Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/01/2024

Il mattatoio di Gaza scuote le coscienze, soprattutto dei giovani

Sempre di più qualcosa si muove. Persino lì dove sembrerebbe impossibile. Tipo le cerimonie ufficiali, alla presenza di “autorità” che portano la responsabilità di esser complici consapevoli con i criminali al governo a Tel Aviv.

Due giorni fa, a Brescia, alla presenza tra gli altri del Commissario europeo nonché ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, si inaugurava l’anno accademico all’Università. È stata data ad un certo punto la parola a Mattia Rebessi, uno studente coordinatore dell’Udu. Un’organizzazione che non passa certo come esempio di “estremismo”.

E questo è stato il suo intervento, che potete ascoltare.



Per maggiore chiarezza gli è stato chiesto di spiegare il suo gesto, ed ha scritto le brevi considerazioni che potete ora legge qui sotto.

Qualcosa si muove. L’umanità non può tacere né tanto meno essere soffocata.

*****

I tempi che corrono sono di tale crisi, che abbiamo ritenuto di dover fare un discorso abbastanza forte da scuotere un po’ gli animi.

Direi che ci siamo riusciti.

Il nostro discorso dell’inaugurazione dell’anno accademico era volto a far sentire visti e uditi i nostri compagni e le nostre compagne, anche quelli che non possono più studiare perché le loro università sono state bombardate.

In parte anche la componente docente lo ha apprezzato, in particolare quella femminile, perché abbiamo toccato argomenti che troppo poco vengono dibattuti nella politica nazionale: parlare apertamente di patriarcato su un palco del genere era una necessità.

Il discorso che abbiamo pensato, soprattutto per quanto riguarda i temi della Palestina ad esempio, va a toccare quello che chiunque con un minimo di conoscenza di coscienza umana sente come una verità, cioè che è inaccettabile la morte di 25.000 Civili di 10.000 bambini; l’ampia maggioranza delle donne è delle colleghe vive col peso di subire discriminazioni e molestie per il solo fatto di essere donna; tutti si stanno rendendo conto dell’emergenza climatica, passiamo da estate di piena siccità a periodi di alluvionali da inverni senza freddo, senza neve e senza pioggia.

Volevamo che tutti si rendessero conto in quell’aula che il malessere che i giovani stanno provando è reale e legato a cause ben tangibili che vanno affrontate, e che non siamo più disposti a sottostare ad accondiscendenza e paternalismo.

Mattia Rebessi - coordinatore di Studenti Per – UdU Brescia

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02/04/2023

Italia in affanno sul PNRR

A quanto pare solo il 6% dei finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è stato speso e solamente l’1% dei progetti è stato completato. È uno scenario decisamente severo quello emerso dallo studio condotto dall’Osservatorio PNRR di The European House – Ambrosetti, presentato alla 34esima edizione del Workshop “Lo Scenario dell’Economia e della Finanza” in corso a Cernobbio.

L’indagine dello Studio Ambrosetti è iniziata nell’aprile 2021 ed è proseguita con l’obiettivo di monitorare, a due anni dall’avvio, l’implementazione del Piano, l’andamento degli investimenti e valutare l’impatto del PNRR sulla riduzione delle disuguaglianze.

A Cernobbio, dove sono stati resi noti i dati non certo lusinghieri per il governo, era presente anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il quale ha balbettato che “si sta valutando un provvedimento per migliorare l’organizzazione della struttura della Pubblica Amministrazione per il PNRR".

“L’attuazione del PNRR è la priorità del governo” – ha affermato Giorgetti – anche se “concordo sulla necessità di effettuare un’analisi che consenta di avere un quadro preciso sulla realizzabilità complessiva degli interventi previsti per migliorare, quanto possibile, gli aspetti più problematici e nel caso rivedere i piani iniziali“.

Secondo Giorgetti rispetto all’impostazione iniziale del PNRR c’è stato lo scoppio di una guerra nel cuore dell’Europa con le conseguenze che ne sono derivate. “E se proprio vogliamo trovare una causa della difficoltà di implementazione del PNRR – ha detto Giorgetti – dobbiamo trovarlo semplicemente nello stress a cui abbiamo sottoposto la struttura burocratica della pubblica amministrazione che probabilmente non era e non è all’altezza di sostenere questo tipo di choc di domanda.

A dare un po’ di “guazza” al governo sul PNRR è intervenuto anche il Commissario dell’Ue all’Economia, Paolo Gentiloni, il quale si è detto ottimista ed ha riconosciuto al governo Meloni “buona volontà”. La Commissione, ha sottolineato Gentiloni, prenderà decisioni “mi auguro, senza difficoltà tenendo conto che la stragrande maggioranza degli obiettivi sono già raggiunti e poi ci vuole l’approvazione finale“.

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19/04/2022

Dove vuole andare il PD

La linea politica del governo Draghi, sposata senza remore da Letta, fu anticipata il 27 febbraio da Gentiloni, che, intervistato da Claudio Tito per Repubblica, disse:

“In questa situazione l’Ue come fa a uscirne migliorata?”

“L’ambizione di avere più Europa viene alimentata dalle crisi. Come è accaduto durante il Covid. Ora si possono fare passi avanti sulla Difesa e sull’Energia. Questo conflitto è una ‘sveglia’. Ci dice che dobbiamo essere più autonomi. E possiamo farlo, adesso che in America c’è Biden, senza correre il rischio di far apparire i nostri sforzi come una frattura del fronte transatlantico”.

Il fatto che le ottimistiche previsioni di protagonismo diplomatico e compattezza politica comunitaria non si siano affatto verificate non è il punto, dal momento che sono affermazioni quasi di prammatica in bocca a un commissario europeo, qual è Paolo Gentiloni.

È la seconda parte della risposta, cioè quel “adesso che in America c’è Biden” che è di notevole importanza. Nel ribadire la sudditanza di Bruxelles alle scelte di Washington, Gentiloni introduce l’idea della leadership di Biden sulla Ue.

Infatti, qualche settimana dopo, Biden fu invitato a partecipare alla riunione della Commissione, il più importante organo della Ue, secondo solo al Consiglio, i membri più importanti del quale il presidente Usa aveva comunque incontrato in sede di G7, e poi Nato, lo stesso giorno.

L’altro aspetto importante della risposta di Gentiloni a Tito riguarda indirettamente il nuovo ruolo che il PD ha assunto nella politica italiana in conseguenza della guerra in Ucraina. Gentiloni ha anticipato le dichiarazioni ufficialo poi rese da Enrico Letta.

Vale a dire che il PD non vuole più avere solo lo stesso nome e cognome del partito democratico americano, ma anche gli stessi valori, lo stesso ruolo, la stessa collocazione nell’establishment.

Il PD di Letta vuole assumere anche lo stesso linguaggio del democratic party di Biden, sia sul terreno della politica interna, che in quella internazionale.

Portando a termine il lungo viaggio al centro del potere cominciato da Veltroni con la famigerata “vocazione maggioritaria”, Enrico Letta sta attrezzando il PD – oggi, secondo i sondaggi, per un pelo partito di maggioranza relativa – alle non più così lontane elezioni politiche.

Le conseguenze sociali, economiche e politiche – nonché istituzionali – di questo inesorabile spostamento del PD si faranno sentire molto più forti di quanto non appaia oggi, che la cortina fumogena bellicista ancora copre agli occhi dei più.

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28/06/2021

“Non c’è trippa per gatti”, dice la UE

L’ansia dell’establishment italo-europeo per il prossimo futuro è ben sintetizzato, oggi, da due interviste diverse che appaiono contemporaneamente sul foglio ufficiale del potere: Repubblica, quotidiano della famiglia Agnelli e quindi certo non classificabile come “sinistra”.

La principale vede protagonista Paolo Gentiloni, ex presidente del consiglio dopo il crack referendario di Matteo Renzi nel 2016 ed ora commissario europeo alle questioni economiche.

Cuore del ragionamento è ovviamente il PNRR, ossia il “piano” italiano per ottenere e spendere i fondi del Recovery Fund. Su questo “piano” esistono diverse narrazioni fantastiche, tutte accomunate – alcune per cattiva intenzione, altre per clamorosa ingenuità – dal dipingere quelle cifre come “libere da vincoli”, ma da spendere con accortezza e razionalità.

In qualche caso si arriva ad illudersi che ci sia un margine di elasticità che potrebbe portare a un utilizzo almeno parziale dei fondi che in qualche modo “coleranno” dal governo alle amministrazioni locali.

Il nostro consiglio resta sempre lo stesso: leggetevi il “piano”, così potrete verificare di persona che questa ipotesi non esiste.

Anzi, mr Draghi stesso, in quel testo, ha tenuto a chiarire le procedure del controllo: “Il Governo ha predisposto uno schema di governance del Piano che prevede una struttura di coordinamento centrale presso il Ministero dell’economia. Questa struttura supervisiona l’attuazione del Piano ed è responsabile dell’invio delle richieste di pagamento alla Commissione europea, invio che è subordinato al raggiungimento degli obiettivi previsti. Accanto a questa struttura di coordinamento, agiscono strutture di valutazione e di controllo.

Le amministrazioni sono invece responsabili dei singoli investimenti e delle singole riforme e inviano i loro rendiconti alla struttura di coordinamento centrale.

Il Governo costituirà anche delle task force locali che possano aiutare le amministrazioni territoriali a migliorare la loro capacità di investimento e a semplificare le procedure.”


Anche perché, come “contratto” firmato con l’Unione Europea, ogni singola rata dei fondi europei sarà erogata in base alla realizzazione o meno delle fasi previste da un cronoprogramma abbastanza rigido, entro cui dovranno essere realizzate 58 riforme (dalla giustizia civile alla struttura fiscale, dalle privatizzazioni ulteriori ai tagli di spesa sociale, ecc.) e 132 progetti di investimento già definiti e concordati.

Spazio per cambiare verso a questa governance: zero.

Una rigidità così esagerata, dichiaratamente antipopolare in molte delle “riforme” ormai ai nastri di partenza, può provocare ovviamente tensioni sociali di una certa rilevanza.

E i primi segnali si sono avuti con lo sciopero unitario della logistica, con le manifestazioni prima e dopo l’omicidio del sindacalista Adil, i pestaggi di lavoratori con bodyguard reclutati direttamente dalle aziende, le tre giornate di conflitto genovese ad opera dei lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano.

Lo sblocco dei licenziamenti, con le centinaia di migliaia di neo-disoccupati che annuncia, potrebbe facilmente moltiplicare questi fenomeni e interrompere la “luna di miele” mai sbocciata tra popolazione lavoratrice (o disoccupata) e governo Draghi, nonostante ci siano dentro tutti i partiti (anche la Meloni, cui è stata assegnata la funzione di “opposizione della corona”).

Perciò Gentiloni parte subito con una menzogna facile da scoprire, ma la dice lo stesso: “Il Recovery arriva al momento giusto. La ripresa è in atto. L’ottimismo è giustificato. L’Unione Europea avrà almeno per i prossimi due anni una crescita economica tra il 4 e il 5 per cento. È una cosa senza precedenti”.

Le previsioni di crescita sono effettivamente quelle, ma arrivano dopo un crollo – nel 2020 – vicino al 10%. E quel crollo è certo, perché già avvenuto. Dunque, se le previsioni più ottimistiche si avvereranno, si riuscirà al massimo a ritornare ai livelli di Pil pre-pandemia. Ossia a una crescita zero sull’arco di tre anni.

Perché, però, Gentiloni scopre così chiaramente il fianco? Semplice: “È l’insieme della classe dirigente che deve essere consapevole di quanto sia ambiziosa l’operazione. Anche in Parlamento. Ci vuole una unità fuori dal comune tra forze politiche, sociali, enti locali. Dobbiamo scalare una vetta, non nuotare su un mare di soldi europei. Vale per noi e per gli altri”.

Unità vuol dire in questo caso mancanza di contrapposizioni e di conflitto sociale (l’invito è rivolto a partiti, sindacati e Regioni, con queste ultime pronte ad esibire il peggio di sé durante la pandemia, con “delibere” ad capocchiam pensate solo per assicurare massima visibilità ai “governatori”).

Anche perché molte delle “riforme” andranno a incidere nella carne viva della maggioranza della popolazioni. E infatti: «molto dipende da noi italiani, tutti ci stanno a guardare. Abbiamo il debito più alto».

Insomma: se nel corpo sociale va sobbollendo e crescerà il malessere (è aumentata la povertà, sia relativa che assoluta, sono crollati i consumi, si è perso già quasi un milione di posti di lavoro, soprattutto precari e femminili), diventa decisivo che nessuno gli dia sponda politica e/o sindacale.

Altrimenti quel “piano” che Draghi vuole e deve realizzare non potrà diventare realtà nei tempi previsti dall’Unione Europea (che mantiene comunque i cordoni della borsa).

Il discorso gentiloniano non fa una grinza. E lascia intendere che, in mancanza di quella “unità”, ci potrebbe essere instabilità e, per impedirla, ricorso a misure di contenimento decisamente fuori dal comune. Repressive, ovviamente...

Lo schema contrattato con l’Unione Europea, ripetiamo, è molto rigido e non modificabile. «L’ok della Commissione è il risultato di quattro mesi di dialogo. Migliaia di pagine sono state scambiate. Sono stati compiuti lunghi tratti di strada per arrivare a questo obiettivo. In Italia si è iniziato a dicembre per arrivare al traguardo».

Già con Conte, insomma, che però dava meno garanzie di “autorevolezza” a livello internazionale, vista la sua troppo recente ascesa e soprattutto l’imprinting “populista” delle elezioni del 2018.

Meglio, molto meglio, un uomo dell’establishment occidentale, un protagonista fin dai tempi del Britannia, sperimentato in Goldman Sachs, Banca d’Italia e BCE. Uno così, certo, non dovrà contrattare con ogni singola corrente partitica il “quanto” concedere per l’ok al “piano”.

Ma neanche Draghi ha una vera libertà d’azione rispetto alla UE, spiega Gentiloni.

«La natura di questo programma consiste nel fatto che la Commissione ha stretto un patto con i 27 Paesi. L’Italia da sola percepirà un terzo di tutti i sussidi e prestiti. È un patto consensuale, ma vincolante. È legato a centinaia di obiettivi e scadenze. Le erogazioni quest’anno saranno il 13 per cento del totale. Nel 2022, invece, l’Italia riceverà 50 miliardi. Quasi un quarto dell’intero ammontare di finanziamenti. Ma, appunto, i soldi non sono una imprevista fortuna. Sono legati al raggiungimento di obiettivi e scadenze di questo patto vincolante».

Il problema è tutto lì. Se i soldi non fossero “vincolati” si potrebbe legittimamente fantasticare sul come spenderli, sia nelle truppe di palazzo che dal fronte dell’opposizione sociale e politica più radicale. Ma così non è.

E qui arriva la seconda iniziativa di Repubblica, che chiama Enrico Letta a recitare la solita parte della “sinistra unita al centro” per “non consegnare il paese alle destre“.

L’occasione è fornita dalla crisi verticale dei Cinque Stelle, in pieno scontro tra l’antica leadership “visionaria” di Grillo e la deriva neo-democristiana di Conte e Di Maio.

Inutile, però, dover star qui a ricordare quanto poco sia credibile questa finta contrapposizione quando – oltretutto – si sta insieme alle destre al governo, sotto la sferza di Mario Draghi e della UE.

Quindi niente chiacchiere: se si vuole cambiare il corso degli eventi, nei prossimi quattro o cinque anni, ci sarà bisogno di un fronte conflittuale ampio, ma soprattutto popolo in campo. Con bisogni veri, rivendicazioni chiare, organizzazione sociale e politica all’altezza della sfida. Non pasticci di sigle abborracciate alla bell’e meglio.
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07/06/2021

La Commissione Europea annuncia il ritorno dell’austerità

Da ormai qualche settimana, è tutto un profluvio di ottimismo ed entusiasmo per la ripresa economica italiana, sparso a piene mani da membri del Governo e istituzioni internazionali. Nonostante la realtà che ci circonda dica esattamente il contrario, nonostante l’incombente cancellazione del blocco dei licenziamenti sia destinata a far esplodere il numero di persone che perderanno il lavoro, i principali mezzi di comunicazione provano a dipingere una realtà alternativa. Mentre però l’attenzione pubblica è catturata dalla propaganda, le istituzioni europee lanciano segnali inequivocabili su quella che sarà la gestione delle finanze pubbliche nel post-pandemia: esattamente la stessa di prima, con il ritorno a spron battuto di una rigida applicazione del progetto politico dell’austerità.

Basta leggere, d’altronde, alcune recenti dichiarazioni di Paolo Gentiloni, il commissario europeo all’economia. L’occasione è fornita dalla conferenza stampa sul Semestre Europeo (sì, quel Semestre Europeo, l’elenco dei compiti a casa da fare per avere accesso al cosiddetto Recovery Fund).

Ma cosa ha dichiarato, quindi, la Commissione Europea per bocca di Gentiloni?

A prima vista, le parole dell’ex Presidente del Consiglio italiano dovrebbero suonare rassicuranti. Gentiloni ha, come prima cosa, confermato che il Patto di Stabilità è sospeso fino al 2022. Il Patto di Stabilità (e le sue successive evoluzioni) rappresenta lo strumento che meglio esprime la disciplina di bilancio prevista dai trattati europei, imponendo un limite artificioso alla spesa pubblica che, per sua natura, penalizza le classi meno abbienti, quelle che maggiormente beneficiano dei servizi pubblici. In altre parole, si restringe fortemente la possibilità per un Paese di ricorrere al debito pubblico, ossia a quello strumento di politica economica che consente di spendere risorse – per sostenere i redditi e lo stato sociale – senza dover mettere le mani in tasca ai lavoratori.

Quando è scoppiata l’emergenza sanitaria, l’Unione Europea ha deciso di ‘sospendere’ il Patto di Stabilità, attraverso l’attivazione della cosiddetta clausola di salvaguardia. Sospendere il Patto di Stabilità significa che, per un certo periodo, l’Europa permette ai singoli Stati di non rispettare i parametri economici e finanziari (uno su tutti, il pareggio di bilancio), lasciando così la possibilità di sostenere l’economia tramite la leva della spesa pubblica in un momento di grave crisi. In altri termini, di fronte a questa emergenza gli Stati hanno potuto ‘spendere a debito’, al contrario di quanto invece non possono fare, in ossequio alle regole europee, in tempi normali.

Di nuovo, una semplice osservazione della realtà è più che sufficiente per capire come questa flessibilità concessa dalle istituzioni europee sia stata del tutto insufficiente per lenire le ferite della pandemia. Ciò non impedisce però alla Commissione, per bocca di Gentiloni, di lanciare un monito severo: i tempi della flessibilità stanno per finire e il Patto di Stabilità tornerà in vigore dal 2023.

Contestualmente, la Commissione inizia già a mettere in guardia i Paesi che hanno un debito pubblico elevato, Italia in primis, ribadendo che occorre fin da ora rimettersi sui binari dell’austerità, evitando di programmare spese eccessive che, per l’appunto, possano compromettere l’obiettivo del pareggio nei prossimi anni. Le parole sono inequivocabili: “bisogna fare attenzione alla spesa corrente e alle spese che possano costituire un peso permanente oltre l’orizzonte temporale del 2023. Dire che non bisogna ritirare il sostegno troppo presto non significa non tenere conto dei livelli di spesa corrente che possano costituire un peso permanente”. Passata la festa, gabbato lo santo. Il ritorno del Patto di stabilità e della disciplina di bilancio significa, infatti, che dovremo rinunciare a salari, pensioni, istruzione, sanità e stato sociale in misura sempre crescente, già a partire dal futuro immediato.

D’altronde, era già tutto scritto nel Recovery Fund

La disciplina di bilancio che ci aspetta, e che Gentiloni annuncia oggi, sarà peraltro peggiore di quella sperimentata in passato, per via dei particolari vincoli che il Recovery Fund porta con sé. Assistiamo, infatti, a un salto di qualità nella somministrazione dell’austerità. Tra le varie condizioni che i Paesi sono chiamati a rispettare per ricevere le tranche di aiuti europei c’è, infatti, l’impegno a correggere i ‘disavanzi eccessivi’.

Tra i regolamenti attuativi del Recovery viene specificato che “La Commissione presenta al Consiglio una proposta di sospensione totale o parziale degli impegni o dei pagamenti qualora il Consiglio, ... decida che uno Stato membro non ha adottato misure efficaci per correggere il disavanzo eccessivo”. Questo significa, oltre ogni ragionevole dubbio, che i soldi del Recovery Fund saranno concessi solo in cambio di misure di austerità, ovvero “misure efficaci per correggere il disavanzo eccessivo”, nel linguaggio che tanto piace ai tecnici. Ricordiamoci che le risorse del Recovery Fund arriveranno nel corso di sei anni: non appena saremo fuori dalla fase emergenziale, verrà ripristinato in pieno il controllo dei conti pubblici. Ogni euro gentilmente concesso all’Italia ci impedirà di spenderne 10, 20, 100 in disavanzo necessari per affrontare seriamente la crisi. È il ricatto della condizionalità: le istituzioni europee vincolano con i loro aiuti l’operato dei governi nazionali per realizzare un disegno politico, l’austerità, che mira ad abbattere anche gli ultimi residui di stato sociale presenti nel nostro Paese.

Nel frattempo, in Italia

Il Governo Draghi non ha perso tempo, dal giorno del suo insediamento, con un susseguirsi di misure antipopolari, culminate nel recente Decreto Semplificazioni. In questo quadro, il Recovery Fund e le condizioni capestro per accedervi rappresentano il rientro dalla porta principale del ‘ce lo chiede l’Europa’, per preparare una nuova stagione di misure draconiane di tagli e sacrifici. Il governo Draghi è il veicolo a cui è demandata oggi l’attuazione di questo progetto politico, ma lo strumento più potente e a più lunga gittata è il Recovery Fund, la cui condizionalità ci lega mani e piedi e peserà ben oltre la fine della presente legislatura.

Se lasciamo fare al nemico, usciremo dalla pandemia più poveri, mentre pochi privilegiati avranno trovato la maniera di vedere aumentare i loro profitti anche nel pieno della tempesta.

Non resta allora che lavorare in una sola possibile direzione: quella della liberazione da ogni vincolo esterno che limiti l’intervento dello Stato nell’economia e della riappropriazione di tutti quegli strumenti necessari per promuovere gli interessi della stragrande maggioranza del Paese rappresentata dalle classi subalterne.

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06/12/2020

I tempi dei Gentiloni

Illustri studiosi della Bibbia vedono nella conclusione dei Tempi dei Gentili l’inizio della fine, l’avvio dell’ultima fase terrena prima dell’Armageddon e del ripristino del Regno di Dio. Negli ultimi giorni, ascoltando le dichiarazioni del Commissario Europeo Paolo Gentiloni, potremmo essere portati a pensare che ci apprestiamo, con le dovute accortezze, ad un passaggio simile. Gentiloni ha infatti messo in guardia l’Italia dall’elevato debito pubblico, criticando l’eccessiva generosità della prossima Legge di bilancio. Ascoltando Gentiloni, potremmo pensare che l’inizio della fine sia oramai giunto. Come vedremo, le sue dichiarazioni non delineano nessuno spartiacque essenziale, ma si ascrivono perfettamente alla lunga lista di regole del gioco, quelle dell’assetto politico ed istituzionale dell’Unione Europea, in cui ormai viviamo da anni. A ben vedere, la fine è iniziata quando l’Italia si è legata mani e piedi alle regole classiste europee.

Ma riavvolgiamo il nastro e torniamo al marzo scorso, nelle settimane più buie della pandemia, nei primi giorni del lockdown. Assistemmo, in quei momenti concitati, ad un’infinita serie di proclami che sembravano farci credere come per gli Stati membri dell’Unione Europea fosse giunto davvero il momento di mettere la mano al portafoglio, iniettando nel sistema miliardi di risorse per tamponare gli effetti drammatici della pandemia e delle misure adottate per contenerne la diffusione. In quei giorni, il debito pubblico sembrava non rappresentare più un problema nemmeno per i più sodali rappresentanti del pensiero economico dominante e del liberismo più oltranzista. Il leitmotiv era grossomodo il seguente: siamo di fronte ad una situazione di emergenza, le attività chiudono, le persone perdono il lavoro, occorre fare tutto il possibile per frenare gli effetti sanguinosi della pandemia sul reddito e sull’occupazione. Tradotto, occorre che l’attore pubblico faccia tutto il necessario per arginare le conseguenze della più grande recessione in tempo di pace. Al coro degli interventisti si iscrissero in molti: apparentemente, anche l’insospettabile Unione Europea, che aveva sempre dato prova di tenere la barra dritta sull’austerità, introdusse la sospensione (attenzione, non si è mai osato parlare di cancellazione) del Patto di Stabilità, sollevando facili entusiasmi in coloro i quali vedevano all’orizzonte una nuova stagione di prosperità. Gli europeisti convinti si spellavano le mani, vedendo l’occasione migliore per riformare questa Europa, perché un’altra Europa sembrava possibile.

Tutto ciò subodorava di pura propaganda. Il celebratissimo Recovery Fund, nella migliore delle ipotesi, partirà a metà 2021, e sarà subordinato all’accettazione di condizioni stringenti – per giunta, l’erogazione dei fondi sarà sotto il ricatto dei Paesi del nord Europa. Il cappio del MES, qualche miliardo fresco di conio in cambio di misure lacrime e sangue, era e rimane una proposta tutt’altro che allettante. Gli interventi messi in campo dal Governo si stanno rivelando largamente insufficienti. Davanti a noi, la cruda realtà: i recenti dati OCSE indicano che chiuderemo il 2020 con una contrazione del PIL del 9,1%, e che il rimbalzo del prossimo anno sarà più moderato di quanto precedentemente previsto (4,3% e non 5,4%). In tutto ciò, le fila dei disoccupati si allungano (disoccupazione prevista all’11% nel 2021, contro il 9,4% di inizio 2020), la povertà dilaga e la concentrazione della ricchezza aumenta. Qualora servisse ribadirlo, il sistema sanitario è al collasso, per via della lunga stagione dei tagli e dei risibili sforzi fatti quest’anno. Un affresco, questo, che dovrebbe necessariamente portarci a pensare che se davvero vogliamo uscire da questa crisi occorre fare di più in termini di spesa e investimenti pubblici.

Ed eccoci giunti alle dichiarazioni di Gentiloni, il ‘volto buono’ della Commissione Europea. Davanti ad una timida Legge di Bilancio che prevede solo 18 miliardi di spese aggiuntive (rispetto all’anno in corso secondo la legislazione vigente), il Commissario non si è perso in fronzoli, e ha invitato l’Italia a mettere i conti in ordine nei prossimi anni. Nelle sue parole, “Non si può non considerare l’importanza di far calare il debito nel medio termine… i Paesi che hanno un debito alto devono porsi il problema di avere politiche prudenti per porre il debito in un percorso discendente”. Detto in altri termini, se quest’anno si è lasciato correre sul deficit, non potrà essere così per gli anni a venire. Il Patto di Stabilità e tutte le sue implicazioni in materia di austerità, l’unica veste dell’Unione Europea, stanno per tornare a riappropriarsi della scena: tra tre anni, torneranno i tagli, anche nel comparto sanitario.

Se facessimo, tuttavia, qualche piccolo passo indietro, e tornassimo per un attimo al contenuto dell’ultima NADEF, ci accorgeremmo che le ultime dichiarazioni di Gentiloni non rappresentano nessuna novità, nessun inizio della fine del periodo di grazia. I numeri della NADEF sono infatti fin troppo cristallini, e ci indicano che il Governo si è già portato avanti coi compiti a casa: ben prima delle parole di Gentiloni, è stato messo nero su bianco che nel giro di un triennio si tornerà a politiche di avanzo primario, procedendo in modo quasi naturale nel sentiero dell’austerità fiscale. A ben vedere, si tratta di un tracciato, quello dell’austerità, da cui non si è mai deviato, nemmeno di fronte all’emergenza: i disavanzi primari del periodo 2020-2022 sono e saranno nell’essenziale legati al crollo delle entrate fiscali dovuto alla crisi, e non a scelte discontinue in merito al livello di spesa pubblica. Si è deciso di attenersi, anche in questa fase emergenziale e negli anni che verranno, alla ben definita strada delle regole del gioco europee. Regole che non rispondono a nessuna logica tecnica, vincoli e tetti di spesa che non sono dettati dal caso o dall’errore, ma che rispondono a precise volontà politiche e di classe. Teniamolo a mente quando l’emergenza sanitaria sarà passata ma i suoi effetti drammatici dal punto di vista economico e sociale continueranno a protrarsi. 

Ecco che i Tempi dei Gentili non sono finiti per bocca del Commissario di turno, non esistono, e non sono mai esistiti nell’era dell’integrazione europea. Gentiloni ci sta solo ricordando il normale funzionamento dell’Unione Europea, l’unica che esiste e l’unica possibile: non ci sono pasti gratis, non c’è alcun modo di perseguire la strada della piena occupazione e della lotta alla disuguaglianza. Anche durante il periodo più feroce della pandemia, l’Unione Europea ha concesso meno del minimo indispensabile, e nella logica della sua costruzione anche queste briciole rappresentano uno sgarro che si può tollerare solo per pochi mesi: passata (si spera) la pandemia, si potrà tranquillamente tornare all’ormai endemica disoccupazione a due cifre. E nemmeno di fronte ad una sciagura che ha stravolto le nostre vite, che ha portato migliaia di morti e che ha messo sul lastrico milioni di persone, il Governo ha tentato di deviare dal vicolo cieco dell’austerità di matrice europea, quel vicolo cieco che scientemente causa miseria, precarietà e disoccupazione.

Fonte

13/10/2020

Il fantasma del Recovery Fund

Quant’è drogata la discussione pubblica? Possiamo prendere ad esempio il Recovey Fund, o Next Generation Ue, come preferirebbero chiamarlo gli ideologi di Bruxelles (“perché così sembra pensato per i gggiovani”).

Se ne parla come di una manna dal cielo a costo zero, che adesso arriva adesso arriva...

Le cose non stanno proprio così, e abbiamo provato a spiegarlo già qualche settimana fa, aiutandoci con le analisi di chi dentro quella proposta del Consiglio Europeo – perché fin qui solo di una “proposta” si tratta – ci aveva messo molta attenzione.

Ora, a grande distanza di tempo, anche La Stampa si è accorta che non si poteva continuare a dare per certa questa pioggia di soldi da qui a poche settimane, e dunque ha ufficializzato che se ne riparlerà, se tutto va bene, a metà 2021.

Bisogna infatti ricordare che il lungo percorso per la creazione e approvazione di quel fondo è partito malissimo, con un scontro interno tra Parlamento Europeo e Consiglio Europeo (il vertice di capi di stato e di governo che ha avanzato la proposta). E tra gli ostacoli principali c’è, inoltre, l’approvazione da parte di tutti e 27 i parlamenti dei membri Ue: difficile che non ci siano “distinguo”, obiezioni, contrarietà che possono mettere in discussione tutto o far naufragare un piano comunque irto di “condizionalità” quanto il Mes.

Una sola cosa pareva quasi certa: l’erogazione del 10% dei fondi (per l’Italia equivalente a circa 20 miliardi) entro il 2020. Ossigeno, anche se poco, per finanze pubbliche sotto stress.

Nemmeno questo è vero e la conferma è arrivata dalla massima autorità possibile in materia, ossia dal Commissario Europeo agli affari economici, altrimenti noto come Paolo Gentiloni, ex premier di un governo Pd.

Parlando davanti alla feroce platea di Assolombarda – la filiale lombarda di Confindustria, che ha espresso il presidente Carlo Bonomi, nota per essere l’estrema destra del padronato italiano – Gentiloni ha precisato che “la prima tranche di 20 miliardi di euro si vedrà nel primo semestre 2021”.

Quello che accadrà dopo è nelle mani del signore, perché il Recovery Fund “arriverà e va preso seriamente: è una cosa straordinaria e non va utilizzato come una sorta di aiuto per le nostre cose ordinarie, come una specie di finanziaria rafforzata, queste risorse sono straordinarie per affrontare in maniera lungimirante i problemi che negli ultimi 20 anni non siamo stati capaci di affrontare“.

Come si dovrebbe ormai sapere, infatti, la Commissione vaglierà la “congruità” dei piani nazionali rispetto alle indicazioni fornite dalla Ue. Ogni progetto dovrà essere approvato, altrimenti niente soldi (soldi che, comunque, sono prestiti che lo Stato dovrà ripagare anche se i finanziamenti europei non dovessero arrivare).

Con queste premesse, si capisce che si preferisca parlare di fuffa anziché della realtà.

Il problema, come sempre, è che prima o poi la realtà si presenta. E non fa sconti.

Fonte

10/02/2020

La crisi alle porte, tra Sanremo e gli Oscar...

La crisi globale sta tornando con forza a preoccupare i centri decisionali che tengono sotto controllo le infinite variabili dell’economia. Per questo, probabilmente si parla tanto di “conseguenze economiche globali del coronavirus”, predisponendo un possibile capro espiatorio per il botto alle porte.

I segnali sono ormai numerosi: la crisi politica tedesca ne è forse l’espressione più evidente (pochi minuti fa Annegret Kramp-Karrenbauer, leader Cdu della cancelliera Angela Merkel, considerata la sua erede naturale, ha annunciato che non correrà alle elezioni federali del prossimo anno e ha deciso anche di lasciare al più presto la presidenza della Cdu), ma mente coscientemente chi ne volesse dare la colpa solo all’avanzata della destra neonazista e ai tentativi di “conciliazione” fatti in Turingia dalla stessa Cdu (e dai “liberal-liberisti” della Fdp).

Come sempre, infatti, una crisi politica segue una crisi economica e sociale. E la Germania è da anni “il vero malato d’Europa”, anche se si difende affondando i partner anziché cambiando qualcosa nel proprio modello.

Un segnale ancora più esplicito, ma conosciuto solo agli addetti ai lavori, arriva dai vertici della Commissione Europea, fin qui salda nelle proprie inspiegabili “convinzioni” sulla necessità di curare la crisi con massicce dosi di austerità (in macroeconomia si dice che si tratta di una politica “pro-ciclica”, che aggrava una situazione negativa con scelte suicide).

Pochi giorni fa il vice presidente esecutivo europeo Valdis Dombrovskis (un fisico, di formazione, che non si capisce per quale miracolo politico sia stato inchiodato alla poltrona di “commissario all’economia”), presentando la revisione della “governance economica” dell’Ue, si è lasciato andare a considerazioni impensabili fino a qualche settimana fa (e ancora “impensate” per gli opinion maker italici, da Cottarelli a Boeri, da Massimo Giannini a Mario Monti, ecc).

“Le nostre regole si sono evolute considerevolmente da quando sono state stabilite per la prima volta e hanno prodotto risultati positivi. Tuttavia, oggi sono percepite come troppo complesse e difficili da comunicare. Per questo motivo, non vediamo l’ora di discutere apertamente ciò che ha funzionato, ciò che non ha funzionato e come creare consenso per la razionalizzazione di tali regole e renderle ancora più efficaci”.

Già quando si comincia a distinguere tra decisioni “efficaci” e la loro “percezione” si ammette implicitamente che quelle misure sono odiate, e per motivi molto fondati. Ma fin qui, magari, si potrebbe anche far finta di nulla, perché è ovvio che una politica economica non possa sortire effetti uguali per tutte le classi sociali: per alcune saranno un vantaggio, per altre no. Ma chi se ne frega...

Il problema cambia – e radicalmente – quando quelle misure cominciano a dimostrarsi non solo “odiose”, ma soprattutto inefficaci. Insomma: sbagliate.

È stato il neo-commissario agli affari economici, Paolo Gentiloni, nella stessa occasione, ad ammetterlo: “è necessario avviare politiche di bilancio anticicliche, dati i crescenti vincoli che la Banca Centrale Europea deve affrontare. La complessità delle nostre regole rende più difficile spiegare ai nostri cittadini cosa sta dicendo ‘Bruxelles’, e questo è qualcosa che nessuno di noi dovrebbe accettare”.

Politiche di bilancio anticicliche, secondo la logica, sono le politiche opposte a quelle seguite fin qui.

Ma vi pare possibile che gli ordoliberisti al comando dell’Unione Europea possano riconoscere di non averci mai capito una mazza – come il povero Calenda ha dovuto ammettere – e quindi convertirsi al pensiero keynesiano? Ossia a mettere in cantiere investimenti pubblici, aumento dei salari, maggiore occupazione anche se “improduttiva” in termini di profitto (la cura del territorio non sarà mai oggetto di “investimenti privati”), più welfare, istruzione, ecc?

No. Certamente.

E infatti ancora una volta Dombrovskis cancella immediatamente la mezza proposta di “politiche anticicliche” tornando al vecchio e mortale tran tran “europeista”: “le regole fiscali europee condivise sono essenziali per la stabilità delle nostre economie e dell’area euro. Garantire la stabilità finanziaria è una condizione preliminare per la crescita economica e la creazione di nuovi posti di lavoro. Tale regolamentazione è fondamentale anche per creare fiducia tra gli Stati membri, essenziale per ulteriori progressi sull’approfondimento dell’Unione economica e monetaria”.

Se mantieni le stesse regole che ti stanno portando al disastro non puoi pensare di evitare il disastro. Soprattutto, non puoi vendere questa sciocchezza come un “aiuto” a ottenere risultati opposti. Ossia, con Gentiloni: “le politiche economiche in Europa devono affrontare le sfide di oggi, nuove rispetto a quelle di un decennio fa. La stabilità rimane un obiettivo chiave ma è altrettanto urgente sostenere la crescita e, in particolare, mobilitare gli investimenti necessari per affrontare il cambiamento climatico”.

Delle due l’una: o la stabilità o la crescita.

Per un quadro più dettagliato dello stato di confusione in cui versano i vertici europei consigliamo la lettura dell’ottimo Guido Salerno Aletta, ancora una volta molto preciso nel suo editoriale su Milano Finanza.

Buona lettura. Altrimenti affidatevi a Repubblica, Corriere e Tg vari. Saprete tutto su Sanremo e i migliori look della cerimonia dell’Oscar, vivendo spensierati nella sala da ballo del Titanic...

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L’euro, nel vaso di Pandora

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Sono i numeri che inducono alla preoccupazione, ma nessuno sembra curarsene: l’economia italiana viene giù piatta, silenziosamente. L’ultimo trimestre del 2019 ha registrato un calo dello 0,3% congiunturale ed un rotondo zero di variazione tendenziale. Il 2019 si è chiuso a +0,2% mentre il 2020 è iniziato con un trascinamento negativo del -0,2%.

Non siamo praticamente mai usciti dalla crisi: il pil reale del 2019 è stato inferiore ancora di 54 miliardi di euro rispetto a quello del 2008. Il pil reale perduto da allora, se almeno avessimo mantenuto quel livello, ammonta alla astronomica cifra di 952 miliardi di euro.

Nel frattempo il debito pubblico è cresciuto di 686 miliardi di euro, passando dal 102% al 133% del pil, nonostante l’economia reale ne abbia finanziato il pagamento di interessi per 226 miliardi. Ci si indebita solo per finanziare la quota residua di oneri.

Anche il riequilibrio dei conti con l’estero, in attivo strutturale crescente dal 2013, non ha comportato alcun beneficio concreto, perché questo risparmio importato dall’estero non è stato investito nell’economia reale.

Tutta la politica di bilancio di questi anni si arrabatta intorno al disinnesco delle clausole di salvaguardia dell’Iva. Il pareggio strutturale cui si tende, che comporta un completo assorbimento fiscale dell’onere per interessi dell’ordine di almeno tre punti e mezzo di pil, ci porterebbe al collasso definitivo.

Le manovre fiscali che ci vengono imposte, dai Trattati e dai Mercati, sono tanto feroci quanto scioccamente recessive.

Il peggio potrebbe ancora venire. Già a settembre scorso, il rallentamento delle economie mondiali aveva avuto un riflesso negativo sul nostro export: su base annua, le variazioni più rilevanti riguardavano Stati Uniti (-10,5%), Spagna (-10,8%), Germania (-4,5%), Regno Unito (-8,7%) e Cina (-15,5%).

Un certo miglioramento, ma subdolo, è stato registrato sul fronte del lavoro: a dicembre scorso, rispetto ad un anno prima, l’occupazione è cresciuta dello 0,6%, con 136 mila unità in più.

Sono aumentati i lavoratori dipendenti (+207 mila unità), soprattutto permanenti (+162 mila), mentre gli occupati indipendenti sono diminuiti di 71 mila unità. Il numero dei disoccupati è calato di 143 mila unità, e ci sono 115 mila inattivi in meno. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 10,4% al 9,8%.

Più occupati, ma con un reddito stagnante, significa che purtroppo i salari sono stati mediamente più bassi.

Anche a guardarsi intorno, viene lo sconforto: l’economia europea è in stagnazione. La decelerazione è desolante: si è passati dal 1,4% di inizio 2019 all’1,2%, per chiudere all’1%.

La Germania ha fatto peggio della media: il 2019 segna una crescita dello 0,6%, rispetto all’1,5% del 2018 ed al 2,5% del 2017. Si è piombato il suo modello, fondato sul surplus strutturale dei conti con l’estero, nonostante anche l’anno scorso sia stato pari al 7% del pil, un record assoluto nel panorama mondiale. Per i soli scambi commerciali, nel periodo gennaio-novembre l’attivo tedesco è stato di 208 miliardi di euro, di cui ben 137 miliardi nei confronti dei Paesi aderenti alla Ue e 78 miliardi verso l’Eurozona.

La Germania continua a vendere senza comprare, ma nonostante ciò rallenta visibilmente. L’effetto recessivo dipende dal bilancio pubblico, che l’anno scorso ha registrato un attivo di 38 miliardi di euro, una cifra pari all’1% del pil. Sono denari, pagati con le tasse, che non vengono rimessi in circolazione nell’economia tedesca. Una follia contagiosa.

Neppure a Bruxelles hanno le idee chiare sul da farsi: intanto, per togliersi dall’impaccio di presentare una proposta, è stata lanciata una consultazione pubblica sulla riforma del Fiscal Compact: l’Italia chiede flessibilità, almeno per gli investimenti, da innumerevoli anni. Ma la risposta è sempre stata la stessa: avete un debito troppo alto e le regole non si cambiano. Occorre capire come finanziare i giganteschi investimenti necessari per evitare i cambiamenti climatici: la scusa va presa al volo.

In realtà, sarebbe il caso di ripensare completamente la politica economica e sociale dell’Unione, prima che vada in frantumi, schiacciata com’è tra la Brexit, il riequilibrio commerciale americano e le tensioni nel Mediterraneo. Problemi della Cina a parte, ovviamente.

L’Italia cresce poco dal 1992, da quando la politica di bilancio ha puntato sul saldo primario attivo per finanziare gli interessi sul debito e questo non è altro che il cumulo degli interessi non finanziati dalle tasse. Più è alto l’attivo primario, meno cresce l’economia: invece di procedere sulla via del risanamento finanziario ci si avvita nella recessione e nella instabilità, perché il rapporto debito/pil è destinato inevitabilmente a peggiorare.

Visto che i tre quarti del debito pubblico è in mani italiane, significa che gli Italiani sono i veri cannibali di sé stessi.

Non è un caso che l’unica economia europea che è continuata a crescere regolarmente, in questi anni, è quella francese, che non ha rispettato né i vincoli di Maastricht né tantomeno quelli del Fiscal Compact, mantenendo il saldo primario del bilancio pubblico costantemente negativo: il deficit ha finanziato l’economia reale oltre a pagare completamente la spesa per interessi. Anche in Francia il rapporto debito/pil è cresciuto percentualmente come in Italia, ma lì il maggior debito pubblico ha finanziato la crescita economica. In Italia siamo sotto i livelli del 2007 ed il deficit finanzia solo se stesso.

Non c’è crescita economica per via della progressiva precarizzazione dei rapporti di lavoro, per una flessibilità che oscura gli orizzonti di vita dei giovani. La Germania ha fatto da battistrada, con le leggi Hartz, costringendo l’intero Continente a seguirla: ha una percentuale di disoccupazione al 3,2%, che nasconde livelli infiniti di miseria collettiva.

Dare la colpa agli anziani accusandoli di rubare il futuro ai giovani è una colossale sciocchezza: nessun sistema previdenziale a ripartizione può sostenersi se i contributi calano per via di retribuzioni sempre più misere e di un livello di disoccupazione tenuto volutamente alto per non alimentare la dinamica salariale. Ed i sistemi a capitalizzazione hanno bisogno di rendimenti positivi sulle obbligazioni: collassano con i rendimenti negativi decisi da una politica monetaria eccezionalmente espansiva, a meno di investire in asset a rischio.

In Italia, la competitività di prezzo delle merci, necessaria per favorire i profitti d’impresa e le esportazioni, ha cinesizzato i segmenti più deboli, le piccole imprese ed i lavoratori autonomi, costringendoli ad accettare condizioni sempre più dure fino al fallimento.

Ed il surplus sull’estero, non reimpiegato in investimenti, privati o pubblici che siano, comporta un impoverimento del tessuto produttivo, spremuto all’inverosimile. Senza innovazione, ma solo limando i salari, in pochi anni si è comunque fuori mercato.

L’obsolescenza tecnologica dell’Europa è terribile, non solo perché ha delegato all’Asia, al pari degli Usa, la produzione di massa della manifattura, degli apparati di telecomunicazione e di elaborazione informatica dei dati, ma in quanto ha rinunciato anche allo sviluppo delle piattaforme software. Dipendiamo da entrambi i competitori, consumiamo tecnologia, non solo sicurezza militare.

Nel settore delle auto elettriche stiamo scimmiottando l’America, che punta su queste solo per abbattere il valore dell’industria automobilistica tradizionale, di cui la Germania è la principale protagonista. Voler vendere auto tedesche a tutti i costi negli Usa, spiazzandone l’industria fino al tracollo, ha portato ad una reazione distruttiva. Il peggio deve arrivare, anche per noi che siamo subfornitori di componenti meccanici. In un’auto elettrica, il cui valore principale risiede nell’elettronica e nel pacco delle batterie, non abbiamo spazio.

Anche il nostro sistema bancario è al paradosso: fa utili spremendo le passività finanziarie, i depositi e le operazioni di pagamento, anziché profittare sull’attivo. Avendo ceduto i clienti, insieme agli Npl, ora non ha più neppure quel mercato. È sempre più una piattaforma tecnologica fungibile, à la carte: non ha clienti ma utenti, come nelle telecomunicazioni. Si cambia il conto in banca come l’abbonamento per lo smartphone, cercando dove i giga costano meno.

Inutile parlare della concorrenza fiscale e del dumping sociale, che in Europa rappresentano il fondamento del mercato interno: interi Paesi vivono di queste asimmetrie, dall’Irlanda al Lussemburgo, dall’Olanda al Belgio. Non parliamo dell’Austria, in cui il segreto bancario ha una tutela costituzionale, che non c’è più neppure in Svizzera.

Siamo un Continente in cui intere produzioni sono state trasferite ad Est, dagli pneumatici per auto all’abbigliamento per risparmiare sul costo del lavoro. È quello il sottoproletariato europeo.

Nella politica economica, in Europa abbiamo ribaltato gli obiettivi rispetto alle condizioni: una volta, i primi erano rappresentati dalla crescita dei redditi e dell’occupazione, e le seconde consistevano nella stabilità della moneta e nel pareggio dei conti con l’estero.

Con il Fiscal Compact si è sancito l’opposto: per assicurare la crescita nella stabilità, si calcolano sia l’output gap, ovvero la differenza tra il pil misurato e quello potenziale idoneo a mantenere la stabilità dei prezzi, che il Nawru, cioè la percentuale di disoccupazione idonea ad evitare una crescita inflazionistica.

L’inversione logica è completa: gli obiettivi sono rappresentati dalla maggiore competitività economica e dall’accumulazione finanziaria sull’estero, che si ottengono riducendo i salari attraverso un alto livello di disoccupazione.

La missione della Fed, come quella di tutte le altre grandi banche centrali, è ben diversa rispetto a quella prevista per la Bce ed applicata alle politiche di bilancio dal Fiscal Compact: massimizza la crescita economica e l’occupazione, a condizione di mantenere stabile la moneta.

Tutto si è fatto, sin dai tempi di Maastricht, per assicurare la stabilità della moneta. Questa è la “monetary dominance” celebrata da Mario Draghi nel suo discorso di commiato dalla Bce: è il fondamento dell’Euro e dell’Europa. E di questo, naturalmente, non si intende affatto discutere.

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09/01/2020

Gentiloni: “L’Unione Europea deve rafforzare il suo ruolo globale”

In una lunga intervista rilasciata al quotidiano Repubblica in merito alla recente escalation militare impressa da Trump in Medio Oriente, Paolo Gentiloni, Commissario europeo all’Economia, invita la Ue, al fine di non essere condannata all’ininfluenza e all’impotenza, ad assumere un ruolo da protagonista nella competizione che si è aperta a livello globale.

Naturalmente, nel ragionamento svolto da Gentiloni non vi è alcuna condanna dell’operazione terroristica portata avanti dagli Stati Uniti verso i quali, anzi, viene ribadita la consueta fedeltà, limitandosi soltanto ad esprimere il dubbio che tale operazione lungi “dall’esercitare una deterrenza finisca per sortire l’effetto opposto, cioè un’escalation e il rafforzamento delle posizioni più estreme a Teheran”.

Sarebbe finalmente giunto il momento di riflettere su quella tendenza alla guerra che costituisce il tratto caratteristico e strutturale del capitalismo mondiale e in particolar modo di quello occidentale dopo la caduta dell’Unione Sovietica. E magari prendere atto che l’escalation militare è alimentata dalla crisi sistemica del capitalismo che funge da moltiplicatore della competizione globale in un mondo ove alla fine dell’unipolarismo targato USA, Trump reagisce in maniera disperata e criminale per provare a riaffermare un ruolo nello scacchiere medio orientale.

Ma naturalmente tutto questo non compare nel ragionamento del Commissario europeo all’economia che, invece, è tutto interno alla logica della guerra e della competizione globale e lo dimostrano chiaramente due passaggi dell’intervista.

Nel primo, con riferimento all’affacciarsi nello scacchiere del Mediterraneo e del Medio oriente di nuovi attori (Russia e Turchia), interrogato su cosa dovrebbe fare l’Europa per crescere in politica internazionale risponde testualmente che “Non c’è una formula magica per rafforzare il ruolo globale dell’Unione, in generale serve un mix tra diplomazia europea, uso della nostra immensa forza commerciale, rafforzamento del ruolo internazionale della moneta unica e una politica di difesa comune”.

Successivamente, incalzato dal giornalista su cosa si intenda per difesa comune e se è auspicabile la nascita di un esercito europeo testualmente risponde “Certamente nuovi passi in avanti in questo senso sono necessari, molto è stato fatto ma dobbiamo accelerare”.

Il ragionamento lascia poco spazio a dubbi e sembra allineare anche il nostro paese a quelle spinte provenienti in primis dalla Francia e volte a trasformare l’Unione europea in una alleanza a carattere militare: in un quadro di feroce competizione globale una potenza che non disponga di un proprio autonomo strumento militare non è credibile sullo scacchiere internazionale e ha necessità di attrezzarsi rapidamente al fine di giocare un ruolo nella competizione con gli USA e gli altri paesi emergenti.

Ed infatti i passi in avanti ai quali Gentiloni fa riferimento, non sono mere enunciazioni ma iniziative concrete che stanno imprimendo slancio alla cooperazione dell’Unione europea in materia di difesa producendo una moltiplicazioni di voci di spesa ed organizzazioni da finanziare.

Qui di seguito una breve panoramica:

- la PESCO, Cooperazione strutturata permanente applicata alla sfera della sicurezza e della difesa, al fine di portare avanti progetti di cooperazione a geometria variabile per lo sviluppo di nuovi equipaggiamenti terrestri, aerei, spaziali, cibernetici, nonché per la messa in comune di attività di addestramento, mediche, logistiche o basi militari, ha infatti ricevuto nuova implementazione attraverso l’adozione, proprio nel novembre 2019, da parte del Consiglio europeo di ulteriori 13 progetti (incentrati sulla formazione e sullo sviluppo delle capacità marittime, aree e spaziali) che si aggiungono ai 34 precedentemente approvati;

- il Fondo Europeo per la Difesa, nato nel 2017 su proposta della Commissione europea, che fornisce incentivi finanziari agli Stati membri, anche in ambito PESCO, per promuovere la cooperazione sia nella fase di ricerca che in quella di sviluppo di nuove capacità militari, dovrebbe vedere il suo budget, nel periodo 2021 – 2027, portato a 13 miliardi di euro suddiviso in 4,1 miliardi per la fase di ricerca e 8,9 miliardi di euro per quella di sviluppo delle capacità che andranno a supportare gli sforzi dei singoli Paesi;

- la Coordinated Annual Review of Defence (CARD) un processo che risponde all’esigenza di confrontare a livello europeo i piani di spesa militare al fine di avere un quadro completo di cosa stanno acquisendo le forze armate dei singoli Paesi per meglio individuare opportunità di cooperazione ed eventuali gap da colmare;

- l’Iniziativa Europea di Intervento (IEI) lanciata dalla Francia fuori dal quadro dell’UE, della sua struttura e dei suoi organismi (alla quale hanno aderito la Germania, la Gran Bretagna, interessata a restare un partner politico militare importante nella geopolitica europea, il Belgio, la Danimarca, l’Estonia, l’Olanda, il Portogallo, la Spagna, la Finlandia e da qualche mese anche l’Italia) nata con l’obbiettivo dichiarato accelerare e snellire i processi decisionali e costituire uno strumento di pronto intervento con capacità di gestire le crisi all’estero effettuando interventi militari congiunti bypassando quelle istituzioni che hanno il loro quartiere generale a Bruxelles.

Certamente il quadro che si sta delineando per dotare l’UE di un proprio esercito non è lineare e si sviluppa tra spinte e resistenze. Ma i segnali che provengono da più parti indicano la necessità di osservare molto da vicino e con attenzione l’evoluzione e l’accelerazione che tali processi potrebbero avere.

Ciò anche in considerazione di un quadro politico mutato che, come sottolinea anche l’Istituto Affari Internazionali, pur scettico verso la possibilità di costituire un esercito europeo nel breve – medio periodo, è caratterizzato da un lato “dall’uscita della Gran Bretagna dall’UE, il Paese che più avversava qualsiasi idea di esercito europeo” dall’altro “dall’ingresso alla Casa Bianca di Donald Trump, il presidente più critico dell’Europa da decenni a questa parte”.

Il ruolo e la vera natura della costruzione europeista, argomento sistematicamente eluso dal dibattito politico e da quel che resta del movimento contro la guerra, saranno al centro del convegno che il 25 gennaio Eurostop ha organizzato a Napoli dal titolo “Il complesso militare industriale europeo. Crisi della Nato ed ambizioni geopolitiche dell’Unione europea”.

Un’occasione per discutere su come l’Unione europea si sta attrezzando all’interno della competizione globale del XXI secolo, contro quella narrazione mistificante che vorrebbe rappresentare il processo europeo orientato alla pace e a costituire un anticorpo alla guerra. Proprio mentre la stragrande maggioranza dei conflitti si concentrano intorno al nostro continente esasperando quella condizione di permanente instabilità i cui esiti e sviluppi diventano ogni giorno più drammatici ed imprevedibili...

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11/09/2019

Autonomia differenziata, breve genesi di una necessità padronale

Il 28 febbraio del 2018, a soli quattro giorni dalle elezioni, l’allora Presidente del consiglio Paolo Gentiloni, a Camere sciolte e dunque formalmente incaricato del semplice disbrigo degli affari correnti, siglava il preaccordo con le regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per la cosiddetta “Autonomia differenziata”, ossia l’annessione definitiva delle competenze legislative su alcune materie – come istruzione, tutela dell’ambiente, della salute e del lavoro, rapporti con l’Ue – da parte delle Regioni coinvolte a discapito dello Stato.

In breve, con l'autonomia differenziata si intende la possibilità da parte delle tre regioni più ricche d'Italia di trattenere e gestire una quota maggiore del gettito fiscale generato nei propri territori. Come sottolineato da più parti, la riduzione delle imposte a disposizione dello Stato porrebbe definitivamente la parola fine, venendo meno la condizione di redistribuzione solidale della ricchezza, alle possibilità di riduzione del gap che storicamente affligge le regioni del Mezzogiorno nei confronti di quelle de centro-nord del paese.

Tenendo per un momento da parte i rischi connessi a un’iniziativa del genere, per ora ciò che qui interessa è che le regioni menzionate, almeno nella storia della Repubblica, sono state caratterizzate da sviluppi e fortune differenti senza che questo, evidentemente, ne impedisca oggi una convergenza politico-programmatica. Un breve sguardo a questo e alla situazione odierna potrebbe aiutare nella comprensione della fase attuale che attraversa il paese, sempre considerando il perimetro dell’Ue.

Lo sviluppo industriale della Lombardia, che assieme al Piemonte e alla Liguria formava il famoso “triangolo industriale”, si è affermato perlopiù fuori dall’ombrello protezionista dello Stato italiano. A differenze delle altre due, qui gli aiuti statali sono stati minori, lasciando così spazio al protagonismo della struttura finanziaria (privata) delle banche, soprattutto milanesi. La minor dipendenza dai finanziamenti pubblici, sommata a una forte vocazione sia all’esportazione delle aziende più all’avanguardia, sia alla compenetrazione tra le varie imprese sparse nel territorio, ha rappresentato una sorta di cuscinetto salvavita una volta venuto meno il ruolo dello Stato con la svolta neoliberale e la quasi contemporanea accelerazione del processo di integrazione europea con la fine dell’era fordista e l’avanzare della globalizzazione. Non è stato così per la Liguria, oramai regione postindustriale (nonostante il porto di Genova) votata al settore terziario, né per il Piemonte del “dopo-Fiat”.

Per quanto riguarda l’industria veneta, la storica affiliazione ai flussi statali di marca democristiana ha permesso la trasformazione della struttura produttiva regionale in un pullulare di distretti industriali, fortemente specializzati e orientati anch’essi all’esportazione, organizzati secondo una logica di filiera “interna” alla regione stessa, che hanno saputo sfruttare il posizionamento geografico volto “naturalmente” all’aggancio con la l’Europa continentale “profonda” – elemento di nuovo decisivo una volta che il modello export-led si è/ è stato imposto in tutto il Vecchio continente.

In maniera simile, anche nella “rossa” Emilia Romagna il ruolo del pubblico è stato preponderante, ma con un segno diverso: qui il supporto non è avvenuto dalle istituzioni nazionali (ben presidiate dalla Dc), bensì da quelle locali, dapprima a livello municipale e poi anche regionale con l’istituzione delle Regioni nel 1970. Non solo finanziamenti alle imprese, ma una più coordinata gestione dei servizi in generale, da quelli finanziari a quelli universitari, passando per le cooperative, sono le condizioni peculiari registrate nella regione.

A cavallo del nuovo millennio tuttavia la musica cambia, perché con la convergenza europea nella forma datesi dall’Unione e la successiva crisi ereditata dal Nord America nel 2007/2008, tanto il sistema bancario italiano (e non solo) quanto l’intervento dello Stato nell’economia subiscono dei contraccolpi che mettono a rischio il ruolo conquistato nel mercato globalizzato dall’industria delle suddette regioni. In sintesi, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna vedono spuntarsi gli strumenti che avevano permesso il supporto finanziario necessario al mantenimento della competitività del proprio tessuto produttivo.

È qui, dunque, che entra in gioco l’autonomia differenziata: in un’architettura europea che ha sottratto alle competenze statali la leva monetaria e disciplina quelle fiscali per mezzo di raccomandazioni, parafrasando la celebre espressione de Il padrino, “che non si possono rifiutare” (soft right), la via individuata dalle amministrazioni è quella dell’accaparramento di risorse di norma destinate alle regioni meno sviluppate del paese, di fatto venendo meno al “principio di solidarietà” costitutivo delle architetture costituzionali cosiddette antifasciste.

E non sorprende che l’attenzione sia rivolta alla fiscalità regionale, considerando che il mondo del Lavoro (nord compreso) è già stato abbondantemente spolpato (ma l’attacco non è di certo finito) dall’offensiva padronale ed europeista, che ha fatto del riflusso del movimento operaio il terreno pratico e ideologico della propria fame predatoria, in termini di salari e diritti, nonché di rappresentanza sindacale.

Qual è la situazione, oggi?

Un anno e mezzo e due maggioranze parlamentari dopo, lo stesso Gentiloni viene nominato dalla neo Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen agli affari economici, un portafoglio di peso ma semplificato rispetto alla commissione precedente in cui la delega prevedeva anche gli affari finanziari, per questa stagione di competenza del vice ministro Dombrovskis, mentre l’autonomia differenziata è tra i 29 punti del programma che ha reso possibile il Conte bis.

Quella che in prima istanza poteva significare un’apertura a una possibile maggiore flessibilità per l’economia italiana, così come richiesto addirittura dal di-solito-ferreo Presidente Mattarella pochi giorni fa da Cernobbio, sembra invece esclusa dalle dichiarazioni della stessa presidenta circa la chiarezza (e cioè, la non modificabilità) delle regole del “Patto di stabilità”.

Di certo, è il gioco delle parti e il nuovo governo pare (il forse è d’obbligo) aver intuito che, in special modo in caso di Brexit, l’Italia potrebbe avere la forza contrattuale per strappare una posizione meno subordinata nelle gerarchie intra-europee.

Si potrebbero leggere così (siamo nel campo delle pure ipotesi) le nomine di Di Maio agli Esteri e Provenzano al Sud, il primo firmatario assieme a Mattarella dell’accordo quadro con la Cina nel marzo scorso (la cui esposizione pubblica ne permetterebbe un maggiore controllo) e il secondo di area Svimez, dove da anni si sostiene la necessità di una politica industriale italiana che riporti il meridione protagonista nel Mediterraneo come anello imprescindibile dei flussi commerciali che vanno dall’Indocina all’Atlantico – si legga, “lotta dura” alla Lega Anseatica del XXI secolo dei porti, e del potere, del nord Europa. In quest’ottica, Gualtieri all’economia invece sarebbe la carta testimone della “voglia di Europa”, ma a un prezzo diverso.

Speculazioni a parte, su cui non si può che delegare la realtà per la verifica, quanto appena detto non rappresenterebbe comunque niente di cui gioire, come mai non si potrebbe per l’eventuale maggiore responsabilizzazione in un progetto di natura imperialista, che seppur fatica nel suo completamento, tuttavia non accenna a indietreggiare, come testimoniato dai risultati delle elezioni di fine maggio.

Poiché, al netto della retorica politica, di questo si tratta. Per credere, vedere valore e durata di un contratto di un lavoratore (peggio ancora se lavoratrice), ammontare della pensione di un settantenne, destinazione del biglietto in mano a uno studente, composizione sociale di un carcere qualunque.

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L’Unione Europea degli schizofrenici

Una malattia grave si vede dai sintomi contraddittori, che rendono aleatoria qualsiasi terapia. L’Unione Europea, in questi primi giorni della nuova Commissione (il “governo”) presieduta da Ursula Von der Leyen, presenta il solito volto “rigorista” e “austero”. Mentre tutti i soggetti che contano (“i mercati”) sperano che domani la Banca centrale europea – agli ultimi giorni di Mario Draghi – tiri un colpo di bazooka “ultra-accomodante”, varando una nuova stagione di quantitative easing, taglio ulteriore dei tassi sui depositi, ecc.

Se il paziente fosse furbo, si farebbe qualche domanda perché, se un medico consiglia il digiuno e un altro un po’ di bulimia, vuol dire che stai messo proprio male e ti danno ricette a vanvera.

Partiamo dalle cose certe. Agli affari economici europei, com’è noto, è stato messo l’ultimo presidente del consiglio piddino, Paolo Gentiloni, in sostituzione del francese Pierre Moscovici, che tante volte ci ha bacchettato per non aver rispettato questo o quel parametro. Ma siccome quel ruolo permette di valutare le manovre di aggiustamento dei vari paesi, i “rigoristi” del nord Europa hanno preteso ed ottenuto che questo Commissario fosse a sua volta commissariato. In particolare dal fisico lituano Valdis Dombrovskis, dalle competenze economiche sconosciute, noto per la assoluta indisponibilità a concedere “flessibilità” sulle leggi di stabilità nazionali, nominato vice-presidente con competenza sull’economia.

L’intento politico è insomma chiaro, ed esplicitato anche dalla neo presidente Von de Leyen: “Abbiamo un Patto di stabilità e crescita che è stato sviluppato con un largo consenso. Vogliamo un’economia forte e un’Unione europea forte: le regole sono chiare, i limiti sono chiari e la flessibilità è chiara. All’interno di queste regole affronteremo le diverse opzioni e i diversi problemi“. Insomma, a Gentiloni non sarà concesso di fare sconti particolari, in specifico riguardo all’Italia, visto che “dovrà collaborare moltissimo con Valdis Dombrovskis e tutte le decisioni saranno prese dal collegio dei commissari“. Ancora un passo e quella carica sarebbe da considerarsi puramente onorifica...

Anzi la stessa Von der Leyen ha voluto precisare che al ministero dell’economia italiano è stato messo non per caso Roberto Gualtieri (del Pd, ma con una carriera a Bruxelles): “viene dal Parlamento europeo, conosce perfettamente il patto di stabilità e sa esattamente quali sono le regole che abbiamo stabilito in Europa. Gualtieri sa cosa ci aspettiamo nella prossima legge di stabilità“. Insomma, siamo stati “commissariati” a tutti i livelli, con un “europeo” al ministero nazionale più importante e un “ostaggio” in quello continentale.

Una blindatura che non lascia molto spazio ai sogni e ai bisogni urgenti, come quello di “modificare i trattati” sul patto di stabilità, come ribadito dal premier Conte e dal presidente Mattarella. Il bisogno è ormai avvertito anche dalla Germania, che si ritrova con un modello in crisi, quello export oriented, fondato sui bassi salari e la precarietà contrattuale. Ma cambiare i trattati è più difficile che firmarne di nuovi, non solo perché occorre l’unanimità, ma soprattutto perché quelli in essere sono fortemente asimmetrici rispetto ai singoli paesi. C’è chi ci perde e vorrebbe perciò riscriverli, e chi guadagna, e non ci pensa proprio.

Il massimo cui puntano gli osservatori è non considerare più il deficit strutturale come l’unico o principale parametro per valutare eventuali procedure di infrazione. Un modo insomma per allargare le maglie della “flessibilità” concedibile ai vari governi, senza però toccare la struttura dei trattati. Un modo democristiano, se volete, che distingue tra intangibilità delle regole di austerità e gestione “aumma aumma”, sulla base delle opportunità politiche.

Tutto l’opposto si pretende dalla Bce, teoricamente istituzione tecnica sganciata dalla politica. Le attese per domani sono sono così elevate che in molti, a partire dal vicepresidente De Guindos, appaiono preoccupati per una possibile “delusione dei mercati” davanti a misure meno audaci di quelle immaginate.

E di immaginazione ne gira parecchia, se persino l’austero Sole24Ore è obbligato a citare investitori che si attendono “il denaro dagli elicotteri”, addirittura nella forma di “soldi della Bce direttamente nei conti correnti dei cittadini europei”, per almeno 200 euro a testa. Una sorta di “reddito di cittadinanza” fondato sulla possibilità di “stampare soldi”, ma di difficile realizzazione pratica (e paradossalmente non vietato dalle regole statutarie!) e immense difficoltà politiche (a quale titolo i governi dovrebbero invece tagliare la spesa sociale per stare dentro i trattati?).

La schizofrenia è ancora più evidente se si tiene conto che tutti sono consapevoli del fatto che “la politica monetaria ha dei limiti”, che sono stati anche abbondantemente raggiunti. Anche Gentiloni, nel suo discorso di accettazione della carica di Commissario, lo ha ricordato.

Del resto, dopo anni di tassi di interesse a zero e di quantitative easing illimitato, l’unico effetto positivo è che la situazione non è precipitata. Ma di “ripresa” neanche l’ombra. Oltretutto, una simile politica monetaria ha creato “paradossi” assurdi per una economia capitalistica (e non), come i tassi negativi su titoli di Stato e addirittura mutui immobiliari, e quindi una situazione in cui “il denaro non rende”.

L’uscente Draghi, e ancora peggio l’impresentabile Christine Lagarde, designata sua successore, non può dunque fare molto di più che prolungare l’agonia di un “cavallo che non beve” (quando i soldi per gli investimenti produttivi ci sarebbero, ma nessuno si prende il rischio di usarli).

E, paradosso per paradosso, gli stessi che chiedono “soldi dagli elicotteri” per far crescere una domanda interna che compensi il crollo delle esportazioni, si guardano bene dall’indicare la via maestra: aumentare i salari.

È un problema di interessi di classe, non di “scienza economica”.

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18/11/2018

Se l’alternativa “di sinistra” è l’estrema destra: rispunta Minniti



“Devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio”. Questo fu l’ordine che alti funzionari agli ordini dell’allora ministro degli interni del governo Gentiloni, Marco Minniti, impartirono alle forze dell’ordine che, il 19 agosto 2017, stavano sgomberando gli sgomberati. Avvenne in piazza Indipendenza, a Roma, a pochi passi dalla stazione Termini, dove erano accampati da cinque giorni centinaia di rifugiati e richiedenti asilo eritrei, mandati via da un palazzo occupato da tempo in via Curtatone.

L’operazione di sgombero si concluse con il ferimento di 5 persone e 4 arresti.

L’operazione fu avviata all’alba, quando la polizia in assetto antisommossa si presentò in piazza Indipendenza per disperdere i rifugiati eritrei che stavano ancora dormendo o si erano appena svegliati, usando idranti e manganelli.
«Sono venuti questa mattina presto e ci hanno detto di andarcene. Ci hanno picchiato», raccontò tra le lacrime una ragazza eritrea. «Hanno picchiato diverse persone, anche delle donne», raccontò un rifugiato eritreo che al momento dello sgombero si trovava al primo piano del palazzo insieme a una cinquantina di persone, tra cui venti bambini. Una violenza inaudita documentata anche da un video di Repubblica, dai medici di MSF e da tanti testimoni presenti.

Ecco, Marco Minniti ha ufficializzato stamattina la sua candidatura alla guida del #PD. L’ex ministro dell’Interno di Paolo Gentiloni si presenta come “autonomo e indipendente da tutte le correnti”, ma è il candidato alla segreteria di Matteo Renzi e del suo gruppo cui viene affidato il compito di compattare attorno a sé anche altri pezzi del partito. O come volete chiamarlo...

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05/09/2018

Il loro “amico” John McCain



Negli anni '70 e '80, un lettore dell'Unità si sarebbe chiesto chi era questo McCain che improvvisamente veniva citato come esempio dai dirigenti del proprio partito politico. Ma non esisteva internet, fare ricerche in biblioteca non era semplice e poi, ci si fidava del partito.

Oggi siamo nel 2018, l'Unità (per fortuna) non esce più e il PCI originario nemmeno esiste. Oggi esiste il PD e per i più di sinistra ci sono gli alleati storici Leu e compagnia (magari per chi legge il Manifesto o Repubblica).

McCain, avrebbero pensato, sarà un difensore dei diritti civili o delle minoranze, magari un personaggio come Martin Luther King o Mohammed Alì.

Purtroppo oggi internet c'è e anche chi si fida del partito può controllare.

Il culmine della carriera politico militare di McCain è in realtà la guerra del Vietnam. McCain era uno di quelli che bombardavano col napalm e uccidevano i vietcong per lottare contro i comunisti. Fu fatto prigioniero e su quello si sviluppò un romanzo buono per l'America profonda, con l'eroe che non cede davanti al nemico e non tradisce il proprio paese.

Di formazione militare, McCain non si lasciò mancare nulla in politica. Fervente repubblicano e reaganiano sostenne tutte le porcate imperialiste e non disdegnò di impegnarsi in fatti minori come, ad esempio, sostenere le lobbies del gioco d'azzardo. Negli ultimi anni della sua vita da guerrafondaio anticomunista, dopo il sostegno alle controrivoluzioni e ai golpe in America Latina, si riciclò come padre della patria e alfiere della libertà. Ad esempio sostenendo il golpe ucraino e le forze naziste che sono arrivate al potere a Kiev.

Con giubilo delle sinistre liberali in tutto il mondo che poi gradiranno l'opposizione a Donald Trump.

Oggi Gentiloni ne tesse l'elogio, Veltroni vuol rifare la sinistra citandolo come galantuomo.

McCain è uno degli esempi più vividi della decadenza della sinistra italiana ed europea. Una cosa talmente inguardabile da provarne vergogna. Una cosa per la quale vale la pena lottare ancora: per spazzarli via definitivamente dall'orizzonte politico.

Collettivo Comunista Genova City Strike

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09/06/2018

La Nato di Gentiloni e quella di Salvini


Si è un aperto, tra il precedente capo del governo ed il vice di quello attuale, un confronto sulla NATO che sembra teatro dell’assurdo, o un incubo, decidete voi.

Gentiloni ha fieramente affermato che l’Italia deve continuare ad essere fedele nei secoli alle alleanze. In sintesi ha sostenuto che il nostro paese deve difendere la NATO. Salvini ha rivendicato l’appartenenza all’alleanza atlantica, però aggiungendo fermamente che ora la NATO deve difendere l’Italia dall’invasione... dei migranti.

Difendere la, o farsi difendere dalla NATO? Questo è il ridicolo dilemma che divide le due destre, quella tecnocratica che ha governato prima, quella populista che governa oggi.

Dilemma ridicolo, ma anche inquietante, terrorizzante persino, perché fa schierare l’opinione pubblica su due finte alternative nella stessa politica guerrafondaia.

Fuori l’Italia dalla NATO, fuori la NATO dall’Italia, questo è ciò che chiede Potere al Popolo, la sola alternativa al ritorno del sempre eguale.

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29/03/2018

I truffatori del “reddito di inclusione”

Gentiloni e Poletti lucrano ancora una volta sulla povertà, aiutati da Boeri nella presentazione dei risultati del primo trimestre del Reddito di inclusione sociale, i cui sussidi sono erogati dal’INPS. Per mascherare esiti al di sotto delle aspettative, Boeri ha gonfiato le cifre in una tabella introduttiva dal titolo “Già raggiunto il 50% della platea potenziale”, indicando in 900 mila le persone “beneficiarie di misure di contrasto alla povertà collegate al Rei”. Ed è così che le agenzie di stampa e i quotidiani titolano la notizia.

In realtà la cifra riguarda una grande ammucchiata, a cui il Rei concorre per poco più di un terzo, essendo gli altri interventi sostenuti con i fondi SIA (Sostegno per l’inclusione attiva) e soprattutto coperti da molteplici fondi regionali.

Il governo aveva accelerato l’avvio del Rei a dicembre per ragioni elettoralistiche. L’obiettivo enunciato era di intervenire entro luglio 2018 in favore di 500 mila famiglie e 1 milione 800 mila persone. Le domande pervenute al 23 marzo riguardano 110.138 famiglie e 316.693 persone.

Boeri a queste ha aggiunto i beneficiari del Sia (119.226 nuclei e 476.868 persone), ma non quelli che sono passati al Rei dal SIA che si è estinto il 31 dicembre scorso, bensì tutti quelli che percepivano il sussidio nell’ultimo bimestre del 2017. Così ha potuto magnificare il raggiungimento del 50 per cento dell’obiettivo, e annunciarne il nuovo, da luglio in poi, di 700 mila famiglie e 2 milioni e mezzo di persone.

Rossini, presidente dell’Alleanza contro la povertà, ha avuto la faccia tosta, dopo Poletti, di affermare che il Rei è “misura flessibile ragionevole e completa” e che “su questa strada bisogna continuare per portare la persona fuori dalla povertà”. Come sia possibile, lo sa solo lui, dal momento che il sostegno finanziario dura al massimo 18 mesi e può essere eventualmente rinnovato per 12 mesi dopo 6 mesi di intervallo.

E che sia misura completa, poi! Anche quando arrivasse a regime riguarderebbe il 43 per cento del milione seicentomila famiglie che versano in condizioni di povertà assoluta. E’ un approccio intollerabile, che facendo proprie le indicazioni dell’Alleanza contro la povertà, alla quale aderisce la triplice sindacale, ha portato per legge a stratificare la povertà secondo il principio ‘di dare prima a chi sta peggio’ o, come si legge nel suo progetto, “detto altrimenti si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po meno peggio’ sino a rivolgersi dal quarto anno a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.

Per questa logica il PD, che aveva mobilitato le sezioni per trar vantaggio dal Rei, ha ben pagato. Di un intervento diverso c’è bisogno. La denuncia del Rei viene dalla cronaca quotidiana.

“Dodicimila richieste presentate, poco più di mille quelle accettate: È molto stretta la porta per accedere al Reddito d’inclusione, che dall’inizio di dicembre ha sostituito l’assegno di disoccupazione e il sostegno per l’inclusione attiva” (cronaca di Bergamo, Corriere della Sera, 18 marzo).

“Reddito di inclusione 8 mila famiglie in coda: dicevamo di 8 mila domande fra dicembre e gennaio. Di queste, una su otto non ha superato la prima scrematura, non possedeva cioè i requisiti. I restanti 7 mila sono invece finiti negli elenchi dell’Inps che ha il compito di erogare i fondi e nel 50% circa dei casi le domande sono state accolte” (edizione di Torino, La Stampa, 27 marzo).

“Palermo. Il Comune azzera gli appuntamenti per il reddito di inclusione: si riparte da zero. Tutti gli appuntamenti già fissati per fare i colloqui con gli assistenti sociali del Comune e avviare il percorso personalizzato previsto dal Reddito di inclusione sono stati azzerati. Perché in questi mesi in tanti, dopo il colloquio, sono stati mandati indietro dal momento che di fatto non avevano i requisiti per accedere al Rei (cronaca di Palermo, La Repubblica, 16 marzo).

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25/02/2018

La manifestazione “antifascista” di Roma. Uno spottone per il Pd e LeU


E’ emblematica la fotografia “politica” che ci restituisce la cronaca de La Repubblica ancora prima della copertura offerta dai servizi nei telegiornali della sera: “E’ arrivato in Piazza del Popolo a Roma il corteo organizzato dall’Anpi contro razzismi e fascismi, che insieme a tanti cittadini unisce di fatto tutto il centrosinistra italiano aldilà della polemiche della campagna elettorale. Ad aprirlo uno striscione sorretto dai segretari della Cgil Susanna Camusso e della Uil Carmelo Barbagallo. Nel retro del palco allestito nella piazza sono giunti il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, le ministre Valeria Fedeli (Istruzione) e Roberta Pinotti (Difesa). Con loro anche la collega Anna Finocchiaro, responsabile per i rapporti con il Parlamento. Nelle prime file hanno sfilato il vicesegretario Pd Maurizio Martina, la presidente della Camera Laura Boldrini, Nicola Fratoianni, Susanna Camusso, Nicola Zingaretti, Walter Veltroni, Carlo Smuraglia, Riccardo Magi (+Europa), Andrea Orlando, Pietro Grasso. Pierluigi Bersani (LeU)”.

E’ andata così e, date le premesse, non poteva essere diversamente. Non era difficile immaginarselo dopo la vergognosa ritirata dei promotori della manifestazione di Roma dal corteo antifascista di Macerata inizialmente vietato dal ministro Minniti.

Bene ha fatto Potere al Popolo a non aderire a questa manifestazione/spot elettorale per il Pd e LeU. Un antifascismo elettorale come quello che abbiamo visto e verificato è del tutto inefficace sia contro l’attivismo dei fascisti coperto e legittimato dagli apparati dello Stato, a cominciare dal ministro Minniti, sia contro l’austerity che sta incentivando la guerra contro i poveri e la guerra tra poveri.

I compagni che hanno deciso di parteciparvi dovranno cominciare a riflettere seriamente, sicuramente dal 5 marzo in poi. Con la subalternità non si va troppo lontano sul piano della costruzione di una alternativa politica e di classe nel nostro paese e in Europa.

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18/02/2018

Il prodipardo, per un governo più gentil…oni

Alla convention bolognese di Insieme, Romano Prodi sconfessa di fatto il pugno duro renziano e rilancia l’idea di un centro-sinistra che sappia “guidare e non comandare” il paese.

“Abbiamo bisogno di una coalizione di centrosinistra forte e unita”, dice Prodi, “che ponga al centro valori di maggiore eguaglianza e maggiore Europa”.

Che la formula lacrime e sangue condita da falsi televisivi che cianciano di “uscita dalla crisi” non funzioni più, è ormai evidente. E un PD in caduta libera negli ultimi sondaggi, prima del loro stop per l’ingresso nel periodo elettorale, aveva bisogno di un guizzo.

Ecco allora la carta Prodi-Gentiloni, con il loro duetto sull’onda degli antichi fasti dell’Ulivo. Il primo, grande vecchio “in pensione”, che consacra il secondo: quel felpato democristiano che in questi mesi ha fatto il passacarte del giglio magico.

Solo che c’è un problema: com’è possibile mettere insieme i “valori di maggiore eguaglianza” con più Europa? Lo stesso Prodi è stato uno dei maggiori responsabili dell’architettura neoliberista dell’Unione Europea, e dell’avvento dell’Euro. Che non è una semplice moneta, ma un dispositivo economico che impone i cambi fissi e che quindi favorisce da una parte le economie forti come quella tedesca e, per contraltare, l’indebitamento dei paesi del sud Europa; e dall’altra, di conseguenza, una politica economica di riduzione salariale nonché delle garanzie sul lavoro, di precarietà come condizione dominante per i lavoratori e di privatizzazioni-svendite ai privati di pezzi dello stato sociale.

È un ossimoro economico e quindi politico che rende il discorso di Prodi falso e demagogico. Perché è chiaro che “più Europa significa” l’esatto contrario: meno eguaglianza, più concentrazione della ricchezza sociale nelle mani della grande speculazione, quindi di pochi, e più miseria sociale diffusa e allargata ai ceti medi. Grecizzazione del nostro paese.

In realtà oggi il vero problema è rappresentato dall’economia e dalla finanza – ordoliberale e neoliberista – che in Europa comanda sulla politica, qualsiasi classe politica: di centro-sinistra, di destra, pentastellata. E non è un caso che questa campagna elettorale sia dominata da temi-civetta come la sicurezza, i rimborsi dei 5Stelle e altre sciocchezze senza importanza; non, invece, da temi strutturali come la sovranità economica, che – con lo stupro della Costituzione nei suoi articoli 81, 97, 117 e 119: il pareggio di bilancio, la catena di comando che parte da Bruxelles e da Francoforte – è andata a farsi benedire sin dalla famosa lettera del 2011, di Trichet e Draghi, che mandava a casa l’ultimo governo ottenuto da elezioni democratiche: paradossalmente, quello Berlusconi.

Di cosa blatera allora Prodi quando dice che “non si comanda, ma si guida” il paese? Chi in ultima istanza ha le leve del comando? Un’ennesima e democristiana presa in giro.

Il tentativo di Prodi sarebbe goffo e maldestro se non scendessero in campo le corazzate dell’informazione, a tirare bordate prima dell’ultimo assalto post-elettorale verso un Gentiloni bis, che seppellisca pietosamente l’era renziana; ossia quella di un leader più impegnato a gestire il proprio potere personale, un po’ come Berlusconi, che a impostare una linea politica più aderente alle aspettative dei poteri forti della finanza internazionale. Un’operazione gattopardesca di piccolo cabotaggio, che non sposta nulla e che non ha più neppure – come vorrebbe avere – le suggestioni uliviste della prima ora.

Per chi ancora a sinistra ha i valori dell’uguaglianza di cui parla Prodi, e che Prodi usa strumentalmente per ben altri obiettivi, non resta che la strada più difficile, ma l’unica possibile: rompere definitivamente con la formula del centro-sinistra, dalle istituzioni centrali a quelle amministrative, formare una forza politica autonoma e avversa, un movimento popolare, conflittuale con chi oggi si spaccia di sinistra ma sostiene meglio di chiunque altro gli interessi della finanza e del grande capitale.

Si tratta di rompere con il PD e i suoi ambigui cespugli come LeU. Significa rompere con le politiche truffaldine di governi che non avevano la titolarità per governare, frutto di inciuci con pezzi di post-berlusconismo, e che senza questa titolarità hanno fatto leggi che hanno stravolto una parte importante della nostra carta costituzionale, hanno distrutto le regole del mondo del lavoro, hanno svenduto pezzi di stato sociale.

Ma questo è necessario soprattutto perché la rottura vera è con questa dittatura europea, falsamente europeista, perché di Europa dei popoli non c’è nulla. Solo banche, organismi centrali legati alla finanza e un Parlamento a Bruxelles svuotato di ogni funzione sovrana.

Potere al Popolo rappresenta la prima grande risposta popolare, il primo argine serio alla politica telecomandata dalla finanza e dalla Troika. È un’ipotesi politica di alternativa irriducibile alla macelleria sociale che da anni ci stanno imponendo.

Diamogli forza. Soprattutto dopo il 4 marzo. Perché dopo questa prima battaglia politica, la guerra sarà lunga e di certo non facile. Ed è giunta l’ora che sulla scena politica agisca una reale rappresentanza degli interessi popolari e di classe, con un programma di fatto rivoluzionario: rompere gli attuali equilibri e rapporti di forza, incominciare a farlo dai paesi del sud Europa significa tornare a parlare di socialismo nel vecchio continente.

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