Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/09/2026
Cambiamenti climatici. Militari e guerre pesano enormemente ma non rientrano nei calcoli
Quando nel 1997 venne firmato il Protocollo di Kyoto, gli USA pretesero e ottennero una esenzione per le emissioni militari dai requisiti di rendicontazione internazionale sulle emissioni in atmosfera.
Era stata pensata come misura temporanea per garantire l’adesione statunitense al Protocollo di Kyoto ma alla fine è diventata una limitazione strutturale dai calcoli delle emissioni e quindi nei negoziati sui cambiamenti climatici.
Quella concessione, pensata come misura temporanea per garantire l’adesione americana, è diventata la norma de facto per trent’anni di negoziati climatici. Una deroga nata per necessità diplomatica e sopravvissuta a ogni cambio di stagione politica.
Secondo i dati a disposizione, le forze armate statunitensi emettono in atmosfera circa 50-60 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno. Il Pentagono risulta essere il più grande consumatore istituzionale di petrolio a livello globale.
Ma anche in Europa, il riarmo accelerato dopo l’intervento militare russo in Ucraina del 2022, ha fatto lievitare pesantemente queste cifre. Come noto ogni jet o aereo che decolla scarica in quota non solo anidride carbonica, ma anche vapore acqueo e scie di condensazione, fenomeni che non entrano nei calcoli ufficiali.
Ma se questo è già così in tempi di pace, i dati esplodono in tempi di guerra.
Emblematici gli effetti del sabotaggio al gasdotto North Stream dove si stima che a seguito dell’esplosione siano state rilasciate ben 465.000 tonnellate metriche di metano, equivalenti e circa 13,85 milioni di tonnellate di CO₂. Oppure il caso di Gaza dove solo nei primi 60 giorni di guerra, circa il 90% delle emissioni proveniva dalle missioni aeree, con i voli cargo americani di rifornimento militare a Israele che producevano da soli 133.650 tonnellate di CO₂ equivalente.
In Iran non sono ancora state quantificate con precisione le emissioni associate all’attacco israeliano al più grande giacimento di gas del mondo, il campo di South Pars, il 18 marzo.
Secondo il Bulletin of Atomic Scientists le emissioni belliche sono dispersive nel tempo e nello spazio: gli incendi sul fronte bruciano per settimane in aree inaccessibili, le perdite di metano da infrastrutture danneggiate continuano per mesi.
Le metodologie di calcolo utilizzate dai ricercatori sono diverse: alcuni usano approcci bottom-up, cioè calcolano ogni singola sorgente, altri con un approccio top-down, cioè basati sui dati satellitari di concentrazione dei gas, ma la classificazione militare occulta molti dati operativi e rende impossibile le verifiche.
Le raccomandazioni del Bulletin of Atomic Scientists chiedono ai governi l’obbligo di rendicontazione standardizzata delle emissioni militari nei report nazionali, inclusi quelle sui conflitti in corso. Inoltre chiedono la creazione di un protocollo internazionale di misurazione delle emissioni belliche, con metodologie condivise e verificabili da terzi ed infine l’integrazione delle emissioni dovute alla ricostruzione post-bellica nei calcoli del costo climatico dei conflitti.
È doveroso sapere che a oggi nessuna di queste misure è in agenda nei negoziati climatici internazionali. Anche la conferenza COP30 tenutasi nel 2025 in Brasile non ha fatto alcun passo in aventi né prodotto alcun impegno su questo fronte.
Fonte
03/08/2026
L’Italia invasa dai data center
Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche il loro fabbisogno energetico. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo alcuni scenari riportati dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale.
Di fronte a un’espansione così rapida, è necessario chiedersi se lo sviluppo dei data center possa essere governato in modo sostenibile o rischi invece di riprodurre le distorsioni già osservate negli Stati Uniti e in altri paesi: consumo di acqua ed energia, occupazione del suolo, aumento dei costi per i cittadini e benefici occupazionali inferiori alle attese.
È in questo scenario che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha elaborato la “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center”. L’obiettivo di questa strategia è mostrare come il territorio italiano, con una rete di infrastrutture (fibra ottica, 5G e cavi sottomarini) distribuita in modo omogeneo in tutta la penisola, “possa garantire uno sviluppo sostenuto e sostenibile dei data center in grado di moltiplicare il fattore attrattivo agli investimenti”. Il documento presenta in tal senso un’analisi di settore e una strategia per ridurre e semplificare tempi e modalità di investimento, per rendere l’Italia un polo di investimenti strategico, definito ‘Hub del Mediterraneo’.
La diffusione dei data center in ItaliaIl mercato dei data center in Italia è effettivamente in fortissima crescita: nel triennio 2023-2025 ci sono stati investimenti pari a 7,1 miliardi di euro e per i prossimi tre anni ci si aspetta di raggiungere i 25 miliardi. Una cifra comunque inferiore rispetto alle previsioni del 2023: secondo i dati riportati sempre dall’Osservatorio del Politecnico, ci si aspettava infatti di raggiungere 10,5 miliardi di euro. L’incongruenza è dovuta principalmente agli errori di previsione di operatori internazionali, che sono entrati nel mercato italiano con eccessivo ottimismo riguardo alle tempistiche burocratiche italiane. Ed è proprio per venire incontro alle esigenze degli investitori internazionali e capitalizzare il più possibile le previsioni di mercato che è stata sviluppata la Strategia del Mimit.
Attualmente, dalla richiesta di costruzione di un data center fino al diritto di iniziare i lavori è previsto un iter che va dai 18 mesi ai 3 anni, periodo nel quale vengono espletate le valutazioni urbanistiche e ambientali. Un periodo che secondo l’Italian Data Center Association (IDA), citata nella strategia, pone il nostro paese in svantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni europee. Per superare questo limite, il Mimit propone l’introduzione di un’Autorizzazione Unica a livello nazionale, che possa semplificare le procedure e unificarle sotto un unico ente amministrativo, così da garantire tempi certi.
L’impatto dei data center sul territorioLa semplificazione, in linea di principio, non sottovaluta l’impatto dei data center nel territorio italiano. Anzi, la strategia identifica quattro potenziali effetti benefici a livello territoriale e locale derivanti dagli investimenti sui data center: riqualificazione di aree industriali dismesse (i cosiddetti siti brownfield), iniezione di risorse economiche nei comuni coinvolti, utilizzo del calore di scarto per teleriscaldamento, aumento dei posti di lavoro nel territorio. Va tuttavia verificato se e in che modo questi benefici possono concretizzarsi, analizzando la situazione nei territori protagonisti della crescita del settore.
La Lombardia è di gran lunga la regione che riceve più investimenti, candidandosi a essere una delle maggiori regioni europee per numero di data center, attualmente concentrati soprattutto nella città metropolitana di Milano, a Bergamo e, più di recente, nella provincia di Pavia. Questi territori stanno vivendo un aumento vertiginoso di nuove strutture: secondo Data Center Map, sono oltre 110 i data center attivi nella sola Lombardia, a cui se ne aggiungeranno una trentina nei prossimi anni. Il rapido sviluppo di queste strutture porta con sé alcune controversie rispetto ai benefici ambientali, specialmente riguardo alla bonifica e riutilizzo delle aree industriali e al teleriscaldamento tramite il calore di scarto.
Su questi aspetti, la strategia pone solo delle linee guida da rispettare laddove possibile: per esempio, riconvertire siti brownfield invece di utilizzare aree verdi (greenfield) o prediligere sistemi a circuito chiuso in grado di consumare meno acqua. Tuttavia, in assenza di una legge, queste linee guida non vincolano chi investe nel territorio italiano. Per colmare questo vuoto, e per l’ampio numero di investitori, nel maggio scorso la Lombardia è stata la prima regione italiana a promulgare una legge in questa direzione, che pone disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi che potrebbero essere destinati all’agricoltura.
“Ma la legge non ha tenuto conto delle richieste”, commenta, parlando con Guerre di Rete, Renato Bertoglio di Legambiente Pavia. “Abbiamo chiesto di governare il processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo piuttosto che bonificare un’ex area industriale”. Anche da parte di Legambiente, dunque, c’è la richiesta di una legge nazionale che definisca delle condizioni e le renda vincolanti. In assenza di essa, il sito di costruzione di un data center è soggetto alle contingenze del luogo e degli attori coinvolti: può essere effettivamente scelto un sito brownfield, come nel caso del progetto del data center hyperscale della società DC Adriatic a Bari, oppure occupare 60mila metri quadri di terreno verde, come a Certosa di Pavia.
L’invasione del paveseNegli ultimi anni, proprio la zona del pavese sta registrando la costruzione di numerosi data center: oltre a Certosa, a Lacchiarella è previsto un campus con cinque data center da oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a Bornasco 165mila. Non sempre i progetti offrono ai territori in cui sono installati i benefici indicati nella strategia: se a Magenta, per esempio, è stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta, a Certosa si vuole costruire su un terreno verde che era destinato ad uso agricolo.
In entrambi i casi, i cittadini denunciano la costruzione a breve distanza dalle abitazioni: “Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono espansi in contiguità alle aree dismesse”, dice a Guerre di Rete Sergio Manera, fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. “Non si può costruire vicino alle case, così si rischiano di ripetere gli errori del passato, quando si costruiva senza la sensibilità ambientale che abbiamo oggi”. Nella legge della Regione Lombardia è assente qualsiasi riferimento al limite di vicinanza, e ciò, secondo Manera, fa perdere valore agli immobili del territorio, ridimensionando in questo modo anche gli oneri di urbanizzazione che, secondo la strategia, dovrebbero costituire risorse economiche per i comuni dove si costruisce.
Come sottolinea Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, ci sono altre vie per far girare l’economia locale: “Certosa ha guadagnato tre milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello ne ha presi molti di più attraverso progetti europei. In tutto il territorio stanno nascendo sempre più data center, bisogna considerare gli effetti cumulativi di questi impianti in un corridoio agricolo che è anche un’area ad alto interesse turistico”.
D’altronde, l’impatto ambientale non riguarda soltanto i comuni in cui vengono costruiti i data center, ma anche in quelli confinanti. Ce lo spiega Alberta Samuele, sindaca di Borgarello, comune che confina con Certosa e con l’area in cui sorgerà il data center: “L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura. Negli ultimi anni abbiamo vinto bandi da sei milioni di euro spesi in opere pubbliche: costruzione di un ambulatorio, ristrutturazione della scuola, depavimentazione. Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il territorio”.
Da quanto emerge da queste testimonianze, la scelta di siti brownfield, laddove venisse effettuata, non sarebbe comunque sufficiente per mitigare gli impatti ambientali, che rimarrebbero elevati specialmente perché si costruiscono tanti impianti in un’area ridotta. In Lombardia è presente quasi la metà dei data center nazionali e anche guardando le richieste di allacciamento (dunque l’interesse futuro) per i data center, la Lombardia da sola rappresenta quasi il 50% di potenza richiesta, seguita con molto distacco da Piemonte (15%) e Puglia (10%).
Nonostante la maggior parte delle richieste non sia concretamente realizzabile, il rapporto mostra bene la loro distribuzione. La sola Milano, secondo dati del Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. D’altra parte, la strategia del Ministero si propone di distribuire queste infrastrutture su tutta la penisola, ma i comitati cittadini e Legambiente sono d’accordo nel chiedere con celerità una legge nazionale che governi il fenomeno.
Teleriscaldamento e rinnovabiliAnche l’energia pulita gode di grande attenzione. Oggi, con il mix energetico che è al 40% circa composto da fonti rinnovabili, le emissioni di CO2 da parte dei data center sono approssimativamente un milione di tonnellate, a quanto riporta il Politecnico di Milano. Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di nuova capacità rinnovabile per realizzare un mix elettrico decarbonizzato al 65%. Se anche fosse raggiunto questo obiettivo, secondo l’Osservatorio del Politecnico le emissioni raggiungerebbero un intervallo tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate. Una crescita sostenuta e dovuta proprio all’aumento dei data center, ma comunque contenuta rispetto alle 5-8 milioni di tonnellate di emissioni previste se il mix energetico rimanesse invariato.
La strada verso le rinnovabili è un impegno fondamentale e la strategia del Ministero si muove in questa direzione. Tuttavia, l’energia pulita, da sola, non è sufficiente, perché, come ci spiega Manera, “nel momento in cui ci si allaccia alla corrente elettrica, si utilizza il mix nazionale. Quindi non è possibile, come dicono alcuni, realizzare un data center con energia al 100% rinnovabile, a meno di togliere le fonti pulite ad altri, visto che la coperta è corta”.
Per questo motivo, grande importanza è dedicata anche alle tecnologie che permettono di ridurre inquinamento e dispersione di calore. Il teleriscaldamento, capace di riutilizzare il calore di scarto dei data center per riscaldare abitazioni vicine, è per esempio considerato da varie parti la soluzione ottimale. Permette di ridurre i costi dell’energia così come le emissioni di CO2: esemplare è il caso del data center Avalon 3 di Retelit, a Milano, che, secondo IDA, consente di riscaldare le abitazioni di 1.250 famiglie del Municipio 6, con un risparmio energetico equivalente a 1.300 tonnellate di petrolio e una riduzione delle emissioni di CO2 di 3.300 tonnellate. Ad oggi sono però ben pochi i progetti che godono di tale efficienza. “Ma sono necessari: l’alternativa è la dispersione di calore nell’aria”, spiega Manera, che fa notare come esista una direttiva UE che impone alle imprese uno studio di efficienza energetica per questo tipo di impianti.
La crescita occupazionaleLa strategia del Mimit cita tra gli impatti benefici sui territori anche la “creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture stesse”. Secondo l’Italian Data Center Association (IDA), nel 2024 si contavano 28mila lavoratori nell’orbita dei data center, ma di questi solo 1200 erano lavoratori diretti nelle strutture. La maggioranza dei nuovi posti di lavoro riguarda la fase di costruzione, oppure si concentra nelle imprese legate al mondo del digitale e dell’intelligenza artificiale, e quindi la creazione di data center è solo in parte causa di queste nuove assunzioni.
Non è facile trovare dati sulla crescita dell’occupazione nei data center, ma varie fonti riportano che il settore è agli ultimi posti riguardo a numero di lavoratori per metro quadro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato il caso di Abeline, una città in Texas in cui per un data center che inizialmente avrebbe dovuto occupare 100mila metri quadrati non sarebbero stati assunti più di 100 lavoratori. In questo modo, creare un data center in un territorio non significa necessariamente aumentare i posti di lavoro in quel dato luogo.
Nella strategia del Mimit, molta attenzione è dedicata
alla semplificazione amministrativa per ridurre i tempi degli
investimenti, mentre per le questioni ambientali si rimanda alle direttive europee e alle linee guida
del Ministero dell’Ambiente. Anche per questo è necessaria una legge
complessiva, che garantisca una visione a lungo termine di sviluppo
tecnologico sostenibile.
Fonte
02/06/2026
Il reale delle/nelle immagini. Il manifestarsi della tossicità capitalista nella fotografia
di Gioacchino Toni
Sara Benaglia, Immagini infestate. Ecologie tossiche della fotografia, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 116, € 15.00
«Immagini infestate è un’indagine storica, speculativa, poetica. Scava tra le scorie dell’atto fotografico: estrazione industriale, colonialismo chimico, spettri ibridati nella materia analogica. […] La fotografia è una rovina lucente. Una macchina che imprime, consuma e lascia dietro di sé solo resti. Senza lavoro coatto, senza violenza geologica del capitalismo, nessuna luce sarebbe mai stata impressa su carta. L’immagine non documenta: persiste. Sopravvive come scarto ideologico, come traccia necrotica, come reliquia di un’ecologia collassata» (pp. 7-8). Così Sara Benaglia presenta lo sguardo critico con cui guarda alle fotografie riconsocendo loro, alla materia di cui sono fatte, un livello di agentività che contraddice le pretese di unicità autoriale umana.
Il ragionamento proposto dall’autrice prende il via dalla constatazione della naturale trasformazione che subisce nel tempo l’immagine fotografica, del suo sottrarsi all’idea che la vuole strumento in grado di fissare per l’eternità un istante mantenendosi, al contempo, inalterabile. Benaglia invita a non guardare all’infiorescenza che compare con il tempo sulla superficie fotografica come a un semplice deterioramento, ma come a una manifestazione di un processo vitale in atto. «L’immagine non si sta spegnendo, si sta riaccendendo in un registro distinto» (p. 11), non si adegua al ruolo di mero deposito di significato umano, autoriale e spettatoriale, ma manifesta le sue potenzialità di generare autonomamente significati infrangendo la pretesa del realismo capitalistico di fissare la realtà in un documento inerte.
Riconoscere l’agentività dell’immagine fotografica, sostiene Benaglia, significa ripensare il concetto di autorialità abbandonando le pretese di esclusività umana per contemplare la presenza di un creatività non-umana. «Ciò che chiamiamo “autorialità”» scrive l’autrice, «è una struttura mitologica, un apparato normativo costruito per congelare la creazione dentro una griglia di nomi, proprietà, intenzioni. Ma la materia si muove» (p. 21) e, nel muoversi, mostra la natura spettrale del castello giuridico autoriale, insinuando «l’idea disturbante di un diritto (d’autore) multiagentee: non più costruito attorno a un io centrale, ma distribuito tra materia, codice e tempo» (p. 22).
Tanto l’immagine analogica, «costellazione chimica che scaturisce dalla terra e si imprime sulla pellicola», quanto quella digitale, derivata da «materie rare, estratte dal cuore oscuro del Pianeta, che alimentano lo splendore immateriale dei pixel», sottolinea Benaglia, «sono epistemologie connesse, visioni del mondo inscritte nella materia. L’analogico sussurra attraverso il decadimento, la corrosione, l’imperfezione. Il digitale simula purezza, ma è anch’esso fondato su una filiera di estrazione invisibile, che lega ogni schermo a un paesaggio devastato» (p. 35). In entrambi i casi, continua l’autrice, si tratta di «un’alleanza tra desiderio ed estrazione, tra visione e sfruttamento. Una miniera che si finge memoria. Un dispositivo che colonizza la luce e la trasforma in superficie. Ma lascia dietro di sé scorie. Polveri. Sostanze. Ogni immagine è un’eco minerale. Una reliquia velenosa di un mondo in esaurimento. Ma questa eco non è astratta. Ha una chimica. Ha un corpo. È composizione attiva della materia» (p. 37).
Nell’osservare una fotografia occorrerebbe prendere atto delle sue connessioni con l’industrializzazione e l’inquinamento, della sua genealogia sostanzialmente distruttiva in quanto gesto colonizzatore, «estrattivo che trasforma la realtà in superficie. In scarto. In residuo energetico» (p. 43).
La fotografia nasce nelle infernali miniere d’argento del Cinquecento sudamericano ed è, al pari del capitalismo, «un’illusione ottica sostenuta da un’infrastruttura invisibile e tossica. Senza la conquista coloniale, senza i combustibili fossili, senza il lavoro coatto e l’estrazione incessante, non ci sarebbe alcuna camera oscura, alcuna immagine da sviluppare. Ogni fotografia è già da sempre una composizione geologica e politica. La materia di cui è fatta è il risultato di violenza storica e raffinazione chimica» (p. 49).
Dietro all’apparente immaterialità dell’immagine fotografica si cela una costruzione ideologica che nasconde il suo essere «un prodotto stratificato di logistica, trasporto, ingegneria» (pp. 49-50), altro che «semplice estensione di un progetto autoriale, un’estetica disincarnata» (p. 50). Insieme alla riorganizzazione del vedere, la fotografia concorre alla rovina del pianeta bruciando e dissolvendo ciò che osserva per renderlo visibile. Anziché «contemplare la fotografia per ciò che mostra» scrive Benaglia, la si dovrebbe guardare «come una ferita ecologica, come una macchina produttrice di scarti» (p. 70). Negli aloni di ruggine che affiorano a distanza di tempo dalle stampe fotografiche si dovrebbe allora cogliere il ritorno del rimosso, il manifestarsi della tossicità autodistruttiva del Capitalocene.
Le tecniche marginali, riprese o nuove che siano, attente all’impatto ecologico, muovono dall’idea che, anziché riprodurlo, la fotografia debba entrare in relazione con il mondo. «In un’epoca di collasso climatico, la fotografia non può limitarsi a riattivare il non visto. Deve imparare a denunciare i sistemi che rendono il mondo sempre meno visibile. Se ha ancora una funzione critica, non sta nel documentare il disastro, ma nello smontare le condizioni che lo producono» (p. 96).
Se la fotografia chimica presupponeva una relazione con la luce e con il tempo, la smaterializzazione del digitale ha convertito «la luce in dato, l’esposizione in calcolo, l’attesa in immediatezza. L’immagine non viene più impressa, ma generata. Non reagisce, esegue. È una funzione algoritmica, un’operazione logistica del visibile» (p. 100) che fa del vedere un atto di ottimizzazione, un calcolo predittivo, non una rappresentazione ma una valutazione.
Viviamo in una fotonecrosi estetica. Ogni immagine è già un resto. La memoria visiva è colonizzata. La luce è necropolitica. Vedere non è più un diritto: è una concessione. Il visibile non è ciò che appare, ma ciò che sopravvive all’occultamento. Le immagini non ci rappresentano: ci regolano. Ogni pixel è il risultato di un processo di selezione che coinvolge silicio, cobalto, rame, lavoro estrattivo. Il digitale non è neutro: è minerale, coloniale, tossico. La fotografia è diventata un atto geologico. Ogni gesto visivo consuma risorse, genera calore, lascia scorie. Nel frattempo, bruciamo. Data center che divorano fiumi. GPU che sciolgono permafrost. Reti alimentate da coltan, cobalto, lavoro esaurito. Il digitale è la nuova plastica invisibile. Non la tocchi. Ma ti entra dentro (pp. 102-103).
Qualcosa sfugge comunque all’ottimizzazione, nella datanecrosi, sostiene Benaglia, «è possibile individuare anche una condizione critica che interroga l’apparato e i suoi rapporti di potere, che consente di ripensare la relazione dell’essere umano con le immagini «non come superfici da consumare, ma come sintomi da ascoltare» (p. 103). La fotografia, analogica o digitale che sia, è rappresentazione e al tempo stesso corrosione del tempo, è gestione e non memoria. In un tale contesto, scrive l’autrice di Immagini infestate, la conservazione della fotografia «diventa anch’essa un gesto algoritmico, un tentativo di fissare ciò che per sua natura eccede ogni fissazione. La fotografia non ci mostra più il mondo. Lo divora. E ciò che sopravvive, nelle sue rovine, è la vitalità opaca della materia stessa» (p. 106).
25/04/2026
14/04/2026
Fukushima 15. Vivere con gli hot spot radioattivi e lo stigma, mentre il governo giapponese spinge per più reattori
Riportiamo la traduzione dell’articolo pubblicato da Thomas A. Bass su Bulletin of the Atomic Scientists, un’inchiesta approfondita sull’eredità del disastro nucleare di Fukushima che nel 2011 sconvolse il Mondo ma che è stato velocemente nascosto sotto al tappeto in primis dal governo giapponese, che pure deve continuare a farci i conti. In particolare sono i “querelanti” gli unici a mantenere viva la memoria dell’evento e la guardia alta sulle conseguenze che ancora oggi riguardano loro e tutta la nazione.
Se, infatti, il governo nega che quello di Fukushima sia un disastro ancora in corso, il terreno da smaltire, l’acqua di raffreddamento dei reattori fusi sversata nell’Oceano Pacifico e lo stato arretrato dei lavori di decommissioning parlano chiaro. Il Primo Ministro addirittura usa la terra prelevata dalle aree limitrofe per coltivare i fiori nel proprio ufficio come spot per minimizzare l’impatto di scelte come quella di utilizzare quella stessa terra nell’edilizia di tutto il Giappone.
Ritroviamo lo stesso atteggiamento delle istituzioni giapponesi in chi, anche da noi, fa attivamente lobbying per l’energia nucleare, e cerca di affermare che l’evento non abbia avuto strascichi ambientali, sanitari e sociali rilevanti. La fissione continua ad essere spacciata per “sostenibile”, ed è la stessa Unione Europea che usa ancora oggi questo tema come paravento per sostenere la diffusione in tutti i propri Paesi di una tecnologia che per Bruxelles ha una rilevanza strategica, soprattutto dal punto di vista militare.
Abbiamo ben chiaro che le scelte politiche delle classi dirigenti ricalcano la supremazia del mercato sull’interesse collettivo e sono guidate dalla necessità di competizione economica e bellica. Quest’ordine di priorità diventa preoccupante quando parliamo di nucleare, dal momento che le criticità vengono accantonate, le soluzioni valutate secondo un criterio di economicità e infine lo Stato funge da paracadute quando c’è da gestire un’eredità impossibile da maneggiare per una compagnia da sola.
Anche nel caso di Tepco (l’azienda che ha in gestione i reattori di Fukushima) è stato lo Stato a ricapitalizzarla dopo il disastro, e la maggior parte delle spese (risarcimenti, decontaminazione, smantellamento e gestione delle acque contaminate) sarà a carico dei contribuenti per un costo probabilmente doppio rispetto all’iniziale preventivo di 200 miliardi di euro.
I temi che emergono tra le righe di questa inchiesta mettono in luce la sconsideratezza di chi ancora parla della fissione come di una necessità irrinunciabile nel presente. Quello che ci da’ Fukushima è invece un piccolo assaggio di ciò che ci riserverebbe in futuro.
Buona lettura
La parola dell’anno scorso in Giappone è stata “orso”. Gli avvistamenti di orsi neri sono raddoppiati rispetto all’anno precedente. Ci sono stati 200 feriti e 13 morti. Okuma, che significa “grande orso”, è una città sulla costa orientale del Giappone. Ma non sono gli orsi ciò che gli abitanti di Okuma temono di più. È la radiazione.
Okuma è la città più vicina ai tre reattori nucleari che si sono fusi nella centrale di Fukushima Daiichi l’11 marzo 2011. Quel giorno, un terremoto di magnitudo 9.0 e uno tsunami distrussero i generatori di emergenza e le pompe di raffreddamento di tre reattori carichi di combustibile nucleare. Un quarto reattore non conteneva combustibile, ma il suo edificio, pieno di idrogeno proveniente dall’unità vicina, esplose insieme agli altri tre.
L’onda che si abbatté sulla costa orientale del Giappone uccise 20.000 persone, molti dei cui corpi furono trascinati in mare e mai recuperati. Con l’aumento dei livelli di radiazione attorno ai reattori distrutti, 160.000 persone furono evacuate da Okuma e da altre 11 città.
Un raggio di 20 chilometri attorno alla centrale, un’area grande il doppio di New York, fu dichiarato zona di esclusione nucleare. Colpito da una tempesta di neve anomala che ricoprì la città di cesio-137 e altri radionuclidi, anche Iitate, un villaggio a 60 chilometri a nord-ovest, fu evacuato.
Quindici anni dopo, 4.000 lavoratori lottano per controllare il disastro in corso. I tre reattori fusi rimangono così radioattivi da distruggere i robot inviati per esplorare i danni. Nessuno sa esattamente dove si trovi il combustibile fuso o quanto in profondità si sia infiltrato sotto le basi di cemento dei reattori, forse fino al terreno. L’acqua usata per raffreddare i reattori è immagazzinata in più di 1.000 serbatoi, che hanno raggiunto la capacità massima nel 2023.
Quest’acqua di raffreddamento, che Tepco inizialmente sosteneva fosse pulita e che viene scaricata nell’Oceano Pacifico dal 2023, è risultata contaminata da 62 radionuclidi, tra cui cesio, stronzio e plutonio. Due piscine di combustibile, piene di combustibile nucleare esaurito, devono ancora essere svuotate. Sono posti in modo precario sopra le unità 1 e 2, che sono grovigli di metallo esploso pronti a crollare e riversarsi nell’oceano.
Microparticelle cariche di cesio provenienti da Fukushima sono state trovate nei filtri dell’aria in tutto il Giappone. Percorrendo le autostrade nella prefettura di Fukushima, alcuni dei grandi cartelli stradali verdi che normalmente indicherebbero città e uscite sono stati sostituiti da pannelli che mostrano i livelli di radiazione, espressi in microsievert all’ora. (Il microsievert misura l’effetto biologico delle radiazioni ionizzanti sui tessuti umani).
Questi valori possono aumentare fino a livelli pericolosi a seconda della direzione del vento. Il materiale radioattivo disperso dai reattori distrutti ha reso le foreste di Fukushima – che coprono tre quarti della zona di esclusione nucleare – pericolose da attraversare. I cinghiali che un tempo venivano cacciati qui, così come le piante e i funghi raccolti per alimentarsi, sono troppo radioattivi per essere consumati.
Nonostante tutte le prove contrarie, il governo giapponese nega che Fukushima sia un disastro ancora in corso. «La situazione è sotto controllo», dichiarò l’allora primo ministro Shinzo Abe al Comitato Olimpico Internazionale mentre sosteneva la candidatura del Giappone per ospitare le Olimpiadi estive del 2020 (poi rinviate al 2021 a causa della pandemia di COVID-19). Soprannominate le “Olimpiadi della Ripresa”, la torcia olimpica attraversò le città spopolate di Fukushima prima che i primi eventi si svolgessero in uno stadio di baseball nella città di Fukushima.
Okuma è il fulcro del piano governativo per il reinsediamento di Fukushima. Il governo ha speso milioni di dollari per decontaminare le strade e ricostruire la stazione ferroviaria e altri edifici pubblici. Generosi sussidi e istruzione gratuita vengono offerti a chiunque sia disposto a trasferirsi a Okuma.
Nonostante una nuova palestra, un hotel e un appartamento dimostrativo dove si può vivere per una settimana per testare i servizi della città, Okuma conserva l’aria malinconica di un luogo che non si è ancora ripreso da un grande disastro. In una città che un tempo contava 11.000 abitanti, la popolazione oggi supera di poco le 1.000 persone, metà delle quali nuovi arrivati. È ancora pericoloso entrare nei boschi o attraversare i lotti invasi dalle erbacce, molti dei quali ospitano case abbandonate.
Alcuni degli sforzi del Giappone per rilanciare l’area hanno avuto successo. Altri interventi hanno creato ingiustizie e stigma. L’esperienza vissuta dalle persone che si reinsediano nella zona di evacuazione rivela un disastro ancora in corso a Fukushima – un disastro poco conosciuto sia in Giappone sia nel resto del Mondo.
Il piano di reinsediamento del Giappone
I 160.000 rifugiati nucleari di Fukushima, ufficialmente definiti sfollati interni (IDP), sono fuggiti verso altre parti del Giappone oppure sono stati ospitati nelle vicinanze in alloggi temporanei, la cui dimensione era misurata in base ai tatami (stuoie tradizionali per dormire, circa 90 × 180 cm). Una struttura di otto tatami era considerata sufficientemente grande per una famiglia.
Gli sfollati hanno ricevuto sussidi abitativi fino al 2017, quando il governo ha dichiarato alcune aree della zona di esclusione nucleare di Fukushima nuovamente aperte al reinsediamento. Questo tentativo di spingere le persone evacuate a tornare nella zona contaminata è stato criticato dai relatori delle Nazioni Unite per i diritti umani, e le città più colpite di Fukushima hanno ancora oggi solo pochi abitanti.
Il governo sostiene che il numero attuale di sfollati sia di 30.000 persone. Le Nazioni Unite ritengono che il numero reale possa essere il doppio. La spinta al reinsediamento nella “zona rossa” di Fukushima è iniziata nell’aprile 2011, quando il limite di esposizione alle radiazioni consentito è stato aumentato di venti volte, passando da 1 millisievert all’anno a 20.
Un millisievert all’anno resta il limite consentito nel resto del Giappone, mentre 20 millisievert all’anno era in precedenza il limite previsto per i lavoratori delle centrali nucleari. Questa differenza spiega perché molte donne, in particolare quelle con bambini piccoli, abbiano resistito al ritorno a Fukushima, nonostante le nuove scuole e i sussidi che coprono spese come i pasti nei ristoranti locali o l’iscrizione in palestra.
Furono costruite imponenti barriere marine lungo la costa orientale del Giappone. Fukushima venne disseminata di inceneritori che bruciavano i detriti lasciati dall’onda, che si era spinta fino a 30 chilometri nell’entroterra. La decontaminazione dell’area ha incluso un progetto faraonico per rimuovere e insaccare tutto il terriccio superficiale contaminato da cesio-137.
Circa 100.000 lavoratori, protetti da tute e maschere, si sono riversati su campi e fattorie di Fukushima, raschiando via cinque centimetri di suolo e accumulandolo in enormi piramidi di sacchi di plastica nera.
I livelli di radiazione nei centri abitati e nei cortili scolastici sono stati ridotti, ma basta una breve passeggiata nelle aree erbose vicine perché l’ago di un dosimetro salga rapidamente. Lo stesso accade durante le tempeste invernali, che trascinano materiale radioattivo dalle montagne. Nelle colline boscose che circondano la costa, non esiste alcun modo per ridurre la radioattività di Fukushima se non aspettare il decadimento del cesio-137, che ha un’emivita di 30 anni.
Quanto bisogna aspettare? Dopo circa 300 anni, cioè dieci emivite, la quantità di questo isotopo radioattivo si ridurrà a un millesimo rispetto a quella iniziale. Altre strategie di decontaminazione hanno dato risultati contrastanti. Grandi squarci sui pendii mostrano dove la sabbia è stata estratta e riversata nelle risaie di Fukushima.
Con i complessi sistemi di drenaggio distrutti dai macchinari pesanti, privi del suolo fertile e ricoperti di sabbia e ghiaia, molti campi di riso sono stati abbandonati e la produzione è scesa a poco più della metà rispetto al periodo precedente al 2011. Molti campi di Fukushima sono oggi coperti da pannelli solari. Altri ospitano progetti statali per lo sviluppo di celle a combustibile a idrogeno o droni.
Fa parte dello sforzo del governo per trasformare Fukushima in quella che definisce la “costa dell’innovazione”, iniziando con progetti dimostrativi che si spera possano evolvere in attività economiche. Un’altra vasta area di terreni agricoli abbandonati ospita il costoso Museo commemorativo del grande terremoto del Giappone orientale e del disastro nucleare. Aperto nel 2020, il museo è attualmente in fase di ampliamento per includere un hotel, un centro congressi e forse persino un campo da golf.
Una città di Fukushima, come Iitate, può essere considerata decontaminata anche quando viene rimosso appena il 15% del suolo radioattivo. Questo crea una sorta di effetto “ninfea”: le persone possono spostarsi in sicurezza saltando da una zona bonificata all’altra o percorrendo stretti sentieri tra punti ad alta radioattività. Una legge approvata nel novembre 2011 stabilisce che tutto il suolo radioattivo di Fukushima, circa 15 milioni di metri cubi, dovrà essere rimosso dalla prefettura entro il 2045.
Poiché nessun luogo si è offerto di accoglierlo, il governo ha deciso di distribuirlo in tutto il Giappone. La maggior parte del terreno contaminato è stata depositata in una discarica costruita sulla scogliera dietro i reattori distrutti. Qui gli elementi più radioattivi vengono separati dal resto del suolo e confinati in bunker di cemento.
Il terreno con meno di 8.000 becquerel per chilogrammo di radioattività, che il Ministero dell’Ambiente definisce “Happy Soil” (“suolo felice”), viene preparato per essere distribuito nel Paese e utilizzato in discariche e progetti edilizi. (Il becquerel è un’unità di radioattività che corrisponde a una disintegrazione nucleare al secondo.)
Un carico di “Happy Soil”, descritto come “rigenerato e robusto”, è stato recentemente sparso nelle aiuole davanti all’ufficio del Primo Ministro a Tokyo. «Si tratta di un livello pericoloso di radioattività», afferma Yukio Shirahige, che ha lavorato per 36 anni come addetto alle pulizie alla centrale di Fukushima Daiichi, occupandosi anche di fuoriuscite.
«A questi livelli bisogna indossare guanti e dispositivi di protezione. Se avevi tagli o ferite aperte, venivi allontanato dal lavoro». Con livelli fino a 8.000 becquerel per chilogrammo, questo terreno non è adatto alla coltivazione di cibo (il limite massimo di radioattività consentito negli alimenti in Giappone è di 100 becquerel per chilogrammo).
Il Giappone ha adottato questa strategia per ridurre il pesante fardello su Fukushima e accelerare la ripresa dell’area. Ma Shirahige sospetta un altro motivo: «Se tutto il Giappone è contaminato, allora Fukushima sembrerà essersi ripresa perché appare uguale al resto del Paese». In realtà, anche il resto del Giappone è già contaminato.
I rilevatori di radiazioni lungo le autostrade misurano la radiazione gamma, dovuta alla presenza di cesio-137. Studi recenti hanno scoperto che microparticelle altamente concentrate contenenti cesio, formatesi durante la fusione del nocciolo dei reattori e diffuse in tutto il Giappone, potrebbero essere molto più pericolose se inalate rispetto all’esposizione esterna al cesio.
«Ne discuto con i miei amici», dice Shirahige. «Noi che abbiamo lavorato a Fukushima crediamo che inalare polvere o ingerire particelle radioattive, che causano danni a lungo termine ai polmoni e ad altre parti del corpo, sia più pericoloso dell’esposizione esterna alle radiazioni». Shirahige pulisce regolarmente la sua casa, cercando di rimuovere la polvere, e misura la radioattività in ogni stanza. «Le finestre lasciano passare l’aria quando soffia il vento, e non riesco mai a portarla a zero», afferma.
L’indagine ufficiale sul disastro di Fukushima lo ha definito un fallimento “made in Japan”, dovuto a un’industria nucleare segnata da cattura regolatoria, leadership autoreferenziale, ingegneria difettosa e decisioni al risparmio disastrose, come la mancata costruzione di una barriera marina adeguata o la mancata protezione dall’acqua di generatori e pompe.
Il disastro di Three Mile Island poteva essere liquidato come errore umano. Quello di Chernobyl poteva essere attribuito a errori umani e a una tecnologia sovietica inferiore. Fukushima era diverso. Il peggior disastro industriale del Mondo è avvenuto in un Paese industrializzato avanzato con 54 reattori nucleari, che fornivano un terzo dell’elettricità del Giappone.
Il costo finale per contenere i reattori distrutti, stoccare i rifiuti e ricostruire parti della zona di esclusione nucleare potrebbe superare i 1.000 miliardi di dollari – circa un quarto dell’economia annua del Giappone. Eppure, il governo sembra ignorare la storia e la geologia del Paese mentre spinge per riavviare i reattori in un arcipelago colpito ogni anno da oltre 1.000 terremoti.
Raggiungere la maggiore età
Ogni anno, a gennaio, il Giorno della Maggiore Età, una festa nazionale in Giappone, celebra i ragazzi che compiono 20 anni e diventano cittadini a pieno titolo. Quest’anno, Okuma ha tenuto la sua cerimonia un sabato pomeriggio. L’evento somigliava a una cerimonia di diploma scolastico, ma era più solenne.
Le ragazze indossavano eleganti kimono furisode con elaborati fiocchi. Anche i ragazzi in Giappone a volte vestono abiti tradizionali come gli hakama e giacche corte, ma a Okuma portavano abiti neri con cravatta. Dieci giovani raggiungevano la maggiore età: cinque ragazzi e cinque ragazze.
La cerimonia si è svolta in un auditorium percorso da lunghe file di politici e funzionari locali seduti. Si sono susseguiti molti inchini e numerosi discorsi, nessuno dei quali pronunciato dai giovani festeggiati. I media nazionali stavano seguendo l’evento e, a tratti, il palco era più affollato di fotografi che di partecipanti. Era un giorno importante per Okuma: rappresentava una sorta di rinascita simbolica dopo il disastro nucleare, un nuovo inizio per la città. Questi giovani avevano cinque anni quando erano fuggiti dalla zona.
Ma cosa significa davvero il loro ritorno a Okuma, nel momento in cui passano dall’adolescenza all’età adulta?
Purtroppo, l’evento non era ciò che sembrava. Senza il disastro nucleare, la città avrebbe avuto 135 giovani adulti che avrebbero raggiunto la maggiore età quest’anno. Invece, solo 10 studenti sono tornati per la cerimonia, percorrendo lunghe distanze per arrivare all’auditorium, poiché nessuno di loro vive a Okuma.
«Mi dispiace dirlo, ma non conosco nessuna di queste persone. Non le ho mai viste prima», afferma Takumi Sakamoto, un giovane esile che studia sociologia all’Università Hosei di Tokyo. Lo stesso vale per gli altri partecipanti: i loro registri familiari ufficiali sono a Okuma, ma questi giovani stanno tornando in una città che ormai non conoscono più.
Almeno Takumi ha un buon motivo per essere qui: intende scrivere la sua tesi sul trauma nucleare di Fukushima e su come le persone stanno affrontando un disastro che continua ancora oggi.
Vivere con gli hot spot radioattivi
Con notevole ingegno e autonomia, le persone a Fukushima convivono con alti livelli di radioattività. Questi Argonauti dell’Antropocene stanno imparando come decontaminare le loro città e i loro campi. Stanno costruendo laboratori di citizen science per controllare il cibo e monitorare i livelli di radiazione. Compilano archivi e organizzano viaggi a Chornobyl (come ora si scrive) per imparare da chi vive in altre zone di esclusione nucleare.
Ai Kimura, regista e ricercatrice principale presso Tarachine (il Laboratorio della Radiazione delle Madri a Iwaki) con un budget annuale di un milione di dollari, proveniente principalmente da donazioni, è impegnata come sempre. Gestisce una clinica per bambini e un laboratorio dotato di attrezzature sofisticate, comprese nuove macchine per monitorare trizio, stronzio e cesio nell’acqua di raffreddamento che Tepco ha iniziato a rilasciare nell’Oceano Pacifico nel 2023. (Tepco, la Tokyo Electric Power Company, possiede la centrale nucleare di Fukushima e altri reattori in Giappone).
«Il governo non ci forniva le informazioni che volevamo, o ce le dava con settimane o mesi di ritardo», afferma Kimura. «Noi siamo madri. Ci sono cose che dobbiamo sapere subito per prenderci cura dei nostri figli e delle nostre famiglie. Non è che la crisi sia finita. Non si vede una fine. Il governo vuole che la gente pensi che tutto stia migliorando, che non ci sia nulla di cui preoccuparsi, ma questo non è vero. Abbiamo visto aumentare i livelli di radiazione in alcune situazioni. Abbiamo visto parchi e scuole recontaminati. Dobbiamo monitorare costantemente e non dimenticare mai. La necessità di testare l’acqua, il suolo, il cibo e la salute delle persone a Fukushima è continua, e ci attendono ulteriori pericoli derivanti dagli effetti ritardati della radiazione».
Sentirsi traditi
Tepco prevede di scaricare 22 trilioni di becquerel di trizio all’anno nell’Oceano Pacifico nei prossimi 20-30 anni. Questo è meno del trizio rilasciato dai reattori nucleari canadesi, che scaricano più di 3.000 trilioni di becquerel all’anno nel fiume San Lorenzo. Ma l’acqua di raffreddamento dei reattori funzionanti non è la stessa cosa dell’acqua contaminata da barre di combustibile fuse, che contengono un miscuglio di altri radionuclidi.
In più occasioni, Tepco è stata sorpresa a falsificare i dati sulla sicurezza e a coprire incidenti. Nel 2018, l’azienda è stata costretta ad ammettere che la sua acqua trattata era ancora contaminata da plutonio, stronzio e cesio – 62 radionuclidi in totale – a livelli, in alcuni casi, migliaia di volte superiori ai limiti normativi.
Tepco riconosce che fino a due terzi dell’acqua di raffreddamento nei suoi serbatoi rimane contaminata. A corto di liquidità, la compagnia ha annunciato a gennaio che avrebbe ridotto di 26 miliardi di dollari le spese. Questo rallenterà ulteriormente lo smantellamento dei reattori fusi.
«Ci sentiamo traditi», afferma Tadaaki Sawada, portavoce della Federazione delle Associazioni Cooperative di Pesca di Iwaki. «Il governo aveva promesso di consultarci. Avevano altre opzioni oltre a scaricare l’acqua nell’oceano, ma hanno deciso di farlo comunque».
Uomo robusto con una giacca da lavoro blu, Sawada era visibilmente turbato l’ultima volta che l’ho incontrato, nel 2022. All’epoca, il Giappone riportava la cattura di uno scorfano radioattivo, che irradiava 18.000 becquerel per chilogrammo di cesio 137, 180 volte il limite legale, nel porto di Shinchi, a 35 miglia a nord di Fukushima Daiichi.
Lo scorfano si unì alla lista di 44 specie che, a un certo momento, erano state vietate alla vendita in Giappone. I pesci d’acqua dolce provenienti dai fiumi di Fukushima sono ancora vietati a causa dei livelli elevati di radioattività, ma lo scorfano e altre 200 specie marine sono di nuovo considerati sicuri, almeno per ora. La flotta di pescherecci di Fukushima è ridotta della metà rispetto a prima e il pescato è un quarto di quello di un tempo. I giorni consentiti per la pesca sono limitati.
«Non riusciamo a vendere i nostri pesci come una volta», afferma Sawada. «Riceviamo meno soldi per i nostri pesci rispetto ad altre prefetture». La lista dei Paesi che vietano l’importazione di alimenti da Fukushima include Russia e Cina. «Finché i danni continueranno, vogliamo essere risarciti», aggiunge Sawada.
I criteri sono complicati e i sussidi potrebbero terminare presto, ma almeno per il momento, i pescatori di Fukushima vengono pagati per i giorni in cui non pescano e per i pesci che sono costretti a vendere a prezzo scontato. «I soldi li paga Tepco», dice Sawada, «ma in realtà vengono dal governo». (Tepco è stata di fatto nazionalizzata dopo che la compagnia è stata salvata con un’infusione di capitale di 1.000 miliardi di yen, pari a 12,5 miliardi di dollari, nel 2012).
Da soli
Tomoko Kobayashi mi mostra l’asilo che frequentava da bambina. Con un orologio fermo e i banchi dei bambini esattamente com’erano l’11 marzo 2011, l’asilo è stato preservato come memoriale del terremoto del Tōhoku.
È uno dei diversi memoriali costruiti a Odaka, una città che un tempo contava 13.000 abitanti e ora ne ha un terzo. «Dobbiamo farlo per noi», dice Tomoko. «Dobbiamo ricordare cosa è successo. Dobbiamo sapere com’era la vita e come le persone sono sopravvissute al disastro. Questo archivio ci aiuterà a ricostruire la città».
Odaka è la città più autosufficiente e creativa di Fukushima, in buona parte grazie a Tomoko. Possiede la pensione a 13 camere lungo la strada dal suo vecchio asilo. Si tratta di un ryokan tradizionale con bagni caldi separati per uomini e donne, ma poco riscaldamento altrove, tranne in una stanza centrale con un lungo tavolo, ingombro di libri, opuscoli, mappe, disegni e progetti per le decine di iniziative che Tomoko ha contribuito a lanciare con gli ospiti che si riuniscono ogni sera per il pasto comune.
Per riaprire il suo ryokan, Tomoko e Takenori, suo marito, prima della sua morte nel 2024, hanno raccolto volontari da tutto il Giappone. Hanno pulito tutto a fondo e filtrato l’aria. Hanno aperto un laboratorio per testare la loro alimentazione, e successivamente il laboratorio ha iniziato a testare il cibo per tutta Fukushima. Ogni anno raccoglievano altri volontari per percorrere le fattorie e i campi di Fukushima, mappando gli hot spot radioattivi.
Hanno organizzato quattro viaggi a Chornobyl per studiare la vita in un’altra zona rossa radioattiva. Tomoko ha pubblicato tre volumi di interviste con i sopravvissuti di Fukushima. Ha filmato i suoi viaggi e gli eventi mentre rianimava i festival tradizionali della città e sosteneva nuove attività e ristoranti. Con un’incessante allegria, lavorava come una sorta di ragno benevolo, tessendo connessioni tra tutti coloro che si sedevano al suo tavolo.
L’ultima iniziativa che ha contribuito a lanciare è l’Oretachino Denshokan (comunemente abbreviato in Oreden). Significa “il nostro museo memoriale”: Oreden è una galleria di sculture, uno spazio d’arte, un museo, uno studio di ceramica e una biblioteca, installata in un ex magazzino decontaminato e ricostruito da una squadra di 250 volontari provenienti da tutto il mondo.
Vivere di sussidi
Ryoichi Sato, coltivatore di riso di nona generazione in una valle vicino a Fukushima Daiichi, ha avuto un ottimo anno nel 2025. Le risaie nella sua valle non sono state fortemente colpite dal cesio. Dopo un’aratura profonda e l’applicazione di zeolite, potassio e grandi quantità di materiale organico, Sato ha ripreso a coltivare riso e a venderlo commercialmente nel 2017.
Uomo magro e dall’aspetto distinto, la sua azienda agricola include droni per monitorare i campi, trattori automatizzati e una grande sala riunioni con un monitor televisivo e diverse lavagne bianche. Sato stima che il raccolto di riso a Fukushima sia solo il 60% di quello di un tempo.
All’inizio, il governo gli imponeva di controllare i livelli di radiazione in ogni sacco di riso, anche in quelli piccoli venduti a prezzo ridotto. Ora controlla un sacco ogni 50. L’anno scorso, il Giappone ha affrontato una grave carenza di riso. I prezzi sono aumentati del 50% e Sato ha avuto un raccolto eccezionale.
Da allora ha raddoppiato i suoi terreni e ora gestisce la più grande azienda agricola cooperativa di Fukushima, con 15 dipendenti. Sta sperimentando la coltivazione di altre colture come mais e soia. Nel frattempo, un flusso costante di funzionari del Ministero dell’Economia giapponese e di altri visitatori sfila nella sua sala riunioni, consultando Sato su come migliorare l’economia di Fukushima.
Anche Haruo Ono ha avuto un buon anno. Possiede una nuova barca da pesca, comandata da uno dei suoi tre figli. Gestiscono un peschereccio costiero di circa 15 metri dal porto di Shinchi, il porto più a nord di Fukushima. Il pescato è stato buono l’anno scorso e non sono più comparsi scorfani radioattivi. Ma Ono è ancora arrabbiato per il disastro di Fukushima Daiichi. Parla con amarezza, quasi gridando per la frustrazione, dello scarico di acqua radioattiva nell’oceano da parte di Tepco. «La trattano come fosse una fogna», dice.
Con i capelli neri tagliati corti su un volto segnato dal vento e dalle intemperie, Ono è ancora limitato a pescare non più di 12 giorni al mese. «Tepco prevede di porre fine ai sussidi entro la fine dell’anno», dice. «Io mi opporrò, perché non hanno ancora completato lo smantellamento. Non ci dicono nemmeno quando rilasciano l’acqua contaminata. La maggior parte di noi pescatori è ormai calma e non si lamenta, ma anche se protestassimo, le nostre voci non arriverebbero fino a Tokyo. Il governo non perde mai. Non si scusa mai. Non si assume mai la responsabilità di ciò che ha fatto. Nessuno fuori parla più di Fukushima, ma noi non ci siamo ancora ripresi».
Un’altra persona intraprendente che cerca di rilanciare l’economia locale è Yuji Onuma. Personaggio grande e carismatico, Onuma ha lavorato per otto anni come attore professionista a Tokyo interpretando Jean Valjean, il protagonista de I Miserabili di Victor Hugo. Attualmente gestisce un’azienda di energia solare nella prefettura di Ibaraki, a nord-est di Tokyo.
Il prezzo dell’elettricità che vende a Tepco sta diminuendo, ora che il governo spinge per riavviare i reattori nucleari giapponesi messi fuori servizio. Onuma percorre spesso in auto le quattro ore che lo separano dalla sua città natale, Futaba, dove si prende cura delle tombe di famiglia e affitta quattro appartamenti.
Futaba, che un tempo contava 7.000 abitanti, è la “cugina povera” della vicina Okuma. La città ospitava due dei sei reattori di Fukushima Daiichi e stava cercando di costruirne altri due quando la centrale esplose. Il nuovo e costoso museo memoriale di Fukushima si trova a Futaba, ma sulla costa, fuori dal centro abitato.
«Guardate laggiù», dice Onuma mentre camminiamo davanti alle case abbandonate lungo quella che un tempo era la strada principale. «Hanno costruito una sopraelevata. Ora chi va al museo può uscire dall’autostrada e passare direttamente sopra Futaba».
In cerca di giustizia
Incontro la “Querelante n. 8” una mattina a colazione nel nostro hotel. È una giovane donna affetta da cancro alla tiroide che ha aderito a una causa contro Tepco, chiedendo un risarcimento per l’esposizione alle radiazioni subita durante l’infanzia.
“Querelante n. 8” è il modo in cui viene identificata nel procedimento, dagli avvocati e dalla stampa. Deve rimanere anonima a causa delle minacce rivolte alle persone provenienti da Fukushima, in particolare alle donne malate di cancro, considerate pericolose a livello personale e dannose politicamente per la reputazione del Giappone.
Il cancro alla tiroide era un tempo raro nella prefettura di Fukushima, con un caso su un milione. Dopo cinque cicli di screening, il tasso di incidenza è ora di 400 casi su 380.000 persone – mille volte superiore rispetto a prima del disastro.
La Querelante n. 8 ha subito l’asportazione della tiroide a 17 anni. «Ero anestetizzata, ma avevo gli occhi aperti e ho pianto per tutta la durata dell’intervento. Ancora oggi, raccontare quell’esperienza mi fa tremare le gambe. Ho sofferto meno di altre persone, ma a volte mi ritrovo ancora a piangere in modo incontrollabile».
La Querelante n. 8 è ufficialmente registrata come disabile dopo un esaurimento nervoso. Durante il processo, le sono stati concessi cinque minuti per raccontare la sua esperienza. La giovane donna ed io camminiamo fino al nuovo museo del patrimonio di Odaka, dove mi mostra una foto di sé inginocchiata davanti a una delle installazioni.
Mariko Gelman, un’artista proveniente da Chornobyl, è venuta a Fukushima e ha installato una scultura intitolata “Transparency Japan”. La scultura è un muro di mattoni illuminati, ciascuno contenente una scatola di medicinali per le pillole che le vittime di cancro alla tiroide a Chornobyl e Fukushima devono assumere per il resto della loro vita.
Ruiko Muto, cofondatrice del 3.11 Fund for Children with Thyroid Cancer, sta aiutando a organizzare il processo sul cancro alla tiroide. Da tempo oppositrice dell’energia nucleare in Giappone, Muto è nota per aver parlato a una grande manifestazione antinucleare nel 2011, durante la quale paragonò i rifugiati atomici di Fukushima agli hibakusha, le “persone colpite dalla bomba” di Hiroshima e Nagasaki.
(Il premio Nobel giapponese Kenzaburō Ōe dichiarò in seguito che Fukushima era stata una terza bomba atomica sganciata sul Giappone, solo che questa volta il Giappone l’aveva sganciata su sé stesso).
Muto è stata la rappresentante dei querelanti in un processo penale che sosteneva che i tre principali dirigenti di Tepco fossero penalmente responsabili per aver anteposto i profitti aziendali alla sicurezza pubblica. Dopo un processo durato 13 anni, la Corte Suprema giapponese ha dichiarato gli imputati non colpevoli.
«I nostri tribunali in Giappone non sono politicamente indipendenti», afferma Muto. «Hanno spianato la strada al prossimo disastro nucleare». Il governo sta contrastando la causa sul cancro alla tiroide, sostenendo un eccesso di diagnosi e la mancanza di prove che Fukushima Daiichi sia la causa radiogena dei tumori. «Qualunque sia l’esito del caso, per noi è importante accertare i fatti e permettere ai querelanti di rivendicare giustizia», afferma Muto.
Stigmatizzati
Se le pianure costiere del Giappone orientale stanno tornando alla vita, i villaggi collinari nelle montagne Abukuma sono un’altra storia. Cercando di anticipare una tempesta di neve prevista per gennaio, Junko Takahashi, la giornalista giapponese con cui sto viaggiando, ed io percorriamo strade tortuose, spingendoci sempre più in profondità tra le colline boscose per trovare Yoichi Tao.
Fisico formato all’Università di Tokyo e hibakusha sopravvissuto al bombardamento di Hiroshima, Tao è stato fondatore di una grande società di ingegneria prima di ritirarsi a Sasu, il più remoto dei 20 villaggi di Iitate. Qui ha creato un’organizzazione chiamata Saisei-no-kai, la “rinascita di Fukushima”, un gruppo le cui ambizioni sono grandi quanto il suo nome.
Tao ha costruito un laboratorio e una casa per gli ospiti. Ha sviluppato nuovi metodi per decontaminare le risaie. Ha progettato rilevatori portatili di radiazioni collegati direttamente a Internet. Insieme a sua figlia, architetta, ha trasformato un ex negozio di ferramenta in un centro di ricerca pieno di progetti.
Tao ci consegna una dichiarazione che ha scritto sulla vita a Iitate. Descrive la sua filosofia sulla necessità dell’autosufficienza nelle comunità locali, per poi concludere: «Gli ultimi due anni hanno reso chiaro che queste idee sono rimaste poco più che granelli di sabbia – largamente ignorate dai leader globali, dagli esperti e dai burocrati».
«Gli alberi sono troppo contaminati per essere usati nella mia stufa a legna», dice. «Non sono riuscito nemmeno a coltivare funghi shiitake senza livelli elevati di cesio. Gli anziani stanno morendo. Vediamo molte ambulanze sulla strada e i giovani non sono tornati. Questo è il nostro problema più grave. Pensavo che avremmo potuto far rinascere Fukushima, ma ora credo che l’area sia destinata a tornare alle montagne da cui proviene».
Tao non usa mezzi termini nel criticare gli ingegneri della Tepco. «Non ascoltano nessuno, nemmeno i premi Nobel che vogliono aiutare. Se il loro suolo è sicuro, perché devono rimuoverlo? Scaricare l’acqua di raffreddamento nell’oceano è un’altra cattiva idea. Anni fa ho consigliato loro di costruire un sistema a circuito chiuso. Non c’è modo che riescano a smantellare i reattori entro il 2051, la loro data obiettivo. Ci dicono che ci sono 880 tonnellate di combustibile fuso e, finora, sono riusciti a rimuoverne un pezzo grande quanto un chicco di riso. Io stimo che ci vorranno 100 anni o più. Le generazioni future continueranno a ripulire Fukushima molto tempo dopo la nostra morte».
Junko ed io percorriamo un’altra stretta valle per incontrare Nobuyoshi Ito, conosciuto localmente come “il fanatico delle misurazioni”. Ito gira per Iitate e sulle colline circostanti indossando un giubbotto pieno di rilevatori di radiazioni. La camera da letto della sua casa ospita due spettrometri professionali importati dall’Ucraina. Ito pubblica un blog e testa regolarmente tutti i frutti selvatici e le bacche che un tempo venivano raccolti qui in abbondanza.
Quando l’ho visto l’ultima volta, nel 2022, Ito mi porse un fungo Inohana, detto “naso di cinghiale”, considerato uno dei più deliziosi tra le 200 specie commestibili del Giappone. Ito mi avvertì che il fungo era radioattivo. Trovando difficile credere alle sue misurazioni, portai il fungo in un laboratorio indipendente. Quanto era radioattivo? Conteneva 88.000 becquerel per chilogrammo: 900 volte oltre il limite legale per gli alimenti in Giappone.
Le cose quest’anno sono leggermente migliorate, ma non di molto. Ito tira fuori dal frigorifero un sacchetto di funghi Inohana, che misurano 55.000 becquerel per chilogrammo. Ritiene che riaprire Iitate ai rimpatriati e ai nuovi coloni sia stato un errore. Trecento persone sono arrivate per gli alloggi e altri sussidi, ma alcune se ne sono già andate. Una città di 6.500 abitanti si sta riducendo a un decimo della sua dimensione originaria.
Ito ci mostra un altro oggetto interessante: una cartolina che ha inviato a fine anno per spiegare perché non avrebbe mandato gli auguri di Capodanno. «La mia esistenza è scomoda per il villaggio di Iitate», dice. «Stanno sfruttando persone in difficoltà, cercando di attirarle qui. Elencano i sussidi, ma non menzionano le radiazioni». Durante i miei viaggi a Fukushima, ho spesso sentito le persone definirsi “scomode”. «Sono un fastidio per i funzionari locali», dice Ito. «La mia esistenza rende loro la vita difficile. Hanno mentito dicendo di aver ottenuto il consenso della popolazione. Avevano detto che ci avrebbero consultato prima di rilasciare l’acqua contaminata. Non l’hanno mai fatto».
Ito è anche arrabbiato per i tentativi di Tepco di riavviare i reattori nucleari sulla costa occidentale del Giappone. «Detesto la sfortuna di essere nato in un Paese capace di dimenticare la propria storia in soli 80 anni», dice, riferendosi al bombardamento di Hiroshima alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Ito esce di nuovo dalla stanza e torna con una piccola campanella di ottone. «Il comune me l’ha data per tenere lontani gli orsi», dice. «Ci sono state cinque segnalazioni di orsi nel villaggio. Ma non ci hanno dato nulla per proteggerci dalle radiazioni».
Fonte
25/02/2026
Bagnoli (NA). 400 mila persone esposte a un esperimento chimico
Non si tratta solo di “muovere terra”, le operazioni in corso stanno infatti innescando reazioni chimiche letali che portano alla generazione di super-cancerogeni: la movimentazione di suoli contaminati da IPA e PCB in presenza di acqua marina e sorgenti termali genera diossine, Metil-Mercurio e Tributil-Stagno; queste sostanze sono infinitamente più tossiche dei contaminanti originali e sono responsabili della tragedia di Minamata in Giappone degli anni '60, le cui vittime si contano ancora oggi.
Attraverso le polveri sottili trasportate dal vento, il rischio non riguarda solo Bagnoli, ma si estende a Fuorigrotta, Posillipo e Pozzuoli, impattando una popolazione stimata di 400.000 persone.
Ciò che sta accadendo a Bagnoli è tecnicamente inaccettabile nel resto del mondo civile.
– Utilizzo di tecniche bandite: il desorbimento termico ex-situ (trattamento dei terreni dopo lo scavo) è vietato da 25 anni in tutte le aree urbanizzate del Pianeta.
– Cantieri a cielo aperto: per legge, tali operazioni dovrebbero avvenire sotto tensostrutture ermeticamente chiuse “a prova di fumi”. Oggi, invece, i veleni circolano liberamente nell’aria che respiriamo.
– Esistono tecniche in-situ (senza scavo) più sicure, moderne ed economiche, ma si è scelto il metodo più pericoloso e costoso.
Qui la questione è politica: come è possibile che ASL e ARPAC restino in silenzio mentre si movimentano polveri di cui non viene resa nota l’esatta composizione tossica?
La risposta è purtroppo la solita: la gestione commissariale e l’amministrazione Manfredi anche stavolta decidono di procedere in una logica di deroga permanente: si corre per rispettare le scadenze dei fondi e i cronoprogrammi dei grandi eventi, sacrificando le corrette procedure di valutazione ambientale sull’altare del profitto di costruttori e speculatori.
Si decide di derogare anche a qualsiasi forma di confronto reale con la cittadinanza: si preferisce rassicurare con messaggi vaghi sullo “smog” a piazza Garibaldi piuttosto che affrontare i dati scientifici sulla tossicità dei sedimenti movimentati.
Dopo quasi un secolo di devastazione industriale, Bagnoli non può subire l’ennesimo scempio mascherato da “progresso”. La sicurezza scientifica che si stiano formando diossine e metilati di mercurio impone un arresto immediato delle procedure attuali.
È necessaria un’opposizione popolare che pretenda l’adozione delle tecniche in-situ e la totale trasparenza sui dati dell’aria. La salute di 400.000 persone non è un costo accettabile per accelerare un cantiere.
Fonte
18/01/2026
L’1% più ricco del Pianeta ha già esaurito le proprie emissioni annuali, ora userà le nostre
Il 10 gennaio è stato ribattezzato dai ricercatori Pollutocrat Day. E se sono 77 i milioni di persone (chi guadagna oltre 140.000 dollari annui) per le quali il limite è scattato il secondo sabato dell’anno, per lo 0,1% dei super-ricchi la soglia è stata superata dopo appena 72 ore dall’inizio del 2026.
Per dare un’idea della fascia di popolazione di cui stiamo parlando, ricordiamo che, secondo i dati Inps, nemmeno i quadri si avvicinano lontanamente alla retribuzione di 140 mila dollari annui, circa 120 mila euro secondo il cambio odierno. Parliamo, dunque, davvero di una ristretta fascia di dirigenti, manager, rentier, speculatori finanziari, e altre figure di questo tipo.
I numeri delle loro emissioni sono impietosi: mentre il budget annuo pro capite di carbonio compatibile con gli obiettivi di Parigi è di circa 2,1 tonnellate di CO2, un esponente di questo 1% ne emette mediamente 75,1. In termini comparativi, una persona appartenente allo 0,1% più ricco produce più inquinamento da carbonio in un solo giorno di quanto il 50% più povero del pianeta ne emetta in un anno intero.
Le conseguenze di questo squilibrio non sono solo statistiche, ma umanitarie ed economiche. Secondo le stime, le emissioni prodotte ogni anno dall’1% più ricco causeranno circa 1,3 milioni di morti legate ad ondate di calore entro la fine del secolo. Entro il 2050, poi, i paesi a basso e medio-basso reddito subiranno perdite per 44 mila miliardi di dollari a causa del consumo eccessivo dei super-ricchi.
Uno studio dell’Università dell’Arizona, pubblicato su PNAS, rivela che la crisi climatica ha già ridotto i redditi negli USA del 12% dal 2000. Altri studi in passato hanno valutato che, per ogni grado di aumento della temperatura, il PIL mondiale rischia una contrazione del 12%, che si riflette direttamente sulle buste paga dei lavoratori più poveri attraverso una lenta erosione del potere d’acquisto.
Per riequilibrare la bilancia, infatti, l’1% più ricco dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 97% entro il 2030, intanto chi ha contribuito meno alla crisi ambientale (paesi in via di sviluppo, che sono anche tra i più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, gruppi indigeni, donne) continuerà a subirne le conseguenze peggiori.
Nel frattempo, però, un segnale importante è arrivato dalla Corte Internazionale di Giustizia, che ha stabilito l’obbligo giuridico per i paesi di ridurre le emissioni per tutelare i diritti fondamentali alla vita, al cibo, alla salute e a un ambiente pulito. Per posizionarsi su questa nuova rotta, Oxfam e gli esperti dell’Università dell’Arizona prima citati suggeriscono una strategia chiara: colpire la ricchezza inquinante.
Tasse sui redditi e i patrimoni dei super-ricchi, imposte sugli extra-profitti del settore fossile, limiti all’uso di jet privati e superyacht, investimenti massicci per le aree più vulnerabili. Il problema è che per adottare politiche del genere, ci sarebbe bisogno di un cambio profondo del modello di sviluppo, che mostra la chiara contraddizione tra capitale e natura.
Ci sarebbe bisogno, insomma, di togliere il controllo dei mezzi di produzione e degli indirizzi di investimento al grande capitale, e ricordarci che senza anticapitalismo, la lotta al cambiamento climatico è giardinaggio.
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08/12/2025
La storia dell’ACNA, la fabbrica di esplosivi e coloranti che ha avvelenato il fiume Bormida
Origine e sviluppo dello stabilimento
La storia dell’ACNA comincia nel 1882 a Cengio, un tranquillo borgo agricolo dell’entroterra ligure, al confine con il Piemonte: qui, su un’ansa del fiume Bormida, viene costruito il Dinamitificio Barbieri, una fabbrica di dinamite. Il luogo è ideale per lo sviluppo industriale: il fiume fornisce una grande quantità di acqua, la ferrovia rappresenta un collegamento fondamentale con il porto di Savona e la manodopera è a basso costo. Circa dieci anni dopo la sua fondazione, il dinamitificio viene rilevato dalla SIPE (Società Italiana Prodotti Esplodenti) e si espande molto rapidamente. La richiesta di esplosivi infatti è altissima: servono per le guerre, prima quelle del colonialismo italiano e poi quelle mondiali. Nel 1918 nella fabbrica lavorano 6000 operai e si producono enormi quantità di acido solforico concentrato, acido nitrico, fenolo, tritolo, binitronaftalina, acido picrico, balistite e nitrocotone. Ogni giorno si fabbricano ben 100 tonnellate di esplosivi.
Nel primo dopoguerra lo stabilimento comincia a produrre anche coloranti per l’industria tessile, in particolari prodotti a base di catrame di carbone, utilizzabili per preparare sia esplosivi sia colori sintetici. Poi però subentra una crisi, per cui nel 1925 il dinamitificio viene rilevato da Italgas. Nel 1929 lo stabilimento di Cengio, insieme a quelli di Rho e Cesano Maderno, diventa ACNA e nel 1931 passa alla Montecatini e alla tedesca IG Farben.
L’impatto su ambiente e lavoratori
A lungo gli abitanti di Cengio e dei territori circostanti, fino ad allora perlopiù contadini, vedono nella fabbrica una grande opportunità lavorativa. Nel tempo, però, sale la preoccupazione per l'inquinamento delle acque del Bormida: sono giallo-rossicce, contaminate dagli scarichi dello stabilimento per circa 70 km a valle, in territorio piemontese, e inutilizzabili per irrigare i campi. Anche l'inquinamento delle acque sotterranee diventa preoccupante, al punto che già nel 1909 si vieta l’utilizzo dei pozzi a valle della fabbrica. I rifiuti solidi vengono accumulati sul greto del fiume o in buche scavate nel terreno. Dalle ciminiere fuoriescono fumi tossici che danno origine a una costante nebbia: le sue particelle si depositano sul terreno, avvelenando le coltivazioni e il bestiame, mentre la popolazione manifesta malesseri di varia natura. Ma non è tutto: gli operai, che lavorano a contatto con sostanze velenose e respirano polveri e vapori, cominciano ad ammalarsi di cancro e di molte altre patologie.
A partire dagli anni Quaranta le proteste degli agricoltori si moltiplicano, tra manifestazioni e blocchi stradali. Dureranno decenni, mentre i tecnici dell’ACNA continueranno a negare la pericolosità della contaminazione e denunce e processi si concluderanno con un nulla di fatto. Negli anni Settanta la Legge Merli stabilisce limiti precisi per le emissioni di inquinanti: il risultato è che l’ACNA comincia a seppellire di notte i rifiuti nei terreni circostanti e ad adottare altri accorgimenti per superare i controlli. Intanto, il fiume Bormida viene dichiarato da una Commissione ministeriale “biologicamente morto”.
Dalle proteste alla chiusura dell’ACNA
Solo nel 1987 la val Bormida viene dichiarata “Area ad elevato rischio di crisi ambientale”. Ma la contaminazione dell’ACNA, ormai passata sotto il controllo della Montedison, continua: particolarmente significativo è l’episodio dell’enorme nube bianca che nel 1988 intossica la popolazione. Negli anni Ottanta e Novanta le proteste si intensificano: gli attivisti manifestano legati e imbavagliati davanti alla stazione di Cengio, si incatenano alla sede della regione Liguria e bloccano perfino il Giro d’Italia. Il caso diventa di interesse mediatico.
Intanto, la situazione economica dell’ACNA peggiora drasticamente e nel 1991 l’azienda viene assorbita da Enichem, la società petrolchimica del gruppo Eni. Bisognerà aspettare il 1999 perché l’ACNA venga chiusa e perché sia dichiarato lo stato di emergenza socio-ambientale per il sito.
L'ACNA di Cengio oggi: la difficile bonifica
Finalmente, nel 2006 viene approvato e affidato a Eni Rewind un progetto di bonifica. Negli anni successivi una grande quantità di rifiuti è stata rimossa, mentre una parte è stata soltanto messa in sicurezza in modo permanente. Oggi le acque del Bormida sono pulite, vengono di nuovo utilizzate per irrigare i campi ed è anche permesso pescare. La bonifica, però, è ancora in corso e presenta numerose criticità: per esempio, un’area esterna al sito presenta ancora alti livelli di inquinanti, mentre la tenuta delle barriere di contenimento dei rifiuti è oggetto di dibattito e ci sono perplessità sul possibile riutilizzo del sito.
Sitografia
La riqualificazione di uno stabilimento produttivo centenario
Acna di Cengio
ACNA di Cengio-Saliceto
Ex ACNA di Cengio
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05/11/2025
“Le emissioni dei super-ricchi minacciano il Pianeta”
Questo squilibrio deriva sia dal tenore di vita sia dagli investimenti in attività inquinanti. E l’altro elemento che politicamente risulta estremamente interessante è che, dal 1990 a oggi, la quota totale delle emissioni di questo 0,1% è cresciuta del 32%, mentre quella della metà più povera della popolazione mondiale è diminuita del 3%.
Ciò non fa che rendere ancora più evidente, ancora una volta, come la questione ambientale sia una questione di classe. La riconversione ecologica non avviene da un giorno all’altro, questo è certo, ma se si continuerà a lasciarla nelle mani del mercato, cioè delle scelte fatte in virtù di interesse particolari, essa non si realizzerà mai. Tra l’altro, è Oxfam stesso a renderlo palese.
Nel rapporto si fa presente che c’è un gruppo elitario di super-ricchi che sta esercitando tutta la pressione possibile sui decisori politici, per mantenere la dipendenza dai combustibili fossili e aumentare i propri prodotti. I padroni preferirebbero vedere il mondo bruciare piuttosto che perdere qualche dividendo.
E su questa strada si stanno dirigendo con una larga connivenza politica, nonostante la propaganda di un capitalismo green. Secondo il report, le emissioni causate dall’1% più ricco della popolazione mondiale, entro io 2050, potrebbero arrivare a causare fino a 1,3 milioni di vittime con l’aumento delle temperature, e un danno economico di oltre 44 trilioni di dollari nei paesi a basso e medio reddito.
Il portavoce di Oxfam Italia, Francesco Petrelli, ha affermato: “la crisi climatica è strettamente connessa all’acuirsi delle disuguaglianze globali e ne aggrava la portata”. Ciò non è legato solamente al fatto che siano spesso i paesi più poveri ad essere quelli più a rischio rispetto agli effetti nefasti del cambiamento climatico.
È una questione profondamente neocoloniale. I paesi imperialisti occidentali approfittano di legislazioni meno stringenti in tema ambientale nei paesi in via di sviluppo, scaricandovi le attività più inquinanti. Per di più mistificano i dati per attribuirne a questi ultimi la responsabilità. In questo modo, puntano a perpetrare le disuguaglianze.
Spesso, queste asimmetrie di potere vengono alimentate con la promessa di lavoro e redditi per popolazioni che affrontano gravi difficoltà. In questo modo le ragioni strutturali della dipendenza non vengono mai intaccate. Oggi, inoltre, assistiamo persino a un ‘colonialismo verde’, in cui progetti infrastrutturali ed energetici funzionali al capitale occidentale vengono delocalizzati nel Sud Globale.
È con questi strumenti che vengono fatti fallire i summit come la Cop30, quest’anno a Belém, in Brasile, dal 10 al 21 novembre. Alla Cop29, a Baku, erano presenti 1.773 lobbisti delle industrie delle fonti fossili, più del numero dei delegati dei 10 paesi più colpiti dagli effetti della crisi climatica.
Quest’anno la Cop si preannuncia come un evento di significativo impatto internazionale, per almeno due motivi. Il primo è che, sul tema di una diplomazia ambientale, si è speso molto il presidente brasiliano Lula, che vanta inoltre l’appartenenza ai BRICS. Il secondo è che arriva a 10 anni dagli Accordi di Parigi.
Il contenimento dell’innalzamento della temperatura entro gli 1,5° rispetto all’età pre-industriale è ormai evidentemente fallito, e per una responsabilità chiara e misurabile delle potenze occidentali. Gli investimenti e le politiche necessarie anche solo a correre ai ripari sono evidentemente inaccettabili e incompatibili con gli interessi dei grandi attori del ‘libero mercato’.
Oggi più che mai, appare chiaro che promuovere una coerente agenda ambientale è necessario pensarla dentro il ribaltamento delle dipendenze delle attuali relazioni internazionali e associarla a una trasformazione profonda delle fondamenta dello sviluppo economico e sociale.
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25/10/2025
Tunisia in rivolta: proteste e scioperi contro l’inquinamento dell’impianto chimico
Gabès, un tempo nota per le sue oasi e le acque limpide del Mediterraneo, oggi soffre di gravi danni ecologici e sanitari: un audit commissionato da CGT e condotto a luglio 2025 ha rivelato che l’impianto scarica quotidianamente tra le 14.000 e le 15.000 tonnellate di fosfogesso nelle acque costiere, emettendo al contempo alte concentrazioni di ammoniaca, ossidi di azoto e solfati, sostanze che hanno provocato la morte di alberi, la drastica riduzione della fauna marina e un incremento dei casi di malattie respiratorie e tumori nella popolazione locale.
L’intera vicenda si inserisce in un contesto di crescente malcontento sociale e crisi economica, dove proteste frequenti per disoccupazione, interruzioni idriche e servizi pubblici inefficaci mettono a dura prova la gestione del presidente Kais Saied, al potere in modo consolidato dal 2021. Saied ha definito la situazione un “assassinio ambientale” imputando ai governi precedenti scelte politiche criminali responsabili della distruzione dell’ecosistema e dell’aumento di patologie gravi, promettendo interventi per affrontare la crisi, ma i cittadini manifestanti hanno respinto le sue dichiarazioni considerandole insufficienti e prive di azioni concrete. Il ministro della Salute, Mustapha Ferjani, ha annunciato l’intenzione di costruire un ospedale oncologico a Gabès per far fronte al crescente numero di casi, senza però fornire un calendario preciso per la realizzazione, alimentando ulteriormente la sfiducia della popolazione. Le autorità tunisine si trovano così a dover bilanciare la tutela della salute pubblica con la produzione di fosfati, risorsa economica fondamentale per il paese, in un momento in cui la crisi finanziaria limita le capacità di investimento pubblico e aumenta la pressione sociale.
Le organizzazioni ambientali locali hanno sottolineato che la vita marina è stata gravemente compromessa, con pescatori che denunciano un drastico calo dei pesci negli ultimi dieci anni, minacciando le fonti di sostentamento di molte famiglie della regione. Lo sciopero e le manifestazioni di Gabès rappresentano la più grande sfida politica per il governo di Saied negli ultimi anni e segnalano un conflitto tra sviluppo industriale e sostenibilità ambientale che mette in discussione il modello di crescita adottato dalla Tunisia, sollevando dubbi sulla capacità delle istituzioni di rispondere efficacemente alle legittime richieste dei cittadini. La crisi di Gabès, caratterizzata da tensioni sociali e da una popolazione sempre più consapevole dei rischi ambientali, evidenzia come l’incapacità di affrontare tempestivamente problemi ecologici e sanitari possa trasformarsi in una minaccia per la stabilità politica e l’economia nazionale, rendendo necessario un approccio integrato che contempli sia la protezione dell’ambiente sia la sicurezza economica e sociale della regione.
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14/04/2025
La Toxic Town è fra noi
Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo: le vicende reali di Corby e quelle raccontate magistralmente dalla serie, ad esse ispirate, fanno parte senza mezzi termini della nostra quotidianità, anche vicino a noi. E non pensiamo soltanto al disastro di Seveso, nel lontano 1976, in tempi in cui non venivano applicate le misure di sicurezza di oggi e in cui il potere statale ha lasciato diverso tempo i cittadini all’oscuro della gravità della situazione, ma anche alla nostra quotidianità dove sono innumerevoli le città e i paesi sottoposti a pervasivo inquinamento provocato da siti industriali e siderurgici ma anche da impianti dedicati alle merci e al turismo, come i porti industriali e turistici, città sommerse quotidianamente da una raffica di fumi tossici, nerissimi, provenienti dai motori delle navi. Si crea una dialettica fra soggetti e potere, laddove sono i corpi dei soggetti a subire le manipolazioni e le macchinazioni da parte di qualsiasi potere; e quei corpi sono indifesi perché lasciati all’oscuro riguardo agli effetti immediati (tossicità, nocività di vario tipo) di quelle macchinazioni.
È interessante ricordare che, nel caso di Corby, come vediamo anche nella serie TV, il potere agisce in ombra per riqualificare la città: in un luogo riqualificato, dove si deve vivere bene, non c’è spazio per scorie tossiche e queste ultime, pure se ci sono, devono essere tacitate. È così, probabilmente, che la macchina burocratica dei poteri agisce per rendere attrattivi paesi e città, anche dal punto di vista turistico: far passare sotto silenzio qualsiasi fonte vera o presunta di inquinamento, qualsiasi nocività proveniente da smantellamenti industriali, costruire nuove abitazioni in siti pericolosi, cementificare, disboscare. La morte e il dolore arrivano dopo anni, e vanno a colpire le nuove generazioni, come nel caso di Corby, ma possono arrivare anche alla prima ondata di intenso maltempo, come spesso è avvenuto nella cronaca recente. Perché, è bene ribadirlo, gli interessi del potere non saranno mai quelli dei soggetti. E, a volte, questi ultimi, o una parte di essi, fanno il gioco del potere per un tornaconto economico o per i sempre più fantomatici “posti di lavoro”. Eh sì, per i posti di lavoro questi soggetti sono disposti ad accettare che la loro salute e quella dei figli venga irrimediabilmente compromessa. Come succede ai soggetti maschili di Corby: se sono le donne a lottare in prima fila per difendere la salute dei loro figli, i loro mariti, per difendere il buon nome delle acciaierie che hanno offerto tanto bel lavoro in passato (e molti di essi, tra l’altro, sono impiegati nei lavori di smantellamento), abbandonano e contrastano la lotta.
E allora la serie TV bene ci mostra questa dialettica impari, questo campo di forze e di lotta fra deboli e forti. Ma se i forti hanno dalla loro parte le manipolazioni e le macchinazioni, i deboli hanno la volontà di resistere e allora le dinamiche si invertono. Sono deboli ma anche forti le donne di Corby nella loro tenacia resistente – soprattutto il personaggio di Susan, interpretato da Jodie Whittaker – una tenacia segnata da colori e luminosità che caratterizzano l’universo della working class. Lo spazio prediletto per portare avanti la lotta tramite riunioni con lo stesso avvocato è il pub (luogo inglese per eccellenza di socialità e discussioni), caratterizzato da colori vivaci e da canti e voci allegre: è questo lo spazio della working class e delle sue lotte e queste ultime avvengono anche tramite un importante filtro musicale. È la musica pop rock, di cui il film è disseminato, a costituire il Leitmotiv trainante della lotta al potere. Quest’ultimo, invece, è connotato da interni bui e silenziosi, rappresi nell’ordine fittizio che esso stesso vorrebbe imprimere ad ogni ambito sociale, incanalato nei suoi rituali e nelle sue pratiche ciniche. È una lotta pressoché tutta femminile quella raccontata da Toxic Town: le donne e le madri levano alte le loro grida contro le dinamiche imposte dal potere, mentre i maschi sembrano tacitamente sottovalutare l’orrore suscitato dalle pratiche di insabbiamento sopravvalutando, invece, i benefici che possono emergere da nuove prospettive di lavoro per la loro cittadina. Le donne, in quanto madri, sembrano essersi liberate gridando alto il loro diritto di esseri umani che vogliono far crescere al meglio i propri figli; gli uomini, invece, sembrano tetre marionette del lavoro e del capitale, piegati ai deliri di un partito laburista intriso di un populismo vuoto, pronti a chinare il capo in nome di lavoro e riqualificazione.
Che possa, la lotta delle madri di Corby raccontata dalla serie TV, contagiare la realtà e il nostro quotidiano, laddove le pratiche di insabbiamento, in materia di sostanze tossiche e nocive, sono all’ordine del giorno e dove ci sono sempre più marionette disposte a sacrificare la propria salute e quella delle nuove generazioni in nome di lavoro e riqualificazione (cioè malattie e morte), offerti con sempre più ciniche blandizie dal capitale.
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27/02/2025
Le macchine della paura
di Paolo Lago
Fabio Malagnini, Horror ex machina. Intelligenze artificiali, robot e androidi nel cinema dell’orrore tecnologico, Odoya, Bologna, 2024, pp. 285, euro 22,00.
L’animazione di un oggetto inanimato, secondo Sigmund Freud, rientra nella categoria del “perturbante”, un concetto che si riallaccia a ciò che è spaventoso e che provoca orrore. Rifacendosi alla fiaba di Hoffmann dal titolo Il mago Sabbiolino, Freud afferma che desta particolare perturbamento “una bambola che sembra viva”1 e che “è perturbante in sommo grado il fatto che un oggetto inanimato, ritratto o bambola, acquisti vita propria”2. La bambola della fiaba di Hoffmann appare come un “automa”, cioè un essere che si muove da solo: se lì la spiegazione del movimento era puramente magica e soprannaturale, il movimento degli automi reali, realizzati a partire dal XVII secolo, era meccanico. Questi ultimi si potevano incontrare anche ai banchetti e alle feste delle corti barocche e settecentesche, esposti a fare bella mostra di sé: basta dare uno sguardo all’iperbolico banchetto di una corte tedesca ricostruito dalla fantasia di Federico Fellini in Il Casanova di Federico Fellini (1976), al quale partecipa uno stupefatto Giacomo Casanova. Qui, il celebre intellettuale e seduttore veneziano incontra una bambola meccanica che provoca in lui contemporaneamente attrazione e perturbamento e della quale finirà per innamorarsi.
Ma l’automa è anche e soprattutto portatore di orrore: non è un caso che il vampiro di Murnau, in Nosferatu. Una sinfonia dell’orrore (1922), emerga dal sepolcro e si muova quasi come una marionetta o un burattino, in modo meccanico, come un sonnambulo. Esseri sonnambulici, definiti “automi spirituali” e “mummie del pensiero” da Gilles Deleuze3 sono presenti d’altronde anche nel cinema di Dreyer, non a caso proprio in Vampyr – Il vampiro (1932). La figura dell’automa, nell’immaginario della fantascienza, si è evoluta poi nelle sembianze dell’androide, un essere meccanico dotato di una superiore intelligenza artificiale: è quest’ultima a sostituire, oggi, gli elementi magici, meravigliosi e demonici. Un cortocircuito di tematiche che, nella contemporaneità, esce dall’immaginario cinematografico e letterario per lambire la realtà: è da essa, in cui l’intelligenza artificiale si è ormai diffusa, che emergono gli spunti più inquietanti per un nuovo “orrore tecnologico”. È proprio di questo che si occupa il nuovo, interessante saggio di Fabio Malagnini dal titolo significativo di Horror ex machina, dedicato, come leggiamo nel sottotitolo, al “cinema dell’orrore tecnologico”. Se nel nesso Ex machina si può intravedere un riferimento al film del 2014 di Alex Garland (Ex machina appunto) è anche vero che Horror ex machina è una frase latina che significa “orrore dalla macchina”. Non solo il “sonno della ragione”, ma anche la tecnologia genera mostri, e li può generare anche nel mondo reale oggi più che mai, con l’elezione al soglio presidenziale degli Stati Uniti di Donald Trump e lo strapotere che ha assunto (se possibile, ancora più di prima) il suo accolito Elon Musk. Come scrive Malagnini, “parlare di AI e di mostri” non significa parlare soltanto del presente o del passato ma anche “guardare attraverso le ombre e i fantasmi che il futuro proietta verso di noi” (p. 31).
E comunque, Malagnini nel suo denso saggio dedica ampio spazio anche al passato. Un capitolo, ad esempio, è dedicato proprio agli automi, i quali “simboleggiano l’infanzia dell’automazione” (p. 34). Si arriva quindi anche all’automazione per l’infanzia, cioè i giocattoli meccanici ed elettronici che, nell’immaginario horror preso in esame, si configurano come “giocattoli killer”. Si può pensare, allora, fra i tanti film analizzati, alla bambola Chucky, posseduta dallo spirito di un serial killer, nella saga di Child’s Play, che “inizia nel 1988 e conta 7 film più una serie tv fino al reboot del 2019”. C’è poi una “bambola assassina per la generazione di ChatGPT” (p. 45), vale a dire quella di M3gan (2022), diretto da Gerard Johnstone, in cui una ricercatrice di robotica crea una bambola superintelligente per tenere compagnia a sua nipote Cady. La bambola, pur di proteggere Cady, sarà disposta anche ad uccidere senza pietà. Sempre nel passato è situato il “mostro elettrico” (titolo del capitolo 2) per eccellenza, Frankenstein, nato dalla fantasia di Mary Shelley. Antenato degli androidi, Frankenstein ha conosciuto una enorme fortuna cinematografica, dovuta indubbiamente soprattutto a James Whale e Terence Fisher per riversarsi negli anni Settanta nel geniale Frankenstein Junior (1974) diretto da Mel Brooks e ricomparire, recentemente, sotto le vesti femminili di Bella Baxter nell’altrettanto geniale pastiche di Yorgos Lanthimos, Povere creature! (Poor Things, 2023) tratto dal romanzo di Alasdair Gray. Come scrive Franco Moretti, il mostro “ci fa anche capire che in una società diseguale gli uomini non sono uguali”4, perché “la diseguaglianza scava la pelle, gli occhi, il corpo”5, una diseguaglianza bene evidente nella società industriale, in cui gli operai, costretti a lavorare nelle fabbriche a ritmi disumani, non sono davvero uguali ai ricchi borghesi. Per certi aspetti, gli androidi di Blade Runner (1982) di Ridley Scott, diversi dagli esseri umani perché costretti in vite a scadenza molto brevi, sono i pronipoti di Frankenstein anche perché sono coloro che devono lavorare a ritmi disumani in luoghi disumani, nelle lande più remote e inaccessibili dello Spazio. E gli esseri umani, dopo averli creati, non trovano di meglio che cacciarli ed eliminarli in serie nelle strade di una fatiscente Los Angeles del 2019. Da Frankenstein alla clonazione, poi, il passo è più breve di quanto sembri: se nella realtà il primo mammifero clonato in laboratorio era stata la “pecora Dolly”, nell’immaginario tecno-horror le clonazioni abbondano, da quelle di Alien – La clonazione (Alien: Ressurection, 1997) di Jean-Pierre Jeunet, in cui sono stati clonati ibridi umani e xenomorfi fino alla saga di Resident Evil (2002-2017), dove “il clone è creato con intenti chiaramente dinastici per diventare l’elemento problematico e dinamico della saga” (p. 104).
E se la “macchina” dotata di intelligenza artificiale non ha un aspetto antropomorfo, androide o ginoide, ma appare sotto le vesti di un cervellone elettronico, uno scatolone parlante? È sicuramente meno affascinante, anche meno inquietante, ma non certo meno terribile. In un capitolo dedicato ai “cervelli elettronici”, Malagnini ci informa che HAL 9000, il computer di 2001 Odissea nello spazio (2001: A Space Odissey, 1968) di Stanley Kubrick, ha superato anche Alien, lo squalo di Spielberg e Terminator nella classifica dei ‘cattivi’ di tutti i tempi. Si tratta di una AI ‘addestrata’ a ‘pensare’ come un essere umano, un processo che sta avvenendo oggi anche nella realtà e per cui è stato coniato il termine “Psicologia delle macchine” perché la liaison tra cervello e computer si fa sempre più stretta. Ma, come osserva l’autore, “l’inconscio della macchina incorpora volenti o nolenti i nostri pregiudizi culturali” (pp. 11-12). Stereotipi culturali e di pensiero legati a un passato e a un presente ‘discriminanti’ provocano inquietanti bias cognitivi: ad esempio, un archivio utilizzato per addestrare le AI, erroneamente ritenuto “universale”, possiede un’idea di “città” incentrata su metropoli come Londra, Tokyo, Parigi, New York e non su Città del Messico, Pechino o Nairobi; allo stesso modo, la conoscenza degli esseri umani è basata su un’alta percentuale di individui bianchi, maschi e occidentali con una bassissima presenza di bambini e donne africane. Un altro cervellone spaziale si incontra sulla Nostromo, la nave cargo di Alien (1979) di Ridley Scott, chiamato confidenzialmente “Mother”. Una ‘madre’ accudente ma che in realtà è programmata per fare gli interessi della corporation che possiede l’astronave a scapito degli esseri umani. Un’altra AI dalle connotazioni materne è presente anche nel più recente I Am Mother (2019) di Grant Sputore ma anche qui si tratta di una madre crudele, che mira a sterminare gli esseri umani per creare una razza superiore e più intelligente. In questo film la AI possiede l’aspetto di un robot molto ‘rozzo’, una specie di scatola con braccia e gambe, e ci ricorda, allora, tutta una serie di personaggi robotici più o meno ‘buoni’ o ‘cattivi’, pronti, a partire da Metropolis (Fritz Lang, 1927), a ribellarsi ai creatori umani.
Ma, come spiega Malagnini, esiste anche “la variabile umanoide” (titolo del capitolo 6), cioè esseri robotici che, a prima vista, non sono distinguibili dagli uomini in carne ed ossa, gli androidi. Come nota l’autore, “se il robot nasce dall’idea di automatizzare l’umano, l’androide rappresenta il tentativo di umanizzare la macchina. Il primo riflette storicamente la società delle masse, il secondo quello dell’individuo neoliberale” (p. 184). Fra gli innumerevoli film in cui sono presenti gli androidi risulta sicuramente interessante Westworld (1973) di Michael Crichton: in un parco a tema in cui “tutto è permesso”, i ricchi occidentali possono uccidere o violentare androidi a loro piacimento. Anche qui scatta il meccanismo della ribellione perché un ignaro turista, a un certo punto, sarà perseguitato da un robot-pistolero impazzito (Yul Brinner) in un’area tematica dedicata al selvaggio West. Alla categoria degli androidi appartengono anche alcuni personaggi di due film di Ridley Scott già ricordati, Alien e Blade Runner. In quest’ultimo avevamo incontrato anche Pris e Zhora, due androidi femminili o, per meglio dire, ginoidi (dal greco γυνή, “donna”) che, negli anni Ottanta e Novanta, offriranno lo spunto a molti “cliché action femminili” (pp. 193-194) “tra somatofobia e tecnofobia” (p. 195).
Nel “cinema dell’orrore tecnologico” sono poi ampiamente presenti i cyborg (contrazione di cybernetic organism, termine coniato da due scienziati della NASA nel lontano 1960), cioè gli esseri dotati di appendici meccaniche. Come scrive Malagnini,
la realtà ci sottopone ogni giorno casi concreti di cyborg a cominciare da chi si è sottoposto a un intervento per un bypass toracico o una protesi robotica per mani, gambe, avambracci, ecc. L’immaginario cinematografico ha invece continuato a creare mostri utilizzando la vecchia antinomia uomo-macchina, ereditata dalla fantascienza del secolo scorso. La figurazione e l’ontologia del cyborg, d’altro canto, sfumano oggi nella bolla del capitalismo tecnoscientifico, in un assemblaggio di corpi, tecnologie e politiche riproduttive che Donna Haraway ha ribattezzato ironicamente New World Order Inc. (p. 204).
Non si può non ricordare allora la teorizzazione del cyborg attuata da Donna Haraway nel suo celebre saggio uscito nel 1985 (Manifesto cyborg), in cui, all’interno di un approccio anti-tecnofobico, esso “rende problematica la condizione di uomo, donna, umano, razza, corpo. Il corpo femminile non è più il corpo materno; esclude ogni dualismo e ogni comunicazione universalmente comprensibile”6. Come nota l’autore, non sono numerosi i filmmaker che hanno descritto la nostra società come una cyborg society dal punto di vista degli oppressi: si può ricordare Alex Rivera con Sleep Dealer (2008) che mostra un futuro distopico in cui il capitalismo cyborg ha sigillato le frontiere tra il Messico e gli Stati Uniti (non troppo lontano dall’altrettanto distopica realtà che viviamo), e ha connesso i migranti a una realtà virtuale per sfruttarli direttamente a casa loro. Anche al di fuori delle proiezioni distopiche, si può pensare al nostro presente e osservare che, comunque, il corpo cyborg si presenta come “il corpo glorioso e sventrato dell’Antropocene” (p. 212).
L’orrore tecnologico può provenire anche dai media ed esiste tutto un filone di film dedicato a questo tema: il più significativo è senza dubbio Videodrome (1983) di David Cronenberg, in cui il terrore viaggia attraverso una comunicazione televisiva solcata da inenarrabili oscuri poteri e capace, addirittura, di forgiare una “nuova carne”. E se alla comunicazione televisiva, tipica del momento transizionale degli anni Ottanta, sostituiamo quella digitale ci troviamo proiettati nell’attuale immaginario tecno-horror e in buona parte della nostra realtà. Adesso non si parla solo di social e di comunicazione digitale ma anche di intelligenza artificiale che si mescola in modo pervasivo alle nostre vite e al mondo che ci circonda. Ad esempio – nota Malagnini – “una richiesta a ChatGPT richiede oggi 10 volte l’elettricità necessaria a una search Google ‘vecchio stile’” (p. 269). I consumi e le emissioni provocate da questi complessi sistemi elettronici provocano esorbitanti emissioni nell’atmosfera e “stiamo cominciando a realizzare che tra le AI e la catastrofe esiste dopotutto un nesso molto stretto e che non è la minaccia delle ‘AI cattive’ conosciuta al cinema, e accreditata anche da una parte dell’establishment politico. Il loro impatto materiale sulla crisi climatica è assai più concreto, per non parlare dei problemi di controllo democratico che la concentrazione economica prospetta” (ivi). Altro che androidi che viaggiano nello spazio e si ribellano ai propri creatori, altro che cervelloni elettronici sulle astronavi, altro che robottoni dominatori di lontani mondi distopici: le macchine della paura sono già arrivate nel nostro quotidiano e sono qui, oggi più che mai, in mezzo a noi.
Note1) Cfr. S. Freud, Il perturbante, in Id., Un bambino viene battuto e scritti 1919/1920, Newton Compton, Roma, 1976, p. 80.
2) Ivi, p. 92.
3) Cfr. G. Deleuze, Cinema 2. L’immagine-tempo, Ubulibri, Milano, 1989, p. 190.
4) F. Moretti, Dialettica della paura in “Calibano”, 2, Il nuovo e il sempreuguale. Sulle forme letterarie di massa, Savelli, Roma, 1978, p. 81.
5) Ibid.
6) F. Fiorentin, Il cyberfemminismo di Donna Haraway, in “Codice Rosso”, 14 giugno 2022. Qui il link
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