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22/06/2021

“La politica vuol convivere con il virus, la green economy con il capitalismo”

“Questa corsa sfrenata all’arricchimento di pochi sta portando l’umanità verso strade catastrofiche, che possono avere conseguenze umane e sociali non controllabili. Pensate ai disastri del neocolonialismo nel cosiddetto ‘terzo mondo’, che poi terzo mondo significa che noi siamo il primo, e questo è ridicolo, perché, lo abbiamo visto, qui non esiste alcun tipo di protezione del lavoro, dell’ambiente”.

È molto severa l’analisi del professor Luciano Vasapollo, sui compromessi che caratterizzano la nostra società, che descrive in questa intervista a FarodiRoma.

Professore lei mette sempre insieme lavoro sociale e ambiente, come un binomio inscindibile. Ma gli ecologisti hanno una visione diversa, si concentrano sulla difesa della natura...

È esatto, ma è questo il limite che impedisce davvero di salvaguardare la natura prima che sia troppo tardi (e non manca molto). Ma è un limite speculare a quello che ha caratterizzato nel tempo passato anche molti che si ispiravano al marxismo.

Ai tempi della rivoluzione di Lenin, della rivoluzione sovietica, e anche in quelle del primo dopoguerra (in particolare la rivoluzione cinese e la rivoluzione cubana del ’59), la contraddizione ambientale non si era manifestata nelle forme, nelle dimensioni esplosive che oggi abbiamo di fronte.

Questo spiega anche una sottovalutazione assoluta, politica e teorica del marxismo del '900. Il marxismo ha sottovalutato la questione ambientale, e lo dico da marxista, l’abbiamo sottovalutata. Dicevamo: ‘quando si farà il socialismo risolveremo pure la questione ambientale’.

E se il socialismo, ipoteticamente, lo si fa tra cent’anni? Noi intanto ci siamo rovinati la vita nostra e del pianeta. Una sottovalutazione, questa, compiuta da noi marxisti, che ha lasciato un vuoto politico enorme: quello di come si deve salvaguardare l’ambiente, qui ed ora.

Qui e ora, non le chiacchiere: qui e ora, fuori dalle dinamiche delle regole del modo di produzione capitalistico.

Dunque lei suggerisce un approccio integrale, ma non rischia così di scivolare nell’utopia?

È vero, ma il rischio opposto è quello di settorializzare la realtà impedendo alla fine un reale cambiamento. Capita che mi dicano: ‘quello è un professore di politica economica, e parla di Dante, parla di Alessandro Manzoni, parla della filosofia!‘ Ma senza conoscere la filosofia, come potevo fare io l’economista?

Il Papa scrive e dice una cosa ripetutamente: Dio perdona, l’uomo qualche volta, la natura non perdona mai. La natura non può perdonare.

Questo insieme di cose, anche se sinteticamente, spiegano quella che per me è la questione ambientale, c’è una contraddizione di sistema, una contraddizione strutturale del modo di produzione capitalistico, che però è irrisolvibile all’interno della logica del profitto: non si può risolvere.

E quindi la mia risposta, a chi mi chiede che ne pensa della green economy? Male, perché la green economy non risolve assolutamente il problema basilare della contraddizione tra finito ed infinito, fra sistema finito, limitato, e crescita infinita, che è quella del capitale.

Ma nella situazione di oggi, con una pandemia che ha aggravato la crisi sociale, non dobbiamo cercare di affrontare un problema alla volta?

È proprio questo il pericolo. Affrontare questa pandemia con il tentativo ipocrita di cercare di convivere con il virus! Basta che va avanti il profitto... Per tentare di convivere con il virus hanno dimostrato che l’umanità non può convivere invece col capitalismo. Forse se si faceva dappertutto come ha fatto la Cina, forse eravamo già fuori pure noi da questo coronavirus.

Insomma, il tempo di pensare che “l’ambiente? ‘vedremo’", secondo me è finito, anche noi marxisti dobbiamo prenderne coscienza.

Io ho cominciato a scrivere su questo, ne parlavo l’altro giorno, un libro 25 anni fa “L’acqua scarseggia ma la papera galleggia”, capitale e ambiente, 25 anni fa, dicendo: guardate, l’urgenza del cambiamento sociale fa tutt’uno con l’urgenza del cambiamento ambientale, con il superamento del modo di produzione capitalistico, dove e prima che le variabili ambientali arrivino a un punto di non ritorno.

Il punto di non ritorno, ce lo dice la scienza, non lo diciamo noi, se prevale la logica del profitto, dell’impresa privata, del profitto individuale, del profitto aziendale, e non quella della risoluzione dei bisogni collettivi e dei bisogni, diciamo così, dell’interesse collettivo, non ne esci.

Ma come si può gestire l’ambiente dal punto di vista produttivo?

C’è solo una maniera: la programmazione e la pianificazione. L’ambiente ha bisogno di respiro lungo. Se ha bisogno di respiro lungo, bisogna pianificare. Bisogna programmare.

I conflitti sociali, i conflitti ambientali, il conflitto capitale-lavoro, il conflitto capitale-ambiente, sono temi ineludibili. La storia non è lineare, la storia è fatta di stati, di avanzamenti, ma non di ritornare indietro.

Io contesto Gianbattista Vico, cioè i corsi e ricorsi storici per i quali la storia si ripete. Quando mai! Non si ripete mai, mai.

Quello che sto dicendo in questo secondo, è diverso da quello che dicevo un secondo fa, quello che sto facendo in questo secondo, un secondo fa non lo facevo. Ci possono essere similitudini, ma la storia non ritorna, l’urgenza del cambiamento è di un cambiamento strutturale.

Quindi, abbiamo bisogno di costruire condizioni per il superamento delle contraddizioni. Dobbiamo costruire dialettica, conflitto tra spezzoni sociali coinvolti, tra giovani e meno giovani.

L’attuale fase di sviluppo imperialista rafforza la spinta dei capitali verso la distruzione dell’ambiente e verso la sua mercificazione.

Io sono convinto (e vado d’accordo con Papa Francesco anche su questo) che il problema ambientale non esiste, c’è il problema socio-ambientale, la necessità di non danneggiare in modo irreversibile il mondo che ci circonda, perché l’umanità non è dotata di risorse illimitate, l’uso spropositato per il consumismo di ricchezze naturali può avere conseguenze fatali per la sopravvivenza, non della specie umana, ma della totalità.

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