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28/06/2021

“Non c’è trippa per gatti”, dice la UE

L’ansia dell’establishment italo-europeo per il prossimo futuro è ben sintetizzato, oggi, da due interviste diverse che appaiono contemporaneamente sul foglio ufficiale del potere: Repubblica, quotidiano della famiglia Agnelli e quindi certo non classificabile come “sinistra”.

La principale vede protagonista Paolo Gentiloni, ex presidente del consiglio dopo il crack referendario di Matteo Renzi nel 2016 ed ora commissario europeo alle questioni economiche.

Cuore del ragionamento è ovviamente il PNRR, ossia il “piano” italiano per ottenere e spendere i fondi del Recovery Fund. Su questo “piano” esistono diverse narrazioni fantastiche, tutte accomunate – alcune per cattiva intenzione, altre per clamorosa ingenuità – dal dipingere quelle cifre come “libere da vincoli”, ma da spendere con accortezza e razionalità.

In qualche caso si arriva ad illudersi che ci sia un margine di elasticità che potrebbe portare a un utilizzo almeno parziale dei fondi che in qualche modo “coleranno” dal governo alle amministrazioni locali.

Il nostro consiglio resta sempre lo stesso: leggetevi il “piano”, così potrete verificare di persona che questa ipotesi non esiste.

Anzi, mr Draghi stesso, in quel testo, ha tenuto a chiarire le procedure del controllo: “Il Governo ha predisposto uno schema di governance del Piano che prevede una struttura di coordinamento centrale presso il Ministero dell’economia. Questa struttura supervisiona l’attuazione del Piano ed è responsabile dell’invio delle richieste di pagamento alla Commissione europea, invio che è subordinato al raggiungimento degli obiettivi previsti. Accanto a questa struttura di coordinamento, agiscono strutture di valutazione e di controllo.

Le amministrazioni sono invece responsabili dei singoli investimenti e delle singole riforme e inviano i loro rendiconti alla struttura di coordinamento centrale.

Il Governo costituirà anche delle task force locali che possano aiutare le amministrazioni territoriali a migliorare la loro capacità di investimento e a semplificare le procedure.”


Anche perché, come “contratto” firmato con l’Unione Europea, ogni singola rata dei fondi europei sarà erogata in base alla realizzazione o meno delle fasi previste da un cronoprogramma abbastanza rigido, entro cui dovranno essere realizzate 58 riforme (dalla giustizia civile alla struttura fiscale, dalle privatizzazioni ulteriori ai tagli di spesa sociale, ecc.) e 132 progetti di investimento già definiti e concordati.

Spazio per cambiare verso a questa governance: zero.

Una rigidità così esagerata, dichiaratamente antipopolare in molte delle “riforme” ormai ai nastri di partenza, può provocare ovviamente tensioni sociali di una certa rilevanza.

E i primi segnali si sono avuti con lo sciopero unitario della logistica, con le manifestazioni prima e dopo l’omicidio del sindacalista Adil, i pestaggi di lavoratori con bodyguard reclutati direttamente dalle aziende, le tre giornate di conflitto genovese ad opera dei lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano.

Lo sblocco dei licenziamenti, con le centinaia di migliaia di neo-disoccupati che annuncia, potrebbe facilmente moltiplicare questi fenomeni e interrompere la “luna di miele” mai sbocciata tra popolazione lavoratrice (o disoccupata) e governo Draghi, nonostante ci siano dentro tutti i partiti (anche la Meloni, cui è stata assegnata la funzione di “opposizione della corona”).

Perciò Gentiloni parte subito con una menzogna facile da scoprire, ma la dice lo stesso: “Il Recovery arriva al momento giusto. La ripresa è in atto. L’ottimismo è giustificato. L’Unione Europea avrà almeno per i prossimi due anni una crescita economica tra il 4 e il 5 per cento. È una cosa senza precedenti”.

Le previsioni di crescita sono effettivamente quelle, ma arrivano dopo un crollo – nel 2020 – vicino al 10%. E quel crollo è certo, perché già avvenuto. Dunque, se le previsioni più ottimistiche si avvereranno, si riuscirà al massimo a ritornare ai livelli di Pil pre-pandemia. Ossia a una crescita zero sull’arco di tre anni.

Perché, però, Gentiloni scopre così chiaramente il fianco? Semplice: “È l’insieme della classe dirigente che deve essere consapevole di quanto sia ambiziosa l’operazione. Anche in Parlamento. Ci vuole una unità fuori dal comune tra forze politiche, sociali, enti locali. Dobbiamo scalare una vetta, non nuotare su un mare di soldi europei. Vale per noi e per gli altri”.

Unità vuol dire in questo caso mancanza di contrapposizioni e di conflitto sociale (l’invito è rivolto a partiti, sindacati e Regioni, con queste ultime pronte ad esibire il peggio di sé durante la pandemia, con “delibere” ad capocchiam pensate solo per assicurare massima visibilità ai “governatori”).

Anche perché molte delle “riforme” andranno a incidere nella carne viva della maggioranza della popolazioni. E infatti: «molto dipende da noi italiani, tutti ci stanno a guardare. Abbiamo il debito più alto».

Insomma: se nel corpo sociale va sobbollendo e crescerà il malessere (è aumentata la povertà, sia relativa che assoluta, sono crollati i consumi, si è perso già quasi un milione di posti di lavoro, soprattutto precari e femminili), diventa decisivo che nessuno gli dia sponda politica e/o sindacale.

Altrimenti quel “piano” che Draghi vuole e deve realizzare non potrà diventare realtà nei tempi previsti dall’Unione Europea (che mantiene comunque i cordoni della borsa).

Il discorso gentiloniano non fa una grinza. E lascia intendere che, in mancanza di quella “unità”, ci potrebbe essere instabilità e, per impedirla, ricorso a misure di contenimento decisamente fuori dal comune. Repressive, ovviamente...

Lo schema contrattato con l’Unione Europea, ripetiamo, è molto rigido e non modificabile. «L’ok della Commissione è il risultato di quattro mesi di dialogo. Migliaia di pagine sono state scambiate. Sono stati compiuti lunghi tratti di strada per arrivare a questo obiettivo. In Italia si è iniziato a dicembre per arrivare al traguardo».

Già con Conte, insomma, che però dava meno garanzie di “autorevolezza” a livello internazionale, vista la sua troppo recente ascesa e soprattutto l’imprinting “populista” delle elezioni del 2018.

Meglio, molto meglio, un uomo dell’establishment occidentale, un protagonista fin dai tempi del Britannia, sperimentato in Goldman Sachs, Banca d’Italia e BCE. Uno così, certo, non dovrà contrattare con ogni singola corrente partitica il “quanto” concedere per l’ok al “piano”.

Ma neanche Draghi ha una vera libertà d’azione rispetto alla UE, spiega Gentiloni.

«La natura di questo programma consiste nel fatto che la Commissione ha stretto un patto con i 27 Paesi. L’Italia da sola percepirà un terzo di tutti i sussidi e prestiti. È un patto consensuale, ma vincolante. È legato a centinaia di obiettivi e scadenze. Le erogazioni quest’anno saranno il 13 per cento del totale. Nel 2022, invece, l’Italia riceverà 50 miliardi. Quasi un quarto dell’intero ammontare di finanziamenti. Ma, appunto, i soldi non sono una imprevista fortuna. Sono legati al raggiungimento di obiettivi e scadenze di questo patto vincolante».

Il problema è tutto lì. Se i soldi non fossero “vincolati” si potrebbe legittimamente fantasticare sul come spenderli, sia nelle truppe di palazzo che dal fronte dell’opposizione sociale e politica più radicale. Ma così non è.

E qui arriva la seconda iniziativa di Repubblica, che chiama Enrico Letta a recitare la solita parte della “sinistra unita al centro” per “non consegnare il paese alle destre“.

L’occasione è fornita dalla crisi verticale dei Cinque Stelle, in pieno scontro tra l’antica leadership “visionaria” di Grillo e la deriva neo-democristiana di Conte e Di Maio.

Inutile, però, dover star qui a ricordare quanto poco sia credibile questa finta contrapposizione quando – oltretutto – si sta insieme alle destre al governo, sotto la sferza di Mario Draghi e della UE.

Quindi niente chiacchiere: se si vuole cambiare il corso degli eventi, nei prossimi quattro o cinque anni, ci sarà bisogno di un fronte conflittuale ampio, ma soprattutto popolo in campo. Con bisogni veri, rivendicazioni chiare, organizzazione sociale e politica all’altezza della sfida. Non pasticci di sigle abborracciate alla bell’e meglio.
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