In vista del 25 aprile si intensifica la polemica contro l’Anpi, per non essersi schierata senza distinguo con il nutrito fronte dei sostenitori di Kiev nell’attuale guerra in Ucraina.
L’obiezione che da diverse parti le è stata rivolta è la seguente: poiché l’Anpi nasce da una esperienza di lotta armata, essa non può essere «pacifista». Tale atteggiamento vorrebbe dire rinnegare le proprie radici, cioè quella lotta armata per la libertà che è stata la Resistenza italiana.
Dico subito che si tratta a mio avviso di una tesi – quella che vede una intrinseca contraddizione nella scelta «pacifista» dell’Anpi – di scarso fondamento.
Perché la Resistenza italiana ha dato vita a una Costituzione («la Costituzione nata dalla Resistenza», si è ripetuto infinite volte) che, nel momento in cui nasceva dalla guerra vittoriosa contro il nazifascismo, voleva anche che quella guerra fosse l’ultima; che gli orrori di cui si era stati spettatori o vittime o anche attori non avessero a ripetersi.
Per questo è una Costituzione che, nata da una guerra di liberazione vinta, dichiara di ripudiare la guerra non solo «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», ma anche «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Che non vi fossero più guerre era una aspirazione allora largamente condivisa e i costituenti la fissarono nell’art. 11, che certo non promuove un pacifismo assoluto, non congruo a uno Stato (che infatti ha e non può non avere un suo esercito e altri apparati basati sull’esplicazione della forza), ma dichiara che la guerra vada sempre evitata, che si debba sempre tentare di evitarla: con la trattativa, con il negoziato, con l’accordo preventivo, con l’interposizione di forze di pace, ecc.
È proprio questo che il cosiddetto Occidente (ovvero, oggi, gli Stati Uniti e la Nato da essi egemonizzata) non ha voluto fare nel caso della crisi ucraina sfociata nella guerra in corso. L’Occidente, infatti, non solo ha violato le promesse fatte a Gorbaciov di non estensione della Nato verso Oriente; ha anche fatto poi orecchie da mercante ai ripetuti avvertimenti russi, come è stato avvertito e segnalato da diversi esponenti della diplomazia e della politica internazionale.
Ha alimentato, all’opposto, la guerra civile in Ucraina, facendo di questo paese, dal 2014 in poi, un’arma contro la Russia; ha permesso che restassero inascoltate le mediazioni tedesche in extremis, ecc.
Per tutto ciò, oggi non si può dire che l’Ucraina e l’Occidente abbiano tutte le ragioni di un paese aggredito.
Come ovviamente non le ha la Russia, che al passo terribile dell’invasione non sarebbe mai dovuta arrivare, in nessun caso, che porta la responsabilità pesante di aver dato inizio a una guerra disastrosa e distruttiva quando avrebbe dovuto tentare altri strumenti di pressione, altre vie di persuasione per costringere l’Ucraina e soprattutto i suoi protettori internazionali a dar vita a una conferenza internazionale in grado di garantire la sicurezza nella regione.
Giusta è perciò la posizione dell’Anpi, che chiede di far tacere le armi e di riaprire la strada negoziale, nonostante i torti che hanno tutte le parti in gioco. O proprio a muovere da essi. Giusta è la sua equidistanza da questi torti, e dagli errori, dalle furbizie, di entrambe le parti, la Russia e l’Occidente, in questo gioco al massacro che ha come prima vittima il popolo ucraino.
L’Anpi, in questo suo non schierarsi a-problematicamente, rappresenta le ragioni della Resistenza e di quella Costituzione che da essa è scaturita, e nel suo posizionamento critico si riconosce chi la guerra proprio non la vuole, respingendo la propaganda guerrafondaia unidirezionale di questi mesi.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/04/2022
01/01/2022
Super Mario 2, la vendetta
È una costante del quadro politico italiota, dall’autunno scorso, la discussione su chi sarà il prossimo presidente della Repubblica al posto di Mattarella, che più volte ha ribadito la non volontà di essere rieletto a quella carica. Non credo tanto per una aderenza alla Carta Costituzionale, già violata dal migliorista e liberista Napolitano, quanto per il peso degli anni (ottanta) e degli “acciacchi” relativi.
Il problema sollevato dagli opinionisti è se in tale carica vada eletto Draghi, rappresentante della grande finanza (i super ricchi) e dell’UE, per consolidare la politica liberista, ma ciò potrebbe significare la fine del “governo dei migliori” (un bel risultato con 140 mila morti e il picco di infettati da inizio pandemia!) con la Troika pronta a intervenire nuovamente in Italia.
Quello che tutto il quadro politico italiota propone è un personaggio che rappresenti tutto il Palazzo (a parole tutti gli italiani).
La destra razzista per numeri e per afflato con il “governo dei migliori” (Meloni, Salvini, eccetera) ha proposto con insistenza Silvio Berlusconi, persona impresentabile, più che per gli italiani (il cui parere conta ormai molto poco), per i vertici UE/grande finanza.
È una proposta che la destra aveva il dovere di fare, visto che il personaggio ha permesso sia lo sdoganamento dei razzisti, sia perché aveva messo i soldi e le TV che a questi politici (?) hanno consentito di diventare “autorevoli”.
Se il Berlusca non è proponibile, se Draghi deve (per il momento) rimanere incollato alla sedia di primo ministro, chi può essere candidato?
Cominciano così a circolare vari nomi a mezza bocca, come quello della Moratti, attualmente ai vertici del disastro sanitario in Lombardia, o quello della cattolicissima ministra Cartabia, ma sono mezze figure di cui non è chiaro il consenso.
In attesa di eventuali proposte dal Matteo di Rignano sull’Arno, un nome spicca per assenza nelle proposte.
Mario Monti fu fatto senatore a vita e poi primo ministro da Napolitano, ma cosa più importante fu ex commissario europeo all’economia e per questo non solo autorevole, ma non rifiutabile per i politici italioti.
Visto i danni fatti e la memoria che ne hanno gli italiani in merito, Il Super Mario del 2011-2012 non viene nominato per non bruciarlo, ma è per me il più accreditato in tale ruolo, anche perché fu primo ministro di buona parte del Palazzo, esclusi i razzisti che fecero finta di non aderirvi, come oggi la Meloni.
La mia opinione è che Monti sarà proposto in prossimità del voto parlamentare, preceduto da un grande lancio mediatico, magari scaricando tutte le colpe negative del suo governo alla sempre inguardabile Fornero, ma assunta come esperta da Draghi nel suo governo.
Monti ha attualmente 78 anni, ma non è un problema, e come per il Napolitano, che dopo aver fatto saltare un referendum e averci regalato Renzi si dimise, altrettanto potrebbe fare anche lui, lasciando il posto a Draghi (ex allievo keynesiano) o a Gentiloni (ex gruppettaro e anti nuclearista), in un gradevole carosello di politici sempre pronti a mantenere in piedi il castello dei super ricchi.
L’etica, politica e personale, è altra cosa.
Una questione però si presenta all’ANPI che sta per affrontare il suo congresso nazionale, ed è la possibilità che la Carta sia ulteriormente devastata perché più volte in questi mesi è stato proposto di trasformare l’Italia in repubblica presidenziale, mettendo Draghi a capo sia del governo sia della presidenza della repubblica.
È questione non rinviabile nella discussione.
Fonte
Il problema sollevato dagli opinionisti è se in tale carica vada eletto Draghi, rappresentante della grande finanza (i super ricchi) e dell’UE, per consolidare la politica liberista, ma ciò potrebbe significare la fine del “governo dei migliori” (un bel risultato con 140 mila morti e il picco di infettati da inizio pandemia!) con la Troika pronta a intervenire nuovamente in Italia.
Quello che tutto il quadro politico italiota propone è un personaggio che rappresenti tutto il Palazzo (a parole tutti gli italiani).
La destra razzista per numeri e per afflato con il “governo dei migliori” (Meloni, Salvini, eccetera) ha proposto con insistenza Silvio Berlusconi, persona impresentabile, più che per gli italiani (il cui parere conta ormai molto poco), per i vertici UE/grande finanza.
È una proposta che la destra aveva il dovere di fare, visto che il personaggio ha permesso sia lo sdoganamento dei razzisti, sia perché aveva messo i soldi e le TV che a questi politici (?) hanno consentito di diventare “autorevoli”.
Se il Berlusca non è proponibile, se Draghi deve (per il momento) rimanere incollato alla sedia di primo ministro, chi può essere candidato?
Cominciano così a circolare vari nomi a mezza bocca, come quello della Moratti, attualmente ai vertici del disastro sanitario in Lombardia, o quello della cattolicissima ministra Cartabia, ma sono mezze figure di cui non è chiaro il consenso.
In attesa di eventuali proposte dal Matteo di Rignano sull’Arno, un nome spicca per assenza nelle proposte.
Mario Monti fu fatto senatore a vita e poi primo ministro da Napolitano, ma cosa più importante fu ex commissario europeo all’economia e per questo non solo autorevole, ma non rifiutabile per i politici italioti.
Visto i danni fatti e la memoria che ne hanno gli italiani in merito, Il Super Mario del 2011-2012 non viene nominato per non bruciarlo, ma è per me il più accreditato in tale ruolo, anche perché fu primo ministro di buona parte del Palazzo, esclusi i razzisti che fecero finta di non aderirvi, come oggi la Meloni.
La mia opinione è che Monti sarà proposto in prossimità del voto parlamentare, preceduto da un grande lancio mediatico, magari scaricando tutte le colpe negative del suo governo alla sempre inguardabile Fornero, ma assunta come esperta da Draghi nel suo governo.
Monti ha attualmente 78 anni, ma non è un problema, e come per il Napolitano, che dopo aver fatto saltare un referendum e averci regalato Renzi si dimise, altrettanto potrebbe fare anche lui, lasciando il posto a Draghi (ex allievo keynesiano) o a Gentiloni (ex gruppettaro e anti nuclearista), in un gradevole carosello di politici sempre pronti a mantenere in piedi il castello dei super ricchi.
L’etica, politica e personale, è altra cosa.
Una questione però si presenta all’ANPI che sta per affrontare il suo congresso nazionale, ed è la possibilità che la Carta sia ulteriormente devastata perché più volte in questi mesi è stato proposto di trasformare l’Italia in repubblica presidenziale, mettendo Draghi a capo sia del governo sia della presidenza della repubblica.
È questione non rinviabile nella discussione.
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17/01/2021
La politica degli appelli inutili. L’ultima dall’Anpi
Puntuali come il mal di denti dopo aver assaggiato il torrone a Natale, i “costruttori unitari” si mobilitano non appena c’è una crisi di governo. Indipendentemente dal governo in questione (basta solo che non sia proprio dichiaratamente fascista).
Ciò che resta dell’Anpi – gloriosa associazione dei partigiani per motivi anagrafici ormai terreno di competizione egemonica tra le varie anime del Pd e zone limitrofe – ha partorito l’ennesimo appello a “salvare l’Italia”.
Sappiamo come funzionano queste iniziative completamente inutili. Qualcuno prende carta e penna e scrive un testo “leggero”, cui nessuno dei previsti interlocutori possa dire “no, è troppo estremo”.
Un testo “inclusivo”, come consiglia sempre il mainstream di centrosinistra, proprio perché comunque lo giri non dice un fico secco, non ha nemici (se non il fascismo, ma più evocato che concretamente identificato).
Un testo “non divisivo”, nonostante i possibili firmatari si prendano a calci sugli zebedei da mane a sera tutti i giorni.
Qualcun altro si attacca al telefono e chiede una firma. Che sarà mai, tanto non è che ci si impegna a fare qualcosa concretamente, no? Dall’altra parte della cornetta (figurativamente, non esistono più quelli in bachelite e rotella numerica) qualcuno propone di cambiare una parola, “ammorbidire” un concetto. Così diventa ancora più “inclusivo” e “condiviso”. E chi propone la variazione può dire ai suoi “l’abbiamo molto migliorato”...
Non manca “la pace nel mondo”, come nelle risposte delle miss ai concorsi di bellezza (nelle parodie, almeno); né la “grande alleanza” che non guarda in faccia nessuno (anche Berlusconi, ormai, non è più il Caimano di una volta...), tra un Razzi e un Mastella o chi capita da quelle parti. Tutto, pur di non andare ad elezioni che peraltro non si potrebbero tenere prima di parecchi mesi, se non un anno tondo.
Se per caso uno dei possibili firmatari non è rintracciabile in tempo utile si mette lo stesso la firma, tanto che vuoi che sia... “mica si prendono impegni, no?”. E infatti sui social, qualcuno del Pci (con la “i”, da non confondere con quello di Rizzo) protesta.
Ecco: questo è quel che prima scompare meglio è per tutti. La politica come giochino di società – la loro società, quelli che vivono dentro e intorno un Parlamento e nelle istituzioni piccole grandi ridotte a occupazione ben retribuita benché inutile – come ammiccamento, senza progetti né visione, tutta tattica quotidiana perché tanto “domani è un altro giorno, facciamo un’altra cosa”.
Stiamo vivendo da un anno la situazione più difficile che questo paese abbia attraversato dal dopoguerra. E non si vede via d’uscita a breve nemmeno dopo l’arrivo dei primi vaccini (non stiamo qui ad elencare i problemi di fornitura, richiamo, organizzazione, ecc). La crisi economica che va maturando sarà probabilmente l’innesco di molti altri problemi sociali, di competizione internazionale, di assalto a ciò che resta della struttura produttiva italiana.
Di tutto questo, i “costruttori unitari” che hanno sfornato questo appello, non sanno che dire. È la “normalità” in cui vivono. O semplicemente ciò che non possono mettere in discussione.
Per esserci, o far finta di esserci, scrivono. E tutti firmano. “Tanto che vuoi che sia, mica prendiamo impegni, no?”
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22/01/2020
«C’è un clima intimidatorio nei confronti di chi avanza critiche alle politiche di Israele. E mi addolora sapere che anche qualche sezione dell’Anpi possa cascarci». Così, l’attore e drammaturgo Moni Ovadia, commenta l’annullamento della conferenza con l’attivista pacifista di Gaza, Ahmad Abu Artema, che si sarebbe dovuta tenere nella sala comunale Almese (Torino), in Val di Susa, il 17 gennaio.
L’evento, organizzato da Progetto Palestina e Bds Torino in collaborazione con le sezioni Anpi di Valmessa e Avigliana, è saltato dopo il ritiro della partecipazione di queste ultime su indicazione della sezione provinciale, dopo non meglio precisate pressioni da parte di associazioni della comunità ebraica. Se l’Anpi di Torino non rilascia dichiarazioni, l’Anpi nazionale, con la sua presidente Carla Nespolo, ha precisato che l’organizzazione «non è intervenuta in alcun modo sulla questione» ed è estranea alla cancellazione dell’evento.
La vicenda si tinge di giallo, perché i precedenti incontri con Ahmad Abu Artema sulla «Marcia del Ritorno», iniziata a Gaza il 30 marzo 2018, di cui l’attivista è fra gli ideatori, si erano svolti, da Napoli a Roma, passando per Bologna, senza alcun intoppo. Anche il giorno prima all’Università di Torino non c’erano stati problemi. Perché, allora, si è arrivati alla cancellazione dell’evento in Val di Susa. Quali pressioni ci sono state? Forse infastidiva la presenza della Rete ebrei contro l’occupazione. Per Moni Ovadia non c’è una motivazione locale: «Si cerca di tappare la bocca a ciò che non è considerato politically correct e da parte di alcuni gruppi della comunità ebraica c’è un tentativo a livello italiano di censurare ogni voce che parli di segregazione e occupazione in Palestina, una situazione che i giovani palestinesi stanno patendo più di tutti. Un atto di censura che considero squadrista».
Sull’accaduto sono intervenuti gli organizzatori dell’evento Progetto Palestina, che avevano inizialmente promosso l’evento con le due sezioni dell’Anpi: «È grave censurare un’iniziativa con un attivista per i diritti umani di Gaza. Rigettiamo l’abbinamento antisemitismo-antisionismo, l’antisemitismo lo combattiamo tutti giorni. Lottare contro politiche di apartheid israeliane è un atto doveroso per ogni cittadino e antifascista, che unisce la Resistenza di un tempo con questa».
La presidente Nespolo ha colto l’occasione per ribadire le convinzioni dell’Anpi sulla questione palestinese: «L’unica soluzione al conflitto israelo-palestinese è la creazione di due Stati. Giudichiamo severamente la politica di Netanyahu, che ha inasprito il contenzioso con scelte provocatorie, e riteniamo la condizione di vita degli abitanti di Gaza intollerabile». E ha aggiunto: «Da tempo si è creato in Italia un clima per cui qualsiasi iniziativa che tenda a dimostrare simpatia verso i palestinesi e critiche verso il governo israeliano viene bollata come antisemita. È giunto il momento di giudicare con obiettività tali iniziative, distinguendo la legittima critica all’attuale politica israeliana dalle posizioni antisemite, proprie della peggiore tradizione neofascista e neonazista italiana».
* da ilmanifesto.it
** Dal capoluogo torinese giunge notizia che la locale sezione dell’Anpi sia eterodiretta da Emanule Fiano, parlamentare del Pd, ultrà sionista, ultrà Sì Tav.
Moni Ovadia contro l’Anpi: “Cancellato l’incontro con il poeta palestinese. Un atto squadrista”
«Questo è un atto squadrista, non c’è un’altra parola per descrivere queste vergognose azioni che trovano l’ignobile pretesto dell’antisemitismo al solo scopo di tappare la bocca al libero pensiero». Così l’attore Moni Ovadia, che in un video pubblicato sulla pagina Facebook del gruppo Bds Torino, a sostegno del boicottaggio a Israele, accusa l’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani, di avere annullato un evento in programma ad Almese, in Bassa Val di Susa, nel Torinese, con protagonista un poeta e attivista palestinese, Ahmad Abu Artema.
«Accuso dolorosamente alcune strutture dell’Anpi – spiega Ovadia – di svolgere un’attività di censura contro il libero pensiero e la libera opinione». E aggiunge «Il popolo palestinese è sottoposto a un vero apartheid e si vuole persino impedire di parlarne».
«L’Anpi è estranea alla decisione di cancellare l’incontro, previsto in un comune del torinese, con un attivista palestinese, e la sua posizione sul conflitto israelo-palestinese è sempre uguale e coerente» afferma la presidente nazionale dell’Associazione nazionale partigiani replicando, senza citarlo direttamente, alle accuse dell’attore e intellettuale ebreo Moni Ovadia, di avere censurato i pacifisti palestinesi con un “atto squadrista".
«Il 17 gennaio avrebbe dovuto svolgersi nella sala comunale di Almese, Comune della città metropolitana di Torino, un incontro con un attivista palestinese di Gaza, impegnato a difesa del suo popolo. L’incontro, promosso anche da due locali sezioni Anpi, è stato cancellato per il ritiro della partecipazione da parte delle suddette sezioni, causato da non meglio precisate ”pressioni”. Tengo a specificare che l’Anpi nazionale non è intervenuta in alcun modo sulla questione», spiega Nespolo.
«Colgo comunque l’occasione per ribadire le nostre convinzioni in merito alla questione palestinese: l’unica soluzione al conflitto israelo-palestinese è la creazione di due Stati per i due popoli; l’esistenza di Israele – sottolinea – non si tocca e chiunque sostenga la sua distruzione è fuori dalla realtà e dal buon senso». E aggiunge: «Giudichiamo severamente la politica di Netanyahu, perché ha ulteriormente inasprito il contenzioso con scelte provocatorie come il continuo incremento degli insediamenti in territori palestinesi e la sanguinaria repressione della cosiddetta ”marcia del ritorno”; la condizione di vita degli abitanti di Gaza è semplicemente intollerabile; la violenza va sempre condannata da qualsiasi parte essa provenga».
«Da tempo – denuncia la presidente Anpi – si è creato in Italia un clima per cui qualsiasi iniziativa che tenda a dimostrare simpatia verso i palestinesi e critiche verso il governo israeliano viene bollata come antisemita. È giunto il momento di giudicare con obiettività tali iniziative, distinguendo la legittima critica all’attuale politica israeliana dalle posizioni antisemite, proprie specialmente della peggiore tradizione neofascista e neonazista italiana, che abbiamo sempre duramente contrastato».
* da La Stampa
Fonte
L’evento, organizzato da Progetto Palestina e Bds Torino in collaborazione con le sezioni Anpi di Valmessa e Avigliana, è saltato dopo il ritiro della partecipazione di queste ultime su indicazione della sezione provinciale, dopo non meglio precisate pressioni da parte di associazioni della comunità ebraica. Se l’Anpi di Torino non rilascia dichiarazioni, l’Anpi nazionale, con la sua presidente Carla Nespolo, ha precisato che l’organizzazione «non è intervenuta in alcun modo sulla questione» ed è estranea alla cancellazione dell’evento.
La vicenda si tinge di giallo, perché i precedenti incontri con Ahmad Abu Artema sulla «Marcia del Ritorno», iniziata a Gaza il 30 marzo 2018, di cui l’attivista è fra gli ideatori, si erano svolti, da Napoli a Roma, passando per Bologna, senza alcun intoppo. Anche il giorno prima all’Università di Torino non c’erano stati problemi. Perché, allora, si è arrivati alla cancellazione dell’evento in Val di Susa. Quali pressioni ci sono state? Forse infastidiva la presenza della Rete ebrei contro l’occupazione. Per Moni Ovadia non c’è una motivazione locale: «Si cerca di tappare la bocca a ciò che non è considerato politically correct e da parte di alcuni gruppi della comunità ebraica c’è un tentativo a livello italiano di censurare ogni voce che parli di segregazione e occupazione in Palestina, una situazione che i giovani palestinesi stanno patendo più di tutti. Un atto di censura che considero squadrista».
Sull’accaduto sono intervenuti gli organizzatori dell’evento Progetto Palestina, che avevano inizialmente promosso l’evento con le due sezioni dell’Anpi: «È grave censurare un’iniziativa con un attivista per i diritti umani di Gaza. Rigettiamo l’abbinamento antisemitismo-antisionismo, l’antisemitismo lo combattiamo tutti giorni. Lottare contro politiche di apartheid israeliane è un atto doveroso per ogni cittadino e antifascista, che unisce la Resistenza di un tempo con questa».
La presidente Nespolo ha colto l’occasione per ribadire le convinzioni dell’Anpi sulla questione palestinese: «L’unica soluzione al conflitto israelo-palestinese è la creazione di due Stati. Giudichiamo severamente la politica di Netanyahu, che ha inasprito il contenzioso con scelte provocatorie, e riteniamo la condizione di vita degli abitanti di Gaza intollerabile». E ha aggiunto: «Da tempo si è creato in Italia un clima per cui qualsiasi iniziativa che tenda a dimostrare simpatia verso i palestinesi e critiche verso il governo israeliano viene bollata come antisemita. È giunto il momento di giudicare con obiettività tali iniziative, distinguendo la legittima critica all’attuale politica israeliana dalle posizioni antisemite, proprie della peggiore tradizione neofascista e neonazista italiana».
* da ilmanifesto.it
** Dal capoluogo torinese giunge notizia che la locale sezione dell’Anpi sia eterodiretta da Emanule Fiano, parlamentare del Pd, ultrà sionista, ultrà Sì Tav.
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Moni Ovadia contro l’Anpi: “Cancellato l’incontro con il poeta palestinese. Un atto squadrista”
«Questo è un atto squadrista, non c’è un’altra parola per descrivere queste vergognose azioni che trovano l’ignobile pretesto dell’antisemitismo al solo scopo di tappare la bocca al libero pensiero». Così l’attore Moni Ovadia, che in un video pubblicato sulla pagina Facebook del gruppo Bds Torino, a sostegno del boicottaggio a Israele, accusa l’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani, di avere annullato un evento in programma ad Almese, in Bassa Val di Susa, nel Torinese, con protagonista un poeta e attivista palestinese, Ahmad Abu Artema.
«Accuso dolorosamente alcune strutture dell’Anpi – spiega Ovadia – di svolgere un’attività di censura contro il libero pensiero e la libera opinione». E aggiunge «Il popolo palestinese è sottoposto a un vero apartheid e si vuole persino impedire di parlarne».
«L’Anpi è estranea alla decisione di cancellare l’incontro, previsto in un comune del torinese, con un attivista palestinese, e la sua posizione sul conflitto israelo-palestinese è sempre uguale e coerente» afferma la presidente nazionale dell’Associazione nazionale partigiani replicando, senza citarlo direttamente, alle accuse dell’attore e intellettuale ebreo Moni Ovadia, di avere censurato i pacifisti palestinesi con un “atto squadrista".
«Il 17 gennaio avrebbe dovuto svolgersi nella sala comunale di Almese, Comune della città metropolitana di Torino, un incontro con un attivista palestinese di Gaza, impegnato a difesa del suo popolo. L’incontro, promosso anche da due locali sezioni Anpi, è stato cancellato per il ritiro della partecipazione da parte delle suddette sezioni, causato da non meglio precisate ”pressioni”. Tengo a specificare che l’Anpi nazionale non è intervenuta in alcun modo sulla questione», spiega Nespolo.
«Colgo comunque l’occasione per ribadire le nostre convinzioni in merito alla questione palestinese: l’unica soluzione al conflitto israelo-palestinese è la creazione di due Stati per i due popoli; l’esistenza di Israele – sottolinea – non si tocca e chiunque sostenga la sua distruzione è fuori dalla realtà e dal buon senso». E aggiunge: «Giudichiamo severamente la politica di Netanyahu, perché ha ulteriormente inasprito il contenzioso con scelte provocatorie come il continuo incremento degli insediamenti in territori palestinesi e la sanguinaria repressione della cosiddetta ”marcia del ritorno”; la condizione di vita degli abitanti di Gaza è semplicemente intollerabile; la violenza va sempre condannata da qualsiasi parte essa provenga».
«Da tempo – denuncia la presidente Anpi – si è creato in Italia un clima per cui qualsiasi iniziativa che tenda a dimostrare simpatia verso i palestinesi e critiche verso il governo israeliano viene bollata come antisemita. È giunto il momento di giudicare con obiettività tali iniziative, distinguendo la legittima critica all’attuale politica israeliana dalle posizioni antisemite, proprie specialmente della peggiore tradizione neofascista e neonazista italiana, che abbiamo sempre duramente contrastato».
* da La Stampa
Fonte
20/11/2018
Berto Lorenzoni, “Partigiano Eros”, ci ha lasciato dopo una vita di battaglie
Qui il suo intervento IL 22 OTTOBRE 2016 al NORENZIDAY a Roma, per dire no alla controriforma costituzionale, ultima battaglia vinta dal grande partigiano, che sempre ha lottato e sempre lotterà con noi. Un saluto a pugno chiuso tra le lacrime caro Berto. Grazie al compagno che ha recuperato il video.
Il saluto dell’Anpi:
Ciao “Eros”
19 Novembre 2018
È scomparso, a 92 anni, Umberto Lorenzoni, partigiano, presidente dell’ANPI provinciale di Treviso. Il cordoglio di Carla Nespolo. Una breve biografia.
Umberto Lorenzoni, Nervesa della Battaglia (Treviso) 15 maggio 1926 – Treviso 18 novembre 2018
Col nome di battaglia di “Eros”, Lorenzoni era entrato nella Resistenza interrompendo gli studi classici che aveva intrapreso. Impegnato nella lotta ai nazifascisti nelle prealpi trevigiane, fu commissario di battaglione nella Divisione partigiana “Nino Nannetti”. Ferito durante un combattimento Lorenzoni fu proposto, nel dopoguerra, per una decorazione al valore. Vi rinunciò perché fosse assegnata a un partigiano caduto. Per quaranta anni, Lorenzoni (che dopo la Liberazione ha diretto un’azienda di confezioni), è stato consigliere comunale a Nervesa. Ha pure rappresentato i socialisti nel Consiglio provinciale di Treviso, città nella quale ha presieduto per anni l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.
Il cordoglio della Presidente nazionale ANPI, Carla Nespolo
“Mi colpisce e addolora profondamente la notizia della scomparsa di Umberto Lorenzoni. Ricordo con emozione un uomo la cui vita è stata interamente caratterizzata da un attivissimo e appassionato attaccamento ai valori della Resistenza, cui da giovane diede il suo coraggioso contributo, e della Costituzione. Ricordo le sue battaglie, i suoi genuini e contagiosi moti di indignazione, la sua intelligenza, quel modo tenace e irrefrenabile di opporre civiltà alle barbarie dei fascismi e razzismi. Ricordo il suo modo vivo e vivace di stare tra i giovani, di trasmettere loro memoria e voglia di partecipare. Ci mancherà molto il partigiano Eros. Esprimo, a nome del Comitato Nazionale ANPI, il commosso cordoglio di tutta la nostra Associazione alla famiglia e ai compagni del Comitato provinciale ANPI di Treviso”
Fonte
10/09/2018
Grosseto sbarra la strada ai fascisti
Ieri riuscita manifestazione #antifascista a Grosseto contro il raduno nazionale di Casapound. Quando non bastano i metodi formali per mantenere al potere gli interessi delle classi dominanti ecco sbucare come topi di fogna i fascisti. La loro funzione è quella di minare il processo di organizzazione popolare dal basso. Contro questi servi poche parole: le piazze, le iniziative e l’attività militante sono gli strumenti di cui dotarsi per respingerli.
Più di 600 antifasciste e antifascisti si sono ritrovati a Grosseto, in piazza della stazione per marciare insieme nel corteo organizzato da Maremma Antifascista.
La manifestazione è partita da piazza Marconi sfilando lungo il parco di via Giotto passando per via Matteotti e sfiorando il centro storico dove contemporaneamente l’Anpi aveva organizzato un’altra iniziativa di contrasto al fascismo e al razzismo ma con parole d’ordine al ribasso.
Nei giorni scorsi c’erano state profonde divergenze sull’organizzazione della risposta ai fascisti a Casa Pound che abbiamo già illustrato sul nostro giornale.
Fonte
28/04/2018
Il 25 aprile che ci vuole, ogni giorno
In piazza. Questa mattina. Il mio pippone del venticinque aprile.
Commemorare la Resistenza, nel 2018, senza cadere nella retorica celebrativa è piuttosto difficile.
Intendiamoci, non c’è nulla di male nella retorica celebrativa, ma quando ho chiesto al nostro Presidente ANPI di avere l’onere, per quest’anno, di tenere il discorso ufficiale in occasione del 25 aprile, l’ho fatto con l’obiettivo di non salire qua sopra solo per recitare l’agonia dei buoni sentimenti e dei valori astratti che hanno ispirato i nostri padri costituenti eccetera eccetera.
Non vi parlerò neppure dei fascisti cattivi con le svastiche tatuate, il culto del corpo e la scarpe alla moda.
Certo, faremmo bene a fare attenzione a non assuefarci alle dosi neppure troppo omeopatiche di aggressioni, intimidazioni e provocazioni diluite ormai nella quotidianità delle nostre tranquille esistenze.
Di questi coglioni che inneggiano al duce, all’autarchia ed al becero nazionalismo ce ne sono, ce ne saranno ancora e, soprattutto, ce ne sono sempre stati.
E sono anche facili da riconoscere.
Quando si vestono da fascisti.
Quando parlano da fascisti.
Quando ci raccontano come si campasse alla grande durante il ventennio.
Con i figli al fronte a fare la guerra, il cibo razionato, le bombe sulle città e nemmeno un podio dal quale potersene lamentare.
Che bello che era il fascismo, ci spiegano oggi.
Con i treni che arrivavano in orario, ma con i vagoni piombati dall’esterno.
Ma anche questo, sono certo, ve lo siete già sentito dire e se c’è una cosa che vorrei evitare è contribuire a rendere il ricordo dei valori fondamentali una litania che stanca chi è confuso e assopisce chi è distratto.
Dunque che senso può avere, nel 2018, parlare di fascismo?
Vi proporrei di parlare del piccolo fascista che è in noi, nelle nostre abitudini, nella nostra ignavia, nel nostro essere distratti e nella nostra pancia.
In tutti i piccoli compromessi che accettiamo sul lavoro, a scuola e facendo politica.
Quando ci voltiamo dall’altra parte perché un problema non ci riguarda.
Quando ci lamentiamo dello sciopero degli autobus perché non siamo conducenti ma passeggeri.
Quando neghiamo un diritto perché contrasta con le nostre convinzioni religiose.
Quando decidiamo con tanto di carta bollata che un barbone è meglio che dorma nelle strade di periferia e lasci in pace il salotto del centro.
Quando puniamo uno studente perché ho osato criticare il sistema educativo mentre frigge patatine in un fastfood durante l’orario scolastico.
Quando stringiamo accordi con regimi sanguinari per diminuire gli sbarchi sulle nostre coste, fregandocene delle condanne delle organizzazioni internazionali e vantandocene, addirittura, in campagna elettorale.
Mi è capitato, di recente, di leggere il romanzo “Ognuno muore solo”, dello scrittore tedesco sopravvissuto al nazismo Hans Fallada: era già abbastanza vecchio, malato, rinchiuso in manicomio e dedito alle droghe. E così se l’è cavata.
Ma poi, finita la guerra, caduto il regime, gli hanno consegnato le carte della Gestapo e gli hanno chiesto di narrare la storia di un gesto isolato di ribellione che vi era raccontato, insieme alle vite di un pugno di famiglie, di persone normali.
Una coppia di coniugi, Anna e Otto Quangel, dopo avere ricevuto la notizia della morte del figlio al fronte, si svegliano improvvisamente dal torpore del sostegno incondizionato al fuhrer, comprendono l’assurdità del nazismo e della guerra e cominciano a disseminare nei caseggiati di una Berlino ancora viva e pulsante una serie di cartoline sulle quali sono vergate frasi di ribellione.
Verranno ovviamente catturati ed uccisi, nonostante l’approssimarsi della fine del conflitto e del crepuscolo del regime nazista.
Moriranno ma ancora prima vivranno accettando il rischio concreto di morire.
E soprattutto decideranno che non ha senso vivere senza compiere quegli atti eroici e al tempo stesso semplici, pazzeschi e al tempo stesso doverosi.
Ma la cosa che più colpisce di tutta la storia è l’assoluta inutilità del gesto.
Tanto eroico e rischioso quanto vano.
Quasi nessuno raccoglie le cartoline.
Non appena i bravi cittadini scoprono le frasi compromettenti che vi sono incise vengono colti dal panico: sarà più rischioso ignorarle oppure correre a consegnarle all’autorità?
E allora ci chiedo: e noi?
Siamo come i passanti berlinesi?
Quando sentiamo qualcuno alzare la voce per rivendicare un diritto, cosa facciamo? Cerchiamo una comoda via di fuga?
Cerchiamo una soluzione onorevole per sentirci in pace con la coscienza?
Cerchiamo di capire se quel diritto potrà mai configgere con qualche nostro interesse?
Siccome erano domande retoriche, risponderò io per voi.
Si, la maggior parte delle volte, tutti noi, sceglieremo di lasciare per terra le cartoline e, quando andrà bene, cambieremo strada sperando di non essere stati visti, di non esserci compromessi.
Ed è proprio la somma di questi nostri comportamenti individuali che nasconde le aggressioni fasciste, sempre più spesso ispirate da una violenza misogina o omofoba, in un brodo di indifferenza ed egoismo: sono azioni visibili e riconoscibili ma al tempo stesso offuscate dall’abitudine a lasciar correre e dalla rassegnazione di doverle accettare.
Per questo, tuttavia, sono ancora più pericolose.
E per questo, l’unica strada che l’ANPI e le nostre coscienze possono intraprendere è quella di non limitarci alla testimonianza. Occorre agire.
È ovvio: non viviamo nella Berlino del 1940.
Ma nemmeno i berlinesi del 1930 vivevano sotto il regime nazista. L’hanno visto arrivare, l’hanno annusato e l’hanno scelto. Hanno sentito l’odore della violenza, il rumore dei cori che esaltavano la patria, la razza, la stirpe e l’uomo forte.
Un altro splendido libro che vorrei fosse letto nelle scuole si chiama “Come si diventa nazisti” e l’ha scritto nel 1965 un tale, William Sheridan Allen, uno storico americano che ha studiato e insegnato tra gli Stati Uniti e la Germania: ci racconta la storia di una tranquilla cittadina di nome Nordheim, nel land dell’Hannover, nel periodo di tempo, dal 1930 al 1935, in cui muore la Repubblica di Weimar e si afferma il nazismo.
L’autore ci spiega in poche efficaci frasi il senso di cosa fosse successo:
“non c’era stato un colpo di stato nazista; ci fu, invece, una serie di azioni quasi legali, lungo un periodo di almeno sei mesi, nessuna delle quali costituì di per sé stessa una rivoluzione, ma il complesso delle quali trasformò la Germania da una repubblica a una dittatura. Il problema era dove tracciare la linea di divisione: ma allorché la linea poté essere tracciata con chiarezza, la rivoluzione era un fatto compiuto, i potenziali organi di resistenza erano stati distrutti uno per uno, ed una resistenza organizzata non era più possibile”.
E allora lo ribadisco. Non viviamo nella Germania degli anni '30 o '40.
Ma nemmeno, ahimè, nella Germania o nell’Italia degli anni '50.
Quel nazismo e quel fascismo ce li siamo lasciati alle spalle.
Forse. Insomma, speriamo di esserceli lasciati alle spalle.
Quel fascismo e quel nazismo li sappiamo ancora riconoscere. Sappiamo già come indignarci, cosa dire, quali mozioni votare, quali bandiere sventolare e in quali piazze darci appuntamento con la nostra indignazione, le nostre mozioni e le nostre bandiere.
Intendiamoci: è necessario continuare a farlo. Ad ogni minima avvisaglia e coinvolgendo sempre più gente possibile, finché non finiremo per manifestare tutti insieme.
Ma siccome siamo nel 2018 e l’anno prossimo, qualunque sia il governo in carica, la squadra che ha vinto lo scudetto e il colore alla moda nelle vetrine, sarà il 2019, vi invito a riflettere su quale sia il fascismo da combattere.
Quello che alza il braccio teso o quello che nega i diritti? Quello fuori da noi o quello che dentro di noi sale dalla pancia alla testa?
A me fa paura il secondo. Perché si nutre delle nostre abitudini e riposa sui nostri animi addormentati e disabituati all’indignazione, assuefatti al quieto vivere e disillusi sulla possibilità di rimettere in discussione le diseguaglianze, le ingiustizie e le miserie del mondo.
E per questo, lo ribadisco, l’unica strada che l’ANPI e le nostre coscienze possono intraprendere è quella di non limitarci alla testimonianza. Occorre agire.
Essere nelle piazze e nelle strade sempre. Non per leggere comunicati ma per mettere i nostri corpi davanti a quelli dei fascisti e non solo quando indossano la camicia nera e marciano al passo dell’oca.
Essere nelle piazze e nelle strade sempre. Non a centinaia di chilometri e settimane di distanza ma nell’immediatezza dei fatti. Anche se può dare fastidio. Anche se qualcuno storcerà il naso.
Essere nelle piazze e nelle strade sempre. Non solo di fianco alle fasce tricolori ma anche accanto alle ragazze ed ai ragazzi dei centri sociali e dei collettivi universitari.
Essere nelle piazze e nelle strade sempre. A ricordare ai razzisti che le razze non esistono ed alla classe dirigente di questo paese che i confini producono solo morte.
W la Resistenza.
di Mattia Zucchini
Grazie
25/02/2018
La manifestazione “antifascista” di Roma. Uno spottone per il Pd e LeU
E’ emblematica la fotografia “politica” che ci restituisce la cronaca de La Repubblica ancora prima della copertura offerta dai servizi nei telegiornali della sera: “E’ arrivato in Piazza del Popolo a Roma il corteo organizzato dall’Anpi contro razzismi e fascismi, che insieme a tanti cittadini unisce di fatto tutto il centrosinistra italiano aldilà della polemiche della campagna elettorale. Ad aprirlo uno striscione sorretto dai segretari della Cgil Susanna Camusso e della Uil Carmelo Barbagallo. Nel retro del palco allestito nella piazza sono giunti il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, le ministre Valeria Fedeli (Istruzione) e Roberta Pinotti (Difesa). Con loro anche la collega Anna Finocchiaro, responsabile per i rapporti con il Parlamento. Nelle prime file hanno sfilato il vicesegretario Pd Maurizio Martina, la presidente della Camera Laura Boldrini, Nicola Fratoianni, Susanna Camusso, Nicola Zingaretti, Walter Veltroni, Carlo Smuraglia, Riccardo Magi (+Europa), Andrea Orlando, Pietro Grasso. Pierluigi Bersani (LeU)”.
E’ andata così e, date le premesse, non poteva essere diversamente. Non era difficile immaginarselo dopo la vergognosa ritirata dei promotori della manifestazione di Roma dal corteo antifascista di Macerata inizialmente vietato dal ministro Minniti.
Bene ha fatto Potere al Popolo a non aderire a questa manifestazione/spot elettorale per il Pd e LeU. Un antifascismo elettorale come quello che abbiamo visto e verificato è del tutto inefficace sia contro l’attivismo dei fascisti coperto e legittimato dagli apparati dello Stato, a cominciare dal ministro Minniti, sia contro l’austerity che sta incentivando la guerra contro i poveri e la guerra tra poveri.
I compagni che hanno deciso di parteciparvi dovranno cominciare a riflettere seriamente, sicuramente dal 5 marzo in poi. Con la subalternità non si va troppo lontano sul piano della costruzione di una alternativa politica e di classe nel nostro paese e in Europa.
Fonte
23/02/2018
Antifascismo. Perchè non saremo in piazza a Roma il 24 febbraio
Le compagne e i compagni di Eurostop non saranno in piazza a Roma sabato 24 febbraio nella manifestazione antifascista convocata da Anpi, Arci, Cgil e altre venti associazioni e partiti.
La manifestazione di sabato riprende l’appello “Mai più fascismi” presentato il 1 febbraio, ma soprattutto nasce come iniziativa “riparatrice” dopo la vergognosa ritirata di molte delle organizzazioni aderenti dalla manifestazione antifascista di Macerata lo scorso 10 febbraio di fronte al divieto opposto dal ministro degli interni Minniti.
Non sfugge a nessuno che la manifestazione di sabato verrà apertamente utilizzata dal Pd e da Liberi e Uguali per la propria campagna elettorale e per legittimare se stessi come baluardo contro le destre. Con una enorme contraddizione: il loro governo è esattamente quello che ha come ministro degli Interni quel Minniti che aveva vietato la manifestazione antifascista a Macerata e che è stato costretto a fare marcia indietro dalla impetuosa risposta emersa in tutto il paese.
Questa contraddizione non è rimovibile, anche perché la linea seguita dal governo e dal sistema mediatico affine al Pd è stata proprio quella di sdoganare e utilizzare i gruppi neofascisti e il pericolo della destra in funzione di un recupero di consensi elettorali in caduta libera.
Non solo. Negli anni precedenti è emerso, anche clamorosamente il livello di copertura e legittimazione degli apparati dello Stato verso i gruppi neofascisti riqualificati come “bravi ragazzi impegnati nel sociale”. Nei mesi precedenti abbiamo invece assistito ad una operazione tesa ad amplificare il ruolo delle organizzazioni neofasciste in rapporto al disagio sociale. Una equazione che serviva a dimostrare come il disagio sociale delle periferie potesse esprimersi politicamente solo attraverso la destra, alimentando le tensioni sociali e razziali. In questo modo il Pd poteva presentarsi come il garante della tenuta sociale e democratica del paese, nonostante le sue evidenti responsabilità proprio nel peggioramento delle condizioni di vita dei settori popolari.
Questa operazione però è saltata con l’entrata in campo, imprevista e poi osteggiata spudoratamente, di Potere al Popolo che l’equazione disagio sociale/fascisti come unica espressione politica, l’ha completamente rovesciata, cercando proprio di ridare rappresentanza politica alle esigenze popolari e alle contraddizioni sociali prodotte da decenni di misure lacrime e sangue imposte dall’Unione Europea e dai diktat liberisti.
La nostra campagna elettorale si sta concentrando proprio nei quartieri popolari delle periferie per affermare questa prospettiva e contendere metro a metro lo spazio “politico” che il potere vorrebbe consegnare ai fascisti. E’ con questo spirito e in questo senso che rivendichiamo e pratichiamo l’antifascismo militante.
L’operazione progettata dal Pd, dai suoi apparati governativi e mediatici ha dovuto così rettificare il tiro di corsa, reintroducendo la tesi degli “opposti estremismi” di destra e di sinistra come minaccia alla democrazia e alla stabilità. Una chiave di lettura che è diventato anche un assist a Berlusconi secondo cui la minaccia sono solo gli antifascisti.
Esattamente come in passato, nelle piazze abbiamo assistito ad un evidente doppio standard. Le manganellate degli apparati di Minniti fioccano solo contro i manifestanti di sinistra e antifascisti, mai contro i fascisti (nel fermare la marcia di Forza Nuova a Macerata contro “i bravi ragazzi italiani” non si è alzato un solo manganello ma c’è stato solo contenimento). Qualche volta, come a Pavia, abbiamo visto gli agenti caricare fianco a fianco ai fascisti.
I fascisti di Forza Nuova riescono ad entrare comodamente negli studi televisivi del La7 nonostante ci fossero in studio Renzi e D’Alema. Qualche anno fa i fascisti di Casa Pound fecero una indisturbata incursione notturna dentro la Rai.
Di tutto questo non c’è e non ci poteva essere traccia nella manifestazione di sabato 24 febbraio a Roma. Questa manifestazione, così come è venuta configurandosi dopo Macerata, sarà una occasione solo per il Pd e in misura minore per Liberi e Uguali. A nostro avviso commettono un errore i compagni che vi partecipano e bene ha fatto Potere al Popolo a non aderirvi.
Fonte
La manifestazione di sabato riprende l’appello “Mai più fascismi” presentato il 1 febbraio, ma soprattutto nasce come iniziativa “riparatrice” dopo la vergognosa ritirata di molte delle organizzazioni aderenti dalla manifestazione antifascista di Macerata lo scorso 10 febbraio di fronte al divieto opposto dal ministro degli interni Minniti.
Non sfugge a nessuno che la manifestazione di sabato verrà apertamente utilizzata dal Pd e da Liberi e Uguali per la propria campagna elettorale e per legittimare se stessi come baluardo contro le destre. Con una enorme contraddizione: il loro governo è esattamente quello che ha come ministro degli Interni quel Minniti che aveva vietato la manifestazione antifascista a Macerata e che è stato costretto a fare marcia indietro dalla impetuosa risposta emersa in tutto il paese.
Questa contraddizione non è rimovibile, anche perché la linea seguita dal governo e dal sistema mediatico affine al Pd è stata proprio quella di sdoganare e utilizzare i gruppi neofascisti e il pericolo della destra in funzione di un recupero di consensi elettorali in caduta libera.
Non solo. Negli anni precedenti è emerso, anche clamorosamente il livello di copertura e legittimazione degli apparati dello Stato verso i gruppi neofascisti riqualificati come “bravi ragazzi impegnati nel sociale”. Nei mesi precedenti abbiamo invece assistito ad una operazione tesa ad amplificare il ruolo delle organizzazioni neofasciste in rapporto al disagio sociale. Una equazione che serviva a dimostrare come il disagio sociale delle periferie potesse esprimersi politicamente solo attraverso la destra, alimentando le tensioni sociali e razziali. In questo modo il Pd poteva presentarsi come il garante della tenuta sociale e democratica del paese, nonostante le sue evidenti responsabilità proprio nel peggioramento delle condizioni di vita dei settori popolari.
Questa operazione però è saltata con l’entrata in campo, imprevista e poi osteggiata spudoratamente, di Potere al Popolo che l’equazione disagio sociale/fascisti come unica espressione politica, l’ha completamente rovesciata, cercando proprio di ridare rappresentanza politica alle esigenze popolari e alle contraddizioni sociali prodotte da decenni di misure lacrime e sangue imposte dall’Unione Europea e dai diktat liberisti.
La nostra campagna elettorale si sta concentrando proprio nei quartieri popolari delle periferie per affermare questa prospettiva e contendere metro a metro lo spazio “politico” che il potere vorrebbe consegnare ai fascisti. E’ con questo spirito e in questo senso che rivendichiamo e pratichiamo l’antifascismo militante.
L’operazione progettata dal Pd, dai suoi apparati governativi e mediatici ha dovuto così rettificare il tiro di corsa, reintroducendo la tesi degli “opposti estremismi” di destra e di sinistra come minaccia alla democrazia e alla stabilità. Una chiave di lettura che è diventato anche un assist a Berlusconi secondo cui la minaccia sono solo gli antifascisti.
Esattamente come in passato, nelle piazze abbiamo assistito ad un evidente doppio standard. Le manganellate degli apparati di Minniti fioccano solo contro i manifestanti di sinistra e antifascisti, mai contro i fascisti (nel fermare la marcia di Forza Nuova a Macerata contro “i bravi ragazzi italiani” non si è alzato un solo manganello ma c’è stato solo contenimento). Qualche volta, come a Pavia, abbiamo visto gli agenti caricare fianco a fianco ai fascisti.
I fascisti di Forza Nuova riescono ad entrare comodamente negli studi televisivi del La7 nonostante ci fossero in studio Renzi e D’Alema. Qualche anno fa i fascisti di Casa Pound fecero una indisturbata incursione notturna dentro la Rai.
Di tutto questo non c’è e non ci poteva essere traccia nella manifestazione di sabato 24 febbraio a Roma. Questa manifestazione, così come è venuta configurandosi dopo Macerata, sarà una occasione solo per il Pd e in misura minore per Liberi e Uguali. A nostro avviso commettono un errore i compagni che vi partecipano e bene ha fatto Potere al Popolo a non aderirvi.
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22/02/2018
Il fascismo dell’antifascismo dei fascisti antifascisti
A sentire Mauro Biani, e con lui il resto delle anime belle della sinistra liberale, il fascismo si affronterebbe con “la cultura”, “la pace”, “la solidarietà”, ma forse anche con la musica, la poesia, i fiori, gli elzeviri, i proverbi e le cene in compagnia. Tutto purché non lo si combatta coi mezzi della politica. Se i fascisti usano la violenza, ci spiega accigliato il mondo della cultura progressista, bisogna rispondere con l’indifferenza, porgendo l’altra guancia, al più organizzare un bel sit in democratico. Proprio come i partigiani. Ah no, loro presero il fucile e iniziarono a sparare ai fascisti. Anche loro, in fondo, ur-fascisti, come direbbe Eco. E allora proprio in questi giorni si divaricano le strade forzatamente tenute insieme a Macerata: da una parte l’antifascismo, quello che non ha paura di organizzarsi e di combattere, rischiando libertà strada per strada; dall’altra l’a-fascismo istituzionale del Pd e della Cgil, convocato a Roma sabato in contrapposizione alla manifestazione di Macerata dello scorso 10 febbraio. Dispiace che l’Anpi – da anni – accetti volontariamente questo ruolo subalterno, di complemento, coprendo a sinistra ciò che non ha più niente a che vedere con la sinistra e l’antifascismo. Parafrasando Biani, l’antifascista è chi l’antifascista fa. Come a Palermo. Meno chiacchiere, citazioni a sproposito e ragioni illuministe. La politica è sangue e merda, come ricordava bene Rino Formica. Ma anche uso della forza. L’orrore della sinistra liberale per questo fatto ci aiuta a separare ciò che è bene rimanga diviso. La manifestazione collaborazionista di sabato prossimo va boicottata. Non si combatte il fascismo con gli strumenti del fascismo. E’ vero. L’antifascista è chi l’antifascista fa.
Fonte
15/02/2018
Lettera aperta a compagne/i dell’Anpi
Il comportamento dell’ANPI nazionale e di alcuni Comitati Provinciali dell’ANPI è incomprensibile ma anche suicida.
L’ANPI è l’associazione antifascista per eccellenza e dovrebbe sempre e comunque essere con ogni iniziativa antifascista. Ancora di più in una congiuntura di rigurgito fascista con esasperata connotazione razzista, propria di una concezione di cittadinanza europea da dominanti sui popoli razzializzati e quindi da inferiorizzare e schiavizzare.
Ed è ancora più assurdo che l’ANPI si schieri con un partito quale il PD che in occasione del referendum sulla Costituzione non ha mancato di insultare i partigiani, l’ANPI e la Resistenza.
Ma perché l’ANPI si fa condizionare dal PD andando contro la maggioranza dei suoi stessi iscritti?
Perché alcuni dirigenti nazionali e provinciali dell’ANPI non vogliono stare con i giovani antifascisti, antirazzisti e antisessisti che a Genova, a Macerata, a Milano e in tante altre città hanno dimostrato di voler rinnovare con forza, passione e coerenza la tradizione della Resistenza italiana?
No cari compagni, l’ANPI non è proprietà di qualcuno, è di tutti gli antifascisti. Tornate in piazza ogni volta che si indice una manifestazione antifascista, antirazzista e antisessista!
PRIME ADESIONI
Salvatore Palidda, Italo Di Sabato, Luca Manunza, Valerio Gennaro, Paolo Ramazzotti, Alessandra Fava, Daniele Barbieri, Fulvio Vassallo Paleologo, Daniela Padoan, Lucia Vastano, Alfio Mastropaolo
(*) per adesioni e sottoscrizioni inviare mail a: info@osservatoriorepressione.info
Fonte
L’ANPI è l’associazione antifascista per eccellenza e dovrebbe sempre e comunque essere con ogni iniziativa antifascista. Ancora di più in una congiuntura di rigurgito fascista con esasperata connotazione razzista, propria di una concezione di cittadinanza europea da dominanti sui popoli razzializzati e quindi da inferiorizzare e schiavizzare.
Ed è ancora più assurdo che l’ANPI si schieri con un partito quale il PD che in occasione del referendum sulla Costituzione non ha mancato di insultare i partigiani, l’ANPI e la Resistenza.
Ma perché l’ANPI si fa condizionare dal PD andando contro la maggioranza dei suoi stessi iscritti?
Perché alcuni dirigenti nazionali e provinciali dell’ANPI non vogliono stare con i giovani antifascisti, antirazzisti e antisessisti che a Genova, a Macerata, a Milano e in tante altre città hanno dimostrato di voler rinnovare con forza, passione e coerenza la tradizione della Resistenza italiana?
No cari compagni, l’ANPI non è proprietà di qualcuno, è di tutti gli antifascisti. Tornate in piazza ogni volta che si indice una manifestazione antifascista, antirazzista e antisessista!
PRIME ADESIONI
Salvatore Palidda, Italo Di Sabato, Luca Manunza, Valerio Gennaro, Paolo Ramazzotti, Alessandra Fava, Daniele Barbieri, Fulvio Vassallo Paleologo, Daniela Padoan, Lucia Vastano, Alfio Mastropaolo
(*) per adesioni e sottoscrizioni inviare mail a: info@osservatoriorepressione.info
Fonte
08/02/2018
Minniti, il miglior amico dei fascisti
Ancora una volta, il miglior amico dei fascisti si è dimostrato Marco Minniti. E con lui tutto il Pd.
In un paese democratico, con una Costituzione antifascista elaborata a partire da lutti inenarrabili (dittatura, guerra, bombardamenti a tappeto delle città) e da una Resistenza tra le più forti d’Europa, una “tentata strage aggravata dalla motivazione razzista” da parte di un fascista armato richiede una risposta decisa.
Una risposta in termini di repressione diretta, certamente, con l’arresto immediato dello stragista e l’avvio del procedimento giudiziario relativo; e fin qui nulla da dire.
Ma soprattutto richiede una risposta di massa, che funzioni come riferimento politico-culturale chiaro e deciso per una popolazione sottoposta a un bombardamento di fatti negativi (l’austerità aggrava la crisi impoverendo una quantità crescente di figure sociali) e dunque scossa nelle sue certezze esistenziali.
Giustamente, dunque, molte forze politiche e sociali – a partire dall’associazione dei partigiani – avevano promosso una manifestazione popolare da tenere sabato 10 a Macerata, nelle strade in cui il fascioleghista Traini aveva cercato la strage.
In un paese democratico questo è il minimo. La normalità piena sarebbe il rendere effettivo il divieto di riorganizzazione del partito fascista previsto dalla Costituzione, sciogliendo tutte le organizzazioni che apertamente si rifanno a simboli, slogan, obiettivi propri del fascismo. Ma sappiamo che l’ipocrisia istituzionale, su questo fronte, fa orecchie da mercante fin dal momento dell’approvazione della stessa Carta Costituzionale.
In queste ore sta però avvenendo qualcosa di molto peggio.
Il cosiddetto “appello a sospendere tutte le manifestazioni” da parte del sindaco Pd di Macerata, Romano Carancini, era già una vergogna chiaramente concordata col governo Minniti-Gentiloni. Non è un mistero che Minniti sia candidato alle elezioni proprio in quel territorio, e che dunque sia altamente sospettabile di star esercitando i poteri di ministro in sostegno di una personalissima campagna elettorale.
A questa vergogna si è aggiunta quella di Anpi, Cgil, Arci e Libera, che hanno incredibilmente ritirato la loro adesione alla manifestazione antifascista, limitandosi – in cambio – a pretendere “che Macerata non diventi un luogo di attiva presenza neofascista”.
Per oggi era infatti stata annunciata una “fiaccolata” da parte di Forza Nuova, che ha peraltro appoggiato apertamente il mancato stragista offrendosi anche di pagarne le spese legali. Vedremo se almeno questo sfregio sarà risparmiato a una città che non lo merita affatto. Ma c’è da dubitarne, visto che ieri pomeriggio in città è stata consentita una “conferenza stampa” ai picchiatori di Casapound, con tanto di “passeggiata” scortata dalla polizia.
Come sempre, il ministro dell’interno uscente, Marco Minniti, ha colto al balzo l’occasione per vietare... la manifestazione antifascista! Una provocazione che si somma a quella dei fascisti, di fatto, anche perché la polizia nelle stesse ore – a Pavia – procedeva a cariche nei confronti degli antifascisti insieme agli squadristi radunati in una piazza della città.
Nessuno può parlare di semplici “coincidenze”, perché un corpo militare dello Stato non agisce a casaccio, ma in base a precise indicazioni provenienti per via gerarchica. Dal ministro dell’interno, in ultima istanza.
In questa situazione, mantenere l’impegno a manifestare a Macerata è un dovere politico. E quindi invitiamo tutti gli antifascisti a partecipare, evitando ovviamente qualsiasi provocazione inventata per rovesciare sulla parte sana del paese il dispositivo di criminalizzazione.
Condividiamo dunque in pieno la nota stampa rilasciata in queste ore da Viola Carofalo, portavoce nazionale di Potere al Popolo:
In un paese democratico, con una Costituzione antifascista elaborata a partire da lutti inenarrabili (dittatura, guerra, bombardamenti a tappeto delle città) e da una Resistenza tra le più forti d’Europa, una “tentata strage aggravata dalla motivazione razzista” da parte di un fascista armato richiede una risposta decisa.
Una risposta in termini di repressione diretta, certamente, con l’arresto immediato dello stragista e l’avvio del procedimento giudiziario relativo; e fin qui nulla da dire.
Ma soprattutto richiede una risposta di massa, che funzioni come riferimento politico-culturale chiaro e deciso per una popolazione sottoposta a un bombardamento di fatti negativi (l’austerità aggrava la crisi impoverendo una quantità crescente di figure sociali) e dunque scossa nelle sue certezze esistenziali.
Giustamente, dunque, molte forze politiche e sociali – a partire dall’associazione dei partigiani – avevano promosso una manifestazione popolare da tenere sabato 10 a Macerata, nelle strade in cui il fascioleghista Traini aveva cercato la strage.
In un paese democratico questo è il minimo. La normalità piena sarebbe il rendere effettivo il divieto di riorganizzazione del partito fascista previsto dalla Costituzione, sciogliendo tutte le organizzazioni che apertamente si rifanno a simboli, slogan, obiettivi propri del fascismo. Ma sappiamo che l’ipocrisia istituzionale, su questo fronte, fa orecchie da mercante fin dal momento dell’approvazione della stessa Carta Costituzionale.
In queste ore sta però avvenendo qualcosa di molto peggio.
Il cosiddetto “appello a sospendere tutte le manifestazioni” da parte del sindaco Pd di Macerata, Romano Carancini, era già una vergogna chiaramente concordata col governo Minniti-Gentiloni. Non è un mistero che Minniti sia candidato alle elezioni proprio in quel territorio, e che dunque sia altamente sospettabile di star esercitando i poteri di ministro in sostegno di una personalissima campagna elettorale.
A questa vergogna si è aggiunta quella di Anpi, Cgil, Arci e Libera, che hanno incredibilmente ritirato la loro adesione alla manifestazione antifascista, limitandosi – in cambio – a pretendere “che Macerata non diventi un luogo di attiva presenza neofascista”.
Per oggi era infatti stata annunciata una “fiaccolata” da parte di Forza Nuova, che ha peraltro appoggiato apertamente il mancato stragista offrendosi anche di pagarne le spese legali. Vedremo se almeno questo sfregio sarà risparmiato a una città che non lo merita affatto. Ma c’è da dubitarne, visto che ieri pomeriggio in città è stata consentita una “conferenza stampa” ai picchiatori di Casapound, con tanto di “passeggiata” scortata dalla polizia.
Come sempre, il ministro dell’interno uscente, Marco Minniti, ha colto al balzo l’occasione per vietare... la manifestazione antifascista! Una provocazione che si somma a quella dei fascisti, di fatto, anche perché la polizia nelle stesse ore – a Pavia – procedeva a cariche nei confronti degli antifascisti insieme agli squadristi radunati in una piazza della città.
Nessuno può parlare di semplici “coincidenze”, perché un corpo militare dello Stato non agisce a casaccio, ma in base a precise indicazioni provenienti per via gerarchica. Dal ministro dell’interno, in ultima istanza.
In questa situazione, mantenere l’impegno a manifestare a Macerata è un dovere politico. E quindi invitiamo tutti gli antifascisti a partecipare, evitando ovviamente qualsiasi provocazione inventata per rovesciare sulla parte sana del paese il dispositivo di criminalizzazione.
Condividiamo dunque in pieno la nota stampa rilasciata in queste ore da Viola Carofalo, portavoce nazionale di Potere al Popolo:
“Nelle ultime ore le segreterie di ANPI, ARCI, CGIL e LIBERA hanno sottoscritto una nota in cui si dice che la manifestazione organizzata a Macerata è stata sospesa.Fonte
Questa notizia è falsa. Sabato 10 Febbraio alle ore 15:30 partirà dalla stazione di Macerata una manifestazione antirazzista e antifascista, pacifica e di massa in risposta all’attentato terroristico avvenuto lo scorso sabato. Ci sembra assurdo che in questi giorni si sia data la possibilità a organizzazioni fasciste, xenofobe e anticostituzionali come Casapound e ForzaNuova di fare conferenze stampa e presidi a Macerata, quando invece si tenta di impedire una manifestazione a tutti quei comitati, organizzazioni, collettivi, realtà di base, uomini e donne, antifascisti e antifasciste che da sempre difendono la costituzione, la solidarietà, la convivenza civile. Noi riteniamo che ci debba necessariamente essere una risposta forte e unitaria contro la barbarie che avanza, contro le dichiarazioni e le politiche che da Minniti a Salvini stanno soltanto fomentando odio, terrore e guerra tra poveri. Riteniamo che chi in questo momento si appella all’equidistanza e alla moderazione sia complice della deriva fascista e xenofoba che sta investendo l’Italia e l’intera Europa. E’ il momento in cui decidere chiaramente da che parte stare. Lo scorso sabato sei persone sono state sparate a freddo mentre semplicemente camminavano per strada. Per favore, restiamo umani.”
22/09/2017
Il caso Giuseppina Ghersi. Incongruenze, falsi e zone d’ombra
Sintesi di un documento redatto dal gruppo di lavoro “Nicoletta Bourbaki” e pubblicato da GIAP il blog di Wu Ming (denominazione collettiva di un gruppo di scrittori) a cura di Franco Astengo
Da qualche settimana è in corso una discussione, ormai trasferitasi dal livello locale a quello nazionale, sorta attorno ad una provocazione fascista.
Il presunto “caso” è noto: si tratta dell’apposizione di una targa ricordo da parte del Comune di Noli a memoria di Giuseppina Ghersi ritenuta vittima, nei giorni convulsi della Liberazione, di un vero e proprio massacro da parte di partigiani che accusavano la ragazza all’epoca tredicenne di delazione e di appartenenza alle bande repubblichine.
In realtà questo presunto “caso” viene agitato ormai da qualche anno da esponenti dell’estrema destra savonese che ogni tanto affiggono manifesti, fanno celebrare messe di suffragio, ecc, ecc.
In questa occasione il segno dell’attenzione generale è stato superato grazie al clamore mediatico sollevato dalla decisione del comune di Noli, assunta su proposta di un consigliere comunale anch’egli storico appartenente ai partiti dell’estrema destra.
Della questione, nel tempo, se ne erano occupati alcuni giornalisti redigenti testi classificabili per così dire come “revisionisti”, da Massimo Numa a Giampaolo Pansa, entrambi attingenti dai testi dell’ex-senatore missino Pisanò autore, a suo tempo, di una ampia “Storia della guerra civile in Italia”.
Il ruolo di questi testi nel deviare la ricerca sulla realtà dei fatti è risultato del tutto determinante come vedremo in seguito.
Ci siamo così trovati dentro ad un estenuante ping – pong di dichiarazioni e prese di posizione poco informate se non del tutto disinformate e si è alzato un vero e proprio polverone mediatico, deleterio per qualsivoglia tentativo di stabilire alcune minime verità storiche (fenomeno molto frequente, in verità, per quel che riguarda i fatti drammatici accaduti nel periodo tra l’8 settembre 1943 e la fase immediatamente successiva alla fine del conflitto).
Mentre va fatto notare come, nel corso degli anni, non ci si sia avvalsi dei documenti che sicuramente si trovano nell’archivio di Stato abbiamo avuto la possibilità di conoscere un contributo storiograficamente attendibile fondato su di un minuzioso lavoro di comparazione dei testi disponibili.
Una ricerca che è stata compiuta dal gruppo di lavoro intestato a “Nicoletta Bourbaki” composto da storici e ricercatori di varie discipline che si occupa di revisionismo storiografico in rete, di false notizie a tema storico e sulle ideologie neofasciste.
Il testo è stato pubblicato su GIAP, blog curato dal celebre gruppo di scrittori denominato Wu Ming (in precedenza erano Luther Blisset e sotto quella denominazione fu scritto “Q” un testo eccezionale riguardante il periodo della Riforma protestante e delle lotte sociali che ne caratterizzarono una fase).
Mi è capitato, nei giorni scorsi, di spedirne la copia integrale ad un certo numero di persone interessate alla materia a Savona e dintorni e mi scuso con loro per la ripetizione: essendo, però, il testo molto lungo e complesso ho ritenuto di sintetizzare i passaggi principali in modo da far sì che le tesi di fondo ivi sostenute potessero essere facilmente usufruite da un numero più vasto di interlocutrici e interlocutori con il solo scopo di far largo alla verità.
Il dato maggiormente evidente nella accurata ricostruzione eseguita da “Nicoletta Bourbaki” è come risaltino nei vari testi evidenti contraddizioni causate da aggiunte a documenti precedenti da parte di chi ne ha scritto in tempi recenti.
Ad esempio al riguardo del testo della denuncia sporta, al riguardo dei fatti, dal padre della Ghersi alla Procura della Repubblica nel 1949 non coincidono neppure le date. Secondo il sito “Patriottismo” settembre, secondo il blog di Nicolick (esponente dell’estrema destra, molto attivo su questo fronte e capace di scrivere persino su di un blog sospettato di connessioni con il Ku-Klux-Klan) la denuncia sarebbe stata redatta in aprile.
Diversi i testi riguardanti la descrizione dell’uccisione della Ghersi e di un’altra presunta collaborazionista, tale Teresa Delfino residente a Savona vico Crema 1/1. Se ne evince come l’affermazione riguardante il trasporto delle salme al cimitero di Zinola (un tal Stelvio Murialdo, all’epoca undicenne, a posteriori ha affermato di averne riconosciuto il cadavere) fu aggiunta, in tempi recenti, dallo stesso Nicolick nel suo blog.
Nel già citato esposto alla Procura della Repubblica Ghersi afferma chiaramente che la natura del sequestro suo e della sua famiglia non fu di natura politica ma estorsiva.
«La casa me la spogliarono di quanto tenevo soldi, oro, argento e altro [...] tutto ciò finché rivelassi dove tenevo celati oro e soldi; loro non volevano politica perché a detta faccenda non ero interessato ma oro e soldi.»
Nel racconto di Murialdo, scritto molti anni dopo (ribadiamo che non è chiaro quando, è del 2008 o precedente?), i Ghersi figurano come vittime di furto, ma sono dati per arrestati «con la cervellotica accusa di aver avuto rapporti commerciali con i nazi-fascisti». Murialdo chiede alla famiglia come mai fu uccisa Giuseppina, e riferisce la risposta: «l’accusa ufficiale era spionaggio».
Nei loro esposti, stando alle trascrizioni, né il padre né la madre di Giuseppina fanno alcun riferimento a uno stupro subito dalla figlia. Si descrive un pestaggio e si riferisce di aver saputo dell’uccisione soltanto in seguito. La madre sa riferire solo quanto era stato detto a lei e a suo marito «da fascisti poi uccisi», cioè che la figlia era stata ammazzata.
Si ricorda che nel 1951 si celebrò un processo riguardante anche il caso Ghersi (assieme a quello Biamonti) e gli imputati – per il fatto specifico – furono prosciolti. Tra di essi non figurava quel “Gatti Pino di Bergeggi” citato invece nell’esposto del 1949.
Quando entra nella narrazione lo stupro? Teniamoci in testa questa domanda, e proseguiamo.
Dagli esposti si discostano molte ricostruzioni successive che possono leggersi in rete, come questa, che contiene il seguente passaggio: «Madre e figlia – così come raccontano gli stessi Ghersi – vengono malmenate e stuprate (è il 27 aprile), mentre il padre viene costretto ad assistere [...]». I Ghersi non raccontano niente del genere.
È la stessa versione apparsa sul manifesto affisso da «La Destra» a Savona nel 2012. Chi ha aggiunto questi dettagli, e quando?
Nessuno menziona alcun tema scolastico di Giuseppina che avrebbe ricevuto l’encomio del duce, tema che in questi giorni è addirittura descritto come la causa della cattura e uccisione della ragazza; quando viene inserito nella narrazione questo elemento, e per opera di chi?
Forse per opera di Murialdo, che nella già citata «testimonianza» scrive: «La zia [di Giuseppina] azzardò un’altra ipotesi: Giuseppina aveva partecipato ad un concorso a tema per cui ricevette i complimenti dal Duce in persona; poteva essere questo, la sua condanna a morte!»
A distanza di anni, la parola «ipotesi» e i verbi «azzardò» e «poteva» sono scomparsi, e quel tema è diventato tout court il movente dell’uccisione.
Movente che sarebbe a dir poco labile, e per questo si cerca di rafforzare il collegamento mostrando una comunicazione del segretario particolare del duce. Comunicazione che però non risulta passata attraverso la scuola, ma attraverso il Gruppo Femminile Fascista Repubblicano. In essa non si menziona alcun tema scolastico, e si fa invece riferimento – molto freddamente – a una «lettera» scritta da Giuseppina. Sembra proprio una risposta a qualche supplica o dichiarazione di fedeltà al regime, sicuramente non un premio. Di lettere così ne furono spedite a migliaia.
Che ruolo hanno avuto i libri ?
Massimo Numa, come si legge in questa recensione, nel suo volume del 1991 descriveva i partigiani come ancora pericolosi e vendicativi:
«Oggi – cita la recensione – ci sono parenti di vittime che tacciono ancora, parlano di ritorsioni, di timori per i figli e i congiunti, tanto da chiedere all’autore di questa ricerca di tacere i loro nomi, di non permettere a “loro” di risalire ai superstiti».
La recensione – ritenuta da Numa «diffamatoria» – riporta poi «l’attacco più pesante»:
«il caso della giovane Giuseppina Ghersi, seviziata e uccisa da ignoti insieme al cognato malavitoso il 26 aprile 1945. Se la descrizione stessa dei fatti suggerisce l’azione di balordi a scopo estortivo, per Numa gli ignoti si trasformano poche righe dopo in “partigiani”. La cronaca fornita è contraddittoria: in un primo tempo il luogo della morte è una via cittadina, nella pagina successiva diventa il cimitero di Zinola. A tale vaghezza si aggiunge la circostanza, corroborata da una testimonianza altrettanto imprecisata di “una parente”, che la ragazza fosse stata arrestata e rasata come collaborazionista il giorno precedente alla morte».
Il racconto di Numa sembra dunque allontanarsi dall’esposto del padre, e contenere elementi presenti anche nella «testimonianza» di Murialdo apparsa nel 2008.
Ricordiamo che gli esposti dei genitori di Giuseppina, datati 1949, non facevano alcun riferimento a una violenza sessuale subita dalla figlia.
A evocare lo stupro è il solito Murialdo, che nel 2008 scrive di avere immaginato la violenza sessuale ascoltando la zia di Giuseppina, quella che presuntamente l’avrebbe vista poco prima che morisse. Ecco le parole della zia, con commento di Murialdo tra parentesi.
«Era ridotta in uno stato pietoso; mi disse di aver subìto ogni sorta di violenza... (a questo punto tacque per pudore su tante nefandezze che la decenza lascia solo intuire).»
Può sembrare assurdo, eppure questa vaga frase tra parentesi è quanto di più vicino a una testimonianza sullo stupro di Giuseppina che siamo riusciti a trovare.
La sorte della ragazza sarebbe terribile e tragica anche senza la violenza sessuale, e la condotta dei suoi aguzzini sarebbe comunque criminale. Ma proprio per questo è importante capire in quale periodo e in base a quali dati si è aggiunto lo stupro alla narrazione. Stupro ormai divenuto centrale nella descrizione della passione e morte di Giuseppina, che oggi è la «bambina stuprata» quasi per antonomasia.
{ N.B. Lo stupro per mano “rossa” è una sorta di trademark fascista. Una donna uccisa da partigiani deve anche essere stata stuprata (o impalata). Anche quando nei referti e nei primi resoconti la violenza sessuale è assente, verrà aggiunta in seguito attraverso testimonianze posticce riferite da parenti della vittima, ma ancora più spesso da persone estranee che dicono di aver parlato con i parenti.)
L’immaginario revanscista si nutre ossessivamente di stupri e infanticidi attingendo da un inesauribile serbatoio di voci, rimesse in circolo alla bisogna e trasformate in notizie che «dall’oggi al domani si ritrovano in prima pagina o al telegiornale della sera», come analizzato dal politologo Jacques Semelin (cfr. Purificare e distruggere. Usi politici dei massacri e dei genocidi, Einaudi, 2006).
La versione di Numa è il sasso nello stagno, e genera il primo cerchio. Viene ripresa qualche anno dopo da Giampaolo Pansa, che la ripropone ne Il sangue dei vinti (2003) e poi di nuovo ne La destra siamo noi (2015).
Pansa definisce Numa «giornalista coraggioso» per aver denunciato ne La stagione del sangue i «crimini dei partigiani». In entrambi i libri dedica alla Ghersi solo poche righe, dove racconta il pestaggio e l’uccisione della tredicenne. Ne Il sangue dei vinti il passaggio è questo:
«I rapitori di Giuseppina decisero subito che lei aveva fatto la spia per i fascisti o per i tedeschi. Le tagliarono i capelli a zero. Le cosparsero la testa di vernice rossa. La condussero al campo di raccolta dei fascisti a Legino, sempre nel comune di Savona. Qui la pestarono e la violentarono. Una parente che era riuscita a rintracciarla a Legino la trovò ridotta allo stremo. La ragazzina piangeva. Implorava: “Aiutatemi!, mi vogliono uccidere”. Non ci fu il tempo di salvarla perché venne presto freddata con una raffica di mitra, vicino al cimitero di Zinola. Chi ne vide il cadavere [Chi? Murialdo?, N.d.R.], lo trovò in condizioni pietose.»
Questo è il secondo cerchio, che porta per la prima volta la vicenda nel mainstream.
Nel 2003 Pansa parla già di stupro. Tornando sulla storia di Giuseppina dodici anni dopo (e ancora in questi giorni, cfr il suo “Bestiario” uscito sul quotidiano La Verità del 17/09/2017) aggiunge che «qualche partigiano la stuprò, forse non da solo».
Qualche...
Forse...
Nefandezze che la decenza lascia solo intuire...
Di grande valore culturale e politico la conclusione della ricerca di WuMing:
Fonte
Da qualche settimana è in corso una discussione, ormai trasferitasi dal livello locale a quello nazionale, sorta attorno ad una provocazione fascista.
Il presunto “caso” è noto: si tratta dell’apposizione di una targa ricordo da parte del Comune di Noli a memoria di Giuseppina Ghersi ritenuta vittima, nei giorni convulsi della Liberazione, di un vero e proprio massacro da parte di partigiani che accusavano la ragazza all’epoca tredicenne di delazione e di appartenenza alle bande repubblichine.
In realtà questo presunto “caso” viene agitato ormai da qualche anno da esponenti dell’estrema destra savonese che ogni tanto affiggono manifesti, fanno celebrare messe di suffragio, ecc, ecc.
In questa occasione il segno dell’attenzione generale è stato superato grazie al clamore mediatico sollevato dalla decisione del comune di Noli, assunta su proposta di un consigliere comunale anch’egli storico appartenente ai partiti dell’estrema destra.
Della questione, nel tempo, se ne erano occupati alcuni giornalisti redigenti testi classificabili per così dire come “revisionisti”, da Massimo Numa a Giampaolo Pansa, entrambi attingenti dai testi dell’ex-senatore missino Pisanò autore, a suo tempo, di una ampia “Storia della guerra civile in Italia”.
Il ruolo di questi testi nel deviare la ricerca sulla realtà dei fatti è risultato del tutto determinante come vedremo in seguito.
Ci siamo così trovati dentro ad un estenuante ping – pong di dichiarazioni e prese di posizione poco informate se non del tutto disinformate e si è alzato un vero e proprio polverone mediatico, deleterio per qualsivoglia tentativo di stabilire alcune minime verità storiche (fenomeno molto frequente, in verità, per quel che riguarda i fatti drammatici accaduti nel periodo tra l’8 settembre 1943 e la fase immediatamente successiva alla fine del conflitto).
Mentre va fatto notare come, nel corso degli anni, non ci si sia avvalsi dei documenti che sicuramente si trovano nell’archivio di Stato abbiamo avuto la possibilità di conoscere un contributo storiograficamente attendibile fondato su di un minuzioso lavoro di comparazione dei testi disponibili.
Una ricerca che è stata compiuta dal gruppo di lavoro intestato a “Nicoletta Bourbaki” composto da storici e ricercatori di varie discipline che si occupa di revisionismo storiografico in rete, di false notizie a tema storico e sulle ideologie neofasciste.
Il testo è stato pubblicato su GIAP, blog curato dal celebre gruppo di scrittori denominato Wu Ming (in precedenza erano Luther Blisset e sotto quella denominazione fu scritto “Q” un testo eccezionale riguardante il periodo della Riforma protestante e delle lotte sociali che ne caratterizzarono una fase).
Mi è capitato, nei giorni scorsi, di spedirne la copia integrale ad un certo numero di persone interessate alla materia a Savona e dintorni e mi scuso con loro per la ripetizione: essendo, però, il testo molto lungo e complesso ho ritenuto di sintetizzare i passaggi principali in modo da far sì che le tesi di fondo ivi sostenute potessero essere facilmente usufruite da un numero più vasto di interlocutrici e interlocutori con il solo scopo di far largo alla verità.
Il dato maggiormente evidente nella accurata ricostruzione eseguita da “Nicoletta Bourbaki” è come risaltino nei vari testi evidenti contraddizioni causate da aggiunte a documenti precedenti da parte di chi ne ha scritto in tempi recenti.
Ad esempio al riguardo del testo della denuncia sporta, al riguardo dei fatti, dal padre della Ghersi alla Procura della Repubblica nel 1949 non coincidono neppure le date. Secondo il sito “Patriottismo” settembre, secondo il blog di Nicolick (esponente dell’estrema destra, molto attivo su questo fronte e capace di scrivere persino su di un blog sospettato di connessioni con il Ku-Klux-Klan) la denuncia sarebbe stata redatta in aprile.
Diversi i testi riguardanti la descrizione dell’uccisione della Ghersi e di un’altra presunta collaborazionista, tale Teresa Delfino residente a Savona vico Crema 1/1. Se ne evince come l’affermazione riguardante il trasporto delle salme al cimitero di Zinola (un tal Stelvio Murialdo, all’epoca undicenne, a posteriori ha affermato di averne riconosciuto il cadavere) fu aggiunta, in tempi recenti, dallo stesso Nicolick nel suo blog.
Nel già citato esposto alla Procura della Repubblica Ghersi afferma chiaramente che la natura del sequestro suo e della sua famiglia non fu di natura politica ma estorsiva.
«La casa me la spogliarono di quanto tenevo soldi, oro, argento e altro [...] tutto ciò finché rivelassi dove tenevo celati oro e soldi; loro non volevano politica perché a detta faccenda non ero interessato ma oro e soldi.»
Nel racconto di Murialdo, scritto molti anni dopo (ribadiamo che non è chiaro quando, è del 2008 o precedente?), i Ghersi figurano come vittime di furto, ma sono dati per arrestati «con la cervellotica accusa di aver avuto rapporti commerciali con i nazi-fascisti». Murialdo chiede alla famiglia come mai fu uccisa Giuseppina, e riferisce la risposta: «l’accusa ufficiale era spionaggio».
Nei loro esposti, stando alle trascrizioni, né il padre né la madre di Giuseppina fanno alcun riferimento a uno stupro subito dalla figlia. Si descrive un pestaggio e si riferisce di aver saputo dell’uccisione soltanto in seguito. La madre sa riferire solo quanto era stato detto a lei e a suo marito «da fascisti poi uccisi», cioè che la figlia era stata ammazzata.
Si ricorda che nel 1951 si celebrò un processo riguardante anche il caso Ghersi (assieme a quello Biamonti) e gli imputati – per il fatto specifico – furono prosciolti. Tra di essi non figurava quel “Gatti Pino di Bergeggi” citato invece nell’esposto del 1949.
Quando entra nella narrazione lo stupro? Teniamoci in testa questa domanda, e proseguiamo.
Dagli esposti si discostano molte ricostruzioni successive che possono leggersi in rete, come questa, che contiene il seguente passaggio: «Madre e figlia – così come raccontano gli stessi Ghersi – vengono malmenate e stuprate (è il 27 aprile), mentre il padre viene costretto ad assistere [...]». I Ghersi non raccontano niente del genere.
È la stessa versione apparsa sul manifesto affisso da «La Destra» a Savona nel 2012. Chi ha aggiunto questi dettagli, e quando?
Nessuno menziona alcun tema scolastico di Giuseppina che avrebbe ricevuto l’encomio del duce, tema che in questi giorni è addirittura descritto come la causa della cattura e uccisione della ragazza; quando viene inserito nella narrazione questo elemento, e per opera di chi?
Forse per opera di Murialdo, che nella già citata «testimonianza» scrive: «La zia [di Giuseppina] azzardò un’altra ipotesi: Giuseppina aveva partecipato ad un concorso a tema per cui ricevette i complimenti dal Duce in persona; poteva essere questo, la sua condanna a morte!»
A distanza di anni, la parola «ipotesi» e i verbi «azzardò» e «poteva» sono scomparsi, e quel tema è diventato tout court il movente dell’uccisione.
Movente che sarebbe a dir poco labile, e per questo si cerca di rafforzare il collegamento mostrando una comunicazione del segretario particolare del duce. Comunicazione che però non risulta passata attraverso la scuola, ma attraverso il Gruppo Femminile Fascista Repubblicano. In essa non si menziona alcun tema scolastico, e si fa invece riferimento – molto freddamente – a una «lettera» scritta da Giuseppina. Sembra proprio una risposta a qualche supplica o dichiarazione di fedeltà al regime, sicuramente non un premio. Di lettere così ne furono spedite a migliaia.
Che ruolo hanno avuto i libri ?
Massimo Numa, come si legge in questa recensione, nel suo volume del 1991 descriveva i partigiani come ancora pericolosi e vendicativi:
«Oggi – cita la recensione – ci sono parenti di vittime che tacciono ancora, parlano di ritorsioni, di timori per i figli e i congiunti, tanto da chiedere all’autore di questa ricerca di tacere i loro nomi, di non permettere a “loro” di risalire ai superstiti».
La recensione – ritenuta da Numa «diffamatoria» – riporta poi «l’attacco più pesante»:
«il caso della giovane Giuseppina Ghersi, seviziata e uccisa da ignoti insieme al cognato malavitoso il 26 aprile 1945. Se la descrizione stessa dei fatti suggerisce l’azione di balordi a scopo estortivo, per Numa gli ignoti si trasformano poche righe dopo in “partigiani”. La cronaca fornita è contraddittoria: in un primo tempo il luogo della morte è una via cittadina, nella pagina successiva diventa il cimitero di Zinola. A tale vaghezza si aggiunge la circostanza, corroborata da una testimonianza altrettanto imprecisata di “una parente”, che la ragazza fosse stata arrestata e rasata come collaborazionista il giorno precedente alla morte».
Il racconto di Numa sembra dunque allontanarsi dall’esposto del padre, e contenere elementi presenti anche nella «testimonianza» di Murialdo apparsa nel 2008.
Ricordiamo che gli esposti dei genitori di Giuseppina, datati 1949, non facevano alcun riferimento a una violenza sessuale subita dalla figlia.
A evocare lo stupro è il solito Murialdo, che nel 2008 scrive di avere immaginato la violenza sessuale ascoltando la zia di Giuseppina, quella che presuntamente l’avrebbe vista poco prima che morisse. Ecco le parole della zia, con commento di Murialdo tra parentesi.
«Era ridotta in uno stato pietoso; mi disse di aver subìto ogni sorta di violenza... (a questo punto tacque per pudore su tante nefandezze che la decenza lascia solo intuire).»
Può sembrare assurdo, eppure questa vaga frase tra parentesi è quanto di più vicino a una testimonianza sullo stupro di Giuseppina che siamo riusciti a trovare.
La sorte della ragazza sarebbe terribile e tragica anche senza la violenza sessuale, e la condotta dei suoi aguzzini sarebbe comunque criminale. Ma proprio per questo è importante capire in quale periodo e in base a quali dati si è aggiunto lo stupro alla narrazione. Stupro ormai divenuto centrale nella descrizione della passione e morte di Giuseppina, che oggi è la «bambina stuprata» quasi per antonomasia.
{ N.B. Lo stupro per mano “rossa” è una sorta di trademark fascista. Una donna uccisa da partigiani deve anche essere stata stuprata (o impalata). Anche quando nei referti e nei primi resoconti la violenza sessuale è assente, verrà aggiunta in seguito attraverso testimonianze posticce riferite da parenti della vittima, ma ancora più spesso da persone estranee che dicono di aver parlato con i parenti.)
L’immaginario revanscista si nutre ossessivamente di stupri e infanticidi attingendo da un inesauribile serbatoio di voci, rimesse in circolo alla bisogna e trasformate in notizie che «dall’oggi al domani si ritrovano in prima pagina o al telegiornale della sera», come analizzato dal politologo Jacques Semelin (cfr. Purificare e distruggere. Usi politici dei massacri e dei genocidi, Einaudi, 2006).
La versione di Numa è il sasso nello stagno, e genera il primo cerchio. Viene ripresa qualche anno dopo da Giampaolo Pansa, che la ripropone ne Il sangue dei vinti (2003) e poi di nuovo ne La destra siamo noi (2015).
Pansa definisce Numa «giornalista coraggioso» per aver denunciato ne La stagione del sangue i «crimini dei partigiani». In entrambi i libri dedica alla Ghersi solo poche righe, dove racconta il pestaggio e l’uccisione della tredicenne. Ne Il sangue dei vinti il passaggio è questo:
«I rapitori di Giuseppina decisero subito che lei aveva fatto la spia per i fascisti o per i tedeschi. Le tagliarono i capelli a zero. Le cosparsero la testa di vernice rossa. La condussero al campo di raccolta dei fascisti a Legino, sempre nel comune di Savona. Qui la pestarono e la violentarono. Una parente che era riuscita a rintracciarla a Legino la trovò ridotta allo stremo. La ragazzina piangeva. Implorava: “Aiutatemi!, mi vogliono uccidere”. Non ci fu il tempo di salvarla perché venne presto freddata con una raffica di mitra, vicino al cimitero di Zinola. Chi ne vide il cadavere [Chi? Murialdo?, N.d.R.], lo trovò in condizioni pietose.»
Questo è il secondo cerchio, che porta per la prima volta la vicenda nel mainstream.
Nel 2003 Pansa parla già di stupro. Tornando sulla storia di Giuseppina dodici anni dopo (e ancora in questi giorni, cfr il suo “Bestiario” uscito sul quotidiano La Verità del 17/09/2017) aggiunge che «qualche partigiano la stuprò, forse non da solo».
Qualche...
Forse...
Nefandezze che la decenza lascia solo intuire...
Di grande valore culturale e politico la conclusione della ricerca di WuMing:
A colpire, di questa storia, sono l’impressionante leggerezza nell’usare le fonti, l’arbitrarietà dei collegamenti, la (voluta) vaghezza e ambiguità dei riferimenti temporali, la complessiva inattendibilità di ogni ricostruzione.”Un impegno da mantenere che deve essere esteso a tutte le organizzazioni democratiche proprio perché queste provocazioni debbono terminare ed essere collocate nella storia al posto che meritano.
Con un impegno per il futuro: E da qui si riparte.
Dall’Archivio di Stato di Savona.
L’inchiesta vera comincia adesso.
Fonte
16/05/2017
Nazisti a Pavia, con la scusa dei libri
Questi sono i risultati dell’omissione di memoria scientemente perpetrata nel corso di questi anni da una pseudo – cultura che, per motivi di immediata raccolta di consenso, non intende più distinguere nei fatti delle grandi tragedie della storia in modo da consentire una indifferenza politica.
Indifferenza politica che così si trasforma in un inaccettabile deserto morale nel quale si nascondono i germi della dissoluzione sociale e culturale che sembrano dominare il panorama di una società individualista e meschina nella quale la politica appare soltanto come un “affare di potere” o più semplicemente “un affare”, tralasciando ogni senso di possibile “appartenenza etica”.
Non basta associarci allo sdegno dell’ANPI, servono mobilitazione sociale e vigilanza democratica anche al riguardo di piccoli fatti quotidiani che possono apparire marginali ma che in realtà si muovono nella stessa direzione di questi gravissimi episodi.
Non dimenticare e non sottovalutare.
QUESTA NOTIZIA:
Pavia, libro razzista all'università. L'Anpi: "Iniziativa promossa dalla casa editrice di Freda. Mai più".
Il volume Il campo dei santi di Raspail portato al collegio Valla dal circolo di estrema destra 'Ordine Futuro Pavia'. Protesta anche l'associazione dei familiari delle vittime di piazza Fontana.
Una lettera aperta di protesta è stata mandata dall'Anpi e dall'associazione dei familiari delle vittime di piazza Fontana al rettore del collegio Lorenzo Valla e al rettore dell'Università degli Studi di Pavia dopo una presentazione del libro Il campo dei santi di Jean Raspail organizzata all'interno dell'ateneo dal circolo di estrema destra 'Ordine Futuro Pavia'. L'ennesimo episodio che testimonia come i movimenti di estrema destra stiano cercando di rialzare la testa e conquistare nuova visibilità.
Pubblicato nel 1973, ambientato negli anni ’90, il libro presentato a Pavia descrive le conseguenze, per l’autore devastanti, di un'immigrazione di massa sulla civiltà occidentale. Scrive il presidente dell'Anpi provinciale Roberto Cenati nella lettera firmata anche da Carlo Arnoldi "ciò che ci ha profondamente addolorato, oltre al taglio xenofobo e razzista del testo, è che l'iniziativa è stata promossa anche dalla casa editrice Ar fondata da Franco Freda, riconosciuto responsabile con Giovanni Ventura della strage di piazza Fontana, con sentenza della Corte di Cassazione del 2005, ma non più processabile perché precedentemente assolto in via definitiva, per insufficienza di prove".
Nella lettera di protesta rivolta al rettore si spiega che nel "catalogo di questa casa editrice comprende opere di Hitler, Mussolini e Goebbels, oltre a classici dell’antisemitismo come i Protocolli dei savi di Sion”. Anpi e associazione familiari vittime piazza Fontana chiedono all'università e al collegio "un Vostro autorevole intervento per impedire che iniziative di questo tipo, che offendono profondamente la nostra coscienza di cittadini e i sentimenti dei familiari delle vittime della terribile strage di piazza Fontana, possano svolgersi in un luogo avente come missione la formazione culturale delle giovani generazioni, la loro sensibilizzazione ai principi della legalità e della democrazia su cui si fonda la Costituzione repubblicana".
Fonte
Indifferenza politica che così si trasforma in un inaccettabile deserto morale nel quale si nascondono i germi della dissoluzione sociale e culturale che sembrano dominare il panorama di una società individualista e meschina nella quale la politica appare soltanto come un “affare di potere” o più semplicemente “un affare”, tralasciando ogni senso di possibile “appartenenza etica”.
Non basta associarci allo sdegno dell’ANPI, servono mobilitazione sociale e vigilanza democratica anche al riguardo di piccoli fatti quotidiani che possono apparire marginali ma che in realtà si muovono nella stessa direzione di questi gravissimi episodi.
Non dimenticare e non sottovalutare.
QUESTA NOTIZIA:
Pavia, libro razzista all'università. L'Anpi: "Iniziativa promossa dalla casa editrice di Freda. Mai più".
Il volume Il campo dei santi di Raspail portato al collegio Valla dal circolo di estrema destra 'Ordine Futuro Pavia'. Protesta anche l'associazione dei familiari delle vittime di piazza Fontana.
Una lettera aperta di protesta è stata mandata dall'Anpi e dall'associazione dei familiari delle vittime di piazza Fontana al rettore del collegio Lorenzo Valla e al rettore dell'Università degli Studi di Pavia dopo una presentazione del libro Il campo dei santi di Jean Raspail organizzata all'interno dell'ateneo dal circolo di estrema destra 'Ordine Futuro Pavia'. L'ennesimo episodio che testimonia come i movimenti di estrema destra stiano cercando di rialzare la testa e conquistare nuova visibilità.
Pubblicato nel 1973, ambientato negli anni ’90, il libro presentato a Pavia descrive le conseguenze, per l’autore devastanti, di un'immigrazione di massa sulla civiltà occidentale. Scrive il presidente dell'Anpi provinciale Roberto Cenati nella lettera firmata anche da Carlo Arnoldi "ciò che ci ha profondamente addolorato, oltre al taglio xenofobo e razzista del testo, è che l'iniziativa è stata promossa anche dalla casa editrice Ar fondata da Franco Freda, riconosciuto responsabile con Giovanni Ventura della strage di piazza Fontana, con sentenza della Corte di Cassazione del 2005, ma non più processabile perché precedentemente assolto in via definitiva, per insufficienza di prove".
Nella lettera di protesta rivolta al rettore si spiega che nel "catalogo di questa casa editrice comprende opere di Hitler, Mussolini e Goebbels, oltre a classici dell’antisemitismo come i Protocolli dei savi di Sion”. Anpi e associazione familiari vittime piazza Fontana chiedono all'università e al collegio "un Vostro autorevole intervento per impedire che iniziative di questo tipo, che offendono profondamente la nostra coscienza di cittadini e i sentimenti dei familiari delle vittime della terribile strage di piazza Fontana, possano svolgersi in un luogo avente come missione la formazione culturale delle giovani generazioni, la loro sensibilizzazione ai principi della legalità e della democrazia su cui si fonda la Costituzione repubblicana".
Fonte
21/04/2017
Pd e Brigata Ebraica contro il 25 aprile
Finalmente la Brigata Ebraica abbandona il corteo dell’Anpi
del 25 aprile. Dopo aver disattivato completamente ogni significato
politico della Liberazione, averne pacificato il ricordo per
riconvertirlo in una inconsistente celebrazione della
“liberaldemocrazia” contro “l’autoritarismo”, la frangia sionista della
comunità ebraica romana decide di schierarsi contro l’Anpi e la festa
antifascista. Anche il Pd dichiara la sua non partecipazione al corteo, seminando incertezza tra la popolazione.
Finalmente il 25 aprile torna ad essere, anche nella sua manifestazione
ufficiale, un appuntamento antifascista. Se l’abbandono degli evidenti
elementi contraddittori al carattere antifascista della manifestazione è
un segnale positivo, lo è meno la modalità complessiva di un 25 aprile
ridotto a stantia memorialistica, distante tanto dalle istituzioni
quanto dalle lotte reali che pure dovrebbe in qualche modo contenere
idealmente. Forse è addirittura meglio
così. Durante la Prima repubblica la festa della Liberazione ha
legittimato la presenza politica del Pci come attore protagonista delle
sorti costituzionali del paese. Le retoriche sul fronte comune
antifascista hanno si impedito la marginalizzazione politica del Partito
comunista, ma al prezzo di annacquare definitivamente i caratteri di
classe della Resistenza partigiana (o anche solo negarne il carattere di
guerra civile). Crollato il Pci e la Prima repubblica, il 25 aprile si è
ritrovato abbandonato e inutile agli scopi delle nuove forze politiche:
a che pro ricordare lo “sforzo comune” di partiti che non esistevano
più, in un mondo collassato su se stesso e di una lotta con ogni
evidenza lontana dall’attualità politica? Da appuntamento in qualche
modo “attuale” – o costantemente attualizzato dall’arco parlamentare,
escluso il Msi – il 25 aprile non ha trovato più senso politico che non
fosse quello di tramandare un ricordo dovuto. Ma la memoria o trova un
senso nella quotidianità o è destinata ad esaurire le sue energie
narrative. Oggi siamo esattamente al punto in cui la Liberazione ha
esaurito ogni forza narrativa capace di attualizzare il ricordo della
Resistenza. Peggio ancora, quel ricordo, rimasticato, digerito e
defecato dai nuovi soggetti della politica, serve come false flag della
lotta “all’autoritarismo”, che nella vulgata comune corrisponde alla
lotta contro ogni “estremismo”, e che tradotto ulteriormente significa
la lotta a qualsiasi ipotesi contraria alla liberal-democrazia
capitalista. Materialmente oggi celebrare la lotta contro il fascismo
significa – per la grande massa dell’opinione pubblica e in primo luogo
per le istituzioni di ogni livello – schierarsi per la democrazia
liberale. A che pro allora persistere nella “memoria comune” in un
“corteo ufficiale” distante anni luce non solo dalle lotte di classe, ma
incomprensibile alla maggioranza degli abitanti della sterminata
periferia (quantomeno romana)?
Il fascismo è un fenomeno storico preciso. Aver affibbiato la
qualifica di “nuovo fascismo” a qualsiasi vicenda politica non
progressiva, aver etichettato come “nuovo duce” qualsiasi improbabile
personaggio politico, può aver funzionato politicamente nell’immediato
ma reso ha incomprensibile il fenomeno storico nel medio-lungo periodo. Ci
ritroviamo così oggi a replicare costantemente, fosse anche
implicitamente, il paradigma storico-politico del “fronte antifascista”
in assenza di fascismo e in assenza di forze popolari schierate su
opposti versanti di classe (come il Pci e la Dc) ma comunque capaci di
organizzare concretamente vastissimi settori sociali. Sull’altare della
lotta ai “nuovi fascismi” – di volta in volta identificati con Renzi,
Trump, Berlusconi, la Brexit, Grillo o chissà cos’altro – per molti anni
la sinistra ha tenuto in vita un’intelligenza col nemico che ne ha
determinato la sua crisi storica e la sua conseguente scomparsa dalla
scena politica. Se, insomma, in nome della lotta al fascismo il
proletariato poteva accettare (e lo “accettò” molto difficilmente, al
prezzo di scontri intestini e pagando un prezzo salatissimo) la Dc al
governo, oggi questa resa politica non fa più presa. Ecco perché il
tentativo anacronistico delle “sinistre” di riattivare quel paradigma
non funziona più. Perché allora reiterare la necessità di un momento
comune con quelle forze politiche che fanno parte a pieno titolo dei
principali problemi per le classi subalterne del paese? E’ anche per
questo che o il 25 aprile torna ad essere una festa di parte o sarà
destinata inesorabilmente alla scomparsa. La memoria è importante se
serve ai propri bisogni politici, altrimenti è memorialistica. La stessa
che riguarda d’altronde il 14 luglio francese: nessuno dei politici
francesi che oggi lo commemorano sarebbe rimasto vivo sotto i colpi
fatali della ghigliottina robespierriana, ma tutti fanno finta di
celebrarne il ricordo solamente perché ormai talmente pacificato da
essere sinonimo di “democrazia liberale”. Democrazia liberale i
montagnardi rivoluzionari? Ma figuriamoci, ma tant’è, anche per la Presa
della Bastiglia vale il discorso fatto sul 25 aprile: disattivato il
senso politico storico dell’evento, questo è ormai sovrapposto alle
laudi della liberaldemocrazia contro “l’autoritarismo”. Ma se questo
andava bene nel mondo della guerra fredda (e, ribadiamo: non è pacifico
che sia così), oggi non trova più alcun senso: perché insistere in un
antifascismo “comune” o “trasversale”?
Dunque, ha ancora senso celebrare la Liberazione nelle forme unitarie
e istituzionali seguendo la tradizione? Non è facile rispondere alla
domanda, perché se da un lato vale il ragionamento appena fatto,
dall’altro rimane comunque necessario mantenere un vincolo istituzionale
a quella data e a quell’evento. Perché, sebbene disattivata e
pacificata, perimetra un campo (ormai però quasi completamente
sbrindellato) fuori dal quale non ci dovrebbe essere legittimità
istituzionale, e quindi democratica, almeno verso il
neofascismo. Si dirà che questo fatto non è dato una volta per tutte
dalla difesa istituzionale della legittimità antifascista, ed è
sicuramente vero. Ma ci sembra altrettanto vero che allontanare le
istituzioni da quel vincolo rischia di legittimare anche ufficialmente
quel neofascismo verso il quale dovrebbe persistere una esclusione
democratica dalla normale agibilità politica. La democrazia antifascista
sarà pure una pappa informe fatta di “valori condivisi” e “memoria
comune”, ma sempre meglio della democrazia a-fascista.
Non se ne esce facilmente. Il Pd abbandona il 25 aprile, e menomale.
Ma con la scomparsa degli ultimi partigiani sarà l’Anpi stessa a non
trovare più fondamento istituzionale, spingendo tutto il quadro politico
all’abbandono di quel legame che pure c’era tra democrazia formale e
antifascismo. Per quanto ormai forse inutile, per quanto deleteria certa
memorialistica, la rottura formale del vincolo antifascista sarà un
passaggio nuovo per una Repubblica nonostante tutto “nata dalla
Resistenza”. L’a-fascismo della nuova democrazia a quel punto metterà
sullo stesso piano, senza nessuna delle remore che ancora oggi
flebilmente permangono, i movimenti antagonisti e i gruppi neofascisti. E
a contare non saranno altro che i nudi rapporti di forza, cioè i
numeri. Come evidente da qualche anno in Francia con il protagonismo del
Front National, non è detto che questi saranno sempre(?) dalla nostra parte. Anzi.
12/02/2017
Genova antifascista in piazza, la polizia protegge i fasci
Ieri, più di un migliaio di cittadini genovesi hanno fatto quel che si deve fare: contestare un convegno nazista in una città che si è liberata da sola nel 1945 e che nel luglio 1960 ha impedito il convegno missino durante la parentesi inquietante del Governo Tambroni. Per una settimana i fascisti hanno tenuto in scacco l'intera città cercando vari posti per fare un convegno per poi ripiegare nella loro sede. Fin dal giorno prima la questura aveva costruito una zona rossa allertando centinaia di poliziotti a difesa di Forza Nuova.
La risposta della città non si è fatta attendere. Il corteo è stato chiamato dall'ANPI e ha ricevuto molte adesioni anche da parte di quei partiti – come il PD – le cui politiche cittadine antioperaie sono l'alimento della feccia fascista.
Nonostante questo, in piazza c'erano soprattutto lavoratori e ragazzi dei quartieri, che hanno impedito che la manifestazione si trasformasse in una marchetta pre elettorale per il centrosinistra. Davanti a un gigantesco schieramento antisommossa ci sono state alcune piccole scaramucce quando i compagni si sono presi la testa del corteo.
Genova ha quindi risposto da par suo all'ennesima provocazione dei fascisti che non hanno nessuna agibilità nella nostra città. Il corteo ha anche dimostrato di essere autonomo e le bandiere dei partiti di centrosinistra (che in questi giorni sono impegnati a far passare la privatizzazione dell'azienda dei rifiuti nonostante le resistenze dei lavoratori) sono ben presto sparite quando hanno capito che i presenti non erano precisamente i loro militanti.
Rimane il fatto che, ancora una volta, lo Stato non ha mosso un dito per fermare i fascisti e ha impedito ai manifestanti di raggiungere la sede dei fascisti che hanno scortato a destinazione.
Se, nonostante la ribellione di una intera città e le prese di posizione diffuse di questi giorni, lo Stato non è in grado di impedire una provocazione di questo tipo forse significa che il problema del fascismo in questo paese va molto al di là della sparuta delegazione di Forza Nuova che opera a Genova.
Fonte
La risposta della città non si è fatta attendere. Il corteo è stato chiamato dall'ANPI e ha ricevuto molte adesioni anche da parte di quei partiti – come il PD – le cui politiche cittadine antioperaie sono l'alimento della feccia fascista.
Nonostante questo, in piazza c'erano soprattutto lavoratori e ragazzi dei quartieri, che hanno impedito che la manifestazione si trasformasse in una marchetta pre elettorale per il centrosinistra. Davanti a un gigantesco schieramento antisommossa ci sono state alcune piccole scaramucce quando i compagni si sono presi la testa del corteo.
Genova ha quindi risposto da par suo all'ennesima provocazione dei fascisti che non hanno nessuna agibilità nella nostra città. Il corteo ha anche dimostrato di essere autonomo e le bandiere dei partiti di centrosinistra (che in questi giorni sono impegnati a far passare la privatizzazione dell'azienda dei rifiuti nonostante le resistenze dei lavoratori) sono ben presto sparite quando hanno capito che i presenti non erano precisamente i loro militanti.
Rimane il fatto che, ancora una volta, lo Stato non ha mosso un dito per fermare i fascisti e ha impedito ai manifestanti di raggiungere la sede dei fascisti che hanno scortato a destinazione.
Se, nonostante la ribellione di una intera città e le prese di posizione diffuse di questi giorni, lo Stato non è in grado di impedire una provocazione di questo tipo forse significa che il problema del fascismo in questo paese va molto al di là della sparuta delegazione di Forza Nuova che opera a Genova.
Fonte
06/11/2016
23/10/2016
L’Italia renziana si astiene sulla risoluzione ONU contro la glorificazione del nazi-fascismo
L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato lo scorso 22 novembre una mozione presentata dalla Russia che condanna i tentativi di glorificazione dell'ideologia del nazismo e la conseguente negazione dei crimini di guerra commessi dalla Germania nazista.
La Risoluzione esprime "profonda preoccupazione per la glorificazione in qualsiasi forma del movimento nazista, neo-nazista e degli ex membri dell'organizzazione "Waffen SS", anche attraverso la costruzione di monumenti e memoriali e l'organizzazione di manifestazioni pubbliche".
Il documento rileva anche l'aumento del numero di attacchi razzisti in tutto il mondo.
Una iniziativa giusta, si dirà, visti i continui rigurgiti fascisti e nazisti ai quali si assiste sempre più spesso in diversi quadranti del mondo.
E invece no. Perché solo 115 dei Paesi rappresentati alle Nazioni Unite hanno votato a favore della mozione, mentre in passato il numero dei sì era stato assai più consistente, ad esempio 130 due anni fa. Incredibilmente ben 55 delegati, tra i quali il Governo italiano, si sono astenuti e 3 rappresentanti – quelli degli Stati Uniti, Canada e Ucraina – hanno addirittura votato contro.
La Vicepresidente nazionale dell'ANPI, Carla Nespolo ha inviato il seguente comunicato stampa, condiviso dall'ANPI Provinciale di Alessandria.
"L'astensione del Governo Italiano sulla risoluzione dell'ONU, approvata a maggioranza, che sancisce il rifiuto del neonazismo nel mondo e respinge "ogni forma di negazione dei crimini nazisti", è un atto grave e inaccettabile.
L'Italia è il Paese in cui la Resistenza al fascismo e al nazismo è stata tra le più forti ed estese d'Europa.
La Costituzione Italiana è, per specifica decisione dei Padri Costituenti, una Costituzione Antifascista.
Tanti partigiani, tanti giovani e tante donne, hanno lottato, sofferto e in molti casi hanno lasciato la vita, per sconfiggere nazismo e fascismo.
Vergognosa è l'astensione dell'Italia!
Il fatto che tanti altri Paesi Europei si siano astenuti, rappresenta una svolta pericolosa e regressiva nella stessa politica estera europea, ma non giustifica in alcun modo la scelta del Governo Italiano che ancora una volta ha rinunciato ad un ruolo di protagonista in Europa.
La decisione degli Stati Uniti d'America, del Canada e dell'Ucraina, di votare contro tale risoluzione, se mai, dimostra un'inaccettabile subalternità europea ed italiana, alla volontà americana.
Nè vale a giustificare tale scelta, il fatto che tale risoluzione sia stata proposta dalla Russia.
Tra l'altro si tratta di un documento molto simile ad altri, presentati nel 2011e nel 2012, e sempre votati all'unanimità o quasi, dall'Assemblea dell'ONU.
Persino Israele, Paese notoriamente amico degli Stati Uniti, ha votato a favore del rifiuto dell'ideologia fascista e nazista.
L'Italia si è astenuta! E questo è inaccettabile e deplorevole.
L'ANPI eleva alta e forte la propria voce, contro tale voto, che umilia la nostra storia democratica e offende la Resistenza, i suoi protagonisti e i suoi valori."
Fonte
24/08/2016
Referendum: lettera aperta all’Anpi ed al Presidente Smuraglia
Cari compagni,
come potete facilmente indovinare, sono dalla vostra parte, senza alcuna riserva, nella polemica che vi oppone al Pd e sento il dovere di dirlo apertamente. Ma non vi scrivo solo di questo: siamo
in un momento decisivo per le sorti della nostra democrazia e le scelte
che ciascuno di noi farà peseranno per molto tempo sul tipo di paese
che verrà fuori da tutto questo. E, quindi, conviene esser franchi ed
andare alla sostanza dei problemi.
Spero non ve la prendiate se inizio da
un rilievo critico: nella generosissima battaglia dell’Anpi in difesa
della Costituzione repubblicana, si avverte, però, una reticenza che
riguarda il giudizio sul Pd. Si esita a dire una cosa che è sotto gli
occhi di tutti: che il Pd è un partito di destra, dunque non è un possibile alleato, ma un nemico da battere.
Certo: lo so anche io che nella sua base
ci sono migliaia di militanti di sinistra che, in perfetta buona fede
pensano (si illudono) di militare ancora in un partito di sinistra, ma
ogni giorno la realtà li smentisce duramente.
L’abolizione dell’art 18, il jobs act,
l’appiattimento sugli Usa nelle avventure mediorientali, la “riforma”
della “buona scuola” ed ora questa riforma di evidente marca gelliana
della Costituzione, cosa sono? Sono forse politiche di sinistra?
L’insofferenza nei riguardi dell’Anpi, per non dire della rudezza di toni usati con la Cgil,
non vengono dal nulla, sono il riflesso epidermico della mutazione
genetica di quel che fu il Pci nell’attuale partito di destra. Una
mutazione generica di cui Renzi è solo il precipitato finale, ma non
l’intero processo. La scelta risale al 1989 con lo sciagurato appoggio
alla riforma maggioritaria del sistema elettorale, punto di partenza
dell’attacco ad una Costituzione che aveva nel sistema proporzionale la
sua principale garanzia. Poi è venuto tutto il resto, dall’ormai
dimenticato “pacchetto Treu” che dava avvio alla demolizione del diritto
del lavoro prodotto dalle lotte degli anni settanta alla disastrosa
politica fiscale di Monti – entusiasticamente appoggiata dal Pd di
Bersani – che ha precipitato il paese in una stagnazione dalla quale non
ci stiamo risollevando.
Certo, ripeto, ci sono moltissimi
militanti ed elettori che hanno ingoiato tutto nell’illusione che
fossero i necessari ripiegamenti tattici pera andare o restare al
governo, le inevitabili concessioni ad un tempo ostile, superato il
quale, il partito riprenderà sicuramente la sua ispirazione originaria. Illusioni dettate forse dal sentimento o forse da un’intima codardia di
fronte ad una situazione che, al contrario, richiede molto coraggio per
intraprendere strade radicalmente nuove. Il Pd è un partito che si regge
su questo inganno, le sue fortune si basato sulla consistente quota di
elettori di sinistra che abboccano a questo amo.
Non denunciare la natura di
destra del Pd, il non chiamare le cose con il loro nome, serve solo a
mantenere questo inganno di cui si finisce per diventare complici.
E qui c’è un addebito da fare all’Anpi:
troppo tardi vi siete decisi a separare il vostro cammino da quello del
Pd (anzi, è stato più il Pd a separare il suo cammino dal vostro e a
farlo nel modo rozzo che è gli è proprio); a troppi appuntamenti l’Anpi è
mancata, dal referendum contro il proporzionale del 1993 in poi. Ma
c’era la giustificazione di una trasformazione non ancora ultimata, la
speranza di una inversione di marcia. Ora questo alibi non c’è più ed il
Pd si manifesta in pieno nel suo definitivo approdo politico che lo
colloca a destra di Forza Italia, che mai osato di tentare quello che
Renzi ha fatto.
L’Anpi ha, con l’Arci e la Cgil, la
massima concentrazione di militanti che, magari non hanno più in tasca
la tessera di un partito, ma non hanno rinunciato, per questo, a
battersi per i valori che hanno sempre ispirato la sinistra, ma ha una
autorevolezza particolare che gli viene dalla sua storia.
Spetta dunque all’Anpi prendere
l’iniziativa di promuovere un rassemblement del popolo di sinistra oggi
disperso fra le più diverse collocazioni elettorali. La
battaglia per la difesa della Costituzione non finirà il 28 novembre,
continuerà qualunque sia l’esito del referendum. L’Anpi potrebbe essere
il punto di riferimento intorno a cui raccogliersi per proseguire, ma
questo richiede chiarezza di posizioni e decisione politica nel rompere
definitivamente con chi non ha più nulla da spartire con la sinistra e
con la memoria della Resistenza.
L’Anpi deve scegliere se essere
l’inutile celebratore del 25 aprile e delle varie ricorrenze rituali, o
essere un soggetto politico vivo che si batte ancora oggi per i valori
della Resistenza.
22/08/2016
ANPI , Pd , referendum
La Resistenza italiana, inserita nel contesto della Resistenza Europea, è stata animata da un moto di popolo che ha contrastato ribellandosi l’invasione nazi – fascista tra il 1943 e il 1945. I partiti politici, costituitisi in CLN, hanno diretto la Resistenza organizzando formazioni militari ad essi legate. I comunisti furono egemoni nelle Brigate d’assalto Garibaldi che pure comprendevano anche partigiani di matrice socialista e laica (questi presenti pure nelle formazioni di Giustizia e Libertà collegate con il Partito d’Azione). L’ANPI che nasce nell’immediato dopoguerra come espressione unitaria del movimento resistenziale si è successivamente scissa a seguito delle vicende legate alla guerra fredda e allo svilupparsi del sistema politico italiano negli ultimi anni ’40 trasformandosi sostanzialmente nell’espressione dei partigiani garibaldini. Esisteva quindi un legame ideologico e politico con i partiti di sinistra e, prevalentemente, con il PCI nella linea del collateralismo (si pensi anche al concetto di “cinghia di trasmissione”). Questo meccanismo si è modificato nel tempo ed ha evidentemente concluso la sua funzione quando il PCI ha esaurito la propria presenza all’interno del sistema politico italiano così come si cerca sinteticamente di spiegare nel testo.
*****
La posizione assunta dall’ANPI nel merito del NO nel referendum confermativo sulle deformazioni costituzionali ha assunto un grande rilievo mediatico a causa della assolutamente spropositata reazione da parte della maggioranza del PD e, in particolare, da parte del “giglio magico” renziano che si è sentito, evidentemente, toccato sul vivo.
Si è partiti dalle scomuniche pronunciate dal ministro Boschi (erede di una famiglia esponente di Banca Etruria, l’istituto di credito di cui era “cliente” Licio Gelli) che ha voluto distinguere tra “partigiani veri” e altri (evidentemente falsi), proseguendo fino alle polemiche di queste ore sugli spazi riguardanti la partecipazione dell’ANPI alle Feste dell’Unità.
A parte l’usurpazione da parte del PD della testata del giornale che fu “organo del Partito Comunista Italiano” e della relativa insegna riguardante le feste (che all’inizio si denominavano “Settembrata”: la prima a Mariano Comense nel 1945) si ravvedono nodi politici molto complessi da sciogliere.
Il primo riguarda l’assoluto equivoco riguardante l’appartenenza del PD alla sinistra e al filone per così dire “ereditario” del PCI.
Non esiste, se non nella propaganda di destra a suo tempo ben alimentata da Berlusconi, alcun PCI – PDS – DS – PD.
Il nodo per la gran parte dell’ANPI è proprio quello del rapporto con la storia originale e specifica del PCI.
Deve essere smentito un primo dato: la storia del PCI chiude ben prima di Rimini 1991, nel corso del confronto politico tra il SI e il No (ancora una volta il Si e il No fatali nella storia politica d’Italia).
La storia politica del PCI si chiude senza eredi alla fine di settembre del 1990 col convegno di Arco nel corso del quale il gruppo dirigente della mozione del NO (presenti altri esponenti dell’area comunista italiana dal Manifesto a Democrazia Proletaria) si divise, non tanto sul tema dei contenuti (tutti a parole parvero riconoscersi nella relazione svolta da Lucio Magri “Il nome delle cose”) ma essenzialmente sulla prospettiva organizzativa attraverso il confronto tra la posizione “scissionista” di Cossutta e Garavini, e quella dello “stare nel gorgo” portata avanti da Ingrao.
Ne sortì una specie di “inanità politica” e soprattutto di distacco verticale non tanto verso la base ma verso il concetto stesso di radicamento nella rappresentanza e di pedagogia politica che avevano contraddistinto peculiarmente la vita del “partito nuovo” togliattiano e successive modificazioni (nonostante passaggi difficili anche di rottura avvenuti nel tempo, dall’indimenticabile ’56 alla questione del Manifesto).
Fu quello il punto di rottura del PCI e non ci furono eredi di alcun tipo: si proseguì in una sorta di colossale equivoco.
Un equivoco che nessuno ha avuto il coraggio di affrontare fino in fondo: forse paradossalmente l’unico elemento di eredità vera lasciato dall’antico PCI è stato quello di una delle sue parti peggiori quello del tatticismo della “doppiezza”. “Doppiezza” che pure nella visione togliattiana, ben corroborata teoricamente dalle note gramsciane su Machiavelli, disponeva di una sua profondità politica nel legarsi alla necessità della legittimazione nazionale del partito, ma che nei suoi successori aveva assunto soltanto l’aspetto dell’espediente e come tale fu utilizzata anche nel momento dello scioglimento del Partito, del quale fu contrabbandata una improbabile “trasformazione”. In realtà la caduta del Muro c’entrava ben poco, prevaleva la paura della sottrazione del potere e l’idea di aver trovato una scorciatoia utile per arrivare all’agognato “governo”.
Rifondazione Comunista ha terminato presto il suo percorso politico trasformandosi in un drammatico impasto tra movimentismo e governativismo in particolare originando l’esistenza di un ceto politico locale legato a opzioni di potere di profilo almeno mediocre.
Il PDS – DS sorto sulla base della convinzione che si sarebbe realizzato “lo sblocco del sistema politico” asserzione dalla quale è originata (in questo sì che si ritrova una continuità con il SI alla Bolognina) la cosiddetta “vocazione maggioritaria”, ha continuato a usare una certa simbologia attinta dal passato semplicemente per ragioni di esercizio del potere laddove questo era stato esercitato con continuità anche nel passato: non a caso, per tornare all’attualità, le maggiori reazioni all’interno dell’ANPI arrivano dall’Emilia Romagna e dalla Toscana dove esisteva un vero e proprio sistema di potere che, esclusivamente sotto quest’aspetto, è parzialmente transitato dal PCI al PDS, poi DS e – ancor più parzialmente nel PD.
Sì aprì in quel momento un evidentemente ancora irrisolto problema riguardante il collateralismo relativo alla CGIL (per la quale era stato attuato per decenni un rapporto basato sul concetto di “cinghia di trasmissione” che valeva sia per la componente comunista, sia per quella socialista) e la serie di associazioni che consentivano, con la loro organizzazione, al PCI di essere presente in tutti i gangli della società italiana. Un sistema di collateralismo che, in parallelo all’organicità di relazione con il partito di determinati settori dell’intellettualità, dell’informazione, dell’economia cooperativa, del mondo bancario come nel caso dell’MPS e delle assicurazioni, ha composto una galassia della quale è necessario, con il massimo dell’onestà intellettuale, riconoscere il parziale permanere almeno nelle regioni nelle quali il PD ha mantenuto un forte potere (niente a che vedere, ovviamente, con il concetto gramsciano di egemonia proprio perché fondato su di un mix di potere economico, clientelismo, indirizzo di risorse pubbliche attraverso gli Enti Locali).
Un rapporto di collateralismo di cui l’ANPI ha fatto per decenni oggettivamente parte, e che ha composto un pezzo non secondario di quel “puzzle” dell’equivoco che si sta cercando di analizzare nella sua realtà.
La memoria della Resistenza è sempre stata fattore di identità per la parte più avanzata e progressista del Paese (ben al di là delle strumentali accuse rivolte ai comunisti di volerla acquisire “in toto”) e, in questo, si è realizzata proprio quella “continuità dell’equivoco” che oggi viene allo scoperto rivelando l’esistenza di una drammatica frattura culturale e politica.
Pigrizia intellettuale derivante dallo smarrimento dei connotati ideali e convenienze elettorali hanno alimentato nel tempo questo equivoco gigantesco fino a quando ci si è accorti che un partito a vocazione maggioritaria non poteva che essere un partito contendibile.
L’equivoco restò possibile anche nella prima fase della colpevole e sciagurata scelta delle primarie.
Primarie che parevano destinate soltanto a suffragare l’esito voluto dalle proposte elaborate dal gruppo dirigente e, in una fase di smarrimento della realtà organizzativa, a contrabbandare un presunto disegno di allargamento della partecipazione democratica (nel frattempo tutti facevano finta di non accorgersi che la vera partecipazione democratica scendeva precipitosamente di peso, in coincidenza con una caduta verticale nei numeri delle espressioni di voto).
Invece le primarie (con buona pace di chi le ha utilizzate e praticate pensando a uno strumento di “sinistra”, com’è capitato ai Sindaci cosiddetti “arancioni”) hanno rappresentato il veicolo attraverso il quale cordate di avventuristi improvvisatori hanno accortamente scalato ciò che rimaneva di un partito improvvisamente fusosi con i residui del correntismo democristiano (ben provvisto di pericolose ramificazioni periferiche di potere).
Si è così arrivati alla “resistibile ascesa” di Renzi e all’attacco diretto alla Costituzione Repubblicana quale corollario indispensabile al mutamento d’asse complessivo del nostro sistema politico in senso autoritario personalistico in linea con la torsione antidemocratica sviluppatasi in ambito internazionale a partire dall’affermarsi del reaganian-tachterismo e della prevalenza del tecnicismo economico sulla politica.
Il vero punto di continuità attuato dal “Giglio Magico” renziano è stato, nello specifico della vicenda italiana, con l’operazione demolitrice della democrazia avviata con il referendum Segni – Occhetto del 1993 e con il successivo avvento di Berlusconi e della destra, con il “capolavoro” della doppia alleanza nelle elezioni del 1994.
In precedenza si era già realizzata l’adesione al trattato di Maastricht: altra scelta sbagliata così come è stata acriticamente compiuta e attuata, gravida di conseguenze negative.
Il resto è stato tutto in discesa: la soluzione di continuità con la storia del PCI si è ben vista, nel corso del ventennio nel quale si è comunque realizzata, è bene ricordarlo, l’alternanza al governo.
L’alternanza al governo non ha però significato un dato di alternanza al potere.
Il potere “vero” in questo Paese e in rapporto con l’Europa è rimasto ben saldo nella disponibilità del consociativismo ex-CAF che ha sempre accomunato i centri del potere di questo paese, in particolare quelli finanziari in rapporto con l’Europa dei banchieri, la cui ispirazione politica è stata rappresentata dal documento di Rinascita Nazionale elaborato dalla P2 nel 1975, del quale si trovano consistenti elementi nell’idea di struttura istituzionale che presiede alle deformazioni costituzionali oggetto del prossimo referendum confermativo.
Ed è con questo tipo di potere che ha dovuto faticosamente mediare lo schieramento di centrosinistra una volta arrivato al governo (1996, Prodi – D’Alema – Amato; 2006, Prodi): una mediazione al ribasso che ha causato un cedimento di terreno avvenuto nel quadro di una situazione internazionale agita in funzione, dopo il dissolvimento dell’URSS, della sola superpotenza “gendarme del mondo” e delle reazioni a questo fenomeno che ha generato, guerre, terrorismo, impoverimento globale.
Gli esponenti di storia ex PCI rimasti nel PD, al di là di deplorevoli e immorali episodi di trasformismo soggettivo che pure ci sono stati, hanno portato avanti opzioni che nulla avevano a che fare con le storiche ragioni politiche dalle quali provenivano per ragioni anagrafiche: a testimonianza di questa affermazione di totale discontinuità stanno tentativi di riforme costituzionali fondate sul semipresidenzialismo, il sostegno a leggi elettorali maggioritarie, la partecipazione ai bombardamenti della NATO, le sciagurate privatizzazioni dei principali soggetti economici di utilità pubblica (energia elettrica, telefonia, autostrade, ferrovie, servizi pubblici essenziali attraverso gli Enti Locali), l’adozione di un modello di presunto “federalismo” nel rapporto tra Stato centrale e sistema delle autonomie locali adottato aderendo sostanzialmente a modelli pseudo – culturali basati su arroccamenti identitari mai esistiti (riti celtici, ampolle con l’acqua del Po', Padania) e modificando in questo addirittura la Costituzione, modificando ancora il rapporto tra i cittadini e la pubblica amministrazione rendendo questa ancor più inaccessibile e lontana dalle vere esigenze di base.
Adesso che i nodi vengono al pettine e che si propone la fuoriuscita anche formale dal sistema di democrazia Parlamentare voluto dalla Costituzione Repubblicana sinceri democratici hanno (finalmente) avvertito il pericolo ormai ben più che incombente.
Nel referendum (del quale non si conosce ancora la data di svolgimento) è in gioco la forma stessa dello Stato democratico, pur nell’accettazione della sua versione sostanzialmente liberale.
La stragrande maggioranza dell’ANPI ha saputo riconoscere, sia pure in ritardo, la realtà della posta in gioco e si è opportunamente schierata per il NO alle deformazioni proposte.
Insistere però nel contestare al PD un’appartenenza politica di affinità con un certo tipo di storia legata alla sinistra e al movimento operaio italiano, risulta alla fine costituire un dato dannoso per la necessaria identità di un NO che appartenga per intero a questa storia (considerato anche che di NO ce ne saranno di parecchi tipi, soprattutto legati a opportunistiche convenienze legate al momento politico).
Il PD è totalmente fuori da questa storia, anzi ne rappresenta l’esatto contrario nel senso di un pericoloso trasformismo.
Il PD e queste “Feste dell’Unità”, questo schieramento del “SI”, non c’entrano proprio nulla con il mantenimento della memoria della Resistenza Italiana e lo sviluppo possibile della democrazia repubblicana ed esprimono nella loro azione politica e organizzativa l’impasto di arrivismo e avventurismo che contraddistinguono pericolosamente questa fase della storia d’Italia.
Sicuramente il PD nell’esprimere questo impasto di arrivismo e avventurismo non è da solo all’interno del sistema politico italiano: basta guardarsi attorno con attenzione.
Fonte
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