps le responsabilità di questa situazione.

Nessuno tra i Sindaci, i vari Assessori al Lavoro o tra gli stessi Presidenti di Regione (con Vincenzo De Luca e Michele Emiliano in prima fila nel negare queste forme di disagio sociale) – in questi anni di vigenza del RdC – aveva agito per costruire le condizioni per la creazione di posti di lavoro puliti, socialmente utili e, finalmente, connessi alle moderne morfologie sociali dei loro territori in primo luogo quella ambientale.

Tutti, in questi anni, hanno fatto a gara nello stigmatizzare e criminalizzare i percettori di Reddito, nel vivisezionare – da comode poltrone o nei vari talk show mediatici – questa o quella persona ritenendola più o meno compatibile/meritevole con tale misura oppure (quando hanno voluto interpretare una sorta di “funzione propositiva”) si sono limiti ad invocare la solita truffa del "taglio del cuneo fiscale” per le imprese o a rivendicare qualche Zona Economica Speciale dove – con diritti negati e salari tagliati – si illudono coscientemente di determinare una crescita occupazionale e sociale.

La realtà è che il Governo, i grandi opinion maker della comunicazione deviante del capitale ma anche una nefasta “subcultura di sinistra” (imperniata su categorie come “il merito e la democratica possibilità di integrarsi comunque nei dispositivi del mercato”) hanno preparato e accompagnato una feroce e classista “guerra ai poveri”. Che ora assume forme visibili...

A milioni di persone (queste sono le cifre che danno le rilevazioni statistiche ufficiali) non solo viene negato un elementare “istituto di civiltà” (presente in molti paesi della stessa Unione Europea), ma vengono sottoposte ad un dileggio mediatico con il dichiarato obiettivo di colpevolizzarli ed umiliarli per la loro condizione sociale.

A palese dimostrazione di questa allucinante clima politico è di ieri la provocazione di Fratelli d’Italia che vorrebbe istituire addirittura una Commissione d’Inchiesta Parlamentare contro l’ex presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, indicandolo come il capofila di una non meglio precisata azione che avrebbe favorito sprechi, assistenzialismo e quant’altro.

Non è, quindi, una boutade affermare che siamo di fronte ad una vera e propria feroce operazione di darwinismo sociale che punta – esplicitamente – ad impedire qualsivoglia crescita di una collettiva esigenza di riscatto e rinascita sociale favorendo, invece, ulteriore frammentazione e fratricida divisione tra lavoratori, disoccupati e precari a vario titolo.

La difesa sociale e la lotta

Nei mesi scorsi abbiamo registrato scarsa attenzione e disponibilità alla mobilitazione da parte della platea dei percettori di Reddito di Cittadinanza, nonostante i ripetuti annunci da parte del Governo e la conseguente controinformazione che sindacati conflittuali e forze politiche indipendenti avevano, comunque, avviato per informare e chiamare alla lotta questi settori sociali per metterli in guardia rispetto alla potente offensiva che si preannunciava a loro danno.

Questo dato, che spesso ha provocato stupore tra gli stessi attivisti politici e sociali, non è ascrivibile unicamente alle difficoltà politiche e materiali che in questa fase i lavoratori e i settori popolari stanno evidenziando attraverso una forma di letargia sociale su cui, comunque, è urgente una analisi più compiuta da parte delle organizzazioni d’alternativa.

In realtà questo scenario è purtroppo derivante dal complessivo, rovinoso, corso politico del Movimento 5 Stelle che è stato percepito, dai settori popolari, come il soggetto che più ha contributo al varo del RdC.

Tentennamenti culturali e politici, appelli alla mobilitazione invocati e poi lasciati cadere nel nulla oppure – come accade nell’azione istituzionale Pentastellata – svuotati dalla incoerenza politica e programmatica di Grillo, Conte e dei loro epigoni, hanno tarpato le ali alla crescita di un convinto movimento di lotta.

Infine – ma non meno importante – i percettori di questa misura hanno vissuto lo strumento del Reddito di Cittadinanza non come una conquista sociale/sindacale da difendere se viene messa in discussione, ma alla stregua di una sorta di “elargizione una tantum” che può anche interrompersi improvvisamente.

Questo dato sociale ha – a parere di chi scrive – inficiato, almeno nei mesi scorsi, la possibilità di costruire per tempo un argine di organizzazione e di lotta contro qualsivoglia tentativo di abolire il RdC e manomettere ciò che resta del Welfare.

Tanti, tra i percettori del Reddito, si sono comportati con in testa il nefasto autoconvincimento “io speriamo che me la cavo”, oppure – volendo citare il Moro di Treviri – si sono mossi con “la logica del minimo sforzo”.

Ovviamente – al momento – non siamo in grado di prevedere se l’invio degli SMS da parte dell’Inps e la relativa sospensione del RdC da fine Luglio 2023 fungerà da stimolo oggettivo ad una ripresa di protagonismo sociale in direzione di una più efficace ed organizzata difesa delle proprie condizioni di vita.

Ciò che interessa evidenziare, nella situazione che si sta determinando, è la possibile funzione di massa che dobbiamo esercitare nei territori, tra i settori sociali subalterni e nel complesso delle contraddizioni sociali che nelle prossime settimane potrebbero accentuarsi o prendere le forme endemiche di ribellismo ‘sensazionalista’.

Lunedì 31 luglio – a Napoli – Potere al Popolo ha indetto un Presidio alla sede Inps di Via De Gasperi per rappresentare il generale disagio di chi è stato colpito da questo taglio del Governo e per rilanciare la battaglia in difesa del Reddito di Cittadinanza, per affermare forme nuove ed estensive di Welfare e per richiedere un Salario Minimo di almeno 10 Euro l’ora.

Nei prossimi giorni sono annunciate proteste e mobilitazioni territoriali da parte di chi in queste ore sta ricevendo l’infame SMS da parte del Governo.

Ovviamente saremo presenti in tutte le espressioni di questo variegato malcontento sociale incardinati ad una linea di condotta politica che deve puntare all’articolazione di questa protesta, ad una sua più estesa generalizzazione territoriale e alla costruzione di inedite quanto necessarie forme di unità e di lotta per un nuovo Movimento Operaio.

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30/07/2022

Immigrato ucciso a Civitanova Marche

Picchiato con la stampella che usava per camminare e ucciso in pieno centro, davanti agli occhi dei passanti: non è intervenuto nessuno, ma molti hanno filmato la scena con il loro smartphone. È morto così Alika Ogorchukwu, 39 anni, nigeriano, a Civitanova Marche, all’incrocio tra corso Umberto I e piazza XX Settembre, nel primo pomeriggio di ieri.

L’aggressore, un 32enne italiano, è stato individuato poco dopo e si trova attualmente in stato di fermo. La dinamica, secondo una prima ricostruzione degli investigatori che hanno ascoltato diversi testimoni e acquisito le immagini riprese dai telefoni e dalle telecamere piazzate sul corso, sarebbe legata a una lite: Ogorchukwu, di professione ambulante, si sarebbe avvicinato a una coppia a passeggio sul corso e i suoi modi avrebbero infastidito l’uomo, che ha reagito prima colpendolo con un bastone e poi schiacciandogli la testa sul marciapiede. Il corpo è rimasto a terra davanti a un negozio di intimo per diverse ore, coperto da un telo, sotto agli occhi di decine di persone che si sono affollate dietro al nastro bianco e rosso usato per delimitare la scena del delitto. Su un lato della strada, l’arma: il bastone da passeggio, piegato dalle botte date.

La vittima era un personaggio piuttosto conosciuto a Civitanova: residente a San Severino, incensurato, in possesso di permesso di soggiorno, sposato e con un figlio piccolo, Alika, come tanti altri ambulanti, scendeva spesso sulla costa per cercare di vendere la sua merce o a fare dell’elemosina. Da qualche tempo era costretto ad accompagnarsi con una stampella, conseguenza di un brutto incidente che aveva avuto qualche mese fa. I negozianti del centro non riescono a spiegarsi come tutto questo sia potuto succedere: chi lo conosceva descrive il 39enne come una persona tranquilla, mansueta, alla mano, al massimo un po’ insistente ma non particolarmente eccessivo nei modi.

La prima versione dei fatti (colluttazione dopo apprezzamenti a una donna e violenta reazione del 32enne) viene messa in dubbio da molti. «Non mi sembrava il tipo di persona che infastidisce le passanti – dice la ragazza dietro il bancone di un bar poco distante – al massimo avrà chiesto qualche spicciolo. Veniva spesso qui, non ha mai creato problemi». Dopo i rilievi della scientifica, una volta portato via il corpo di Ogorchukwu, il passeggio è proseguito come sempre: dalle spiagge i turisti si sono riversati in centro per l’aperitivo, quasi tutti inconsapevoli di quanto accaduto poco prima. Dal mondo della politica la prima reazione, a cadavere ancora caldo, sono quelle della Lega: «Appena torneremo al governo rafforzeremo le misure per la sicurezza: gli italiani non possono continuare a vivere nella paura», dice il commissario marchigiano del partito Augusto Marchetti, che non riesce a trovare nemmeno una parola di cordoglio per la vittima.

È così che dal ventre delle Marche schizza fuori una violenza che già in passato si era manifestata in maniera tragicamente simile: cinque anni fa, era il 5 luglio del 2016, nella non distante Fermo il nigeriano Emmanuel Chidi Namdi venne ucciso dalle botte di Amedeo Mancini. Due anni dopo, il 3 febbraio del 2018, Luca Traini aprì il fuoco a Macerata e ferì almeno 6 africani con le sue pallottole: allora come oggi si era alla vigilia di una campagna elettorale, con la Lega che fece il pieno di consensi in città.

Sia nel caso di Fermo sia in quello di Macerata la provincia marchigiana mostrò il suo volto più feroce, vivendo con grande fastidio l’attenzione mediatica che si impose, come se il problema fosse la cattiva pubblicità al territorio e non il fatto che, dietro la tranquillità spesso evocata per descrivere questi luoghi, si nasconda un odio inesplicabile e una terribile indifferenza alle disgrazie altrui.

E già i mormorii dei passanti davanti al corpo di Alika Ogorchukwu cercano di scacciare i fantasmi: «L’aggressore era un turista», dicono in molti. Del resto i testimoni riferiscono di averlo sentito parlare con una marcata cadenza campana. Invece no: originario di Salerno, l’uomo è residente in città da diverso tempo. Sullo sfondo domina la paura. Della violenza, dell’odio, di tutti gli occhi che saranno puntati su Civitanova.

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16/02/2021

Russia, Italia, Europa: «educare all’indifferenza per il passato»

Ricorre quest’anno l’80° anniversario dell’attacco nazista all’Unione Sovietica, il 22 giugno 1941. Ci sarà modo di tornare ancora sulle controverse interpretazioni legate a quella data; intanto, è uscito nelle sale cinematografiche russe un nuovo film, “Zoja”, su uno degli episodi più tragici di quei primi mesi di guerra, che ha subito riacceso le polemiche sulla “riscrittura della storia”.

Premettiamo di non aver avuto ancora modo di vedere il film per intero; ma pensiamo che le discussioni sulle “rivisitazioni” del passato consentano di allargare il discorso anche al di fuori della Russia, conferendo validità “extra-territoriale” agli obiettivi oltremodo attuali che, alle diverse latitudini, ci si pone revisionando la storia.

Nello specifico del film e in estrema sintesi: tardo autunno 1941, la Wehrmacht è già alle porte di Mosca; la giovane Zoja Kosmodem’janskaja lascia la scuola per arruolarsi tra i sabotatori che compiono azioni diversive nelle retrovie tedesche, in base alla direttiva 428 del 17 novembre 1941 del Comando supremo, di fare terra bruciata e non lasciare ai tedeschi nemmeno una baracca (il Blitzkrieg era concepito per risolversi prima dell’autunno: gli uomini erano privi di equipaggiamento invernale) in cui ripararsi dal freddo tremendo.

Il gruppo cade in trappola (sembra, non senza la delazione di uno starosta di villaggio) e Zoja, dopo atrocità, torture, violenze di ogni genere, viene impiccata, senza rivelare nulla. Sembra che, nel 1942, Stalin, venuto a conoscenza della vicenda, abbia permesso ai soldati sovietici di non fare prigionieri tra gli uomini del 332° reggimento Wehrmacht, autori del martirio di Zoja.

L’uscita del nuovo film (la prima pellicola era del 1944) sembra aver suscitato reazioni negative anche da parte del pubblico antisovietico, che nega l’eroismo di Zoja, sostenendo che solo dei fanatici “malati psichici” avrebbero potuto eseguire gli “ordini criminali” di Stalin e che, in generale, un atto di eroismo “non può esser motivato da convinzioni ideologiche”.

Il fatto è che la pellicola risponde largamente proprio alla linea governativa, ribadita da Vladimir Putin anche in un recente incontro con gli studenti, di “de-ideologizzare i programmi scolastici”, che risentirebbero ancora troppo dello “spirito sovietico”; e uno dei cardini di tale de-ideologizzazione sarebbe quello di de-sovietizzare la valenza della Grande guerra patriottica, rendendola esclusivamente “nazionale”, priva di qualsiasi ideale comunista; per cui si tace sul fatto che i soldati sovietici combattessero per la patria socialista e andassero all’attacco al grido “Per la patria, per Stalin”.

Un po’, insomma, come accade da noi con la pretesa di cancellare ogni contenuto di classe dalla lotta partigiana, riconducendola unicamente a una pura lotta contro l’invasore tedesco, fino ad accusare i partigiani comunisti di “violenze gratuite” e “vendette personali” nel dopoguerra.

Il pericolo di una tale de-ideologizzazione, d’altra parte, era già stato profeticamente avvertito, in URSS, in una pellicola degli anni ’70, “L’eterna chiamata”, in cui il protagonista negativo, un polizei collaborazionista, pronostica che i nemici dell’URSS, dopo il 1945, vinceranno «la guerra per lo spirito delle persone» e sostiene che, in tale guerra, l’obiettivo prioritario è quello di «educare all’indifferenza per il passato», così che, quando «gli indifferenti saranno tanti, la cosa si farà rapidamente... Passo dopo passo, cancelleremo in ognuno la memoria storica. E, con un popolo privato di tale memoria, si può fare qualsiasi cosa. Un popolo che... ha dimenticato il passato, non capirà il presente. Diventerà indifferente a tutto, istupidirà e alla fine si trasformerà in una mandria. Il che è proprio quello che si vuole».

È così che, oggi, alcuni scrivono su feisbuc di temere che, nel giro di un’altra decina d’anni, la memoria della Grande Guerra Patriottica sarà completamente distorta e si arriverà a condannare chiunque guardi film di guerra sovietici, e la versione ufficiale diverrà quella per cui nel 1945, sul Reichstag, venne issata non la bandiera con falce e martello, ma il tricolore (l’odierna bandiera russa) dell’Esercito russo di liberazione capeggiato dal traditore Andrej Vlasov.

D’altronde, finanziati dal Ministero della cultura, da tempo circolano pellicole come “Canaglie”, “Battaglione di disciplina”, “A Parigi”, da far invidia alle risoluzioni di Bruxelles.

Venendo a noi, è il caso di interrogarsi su come sia divenuto possibile che, a dispetto delle decine di iniziative che smascherano la mistificazione revanscista, nazionalista e apertamente fascista, che accompagna il cosiddetto “giorno del ricordo”; a dispetto delle decine di pubblicazioni che denunciano la riscrittura della storia e la mitizzazione patriottarda dei crimini fascisti in Etiopia, Libia, Spagna, Jugoslavia, Unione Sovietica, Italia... è il caso di interrogarsi su come, a dispetto di tutto questo, sia divenuto possibile che buona parte della “gente” accolga come naturali le nuove “verità” con cui si dipingono quali “atti di guerra” i crimini perpetrati dai fascisti italiani e la “gente” sia anzi facilmente indotta a recriminare “le violenze” che sarebbero state commesse dai “sanguinari comunisti” ai danni del “bravo italiano”.

Come è possibile che aperti obbrobri storici come certe leggi votate alla (quasi) unanimità dal parlamento italiano, o vomitevoli aberrazioni politiche come quelle del parlamento europeo, vengano interiorizzate da buona parte della “gente” e acquisite quali “verità naturali”?

Come è possibile che buona parte della coscienza collettiva riesca a derubricare a “curiosità locali” i Consigli comunali in cui si vota col braccio teso o in cui si istituiscono “anagrafi anticomuniste”?

Se è vero che la riscrittura della storia, che va avanti ormai da decenni, è stata funzionale, sin dall’immediato dopoguerra, agli obiettivi della guerra fredda; se è vero che la riabilitazione del fascismo, la criminalizzazione del movimento partigiano, soprattutto della sua componente maggioritaria, quella comunista, era ed è condizione ideologica della restaurazione interna; se è vero che il continuo e ubiquo martellamento sulla cosiddetta “memoria condivisa”, sul lacrimevole pietismo incolore che pone sullo stesso piano fascisti e antifascisti, repubblichini e partigiani, serve a cancellare ogni differenza tra carnefici e vittime, “tutte italiane”; se è vero che tutto ciò risponde alla necessità di assuefare le coscienze alle “scelte dolorose ma necessarie” di oggi “per il bene di tutto il paese”; serve a “chiedere sacrifici” per “la rinascita dell’Italia” e a far accettare come “naturale” la repressione contro ogni minimo dissenso e tacitare ogni rivendicazione delle masse...

Se tutto questo è vero, è doveroso indagare sulle basi materiali, sulle radici classiste di tale involuzione.

L’ignoranza indotta del passato, della liberazione dal fascismo; il revisionismo sui diritti conquistati con la lotta contro l’arroganza e il potere padronale (volutamente, esuliamo qui dall’analisi delle basi economiche, produttive, sindacali e soprattutto partitiche che hanno permesso un tale regresso) sono quanto di meglio, affinché si faccia strada e, soprattutto nella coscienza delle giovani generazioni, divenga naturale, il fatto che il lavoro debba esser precario, che le pensioni possano anche non esistere, che la povertà sia colpa di chi è povero e i milionari siano “gente che ci ha saputo fare” e che naturalmente abbisognino di sussidi, perché, se no, chi “ci darebbe” il lavoro (Friedrich Engels, nell’introduzione a Il Capitale, ironizzava su «quello strano pasticcio linguistico in cui, per esempio, colui il quale si fa dare del lavoro da altri contro pagamento in contanti si chiama datore di lavoro e si chiama prenditore di lavoro colui al quale viene preso il proprio lavoro contro pagamento di un salario») se non ci fossero i padroni?

È così che i licenziamenti diventano una cosa naturale, perché il padrone, poveraccio, ci perderebbe a mantenere “troppi” operai, quando “c’ha la crisi”.

È così che in una situazione di ripiegamento del movimento operaio e sociale, ogni rivendicazione diventa questione di “ordine pubblico” – l’ordine della classe borghese – e viene repressa coi pestaggi polizieschi dei lavoratori, ma la “gente” risponde con «e allora Lukašenko?».

È per questo che diventa fondamentale, per la classe borghese, «educare all’indifferenza per il passato», far sì che «gli indifferenti saranno tanti» e, «passo dopo passo, cancelleremo in ognuno la memoria storica. E, con un popolo privato di tale memoria, si può fare qualsiasi cosa.

Un popolo che… ha dimenticato il passato, non capirà il presente. Diventerà indifferente a tutto, istupidirà e alla fine si trasformerà in una mandria»: docile e pronta a ogni comando del padrone.

Fonte

18/02/2020

Del buon uso dei poveri nel Sahel e le frontiere dell’Europa


Sono degli attivatori di solidarietà spicciola, di slancio samaritano, di un’enormità di incontri e tavole di concertazioni per coordinare gli aiuti. I poveri sono funzionali al sistema perché gli permettono di continuare a funzionare senza che nulla cambi nei meccanismi di cancellazione delle cause della loro presenza.

Prendete ad esempio i migranti, categoria costitutiva dell’umana civilizzazione i cui contorni sono stati definiti, resi ideologicamente pericolosi e per finire, confinati negli studi e analisi degli specialisti.

Aumentano il patrimonio accademico delle facoltà più illuminate, producono testi, articoli e organizzano conferenze. Del tutto irrilevanti quando coloro che decidono le politiche che li riguardano, solo ascoltano i risultati dei sondaggi per guadagnare consensi nelle prossime elezioni.

Si scopre poi l’interminabile lista dei benefattori profittatori delle citate politiche repressive. Corridoi umanitari, telefoni per allarmi, medici senza frontiere e del mondo, caritas, l’organizzazione per le migrazioni internazionali, la croce rossa internazionale, locale e danese, interventi mirati per lenire le innumerevole ferite di coloro che ancora osano avventurarsi nel deserto e le scelte politiche che confermano il confinamento dei poveri il più vicino possibile al luogo di nascita.

Se l’azione umanitaria non trova il corrispettivo in scelte politiche rispettose dei diritti umani non fa che che assicurare il servizio ambulatorio perenne del sistema.

L’accordo di cooperazione con la Libia, recentemente rinnovato e del quale si sono saputi con più di dovizia i particolari, è un’espressione in più di inutili velleità umanitarie (salvare vite umane dai naufragi) per giustificare l’assetto mafioso repressivo delle milizie libiche incaricare di fare il lavoro ‘sporco’ con vernice umanitaria.

I centri non sono che lager e non fanno che confermare quanto il geografo Philippe Rakacewicz, in un recente intervento pubblicato da ‘Convergenze Migrazioni’, ha evidenziato con grafica lucidità. “Siccome l’accesso all’Europa è ristretto da misure ogni volta più repressive per i migranti, un gran numero di questi muoiono nell’anonimato alle porte del continente“, sottolinea.

D’altra parte il modo stesso di interpretare le migrazioni è tutt’altro che neutrale. Parlare di ‘clandestini’, ‘illegali’, ‘irregolari’ conduce, come altre volte sottolineato, a criminalizzare la figura e la persona del migrante e ciò consente alle autorità di giustificare la violenza delle politiche adottate per ‘controllare’ la mobilità.

Sono da considerare autentici criminali coloro che mettono in opera le misure di detenzione, confinamento ed eliminazione indiretta di persone il cui solo ‘delitto’ è quello di mettere in pratica il diritto umano fondamentale alla mobilità. L’autore sopra citato propone di considerare la strategia ‘sicuritaria’ dell’Europa a tre frontiere.

La prima frontiera è quella determinata dallo spazio/linea Schengen, di cui il mare, i reticolati e muri a Ceuta e Melilla, con le detenzioni nelle isole dell’Egeo ne costituiscono la rappresentazione più ‘mortale’. I deceduti e gli scomparsi si contano a migliaia e le ferite alla dignità umana sono incalcolabili.

La seconda frontiera o la ‘post-frontiera’ è quella dei campi di internamento e i centri di identificazione, espulsione e comunque di controllo poliziesco. Costituiscono un fattore di inquietante analogia con i tristemente noti campi di eliminazione di cui si è recentemente fatto memoria in Europa.

Infine troviamo le ‘pre-frontiere’ che sono la visibile incarnazione degli accordi con Paesi Terzi per le reammissioni degli indesiderabili e della retenzione di coloro che oserebbero varcare le ‘Colonne d’Ercole’ dell’Unione Europea. Essa si materializza soprattutto con atti politici di ‘cooperazione’ bilaterale o in termini di finanziamenti promessi o già avvenuti per controllare, filtrare o interrompere la libera circolazione delle persone.

Proprio queste frontiere e il loro uso contro i poveri è questione di un brano diffuso in questi giorni in alcuni media della Turchia, ideato dal musicista siriano curdo Huseyin Hajia dal titolo ‘Musica Rifugiata’.

‘Non siamo altro che pezzi di rifugiati/nelle tue piazze, strade e viali/se elemosiniamo, perdonaci/nei tuoi luoghi di lavoro, officine e campi/se siamo lavoratori illegali, perdonaci/se i nostri cadaveri urtano le tue coste o le tue spiaggie/Chi sono io per lamentarmi?/siamo annegati nelle lacrime di coccodrillo/

È questa la frontiera interiore. La più pericolosa perché quella che genera tutte le altre. È dunque la prima da smantellare.

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10/12/2018

Perché la ‘sinistra radicale’ italiana è indifferente verso i Gilet Jaunes?


Finalmente! I Gilet Jaunes invitati alla manifestazione dei NoTav a Torino. Una decisione che, ci si augura, dissolva l’indifferenza, quasi l’ostracismo, che finora la “sinistra antagonista” italiana ha esternato a questo movimento. Si, ma perché questo atteggiamento? Forse per il titanico impegno dei nostrani media mainstream nel dipingere come irrecuperabili fascisti i Gilet Jaunes?

Intendiamoci. Che Marine Le Pen e gruppi fascisti abbiano cercato di condizionare questo proteiforme movimento, nato dalle proteste di padroncini è innegabile. E, proprio per questo, è ancora più ammirevole l’operazione di Jean-Luc Mélenchon che invece di tirarsi indietro per paura di “sporcarsi le mani”, ha subito appoggiato le proteste dei Gilets Jaunes, impegnando tutti gli esponenti e attivisti di La France Insoumise.

Questo coraggioso impegno ha dato i suoi frutti, come si evince dall’appoggio popolare di cui oggi gode questo movimento e, soprattutto dall’elenco delle sue rivendicazioni, esposte, giorni fa a deputati e media. Certo, si può essere d’accordo o meno su alcuni dei punti riguardanti l’immigrazione, ma è davvero difficile per qualsiasi compagno trovare punti di disaccordo con tutte le altre rivendicazioni.

E allora? Perché, in Italia, nessuna forza di sinistra è scesa finora in piazza a fianco delle rivendicazioni dei Gilets Jaunes? Veramente, ci sarebbe già una eccezione, come il presidio indetto davanti al consolato francese di Napoli, per lunedì 10 dicembre. Ma una rondine non fa primavera. Torniamo ad occuparci del perché di questa (speriamo passata) indifferenza.

Le analisi si sprecano, ma due meritano particolare attenzione.

La prima (esposta da un noto reazionario) è che questo movimento non attecchirebbe in quanto gli Italiani si sentirebbero ancora pienamente rappresentati dai nostrani “gilet gialli” e cioè il Movimento Cinque Stelle e la Lega, al Governo. Da qui la diffidenza della “sinistra antagonista”.

L’altra (esposta da un esponente dei Centri sociali francesi) l’addebita al sostanziale conservatorismo che permea oggi la “sinistra antagonista”, incapace di uscire dai suoi orizzonti ideologici.

In attesa di altre analisi sarebbe il caso di prepararsi psicologicamente alla verosimile contromossa di Salvini per la sua manifestazione a Roma dell’8 dicembre. Osannare (se la concomitante manifestazione di Parigi non si trasforma in un massacro) il movimento dei Gilet Jaunes quale punta di diamante del suo presunto sovranismo e populismo. Ovviamente, questo ridarebbe fiato a tutta quella canea politically-correct che infesta il movimento antagonista nel nostro Paese. La quale, si direbbe, non si rende conto che un gilet giallo si trova in ogni portabagagli.

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11/08/2018

Yemen - I bombardamenti sauditi fanno strage di bambini

Sono almeno 39 i bambini morti, mentre altre 50 persone sono rimaste ferite ieri nel nord dello Yemen in seguito a raid aerei sauditi che hanno colpito uno scuolabus e un affollato mercato nella provincia di Saada. La morte dei bambini sembra aver colpito l’attenzione dei mass media, ma purtroppo non sono i primi nella sporca guerra dello Yemen, solo che fino ad oggi in ben pochi avevano avuto il coraggio di accendervi sopra i riflettori. Troppi “amici” scomodi (Arabia Saudita), troppi interessi che coinvolgono anche l’Italia (la vendita di armi all’Arabia Saudita).

L’attacco, secondo fonti locali, è stato sferrato dalla coalizione a guida saudita che utilizza piloti e mercenari israeliani e colombiani in una guerra di aggressione che dura ormai da quattro anni.

La guerra tra i ribelli Houthi del movimento sciita “Ansar Allah” contro il governo filosaudita guidato dal presidente Abdrabbuh Mansur Hadi continua in Yemen dal 2014. Sotto il controllo dei ribelli si trovano diverse regioni del Paese, compresa la capitale Sana’a.

Per reprimere la ribellioni degli Houthi (accusati da Riad di essere sostenuti dall’Iran), l’Arabia Saudita ha creato una coalizione di nove paesi arabi sunniti (Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar) e sostenuta apertamente dagli Stati Uniti.

La coalizione saudita ha bloccato l’arrivo di qualsiasi rifornimento e medicinale e sta portando circa 7 milioni di yemeniti alla fame, con un’epidemia di colera che soltanto negli ultimi tre mesi del 2017 ha provocato 2.000 morti, mentre sulla popolazione civile incombe ormai una emergenza umanitaria.

La crisi yemenita esplode in realtà nel 2012 con le rivolte nella parte meridionale del paese. L’allora presidente in carica Saleh rassegnò le sue dimissioni e al suo posto arriva il sunnita Abd Rabbuh Mansur Hadi, con il compito di guidare per due anni lo Yemen fino a nuove elezioni.

Ma di elezioni, dopo due anni, non si era vista traccia e nel febbraio 2015 gli Houthi, proveniente dal Nord del paese, conquistarono la capitale Sana’a e costringendo alle dimissioni il presidente Hadi che si è rifugiato a Sud nella città portuale di Aden, ed invocava l’intervento armato del suo protettore, l’Arabia Saudita.

Sulla guerra sporca nello Yemen si assiste ad una vergognosa indifferenza generale anche delle Nazioni Unite che nulla hanno fatto finora per salvare la popolazione civile da questa atroce fine.

L’Italia, dal canto suo, ha continuato a vendere bombe e armamenti all’Arabia Saudita in grandi quantità, ben sapendo che queste vengono utilizzate nella guerra in Yemen.

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23/07/2018

Quando siamo diventati cattivi

Siamo sempre stati un popolo di fetenti, un gregge coi denti aguzzi che trasforma ogni singola ragione in una fabbrica di torti: non c’è bisogno che leggiate dei libri, eh (Dio ve ne scampi). Perdete giusto quel paio d’orette a vedere La marcia su Roma, il capolavoro di Dino Risi con Gassman e Tognazzi. Se poi ancora non capite, fatti vostri. Però, ripensando a quello che, con un gruppo di amici, commentavamo ieri su Facebook, mi è venuta in mente una cosa meno datata. Che è forse il momento della nostra storia recente in cui abbiamo cominciato a diventare davvero della gente di merda a tutti i livelli. Quando, cioè, siamo diventati cattivi.

Ve lo ricordate, voi, il governo Monti? Di quel professore che, prima di accettare l’incarico a presidente del consiglio ritenne prudente farsi nominare senatore a vita? Vi ricordate come esordì, il sobrio senator-professor in loden?

Così, esordì.

Dicendo che il posto fisso era monotono, che insomma, bisognava cambiare, e se ci licenziavano era per il nostro bene, per mettere quel pizzico di pepe in vite altrimenti inutili. E non un cane gli rispose che a) uno va a faticare non per sfizio, ma per avere un tetto sulla testa e un piatto da mettere a tavola, b) che se potessimo, col cazzo che andremmo a faticare, ammesso di avere lo stipendio di un senatore a vita. E invece mi ricordo che partirono tutti con quel mantra disgustoso: avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità. E non è che lo dicevano ai ricchi, no. Lo dicevano a quelli che a mezzogiorno mangiano coi buoni pasto da 5 euro, a quelli che guardano con terrore la cassetta della posta, che si fanno marcire i denti in bocca perché curarsi costa.

Ecco, è quello il momento in cui abbiamo cominciato a diventare cattivi.

Si diventa cattivi, ci si comincia a trasformare in pezzi di merda, quando si decide di rinunciare ai diritti. Allora rinunciammo ai nostri, ed è ovvio che un popolo di piecori che butta i suoi diritti nel cesso poi non è disposto ad ammettere che gli altri possano averne. Crepi in mare? Crepa pure, mia madre è crepata in una corsia d’ospedale. Hai fame? Cazzi tuoi, ieri mi hanno licenziato e ho cinquant’anni e tra un po’ mi muoio di fame pure io.

I diritti, tutti i diritti, sono parte integrante della nostra umanità. Quando ci concediamo a quella che quelle bestie assetate di sangue chiamano libero mercato, concorrenza, flessibilità, quando accettiamo di farci trattare come animali, ci trasformiamo in belve pronte ad azzannare i più deboli.

Qua o ci si salva tutti oppure non si salva nessuno.

Nessuno.

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28/04/2018

Il 25 aprile che ci vuole, ogni giorno


In piazza. Questa mattina. Il mio pippone del venticinque aprile.

Commemorare la Resistenza, nel 2018, senza cadere nella retorica celebrativa è piuttosto difficile.

Intendiamoci, non c’è nulla di male nella retorica celebrativa, ma quando ho chiesto al nostro Presidente ANPI di avere l’onere, per quest’anno, di tenere il discorso ufficiale in occasione del 25 aprile, l’ho fatto con l’obiettivo di non salire qua sopra solo per recitare l’agonia dei buoni sentimenti e dei valori astratti che hanno ispirato i nostri padri costituenti eccetera eccetera.

Non vi parlerò neppure dei fascisti cattivi con le svastiche tatuate, il culto del corpo e la scarpe alla moda.

Certo, faremmo bene a fare attenzione a non assuefarci alle dosi neppure troppo omeopatiche di aggressioni, intimidazioni e provocazioni diluite ormai nella quotidianità delle nostre tranquille esistenze.

Di questi coglioni che inneggiano al duce, all’autarchia ed al becero nazionalismo ce ne sono, ce ne saranno ancora e, soprattutto, ce ne sono sempre stati.

E sono anche facili da riconoscere.
Quando si vestono da fascisti.
Quando parlano da fascisti.
Quando ci raccontano come si campasse alla grande durante il ventennio.

Con i figli al fronte a fare la guerra, il cibo razionato, le bombe sulle città e nemmeno un podio dal quale potersene lamentare.

Che bello che era il fascismo, ci spiegano oggi.

Con i treni che arrivavano in orario, ma con i vagoni piombati dall’esterno.

Ma anche questo, sono certo, ve lo siete già sentito dire e se c’è una cosa che vorrei evitare è contribuire a rendere il ricordo dei valori fondamentali una litania che stanca chi è confuso e assopisce chi è distratto.

Dunque che senso può avere, nel 2018, parlare di fascismo?

Vi proporrei di parlare del piccolo fascista che è in noi, nelle nostre abitudini, nella nostra ignavia, nel nostro essere distratti e nella nostra pancia.

In tutti i piccoli compromessi che accettiamo sul lavoro, a scuola e facendo politica.

Quando ci voltiamo dall’altra parte perché un problema non ci riguarda.

Quando ci lamentiamo dello sciopero degli autobus perché non siamo conducenti ma passeggeri.

Quando neghiamo un diritto perché contrasta con le nostre convinzioni religiose.

Quando decidiamo con tanto di carta bollata che un barbone è meglio che dorma nelle strade di periferia e lasci in pace il salotto del centro.

Quando puniamo uno studente perché ho osato criticare il sistema educativo mentre frigge patatine in un fastfood durante l’orario scolastico.

Quando stringiamo accordi con regimi sanguinari per diminuire gli sbarchi sulle nostre coste, fregandocene delle condanne delle organizzazioni internazionali e vantandocene, addirittura, in campagna elettorale.

Mi è capitato, di recente, di leggere il romanzo “Ognuno muore solo”, dello scrittore tedesco sopravvissuto al nazismo Hans Fallada: era già abbastanza vecchio, malato, rinchiuso in manicomio e dedito alle droghe. E così se l’è cavata.

Ma poi, finita la guerra, caduto il regime, gli hanno consegnato le carte della Gestapo e gli hanno chiesto di narrare la storia di un gesto isolato di ribellione che vi era raccontato, insieme alle vite di un pugno di famiglie, di persone normali.

Una coppia di coniugi, Anna e Otto Quangel, dopo avere ricevuto la notizia della morte del figlio al fronte, si svegliano improvvisamente dal torpore del sostegno incondizionato al fuhrer, comprendono l’assurdità del nazismo e della guerra e cominciano a disseminare nei caseggiati di una Berlino ancora viva e pulsante una serie di cartoline sulle quali sono vergate frasi di ribellione.

Verranno ovviamente catturati ed uccisi, nonostante l’approssimarsi della fine del conflitto e del crepuscolo del regime nazista.

Moriranno ma ancora prima vivranno accettando il rischio concreto di morire.

E soprattutto decideranno che non ha senso vivere senza compiere quegli atti eroici e al tempo stesso semplici, pazzeschi e al tempo stesso doverosi.

Ma la cosa che più colpisce di tutta la storia è l’assoluta inutilità del gesto.

Tanto eroico e rischioso quanto vano.

Quasi nessuno raccoglie le cartoline.

Non appena i bravi cittadini scoprono le frasi compromettenti che vi sono incise vengono colti dal panico: sarà più rischioso ignorarle oppure correre a consegnarle all’autorità?

E allora ci chiedo: e noi?

Siamo come i passanti berlinesi?

Quando sentiamo qualcuno alzare la voce per rivendicare un diritto, cosa facciamo? Cerchiamo una comoda via di fuga?

Cerchiamo una soluzione onorevole per sentirci in pace con la coscienza?

Cerchiamo di capire se quel diritto potrà mai configgere con qualche nostro interesse?

Siccome erano domande retoriche, risponderò io per voi.

Si, la maggior parte delle volte, tutti noi, sceglieremo di lasciare per terra le cartoline e, quando andrà bene, cambieremo strada sperando di non essere stati visti, di non esserci compromessi.

Ed è proprio la somma di questi nostri comportamenti individuali che nasconde le aggressioni fasciste, sempre più spesso ispirate da una violenza misogina o omofoba, in un brodo di indifferenza ed egoismo: sono azioni visibili e riconoscibili ma al tempo stesso offuscate dall’abitudine a lasciar correre e dalla rassegnazione di doverle accettare.

Per questo, tuttavia, sono ancora più pericolose.

E per questo, l’unica strada che l’ANPI e le nostre coscienze possono intraprendere è quella di non limitarci alla testimonianza. Occorre agire.

È ovvio: non viviamo nella Berlino del 1940.

Ma nemmeno i berlinesi del 1930 vivevano sotto il regime nazista. L’hanno visto arrivare, l’hanno annusato e l’hanno scelto. Hanno sentito l’odore della violenza, il rumore dei cori che esaltavano la patria, la razza, la stirpe e l’uomo forte.

Un altro splendido libro che vorrei fosse letto nelle scuole si chiama “Come si diventa nazisti” e l’ha scritto nel 1965 un tale, William Sheridan Allen, uno storico americano che ha studiato e insegnato tra gli Stati Uniti e la Germania: ci racconta la storia di una tranquilla cittadina di nome Nordheim, nel land dell’Hannover, nel periodo di tempo, dal 1930 al 1935, in cui muore la Repubblica di Weimar e si afferma il nazismo.

L’autore ci spiega in poche efficaci frasi il senso di cosa fosse successo:
“non c’era stato un colpo di stato nazista; ci fu, invece, una serie di azioni quasi legali, lungo un periodo di almeno sei mesi, nessuna delle quali costituì di per sé stessa una rivoluzione, ma il complesso delle quali trasformò la Germania da una repubblica a una dittatura. Il problema era dove tracciare la linea di divisione: ma allorché la linea poté essere tracciata con chiarezza, la rivoluzione era un fatto compiuto, i potenziali organi di resistenza erano stati distrutti uno per uno, ed una resistenza organizzata non era più possibile”.

E allora lo ribadisco. Non viviamo nella Germania degli anni '30 o '40.

Ma nemmeno, ahimè, nella Germania o nell’Italia degli anni '50.

Quel nazismo e quel fascismo ce li siamo lasciati alle spalle.

Forse. Insomma, speriamo di esserceli lasciati alle spalle.

Quel fascismo e quel nazismo li sappiamo ancora riconoscere. Sappiamo già come indignarci, cosa dire, quali mozioni votare, quali bandiere sventolare e in quali piazze darci appuntamento con la nostra indignazione, le nostre mozioni e le nostre bandiere.

Intendiamoci: è necessario continuare a farlo. Ad ogni minima avvisaglia e coinvolgendo sempre più gente possibile, finché non finiremo per manifestare tutti insieme.

Ma siccome siamo nel 2018 e l’anno prossimo, qualunque sia il governo in carica, la squadra che ha vinto lo scudetto e il colore alla moda nelle vetrine, sarà il 2019, vi invito a riflettere su quale sia il fascismo da combattere.

Quello che alza il braccio teso o quello che nega i diritti? Quello fuori da noi o quello che dentro di noi sale dalla pancia alla testa?

A me fa paura il secondo. Perché si nutre delle nostre abitudini e riposa sui nostri animi addormentati e disabituati all’indignazione, assuefatti al quieto vivere e disillusi sulla possibilità di rimettere in discussione le diseguaglianze, le ingiustizie e le miserie del mondo.

E per questo, lo ribadisco, l’unica strada che l’ANPI e le nostre coscienze possono intraprendere è quella di non limitarci alla testimonianza. Occorre agire.

Essere nelle piazze e nelle strade sempre. Non per leggere comunicati ma per mettere i nostri corpi davanti a quelli dei fascisti e non solo quando indossano la camicia nera e marciano al passo dell’oca.

Essere nelle piazze e nelle strade sempre. Non a centinaia di chilometri e settimane di distanza ma nell’immediatezza dei fatti. Anche se può dare fastidio. Anche se qualcuno storcerà il naso.

Essere nelle piazze e nelle strade sempre. Non solo di fianco alle fasce tricolori ma anche accanto alle ragazze ed ai ragazzi dei centri sociali e dei collettivi universitari.

Essere nelle piazze e nelle strade sempre. A ricordare ai razzisti che le razze non esistono ed alla classe dirigente di questo paese che i confini producono solo morte.

W la Resistenza.

di Mattia Zucchini

Grazie

28/04/2017

80 anni fa la morte di Antonio Gramsci: “L’indifferenza, peso morto della storia”

L’ottantesimo anniversario della morte di Gramsci non può passare inosservato. Gramsci è uno dei più grandi pensatori marxisti di tutti i tempi, e a tutt’oggi rappresenta un’importante riferimento per tutti coloro che vogliono costruire un’alternativa al sistema capitalista. Basti pensare alla grande influenza che la sua opera continua ad esercitare non solo in America Latina, ma anche in India e in molti altri Paesi del Sud del mondo.

Ma non si può certo pensare di poter riassumere in un articolo di 4mila battute il pensiero dell’intellettuale sardo. Ci limitiamo a suggerire una (ri)/lettura, quella del celeberrimo articolo “La rivoluzione contro il capitale”, che contiene molti temi tipici del pensiero gramsciano e dopo quasi 100 anni mantiene inalterata tutta la sua attualità.

“La rivoluzione contro il capitale” viene pubblicato sull’Avanti il 24 novembre 1917, a pochi giorni della Rivoluzione russa. Già nel titolo appare una questione fondamentale legata all’esperienza sovietica: la rivoluzione non si era verificata in un Paese industrializzato, dove le forze produttive erano al massimo del loro sviluppo, come prevedeva Marx, ma in un Paese fortemente arretrato.

“Il Capitale di Marx – scrive Gramsci – era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un’era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione”.

I bolscevichi hanno “rinnegato” Karl Marx, continua Gramsci, forzando la storia e dimostrando che gli schemi del materialismo non sono così “feroci” come si era pensato. I bolscevichi non sono “marxisti”, nel senso che non hanno letto l’opera di Marx come una dottrina dogmatica, ma l’hanno resa viva liberandola da incrostazioni positiviste e naturalistiche.

L’articolo è un inno alla volontà collettiva, quella che “plasma la materia inerte dell’economia e la incanala dove più gli piace”.

Il primo spunto che Gramsci offre è dunque il rifiuto del dogmatismo e del determinismo tipici dell’ortodossia marxista. E non si può non rilevare che nella storia, a un secolo di distanza, nessuna rivoluzione si è mai prodotta secondo i canoni di questa ortodossia. Anzi, nei Paesi dove queste rivoluzioni ci sono state, l’ortodossia marxista non è stata capace di comprendere il momento storico ed è rimasta tagliata fuori dai processi di trasformazione in atto.

Oggi lo sviluppo delle forze produttive è giunto probabilmente al suo limite massimo e il problema che si pone è semmai quello di arrestare una crescita insostenibile. Nella nostra epoca siamo dunque in presenza delle condizioni oggettive che permettono il superamento del modo di produzione capitalista?

Il secondo spunto che emerge dall’articolo è il disprezzo per l’indifferenza, l’immobilismo e la delega che già Gramsci aveva manifestato con forza in un altro famoso articolo pubblicato nel febbraio 1917: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. (...) Nella città futura che la mia parte sta costruendo la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini (...) Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano”.

Terza questione: in Russia i bolscevichi avevano “colto l’attimo” e trasformato in senso rivoluzionario la tragedia della guerra, per poter poi esercitare egemonia sulla società tramite la dittatura del proletariato. “I rivoluzionari – scrive – creeranno essi stessi le condizioni necessarie per la realizzazione completa e piena del loro ideale.

In Occidente invece soltanto attraverso una battaglia culturale per l’egemonia il proletariato può creare un nuovo blocco storico alternativo e assicurarsi i presupposti per la presa del potere. Da qui il ruolo fondamentale degli intellettuali. Una concezione che non si adatta facilmente alla rigida gerarchia tra struttura economica e sovrastruttura culturale tipico del marxismo economicista. Il concetto dell’egemonia è fondamentale in Gramsci ed è anche il cardine su cui ruota l’idea delle vie nazionali al socialismo.

Come si vede, una miniera di spunti di riflessione per coloro che non si sono ancora rassegnati.

Nello Gradirà
Tratto da Senza Soste cartaceo n.125 (aprile 2017)

09/10/2016

Uccisa la scuola, possono ammazzare Cucchi quante volte vogliono

Leggo con amarezza le considerazioni di Ilaria Cucchi, la sorella del povero ragazzo ucciso dalla polizia, dopo che i giudici hanno nuovamente assolto gli imputati per la morte del fratello.

“C’è qualcuno che può spiegarmi tutto questo?”, chiede la donna, dopo che in tribunale il fratello è stato nuovamente ucciso. Per carità, chi lo nega? I giudici hanno deciso in base a una perizia, i periti in nome della scienza, le carte sono in regola e ci mancherebbe che non lo fossero. Il fatto è che storicamente il circolo vizioso che condanna le vittime e assolve i carnefici, l’associazione a delinquere che si chiama «potere costituto» e si difende con l’insieme di comportamenti omertosi e criminali che si definiscono “ragion di Stato”, sono un problema politico. Non puoi sperare di risolverlo nei palazzi della Giustizia di classe e nei tribunali dove la legge non è mai uguale per tutti.

Secondo i periti, Cucchi era moribondo già molto tempo prima che fosse arrestato. Gli scienziati non spiegano come facesse a vivere e a frequentare persino la palestra: nella perizia non c’è scritto, ma gli scienziati credono evidentemente che i miracoli possano accadere. I giudici, a loro volta, credono ai periti, alla loro scienza e ai loro miracoli.

La loro scienza – quella dei giudici e quella dei periti – produce la sentenza che è un esempio perfetto di legalità senza giustizia. Una legalità rispettabile come lo furono ai loro tempi il Sant’Uffizio, i giudici che mandarono al rogo Giordano Bruno, i tribunali fascisti e gli scienziati della razza.

Di riflessioni su queste cose la nostra scuola un tempo le faceva e non si trattava solo di programmi. Di queste riflessioni la scuola viveva. Ora no. La “buona scuola” di questo governo illegittimo e criminale costruisce servi e bestiame votante. Non accende intelligenze, le spegne. Ora ha un “capo” con potere ricattatorio, ha scomunicato Eraclito, bandito il conflitto e incarcerato il dissenso. Ha trasformato in scienza dell’educazione il più reazionario dei messaggi di Cristo: se ti danno uno schiaffo, porgi l’altra guancia. La scuola oggi prepara alla assegnazione e non distingue i partigiani dai terroristi.

Perché stupirsi della sentenza dei giudici? La Magistratura e la polizia hanno la loro storia. Mi spaventa piuttosto l’indifferenza della gente e forse la risposta alla domanda dolente di Ilaria Cucchi è tutta lì, in quella indifferenza. Sentenze come questa sono possibili perché chi le pronuncia sa che poi non accade nulla, che la gente non si ferma per protesta, le piazze non si riempiono per manifestare dissenso. Ognuno continua a vivere la propria vita come se nulla fosse accaduto.

Vi immaginate che accadrebbe se, dopo una sentenza come questa, nessuno andasse a lavorare e si fermassero i treni, gli aerei, la distribuzione? Oggi, domani, dopodomani. A tempo indeterminato. Sindacato o no, fino al licenziamento degli autori dello scempio. Lo so, non accadrà mai, ma io mi ricordo anni in cui ci si è andati vicini. Anni in cui i lavoratori difendevano le scuole e le università e gli studenti sostenevano le fabbriche e i lavoratori. Insieme, studenti e lavoratori, erano il baluardo dei diritti. In quegli anni la scuola insegnava a ragionare con la propria testa e i lavoratori conoscevano il valore della solidarietà e la storia dei diritti.

Se ci penso, una risposta la trovo: la polizia può uccidere Cucchi quante volte vuole perché da anni i governi capitalisti hanno ucciso la scuola e le università. E glielo abbiamo lasciato fare. E allora sì, è vero, non sono stati solo poliziotti, giudici e periti a uccidere Cucchi e non sono i padroni i soli e forse i veri colpevoli della infinita sequela di lavoratori uccisi dal lavoro. Sono colpevole anch’io. Ho consentito che tutto questo accadesse.

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