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20/06/2021

“Alla catena siamp tutti uguali”

La partecipata assemblea dei delegati e dei lavoratori di USB – “Dalla catena di montaggio alla catena del valore” – che si è tenuta a Bologna il 19 giugno segna un passaggio importante nel processo di crescita dell’organizzazione sindacale e pone le basi per un rilancio del movimento di classe nel suo complesso.

Come ha suggerito Giorgio Cremaschi il passaggio soggettivo dentro la configurazione indicata dal titolo dell’iniziativa dovrebbe essere come si passa dalla “catena del valore ai legami di classe”, cioè si deve iniziare ad abbozzare quelle connessioni pratiche in grado di far fare il salto di qualità all’azione dei lavoratori.

È emersa la volontà di investire tutto il corpo dell’organizzazione con gli orientamenti maturati all’interno dell’assemblea a cominciare dal livello regionale, riportando la ricchezza del dibattito e delle prospettive emerse.

Una iniziativa che ha avuto un “sapore precongressuale”, come l’ha definito giustamente uno degli interventi, e che ha messo subito in agenda obiettivi strategici come la riduzione dell’orario a parità di salario, il salario minimo, la nazionalizzazione dei settori strategici, l’introduzione di un ammortizzatore sociale unico, il fermare “la giungla degli appalti”, e la promozione dell’introduzione a livello giuridico del reato di omicidio sul lavoro, per non citare che i punti principali.

Come ha ribadito Luciano Vasapollo, la nuova catena del valore è una “nuova catena della morte”, che incrementa il numero dei decessi e degli infortuni anche se diminuiscono complessivamente le ore lavorate.

Un paradosso che mostra l’altra faccia del rischio calcolato promosso dal governo Draghi, in cui il rincorrere la ripresa economica ad ogni costo ha come tragica conseguenza lo stillicidio di lavoratori.

Una sfida che non coglie impreparato il sindacato che da tempo va costruendo la Rete Iside per la Sicurezza sul Lavoro con il suo lavoro di ricerca, monitoraggio e formazione.

L’iniziativa di USB non manca poi di sbocchi pratici rilevanti come dimostra lo sciopero di 24 ore nei porti di lunedì 14 giugno, promosso dal neonato coordinamento lavoratori portuali (Trieste, Livorno, Genova, Civitavecchia).

Oltre agli obiettivi generali è stata ribadita l’urgenza dell’azione immediata che troverà concretizzazione la prossima settimana in una serie di iniziative che avranno luogo contro Ikea, GLS e la filiera alimentare.

Come ha ribadito Roberto Montanari di USB Logistica: “noi saremo lì a fare un casino indemoniato”.

Poco meno di trecento persone hanno seguito il dibattito, all’interno dei locali del cinema Nosadella da metà mattinata alle 5 del pomeriggio, in cui si sono alternati interventi che hanno restituito una fotografia in movimento dei vari segmenti di classe che l’Unione ha organizzato nei vari comparti della catena del valore dalla filiera agricola alla logistica, dai porti al trasporto aereo, dai servizi all’impresa al reparto manifatturiero.

Ciò che è emerso con forza è la rinnovata centralità della questione di classe ed il peso specifico che avrà nel determinare il corso politico del nostro Paese in senso regressivo o progressivo. O, per usare le parole di Guido Lutrario, “si gioca la partita della democrazia in questo paese”.

L’assemblea si è aperta con un minuto di silenzio per Adil Belakhdim, sindacalista di 37 anni del SiCobas barbaramente ucciso a Biandrate di Novara durante un picchetto ai magazzini della LIDL nella giornata unitaria di sciopero del 18 giugno, promossa da tutto il sindacalismo conflittuale presente nella logistica.

Nel suo intervento introduttivo Fabiola Bravi alla presidenza del dibattito ha chiarito che il ruolo del sindacato di fronte all’attacco padronale è quello di “mettersi in prima linea, sulla linea del fuoco”.

Una indicazione ribadita dall’intervento di apertura di Sasha Colautti per cui il sindacato deve darsi un “quadro d’iniziativa e di pratica che sappia reggere lo scontro” e di “rifiutare la pacificazione e la concertazione”.

Nell’attuale fase, una delle prime e principali armi dell’arsenale del nemico è la promozione di una narrazione tossica che vuole restituire una immagine di debolezza della classe e che nega le sue potenzialità, come ha ribadito Giorgio Cremaschi, oltre alla sua centralità nei processi di creazione del valore.

Questo “eterno bloccare la narrazione del conflitto” come l’ha definito un intervento è un segnale di debolezza della controparte che deve far scomparire lo sviluppo della lotta di classe dalla percezione generale degli sfruttati.

Gli interventi iniziali di Sasha Colautti e di Luciano Vasapollo hanno dato il quadro entro cui si è svolta la discussione terminata con la sintesi di Marco Benevento.

È emersa con forza la necessità di costruire movimenti unitari di confronto con il sindacalismo conflittuale tutto, tesi alla costruzione di mobilitazioni in grado di “inceppare” la catena del valore in un momento in cui appare sempre più evidente come sia in atto un disegno di consolidamento, anche normativo, del fascismo aziendale.

Siamo di fronte ad una vera e propria strategia di controrivoluzione preventiva tesa a colpire in un reparto strategico i processi organizzativi conflittuali che fuoriescono dalla cornice predisposta dai big del settore.

Un disegno in cui la genuflessione ai diktat padronali dovrebbe assicurare il monopolio della rappresentanza a CGIL, CISL e UIL, promuovendo delle relazioni industriali simili al “gansterismo” sindacale di matrice nord-americana, tipico degli anni Trenta del secolo scorso.

Il “reset del capitalismo” dopo la pandemia, come l’ha definito Colautti, mira a trovare nuovi spazi ed opportunità promuovendo una ancora maggiore competizione tra sfruttati, alimentando un senso della paura provocato dalla pratica squadristica vera e propria e dal ricatto della precarietà.

Si è concretizzato infatti ciò che alcuni anni fa non era che una ipotesi organizzativa ancorata ad una analisi delle tendenze che si stavano sviluppando nel modo di produzione capitalistico.

Un piano “seminariale” – come ha ricordato Guido Lutrario, della Federazione del Sociale di USB – sviluppato ai tempi in assenza di significativi processi organizzativi, che ha permesso di anticipare ciò che sarebbe avvenuto in seguito in particolare nel settore della logistica.

Il corrispettivo dell’uso di un cacciavite come mezzo per sabotare e fermare un tempo la catena di montaggio, oggi – nella “fabbrica sociale generalizzata” ha affermato Vasapollo – è il blocco delle merci e delle persone lungo la catena del valore globale, fermando una nave, un camion o un bus.

Come è emerso dai due interventi di esponenti del Centro Studi Cestes – affidati a Luciano Vasapollo e a Mauro Casadio – la prefigurazione di un quadro che cogliesse le trasformazioni in divenire ha permesso di orientare l’iniziativa sindacale, anticipando di fatto i processi organizzativi veri e propri, che hanno potuto trovare spazio nel sindacato grazie alla sua natura confederale, caratteristica che ha fortemente contraddistinto l’USB nel vivace panorama del sindacalismo conflittuale.

L’analisi delle linee di sviluppo del modo di produzione capitalistico, la natura confederale dell’esperienza di USB e, non ultima, la duttilità nel dare rappresentanza a settori di classe del precariato sociale diffuso confluiti nella Federazione del Sociale, ha permesso di sedimentare un patrimonio di riflessioni ed esperienze pratiche all’interno dello stesso involucro organizzativo, che ha operato in senso ricompositivo di vari segmenti.

Una esperienza che ora accetta le sfide del livello dello scontro venutosi a delineare, rilanciando l’ipotesi del sindacalismo indipendente come spina dorsale del più ampio movimento di emancipazione delle classi subalterne e che con il proprio esempio sia in grado di “innescare un movimento” oltre i propri perimetri organizzativi.

Un altro elemento che è stato più volte ripreso è l’assenza nel quadro politico dato di una rappresentanza delle classi subalterne degna di questo nome, una mancanza che Potere Al Popolo – intervenuto con la sua portavoce nazionale Marta Collot – sta cercando di colmare dentro il conflitto di classe con una organica partecipazione alle lotte, cercando di promuovere quella connessione sentimentale tra una organizzazione politica e i comparti più avanzati della classe.

È emersa con forza la funzione generale che il movimento operaio potrebbe assumere nella più generale battaglia democratica nel nostro Paese, ritrovando il ruolo ricoperto per tutto il Novecento in Italia.

È una relazione di implicazione reciproca, perché senza un “rovesciamento del quadro politico generale”, come è stato ribadito, non può esserci un avanzamento delle istanze minime dei lavoratori.

La politicizzazione delle lotte infatti risiede nel fatto che le istanze emerse non possono essere racchiuse dentro una singola vertenza o dentro istanze corporative, ma esprimono un contenuto generale che riguarda i singoli cittadini ed il progresso sociale nel suo complesso.

Si pensi allo sciopero del settore sanitario durante il G20 della Salute a Roma il 21 maggio e la manifestazione unitaria del giorno successivo, co-promossa tra l’altro da USB, Potere al Popolo e dall’organizzazione giovanile comunista Cambiare Rotta.

In questo senso, due vertenze nazionali assumono un valore strategico perché pongono con forza la questione della nazionalizzazione di settori senza i quali il nostro Paese è in balia degli interessi delle multinazionali internazionali e dei grandi gruppi continentali franco-tedeschi.

Si tratta della vicenda dell’Alitalia, illustrata da Francesco Staccioli dell’Esecutivo Nazionale di USB, e di quella dell’Ex ILVA, spiegata da Francesco Rizzo, dell’USB di Taranto.

Sono vicende attraverso cui si può leggere ormai il lungo corso delle privatizzazioni nel nostro Paese – iniziato con la privatizzazione nei porti, coi Decreti Prandini, più di 30 anni fa – il cui esito minerebbe ulteriormente la residuale sovranità economica che una politica schiava dei dettami delle oligarchie continentali e degli interessi confindustriali ha da tempo ipotecato, regalando ai prenditori nostrani ed esteri i fiori all’occhiello della nostra industria e compromettendo qualsiasi ruolo manageriale pubblico.

È emersa da numerosi interventi la fase di profonda ristrutturazione che abbiamo di fronte con i fondi “messi a disposizione” dal Recovery Plan ai privati, come vettori di un aumento della composizione organica del capitale attraverso l’automazione, che taglierà i posti di lavoro e rafforzerà la concentrazione dei capitali in mano a un pugno di multinazionali che dominano la catena del valore globale, azzerando le garanzie dei lavoratori.

L’ha spiegato bene Roberto Montanari, mostrando come la “rivoluzione green” degli imballaggi altro non serve che ad aumentare il numero dei colli trasportabili da un singolo vettore – e quindi il carico di lavoro –.

Dei 4 mila magazzini robotizzati che c’erano nel 2018, prima della pandemia, ce ne saranno 50 mila nel 2022, con un taglio delle forza lavoro pari al 20%.

Si tratta di un settore in espansione anche nel nostro paese. Infatti da gennaio ad ottobre del 2020 28 milioni di italiani hanno fatto almeno un ordine consegnato “a domicilio”.

Lo sblocco dei licenziamenti previsti dal primoo Luglio (insieme a quello degli sfratti) e la liberalizzazione del sistema degli appalti sono le azioni politiche di un governo, quello Draghi, che ha voluto subordinare l’erogazione degli ammortizzazioni sociale all’accettazione dei processi di ristrutturazione – come ha spiegato Riad Zaghdane – in cui verranno falcidiate quelle aziende medio-piccole non legate ai settori core delle filiere produttive franco-tedesche.

Questo è per così dire il lato oscuro della digitalizzazione e della transizione ecologica guidata dal capitalismo.

Vi è una correlazione diretta tra la strategia di controrivoluzione preventiva e il deficit democratico dovuto all’accelerazione dei processi di “esecutivizzazione” che esautorano, per le decisioni fondamentali, non solo il Parlamento ma il governo stesso – come ha dimostrato la nomina del “Comitato Tecnico dei 5” – e il processo di ristrutturazione in corso.

È quindi una triplice sfida per il movimento di classe tutto, chiamato subito alla messa in cantiere di iniziative di lotta efficaci ed unitarie che sappiano ribaltare i rapporti di forza colpendo là dove fa più male.

Una sfida che deve avere una precisa traduzione politica da parte di chi anche con l’avvicinarsi delle elezioni in cinque delle maggiori aree metropolitane del paese, vuole colmare un deficit profondo di rappresentanza per le fasce sempre più ampie del nostro blocco sociale escluse dal patto neo-corporativo che si sta prefigurando.

L’odio di classe torna ad essere una forza motrice.

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