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30/06/2021

Biden e i guai a sinistra

La pazienza della sinistra del Partito Democratico americano nei confronti di Joe Biden rischia di esaurirsi già dopo pochi mesi dall’inizio del suo mandato alla Casa Bianca. Le recenti complicazioni del percorso legislativo di alcune delle promesse elettorali più importanti del presidente hanno messo in allarme gli ambienti progressisti americani, soprattutto per la tendenza di Biden e della leadership democratica al Congresso a cercare la collaborazione con il Partito Repubblicano. Il veloce ripiego verso destra del presidente non rappresenta una sorpresa, ma è l’inevitabile conseguenza sia delle sue attitudini, ben note dopo mezzo secolo di carriera politica, sia della natura di un sistema bloccato ed espressione di interessi ben precisi, irriducibilmente ostili a qualsiasi scintilla di riforma sociale.

L’agenzia di stampa Bloomberg ha pubblicato qualche giorno fa un lungo articolo che racconta di come la luna di miele tra Biden e l’ala “liberal” del Partito Democratico sia ormai quasi al capolinea. I rappresentanti di questa fazione sembrano essersi resi conto che il presidente non sarà in grado di risolvere le emergenze degli Stati Uniti implementando l’agenda progressista proposta in campagna elettorale e che aveva contribuito alla mobilitazione dei votanti per punire Donald Trump.

Le preoccupazioni si sono moltiplicate in concomitanza con le trattative tra democratici e repubblicani per la definizione di una legge sull’ammodernamento delle infrastrutture americane. Biden portava in dote una proposta da ben 1.200 miliardi di dollari da destinare al ripristino di ponti, strade e molto altro, spesso in stato di estremo degrado negli Stati Uniti. Una volta appurata l’impossibilità di trovare una maggioranza al Congresso su questo pacchetto, il presidente ha aperto al Partito Repubblicano e a possibili modifiche.

Ciò che ne è uscito è un compromesso da 579 miliardi, capace di intercettare il voto favorevole di una decina di senatori repubblicani. Al Senato, infatti, i democratici detengono una maggioranza di 51 a 50 solo grazie al voto della vice-presidente Kamala Harris e, oltretutto, secondo le regole della camera alta del Congresso è necessaria una super-maggioranza di 60 voti per approvare qualsiasi proposta di legge che non abbia a che fare con questioni di bilancio.

Oltre a ridurre drasticamente la portata della legge sulle infrastrutture, Biden ha accettato anche di mettere da parte la proposta parallela, quella relativa alle “infrastrutture umane” (“American Families Plan”), cioè una serie di misure a sostegno dei servizi pubblici e per la riduzione delle disuguaglianze sociali. Questa seconda iniziativa dovrebbe in teoria seguire un percorso separato e approdare in aula attraverso un escamotage tecnico che consente l’approvazione con una maggioranza semplice, collegando appunto la legge in questione a un provvedimento con una qualche rilevanza per il bilancio federale.

A fare infuriare la sinistra del Partito Democratico e le organizzazioni progressiste della società civile è stato in particolare il voltafaccia pubblico di Biden sulla sorte attuale della sua agenda legislativa. Giovedì scorso, il presidente aveva prospettato di mettere il veto alla legge sulle infrastrutture negoziata con i repubblicani se, contestualmente, non fosse stato approvato dal Congresso anche il cosiddetto “American Families Plan”.

La presa di posizione di Biden aveva sollevato un polverone, con i repubblicani che avevano accusato il presidente di volere affondare le trattative in corso. Anche i democratici “moderati” e i giornali teoricamente “liberal” come il New York Times e il Washington Post si sono uniti alle critiche contro Biden, fino a che, due giorni più tardi, il presidente ha fatto marcia indietro, assicurando che le sue parole non implicavano la minaccia di veto e che, quindi, il pacchetto di interventi per sostenere la spesa sociale sarebbe stato abbandonato al suo destino.

La vicenda ha chiarito quali siano le priorità dell’amministrazione Biden e, allo stesso tempo, ha messo in una situazione imbarazzante gli esponenti dell’ala progressista del Partito Democratico. Questi ultimi si ritrovano a dover scegliere tra il sostegno alle scelte della Casa Bianca, col rischio di alienarsi ulteriormente l’elettorato di sinistra, e una rottura o quasi con il presidente. In tutti i casi, se mai fosse stato necessario, gli ultimi sviluppi politici a Washington hanno dimostrato come la scelta del “male minore” attraverso l’appoggio al Partito Democratico rappresenti per l’elettorato di sinistra un vero e proprio vicolo cieco.

Le misure promesse da Biden per ingraziarsi gli americani “liberal” e che hanno ora misere prospettive di andare in porto sono numerose. Uno dei piani più ambiziosi della Casa Bianca e della leadership democratica riguarda la riforma elettorale. Il partito del presidente ha predisposto una proposta di legge che dovrebbe neutralizzare le regole anti-democratiche introdotte in molti stati dai repubblicani sostanzialmente per ostacolare l’accesso alle urne degli elettori appartenenti a minoranze etniche o che vivono in comunità svantaggiate, generalmente più orientati a votare per il Partito Democratico.

La legge era stata lanciata da una campagna imponente su giornali come il Times, ma l’entusiasmo si è a poco a poco sgonfiato quando le probabilità di venire approvata sono crollate. L’ostacolo iniziale era l’indisponibilità anche solo di una parte dei repubblicani ad appoggiare la legge. In seguito è emersa poi la contrarietà anche di alcuni senatori democratici “moderati”, a cominciare da quello del West Virginia, Joe Manchin.

Il provvedimento sul diritto al voto è ora in un limbo. L’importanza che gli viene attribuita ha però innescato un dibattito interno al Partito Democratico sull’opportunità di liquidare la norma ricordata in precedenza che al Senato impone una maggioranza di 60 senatori per approvare praticamente tutte le leggi in discussione. Ciò sarebbe possibile con un voto a maggioranza semplice, ma ci sono molti scrupoli a muoversi in questo senso soprattutto tra i democratici “moderati”.

Per le stesse ragioni che stanno bloccando le misure appena descritte, nel pantano legislativo restano anche altre proposte in cima alla lista delle priorità della galassia progressista americana. Dalla riforma dell’immigrazione a quella delle forze di polizia fino alla lotta al cambiamento climatico, le aspettative erano e restano molto alte, ma le prospettive non appaiono promettenti. Tutto ciò che Biden può offrire finora ai “liberal” del suo partito è l’approvazione, a inizio del suo mandato, del pacchetto anti-Covid da quasi duemila miliardi, la nomina di svariati membri della nuova amministrazione appartenenti a minoranze etniche e poco altro.

La fedeltà al presidente di questa parte del partito non è di per sé comunque in discussione. Il vero problema è la frustrazione degli elettori di sinistra che il prossimo anno potrebbero voltare le spalle ai democratici nel voto di “metà mandato”, tradizionalmente già sfavorevole al partito del presidente in carica.

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