Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
22/10/2026
Mezzogiorno di fuoco, e il governo c’entra
Senza che i media diano troppo risalto al fenomeno e mentre il governo Meloni ha approvato i favolosi schemi di intesa definitiva e i relativi disegni di legge per le quattro Regioni del Nord che hanno richiesto l’autonomia, nel Meridione si manifestano numerosi segnali di rivolta sociale.
La protesta che attraversa il mondo agricolo e dell’autotrasporto nasce dalla profonda sproporzione tra i prezzi di vendita all’origine e il costo finale del cibo al consumo. Un agricoltore riceve per prodotti di base come grano, latte o ortofrutta compensi inferiori ai costi sostenuti per coltivarli o raccoglierli, mentre sugli scaffali della grande distribuzione i consumatori pagano tariffe moltiplicate di cinque o sei volte.
Le cause risiedono nei passaggi intermedi della filiera agroalimentare, dove intermediari, piattaforme logistiche e la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) impongono prezzi d’acquisto al ribasso attraverso aste al doppio ribasso e contratti capestro, scaricando sugli agricoltori i rischi di impresa e l’inflazione energetica.
A questo scenario si intreccia la mobilitazione degli autotrasportatori, in particolare dei piccoli cottimisti e padroncini monoveicolo, strozzati dal recente impennarsi del prezzo del gasolio e dal taglio delle agevolazioni sulle accise. Per un piccolo operatore con pochi tir, un aumento continuo del carburante trasforma ogni viaggio in una perdita netta, non riuscendo a scaricare i maggiori costi sui committenti o sui colossi della logistica, che impongono tariffe fisse e rigide.
L’esplosione di questa crisi si avverte con particolare violenza al Sud Italia per ragioni strutturali, geografiche e industriali. Il Mezzogiorno sconta un isolamento infrastrutturale gravissimo, una dipendenza quasi totale dal trasporto su gomma e mercati agricoli storicamente soggetti a speculazioni sulle materie prime importate via mare.
Inoltre, nel Sud la vertenza si lega a stretto filo alla crisi dell’ex Ilva di Taranto. Le proteste degli operai e dell’indotto siderurgico, sommate ai blocchi degli autotrasportatori, hanno cinto d’assedio snodi nevralgici come la raffineria Eni di Taranto e le principali arterie stradali meridionali.
L’ex Ilva rappresenta non solo l’ennesimo dramma occupazionale e industriale senza soluzione, ma anche una tessera fondamentale dell’economia locale dove ditte di trasporto dell’indotto vantano crediti non saldati, unendo la rabbia siderurgica a quella della terra e dei trasporti. Ma la rabbia del Mezzogiorno affonda le sue radici in un quadro di sofferenza economica ancora più ampio ed articolato.
A minare la tenuta sociale del Meridione si aggiungono la drammatica desertificazione bancaria e la contrazione del credito alle piccole imprese, che privano gli imprenditori locali della liquidità necessaria per sopravvivere.
Parallelamente, il progressivo smantellamento delle misure di sostegno al reddito e la mancanza di investimenti nell’innovazione tecnologica e nella transizione ecologica generano un senso di abbandono da parte delle istituzioni.
La persistente disoccupazione giovanile e il conseguente spopolamento demografico impoveriscono il tessuto sociale, lasciando un territorio privo di forza lavoro qualificata e di prospettive.
A tutto ciò si somma la piaga del lavoro nero e del caporalato, che altera slealmente la concorrenza e schiaccia le aziende rispettose delle regole, e il divario nei servizi essenziali come sanità e trasporti locali.
Non è un caso allora che stiano scoppiando rivolte sociali, a cui questa politica sembra incapace di dare rappresentanza; una ribellione sorda e dura che mette in luce l’assenza di democrazia reale in terre dove vota meno del 40% degli aventi diritto, una parte dei quali appartiene direttamente o indirettamente ad un vero e proprio ceto politico.
Fonte
25/04/2026
16/10/2021
Il virus è neoliberista
L’epidemiologo evoluzionista Robert Wallace parla con gli operatori sanitari di Left Voice Mike Pappas, Tre Kwon e Cliff Willmeng sulle origini del Covid e sull’incapacità del capitalismo di rispondere alla crisi.
Mike Pappas: Da dove viene il Covid e come ci siamo arrivati?
Per formazione sono un epidemiologo evoluzionista. Sono abituato a prendere sequenze genetiche, come l’influenza aviaria, o l’H5N1, la prima rock star virale del secolo, ed osservare tali sequenze presso le varie località della Cina e dell’Eurasia per poi costruire degli alberi filogenetici.
Si tratta di alberi evolutivi che mostrano come i vari ceppi siano tra loro collegati. E poiché conosciamo le località in cui campioniamo questi ceppi, possiamo dedurre mediante l’albero quali sono state le località interessate in precedenza da un ceppo virale.
Siamo in grado, in altre parole, di costruire una mappa dei diversi ceppi basandoci sulle sole sequenze genetiche. Lo abbiamo fatto per l’H5N1 (l’aviaria). Abbiamo identificato una provincia sud-orientale della Cina chiamata Guangdong, che sembra essere l’area di origine dell’H5N1 prima che si riversasse ad Hong Kong.
Il problema è che ho commesso un errore nella mia carriera. Qualcosa ha suscitato la mia curiosità. Non sempre è una buona mossa se vuoi far carriera nella scienza. La scienza è largamente legata alle convinzioni dell’establishment circa la natura del capitalismo e dell’impero. E la curiosità è costretta entro specifici percorsi di indagine. Ci sono persone incredibilmente intelligenti che spesso devono lavorare restando entro i limiti davvero ristretti di ciò che è lecito esplorare.
La mia curiosità mi ha messo nei guai perché volevo sapere perché l’H5N1 è emerso nel Guangdong nel 1997. Non era possibile trovare la risposta nelle sequenze genetiche. Mi sono quindi addentrato nella storia dell’agricoltura della regione e nell’economia politica dell’agribusiness globale per capire come i diversi settori agricoli si sono evoluti in Cina e altrove, trovando che l’agribusiness è probabilmente il peggior modello – o il migliore – che vi possa essere per selezionare agenti patogeni tra i più mortali.
Vedi via via emergere, in tempo reale e quasi annualmente, tutta una varietà di agenti patogeni: hai altre influenze aviarie; l’otto, la sette e la nove, che emergono nel 2013; hai l’H5N1, emerso un paio di anni dopo in tutta Europa.
Negli Stati Uniti l’H5N1 ha ucciso 50 milioni di polli. Ma non c’è solo l’influenza aviaria. L’influenza suina, H1N1, è emersa fuori da Città del Messico nei suini per poi diventare una vera pandemia. Vi sono Zika e SARS.
Quasi ogni anno emerge ogni tipo di agenti patogeni. Stanno anzi iniziando ad emergere in parallelo. In molti abbiamo seguito da vicino la vicenda di un virus chiamato peste suina africana che ha avuto origine in Africa tra i maiali selvatici, ma anche domestici; si è riversato in Europa e più di recente in Europa orientale, ed infine è arrivato in Cina, nel 2018, dove ha ucciso metà della popolazione di suini.
Il sistema immunitario del maiale è molto simile a quello umano, quindi eravamo molto preoccupati. Tutto ciò che circola nei maiali domestici potrebbe fare danni piuttosto seri agli umani.
Il nostro team, composto da biologi evoluzionisti, ecologi, geografi e scienziati sociali di vario genere, ha così iniziato a chiedersi come e perché questi virus stiano emergendo in rapida sequenza.
Si dedicano solitamente molto tempo e attenzioni agli agenti patogeni e in particolare ai virus perché ci si concentra sull’oggetto del meccanismo causale, vale a dire il virus o il vaccino.
La ricerca delle cause va però chiaramente oltre ciò che è sotto la lente del microscopio: dev’essere ricerca sul campo, bisogna uscire nel mondo. Abbiamo perciò preso l’abitudine di denominare alcuni di questi patogeni con nomi di movimenti politici o anche di singole personalità politiche.
Al di là dell’ironia, abbiamo in mente qualcosa di estremamente serio: le decisioni assunte dai governi e dalle economie più forti, che definiscono determinati modi di relazionarsi al mondo e hanno un effetto profondo sull’emersione degli agenti patogeni.
Per esempio, chiamiamo “influenza NAFTA” l’influenza suina H1N1 emersa nel 2009, dall’accordo di libero scambio nordamericano. Tale accordo, stipulato nel 1994, ha rimosso ogni barriera consentendo alle multinazionali di riversare carne sul mercato interno messicano e distruggendo così quel settore dell’economia locale.
A quel punto gli agricoltori messicani potevano, o vendere perché non erano in grado di competere, o consolidare le proprie aziende e renderle abbastanza grandi da poter competere con le nuove filiali create dalle multinazionali americane, tra cui Smithfield.
Questo ha cambiato profondamente l’agricoltura messicana e l’allevamento di suini. Il mosaico di piccole fattorie tipico del paesaggio messicano si è trasformato in qualcosa di molto più statunitense.
Puoi tracciare la sequenze genetica del nuovo H1N1 e scoprire che il genoma dell’influenza è segmentato. Quando due diverse influenze infettano un singolo ospite, possono infatti scambiarsi i loro segmenti, proprio come fanno dei giocatori con le proprie carte il sabato sera.
Con l’H1N1, gran parte del lavoro svolto in campo genetico dimostra che alcuni di quei segmenti sono emersi da maiali degli Stati Uniti e del Canada, e che altri provenivano dall’Eurasia. Come mai stanno insieme? A differenza dell’influenza aviaria, non puoi dar la colpa agli uccelli acquatici selvatici, che volano da un continente all’altro; i maiali in genere non volano, a meno che non vengano esportati da un paese all’altro.
In concomitanza con il rivoluzionamento dell’allevamento industriale, tradottosi in una crescente concentrazione degli allevamenti e in una perdita di biodiversità – ce ne occuperemo a tempo debito – si è avuto un aumento delle esportazioni di suini da una parte all’altra del mondo; anche gli agenti patogeni, e le relative influenze, sono stati dunque trasportati da una parte all’altra del mondo.
Per tornare al NAFTA, in questo caso l’accordo ha permesso di abbattere le barriere permettendo alle multinazionali di entrare; ma sono così entrate anche le varie influenze, che si sono tra loro ricombinate fino all’emersione nel 2009 di un nuovo agente patogeno nei dintorni di Città del Messico – patogeno che ha poi cominciato a passare da uomo a uomo causando una pandemia.
Un altro caso da noi rinominato è stata l’epidemia di ebola che nel 2013 colpì l’Africa occidentale. L’abbiamo chiamata “Ebola neoliberista”, in parte a causa dei programmi di aggiustamento strutturale imposti ai paesi dell’Africa occidentale.
Per ottenere prestiti dalla Banca Mondiale e dal FMI questi paesi devono spesso ristrutturare le loro economie per consentire alle multinazionali di entrare, e devono tagliare i budget di spesa per la salute pubblica e quella degli animali.
Nel caso dell’Africa occidentale abbiamo un crescente movimento nell’ultima delle aree forestali lì rimaste per allontanare le popolazioni locali dall’agroforestazione contadina e consentire l’emergere di un diverso tipo di imprese nazionali e multinazionali basata su piantagioni a monocoltura, che distruggono le foreste locali.
Cosa ha a che fare tutto ciò con ebola? Ebbene, le foreste sono luoghi molto complessi. Se ne attraversi una, sarà difficile tener traccia di tutto ciò che vi sta accadendo. C’è così tanta complessità, e quella complessità svolge un lavoro in nostro favore.
Si tratta di una proprietà scoperta recentemente, secondo la quale la complessità delle foreste e dei sistemi ecologici in genere è tale che nessun patogeno presente in un organismo ospitante può da lì attecchire su di una serie di ospiti diversi, proiettandosi fuori dalla foresta e dall’ambiente locale fino a raggiungere una città vicina.
Tuttavia, che si tratti di piantagioni, disboscamento o estrazione mineraria, quando permetti alle multinazionali di entrare, distruggi di fatto la foresta. La maggior parte delle specie ospiti, riserve naturali per molti agenti patogeni, si estingueranno, ma altre non lo faranno.
Molti animali e specie non si estinguono così facilmente. Sono plastici sul piano del comportamento. I pipistrelli dimostrano questo genere di plasticità e si spostano proprio nelle monocolture. Voglio dire, non sono affatto male: hanno molto spazio per volare dalle tane e dai luoghi di foraggiamento. Non ci sono concorrenti o predatori.
E c’è un’interfaccia crescente tra le persone del posto assunte da aziende nazionali e multinazionali per aiutare a gestire queste piantagioni. E anche per via della proletarizzazione in atto, si tratta di persone che non riescono a pagare tutte le bollette. Molti sono emigrati verso i capoluoghi regionali, da cui ritornano durante il periodo vegetativo; ed ecco qui il cerchio, il ciclo, per così dire.
Qualsiasi agente patogeno, o ebola, che faccia il salto dai pipistrelli o dagli insetti attecchisce sui lavoratori locali addetti al bestiame o alle piantagioni, o sui taglialegna, o sui minatori, e quei lavoratori poi emigrano nelle città della zona.
La salute pubblica è in declino a causa dei programmi di aggiustamento strutturale. Le infezioni da ebola sono sempre difficili da riconoscere. Poi il virus passa da uomo a uomo e si comincia a ballare. Ecco perché c’è un virus ebola che geneticamente non è così diverso dai precedenti ebola emersi a partire dalla metà degli anni Settanta.
L’ebola, in genere, si riverserebbe in un villaggio o due portando i tassi di mortalità al 90% – davvero qualcosa di terribile. Potrebbe eliminare un gruppo di gorilla, e chiusa lì. Non andrebbe oltre.
Ma quando sfoltisci il paesaggio periurbano dalla foresta profonda fino alla città, fornisci al virus una traiettoria perfetta che va dalla foresta direttamente dentro la città più vicina.
Il virus di per sé non è cambiato, ma abbiamo dovuto distinguere tra l’oggetto in sé del virus e dei vaccini, e la profilassi e l’ambiente, vale a dire le più ampie relazioni ecologiche e sociologiche tra l’uomo e gli animali, gli animali selvatici, il bestiame, i raccolti etc. È il cambiamento del contesto ad aver guidato il virus, non il virus stesso.
Il virus causa l’epidemia, ma lo fa insieme ad un’economia globale in evoluzione, che ha investito l’Africa occidentale così a fondo da permettere al virus di farsi strada, arrivando ad infettare 35.000 persone e ucciderne 11.000, con i corpi lasciati nelle strade dei capoluoghi di regione.
Ora, cosa ha a che fare tutto ciò con il Covid-19? È il circolo della produzione che dal capoluogo regionale passa per lo spazio periurbano fino alla foresta profonda, e ritorno. I diversi patogeni emergono in diverse parti di questo circuito di produzione.
Ebola, come abbiamo detto, emerge dalle foreste remote con i pipistrelli locali, e si riversa sui lavoratori, che poi migrando lo portano nei capoluoghi di regione. È in gran parte alla fine del circuito che si crea quindi una situazione di emergenza.
Poi ci sono virus come SARS-2, che causa il Covid-19. Questi stanno emergendo in tutta l’area interessata dai circuiti della produzione. La valutazione del nostro gruppo di ricerca rispetto alle ipotesi circa un’origine “sul campo” del Covid-19, è che il virus sia emerso nella Cina meridionale o centrale.
Non mi addentrerò nella storia della Cina. In generale voglio solo dire che dopo Mao c’è una Cina che decide di seguire la via dello sviluppo capitalista. Non discuto ora se sia stato un bene o un male; si può dire che milioni di cinesi sono stati tirati fuori dalla povertà e milioni sono rimasti indietro. Ma per lo più i cinesi hanno deciso di basarsi sull’autosfruttamento delle proprie risorse per lo sviluppo economico, piuttosto che seguire il modello coloniale tradizionale del Nord globale, che semplicemente sfrutta il Sud globale.
Così facendo, i cinesi hanno eroso la loro stessa foresta, come è successo con ebola in Africa. Hai l’erosione dell’ultima delle foreste causata dall’allevamento di bestiame tradizionale, ma c’è anche un altro settore, che non interessa solo la Cina, ed è il settore in crescita del cibo selvatico: il pangolino, lo zibetto e simili, che vengono sempre più trattati come bestiame tradizionale – è un cibo sempre più integrato nell’economia alimentare capitalista.
Entrambi i settori – bestiame tradizionale e monocolture, ed il settore alimentare più selvatico – hanno iniziato a dettar legge sulle foreste meridionali e centrali della Cina.
È stato documentato che l’aumento dell’interfaccia con i pipistrelli costituisce un serbatoio per una varietà di coronavirus. SARS-1 emerge nel 2002, un periodo in cui l’uso di pesticidi in Cina è andato aumentando anche più che negli Stati Uniti, riducendo la popolazione di insetti e privando molti pipistrelli del proprio nutrimento; ciò li ha costretti a volare per un’area più ampia, per procacciarsi del cibo, aumentando anche per questa via l’interfaccia con l'uomo.
Ho notato, Mike, che mi hai chiesto dell’ipotesi circa l’origine ambientale della pandemia, in parte perché sospetto tu voglia evitare di discutere l’ipotesi della produzione del virus in laboratorio, in parte perché ci sono così tanti pazzi che la stanno sostenendo.
Vorrei però dire che potrebbe essere accaduto. Nel 2013, un gruppo dell’Università di Princeton ha pubblicato un rapporto secondo cui, dopo l’H5N1 e dopo l’11 settembre, i paesi di tutto il mondo hanno iniziato a costruire laboratori di biosicurezza con livelli di biosicurezza (BSL) 3 e 4, dove vengono gestiti i patogeni peggiori, i più pericolosi. Sono stati costruiti a migliaia in tutto il mondo.
Una perdita di laboratorio è rara, ma se un evento raro ha sufficienti possibilità di manifestarsi, esso inclina verso l’inevitabile, tanto che si tratta di un’ipotesi ancora sul tavolo.
Insomma, ci son voluti 15 anni per capire come è emersa la SARS-1, non basteranno 19 mesi per capire come è emersa la SARS-2; quindi entrambe le opzioni sono possibili, anche se sono più incline a sostenere la teoria dell’origine ambientale della pandemia, alla luce delle possibilità che i coronavirus hanno di fare esperimenti con il sistema immunitario umano.
Alcuni dati genetici indicano che con ogni probabilità la SARS-2 circolava nelle popolazioni umane anni prima che esplodesse a Wuhan, con grande dispiacere per i sostenitori della tesi della fuga di laboratorio.
Ecco come, a nostro avviso, il Covid-19 ha avuto un’origine ambientale. Che è fondamentalmente legata alle decisioni e alla governance in fatto di interventi di salute pubblica.
Mike Pappas: Ora che sempre più persone sono vaccinate, c’è questa retorica sul fatto che esiste una soluzione per la pandemia. “Semplicemente: o prendi il vaccino, o sei parte del problema”. Naturalmente, noi vogliamo che le persone ricevano il vaccino. Ma tu hai parlato di come le vaccinazioni di per sé non siano la bacchetta magica. Puoi spiegarlo meglio?
Innanzitutto, come stiamo scoprendo proprio ora, l’idea che solo chi può pagare per i vaccini debba avervi accesso [i paesi ricchi, ndr], consente al virus di continuare a diffondersi ed evolversi, comprese le varianti che possono sfuggire al vaccino. Così non funziona. Il modello capitalista di produzione, che permette la profilassi solo a chi può pagare, è pessimo in termini di salute pubblica.
La seconda cosa da capire è che queste innovazioni mediche non sono mai sufficienti. La salute va al di là del corpo individuale. È un qualcosa che condividiamo nel corpo sociale. La salute pubblica è una qualità che connota l’economia politica e i modelli di governance adottati da ciascun paese.
Ci sono cose che vanno oltre la portata dell’intervento umano. Questa non è una di quelle. Il che significa che anche una pandemia che tutto d’un tratto è ovunque, è determinata dalle decisioni prese dai governi in tutto il mondo. O, come in questo caso – un vero shock per molti – è determinata dalla decisione di fare o non fare qualcosa.
Possiamo parlare della differenza tra i paesi capitalisti e gli altri; dovremo farlo a tempo debito. Ma non è solo questo. Un governo dovrebbe dire: “Sai che c’è? La nostra ragion d’essere è aiutare la popolazione con i beni comuni e soddisfare i bisogni delle persone, che dobbiamo evidentemente rappresentare, quale che sia il modello di governance”.
Ci sono paesi che si sono impegnati in questo senso. Lo stato cinese ha inizialmente fallito nell’affrontare l’emergenza Covid. Ma per salvaguardare la propria popolazione si è rapidamente riorganizzato: se c’è un focolaio di Covid-19, la tal provincia o la tal città è inondata con migliaia di operatori sanitari pubblici per l’intervento detto Tetris – test, tracciamento, isolamento – necessario per rintracciare chi è stato infettato e isolarlo prima che infetti qualcun altro. E assicurarsi che chi vive isolato o viene obbligato a restare a casa, possa sopravvivere.
Ricordo le prime foto di New York City nel marzo 2020 quando c’erano principalmente lavoratori neri e ispanici in giro nelle metropolitane che andavano al lavoro, indipendentemente dal fatto che fossero o meno dei cosiddetti lavoratori essenziali, erano in giro perché dovevano pagare le bollette.
Non c’era altro modo di guadagnare quanto gli serviva per l’affitto o per procurarsi del cibo se non uscire e lavorare. È così che il Covid li ha presi a New York, ed è esploso perché ai governi non importava nulla di loro.
Quindi è stata davvero straordinaria la dichiarazione di Trump, un totale buffone, un disastro totale, quando ha detto che avrebbero dato parecchio denaro per sviluppare dei vaccini. È notevole. Non pensavo che l’avrebbero fatto.
Di solito i vaccini impiegano anni prima di essere sviluppati, e non era mai stato sviluppato un vaccino contro il coronavirus; e così alla fine lo hanno consegnato.
Ma non si tratta di una vaccinazione sterilizzante, nel senso che chi è vaccinato può ancora contagiare. Tuttavia, fornisce immunità contro la malattia. Impedirà sostanzialmente che tu venga ucciso dal virus, o comunque ricoverato in ospedale. E a giugno, negli Stati Uniti, il 99% delle persone uccise dal Covid-19 non erano state vaccinate.
Ma il vaccino non basta. Perché per l’incapacità di dar seguito agli interventi non farmaceutici di cui abbiamo parlato – gli ordini di stare a casa, la necessità di isolare le persone malate – non siamo stati affatto in grado di farlo. Ci siamo rifiutati di farlo.
Abbiamo perso la nozione stessa di salute pubblica, che avrebbe significato assumere centinaia di migliaia, se non milioni di operatori sanitari pubblici e di comunità, per farli scendere in strada ad aiutare la gente. Avrebbe significato fare quel che hanno fatto altri paesi, ovvero pagare le persone per stare a casa piuttosto che costringere i lavoratori a uscire per pagarsi le bollette. È ridicolo.
Quei paesi (Nuova Zelanda, Vietnam, Taiwan, Islanda, per esempio) si sono occupati della questione in quattro mesi. Qui siamo al 17° mese e non abbiamo ancora il controllo di una pandemia. Non abbiamo neanche più idea di cosa sia un intervento di salute pubblica.
Questo è il risultato della mercificazione spinta degli interventi medici, riguardanti sia la medicina sia la sua messa in opera. Quindi ogni minuto al pronto soccorso o nello studio di un medico è fatturabile. Questa non è salute pubblica.
Devi collegare la scala dell’epidemia a quella dell’intervento, e degli ospedali sotto-finanziati non sono la scala a cui opera Covid-19. L’azione di contrasto funziona molto di più a un livello che richiede interventi comunitari fuori dagli ospedali e all’estero, e non soltanto nei punti di intervento medico.
Se non hai le strutture per adottare interventi non farmaceutici alla maniera di paesi come il piccolo Vietnam, in grado di reagire in breve tempo impedendo all’epidemia di prendere piede – se il paese più ricco nella storia dell’umanità non è in grado di fare nemmeno quello, allora è chiaro che qui [negli Stati Uniti] un sistema sanitario pubblico ancora non esiste realmente, ma ne hai comunque bisogno per distribuire i vaccini e far sì che la gente esca e vada in giro.
Qui negli Stati Uniti abbiamo trasformato la salute pubblica in un affare individuale. E ciò non riguarda solo Trump, ma anche Biden. Intervenendo sui vaccini, Biden ha detto: “La responsabilità è tua, se non ti vaccini, perché tutti noi vogliamo fare grigliate entro il 4 luglio, e se non ti vaccini rovinerai tutto”.
Ha anche detto: “Oh, chi di voi è vaccinato può togliersi la mascherina perché non infetterà nessuno”, quando già allora eravamo in tanti a sapere che non era vero.
Entrambe queste cose hanno inviato un segnale all’intero paese, che tu fossi vaccinato o meno, che potevi toglierti la mascherina. Le mascherine come strumento di intervento sono state così gettate sotto l’autobus. Gli interventi non farmaceutici sono stati accantonati in un momento in cui dovevamo continuare a guadagnare la fiducia delle persone in tali azioni, per poterle attuare tutte nello stesso tempo.
Esiste un modello di intervento di sanità pubblica assimilabile al formaggio svizzero. I vaccini fanno molto, ma non impediscono alle persone di essere contagiate. Ci sono dei buchi in quella fetta di formaggio. Ecco perché dovevi metterci sopra un’altra fetta. Potrebbe anche avere buchi, ma sono in punti diversi.
Se sovrapponi diversi strati di formaggio, tutti i buchi vengono riempiti in virtù di una sorta di modello olistico di intervento, secondo il quale ricorri a mezzi svariati per liberarti dell’influenza e impedire che si diffonda nella comunità: test di vaccinazione, tracciare le persone in isolamento, pagarle per stare a casa, rendere disponibili trasporti alimentari per sfamarle, municipalizzare i ristoranti, e così via.
Paghi i ristoranti per preparare del cibo per la gente del posto. Questo sarebbe un programma di governo. Ma tutto ciò viene rifiutato come una violazione dell’ideologia capitalista che richiede che tutti gli interventi generino profitto.
Mike Pappas: Nei paesi in cui abbiamo dei tassi di vaccinazione davvero alti, come Israele, stiamo assistendo ad un nuovo aumento del numero dei casi e dei ricoveri ospedalieri. Volevo porti domande su questo perché ho visto un sacco di teorie diverse sul perché ciò può accadere. Si parla di qualsiasi cosa, dalla fuga immunitaria al possibile declino dell’immunità, alle teorie del potenziamento dipendente dall’anticorpo (ADE) e quel tipo di cose. Mi chiedo cosa ne pensi e cosa stiamo vedendo in quei paesi.
Direi che sono tutte possibilità in gioco. Se si torna all’indietro per puntare il dito, ai liberali piace mettere sotto accusa Trump e gli antivaccinisti per non averlo fatto. E c’è un elemento, tipo: “Beh, dovresti andare a morire”, che è ridicolo perché per quanto orribile possiamo considerare la politica di certa gente, deve davvero esserci una nozione di destino condiviso, e la comprensione che la salute e il benessere del mio prossimo sono fondamentalmente legati ai miei.
Gli agenti patogeni sono strani, perché sono nel contempo troppo piccoli e troppo grandi per essere visti, dal momento che le ondate di epidemie investono interi stati e paesi. E per noi è difficile coglierlo in tempo reale.
Quindi il benessere delle persone che non ci piacciono è integralmente correlato al nostro benessere. Non è una faccenda etica; non mi piacciono i nazisti, non mi piacciono i trumpisti, e ho le mie idee sul loro destino. Tuttavia, il benessere in termini di salute pubblica va oltre, e dobbiamo capire che anche coloro che non si vaccinano, sono di fatto i nostri fratelli e sorelle epidemiologici, e il loro benessere è legato al nostro.
Il New York Times ha pubblicato un articolo in cui è stato fatto un sondaggio. Non si tratta soltanto di anti-vaccinisti duri e puri, entra in gioco la divisione per classi. Molte persone al di sotto di un certo livello di reddito non sono vaccinate. Chi non ha cibo a sufficienza, chi ha problemi con l’affitto.
Questo è correlato ed è insieme la dimostrazione di una governance fallimentare a livello sia statale che federale, rispetto alla capacità di andare là fuori, parlare con le persone, trovarle. E ciò richiederebbe che gli operatori sanitari di comunità andassero per le strade, a decine di migliaia. L’amministrazione Biden non è riuscita a fare questo. È una sua colpa. Non è solo qualcosa che riguarda Trump. È una questione di governo capitalista.
È nostro dovere aiutare la gente, e ci vuole un duro lavoro, è ridicolo doverlo ricordare. Ecco perché assumi migliaia e decine di migliaia di operatori sanitari di comunità, che cammineranno nei quartieri, in cui spesso vivono, e parleranno con le persone.
Devi lavorare sulle persone: ogni settimana, ogni mese e anche ogni giorno, per far loro riflettere su cosa sia il vaccino, ascoltandole. Non si tratta solo di parlare con il medico, non è abbastanza. Si tratta di parlare, in prima persona, alle persone che sono i tuoi vicini. E se qualcuno continua a presentarsi ed è gentile con te e rispettoso, puoi avere quella conversazione che potrà spingerà le persone a capire che il vaccino ha senso.
A proposito dei vaccini stessi. Sì, voglio dire, tutto ciò che descrivi è in atto. Hai la variante Delta, tra le altre, che emerge in un modo che i dati arrivati anche pochi mesi fa indicavano che i vari vaccini di qualunque azienda, Pfizer, Moderna, o tutti in genere, stanno iniziando lentamente a perdere forza.
Abbiamo appreso prima in Inghilterra che una dose di Pfizer non era sufficiente, ed ecco che abbiamo la doppia dose. Ora parlano di richiami perché le varianti si stanno evolvendo.
Questa è una fase di evoluzione, gli agenti patogeni si stanno evolvendo. E più permetti ai virus di diffondersi nel mondo, più permetti alle varianti di emergere e sconfiggere i tuoi vaccini.
La radice di ciò è negli interventi di tipo liberista. Se hai intenzione di rimproverare gli anti-vaccinisti trumpisti per non aver fatto il vaccino, come diavolo fai a sostenere gli sforzi della Fondazione Gates contro la medicina aperta?
La Fondazione Gates e le aziende farmaceutiche hanno sostanzialmente detto all’OMS: “non lo farai in questo modo”. COVAX, che stava cercando di vaccinare il 20% della popolazione nei paesi a basso reddito con vaccini scontati, ha ampiamente fallito, in parte proprio a causa di questi diritti di proprietà intellettuale, che impediscono che la produzione di vaccini avvenga in tutto il mondo.
Se lasci che la maggior parte del mondo non venga vaccinata, allora, in sostanza, consenti al virus di fare milioni di esperimenti per capire come evolvere in risposta alle varie cose che gli stiamo lanciando contro. Quindi è del tutto controproducente.
Questo è ciò che fa il capitalismo. È il suo modo di fare soldi. Stanno andando avanti in un modo che è perfetto per distruggere la Terra, che si tratti del cambiamento climatico o di queste pandemie – l’unica cosa che conta è che un pugno di miliardari continuino a fare un sacco di soldi.
Le aziende farmaceutiche hanno davvero guidato la salute pubblica globale orientandola verso la produzione esclusiva di incentivi per coloro che possono pagare, piuttosto che impegnarsi nell’intervento condiviso di salute pubblica, in una governance globale basata sul principio secondo cui: “La salute dei miei vicini è importante per me, vacciniamo il mondo intero e faremo del nostro meglio per ridurre il Covid abbastanza da impedirgli di scatenarsi per lungo tempo”.
I primi modelli che ho visto nel marzo 2020 prevedevano che, negli scenari peggiori, l’epidemia sarebbe continuata fino al 2024. Ora c’è chi parla del 2025. Sei nel settore della salute, pensa a quanto sia stato estenuante anche solo un anno e mezzo. Potrebbero esserci più ondate all’anno perché chi è al potere si è rifiutato di prendere la cosa abbastanza sul serio.
Milioni di persone sono morte, ma è un tasso di mortalità appena dall’1 al 2%. Cosa succederà se avremo l’emergere annuale di virus con tassi di mortalità del 5%, 25%, 30%? Questo, in sostanza, era una specie di softball per un sistema di governance globale. E molti paesi hanno fallito perché sono vincolati alla classe capitalista.****
Mike Pappas: Al di là delle aziende farmaceutiche, in che modo i vari settori della classe capitalista hanno cercato di sfruttare la pandemia a proprio vantaggio?
Come sapete, ho esaminato il settore agricolo. Mi sono dedicato all’agricoltura perché mi sono reso conto che non puoi limitarti a gestire le epidemie una volta che un virus passa da uomo a uomo. I buoi, a quel punto, hanno già lasciato la stalla.
Voglio dire: abbiamo parlato di tutti i modi in cui un corretto intervento di sanità pubblica ridurrebbe al minimo i danni e ci consentirebbe di emergere indenni, o relativamente meno feriti, in modo da poter tornare ad una vita senza pandemia.
E mi sono reso conto che per farlo, dobbiamo cambiare le nostre pratiche agricole e intervenire a quel livello per ridurre al minimo la possibilità che nuovi agenti patogeni emergano dal bestiame e dal pollame.
Quindi, ho tenuto d’occhio il settore agricolo. E ora qui negli Stati Uniti c’è stato l’ormai famigerato intervento, il Defence Production Act (DPA) di Trump, che non ha prodotto più dispositivi di protezione individuale (DPI), di cui avevano bisogno gli infermieri, i medici e le persone che lavorano nel pubblico. Ma ha consentito ai vari impianti di lavorazione del pollame e del bestiame di continuare a produrre, mentre migliaia di lavoratori degli impianti sono stati infettati e sono morti.
È la cosa più ovvia, la volontà di far andare le cose come prima. In apparenza serviva a sfamare l’America, ma non era affatto così. Voglio dire, c’è un calo del consumo di carne tra gli americani, e ce n’era in abbondanza a disposizione.
Quella decisione aveva invece più a che fare con l’intento di soddisfare la domanda estera. I cinesi avevano subito un calo della produzione suina a causa della peste suina africana. Anche se il consumo di carne americana era diminuito, lo spazio costruito per la lavorazione stava aumentando di milioni di piedi quadrati, in molti stati.
Quindi l’intervento di Trump riguardava più i mercati esteri, piuttosto che rispondere ad un appello nazionalistico per l’approvvigionamento alimentare statunitense. Naturalmente c’è stata una smentita da parte del settore della carne circa la sua pericolosità.
L’amministrazione Trump ha permesso agli impianti di trasformazione di accelerare le loro operazioni tanto da costringere i lavoratori alla catena di montaggio ad ammassarsi gli uni sugli altri, e ciò ha aumentato la probabilità di diffusione dell’infezione. In altre parole, l’intero settore è stato consacrato all’adozione di pratiche che diffondono il virus.
Oggi siamo all’ipocrisia, con il settore alimentare che, dal momento che è stato prodotto il vaccino, richiede che i suoi operai vengano prima vaccinati. E dovrebbero esserlo, ma questo dimostra la totale ipocrisia dell’industria della carne, che cerca ora di vaccinare quei lavoratori che ha gettato sotto l’autobus durante il primo anno dell’epidemia.
Una pericolosa infezione si è infatti diffusa a partire da questi impianti rurali di confezionamento della carne fino a raggiungere le comunità locali, infettando migliaia di persone che con tutta evidenza non erano vicine a nessuna delle città costiere dove l’epidemia è iniziata negli Stati Uniti.
A causa del carattere industrializzato e globalizzato delle linee di approvvigionamento della carne, ci sono contee situate nelle aree più interne e rurali del paese che sono state colpite piuttosto duramente dall’epidemia, anche se non erano collegate a nessuna città.
Una simile diffusione del virus ha a che fare con i modi, i più svariati, con cui le comunità rurali sono state trattate riducendole a zone da sacrificare, nelle quali l’agricoltura industriale spazza via non solo il paesaggio, ma anche la capacità degli agricoltori locali e di chi processa la carne di controllare un processo decisionale che va ad incidere su ciò che accade alle loro comunità.
Cliff Willmeng: Come percepisce il tuo lavoro la comunità scientifica, e come ne stai discutendo?
Sono stato per un po’ all’Università del Minnesota come docente di geografia. Non molto a lungo. Ho detto la mia quando è emerso l’H1N1. Ho parlato criticamente dell’influenza, ma il Minnesota è una città-azienda, uno stato agroalimentare.
Voglio dire, non è che ti lascino una testa di un maiale ai piedi del letto. Succede molto più in stile Minnesota. Non fanno uscire nuovi bandi di concorso, non ti rinnovano il contratto, cose del genere. È così che fanno.
Ma il processo di filtraggio è reale. Il realismo capitalista è davvero reale. È qualcosa che si insinua in profondità, nel tessuto stesso della pratica scientifica, fino ai formalismi matematici.
Gran parte della modellazione scientifica – i modelli di suscettibilità, e quelli infettivi e di guarigione in epidemiologia – sono così concentrati sui singoli individui infetti e sul virus stesso da tralasciare i termini stocastici che determinano se una pandemia esplode o si contrae.
In altre parole, tutto ciò che abbiamo appena descritto qui in termini molto politici, in termini di economia politica e storia mondiale, è fondamentale per il modo in cui gli scienziati affrontano il problema, ma è anche alla base della loro crescita come scienziati, a cominciare da come sono stati formati fin dall’inizio della propria carriera.
Prendi Richard Lewontin, il famoso biologo dialettico, genetista evoluzionista di grande fama che ha lavorato con Richard Levins per molti anni. Non è l’unico ad averlo detto, ma ricordo la sua visione, secondo cui gli scienziati fanno parte della società prima ancora di diventare scienziati. Sono imbevuti degli istinti della loro classe sociale e hanno insegnato quegli istinti mentre diventavano parte di quelle che spesso sono istituzioni d’élite che non si dedicano soltanto alle questioni specifiche della biologia molecolare o della computazione evolutiva, ma anche come destreggiarsi nella vita lavorativa.
Quanto a chi paga per la scienza, a livello di governo, NIH e NSF – i finanziamenti si stanno riducendo. L’età media di chi ottiene borse di studio è salita alle stelle. Quindi, sì, i giovani docenti sono soggetti alla disciplina del lavoro. Le università statali sono sempre più sotto finanziate. Quindi devono rivolgersi al settore privato per i finanziamenti in ricerca e sviluppo.
Così qui nel Midwest le università che hanno finanziamenti pubblici devono rivolgersi all’agrobusiness per avere i soldi necessari ad andare avanti. La scienza non si riduce ad un metodo. Non è solo: “Oh, ho una domanda. Raccoglierò dei dati, li testerò e vedrò se posso rifiutare l’ipotesi, o la versione bayesiana consistente nell’assegnare delle probabilità a posteriori a ciascuna di queste ipotesi”, e tutto il resto.
Hai un sacco di menti brillanti a cui è assegnato il compito di cercare risposte a domande che non sono state poste da loro.
Quindi, quando una pandemia bussa alla tua porta, non sai cosa fare perché hai speso miliardi di dollari per rispondere a domande che non avevano nulla a che fare con essa, o a domande su come monetizzare questa cosa.
Questi sono fallimenti istituzionali. Questo è ciò che il nostro gruppo di ricerca chiama fallimenti della cognizione istituzionale. Quello a cui assistiamo qui è la putrefazione della classe dirigente americana, una classe politica che comprende anche la sfera della scienza.
Quando ti trovi di fronte a un problema che richiede che diverse unità di governo e della società interagiscano e lavorino insieme, e riflettano sulla natura del problema e sulle risposte da dare, devi avere una macchina ben oliata che sia aperta a comprendere la vera natura delle cose.
I cinesi hanno prodotto la loro versione, i neozelandesi anche; erano versioni leggermente diverse tra loro, ma la loro cognizione istituzionale è entrata in azione. Sono arrivati a delle risposte. E hanno agito di conseguenza.
Cosa stanno facendo gli Stati Uniti? Nient’altro che esitare, non riuscire a trovare una risposta o tornare alla risposta sbagliata. Insomma, a gennaio 2020, il Covid-19 sta emergendo in Cina. Negli Stati Uniti facciamo finta che non stia succedendo nulla, arriva sulle nostre coste, e facciamo ancora finta che non stia succedendo nulla; ok, quindi abbiamo perso quella scommessa. Abbiamo sbagliato.
E cosa succede a gennaio 2021? Hai la variante Delta. Cosa facciamo? Torniamo indietro. Oh, abbiamo i vaccini. Toglieremo la mascherina. Torneremo a ripetere esattamente il primo errore, e fingere che non ci accadrà nulla in caso di pericolo.
Ne veniamo fuori con la stessa cosa, anche perché la nostra classe politica si identifica solo con il riflesso allo specchio delle sue stesse presunzioni. L’idea di investire nei beni comuni è completamente fuori discussione. Sei alle corde, strutturalmente.
Tutti i politici, di qualunque partito si tratti, sono letteralmente incapaci di pensare a delle soluzioni. E questo vale anche per i nostri scienziati, incapaci di pensare a delle soluzioni che richiedano cambiamenti profondi nella natura politica della nostra società.
Qualcuno dice: “Rob, dovremmo avere te al potere, amico. Tu sei quello della salute pubblica. Se potessi gestire le cose, cosa faresti?”. E direi, beh, posso indicarti capitolo e versetto, ma ciò che farei richiede che arrivi una società completamente diversa; solo così Rob Wallace o altri molto più intelligenti di me saranno in grado di prendere simili decisioni.
Alla fine degli anni Sessanta avevi un gruppo di scienziati radicali in una molteplicità di campi, nelle scienze naturali, con un tocco di medicina sociale latinoamericana qui negli Stati Uniti. Jack Geiger, Levins e Lewontin: sono stati tutti spazzati via.
Si dice spesso che la scienza progredisca un funerale alla volta. Ma in questo caso, non che tutto andasse bene negli anni Settanta, ma almeno c’era ancora il senso di una connessione con una svolta sociale.
Quando il programma neoliberista è arrivato nelle università, quelle persone erano state tutte eliminate. Sono stati licenziati. Sono stati neutralizzati. Quindi, quanto alle persone come me, troviamo le nostre strade ai margini perché veniamo scremati.
D’altra parte, il mondo si trova di fronte a problemi per risolvere i quali i radicali hanno molto da dire. Quando è emerso l’H5N1, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, che per molti agricoltori è come la Morte nera, all’improvviso ha ricevuto un sacco di soldi. E mi hanno fatto un contratto per lavorare sull’H5N1. Ho potuto fare degli interventi che, almeno a livello scientifico, contenevano degli interessanti passi in avanti. Ma poi l’H5N1 è stato risolto politicamente, anche se è ancora un problema in termini di epidemiologia.
Questo è il problema. Quando risolvi qualcosa sul piano politico, il che significa – ed è un modo elegante per dirlo – mettere il problema sotto il tappeto, il problema rimane. Emergono nuovi agenti patogeni e tu continui a tirare i dadi anno dopo anno, a fare le cose a casaccio; ora lo facciamo un paio di volte all’anno.
Devi tornare alla nostra prima domanda. Ci sono tanti nuovi patogeni che stanno emergendo. E invariabilmente uno finisce con il far centro, perché è contagioso e virulento, e si infila nel traffico globale, che è in aumento e molto più integrato, nel commercio, ma anche nei viaggi, tanto che penso avrebbe dovuto far parte di quel modello dei circuiti di produzione.
Una volta raggiunta la capitale regionale, sale su un aereo e in un paio d’ore il virus sta bevendo Martini a Miami Beach. Non trova ostacoli. Ecco perché è fondamentale orientarsi verso dei nuovi modelli di solidarietà umana, se non altro perché le forme di produzione e il nostro modello di civiltà ci hanno portato ad una situazione in cui un patogeno può emergere nell’area più remota che si possa immaginare, ed arrivare fino all’altro capo del mondo in breve tempo.
I “fratelli nemici in competizione tra loro” – come Marx chiamava i capitalisti – lavorano insieme per imporre la disciplina del lavoro, o addirittura commettono omicidi di massa per proteggere i loro interessi. Ma sono quanto mai distanti da ciò che noi tutti condividiamo.
Noi siamo ancora strettamente legati alla matrice ecologica da cui dipende la nostra specie. Quando vedi una foresta, non è solo qualcosa da distruggere con il disboscamento. Funge da barriera contro gli agenti patogeni, e fornisce anche acqua pulita, e aria pura: l’intera matrice ecologica da cui dipendiamo, tutti gli animali, gli insetti, le piante e la diversità.
Questo è in definitiva il motivo per cui l’alternativa è ecosocialismo o barbarie.
Cliff Willmeng: Quale sarebbe il tuo messaggio per gli operatori sanitari? E quale sarebbe un modello decisionale migliore nell’assistenza sanitaria?
Non voglio sembrare il Dr. Doom [personaggio dei fumetti statunitensi], va bene? Perché siamo nella merda, di brutto. Non lo negherò. Tracciare tutto ciò è un contributo importante, equivale a dire: “Oh, questo è il livello a cui avvengono le cose, è una faccenda seria. Dobbiamo attirare l’attenzione su questo”. Non sono nel campo medico. Non sono un’infermiera, né un medico. Mi rimetto a chi ne sa molto di più su questi temi.
Direi però un paio di cose. La prima è questa. Volendo tracciare un’analogia con quanto avviene in agricoltura, ho parlato del problema della privazione di agricoltori e comunità rurali del diritto di prendere decisioni a livello locale. Ciò conduce a un modello estrattivista che distrugge le comunità locali, le quali finiscono con l’inviare tutto il denaro via oleodotto per esempio al quartier generale della Monsanto a St. Louis, o simili.
Questo aspetto del controllo locale è incredibilmente importante. E non importa quale modello si intenda adottare – anarchico, socialista o comunista, imperniato sulla pianificazione centrale.
Deve comunque esservi un qualche elemento di controllo del processo decisionale a livello locale, è estremamente importante che chi fa parte delle comunità locali sappia cosa sta succedendo; questo anche se dobbiamo impegnarci pure nella costruzione di una solidarietà tra comunità che vada da una contea ad un’altra situata all’altro capo del mondo.
Le infermiere e alcuni medici sono stati molto in prima linea su questo punto. Quando il CDC ha emanato l’obbligo della mascherina a maggio, hanno detto che se sei vaccinato, non hai bisogno della tua mascherina. Ed è notevole per dei dirigenti della sanità pubblica, che come specie tendono ad essere piuttosto codardi, il fatto che erano così sbalorditi da scrivere un editoriale feroce. Tanto di cappello.
Chiaramente, molti sindacati degli infermieri erano d’accordo. Alcuni dei sindacati nazionali erano fermamente convinti che si trattasse di una stronzata e hanno fornito spiegazioni dettagliate sul perché. Gli infermieri hanno una certa autorità morale tra molti membri della comunità.
Direi che va supportato un programma che vada molto al di là dei soli vaccini. Molte persone devono essere vaccinate, ma non si tratta solo di parlare con qualcuno in una clinica o in un ambulatorio.
Se si vuol davvero andare avanti, dobbiamo spingere in modo molto pragmatico sulla nozione di operatore sanitario di comunità, e avere migliaia, decine di migliaia di operatori, che possano visitare la gente, verificare come stanno, quali sono le loro esigenze. Anche persone che sarebbero fondamentalmente in disaccordo, e non vorrebbero vedere un tale lavoratore. Una visita ripetuta svilupperebbe realmente la fiducia necessaria per avere quelle conversazioni altrimenti difficili.
Alla fine potrei sostenere il rovesciamento del capitalismo. E questo è un buon punto di partenza. Ma come primo passo pragmatico, parlando di cacciare anzitutto il covid-19 dagli ospedali, dove operano gli infermieri, lo sforzo di salute pubblica deve estendersi fino a comprendere le comunità, per ridurre il livello di infezione della comunità stessa, e far sì che gli ospedali non vengano invasi dai malati di covid.
Ciò significa costringere i politici in varie giurisdizioni a finanziare il genere di interventi Tetris che sono stati in gran parte abbandonati, o non sono mai stati adottati. E comporta l’assunzione di molte persone con buoni salari e garanzie, perché non è un lavoro facile o alla scala dimensionale necessaria.
Ma dobbiamo poi arrivare a chiederci come possiamo anzitutto impedire a questi patogeni di emergere. Il settore medico deve intervenire sull’agricoltura, se non si vuole ripetere l’esperienza.
Ciò significa intervenire, dire che non si può più fare agricoltura a questo modo, dobbiamo farlo in un modo nuovo, che promuova la salute rurale a livello individuale e comunitario. Dobbiamo restituire alle persone la capacità di controllare le cose. È una strada molto lunga, che riguarda i benefici per la salute pubblica del controllo comunitario. Il danno alla salute della comunità e il settore agricolo sono strettamente connessi.
Altri paesi hanno risolto la faccenda. C’è stato un recente focolaio in una città cinese, e hanno inviato lì 70.000 operatori sanitari pubblici, di corsa. Sono molto attenti a quanto accade negli ospedali e nella comunità.
Questo non fa parte dell’istinto americano, perché qui ci si vorrebbe sbarazzare dei problemi sul nascere per non doversene occupare. Si parlava di appiattire la curva e tutto il resto. Ne hai sentito parlare ultimamente? No. È tutto finito.
Abbiamo fallito. Vogliamo solo aprire i luoghi di produzione. Prendi i tuoi fottuti vaccini. Se non lo fai, è colpa tua. E se muori, beh è sfortuna, amico. E, sai, bisogna servire l’economia, amico.
In che modo un ospedale basato sul modello aziendale può adottare un modello di operatori sanitari di comunità? Cosa faranno? Vuoi sbattere una banconota in faccia a chi incontri per strada e dirgli: “Ehi, dovresti fare il vaccino. A proposito, ecco i soldi”.
È un lavoro senza profitto. Se hai intenzione di dire: “Non faremo nulla con profitto e lasceremo che il governo paghi per questo”, i governi diranno: “Noi non lo facciamo” perché “la base imponibile si è ristretta”, o perché’ “non vogliamo, vogliamo gestire il governo come un’azienda”, e tutta quell’ideologia, allora, per definizione, gli ospedali non possono farlo.
Ci sono infermieri di comunità. Ci sono, a quanto ho capito, persone che effettivamente scendono in strada e fanno quel genere di lavoro.
Ma come si fa ad andare più in profondità? So che il modello cubano è più sul pezzo; la loro nozione di salute comprende tutti i luoghi in cui la gente vive effettivamente, senza limitarsi alla loro casa.
Non si tratta solo di visite domiciliari. Si tratta di vedere come la salute della comunità dipenda organicamente dalla possibilità di agire a tutti i livelli. Che si tratti di un uragano che si abbatte o di un’epidemia. Si tratta anche di sostenere l’auto-organizzazione in modo che la cognizione istituzionale possa penetrare nella vita comunitaria – la capacità della comunità di decidere cosa fare e come intervenire.
Penso di averlo scritto su Dead Epidemiologists. Quando mi è stato diagnosticato il Covid, non c’era con me nessun operatore sanitario di comunità. Nessuno ha bussato alla mia porta.
Ho avuto la diagnosi per via telematica, da un’infermiera che non mi ha visto né tonsille né narici. E non era colpa dell’infermiera. Riguarda la decisione presa dalla società, di gestire un pericoloso focolaio, in un momento in cui non sapevamo nulla di Covid, con la telemedicina e nient’altro. Questo è profondamente inquietante. Ha davvero mostrato qual è lo stato della salute pubblica in questo paese ad un livello molto personale.
Fonte
06/09/2020
Maxiprocessi, zamponi e tortellini
Dici “maxiprocesso” e vengono alla mente le memorie complicate degli anni ’80 – Michele Greco e Pippo Calò dietro il gabbione dell’aula bunker di una Palermo insanguinata, centinaia di imputati, gli elicotteri volteggianti sui tetti del palazzo di giustizia. Bene, dimentichiamoci di quell’anticaglia. Ci sono un paio di nuovi maxiprocessi in pista; lo scenario sarà meno melodrammatico e di telecamere ne vedremo pochine. Anche Modena è meno affascinante, come location criminal-giudiziaria. Però è proprio nell’amena cittadina estense che si celebreranno due surreali maxiprocedimenti giudiziari: alla sbarra non ci saranno boss mafiosi e sicari, ma padri e madri di famiglia – classe operaia del segmento modenese più povero e precario – accusati di aver lottato per difendere la propria condizione.
I processi riguarderanno due vertenze importanti, quella consumatasi ai cancelli dell’azienda Alcar Uno di Castelnuovo Rangone, e quella relativa alla rinomata Italpizza di Modena – vertenze assurte agli onori della cronaca nazionale, in tempi diversi e per ragioni diverse. La Alcar Uno, storico marchio della lavorazione carni suine, è stata anche il teatro, oltre che di una dura battaglia sindacale, del gaglioffo tentativo di incastrare Aldo Milani, incappato nel 2017 in una provocazione dagli esiti fallimentari; mentre la vertenza Italpizza, ha investito un’eccellenza dell’export italiano, vezzeggiata e iper-protetta dalla politica locale .
Gli inquisiti-operai sono sostanzialmente accusati di aver picchettato i cancelli di aziende in cui hanno speso anni e anni della loro vita – ivi producendo valore e profitti. Nell’impostazione della Procura, lo sciopero è l’arma del reato. La busta paga e la dignità, il movente. La scena del delitto: la precarietà, i cambi appalto, le finte cooperative, l’abuso di contratti penalizzanti – le storie tristemente comuni, ormai di massa, dell’Emilia di oggi.
C’è maxiprocesso e maxiprocesso. A Modena, sul banco degli imputati non troveremo il ghigno torbido di Luciano Liggio: bensì le facce spaurite, scocciate e vagamente perplesse di Maria, Hamed, Salvatore, Johnny, Fariba e chissà quanti altri, increduli circa la loro collocazione sul banco degli accusati. Ognuno di loro dovrà rispondere dei consueti reati di piazza – resistenzaoltraggiolesioni – aggravati dal sovraccarico penale dei decreti Salvini.
Per ognuno di questi imputati sono state raccolte e depositate dettagliatissime notizie di reato: tutto quello che nel corso dei picchetti, dei canonici “tafferugli” o dei normali presidi, nel corso di mesi, hanno fatto, non fatto, e persino quello che hanno detto, parola per parola; tutto riportato (con esiti qua e là di involontario umorismo), nero su bianco nell’avviso di conclusione delle indagini. Quasi duecento persone, sommando i due processi. Uno sforzo di trascrizione enorme che avrà tenuto impegnato un esercito di funzionari per chissà quanto tempo. Ce li immaginiamo a sbobinare e visionare ore e ore di filmati e discutere circa l’attribuzione dei reati: “Tizio ha detto ‛sbirro di merda’, Caio ha dato una spinta al sovrintendente…“.
Sarebbe bello quantificare i costi di queste delicate operazioni di intelligence giudiziaria. Confrontarli con tutta la retorica imperante sulla sicurezza. Chiamare la Corte dei Conti a farli, due conti, per capire dove e come si decide di investire le risorse del sistema giustizia, sempre cronicamente deficitario: chi ha deciso che le “priorità dell’azione penale” in questi territori dovessero riguardare scioperi e presidi? Negli atti si citano gli immancabili referti medici prodotti dalla polizia – in massima parte i classici “tre giorni” (che non si danno neanche per un unghia incarnita). Un certificato di 30 giorni lascia a bocca aperta: qualche farcitrice di pizza karateka deve essere esplosa in una rabbia incontrollata, in mezzo al fumo perenne dei centinaia di lacrimogeni che erano la vera costante di quei presidi in località S. Donnino.
C’è l’Italia, in quelle carte della Procura di Modena. L’Italia che non compare mai nei tiggi, l’Italia profonda, della provincia estrema, dove sembra che non accade mai niente e invece sta succedendo tutto. Tante volte la lettura delle carte giudiziarie ha raccontato questo paese, meglio di giornalisti e scrittori; basti ricordare proprio gli atti del processo Milani, in cui poche intercettazioni fulminanti, finite sui giornali, spiegavano senza equivoci che tipo di rapporto intercorre tra i vertici delle aziende e quelli di certe questure italiane. Raccontare in modo spietato e dolente il presente di un paese mai così livido, cupo, diviso: siamo sicuri che i maxiprocessi di Modena assolveranno egregiamente a questa funzione.
Tra cent’anni, gli storici del futuro rileggeranno questi “avvisi di fine indagine” e cercheranno di capire quale pericolo criminale incombesse nella terra dei motori e del lambrusco, per organizzare processi così maniacalmente persecutori; si chiederanno chi fossero queste centinaia di imputati, perché meritassero tante attenzioni, quale pericolo sociale incarnassero, a quale scandalo avessero dato corpo, per meritare un simile sforzo delle legittime autorità. Sì, quale scandalo? Vallo a raccontare ai posteri. La colpa di quei reprobi è stata quella di aver dato visibilità alla condizione operaia oggi; l’aver reso pubblico quello che tutti – ispettorati, sindacati complici, amministratori, magistrati, economisti – sapevano e fingevano di ignorare. Con la loro iniziativa, hanno rivelato che nei primi vent’anni del Ventunesimo secolo, il miracolo del manifatturiero emiliano – arrambante ed esportatore – ha prodotto dipendenti precari, poveri, ricattati, nell’illusione che la “competitività” si potesse fare ormai solo giocando sulla condizione e i costi della forza lavoro.
Lo scandalo è aver scoperchiato un pentolone di cui nessuno voleva sentire l’odore; perché gli insaccati sono saporiti ma guai a guardarci troppo dentro: agli ingredienti come ai rapporti di lavoro. E così è la società emiliana – un grande cotechino ripieno, succulento e rigonfio: ma vai a mettere il naso, dentro quelle statistiche, vai a scomporle e trasformare i numeri in vite umane, in braccia, storie, intelligenze mortificate, abbrutite dal lavoro e dai bassi salari. Una cartografia dell’Italia reale, un paese dei balocchi in cui le guardie tengono il sacco ai ladri e chi denuncia le illegalità, novello Pinocchio, rischia di finire in galera.
Si perché la cosa buffa è che con i loro scioperi, soprattutto dentro tante aziende dell’agroalimentare modenese, questi lavoratori lanciavano delle denunce assai precise e dettagliate: attenzione, istituzioni, il problema non è solo la nostra condizione di sfiga e sfruttamento; perché lo Stato italiano sta perdendo da anni fior di milioni in elusione fiscale e contributiva, con i soliti giri marci di cooperative e appalti interni. Tanto per capirci, il patron della Alcar Uno, il vecchio signor Levoni, è finito nei guai, accusato di una maxievasione da 80 milioni – con sequestro monstre di fabbricati, terreni ed auto d’epoca; ed è stato pure rinviato a giudizio per corruzione – insieme a un giudice tributarista accusato di fargli da gentile consulente. Eppure quelli che hanno denunciato per anni queste nefandezze, finiranno a processo prima di lui. Bello no?
200 operai alla sbarra. Sembra una vecchia storia della Spagna franchista. Ma questo numero riguarda solo i due procedimenti principali citati all’inizio. Ci sono poi gli 11 relativi agli scioperi Emilceramica, i 22 della Bellentani, i 60 della GLS, i 40 della GM e molti molti altri (dati gentilmente forniti dai Si Cobas modenesi che ormai stanno perdendo il conto). Il processo Aemilia, quello contro la ‘ndrangheta, per capirci, ha contato solo 240 imputati. La strage del carcere di Sant’Anna, ci scommettiamo, non ne vedrà manco uno.
Quanto costa ai contribuenti italiani questo music-hall antioperaio, con tutte le sue ritualità? Quanto costa continuare a mantenere presidi polizieschi a difesa delle aziende, oltre che in termini di credibilità democratica di un sistema? Tra l’altro, trovando sempre solide sponde nelle Questure, i padroni, negli anni, si fanno sempre più arroganti; talune vertenze che qualche anno fa si sarebbero chiuse con qualche ora di sciopero e un po’ di normali trattative, si trasformano in una sfida all’Ok Corral; se la forza pubblica è gentilmente messa a disposizione gratuitamente dalla Repubblica, perché farsi ricattare da questi cenciosi proletari, spesso stranieri, che osano contestare il genio imprenditoriale italiano? Più polizia c’è ai cancelli, più si allungano e si complicano le vertenze, è scientifico.
Nelle accuse contro i manifestanti, il vero elemento disturbante è il blocco dei cancelli. È quello che proprio non va giù ai padroni: il fluire delle merci in entrata e in uscita – più sacro del Gange – non va interrotto per nessuna ragione. Non si scherza con i fatturati: la merce è tutto, la vita umana poco, la Costituzione niente, i contratti meno di niente.
Un normale sciopero con astensione del lavoro si può ancora tollerare – tanto ormai la folla dei precari ipericattati (stagisti, appalti, contratti variamente a termine, somministrati), garantisce una base di “fidelizzati obtorto collo”, che non può permettersi di scioperare. Gli strumenti di ricatto sulla condizione attuale della classe operaia – in certi settori più simile al Diciannovesimo secolo che al Ventesimo appena trascorso – sono tanti e facilmente esigibili dalle imprese. I blocchi no. Quelli non se li possono proprio permettere. Sono sommamente diseducativi. Se diventassero pratica di massa, l’Italia andrebbe sottosopra entro qualche settimana: vogliamo più soldi o blocchiamo tutto; più diritti; più sicurezza; più assunzioni; più ospedali, più scuole pubbliche… Bel casino, sarebbe. Sono i blocchi delle merci e dei cancelli a trasformare l’irritazione padronale in vendetta istituzionale.
Dopo le paginate della stampa sui 67 inquisiti della lotta Italpizza, persino la CGIL è dovuta intervenire per dire che – Cobas o non Cobas – i lavoratori non scioperano mai per diletto, è l’oggettiva asprezza della condizione attuale a imporre il conflitto. La confederazione si è sentita chiamata in causa perché qua e là, i blocchi ai cancelli – soprattutto di multinazionali che vogliono abbandonare il territorio smontando e traslocando gli impianti – è costretta a farli pure lei, e qualche denuncia ha cominciato a beccarsela. Oggi tocca agli scapestrati sindacati di base: ma domani? Le vecchie garanzie concertative sono saltate, il “grande sindacato di Di Vittorio” non incute né timori né rispetto, nel fronte datoriale.
Non è un caso che queste degenerazioni si consumino proprio a Modena. Questa città è l’ultimo baluardo spelacchiato di quello che fu il “modello emiliano”: è la città che ancora elegge il sindaco piddi al primo turno, quella dove le grandi cooperative e i gruppi privati concertano una minuziosa copertura di tutti gli spazi di mercato; privati ai quali è stato generosamente concesso per vent’anni di avere mano libera nella scomposizione e ricomposizione delle filiere produttive, all’insegna del “precarizza e competi”.
Degli elementi virtuosi o avanzati di quel modello, sotto i colpi della crisi, non è rimasto in piedi quasi più niente – welfare inclusivo, eccellenze sanitarie, cittadinanza attiva; l’unico fattore di continuità è l’idea dell’espulsione del conflitto e dei corpi sociali autonomi, giudicati sempre eccedenti ed estranei rispetto alla bontà del modello – quarant’anni fa come oggi. Abbiamo conservato il peggio. E bene ha fatto chi ha coniato l’espressione “sistema Modena”, per definire questa rete progettuale di connivenze tra imprese e istituzioni. La parola “sistema” evoca una realtà anonima, funzionale, indefettibile nelle sue leggi e nei suoi meccanismi – non per niente questo termine, a Napoli ha sostituito l’arcaica espressione “camorra”.
Adesso però c’è da giocarsi una scommessa, in quelle aule di tribunale. Sul banco degli imputati, Maria, Salvatore, Hamed, Frank, Fatima ecc. dovranno rovesciare la loro condizione di imputati e trasformarsi in accusatori. E lo potranno fare solo se intorno a loro si costituirà un fronte di sostegno largo, plurale e consapevole. È necessario che il processo antioperaio si trasformi in un processo di massa contro il moderno sfruttamento in salsa emiliana, i suoi complici politici, i suoi consulenti, i suoi reggicoda, i suoi cani da guardia. Una “costituzione di parte civile” contro chi negli anni della crisi – persino dentro la pandemia – ha continuato ad arricchirsi e a pretendere indulgenza fiscale e protezione ai propri abusi.
Se Modena è stata il laboratorio avanzato della repressione, dovrà diventare il contro-laboratorio della solidarietà militante e della intelligenza collettiva: usare la macchinazione giudiziaria, contro le retoriche d’impresa e le ideologie securitarie, che sono i gemelli degeneri di questa epoca. Bisogna fargli passare la voglia di istruirli, i processi contro il lavoro.
Fonte
08/05/2020
Il miserabile teatrino sulla pelle dei braccianti
Eppure la questione non è così semplice – soprattutto per una sinistra di classe che vuole definirsi tale – e non si può correre il rischio di schematizzare. Il settore agroindustriale è infatti un settore produttivo strategico che si regge sulla manodopera sottopagata, stagionale, iper-sfruttata e che vive in condizioni di semi-schiavitù, di cui, una buona parte, viene dal proletariato di recente immigrazione. È un settore che sostanzialmente basa la sua competitività – la cui forma compiuta sono le famose passate di pomodoro a prezzi ridicoli nei supermercati – sull’iper-sfruttamento dei braccianti che ad ogni stagione si ritrovano schiacciati dal braccio del caporalato al servizio dei grandi agro-produttori. Ogni garanzia – seppure borghese e come tutte le altre puramente formale – per questo settore di proletariato significa ossigeno e possibilità di alzare la testa. La “clandestinizzazione” forzata, la situazione in cui tutte le recenti leggi in materia d’immigrazione hanno voluto spingere i lavoratori irregolari, è lo strumento più efficace per rendere questo settore di proletariato succube e inattivo, sostanzialmente ridurlo al silenzio e immobilizzarlo. E non solo: è uno degli strumenti più efficaci per tenere sotto scacco anche il resto dei lavoratori che, annichiliti dalla retorica della concorrenza dello straniero, non riescono a focalizzare la causa, l’offerta di lavoro a salari miseri che questi lavoratori sono costretti ad accettare, scagliandosi contro l’effetto dell’aumento della concorrenza.
Il cuore di tutta la questione dell’immigrazione e dei conflitti che hanno caratterizzato la storia di questo paese in questi ultimi anni si trova, infatti, proprio qui: il rapporto tra classe e nazione. È solo l’antagonismo fra le classi che può riportare ordine nel disorientamento in cui ormai il conflitto sociale in Italia, per quel poco, si sviluppa. È solo l’antagonismo delle classi che può sopprimere quello tra le nazioni, tra lavoratori già inseriti nel processo produttivo, e quelli di recente inserimento che vivono situazioni di lavoro insostenibili. Comprendere che spezzare questo circolo vizioso della frammentazione e della divisione delle condizioni di vita interne alla classe (circolo che va dalla “clandestinizzazione” alla moltiplicazione delle figure contrattuali passando per la precarizzazione generalizzata) ci può dire molto di più che agitare incomprensibili – se non alla parte sbagliata – spettri di un’imprenditoria illuminata desiderosa di dispensare permessi di soggiorno urbi et orbi. Come se qualsiasi conquista, anche dal punto di vista formale, fosse regalata. Ed è proprio il contrario, invece: gli imprenditori agricoli, come ha dichiarato il presidente di una delle più grandi confederazioni agricole ieri sul Corsera (il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti), vogliono lavorare con “chi già conoscono”, ovvero con i lavoratori più produttivi, ed è per questo che si stanno organizzando con voli diretti per prelevare manodopera “già collaudata” e, in assenza di “corridoi verdi” dalla Romania e possibilità di chiedere ulteriori straordinari ai lavoratori già contrattualizzati, guardano alla misura di regolarizzazione dei clandestini come ad una extrema ratio plausibile. Quindi nè pietà umanitaria nè foga di contrattualizzazione, ma misura necessaria alla tutela della produzione. Eppure a quella fetta di lavoratori sulla carta inesistenti, la possibilità di essere parificati agli altri che pure vivono condizioni di sfruttamento e subordinazione – che dovrebbe essere attuata con misure effettive e non con la ridicola marchetta proposta dalla Bellanova – equivale a ridurre la propria ricattabilità. La fuoriuscita di una fetta del proletariato dal completo anonimato, insomma, il suo costituirsi in classe nazionale è la precondizione del prodursi di un effettivo conflitto di classe. E magari della formazione di una nuova generazione d’avanguardie operaie come l’esempio della logistica ci ha limpidamente dimostrato.
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29/04/2020
Troppa vita, poco valore, sterminio assicurato
Ogni mattina, si svegliano, cacano e fanno colazione 8 milioni e 612 mila maiali, distribuiti perlopiù in Lombardia (4 milioni e 300 mila), Piemonte (1milione e 250 mila) ed Emilia Romagna (1 milione e 100 mila).
Il lockdown non ha interessato gli animali, i quali sono già da sempre bloccati e confinati in cellette e spazi limitati, e già da tempo sperimentano le psicosi che toccano adesso anche a noi. Alle galline (500 milioni in Italia), per evitare battibecchi e turpiloqui, il becco, di solito, glielo amputano.
Il confinamento degli umani non è certo una conseguenza diretta del confinamento e del trattamento industriale e dello sfruttamento subito dagli animali, ma non ci metterei la mano sul fuoco.
Il fatto è che i maiali, e questa paura davvero avvicina tutti gli esseri viventi, porcelli o meno, per effetto del lockdown, rischiano di essere abbattuti, e non per diventare prosciutti e mortadelle al pistacchio, ma perché, anche per loro, come per i lavoratori, l’offerta comincia a superare la domanda – e non c’è legge di Say che tenga!
Quando ciò accade, e il riequilibrio è affidato al mercato, l’essere vivente diventa carne da macello, peggio, finisce nelle camere a gas.
Nel Minnesota, riferisce la Reuters, gli allevatori Kerry e Barb Mergen hanno avuto un tuffo al cuore quando sono arrivati gli operatori della Daybreak Foods Inc con le autobotti di anidride carbonica, necessaria per gasare gli animali della fattoria.
La chiusura dei ristoranti e delle mense, che negli USA assorbono fino al 50% del consumo di cibo, ha ridotto drasticamente la vendita di carne. Le filiere sono bloccate, gli animali rimangono nelle stalle.
Tutti abbiamo sperimentato cosa significhi pigiarsi su un vagone, quando salta una corsa della metropolitana o del treno suburbano. Per gli animali avviati al macello, le corse saltate sono più di una. Si tratta di meccanismi delicati, che non sono ripristinabili immediatamente.
In Italia, ogni anno, vengo macellate, all’incirca, 500 milioni di galline, in media 1 milione e 360 mila al giorno. Ogni giorno che salta, significa più galline ammassate negli stabilimenti. Provate a fare il conto.
Nell’Iowa, riferisce sempre Reuters, un allevatore, non sapendo più dove trasferire i maiali adulti, per far posto ai maialini portati in pancia dalle madri, è stato costretto a fare iniezioni alle scrofe per indurre l’aborto. A differenza delle mucche, i maiali non possono essere liberati al pascolo. Negli Usa sono allevati e ingrassati in ambienti a temperatura controllata. Fuori si ammalerebbero, si ferirebbero, non sarebbero in grado di camminare.
Nel Minnesota gli animali sono tenuti a digiuno, oppure vengono nutriti con baccelli di soia (la corchia). Riempiono la pancia, ma sono poco nutrienti. Gli animali non ingrassano, e si spera ci sia più spazio.
Nella sua fattoria in Iowa, Dean Meyer, uccide 125 maialini a settimana. Li butta nell’umido e li rimacina per farne fertilizzante. Non è un bel vedere. Considerando che molti umani si affollano alle mense dei poveri per elemosinare un pasto.
Il dipartimento dell’agricoltura sta lavorando a un piano nazionale di sterminio. Ci sono ripercussioni anche in Canada. Anche qui è iniziata la soppressione e il compostaggio, o l’abbandono nelle discariche.
Non è una situazione facile. Gli agricoltori hanno subito anche minacce. Buttano cibo nelle discariche, quando in giro, anche in America, ci sono persone che muoiono di fame.
Ma questo è il capitalismo, questo è il libero mercato. È così tutti i giorni, anche quando non ci sono emergenze.
Se ci piace la libertà del mercato, se ci piace il laissez-faire, se ci piace fare quel più ci aggrada, infischiandosene del prossimo, accomodiamoci pure, apriamo il nostro Baedeker e partiamo per Grand Tour culinario, chiudiamo gli occhi, sperando che il gas sia riserva solo per pigs.
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15/04/2020
Il filo che lega tutti i lavoratori tra loro
La paura maggiore è trovare gli scaffali dei supermercati vuoti. Privi di pasta, cime di rapa, zucchine, carote, cetrioli, mele, pomodori, latte, mozzarelle, pollo, uova, pane.
Quando, dopo una o due ore di fila, li trovo pieni, la sorpresa è immensa.
Nell’imbarazzo ringrazio tutti, la cassiera, le signore al banco del pane e dei formaggi, ringrazio persino la guardia che mi ha misurato la temperatura.
E mi sento un po’ in colpa. Sono come me. Sono lì per me. Mi consola il pensiero che anche io faccio la mia parte. Questa è la verità dei lavoratori, la forza della divisione del lavoro, la coscienza di classe.
Nell’agricoltura, nei campi, nella pesca, in Italia lavorano poco meno di 1 milione di lavoratori (919 mila a fine 2017, pari al 3,7% degli occupati in Italia – ISMEA). Nel 2016, nel 2017, nel 2018, il saldo della bilancia agroalimentare italiana è stato positivo (ISMEA). Il 3,7% della forza-lavoro è riuscito a dare da mangiare a tutti gli italiani.
Ciò non significa che questi lavoratori hanno prodotto in Italia tutto ciò di cui avevamo bisogno. Essere in pareggio con la bilancia non vuol dire essere autarchici. Per esempio, produciamo più vino di quanto ne consumiamo – molto di più – la parte eccedente, per quasi 6 miliardi di fatturato, la esportiamo (2018 – ISMEA). Esportiamo ortaggi e frutta fresca, e riso. Importiamo pesce, carne, oli.
Gli Stati Uniti, da soli, assorbono il 10% di tutte le nostre esportazioni. Nel 2019 dagli USA abbiamo importato bevande per 227 milioni di euro, e prodotti della pesca e dell’agricoltura per 927 milioni. E di ciò dobbiamo ringraziare i contadini americani, e gli imprenditori agricoli americani, che non hanno la faccia anonima delle grandi società di distribuzione alimentare. Ma hanno la faccia di Jack Hamm, del Lima Ranch di Lodi, California.
Jack munge 1000 mucche. Con i suoi 1.200 allevamenti la California è il maggior produttore di latte degli USA. In questo periodo, dice Jack, nei supermercati alcuni scaffali sono vuoti, ma di latte, nelle fattorie, ce n’è in abbondanza, e il prezzo è crollato. Siamo costretti a versarlo nei campi.
Il confinamento, si legge sul San Francisco Chronicle, ha causato un cambiamento sismico in ciò che la gente compra e mangia, e le reti di distribuzione non hanno tenuto il passo. Di conseguenza, alcuni prodotti alimentari non arrivano dove devono arrivare. La chiusura dei ristoranti, delle mense scolastiche, delle mense dei lavoratori ha costretto i distributori a passare dai mercati all’ingrosso a quelli al dettaglio. Nuovi imballaggi e nuovi prodotti si rendono necessari.
Per adesso non c’è un vero problema nell’offerta di prodotti agricoli, il vero problema è nella distribuzione. L’emergenza non ha toccato tutte le aziende allo stesso modo. Alcune hanno approfittato del panico di accaparramento e hanno avuto picchi della domanda. Le uova, per esempio, hanno subito un incremento di prezzo.
La gente resta a casa e prepara dolci e torte. Ma per frutta e verdura fresca, metà delle quali va ai ristoranti e alle mense scolastiche, è un problema. Fragole, mirtilli e limoni, raccolti proprio in questo periodo dell’anno, sono stoccati in magazzino, ma i coltivatori ritengono che una parte della produzione potrebbe rimanere sui campi ad appassire.
In questo periodo, in California, le persone cucinano più pasti a casa, comprano più carne di manzo. Ciò ha portato a un aumento della domanda, in particolare per gli hamburger. Ma la domanda di tagli di fascia alta è calata, a causa della chiusura dei ristoranti. Stesso discorso per il consumo di vino di qualità.
Il settore lattiero-caseario potrebbe subire le perdite più pesanti. La sua rete di distribuzione è molto rigida. Il latte entra nella produzione di altri prodotti alimentari, i quali, senza cambiamenti infrastrutturali importanti, rischiano di non essere prodotti nelle nuove condizioni.
Le grandi catene della ristorazione, dice Anja Raudabaugh, AD del gruppo Western United Dairies, usano una grande quantità di burro e formaggio, distribuito in barili da 18 e 36 chili. Non puoi presentarti nei piccoli negozi con queste confezioni, dice Anja.
I camionisti sono stati autorizzati a guidare per più ore, contribuendo così a reindirizzare il latte lungo nuove linee di rifornimento. Ma ciò non risolve tutti i problemi. La filiera è lunga, rigida e complessa, e non si trasforma in poco tempo. Per distribuire il burro nei supermercati, occorrono confezioni da 250 grammi, e queste confezioni devono essere ordinate, prodotte e consegnate.
Per far arrivare una partita di imballaggi di plastica dal porto di Shenzhen a quello di Long Beach occorrono più di 200 comunicazione tra brokers, governi, autorità portuali e armatori. Il blockchain potrebbe ridurre i passaggi e accelerare le consegne, ma ci sono resistenze alla sua adozione.
Il pensiero ritorna sempre ai lavoratori nei campi. In California ci sono 400 mila lavatori agricoli. Le ultime mani ad aver toccato il prodotto prima che il consumatore lo metta in bocca – dice Armando Elenes, segretario della United Farm Workers of America – sono le mani di un lavoratore agricolo. Tutti ci dobbiamo preoccupiamo di ciò che accade a questi lavoratori. Ci dobbiamo preoccupare della loro salute, del loro reddito, della loro residenza.
Non è semplice rialzarsi da uno shutdown. Ogni forza deve essere ricomposta con quella degli altri lavoratori.
Un filo lega tutti i lavoratori tra loro. Seguendo questo filo si trova la lotta di classe e il socialismo.
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Afresco molto poetico ma un forzato circa l'esito quasi spontaneo nel socialismo... soprattutto nella filiera agroalimentare, che tra le altre cose è soprattutto la sagra dello sfruttamento.
13/10/2019
Industria alimentare, non sarà un’etichetta a fermare lo sfruttamento
Non è più una novità l’associazione mentale del marchio “Amazon” con le condizioni in cui lavorano, a dispetto dei profitti macinati, i suoi dipendenti, come scritto poco tempo fa anche su questo giornale. Tuttavia, da circa due anni il riferimento non è più soltanto ai lavoratori del comparto della logistica, ma anche a quella dell’industria alimentare.
La multinazionale con base negli Stati uniti infatti ha rilevato la società di supermercati bio “Whole food” nel 2017 per 13,7 miliardi di dollari, un colosso da più di 90 mila dipendenti e 500 store che opera in Usa, Canada e Regno unito.
Solo l’anno seguente, a seguito della campagna “Behind the barcodes” (letteralmente, “oltre i codici a barre”) lanciata dall’Oxfam, i dipendenti della catena fecero sentire la propria voce per «aumentare l’attenzione sulle condizioni disumane e i salari da fame che devono affrontare i lavoratori impegnati su tutta la filiera globale di produzione che fa capo alla Whole food». Le richieste di miglioramento delle condizioni generali dei loro colleghi, inoltrati prima ai vertici della catena e successivamente anche ad Amazon, rimasero inascoltate.
L’attenzione su questa situazione non si attenuò con l’entrata nel 2019, e proprio ieri MarketWatch dedicava un articolo sulla contraddittoria situazione di una multinazionale che se da una parte si fregia del titolo di essere una delle big four (five se si considera la Microsoft) occidentali della tecnologia (in compagnia di Apple, Google e Facebook), dall’altra gode di ben altra reputazione tra i propri lavoratori.
Una sorte analoga si registra una volta superata la facciata che gli esperti di marketing hanno costruito per la rappresentazione pubblica della Whole food, dove a dispetto di una mission (obiettivo strategico di un’azienda) che dichiara la volontà di “nutrire le persone e il pianeta”, vede, tra gli altri, «i lavoratori delle aziende agricole di patate dolci della Carolina del nord che riforniscono la controllata di Amazon (la Whole food appunto), lavorare per 14 ore al giorno sotto un caldo opprimente, con poche pause e un accesso limitato ai servizi igienici».
Da parte sua Amazon è al centro delle polemiche a seguito del taglio, annunciato per il primo giorno del nuovo anno, della copertura sanitaria per quasi 2 mila lavoratori impiegati negli store della catena bio con orario part-time (classificati per Whole food fino a 29 ore settimanali). Sebbene il colosso dell’hi tech abbia dichiarato che con questa manovra vorrebbe solo spingere i lavoratori a considerare la trasformazione del contratto in orario a tempo pieno (30 o più ore), non sono mancate le durissime reazioni ai danni Jeff Bezos, fondatore e Ceo dell’azienda.
La situazione ovviamente assume i caratteri del (apparente) paradosso quando la protagonista di questi tagli è una società delle dimensioni e dei guadagni del gigante con sede a Seattle. Ma nei rapporti Oxfam le ricerche riguardano i lavoratori di fattorie e piantagioni negli Stati Uniti, così come in India o in Brasile, utilizzati da molte delle grandi catene alimentari. Qui, a farla da padrona sono povertà, dure condizioni di lavoro e discriminazione di genere per la produzione di tè, frutta o verdura, di quelle che comodamente troviamo nei supermercati di tutto il mondo.
Che la catena di produzione che riempie quotidianamente gli scaffali e le tavole anche del nostro paese sia fondata sullo sfruttamento delle risorse, umane e non, che ne fanno parte, è argomento che qui da noi sta guadagnando una certa risonanza – anche se, come troppo speso accade, solo in seguito a delle vere e proprie tragedie.
Il problema inoltre non si ferma alla produzione vegetale. Infatti, lo stesso si può dire per la filiera dei prodotti di derivazione animale, dove in particolar modo con il business degli allevamenti intesivi, allo sfruttamento della forza-lavoro si deve aggiungere quello del suolo (per esempio, il 90% del disboscamento della foresta amazzonica è dovuto alle piantagioni di soia necessarie ad alimentare i live stock), delle risorse naturali (oltre 4/5 dell’acqua potabile mondiale è destinata proprio agli animali stipati nelle fabbriche-gabbie) e l’emissione di quasi un quinto dei gas a effetto serra (l’intero settori dei trasporti nel mondo si ferma al 13%).
Insomma, da ovunque la si guardi, la situazione è tutto tranne che “sostenibile”, eppure questo non è quel che affermano alcune etichette con cui vengono imbellettati molti dei prodotti bio o green che inondano, a prezzi inoltre solitamente proibitivi per i più, i carrelli dei supermercati.
Ma questo, come si accennava poche righe più su, è un paradosso solo apparente, e rimane tale se non lo si inserisce nella logica che guida il modello di sviluppo di questa nostra società, ossia quella del profitto a tutti i costi mediante la produzione per la produzione (e dunque non in risposta alle necessità della popolazione) che si traduce nello sfruttamento, a favore di pochi, di tutto – niente e nessuno escluso.
In un quadro così tratteggiato è allora possibile racchiudere in modo coerente, per esempio, il Big Mac 100% vegetale lanciato due anni fa da McDonald’s: nessuna improvvisa presa di coscienza da parte della dirigenza californiana, solo l’intuizione di un margine di profitto in un mercato in costante espansione, di cui l’azienda vuole accaparrarsi la propria fetta.
Una precisazione personale si rende a questo punto necessaria: quanto detto fin’ora non vuole essere un cieco attacco a un certo di tipo di scelte alimentari salite alla ribalta del dibattito, spesso con un livello decisamente basso, negli ultimi anni.
Ma il problema, come sempre quando si tratta di azione politica, è la possibilità di incidere effettivamente sulla realtà. E qui, piaccia o meno, da soli non si va da nessuna parte, e come se non bastasse, o si agisce sugli assi portanti, sulla struttura fondamentale che dà forma a un sistema, o il cambiamento non ha effetti rilevanti.
Detto altrimenti, una retorica salutista non fa il paio con la fine dello sfruttamento incondizionato delle risorse naturali, e se la fine degli allevamenti intensivi non si accompagna con la fine dell’oppressione dell’essere umano, la logica del modo di produzione capitalistico non viene posta in discussione, dandogli così modo di riprodursi (come infatti fa) in tutta la sua ferocia e la sua pericolosità.
È una questiona di alternativa, non di “aggiustamento”.
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12/07/2019
Il paese del magna magna. Alla fine del pasto: Milano
Inutile dire come vengano decantate le virtù dell’italian food e della sua potenzialità di diventare business. Ci tremano le vene ai polsi all’idea che piano piano stia diventando l’unica specializzazione (insieme al turismo) che la divisione internazionale del lavoro sta assegnando ad un paese – il nostro – sulla via della deindustrializzazione e dello shopping in saldo da parte delle multinazionali straniere.
Essendo delle buone forchette lo diciamo con una certa riluttanza, ma non riusciamo a non indicare in questa sorta di “santificazione” di ristoranti, chef, corsi di chef, reality di chef, ricettari etc., una sorta di campagna di persuasione di massa per far sì che questa diventi l’unica strada da percorrere e da far percorrere ai giovani. Lo ripetiamo, a tavola come nell’informazione, sappiamo batterci come leoni, ma molto spesso sentiamo l’odore di fregatura già avvicinandoci alle cucine o prima ancora che arrivi il conto.
Secondo il Rapporto del Censis, la filiera del cibo oggi può vantare quasi 62 miliardi annui di valore aggiunto con un balzo del +5,4% rispetto al 2008 (l’anno della grande crisi, ndr); 41,8 miliardi di euro di esportazioni (+47,8% rispetto al 2008); 1,3 milioni di addetti (+33,3% nel 2013-2018) al settore del food.
Gli incrementi sono superiori a quelli del totale del resto dell’economia italiana, il che porta il Censis ad affermare che questi numeri “non lasciano dubbi sulla nuova centralità della filiera del cibo nell’economia e sulla necessità di supportarla ad ogni livello con policy adeguate”.
Il valore economico della filiera vive di un’agricoltura che è al primo posto nella Ue per valore aggiunto con 32,2 miliardi di euro, al secondo posto dopo la Francia per valore della produzione agricola pari a 56,7 miliardi di euro, con una dinamica di valore aggiunto per addetto in decollo del +37% nel 2010-2018, superata solo dalla Spagna. La filiera beneficia poi di una industria alimentare che fattura 140 miliardi di euro, esporta prodotti per 35 miliardi di euro e registra nel tempo una crescita dei principali indicatori che è nettamente più elevata rispetto al resto della manifattura italiana. Con 822 prodotti di origine garantita certificata, primato italiano nella Ue, ben si capisce il boom della nostra filiera del cibo, capace di intercettare la nuova domanda globale di alta qualità e tipicità nell’alimentare.
Il Rapporto del Censis, commissionato dalla Coldiretti, dopo aver fornito i dati del business possibile e potenziale, passa poi a indicare le soluzioni per valorizzare al meglio tutto questo “ben di dio”. E quando si arriva alle conclusioni la puzza di bruciato diventa fortissima.
Non sfugge dalla analisi il livello della competizione globale che ormai attiene a tutti i settori dell’economia: “In generale, in questa fase, è indispensabile accompagnare l’azione della filiera con una intensa ed efficace azione di promozione del brand Italia, della cultura del cibo italiano come incarnazione dell’italianità intesa come insieme di esperienze, culture e prodotti di specifici territori. Il modello italiano delle tipicità è quello più in grado di intercettare la nuova domanda di qualità tracciabile che arriva dai mercati globali, purché sia reso evidente e tutelato il valore italiano, sia dagli assalti dell’italian sounding che dai competitor. È un processo di lungo periodo, altamente complesso, che muove su dimensioni diverse, molte delle quali immateriali e relazionali, che ha assoluto bisogno anche di un hub di alto profilo, distintivo e riconosciuto”.
Il lato oscuro di questa visione è quanto leggiamo in un’altra parte del Rapporto Censis quando scrive che: “Nella feroce selezione degli anni successivi alla grande crisi del 2008, la filiera del cibo e i suoi protagonisti ne sono usciti come uno dei più importanti motori potenziali di nuova crescita, anche per le regioni meridionali tradizionalmente più lente. Si tenga presente che, ad esempio, l’agricoltura ha registrato un più alto incremento di valore aggiunto per occupato proprio nelle regioni meridionali”. Da quest’ultima osservazione, è totalmente assente qualsiasi riferimento agli inumani tassi di sfruttamento dei braccianti e alle aste al ribasso sui prodotti agricoli imposti dalla grande distribuzione alimentare. Ovvio che, in queste condizioni di moderno schiavismo e subordinazione, il valore aggiunto per occupato nella filiera alimentare abbia degli alti incrementi.
Ma anche sulla centralizzazione del business alimentare le proposte avanzate sono esattamente quelle sollecitate da tempo dalla parte più internazionalizzata della borghesia italiana. Vediamo ancora cosa scrive in proposito il Rapporto del Censis: “Decisiva è la promozione di una vetrina globale, riconosciuta, autorevole, un grande hub dell’agroalimentare italiano che ha in Milano la sua sede naturale. Da Expo2015 in avanti Milano si è imposta come l’interprete migliore e più conosciuta dei valori più significativi della filiera italiana del cibo: per questo è indiscutibilmente la piattaforma più accreditata e autorevole per rilanciare su scala globale i fattori distintivi dell’italian food e della sua filiera”.
Scrive ancora il Censis, portando nuovamente l’acqua con le orecchie alla borghesia del Nord, che “L’esperienza di Expo2015 a Milano ha sorpreso per successo e per capacità anche di intercettare un certo orgoglio italiano. Milano è con tutta evidenza la piazza più accreditata, quasi naturale e gli eventi relativi al food che sono realizzati nel suo territorio, a cominciare da TuttoFood sono la piattaforma di riferimento più avanzata sulla quale puntare. Una piattaforma altamente inclusiva vocata a rilanciare, promuovere la qualità, la distintitività, l’internazionalizzazione della filiera del cibo, e ad aggregare: un hub strategico non esclusivo, ma che fa sistema e promuove networking tra chi della filiera è parte attiva. Un hub essenziale perché per vincere la filiera del cibo ha bisogno di un suo luogo specifico, di vetrina, networking e promozione: Milano è già pronta per farlo al top”.
La puzza di bruciato diventa così altissima, quasi insopportabile. Proprio in queste ore, dopo quello sull’editoria, si è palesato lo scippo da parte di Milano nei confronti di Torino anche del Salone dell’Automobile.
Sono ormai alcuni anni che la borghesia europeista sta lavorando di spadone e di fioretto per realizzare una concentrazione strategica di risorse, servizi, investimenti, tecnologie, business ed eventifici nell’area metropolitana di Milano a totale discapito del resto del paese.
E non solo verso Roma, Capitale ormai “reietta” e in via di dismissione, o verso il Meridione sottoposto ad un processo di spoliazione sistematico, ma anche verso le altre aree metropolitane del Nord come Torino o Genova, accentuandone così il declino, l’impoverimento e la subordinazione.
È un processo che abbiamo denunciato per tempo e da tempo, che a sua volta è integrato/subordinato al “magnete” centro-europeo dove il processo di concentrazione/gerarchizzazione agisce con una sistematicità diventata brutale.
Così anche una narrazione tutto sommato piacevole come la filiera e la cultura del cibo viene ridotta a mero business. E dovremmo consolarci solo con le delizie della cucina italiana?
Piuttosto cominciamo a mangiarci i ricchi, poi ne riparliamo.
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