Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Italpizza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Italpizza. Mostra tutti i post

12/05/2024

Solidarietà a Giovanni Iozzoli

Il giorno 7 maggio 2024 il Tribunale di Modena ha condannato Giovanni Iozzoli, scrittore, delegato sindacale e redattore di “Carmilla online”, al pagamento di circa 20.000 euro (tra risarcimento e spese legali) a favore dell’azienda Italpizza, colosso dell’export agroalimentare emiliano.

Italpizza si era sentita diffamata da un articolo di Iozzoli, pubblicato nel 2019, nel quale si raccontava della durissima vertenza sindacale che aveva costretto l’azienda, per diversi mesi, a un prolungato braccio di ferro con le sue maestranze. Al centro della vertenza il lavoro povero, precario, gli appalti interni e i contratti inadeguati: cioè l’eterna ricetta della “competitività” all’italiana.

Il racconto di quella lotta, prodotto da Iozzoli, ha portato a una denuncia per diffamazione aggravata da parte di Italpizza; il primo grado di giudizio si è concluso con la pesante condanna emessa ai danni di un cittadino non tutelato da alcun ordine professionale – reo solo di aver osato criticare le politiche occupazionali e le relazioni sindacali, promosse da un gigante industriale.

Questo esito rappresenta l’ennesimo tentativo di soffocare la visibilità del conflitto sociale e l’interesse collettivo, che senza critica e presa di parola risulterebbero fortemente compromessi. Sentenze come queste hanno un solo effetto: inibire il lavoro d’inchiesta, di denuncia pubblica e di produzione culturale, qualora tocchino gli interessi di quei potentati industriali e finanziari che oggi rivendicano mano libera o possibilità di condizionamento – non solo nell’azione economica, ma anche nel governo dei territori, nel controllo dell’opinione pubblica e alla lunga, a questo punto, nel lavoro culturale.

Chiediamo alle forze politiche, sindacali, associative, alle espressioni della società civile, dei movimenti e della cultura, una presa di posizione chiara in difesa della libertà di parola: esprimere solidarietà a Iozzoli, in questo momento, vuol dire difendere la libertà di tutti e di tutte.

Raccontare il conflitto, i bisogni negati e le ragioni del lavoro, è oggi un imperativo civile a cui non ci si può sottrarre.

Chiamiamo a un pronunciamento pubblico a sostegno di Giovanni e del diritto di espressione.

Questo il link per esprimere solidarietà a Giovanni

ATTENZIONE: NON SONO RICHIESTE DONAZIONI
NON SI RACCOLGONO FONDI CON QUESTA PETIZIONE

Fonte

05/10/2022

I tribunali fanno proprie le istanze dei padroni. Il grave caso di Italpizza

Lunedì 3 ottobre 2022, si è svolta a Modena l’udienza preliminare per il processo sulla durissima vertenza sindacale alla Italpizza. Sono stati rinviati a giudizio 66 persone tra lavoratrici e sindacalisti, una sorta di maxiprocesso per una vertenza sindacale durata mesi, dal dicembre 2018 a giugno 2019.

L’azienda negli anni che hanno preceduto il processo ha adottato azioni legali non solo contro lavoratrici e sindacalisti, ma anche verso organi di informazione che avevano commentato la vertenza con punti di vista non graditi all’azienda.

In questa sede il Tribunale di Modena ha preso due decisioni che segnano un precedente epocale nella repressione al sindacalismo di base: il giudice ha infatti accolto la richiesta dell’azienda di indicare il sindacato S.I Cobas come responsabile civile per i presunti danni produttivi all’azienda, con l’esorbitante richiesta (presentata senza alcun dettaglio o giustificativo) di “almeno 500.000 euro”.

Va segnalato che, anche se non ancora certificato da un tribunale, la stessa cosa sta facendo la Ryanair contro le lavoratrici e i lavoratori della compagnia aerea che hanno recentemente scioperato contro i bassi salari e i turni di lavoro stressanti.

Ma il Tribunale di Modena ha anche accolto il diritto di Italpizza di costituirsi come parte civile per tutti i reati presuntamente commessi nei lunghi mesi di sciopero e mobilitazione delle lavoratrici e dei sindacalisti davanti ai cancelli della fabbrica. Quindi l’azienda sarebbe contemporaneamente parte lesa (negli interessi privati) e parte civile (per l’interesse pubblico).

Il Tribunale di Modena quindi concede così ad un soggetto privato (la proprietà di Italpizza) non solo la possibilità di vedersi risarcire i danni derivati dai ritardi nelle consegne dovuti ai blocchi – considerando quindi lo sciopero un atto criminale, in barba a quarant’anni di giurisprudenza – ma anche per tutti i “reati di piazza”: resistenza, oltraggio a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, presunte lesioni a poliziotti.

In pratica con questa decisione il Tribunale riconosce che gli interessi privati di una azienda e quelli dello Stato sono la stessa cosa.

Una decisione di questo tipo, unica nella storia giuridica repubblicana, costituisce un deciso passo in avanti nella costruzione del regime autoritario nel nostro Paese.

“Due decisioni che segnano un precedente epocale nella repressione al sindacalismo di base”, ha commentato il legale della difesa Tatiana Boni. È evidente come questi due assunti minaccino direttamente la vita stessa dei sindacati, di base e non solo.

Fonte

06/09/2020

Maxiprocessi, zamponi e tortellini

di Giovanni Iozzoli

Dici “maxiprocesso” e vengono alla mente le memorie complicate degli anni ’80 – Michele Greco e Pippo Calò dietro il gabbione dell’aula bunker di una Palermo insanguinata, centinaia di imputati, gli elicotteri volteggianti sui tetti del palazzo di giustizia. Bene, dimentichiamoci di quell’anticaglia. Ci sono un paio di nuovi maxiprocessi in pista; lo scenario sarà meno melodrammatico e di telecamere ne vedremo pochine. Anche Modena è meno affascinante, come location criminal-giudiziaria. Però è proprio nell’amena cittadina estense che si celebreranno due surreali maxiprocedimenti giudiziari: alla sbarra non ci saranno boss mafiosi e sicari, ma padri e madri di famiglia – classe operaia del segmento modenese più povero e precario – accusati di aver lottato per difendere la propria condizione.

I processi riguarderanno due vertenze importanti, quella consumatasi ai cancelli dell’azienda Alcar Uno di Castelnuovo Rangone, e quella relativa alla rinomata Italpizza di Modena – vertenze assurte agli onori della cronaca nazionale, in tempi diversi e per ragioni diverse. La Alcar Uno, storico marchio della lavorazione carni suine, è stata anche il teatro, oltre che di una dura battaglia sindacale, del gaglioffo tentativo di incastrare Aldo Milani, incappato nel 2017 in una provocazione dagli esiti fallimentari; mentre la vertenza Italpizza, ha investito un’eccellenza dell’export italiano, vezzeggiata e iper-protetta dalla politica locale .

Gli inquisiti-operai sono sostanzialmente accusati di aver picchettato i cancelli di aziende in cui hanno speso anni e anni della loro vita – ivi producendo valore e profitti. Nell’impostazione della Procura, lo sciopero è l’arma del reato. La busta paga e la dignità, il movente. La scena del delitto: la precarietà, i cambi appalto, le finte cooperative, l’abuso di contratti penalizzanti – le storie tristemente comuni, ormai di massa, dell’Emilia di oggi.

C’è maxiprocesso e maxiprocesso. A Modena, sul banco degli imputati non troveremo il ghigno torbido di Luciano Liggio: bensì le facce spaurite, scocciate e vagamente perplesse di Maria, Hamed, Salvatore, Johnny, Fariba e chissà quanti altri, increduli circa la loro collocazione sul banco degli accusati. Ognuno di loro dovrà rispondere dei consueti reati di piazza – resistenzaoltraggiolesioni – aggravati dal sovraccarico penale dei decreti Salvini.

Per ognuno di questi imputati sono state raccolte e depositate dettagliatissime notizie di reato: tutto quello che nel corso dei picchetti, dei canonici “tafferugli” o dei normali presidi, nel corso di mesi, hanno fatto, non fatto, e persino quello che hanno detto, parola per parola; tutto riportato (con esiti qua e là di involontario umorismo), nero su bianco nell’avviso di conclusione delle indagini. Quasi duecento persone, sommando i due processi. Uno sforzo di trascrizione enorme che avrà tenuto impegnato un esercito di funzionari per chissà quanto tempo. Ce li immaginiamo a sbobinare e visionare ore e ore di filmati e discutere circa l’attribuzione dei reati: “Tizio ha detto ‛sbirro di merda’, Caio ha dato una spinta al sovrintendente…“.

Sarebbe bello quantificare i costi di queste delicate operazioni di intelligence giudiziaria. Confrontarli con tutta la retorica imperante sulla sicurezza. Chiamare la Corte dei Conti a farli, due conti, per capire dove e come si decide di investire le risorse del sistema giustizia, sempre cronicamente deficitario: chi ha deciso che le “priorità dell’azione penale” in questi territori dovessero riguardare scioperi e presidi? Negli atti si citano gli immancabili referti medici prodotti dalla polizia – in massima parte i classici “tre giorni” (che non si danno neanche per un unghia incarnita). Un certificato di 30 giorni lascia a bocca aperta: qualche farcitrice di pizza karateka deve essere esplosa in una rabbia incontrollata, in mezzo al fumo perenne dei centinaia di lacrimogeni che erano la vera costante di quei presidi in località S. Donnino.

C’è l’Italia, in quelle carte della Procura di Modena. L’Italia che non compare mai nei tiggi, l’Italia profonda, della provincia estrema, dove sembra che non accade mai niente e invece sta succedendo tutto. Tante volte la lettura delle carte giudiziarie ha raccontato questo paese, meglio di giornalisti e scrittori; basti ricordare proprio gli atti del processo Milani, in cui poche intercettazioni fulminanti, finite sui giornali, spiegavano senza equivoci che tipo di rapporto intercorre tra i vertici delle aziende e quelli di certe questure italiane. Raccontare in modo spietato e dolente il presente di un paese mai così livido, cupo, diviso: siamo sicuri che i maxiprocessi di Modena assolveranno egregiamente a questa funzione.

Tra cent’anni, gli storici del futuro rileggeranno questi “avvisi di fine indagine” e cercheranno di capire quale pericolo criminale incombesse nella terra dei motori e del lambrusco, per organizzare processi così maniacalmente persecutori; si chiederanno chi fossero queste centinaia di imputati, perché meritassero tante attenzioni, quale pericolo sociale incarnassero, a quale scandalo avessero dato corpo, per meritare un simile sforzo delle legittime autorità. Sì, quale scandalo? Vallo a raccontare ai posteri. La colpa di quei reprobi è stata quella di aver dato visibilità alla condizione operaia oggi; l’aver reso pubblico quello che tutti – ispettorati, sindacati complici, amministratori, magistrati, economisti – sapevano e fingevano di ignorare. Con la loro iniziativa, hanno rivelato che nei primi vent’anni del Ventunesimo secolo, il miracolo del manifatturiero emiliano – arrambante ed esportatore – ha prodotto dipendenti precari, poveri, ricattati, nell’illusione che la “competitività” si potesse fare ormai solo giocando sulla condizione e i costi della forza lavoro.

Lo scandalo è aver scoperchiato un pentolone di cui nessuno voleva sentire l’odore; perché gli insaccati sono saporiti ma guai a guardarci troppo dentro: agli ingredienti come ai rapporti di lavoro. E così è la società emiliana – un grande cotechino ripieno, succulento e rigonfio: ma vai a mettere il naso, dentro quelle statistiche, vai a scomporle e trasformare i numeri in vite umane, in braccia, storie, intelligenze mortificate, abbrutite dal lavoro e dai bassi salari. Una cartografia dell’Italia reale, un paese dei balocchi in cui le guardie tengono il sacco ai ladri e chi denuncia le illegalità, novello Pinocchio, rischia di finire in galera.

Si perché la cosa buffa è che con i loro scioperi, soprattutto dentro tante aziende dell’agroalimentare modenese, questi lavoratori lanciavano delle denunce assai precise e dettagliate: attenzione, istituzioni, il problema non è solo la nostra condizione di sfiga e sfruttamento; perché lo Stato italiano sta perdendo da anni fior di milioni in elusione fiscale e contributiva, con i soliti giri marci di cooperative e appalti interni. Tanto per capirci, il patron della Alcar Uno, il vecchio signor Levoni, è finito nei guai, accusato di una maxievasione da 80 milioni – con sequestro monstre di fabbricati, terreni ed auto d’epoca; ed è stato pure rinviato a giudizio per corruzione – insieme a un giudice tributarista accusato di fargli da gentile consulente. Eppure quelli che hanno denunciato per anni queste nefandezze, finiranno a processo prima di lui. Bello no?

200 operai alla sbarra. Sembra una vecchia storia della Spagna franchista. Ma questo numero riguarda solo i due procedimenti principali citati all’inizio. Ci sono poi gli 11 relativi agli scioperi Emilceramica, i 22 della Bellentani, i 60 della GLS, i 40 della GM e molti molti altri (dati gentilmente forniti dai Si Cobas modenesi che ormai stanno perdendo il conto). Il processo Aemilia, quello contro la ‘ndrangheta, per capirci, ha contato solo 240 imputati. La strage del carcere di Sant’Anna, ci scommettiamo, non ne vedrà manco uno.

Quanto costa ai contribuenti italiani questo music-hall antioperaio, con tutte le sue ritualità? Quanto costa continuare a mantenere presidi polizieschi a difesa delle aziende, oltre che in termini di credibilità democratica di un sistema? Tra l’altro, trovando sempre solide sponde nelle Questure, i padroni, negli anni, si fanno sempre più arroganti; talune vertenze che qualche anno fa si sarebbero chiuse con qualche ora di sciopero e un po’ di normali trattative, si trasformano in una sfida all’Ok Corral; se la forza pubblica è gentilmente messa a disposizione gratuitamente dalla Repubblica, perché farsi ricattare da questi cenciosi proletari, spesso stranieri, che osano contestare il genio imprenditoriale italiano? Più polizia c’è ai cancelli, più si allungano e si complicano le vertenze, è scientifico.

Nelle accuse contro i manifestanti, il vero elemento disturbante è il blocco dei cancelli. È quello che proprio non va giù ai padroni: il fluire delle merci in entrata e in uscita – più sacro del Gange – non va interrotto per nessuna ragione. Non si scherza con i fatturati: la merce è tutto, la vita umana poco, la Costituzione niente, i contratti meno di niente.

Un normale sciopero con astensione del lavoro si può ancora tollerare – tanto ormai la folla dei precari ipericattati (stagisti, appalti, contratti variamente a termine, somministrati), garantisce una base di “fidelizzati obtorto collo”, che non può permettersi di scioperare. Gli strumenti di ricatto sulla condizione attuale della classe operaia – in certi settori più simile al Diciannovesimo secolo che al Ventesimo appena trascorso – sono tanti e facilmente esigibili dalle imprese. I blocchi no. Quelli non se li possono proprio permettere. Sono sommamente diseducativi. Se diventassero pratica di massa, l’Italia andrebbe sottosopra entro qualche settimana: vogliamo più soldi o blocchiamo tutto; più diritti; più sicurezza; più assunzioni; più ospedali, più scuole pubbliche… Bel casino, sarebbe. Sono i blocchi delle merci e dei cancelli a trasformare l’irritazione padronale in vendetta istituzionale.

Dopo le paginate della stampa sui 67 inquisiti della lotta Italpizza, persino la CGIL è dovuta intervenire per dire che – Cobas o non Cobas – i lavoratori non scioperano mai per diletto, è l’oggettiva asprezza della condizione attuale a imporre il conflitto. La confederazione si è sentita chiamata in causa perché qua e là, i blocchi ai cancelli – soprattutto di multinazionali che vogliono abbandonare il territorio smontando e traslocando gli impianti – è costretta a farli pure lei, e qualche denuncia ha cominciato a beccarsela. Oggi tocca agli scapestrati sindacati di base: ma domani? Le vecchie garanzie concertative sono saltate, il “grande sindacato di Di Vittorio” non incute né timori né rispetto, nel fronte datoriale.

Non è un caso che queste degenerazioni si consumino proprio a Modena. Questa città è l’ultimo baluardo spelacchiato di quello che fu il “modello emiliano”: è la città che ancora elegge il sindaco piddi al primo turno, quella dove le grandi cooperative e i gruppi privati concertano una minuziosa copertura di tutti gli spazi di mercato; privati ai quali è stato generosamente concesso per vent’anni di avere mano libera nella scomposizione e ricomposizione delle filiere produttive, all’insegna del “precarizza e competi”.

Degli elementi virtuosi o avanzati di quel modello, sotto i colpi della crisi, non è rimasto in piedi quasi più niente – welfare inclusivo, eccellenze sanitarie, cittadinanza attiva; l’unico fattore di continuità è l’idea dell’espulsione del conflitto e dei corpi sociali autonomi, giudicati sempre eccedenti ed estranei rispetto alla bontà del modello – quarant’anni fa come oggi. Abbiamo conservato il peggio. E bene ha fatto chi ha coniato l’espressione “sistema Modena”, per definire questa rete progettuale di connivenze tra imprese e istituzioni. La parola “sistema” evoca una realtà anonima, funzionale, indefettibile nelle sue leggi e nei suoi meccanismi – non per niente questo termine, a Napoli ha sostituito l’arcaica espressione “camorra”.

Adesso però c’è da giocarsi una scommessa, in quelle aule di tribunale. Sul banco degli imputati, Maria, Salvatore, Hamed, Frank, Fatima ecc. dovranno rovesciare la loro condizione di imputati e trasformarsi in accusatori. E lo potranno fare solo se intorno a loro si costituirà un fronte di sostegno largo, plurale e consapevole. È necessario che il processo antioperaio si trasformi in un processo di massa contro il moderno sfruttamento in salsa emiliana, i suoi complici politici, i suoi consulenti, i suoi reggicoda, i suoi cani da guardia. Una “costituzione di parte civile” contro chi negli anni della crisi – persino dentro la pandemia – ha continuato ad arricchirsi e a pretendere indulgenza fiscale e protezione ai propri abusi.

Se Modena è stata il laboratorio avanzato della repressione, dovrà diventare il contro-laboratorio della solidarietà militante e della intelligenza collettiva: usare la macchinazione giudiziaria, contro le retoriche d’impresa e le ideologie securitarie, che sono i gemelli degeneri di questa epoca. Bisogna fargli passare la voglia di istruirli, i processi contro il lavoro.

Fonte

27/07/2020

La richiesta

La vicenda della caserma-criminale di Piacenza deve ridefinire la nostra visione del rapporto tra normalità ed eccezionalità, quando si parla di ordine pubblico.

L’infinito rosario di “deviazioni istituzionali” delle forze di polizia, e segnatamente dell’Arma – dentro scenari epocali come i tentati golpe, o miserabilmente locali come lo spaccio piacentino – non deve distrarci da un punto essenziale: è la “normalità” delle cose, che deve preoccuparci, non i fatti eclatanti. È il quotidiano, la minuteria, che deve farci riflettere – e in qualche caso spaventare.

Un esempio viene da un’altra istituzione benemerita, il Settimo Reparto Mobile. Avevo sentito parlare di una strana procedura, evidentemente legale, che veniva promossa dagli uffici di tale settore di polizia, una prassi talmente equivoca che a me sembrava anche poco credibile.

Esisteva davvero un documento scritto che la provasse? Poi, finalmente ne ho trovato uno. È una fotocopia grigiastra, un po’ sbiadita, sbianchettata nei nomi ma leggibile. È un reperto che andrebbe conservato, per raccontare e ricordare l’Italia del 2020, al di là delle smancerie sull’“andrà tutto bene”; questo pezzo di carta dice esattamente il contrario: andrà tutto male. Ed è un messaggio piuttosto esplicito.

La carta intestata è, appunto, quella del Settimo Reparto Mobile di Bologna Ufficio generale e coordinamento. L’oggetto è una richiesta di risarcimento danni subiti dall’Amministrazione. Il destinatario? Il nome non è molto importante. È uno dei tanti. Uno tra le migliaia di donne e uomini che in questi ultimi anni hanno alzato la testa – e qualche bandiera – per reclamare il minimo sindacale dei diritti contrattuali.

Potrebbe essere uno qualsiasi tra i forzati dei prosciuttifici o piuttosto un abitatore dei frenetici magazzini della logistica emiliana, o un qualunque sfruttato situato in qualche snodo caldo, lungo la mefitica catena dell’agroalimentare italiano.

Nel caso specifico, è sicuramente uno dei centinaia (500? 600?) cittadini modenesi che hanno una posizione aperta presso il Tribunale di Modena, per reati “gravissimi” come il picchettaggio dell’azienda (in cui magari hanno lavorato per vent’anni) o la celeberrima accoppiata “resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale” – due categorie penali che viaggiano sempre insieme: si oltraggia e si resiste sempre in simultanea, nei verbali di polizia.


Torniamo al reperto cartaceo. Questa che ho davanti è una raccomandata a.r. L’oggetto è inequivocabile: “Lesioni patite dal Viceispettore XXXX in occasione del presidio sindacale davanti allo stabilimento XXXX Risarcimento danni subiti dall’Amministrazione per le assenze del personale della P.S. per colpa terzi.”

Una richiesta danni spedita da un ufficio della Celere ai danni di un manifestante – sicuramente già deferito all’autorità giudiziaria.

Quindi, se ho capito bene: il Viceispettore in questione ha “patito lesioni” in occasione di un presidio sindacale e i costi del disagio organizzativo vengono addebitati al presunto responsabile.

Attenzione, però, qua c’è il primo elemento bizzarro: che ci siano state lesioni e patimento deve dirlo un giudice, mica una denuncia di polizia.

L’amministrazione però è dinamica, vuole guardare avanti. Ti metti ad aspettare le sentenze, di questi tempi? Loro calcolano che comunque il vuoto in organico c’è stato, e nei paragrafi successivi si puntualizza anche il danno erariale in termini di oneri assistenziali, previdenziali, retributivi. Il danno è contabilizzato con burocratica e italianissima precisione centesimale: EURO TREDICIMILASESSANTOTTO, 74.

Quindi il destinatario del provvedimento, ha partecipato a un picchetto sindacale; che ha provocato un tafferuglio; che ha cagionato un patimento all’ispettore; che si è messo in malattia; che ha provocato un vuoto di organico; che ha portato un vulnus economico che il destinatario con dolo causò (qua ci starebbe bene una colonna sonora di Branduardi)...

L’accusa fa riferimento ad una nota vertenza che ha avuto una certa eco nazionale, presso uno stabilimento modenese, tra il 2018 e il 2019. Quasi tutte le protagoniste di quella vertenza erano donne, parecchie non più giovani, nessuna armata di strumenti atti ad offendere, tutte ripetutamente intossicate da gas lacrimogeni profusi quotidianamente per evitare qualsiasi intralcio al carico/scarico merci.

Lavoratori della logistica e solidali arrivavano la mattina per dare un mano al presidio e sostenere le ragioni di quelle lavoratrici. Tutto davanti alle telecamere e agli smartphone che producevano dirette facebook su ciò che accadeva. L’agente ferito sarà stato refertato presso l’ospedale di Baggiovara, immaginiamo: ci sono eloquenti immagini in rete di una fila di celerini bardati in attesa di essere visitati, durante una di quelle giornate.

Il fatto che tali blandissime dinamiche di piazza producano una denuncia penale, è un meccanismo abbastanza consueto, ognuno può trarre le conclusioni che vuole su questi scenari ricorrenti: chi siamo noi per mettere in dubbio che queste amazzoni-operaie o questi facchini ninja, seduti in terra e con le mani alzate, possano provocare “patimento” ai giovanottoni super attrezzati che devono garantire il libero mercato?

Ma qui, con questa richiesta specifica, entriamo in un campo inedito: il Settimo Reparto Celere sta chiedendo in prima persona un risarcimento diretto all’operaio denunciato, senza attendere nessuna sentenza di giustizia penale o amministrativa.

Il corpo di polizia afferma che con la sua violenza, il signore o la signora in questione abbiano comunque cagionato un danno all’organizzazione del Reparto – perché aspettare un giudice? E quindi, prima di qualsiasi provvedimento giudiziario, intima formalmente, in via amministrativa, l’azione di risarcimento. Tredicimila e dispari euro.

Ripetiamo: un corpo di polizia, assai noto per chiunque abbia avuto a che fare con manifestazioni di piazza, invia una raccomandata ad un privato cittadino e gli chiede, senza troppi formalismi, di effettuare un versamento (in questo caso ingente) sul proprio conto corrente. In calce al documento sono anche riportate le coordinate IBAN (specificare nella causale: risarcimento danni). Il Settimo Reparto Mobile ha un conto corrente intestato.

Potrebbe toccare a chiunque, di ricevere questa intimazione. Potrebbe trattarsi, ad esempio, di una richiesta di risarcimento per gli straordinari pagati a seguito di una manifestazione non autorizzata a cui abbiamo preso parte – anche inconsapevolmente o senza esiti cruenti.

Questa cifra, per altro, non essendo una oblazione o una sanzione comminata da un giudice, non estingue la denuncia. È in qualche modo una richiesta da “privato” a “privato”. Il documento non è neanche firmato da un avvocato o da una struttura legale, come sarebbe per un richiesta danni tra condomini: è il Primo Dirigente della Polizia di Stato (tale è la sua qualifica) che firma direttamente l’intimazione. Ci dia i soldi, punto.

Ne sono arrivate anche altre, di queste sorprese a mezzo raccomandata – non tutte facilmente reperibili. Le operaie sono terrorizzate. Simili richieste possono mandare zampe all’aria una famiglia povera.

In un caso una signora, attiva nella medesima vertenza, ha ricevuto un avviso orale alla presenza del figlio piccolo, mentre andava a rinnovare il permesso di soggiorno per il bimbo. L’avviso orale consiste in un verbale da firmare: non c’è la contestazione di un reato specifico, ma si invita con tono minaccioso la persona a “cambiare condotta di vita” (proprio questa è la formula, che poteva uscire di bocca a un curato di paese 50 anni fa).

Non ci risulta, per altro, che alcun imprenditore, appaltatore, capo cooperativa dedito alla intermediazione illegale di mano d’opera, sia mai stato “avvisato” dal Questore. I consigli di amministrazione, i caporali, i consulenti del lavoro, i commercialisti complici, di solito non vengono invitati a cambiare vita.

Questi lavoratori bersagliati da raccomandate minacciose, oltre che da denunce e processi, cominciano a rendersi conto che in questo paese (sono in prevalenza non italiane/i) reclamare diritti e legalità sia una faccenda pericolosa, che può comportare strascichi penali e pericoli personali per molti anni.

Qualcuno forse sta cominciando a pensare: chi se ne frega? Agli italiani sta bene così? Gli piace come gira questo loro paese? Perché devo mettere a rischio la mia fedina penale o il futuro dei miei figli? Meglio adattarsi. Le cose, alla fine, vanno un po’ come in molte delle loro nazioni d’origine: i poveri devono subire e se si ribellano la polizia li minaccia. Tutto il mondo è così, penseranno. Forse è questa la famosa integrazione, che si chiede agli stranieri.

La forza di deterrenza – chiamiamola così – di queste iniziative è psicologicamente molto potente: un corpo armato dello Stato chiede soldi ad un privato cittadino, con scadenza perentoria e nessun margine di discussione. Se sono importi consistenti probabilmente il destinatario della richiesta si rivolgerà ad un avvocato che gli sconsiglierà assolutamente di pagare alcunché, vista la inconsistenza giuridica della pretesa.

Se però le cifre sono più basse e il “danno causato” ammonta a qualche centinaio di euro, qualche povera anima potrebbe anche essere tentata di fare il versamento e amen; penseranno: loro sono poliziotti, magari proprio quelli che mi hanno bastonato, io sono un poveraccio che lavora precario in fabbrica, per di più straniero, forse è meglio pagare e ridurre il danno.

Mi rendo conto che sono molti i paesi in cui la Polizia chiede soldi ai cittadini, al di fuori di qualsiasi procedura giudiziale; qui i metodi sono formalmente ineccepibili, con timbri e raccomandate: ma la sostanza cambia poi molto? La fantasia semantica potrebbe suggerire molte diverse definizioni di una tale prassi.

Che razza di paese stiamo diventando? Una mattina vai alla cassetta della posta e trovi, insieme alle solite bollette, delle misteriose richieste di risarcimenti inappellabili.

Ma perché pagare? La paghiamo già, la polizia. Fino all’ultimo centesimo. Paghiamo anche gli interventi straordinari coordinati con le direzioni aziendali e le guardie giurate assoldate dalle medesime. Paghiamo salari, mezzi, strutture, caserme, indennità. Paghiamo quelli che ci picchiano, quelli che ci arrestano, che ci spiano indefessamente. Perché chiederci altri soldi? Dovrebbe essere tutto compreso nel servizio.

Questo a Modena, città medaglia d’oro della Resistenza, dove il Tribunale è intasato di fascicoli istruiti contro operaie e operai.

Poi c’è Piacenza, con la sua gang in bandoliera. E Bologna dove i PM si succedono, ma sempre con le medesime ossessioni anti-sovversione. Sempre l’Emilia, che è poi l’Emilia della Uno Bianca, la vecchia Emilia che si crogiola nelle sue stinte mitologie, rifiutando di fare i conti con la sua storia recente. E subisce scivolamenti pericolosissimi negli equilibri istituzionali.

Per capirci: quando si torturavano i prigionieri politici, era il presidente Spadolini a dare l’ok al dott. De Tormentis; quando poliziotti travisati sparavano a Giorgiana Masi, era Cossiga ad assumersene la responsabilità pubblica.

Ma oggi non è questo lo scenario: oggi c’è un vuoto politico disperato, pienamente post (molto post) democratico, con figurine esangui di governatori e premier palesemente inabili a qualsiasi funzione di mediazione politica, totalmente privi di consapevolezza o autorevolezza.

E in questo vuoto sguazzano i corpi dello Stato: pezzi di amministrazione pubblica, sbirri, Procure, direttori di penitenziari – bande armate, microcircuiti di potere, segmenti e signorotti che si allargano ogni giorno di più, guadagnando spazio in un processo di feudalizzazione delle funzioni pubbliche. Fino a chiedere soldi ai cittadini a domicilio.

È sotto il pelo d’acqua di questa palude che si intravede il ghigno di Palamara, il narcotraffico in divisa, il magistrato anti No Tav che invoca le leggi antiterrorismo, il celerino che mette a posto le vertenze sindacali a bastonate, con i sinceri ringraziamenti della proprietà.

Torniamo all’inizio: fa più paura la normalità o l’eccezionalità, nell’Italia del 2020?

Fonte

07/06/2020

Querela continua

di Casa del Popolo Spartaco

[Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato della Casa del Popolo Spartaco di Correggio (Re), centro di iniziativa popolare assai attivo sul territorio e protagonista, nei mesi scorsi, della grande campagna di solidarietà verso la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici Italpizza di Modena. Proprio a seguito di tale impegno, l’azienda modenese, ricchissimo player del settore prodotti da forno surgelati, ha deciso di querelare Casa Spartaco. Ai compagni e alle compagne di Correggio va la nostra incondizionata solidarietà, rafforzata dal fatto che anche un nostro redattore è stato querelato da Italpizza. Nell’auspicio che le forze di movimento e della società civile impediscano il silenziamento delle voci critiche attraverso la forza dell’intimidazione economica.]

*****

Ad un anno dalla partecipazione come Casa del Popolo Spartaco, insieme con altre realtà, associazioni, partiti e sindacati, alla campagna di “consumo consapevole” in solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori di Italpizza, ci è stata recapitata una querela per diffamazione aggravata, per un video da noi girato che documentava un volantinaggio davanti ad un supermercato.

In un clima che vede trattare i sacrosanti diritti delle lavoratrici e dei lavoratori come questione di ordine pubblico (in questo caso tra l’altro si sta chiedendo l’applicazione del contratto collettivo e delle norme previste) e sono continue le intimidazioni e i ricatti per chi denuncia lo sfruttamento in un’azienda da tempo militarizzata, noi rivendichiamo la nostra azione politica collettiva, in un paese che dovrebbe avere ancora la libertà di dissenso e di espressione.

Continueremo a sostenere chi lotta per la propria dignità e i propri diritti, che sono quelli di tutta la classe lavoratrice.

Fonte

18/09/2019

A proposito di Italpizza... Ho visto cose che voi umani...

di Redazione

Ho visto cose che voi umani... cose come l’Amministratore Delegato di Italpizza Andrea Bondioli che presenta presso la Procura della Repubblica di Modena una querela per diffamazione contro Giovanni Iozzoli per i suoi articoli su Carmilla, riguardanti la vertenza tra la ditta e le lavoratrici e i lavoratori in lotta, ritenendo che ad infangare il buon nome dell’azienda siano stati questi scritti e non i vergognosi contratti, i trattamenti sul lavoro e la repressione a cui l’azienda ha sottoposto chi ha osato rivendicare dignità.

Ho visto cose che voi umani... cose come ritrovare chi lotta, chi parla, chi si oppone sul banco degli imputati con i padroni del territorio seduti dalla parte degli accusatori.

Ho visto sul territorio l’antifascismo vero, mentre sugli schermi sfilava l’antifascismo di facciata.

Giovanni, delegato e attivista sindacale, si è sempre speso attivamente in solidarietà con chi ha affrontato le difficili condizioni di vita e di lavoro lottando a testa alta, con dignità, e lo ha fatto portando il suo contributo davanti ai cancelli delle ditte, negli incontri pubblici e scrivendone raccontando i fatti guardandoli dalla parte opposta a quella degli amministratori delegati, dei compiacenti personaggi della politica locale e delle truppe in assetto antisommossa (che non possono lamentare carenza di lacrimogeni). Lo ha fatto su Carmilla e su altre testate, così come sulle pagine dei suoi romanzi che, pur essendo opere di finzione, in filigrana hanno saputo raccontare della vita agra di tanti e tante.

Ci sarà modo di tornare sulla questione, intanto occorre dire che se la sua colpa è quella di raccontare la quotidianità posizionandosi dalla parte degli sfruttati, allora come redattori e redattrici di Carmilla siamo orgogliosi della presenza di Giovanni in redazione.

Fonte

15/09/2019

Pizza e coscienza di classe

di Giovanni Iozzoli

Arriva Anastasia, con la sua sobria pacatezza di giovane madre di famiglia – un filo di accento moldavo che sguscia tra le consonanti, mentre ringrazia la platea – e prende il microfono. L’ha già fatto tante volte, in queste settimane, è diventata disinvolta nel parlare in pubblico – non l’avrebbe mai creduto possibile un po’ di tempo fa, come molte altre cose. In pochi minuti racconta alla cinquantina di persone presenti, della sua esperienza lavorativa dentro lo stabilimento di un rinomato marchio modenese del “food” – la pressione dei turni impossibili, la fatica del lavoro, i guadagni così striminziti da creare sospetti nel marito, che vedeva la sua busta paga e diceva: ma lavori davvero? Anastasia è un’addetta di linea alla preparazione delle decine di migliaia di pizze che, surgelate e confezionate, vengono esportate ogni giorno ai quattro angoli del globo dall’azienda, leader europea del settore. Non ha imparato i trucchi delle retoriche da assemblea, non ce n’è bisogno quando parli della tua vita, delle tue verità. Racconta di sé, della loro dura lotta, degli scioperi, dei licenziamenti, della repressione e conclude il suo intervento senza grandi proclami, dicendo semplicemente: “adesso hanno capito che io sono Anastasia!” Ed è palesemente soddisfatta, mentre rilascia all’assemblea questa affermazione apparentemente poco significativa.

Io sono io. Certo, chi altro volevi essere? Potrebbe suonare criptica, buffa o surreale.

Invece tutti applaudono. Tutti hanno capito perfettamente cosa voleva dire Anastasia.

Prima che cominciassero le lotte alla Italpizza, lei era un ingranaggio invisibile e anonimo di quella grande impresa, dipendente, tra l’altro, di una cooperativa in appalto interno, perennemente schiacciata tra le rigidità degli orari, le esigenze domestiche, il malessere di un lavoro malpagato e mal vissuto. Forse il caposquadra non ricordava neanche che si chiamasse così, Anastasia: la sua mansione, la sua busta paga, il suo contratto “multiservizi”, tutto serviva a ricordare alla signora (extracomunitaria) che lei era un elemento infimo, sostituibile, intercambiabile. Che come lei ce n’erano migliaia in attesa davanti ai portoni degli stabilimenti: siete fortunati se avete un lavoro – questa scritta in ferro battuto dovrebbe troneggiare sui cancelli elettronici delle ditte, promemoria perenne a cui educare la moderna classe operaia, senza neanche il bisogno di raccontare perverse bugie sul fatto che il lavoro rende liberi.

Poi succede qualcosa nelle vite delle persone e delle aziende – una vertenza aperta, alcuni mesi di scioperi, botte, denunce, sulfumigi quotidiani a base di lacrimogeni, interviste (chi aveva mai parlato con un giornalista??), analisi di contratti scaduti e ipotesi di accordi, tavoli e riunioni in prefettura: e così l’operaia delle pizze realizza una qualche verità ineffabile, sottile, circa se stessa e il suo stare al mondo. All’inizio le sfugge, questa consapevolezza, è solo una del gruppo di donne che ha deciso di rivendicare un contratto adeguato e qualche soldo in più. Ma poi capisce che c’è anche altro in gioco. E dopo settimane che valgono come anni, oggi riesce disinvoltamente a prendere la parola in un assemblea pubblica, davanti a gente che non conosce, per dire serenamente: “io sono Anastasia”. Rivendicazione altissima, quasi estrema.

“Sono Anastasia”. “Non sono quella della linea 2”. “Non sono lavoro morto, non sono neanche lavoro vivo”: manganellate e gas hanno realizzato la combinazione alchemica, l’illuminazione – “sono Anastasia, lo sono sempre stata, solo che me ne ero dimenticata, perché tra l’affitto, la rata dell’asilo, le minacce del capoteam, tutto il mondo mi aveva istruito da sempre alla sottomissione di classe, da quando ero piccola, giù al mio paese e avevo dimenticato l’essenziale”. Rivendica, più che un contratto da alimentarista, il dato semplice e nudo della sua irriducibile umanità, della sua singolarità. “Sono Anastasia, una persona, sono una cosa complessa, esplosiva, da maneggiare con cura ed estremamente preziosa: cioè l’esatto opposto di come mi vedete voi, una insignificante farcitrice incuffiata (matricola Inps 41346)”.

Quelle come Anastasia hanno doppiato il capo di Mala Speranza, nel giro di un paio di generazioni: i suoi genitori sono scappati dalla bancarotta del socialismo reale per approdare carichi di aspettative nel paradiso occidentale venduto dalle Tv commerciali; e qui i figli sbattono il grugno contro il capitalismo reale, chiedendosi dov’è l’errore, cos’è che non capiscono, perché l’Eden è pieno di buche, di trappole, di merda; e reimparano le parole-tabù del lessico rimosso dopo l’89, nei loro luoghi d’origine – i padroni, la giustizia sociale, lo sciopero – proprio come chi esce dal coma deve ricominciare a sillabare con pazienza.

Ai cancelli degli stabilimenti della logistica o dell’agroalimentare, nei picchetti e durante gli scioperi, capita spesso di sentire lavoratori egiziani, ghanesi o bengalesi, che scuotono la testa increduli e dicono: non pensavo che da voi fosse così. Vengono da realtà dure, socialmente difficili, eppure sono stupiti delle bastonate della polizia italiana, dall’uso spropositato dei lacrimogeni, dagli alambicchi truffaldini ai tavoli di trattativa, dalle denunce, dalle minacce sui rinnovi dei permessi di soggiorno, dalla facilità con cui si imbrogliano i dipendenti, si ruba il TFR, si elude il fisco. Sono meravigliati da quanto siano labili ed elastici i confini del presunto “primo mondo”: anzi, da come i sistemi siano intrecciati, connessi, sovrapponibili – e il terzo mondo dei diritti può cominciare nel reparto logistica o nel rione in fondo alla strada. Non nutrivano attese puerili o messianiche, sull’occidente, ma erano convinti che qui, in qualche modo, si giocasse pulito: che la polizia non fosse smaccatamente al servizio dei ricchi, che gli operai non fossero numeri e che il lavoro fosse mortificato o spremuto o sfruttato, solo nei paesi dagli assetti sociali primitivi o premoderni. C’è da interrogarsi sull’immagine che l’Occidente offre di sé, ai popoli del mondo, anche in relazione all’intensificarsi frenetico dei flussi migratori: le nostre pay tv, le nostre fiction, il nostro star system, raccontano di un mondo in cui è stata bandita la fatica, l’insuccesso, un regno delle pari opportunità in cui tutti possono competere e raggiungere la piena felicità materiale – oasi di progresso, libertà, uguaglianza. Praticamente, l’opposto di ciò che siamo realmente.

Perciò è così rivoluzionaria e solenne, quasi una dichiarazione d’indipendenza, quell’affermazione: “io sono Anastasia” – c’è tutto un disvelamento, una conquista per niente scontata, un approdo faticoso, dietro quelle parole. Non è ancora l’assimilazione di un’ideologia – cioè di una concezione compiuta del mondo. Ma è già un cambio di immaginario, uno scarto significativo del modo in cui una persona guarda se stessa, la sua relazione con gli altri e con quella cosa oscura e gelatinosa chiamata società.

Già, l’immaginario. Lo tiriamo in ballo in continuazione e lo diamo sempre per scontato – anche se, per la verità, ognuno lo definisce a suo modo. L’immaginario è “quella cosa là”, che sta “sotto” il cielo statico delle ideologie e sopra il flusso caotico e schizoide della connessione permanente – e interagisce con entrambe le dimensioni. È una regione misteriosa e lussureggiante, fatta di simboli, segni, codici, visioni, un non luogo dove si formano le griglie attraverso cui interpretiamo e ordiniamo la nostra esperienza del mondo.

Quando sei totalmente succube, ricettivo, ubbidiente e passivo rispetto ai valori odierni – al feroce esprit du temps – quella regione diventa un deserto di desideri frustrati, aspettative irrealistiche e fuorvianti, inadeguatezze, speranze, odio competitivo. Quando invece Anastasia comincia a interrogarsi sulle sue pizze, sul suo contratto, sulla sua condizione di madre lavoratrice, sulle sue ragioni e la sua rabbia, sull’assurdità di un sistema in cui devi farti bastonare per rivendicare un minimo di legalità, allora il suo immaginario comincia ad aprirsi, esce dalle ristrettezze del micro mondo familiare, dal solipsismo del consumatore povero: vede se stessa in un altro modo, comincia ad essere orgogliosa di quello che capisce e che fa, vorrebbe spiegarlo al figlio (ma è ancora piccolo), vorrebbe coinvolgere sempre più i colleghi – spesso le mancano le parole, per esprimere quella nuova ricchezza. Magari le torna in mente un vecchio film che parlava di scioperi, oppure i racconti di suo cugino che lavora in una fonderia nella Ruhr; opera connessioni in autonomia, formula domande sempre più complesse: abbozza a se stessa delle prime spiegazioni. Anche se farcisce le pizze e guadagna 750 euro al mese, adesso sente di non essere una sfigata, è consapevole della ricchezza di cui è portatrice – e soprattutto ha capito di non essere sola. Le viene in mente che la vita forse non è solo sfangare il fine mese, pagare le bollette, curare la famiglia e sperare in un po’ di salute: forse c’è altro, un respiro più ampio e ardito, la solidarietà degli sconosciuti che vengono a stringerti la mano ai presidi, c’è la soddisfazione di contare, pesare, spiegare anche al sindaco o ai politici che “sei Anastasia” e che da oggi bisognerà fare i conti anche con te – e c’è la coscienza che sembra allargarsi, espandersi, quasi affamata di conoscenza. Il mondo non è come te lo avevano raccontato. “Elevazione spirituale della classe operaia” – così recitavano i bignamini di formazione marxista. Si può aggiornare il vocabolario, ma ancora lì siamo, dentro quello sforzo necessario di educazione ed autoeducazione.

Quando Anastasia, e quelli come lei, ai cancelli dell’Italpizza o davanti a magazzini, centri commerciali, stabilimenti, prendono la parola – e lo fanno non solo con la voce, ma anche e soprattutto attraverso i loro corpi – stanno realizzando un piccolo miracolo laico. Un atto di fede in se stessi e nel futuro – e come ogni fede, comporta l’assunzione di doveri e rischi. Conquistare la responsabilità della scelta. Uscire dalle linee di produzione. Staccarsi dal nastro, rendersi autonomi dalla macchina e dal logaritmo, sottrarsi alla quantificazione della prestazione ma soprattutto alle retoriche minacciose dell’aziendalismo, ai suoi ricatti o alle sue lusinghe paternalistiche.

La cosa interessante è che, attraverso la voce di chi lotta, in qualche modo, prendono parola anche gli altri: i crumiri, i fidelizzati, i complici, i rassegnati, gli sconfitti, quelli che durante gli scioperi entrano a testa bassa da un cancello laterale. La voce di Anastasia qualifica e getta luce anche su quel silenzio triste – parla anche di loro, che non hanno il coraggio di negare la propria mortificante condizione di merce a buon mercato.

Cosa c’è adesso, dentro l’immaginario di Anastasia, dopo mesi di battaglia davanti a quei cancelli e una faticosa, contraddittoria vittoria sindacale? La lotta cosa cambia, quale chimica, quali meccanismi innesca dentro la biografia di un individuo? Scoprirsi corpo collettivo deve essere esaltante e pauroso. Forse inizia a germogliare un barlume di consapevolezza circa l’appartenenza a un movimento storico, lento, ineluttabile, di emancipazione dell’umano dal lavoro salariato: la tua piccola vita acquista un valore luminoso, diventa un microscopico episodio di quella prometeica lunghissima marcia.

La mobilitazione all’Italpizza non è finita, è solo entrata in una fase nuova. Qualche settimana fa l’azienda è stata piegata – dalla lotta, solo dalla lotta – alla firma di un accordo complesso, pieno di ombre e criticità: che però contiene la reinternalizzazione di massa di buona parte dei lavoratori degli appalti interni. Quindi: non era vero che la precarietà è inevitabile, che è modernità, è necessità oggettiva. Quando i padroni cominciano ad aver paura, il senso della storia diventa reversibile, si aprono mille scenari, i rapporti di potere forzano e ridisegnano i confini del possibile. Ogni progresso, in fin dei conti, si fonda sulla paura.

Intanto è necessario che le parole di Anastasia escano dalla linea 2 del reparto farcitura, arrivino al confezionamento, alle spedizioni, alle celle frigorifere: e poi via, fuori, negli stabilimenti scalcagnati e nelle vetrine prestigiose dell’industria 4.0, verso le ciurme precarie di ogni colore e di ogni risma; giungano alle orecchie scettiche e pacificate dei lavoratori diretti, degli pseudo garantiti; fino ad arrivare all’attenzione dei giovanottini in camicia bianca che entrano adesso nelle nuove fabbriche integrate, nelle nuove mansioni massificate del lavoro tecnico-intellettuale, più o meno disarmati di storia e diritti, come lo erano le farcitrici di pizza fino a pochi mesi fa.

Fonte

07/08/2019

Italpizza, una vertenza scomoda


La vertenza Italpizza è scomoda, non solo per l’azienda stessa che si vede costretta ad affrontare le rivendicazioni dei suoi lavoratori, ma anche per tutte quelle realtà locali che le gravitano attorno.

La campagna elettorale del Pd è stata in parte finanziata da Italpizza, che in cambio ha ricevuto la variante al piano regolatore per ampliarsi su terreni verdi adiacenti allo stabilimento, oltre che l’esplicito appoggio politico durante i mesi di sciopero, in funzione anti-cobas. Insomma è in parte coinvolto tutto il sistema-Modena, costituito da cooperative, industriali, partiti, istituzioni e criminalità, che sta cercando di imporre questo nuovo modello di sviluppo: sostituzione dei contratti nazionali con i parametri del contratto multiservizi, la presenza sempre più evidente e ingombrante di cooperative (legacoop e confcooperative) e del loro seguito politico e della criminalità organizzata e infine l’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine per reprimere ogni tipo di protesta.

Il tutto trova appoggio nei decreti sicurezza 1 e 2, emanati dal ministro degli interni che, rendendo punibile penalmente il blocco stradale, hanno sostanzialmente reso illegale scioperare, militarizzando le vertenze e rendendo sempre più massiccia e violenta l’azione delle forze di polizia. Non dimentichiamo inoltre lo “Sblocca Cantieri” che assicura grandi libertà a chi gestisce appalti e sub-appalti.

Una situazione non certo ideale per i lavoratori che lottano per un salario giusto e orari di lavoro meno flessibili. Rivendicazioni non questionabili: inizialmente dipendenti diretti con contratto alimentare, i lavoratori vengono appaltati a cooperative con un contratto multiservizio che diventa infine un contratto pulizie con conseguente compressione del salario. I turni di lavoro sono comunicati giorno per giorno e variano continuamente, vige l’obbligo di lavorare nei giorni festivi e l’eventuale indisponibilità a prestare servizio aggiuntivo il sabato o la domenica si traduce in ritorsioni sulle ferie o in sospensioni non retribuite.

Un linguaggio abituale per l’azienda, quello delle ritorsioni e delle minacce, che sono ricadute sul primo gruppo che si era rivolto al sindacato di base S.I. Cobas, tre persone vengono licenziate mentre le rimanenti dieci vengono trasferite in altri cantieri.

Così inizia il primo sciopero, e da subito l’atteggiamento delle forze dell’ordine è chiaro, gas Cs e manganelli per sciogliere il picchetto. Nonostante questo, la determinazione è tanta e da un primo gruppo di 13 si passa a 10 e l’11 dicembre arriva la prima vittoria: reintegro di tutti e 13 al proprio posto. Ma dopo il primo ciclo di scioperi tutti gli iscritti vengono demansionati e obbligati a condizioni di lavoro pericolose.

La protesta continua, così come continuano le violenze da parte delle forze dell’ordine. Una lavoratrice finisce in ospedale per una manganellata in pancia, a un rappresentante sindacale vengono rotte quattro costole, un delegato viene strangolato dai carabinieri dietro una camionetta “ti conosciamo, stai attento che fai una brutta fine”.

Gli operai sono continuamente feriti e minacciati dalle forze dell’ordine. Arresti giustificati da presunte aggressioni dei manifestanti di cui però non vi è traccia nelle immagini provenienti da via Gherbella, dove c’è lo stabilimento.

Decine e decine di violente cariche sul picchetto pacifico ai cancelli, con feriti, contusi, intossicati dai gas al cianuro usati dalla polizia, arresti e denunce si aggiunge l’attentato di stampo mafioso contro un delegato sindacale, a cui viene incendiata l’automobile sotto casa. Gli episodi sono numerosi e si susseguono uno dopo l’altro senza suscitare eccessivo scalpore, nonostante le denunce del sindacato sui continui abusi di potere, pestaggi e minacce contro operai e rappresentanti sindacali, dimostrando la reticenza delle istituzioni riguardo la questione.

La trattazione è impedita dal rifiuto dell’azienda di sedersi a un tavolo col S.I. Cobas, disertando anche il tavolo chiamato dal ministero del lavoro a Roma. La situazione peggiora con la disgregazione del fronte comune con la Cgil, che apre un tavolo Cgil-Cisl-Uil e Italpizza escludendo così una parte dei lavoratori dalla trattativa. Si arriva infine il 17 luglio ad un accordo deludente ma che sancisce la legittimità e la correttezza delle rivendicazioni promosse dal sindacato. Accordo in cui, però vediamo i confederati fare quello che sanno fare meglio: appropriarsi di un merito che loro non è, spostando l’asticella della trattativa al ribasso a spese dei lavoratori, per non offendere l’amico padrone e l’amico PD.

La trattativa è stata aperta dopo che il Si Cobas ha coordinato un tavolo di lavoro tra diverse realtà militanti (Potere al Popolo, Modena Volta Pagina, Non Una di meno Modena, Iskra cdoc, Casa Spartaco...), che hanno collaborato per lanciare una grande campagna di boicottaggio di Italpizza. Questa campagna trova il suo coordinamento nella pagina facebook Sciopero Italpizza, grazie alla quale, per citare un caso emblematico, si è riusciti a convincere Amnesty International a rifiutare la sponsorizzazione di Italpizza per il Festival “Voci per la Libertà”.

La lotta che si gioca davanti ai cancelli di Italpizza non è rilevante solo per gli interessi dei dipendenti in sciopero, ma anche per la sua valenza simbolica, ovvero il rifiuto di un modello di produzione che trae vantaggio dallo sfruttamento dei lavoratori e che trova appoggio nelle istituzioni politiche, anche quelle che si dichiarano democratiche e di “sinistra”, e il rifiuto delle modalità di repressione della protesta, in cui la cruda violenza è ormai la prassi. Un modello che si ripete in altre realtà modenesi e non solo, da tutta Italia arrivano notizie scoraggianti, da Prato veniamo a conoscenza dei ripetuti agguati avvenuti alla Gruccia Creations contro gli operai in sciopero, del picchetto rimosso a forza dalla polizia davanti alla tintoria dl e di fatti simili accaduti contro i manifestanti del panificio toscano. Questi sono solo alcuni esempi delle modalità di repressione degli scioperi che stanno prendendo sempre più piede in Italia e che trovano sempre meno dissenso da parte dell’opinione pubblica. Per questo motivo, per impedire che tutto ciò diventi la normalità e che i lavoratori siano costretti al silenzio, la battaglia di Italpizza deve continuare fino a quando non saranno garantite condizioni di lavoro accettabili.

Fonte

29/06/2019

Manganelli quattro stagioni. Capitolo II – Il Mostro di Modena

di Giovanni Iozzoli

In un’escalation micidiale, preoccupante ed esaltante, la lotta ai cancelli dell’Italpizza sta continuando giorno dopo giorno – sotto le piogge dispettose di maggio come sotto il caldo torrido e spossante di questo fine giugno. Ormai da mesi, i bravi cittadini modenesi – almeno quelli non abituati a girare sempre la testa dall’altra parte – stanno assistendo a un crescendo di cariche poliziesche, pestaggi e lanci di lacrimogeni, sparati addosso – principalmente – a donne armate solo della loro tenacia, che cercano di strappare a questa azienda perla dell’agroalimentare italiano, condizioni un minimo dignitose di vita e di lavoro: perché in questi tempi cupi, la divisione sindacalese tra contrattazione “acquisitiva” e “difensiva” non esiste più – nelle aziende spesso si lotta per sopravvivere, per strappare al padrone qualche centesimo in più di paga oraria, il diritto alle pause, ai bagni, al non essere considerata merce disponibile 24 ore su 24. E la sproporzione drammatica tra la quantità di lotte necessarie e la qualità modesta delle rivendicazioni, dà la cifra dello sprofondamento di questo paese di merda nel suo passato più regressivo.

Il sindaco – appena rieletto – tifa per l’azienda, così come la stragrande maggioranza del quadro politico e dei mezzi di informazione. La Cgil si è impantanata in un tavolo che le porterà solo ulteriore discredito e perdita di iscritti dentro quel sito. Ogni giorno un reparto di energumeni in divisa, bardati come se andassero in missione all’estero, attacca questi presidi sostanzialmente indifesi: ad animarli sono cobas, sono stranieri, sono donne – la loro incolumità e la loro fedina penale vale poco, sul mercato della cittadinanza in cui tutti noi, oggi, siamo pesati per censo e potere sociale – nella modernità “castale” che caratterizza le nostre società. Associazioni come Non una di meno, Case del Popolo, comitati per il boicottaggio di Italpizza, realtà di base, delegati sindacali del territorio – chi può sta cercando di esprimere solidarietà a questa cruciale battaglia popolare: il resto di quel che residua della famosa “società civile” (di cui fino a qualche anno fa si favoleggiava ampiamente, insieme all’altra chimera: il ceto medio riflessivo...), tace e acconsente, dando ormai per scontato che il mercato del lavoro debba essere strutturato a gironi – come l’inferno dantesco – e che sia necessaria e fisiologica per il funzionamento del sistema, una massa – crescente – di neoschiavi “multiservizi” (com’è denominato il loro contratto prevalente).

La tensione sta salendo, dicevamo. Il caldo torrido, la disperazione, gli scioperi che falcidiano stipendi già miserabili. Ormai è in gioco la dignità: le persone hanno fatto quel famoso “scatto” che trasforma i mesi in anni e fa crescere la coscienza di sé oltre la miseria della propria condizione di merce. L’atmosfera è quella che è, pesante, acida. Ci si butta davanti alle ruote dei camion. Si è storditi dai fetentissimi gas CS, si ruzzola sul tappeto di lacrimogeni che ormai nessuno raccoglie più, come fossero un arredo stradale. Basta poco. Forse il 14 settembre del 2016, davanti alla GLS di Piacenza, il clima era anche migliore di quello che si registra oggi all’Italpizza; probabilmente nessuno si aspettava quello che successe quella mattina piena di luce padana. Ahmed Abdel Salam, nel corso di un presidio davanti a quell’obbrobrio di capannone grigiastro, fini sotto le ruote di un Tir che stava cercando di bypassare i manifestanti schierati davanti ai cancelli, per portare fuori il suo preziosissimo carico di cianfrusaglie e salvarlo da quell’embargo dei poveri che è il picchetto operaio. E quando ci scappa il morto, tutti – dopo – corrono a prendere posizioni responsabili e pacificatrici: inni al dialogo, recriminazioni, associazioni datoriali costernate, solenni denunce sindacali, ispezioni ministeriali. Ecco, sulla vicenda Italpizza oggi – chi vuole, chi se la sente, chi ha ancora un po’ di sangue nelle vene o di coraggio civile o di consapevolezza del suo ruolo se fa il sindacalista, o anche se è un semplice cittadino che non si rassegna al ruolo assegnatogli di pubblico televisivo e platea elettorale – ebbene, sulla vicenda Italpizza, dicevamo, facciamo in tempo a parlare prima che il sangue operaio bagni l’asfalto come successe a Piacenza tre anni fa.

Non è scontato lo schieramento. Il nemico è solido. L’azienda è agguerrita, attrezzata, unge molte ruote, cura i rapporti con la stampa, gestisce finte informatissime pagine Facebook che incitano al crumiraggio e all’ostilità antioperaia. E la Questura è criminalmente determinata a fornire la sua manovalanza al servizio del padrone – e queste cose, si sa, sono decise a Roma, perché quando Salvini parla di sicurezza è precisamente della sicurezza delle tante Italpizza d’Italia, che si preoccupa, altro che i barconi. Quindi, la partita a San Donnino è cruciale, di sicuro spessore nazionale, di valore esemplare – sui temi degli appalti interni e dell’assetto del mercato del lavoro italiano. Si può provare a farlo diventare davvero un terreno ricompositivo, generale, per tutti quelli che in questo lungo anno di governo hanno arrancato nel tentativo di capire qual è il “punto d’attacco” con cui contrastare l’esecutivo gialloverde: Salvini è lì, dietro le inferriate di Italpizza, ci sta sfidando, ci fa ciao con la manina, ci invita a giocarcela fino in fondo. Sa che fino a quando le operaie e gli operai di Italpizza restano soli, il suo Governo non deve temere nulla – perché vuol dire che il paese è ancora in stato neurovegetativo, che nessuno potrà scuotere il laido consenso di cui gode.

Qualche giorno fa, un docufilm realizzato e trasmesso da Sky – Il Mostro di Modena – ha rilanciato in città la memoria di un presunto serial killer che agì sul territorio negli anni ’80 e poi sparì nel nulla, ignoto e impunito. Il prodotto è risultato di grande qualità e ha coinvolto molto l’opinione pubblica, che aveva rimosso quelle antiche storie. Chi ci pensava più, al Mostro di Modena? Suggestionato da questa visione televisiva, il nuovo Capo della Procura Giovagnoli, ha chiesto alla sua polizia giudiziaria di tirare fuori i vecchi faldoni delle inchieste di 35 anni fa, per verificare se sussistano oggi elementi utili per riaprire le indagini sul Mostro.

Certo, con la folla di mariti e fidanzatini assassini che continuano a “mostrificare” gli ambienti familiari, seminando morte e violenza, l’idea di questo vecchio serial killer in circolazione non spaventa più nessuno. Anche su quel terreno, ne abbiamo fatta di strada. Però viene da chiedersi: se basta un programma televisivo a riattizzare gli interessi della Procura su vecchie tragedie, perché non proviamo a spedire a Giovagnoli almeno una parte delle molte inchieste giornalistiche (anche televisive) che hanno raccontato in questi anni il distretto carni, la filiera agroalimentare e altre velenosissime specialità in salsa emiliana? Perché non gli mostriamo il racconto drammatico e rabbioso delle vite piegate e spremute di migliaia e migliaia di operai e di operaie che lavorano nella vetrina dell’eccellenza emiliana, ricavandone meno del minimo vitale? Se basta la visibilità televisiva, per occuparsi dei crimini, i “mostri” dell’imprenditoria modenese – quelli che stanno forgiando un nuovo perverso “modello emiliano” – hanno già accumulato un bel po’ di meriti e celebrità. Già, mentre cerchiamo di scovare i fantasmi dei vecchi killer della nostra memoria, cerchiamo di chiederci: chi sono oggi i nuovi Mostri di Modena? Chi ci sta uccidendo, lentamente, ogni giorno, corrompendoci e assuefacendoci alle sue brutture e alle ragioni dei suoi profitti?

Manganelli quattro stagioni – Cap. I

Fonte

02/06/2019

Manganelli quattro stagioni

di Giovanni Iozzoli

La pizza e il fascismo sono due esempi dell’estro inventivo degli italiani. Entrambi prodotti poveri – un po’ di farina, mozzarella e pomodoro; un po’ di agrari, reduci e sottoproletari –, il condimento di mani sapienti et voilà: la creatività italiana si esporta in tutto il mondo, diventa tradizione, diventa trend. Il “Made in Italy” come modello di una qualità riconosciuta nel tempo.

Da alcuni mesi, dentro una grande industria modenese, la Italpizza, orgoglio del territorio e del nostro export, la continuità produttiva è assicurata da un reparto celere messo cortesemente a disposizione dell’azienda. Il presidio poliziesco pressoché permanente, il sistema sanzionatorio, la sicurezza interna e un clima pre-bellico, rendono Italpizza un’azienda sostanzialmente militarizzata, come capita alle industrie strategiche in tempo di guerra. Gas tossici, mazzate, denunce, gipponi lampeggianti, provvedimenti disciplinari, licenziamenti. Tutto questo non avviene in una maquiladora messicana; e neanche nelle campagne brumose che nascondono arretrate microimprese “old manners”. Siamo a Modena, poco lontano dal centro, lungo un asse viario strategico che risulta spesso bloccato dalle cariche poliziesche o dai blocchi dei manifestanti: gli automobilisti, nei momenti peggiori devono tirare su i finestrini per evitare che il gas CS entri negli abitacoli. Sullo sfondo, ben visibile dalla strada, il grande marchio Italpizza svetta su uno stabilimento moderno e blindato, in cui in passato politici e amministratori hanno fatto spesso visite devote.

Insomma, tutti sanno quello che sta succedendo in località San Donnino, tutti sono consapevoli di questo bizzarro segno dei tempi: un’azienda che da mesi resta aperta e fa uscire i suoi prodotti, solo perché decine di robocop mascherati, bastonano e gasano una parte del personale che sciopera e picchetta.

La storia dell’organizzazione del lavoro in Italpizza è tristemente comune: circa 600 dipendenti, di cui solo 80 assunti direttamente; il resto tutti precari in capo a un paio di pseudo cooperative riconducibili alla proprietà; ritmi, turni, orari massacranti decisi in modo unilaterale dal committente, sottoinquadramento contrattuale (contratti delle pulizie for ever) che garantisce risparmi anche del 40% sui costi del lavoro vivo. Vivo e povero.

Italpizza, come da tradizione marchionnesca, decide unilateralmente chi sono gli interlocutori sindacali, in un gioco a geometrie variabili, che comunque lascia fuori qualsiasi rappresentanza che metta in discussione i suoi interessi. Queste pratiche accumulano un enorme ammontare di elusione fiscale e contributiva (già 700.000 euro sono stati comminati dagli organi ispettivi), ma queste sanzioni sono evidentemente messe nel conto dall’azienda, come altrettante multe per divieto di sosta.

Italpizza sta diventando metafora del modello emiliano 4.0: uffici stampa, presenza social, adesione a tutti i blandi protocolli che rimandano a una qualche memoria concertativa nella ex Emilia rossa. E operai sfruttati, precarizzati, mortificati e gestiti manu militari. In sovrappiù l’azienda si permette anche di disertare una convocazione presso il Ministero del Lavoro, perché non gradisce al tavolo la delegazione Cobas: una specie di dichiarazione d’indipendenza dalle vecchie pastoie sottogovernative, una rivendicazione dell’autonomia del comando d’Impresa. Abbiamo il grano, i programmi di investimento, gli accordi sul piano regolatore: non rompete i maroni sulla forza lavoro – quella è roba nostra. Per un sottosegretario Cinquestelle che convoca tavoli, c’è un sottosegretario leghista che manda la polizia. È il governo dei tempi moderni.

Centinaia di ore di sciopero, centinaia di candelotti lanciati addosso ai presidi, decine di cariche, un numero indefinito e crescente di denunciati, secondo le regole del nuovo Decreto Sicurezza.

Il bello è che i lavoratori in agitazione – spesso donne e straniere – stanno solo chiedendo la corretta osservanza di leggi e norme: l’applicazione del giusto contratto collettivo, un minimo di confronto sulla prestazione. Insomma: i bastonati/gasati/denunciati stanno oggettivamente difendendo il feticcio della legalità borghese, mentre l’imprenditore e gli organi polizieschi, garantiscono ogni giorno la reiterazione del reato – con un enorme investimento di spesa, peraltro, a carico del contribuente (anche dei mazziati, evidentemente). Ecco il genio italico in azione: la Giornata della Legalità in prima pagina e nel contempo l’esibizione pubblica e muscolare dell’Impunità d’azienda.

Si dice in giro che il gigante Italpizza (120 milioni di fatturato esportazioni in 55 paesi del mondo) per difendere il privilegio di fare quello che gli pare, olii generosamente la politica e la stampa: sponsorizzazioni, inserzioni, piani di sviluppo scritti di concerto all’amministrazione, una fama “democratica” che traballa ma gode ancora di solidi supporti politici. Gente organizzata, insomma – non i pirati della logistica con le loro cooperative spurie. Dio solo sa come abbiano convinto la Questura a mettersi sostanzialmente a disposizione dell’azienda come una qualsiasi agenzia di guardie giurate – non solo, immaginiamo, con sostanziose donazioni alla Befana della Polizia, ma anche grazie alla consapevolezza che a quei cancelli si gioca una partita importante sulla rappresentanza e sui diritti: e che, su questo crinale, è meglio che le truppe armate dello Stato diano una mano agli intrepidi esportatori di pizza e alla benemerita opera di modernizzazione che stanno promuovendo.

Come potremo definire questa allucinante quarta dimensione del degrado italiano, questa metafora dell’eccellenza che ha, come al solito, nell’enorme moloch post-moderno del “food” il suo terreno originale di coltura? “Pizza e Fascismo”, sarebbe una buona sintesi?

Oggi “l’antifascismo”, soprattutto nei periodi di fibrillazioni pre-elettorali, conosce rinnovati momenti di gloria: l’Espresso e Repubblica in testa, si sbracciano per evocare il pericolo rappresentato dai gruppuscoli di destra, ne raccontano con raccapriccio e sincero sdegno democratico le gesta e i canali di finanziamento, ne ingigantiscono il peso e il profilo (vedi le incursioni anti-rom nei quartieri romani raccontati come l’invasione dei mongoli secondo un format mediatico ormai collaudato). Si sa che questa esaltazione del “fascista all’attacco” è funzionale alla costruzione di ipotetici “fronti antisovranisti” – ormai è un giochino svelato. Questi antifascisti della tredicesima ora, nel calduccio delle loro redazioni, non colgono (o colgono fin troppo bene) l’essenza dei tempi: il fascismo vero oggi è rappresentato dai reparti celere che sparano gas lacrimogeni addosso ai lavoratori che presidiano sindacalmente la loro azienda; altro che Casapound e simili utili idioti – di volta in volta legittimati o mostrificati alla bisogna.

I nuovi assetti di potere stanno manifestando, oggi, un approccio pragmatico, moderno, assolutamente estraneo alla demagogia sulla “cacciata dello straniero”, buono solo per le campagne elettorali – ma poco utile nelle campagne del foggiano o del crotonese, dove lo schiavo nero è alla base della filiera agroalimentare. Nessuno li vuole cacciare, quello che si vuole è la loro sottomissione, l’invisibilità sociale, il disciplinamento nelle loro funzioni: a spennellare pizze o pulire cessi (tanto il contratto è lo stesso). Il razzismo, la xenofobia “der popolo” è solo folclore. La forza lavoro è petrolio: si è mai visto qualcuno gettarlo via? Bisogna solo saperlo incanalare nelle tubature giuste. È fascismo, questo? È post-fascismo? Pre-fascismo? Lo leggeremo sui libri di storia. Intanto la polizia e la magistratura italiana stanno dando il loro contributo al dibattito, attraverso una stretta repressiva silenziosa, infame e implacabile, che conosce pochi precedenti. Purtroppo avremo il tempo di riflettere ed elaborare, circa questo nuovo stato delle cose.

Per il presente, ricordiamo a noi stessi che il manganello sulla schiena operaia è l’essenza del fascismo, quello metastorico, che attraversa le epoche: oltre le mitologie, le coreografie, le estetiche decadenti o virulente, il fascismo è fatto sempre degli stessi genuini ingredienti di una volta: il contrasto alla lotta di classe, il sabotaggio degli scioperi, il crumiraggio organizzato, il disciplinamento della forza lavoro, la bastonatura di chi mette in discussione le gerarchie di classe.

Tutta roba semplice, cose di una volta. Come gli ingredienti della pizza.

Fonte