Della storia di un Paese che ha impiegato 341 anni per togliere dal proprio diritto un testo che dichiarava gli esseri umani “biens meubles” (beni mobili), come un tavolo, come un bue, come un campo di canna da zucchero. Un testo che stabiliva con la precisione burocratica di un contabile che lo schiavo fuggitivo alla prima fuga si vedeva tagliare le orecchie e marchiare a fuoco con il giglio di Francia sulla spalla, alla seconda, il tendine del ginocchio, alla terza, la morte.
Un testo redatto da Colbert la cui statua, con imperdonabile sfacciataggine, continua a vegliare davanti all’Assemblea Nazionale mentre i deputati si asciugavano le lacrime.
Trecentoquarantuno anni. Due guerre mondiali. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Il processo di Norimberga. Decenni di filosofi, intellettuali, premi Nobel che hanno scritto fiumi di parole sull’universalismo, sulla dignità umana, sulla civiltà occidentale come faro del mondo. Paesi bombardati, invasi, distrutti in nome della democrazia e dei diritti umani.
E nel frattempo, nel ventre del diritto francese, dormiva tranquillo un codice schiavista che nessuno aveva mai formalmente abrogato.
Non per dimenticanza. Per indifferenza strutturale.
Le leggi di Norimberga furono smantellate, perseguite, insegnate, trasformate in paradigma assoluto dell’orrore giuridico. La Germania fu sconfitta militarmente e costretta a fare i conti con se stessa. Non per maturazione morale spontanea, per rapporti di forza.
Il Codice Nero invece non fu mai impugnato con quella stessa urgenza, quella stessa ferocia, quella stessa assolutezza. Perché le sue vittime erano africane. Perché l’Africa non ha eserciti di occupazione. Perché il dolore nero non pesava abbastanza sulla bilancia dell'“universalismo” europeo.
E c’è un altro articolo del Codice Nero che merita di essere letto ad alta voce oggi, nel 2026, in Francia. L’articolo 3: è vietato qualsiasi esercizio pubblico di una religione diversa da quella cattolica, apostolica e romana. Gli schiavi devono essere battezzati a forza nella fede cristiana. Chi non si conforma è punito come ribelle. Lo schiavo deve avere l’anima del padrone ma non ha anima giuridica.
Questo articolo è del 1685. Ma la Francia che nel 2026 si asciuga le lacrime in Parlamento è la stessa Francia che da decenni combatte una crociata permanente contro l’Islam, contro il velo delle donne, contro la “visibilità religiosa” nei luoghi pubblici. La stessa Francia che impone alla donna musulmana di scegliere tra la sua fede e la spiaggia, tra il suo corpo e la Repubblica. La stessa Francia che chiama tutto questo laicità.
Il Codice Nero imponeva il battesimo cattolico allo schiavo africano strappato alla sua terra, alla sua lingua, alla sua famiglia, alla sua fede.
La Repubblica francese vieta alla nipote di quello schiavo di coprirsi i capelli.
Il nome è cambiato. La logica è la stessa: il corpo nero e musulmano deve conformarsi, deve rendersi accettabile, deve farsi leggibile secondo i codici del padrone che oggi non si chiama più padrone, si chiama République une et indivisible.
Louis Sala-Molins – uno dei rarissimi filosofi francesi ad aver guardato in faccia questo testo – lo disse con un’amara lucidità nel 1987, quando pubblicò Le Code Noir ou le calvaire de Canaan, il primo studio filosofico serio su questo documento: “Abbiamo una filosofia che si occupa di universalismo, di sovranità, della grandezza del soggetto. Ma quando si tratta di schiavitù, non c’è nessuno”.
Nessuno. Per secoli.
Montesquieu, Rousseau, Voltaire, Diderot – le stelle fisse del firmamento illuminista, i padri fondatori dei diritti universali – guardarono la tratta, guardarono le piantagioni, guardarono il Codice Nero e trovarono sempre una ragione per non chiederne l’abolizione immediata. La filosofia delle Lumières è nata con questo testo nel corpo come un parassita che nessuno voleva nominare.
L’universalismo europeo è universale per chi conta. Per gli altri, c’è sempre una clausola, un’eccezione, un “bisogna aspettare i tempi maturi”.
I tempi maturi sono arrivati nel 2026.
E allora la cerimonia di ieri è riuscita in qualcosa di straordinario: ha trasformato una vergogna plurisecolare in un momento di orgoglio repubblicano. Il Parlamento si è congratulato con se stesso per aver finalmente eliminato ciò che avrebbe dovuto non esistere mai o almeno scomparire nel 1848, o nel 1945, o nel 1948 con la Dichiarazione Universale, o nel 2001 con la Legge Taubira, o in uno qualsiasi degli innumerevoli “momenti storici” in cui la Francia ha proclamato di essere la patria dei diritti umani.
Invece no. Bisognava aspettare il 2026. E bisognava votarlo.
Votarlo. Come si vota una legge sul traffico stradale. Come si vota un provvedimento fiscale. Sessantuno articoli che codificavano la negazione assoluta dell’umanità di milioni di persone e per cancellarli dal diritto ci vuole una proposta di legge, una commissione, un dibattito parlamentare, il sostegno di Macron, e infine 254 voti favorevoli.
Nemmeno uno contrario. Grande unanimità. Grande Repubblica.
La statua di Colbert è ancora lì.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/06/2026
Francia - Abolito il “codice nero”, dopo 341 anni!
23/04/2024
Alessandro Barbero - La guerra civile americana
- le radici delle fratture che dal 2016 si sono manifestate alla luce del Sole negli USA;
- le motivazioni più profonde che legano indissolubilmente gli USA con Israele che condividono sostanzialmente lo stesso impianto sistemico di colonialismo e predazione.
Nonda ultimo, una lezione da seguire come introduzione alla visione del nuovo lungometraggio di Alex Garland, Civil War.
10/03/2024
Alle radici della Rivoluzione industriale: la schiavitù
di Sandro Moiso
Eric Williams, Capitalismo e schiavitù. Il colonialismo come motore della Rivoluzione industriale, Meltemi editore, Milano 2024, pp. 370, 24 euro
Eric Eustace Williams (Trinidad, 25 settembre 1911 – Trinidad, 29 marzo 1981) è stato professore di Scienze politiche e sociali presso l’Howard University di Washington D.C.. Fondatore nel 1956 del partito “People’s National Movement” di Trinidad e Tobago, è considerato da alcuni come il “padre della nazione” dopo aver portato la colonia britannica all’indipendenza il 31 agosto 1962 e allo status di repubblica il 1º agosto 1976, divenendone anche Primo ministro, carica che ricoprì fino alla sua morte.
È considerato come uno dei più noti storici dei Caraibi, insieme a Cyril Lionel Robert James, soprattutto per il suo libro intitolato “Capitalismo e schiavitù”, appena pubblicato in Italia da Meltemi editore. Frutto di uno studio del 1944, la ricerca costituisce un’opera imprescindibile per la comprensione dello sviluppo e del successo dell’Impero britannico e della Rivoluzione industriale. Collegando la seconda alla tratta atlantica degli schiavi e ripercorrendone l’ascesa e la caduta, tra Settecento e Ottocento, e sostenendo che l’impiego di schiavi neri nell’Impero britannico – e, di conseguenza, il fenomeno del razzismo – abbia avuto inizio per ragioni di natura esclusivamente economica, ovvero promuovere il capitalismo industriale attraverso il reperimento di manodopera a basso costo, l’autore caraibico smonta e disvela la fasulla retorica liberale sull’umanitarismo che l’avvento del capitalismo e della rivoluzione industriale avrebbe portato con sé.
In Eric Williams l’impegno politico e l’attività di ricerca storica non andarono mai separate, come dimostra nella Premessa William Darity Jr.:
Fervente nazionalista trinidadiano, Williams mostrava verso i suoi concittadini un sentimento misto, tanto di profondo attaccamento quanto di alterigia. Negli anni immediatamente precedenti all’indipendenza, tra il 1955 e il 1962, egli si propose espressamente di portare la sua erudizione dentro al dibattito politico tenendo una serie di tortuose conferenze in una piazza del centro, nel cuore della capitale Port of Spain. I suoi discorsi contribuirono a rendere il luogo popolarmente noto come l’“Università di Woodford Square”. Eric Williams era l’insegnante e il suo uditorio riceveva delle vere e proprie lezioni accademiche di storia trinidadiana, caraibica e transatlantica, in particolare riguardo al commercio degli schiavi, alla schiavitù e al colonialismo europeo1.
Fu proprio su quella piazza che, il 15 gennaio 1956, Eric Williams lanciò il People’s National Movement (PNM), il partito politico di cui da lì in poi sarebbe stato alla guida per un quarto di secolo. Woodford Square, che prendeva il nome da un governatore coloniale razzista e corrotto dei primi dell’Ottocento, Sir Ralph James Woodford, fu ironicamente anche il luogo in cui si sarebbero radunati gli ideatori del movimento per il Black Power negli anni Settanta, trovandosi a discutere con lo stesso Eric Williams quando, durante il periodo della sua leadership, questi dovette affrontare lo status contraddittorio di essere a capo di un paese a predominanza nera sulla cui scena nazionale si stava imponendo l’attivismo del Potere Nero. Contraddizione che non fu mai risolta.
Tra il 1968 e il 1970, infatti, il movimento per il Black Power si era andato sviluppando a Trinidad e Tobago a partire dall’interno della Lega degli Studenti Universitari presso il Campus di Sant’Agostino dell’Università delle Indie Occidentali e si unì al sindacato dei lavoratori dei giacimenti petroliferi. In risposta alla sfida, lanciata dal Black Power durante il Carnevale dl 1970, Williams replicò con una trasmissione intitolata “Io sono per il Black Power” e introdusse un prelievo del 5% per finanziare la riduzione della disoccupazione e fondò la prima banca commerciale di proprietà locale. Tuttavia, questo intervento ebbe scarso impatto sulle proteste e il 3 aprile 1970 un manifestante fu ucciso dalla polizia. Il 18 aprile i lavoratori dello zucchero entrarono in sciopero e si parlò di uno sciopero generale. In risposta a ciò, Williams proclamò lo stato di emergenza il 21 aprile e arrestò 15 leader del Black Power.
Williams fece poi ancora altri tre discorsi in cui cercò di identificarsi con gli obiettivi del movimento Black Power, rimescolando il suo gabinetto e rimuovendo tre ministri e tre senatori, ma proponendo anche un disegno di legge sull’ordine pubblico che avrebbe limitato le libertà civili nel tentativo di controllare le marce di protesta. Disegno di legge che, però, dopo l’opposizione pubblica fu ritirato.
Anche se Eric William, una volta al governo, mostrò probabilmente i limiti e le contraddizioni di un cambiamento politico che non era seguito a una radicale rivoluzione nei confronti del dominio coloniale, lo stesso può essere considerato come uno dei più lucidi e spietati critici di quel “paternalismo” umanitario di cui il capitalismo britannico aveva voluto indossare i panni per giustificare con il “progresso” la propria secolare politica di rapina e oppressione che non era certo finita con la fase dell’accumulazione primaria. In cui pirati, come Sir Francis Drake, e schiavisti si erano contraddistinti e messi in bella mostra; tanto da far dire ad Adam Smith che è “il gentiluomo di ventura” (ovvero il corsaro descritto in termini più gentili) a rappresentare il primo e vero self-made man della tradizione individualista liberale.
La sua moderna critica del sistema di produzione che aveva sfruttato la manodopera schiava per incrementare il proprio sviluppo e i propri profitti non fu ben vista negli ambienti dell’Università di Oxford dove l’autore aveva studiato con ottimi risultati e soltanto con il ritorno oltre Atlantico, dove riuscì a ottenere un incarico come professore di Scienza politica e sociale presso la Howard University, che mantenne dal 1938 al 1948, riuscì a completare e a pubblicare le sue ricerche, iniziati già in Gran Bretagna con una tesi intitolata The Economic Aspects of the Abolition of the West Indian Slave Trade and Slavery – un po’ macchinoso rispetto alla precisa definizione di Capitalism and Slavery.
Prima di tornare nelle Indie occidentali, Williams aveva provato senza successo – con sei case editrici – a pubblicare la sua dissertazione del 1938 per l’Università di Oxford, e non era riuscito a ottenere un incarico accademico in nessuna università britannica. Questi ostacoli emersero nonostante Williams si fosse laureato con la lode, avesse difeso con successo la sua tesi davanti a una commissione formata dai più celebri storici dell’imperialismo di Oxford e malgrado si fosse classificato come il miglior studente del dottorato di ricerca in Storia della stessa università2.
Fu così che la ricerca, con il titolo con cui è diventata nota e con cui è stata pubblicata anche qui da noi, fu pubblicata nel 1944 dalla University of North Carolina Press. Evidentemente, una Università americana che, sarcasticamente Williams definiva come la “Oxford dei nei”, poteva allora permettersi di pubblicare un lavoro all’epoca troppo scomodo per il cuore degli studi imperiali inglesi, anche se pure all’Università di Howard i corsi fossero ancora « dominati da una premessa esplicita secondo cui la civiltà era il prodotto della razza bianca del mondo occidentale».
Ecco, proprio contro questa premessa, tutt’altro che soltanto sottintesa, o perlomeno contro l’apporto umanitario e civilizzatore degli imperi occidentali nei confronti del resto del mondo e dei popoli non bianchi, si rivolgeva l’analisi di Eric Williamsa. Così, in primo luogo, la sua tesi
si impegnava a sostenere, in modo dettagliato e ricco di evidenze, che l’abolizione britannica del commercio degli schiavi nelle Indie occidentali – ed eventualmente anche l’emancipazione delle persone in stato di schiavitù nei medesimi territori – era stata il frutto di un calcolato egoismo economico e strategico da parte dei funzionari inglesi. Williams si schierava così contro la scuola di pensiero che vedeva la causa primaria dell’abolizione e dell’emancipazione in un mutamento della moralità, in un travolgente sentimento umanitario nazionale3.
In secondo luogo, l’autore sostiene « come sia stata la schiavitù a produrre il razzismo, non viceversa». Sostenendo che il razzismo è un’ideologia emersa per fornire una potente razionalizzazione a una pratica assolutamente immorale ma economicamente profittevole.
La terza ipotesi che domina ampie sezioni di Capitalismo e schiavitù è l’argomento secondo cui il commercio degli schiavi africani e lo schiavismo nei Caraibi hanno alimentato lo sviluppo industriale britannico, facendo della schiavitù il fondamento storico del capitalismo inglese. Williams sostiene che la tratta e lo schiavismo sono stati cruciali per lo sviluppo economico britannico lungo tutto il XIX secolo, e che una volta affermatosi il progetto del “ciclo manifatturiero” anch’essi hanno visto declinare la loro importanza4.
Quest’ultima ipotesi è quella che lo avvicina di più a Marx, anche se è difficile capire se vi fu su di lui un’influenza diretta del pensatore tedesco, magari per il tramite di Cyril L. R. James (Port of Spain, 1901– Londra, 1989) di cui fu allievo, oppure, come si sostiene nella premessa:
È più probabile che – sempre che di influenza di Marx su Capitalismo e schiavitù si possa parlare – essa sia provenuta indirettamente dall’approccio di storia economica della Howard University, e in particolare da quello dell’economista Abram Harris.
Harris aveva anticipato l’analisi di Williams sulla relazione tra schiavitù nelle Americhe e industria britannica nel seguente pregnante passaggio di una sua pubblicazione del 1936, The Negro as Capitalist:“Nella coltivazione della terra e nell’estrazione delle materie prime del Nuovo Mondo fu utilizzato dapprima il lavoro degli indiani e dei bianchi. Alla fine quello dei neri africani ebbe la precedenza su tutti gli altri e prese a esser visto come la fonte di un’offerta di forza lavoro quasi inesauribile e a basso costo. L’Africa ha rifornito il mondo occidentale non solo di lavoro ma anche di molto dell’oro necessario all’economia monetaria delle nazioni dell’Europa occidentale. In sintesi, l’introduzione del lavoro africano nelle Indie occidentali britanniche e i profitti ottenuti dal traffico di questa forza lavoro e dei suoi prodotti, oltre che dallo sfruttamento del continente africano per l’oro nei secoli XV e XVI, sono stati fondamentali per quell’accumulazione di capitale sulla cui base è stato costruito il sistema industriale inglese nel corso del Settecento. Analogamente, negli Stati Uniti, i profitti che il traffico degli schiavi ha portato al New England sono stati un fattore importante nella crescita dell’industria marittima e, al contempo, una fonte di surplus di ricchezza per l’industrialismo americano”5.
Nel capitolo XXXI del primo volume del Capitale, Marx aveva esplicitamente sostenuto che la schiavitù del “Nuovo Mondo” aveva costituito il pilastro cruciale dell’ascesa dell’industria britannica, motivo per cui “la schiavitù velata degli operai salariati in Europa aveva bisogno del piedistallo della schiavitù sans phrase del Nuovo Mondo”, sostanzialmente in piena sintonia con la terza ipotesi di Capitalismo e schiavitù. Ma il Moro di Treviri aveva trattato ancora il tema della schiavitù e del suo ruolo nel mantenimento della potenza dell’industria britannica anche nel corso della guerra civile americana quando, insieme al sodale Engels, aveva sostenuto la causa del Nord e di Lincoln, invitando gli operai ad arruolarsi nelle file dell’esercito federale, non per motivi “umanitari” ma per colpire, abolendo la schiavitù e il sistema delle grandi piantagioni del Sud degli Stati Uniti, una importantissima fonte di materie prime a basso costo che ancora alimentavano l’industria britannica e il suo colonialismo, diretto e indiretto.
Ecco allora che le riflessioni di Williams manifestano tutta la loro potenza ancora oggi, non soltanto nei confronti di un modo di produzione odioso che vuole, invece, fingersi sempre come il più umano e il più giusto possibile, ma anche di quella cancel culture che del primo è ancora succube, poiché soffermandosi sulla cancellazione delle “ingiustizie” non coglie lo stretto rapporto che intercorre tra queste e il sistema di produzione e riproduzione della vita che lo ha fondato e tutt’ora lo fonda, accontentandosi, troppo spesso e come sottolinea ancora William Darity nella sua premessa, di chiedere riparazioni e rimborsi per i torti subiti dagli antenati. Un risoluzione monetaria di crimini e oppressioni di cui proprio lo scambio mercantile e monetario hanno costituito, da sempre, la premessa.
In questo caso, occorre poi ancora sottolineare che, come afferma Williams in altra parte del testo, la progressiva abolizione della schiavitù non è dovuta a una nuova morale o a una progressiva perdita di convenienza economica della stessa, ma anche alla lotta vittoriosa degli ex-schiavi che, proprio nelle Antille, ad Haiti, avevano sconfitto militarmente sia le armate francesi, anche nella loro versione rivoluzionaria, che quelle inglesi inviate per sostituirle approfittando della debolezza della Francia già impegnata su troppi fronti. In questo caso è sicuramente da rilevare l’influenza di C. L. R. James e della sua opera: prima Toussaint L’Ouverture, pubblicata nel 1936, e successivamente The Black Jacobins: Toussaint L’Ouverture and the San Domingo Revolution, del 19386.
Riconosciuto come “il punto di partenza per una nuova generazioni di studi”, Capitalismo e schiavitù resta ancora oggi una lettura essenziale per chi voglia comprendere la modernità e il mondo post-coloniale.
Note
W. A. Darity Jr., Premessa a E. Williams, Capitalismo e schiavitù. Il colonialismo come motore della Rivoluzione industriale, Meltemi editore, Milano 2024, p. 9.
W. A. Darity Jr., op. cit., p. 11.
Ibidem, p. 12.
Ibid, pp. 13-14.
Ibid, pp. 14-15
trad. franc.: Les Jacobins noirs. Toussaint Louverture et la Révolution de Saint-Domingue, trad. di Pierre Naville, Parigi, Gallimard, 1949 e successivamente, in italiano, I giacobini neri. La prima rivolta contro l’uomo bianco, Milano, Feltrinelli, 1968.
14/07/2022
I put a spell on you: blues nero, lacrime bianche
di Sandro Moiso
Hari Kunzru, Lacrime bianche, Il Saggiatore, Milano 2018, pp. 332, 22,0 euro
Believe I buy a graveyard of my own
Believe I buy a graveyard of my own
Put my enemies all down in the ground
(Charlie Shaw)
Argomento complesso il Blues, musica che si trova sulla linea di confine della civiltà africana: là dove ciò che rimane di residualmente africano trapassa nell’americano.
Il Blues è l’indicibile di una società che, in apparenza, si vuole felice, ad ogni costo.
Ma “avere i Blues” significa essere tristi, non per qualcosa di specifico ma per un malessere più generale. La causa può essere il lavoro (il “monday” o “morning” blues), la malattia (spesso più dell’anima che del corpo), il pensiero (più che la paura) della morte come irrimediabile destino di ognuno e la susseguente paura di essere dimenticati (“See that my grave is kept clean”), l’amore tradito oppure molesto oppure, ancora, mancato o troppo vanamente desiderato.
Ha poco a che vedere con il ritmo o il tempo, che pur è quasi sempre riconoscibile, ma a cui è troppo spesso e sbrigativamente ridotto. Come afferma Philip Tagg, in uno scritto apparso alla fine degli anni Ottanta, ridurlo ad una espressione “tipicamente” afro-americana significa limitarlo all’interno di un ordine razziale dato1. Anche se è evidente che gli stilemi e i ritmi del blues si adattavano, e si adattano ancora, per mezzo del riarrangiamento, ad ogni interprete che cerchi di fare sua o di creare una nuova variante di ogni sua espressione. Aprendo così la via al Jazz, alle sue variazioni e improvvisazioni su un tema dato, e al rock.
Secondo Janheinz Jahn, autore di Muntu La civiltà africana moderna2, l’interprete di blues non canta a partire da se stesso ma per dare voce alla comunità, per questo motivo quelli che usualmente siamo abituati a chiamare bluesmen furono invece spesso dei “songster”, musicisti girovaghi, non sempre e soltanto afro-americani, che iniziarono ad apparire nel tardo XIX secolo nel Sud degli Stati Uniti.
La tradizione dei songster precede e spesso coesiste con l’avvento del blues. Era iniziata subito dopo la fine della schiavitù e della Ricostruzione successiva alla guerra civile negli Stati Uniti, quando i musicisti afro-americani iniziarono a girovagare suonando per guadagnarsi da vivere. Musicisti bianchi e “neri” condividevano lo stesso repertorio, definendosi più come songster piuttosto che musicisti blues.
In genere eseguivano un’ampia varietà di folk song, ballate, brani ballabili, reel e minstrel song. Inizialmente, erano accompagnati da altri musicisti che non cantavano, che spesso suonavano il banjo e il violino. Più tardi, quando la chitarra divenne largamente popolare, i songster spesso iniziarono ad accompagnarsi con la stessa, motivo per cui molti chitarristi e cantanti, soprattutto blues, iniziarono a svolgere il compito di accompagnamento e solista con lo stesso strumento.
I songster ebbero una notevole influenza nello sviluppo del blues, che iniziò a svilupparsi in forme maggiormente definite a cavallo dei sue secoli. In tal modo ci fu anche un’evoluzione nello stile delle canzoni eseguite. I songster spesso cantavano canzoni composte da altri o ballate tradizionali, spesso riguardanti eroi e caratteri leggendari. I blues singers, per contrasto, tendevano ad inventare le proprie liriche (o riciclare quelle di altri autori/esecutori) e a sviluppare dei propri pezzi e un proprio stile chitarristico (o, talvolta, pianistico), cantando le esperienze e le emozioni direttamente vissute nel corso della propria vita.
Molte delle prime incisioni di ciò che adesso è riferibile come blues furono portate a termine registrando dei songster che avevano a disposizione un repertorio più vasto, che spesso andava dai successi popolari del momento all'”autentico” country blues.
È sempre più evidente per gli studiosi che la maggior parte dei più tipici artisti blues, inclusi Robert Johnson e Muddy Waters, eseguissero in pubblico una grande varietà di musica, ma finissero poi col registrare soltanto quella porzione del loro materiale che i produttori (bianchi) ritenevano originale o innovativo.
Non a caso il blues finì con l’integrare nel suo canone anche i field holler e le work song con cui gli schiavi e i condannati ai lavori forzati, oppure semplicemente braccianti sottopagati, ritmavano la propria attività di raccolta del cotone o altro nei campi, di spaccapietre oppure, ancora, di costruzione di opere pubbliche. In cui spesso, però, a dare il ritmo di fondo vero era lo schioccare della Black Betty, ricordata in tante canzoni e brani jazz: la frusta a disposizione dei guardiani di quegli stessi lavoratori.
Per altri aspetti il blues potrebbe essere definito come quella musica, quel canto che sfugge alla norma, dettata da Henry Krehbiel3 nel 1897: «Ciò che è indegno, ciò che è brutto e doloroso non è un soggetto adatto alla musica». Una formula che negava qualsiasi espressione artistica popolare legata alla vita reale e che istituiva non soltanto il canone della musica adatta al mondo e alle illusioni della borghesia, ma anche della futura pop music.
Ma il termine blues è riscontrabile anche in tanti titoli di canzoni appartenenti alla musica proletaria bianca americana che in seguito avrebbe dato vita alla prima country music, con autori ed esecutori quali Jimmie Rodgers e la Carter Family, degli anni ’20 e ’30. Musica, magari da ballo, ma nata tra braccianti ed operai, piccoli proprietari terrieri ed ex-schiavi che arrivò, per mezzo proprio del successivo rock’n’roll, anche tra i giovani adolescenti bianchi della middle class e del baby boom successivo alla seconda guerra mondiale.
Stevie Van Zandt, a lungo chitarrista e amico di Bruce Springsteen, per quanto riguarda l’inizio della loro collaborazione artistica sul finire degli anni Sessanta, scrive nella sua autobiografia:
Passavamo il tempo a scavare in profondità nelle radici del Blues. In quanto substrato della musica rock, il blues era presente in tutto quello che facevamo. Lo avevamo scoperto grazie ai Rolling Stones, […] Nell’appartamento tra Cookman e Kingsley, partimmo a ritroso dalle cover dei bianchi per tornare agli artisti neri pionieri del genere.
Ascoltavamo senza sosta Little Walter, Fred McDowell, Sonny Boy Williamson, Robert Johnson, Howlin’ Wolf, Son House, Elmore James e Muddy Waters4.Il blues parla della condizione umana5 .
E in questo rimane e rimarrà l’autentica “musica del diavolo”, come è stata definita quasi fin dai suoi esordi, temuta dai perbenisti, bianchi o neri e di qualsiasi altro colore e classe sociale. Ed è per tutti questi motivi, e molti altri ancora, che può rivelarsi estremamente interessante ed avvincente la lettura del romanzo di Hari Kunzru Lacrime bianche, apparso in lingua originale nel 2017.
Kunzru è uno scrittore e giornalista britannico di origini indiane e il suo romanzo ruota intorno alla disperata ricerca del “suono originario” e dell’”autentico blues” (mito tipicamente bianco e relegato perlopiù all’ambito del collezionismo discografico). All’inseguimento di un suono e di un musicista fantasma che, indirettamente, nell’ambito di una trama che si dipana tra il presente e un lontano passato, rivela al lettore più attento anche il mistero della maledizione della morte a ventisette anni che ha segnato la vita di tanti celebri musicisti.
Kurt Cobain (Aberdeen, 20 febbraio 1967 – Seattle, 5 aprile 1994), Jim Morrison (Melbourne, 8 dicembre 1943 – Parigi, 3 luglio 1971), Brian Jones (Cheltenham, 28 febbraio 1942 – Hartfield, 3 luglio 1969), Amy Winehouse (Londra, 14 settembre 1983 – Londra, 23 luglio 2011), Janis Joplin (Port Arthur, 19 gennaio 1943 – Los Angeles, 4 ottobre 1970) e Jimi Hendrix (Seattle, 27 novembre 1942 – Londra, 18 settembre 1970) non sono nemmeno nominati nel romanzo, ma i loro fantasmi aleggiano attorno alla figura di un giovane bluesman che muore alla stessa età in uno dei terribili campi di lavoro forzato istituiti dal sistema penitenziario del Texas negli stessi anni in cui Robert Johnson (Hazlehurst, 8 maggio 1911 – Greenwood, 16 agosto 1938), dopo aver inciso un pugno di registrazioni (poco più di venti) che avrebbero segnato indelebilmente la storia del blues e del rock bianco, moriva alla medesima età.
Il romanzo è una lunga cavalcata nella magia che circonda il blues e nell’oscurità che l’accompagna. Tra le sue pagine si può cogliere lo sguardo oppure la rabbia vendicativa di un fantasma appartenente a uno dei tanti bluesmen e songster neri, morti prima ancora che l’industria discografica potesse significare scalata sociale e benessere per chi incideva i dischi di ceralacca e a 78 giri, in un primo tempo, oppure in vinile e a 45 giri successivamente, di cui Charlie Shaw, lo spettro che agita le pagine del romanzo di Kunzru, non è altro che l’incarnazione letteraria.
Ma questa presenza/assenza di centinaia e forse migliaia di cantastorie “blues” è probabilmente ciò che più ha affascinato sia i collezionisti sia i cantanti e musicisti bianchi che, a distanza di decenni, ne hanno seguito le orme. Un incantesimo che si è protratto nel tempo passando di generazione in generazione. Tra tutti quegli interpreti che, pur non essendo dediti soltanto alla riproposizione della musica nera delle “origini”, sono finiti con l’essere posseduti dal demone oppure cavalcati da uno degli infiniti dei del blues. Dei o orisha che provenivano dal profondo della psiche umana e dal profondo della culla dell’umanità: l’Africa, da cui iniziò centinaia di migliaia di anni or sono la grande avventura della specie umana sul pianeta.
Se in qualche modo il blues avrebbe finito col rivelarsi come l’autentico fardello per l’uomo e la donna bianchi, soprattutto se giovani e sensibili, è dal continente africano che tutto ha avuto inizio. A partire da una tratta degli schiavi che ha preceduto l’arrivo e le conquiste dell’uomo bianco e della sua civiltà. Regni locali, spesso molto ricchi e potenti, e arabi avevano già contribuito a spogliare delle risorse umane più giovani e migliori l’interno del continente.
Le vie dei mercanti di schiavi seguivano varie direzioni sia dall’interno ai regni costieri del continente, sia in direzione del Sahara, dell’Oceano Atlantico o di quello Indiano.
Certamente l’arrivo dei bianchi, portoghesi prima e tutti gli altri dopo, incrementò enormemente tale traffico di carne umana. Per la prima volta non soltanto per farne servitori, valletti, prostitute o favorite di ricchi signori, ma, soprattutto, per trasformarli in lavoratori nelle grandi piantagioni, principalmente dell’America meridionale e caraibica prima e settentrionale in seguito. Si calcola, infatti, che tra il 1500 e il 1800 siano stati più di 23 milioni gli africani ridotti in schiavitù e deportati. Di questi 23.318.000 africani, prevalentemente giovani, sani e robusti, 17.418.000 furono deportati attraverso l’Atlantico6.
Questo spostamento forzato e il trattamento riservato agli schiavi, sia durante il viaggio per terra e/o per mare sia una volta giunti a destinazione, fu indubbiamente fonte di grande dolore, violenza, imbarbarimento dei costumi e disperato bisogno di fuga e libertà. Ricordo che si sedimentò nella memoria collettiva profonda e che fu successivamente registrato, seppur indirettamente, nella musica che poi avrebbe preso il nome di blues. Ma che ricadde, come una sorta di vendetta, anche tra quelle schiere di giovani bianchi della middle class americana che tutto aveva fatto per tener lontano da sé la contaminazione del sangue, senza però poter evitare quella culturale.
Questo è il dramma che tinge di sangue e di dolore anche le pagine del romanzo di Kunzru, in cui alcuni giovani bianchi, di cui almeno uno di agiata famiglia, inseguono il sogno del suono originario definitivo, cadendo tra le mani di chi, dopo aver subito torti infiniti, non vuol far altro che vendicarsi, magari impadronendosi della personalità di uno di loro.
Forse perché la magia ha un vettore: il suono.
Che sia prodotto da uno strumento oppure una canzone o, ancora, soltanto da un rumore o da una parola e dalla voce. In fin dei conti per i filosofi antichi era la parola a creare il o dar senso al mondo, quindi la voce e il suono sono alla base di gran parte del mondo, non solo mediatico, che ci circonda. Così come le formule dei riti magici devono essere recitate per ottenere l’effetto desiderato.
Guglielmo Marconi, l’inventore della radio, credeva che le onde sonore non si spegnessero mai del tutto, che persistessero, sempre più fievoli, coperte dal giornaliero frastuono del mondo. Marconi pensava che, se solo fosse riuscito a inventare un microfono sufficientemente raffinato, sarebbe riuscito a sentire il suono dei tempi antichi. Il discorso della montagna, i passi dei soldati romani che marciavano lungo la via Appia7
Se Marconi aveva ragione e certi fenomeni persistono attraverso il tempo, allora ai confini della percezione vengono continuamene raccontati dei segreti. Ogni segreto continua ad essere svelato8.
Segreto o incantesimo che sia, I Put a Spell On You (Ho messo un incantesimo su di te) cantava Screamin’Jay Hawkins nel suo più grande successo inciso nel 1956 e poi ripreso da un infinito numero di esecutori rock e blues, era ed è rivelato da un suono che lo sviluppo della registrazione e riproduzione fonografica, prima, e digitale, poi, avrebbe contribuito a diffondere nel mondo.
Speech has become, as it were, immortal (La parola, il discorso è diventato immortale). Queste furono le parole di Thomas Alva Edison quando presentò alla stampa, nel 1877, una sua nuova invenzione: il fonografo. Ma da allora non solo le parole, ma tutti i tipi di musica, sound e rumore, sono divenuti immortali. L’inventore rese riproducibile tutto ciò che si può incidere: sulle rive dello Swanee River, tanto per fare un esempio, il fonografo di Edison immortalò non solo l’omonimo blues, ma i neri che lo cantavano.
Fu la Victor Talking Machine Company, divenuta i seguito la più conosciuta RCA Victor, a registrare per la prima volta, nell’autunno del 1902, un gruppo vocale “nero”, il Virginia’s Dinwiddie Quartet. Il gruppo incise cinque canzoni gospel e un successo “pop” dell’epoca: Down At The Old Camp Ground.
Fu così la registrazione fonografica a liberare la memoria di un popolo e a “racchiuderla” per sempre nei solchi di un disco di ceralacca, adattandola, anche al gusto degli ascoltatori “bianchi”. Fu così che iniziarono a comparire gruppi Vaudeville dalla faccia tinta di nero (come quella di Al Jolson, nato come Asa Yoelson in Russia in una famiglia ebraica, nel film Il cantante di jazz del 1927) per proporre la “black music” senza offendere l’audience propriamente bianca.
Fu solo dopo il successo di vendite del secondo disco di Mamie Smith, Crazy Blues, nell’autunno del 1920, che le maggiori etichette discografiche iniziarono ad aprire le porte agli esecutori afro-americani. Fu ancora così che i temi cari a songster e bluesmen neri iniziarono ad entrare nel mercato dei race records, dischi principalmente di carattere Blues ma non solo, destinati al pubblico afroamericano che iniziava a costituire una più che valida fetta di mercato. Nel 1921 nacque infatti la prima etichetta discografica di proprietà afro-americana, la Black Swan, dedita ad incidere la più ampia gamma di musica nera senza limitarsi alle sole forme del blues. Ma le radici del blues, come si è già detto, sono nere, affondano nell’Africa, nelle sue culture e nei suoi dei importati (vudù).
Un autentico pantheon di forze che richiama quello delle religioni politeistiche meglio conosciute, attribuendo ad ogni caratteristica del comportamento umano una divinità specifica. Forze che, in maniera molto più vicina alla realtà delle religioni monoteistiche rigidamente dedite a dividere il bene dal male o a promettere premi o castighi, incarnano potenze che agitano l’essere umano nel suo profondo: il desiderio, la sessualità, la violenza, il riso e la gioia, il pianto e il dolore, la fatica del lavoro e la ricerca della libertà.
Nel pantheon Vodoun ci sono centinaia di orisha o loa (spiriti), a seconda della tradizione e della localizzazione geografica. Orisha che potevano essere richiamati dal suono di quei tamburi che, ben presto, i padroni protestanti si affrettarono a togliere ai loro schiavi.
Per impedire loro di evocare Erzulie o Ezili, divinità femminile della bellezza, della sensualità e delle grazie femminili. Oppure Baron Samedì o Baron Samedi (anche Baron Cimetière, Baron La Croix, Baron Krimminel), un potente Loa che, come spirito dei morti, ha molta influenza sul mondo vivente e che custodisce i cimiteri e controlla i crocevia tra la terra e i morti, che condivide con Papa Legba. È noto per essere corrotto, osceno e dissoluto. Inoltre egli è il Loa della resurrezione, in quanto è il solo barone che può accettare un individuo nel regno dei morti.
Ogun (noto anche come Ogoun, Ogou o in altre varianti) è, invece, semidio della guerra, del fuoco, del ferro, della caccia, dell’agricoltura. Tale divinità non è considerata malvagia, ma può rivelarsi severa e spietata, e questa sua natura, che riflette solo alcuni degli aspetti della guerra, non gli impedisce di assistere i suoi protetti a cui però, in passato, ha chiesto sacrifici umani. Mentre Papa Legba è il guardiano del crocevia. È il proprietario di tutti i percorsi, le strade e le porte per l’altro mondo. Un po’ imbroglione, possiede la strada per la tragedia, ma anche per il successo.
Tutti spiriti che necessitano di un “cavallo” umano che ne trasporti e trasmetta l’essenza. Non a caso si narrava che il bravo musicista blues, per esser tale, dovesse vendere la propria anima al demonio a mezzanotte, ad un incrocio. Come si diceva del già citato Robert Johnson uno dei più famosi esecutori di blues degli anni ’30.
Autentici demoni per l’immaginario cristiano, che arrivarono con i riti trasportati attraverso il Mar dei Caraibi sia in Louisiana sia sulle coste del Texas che si affacciano sul Golfo del Messico.
Magari in quella cittadina di Port Arthur in cui era nata Janis Joplin, praticamente al confine con la Louisiana e sede, all’epoca, delle più grandi raffinerie di petrolio statunitensi ed oggi semi-abbandonata, come tante cittadine della Rust Belt. Città natale, in cui Janis, che era stata prima odiata, derisa, isolata e criticata per il suo anticonformismo nei comportamenti e nel modo di cantare, è diventata l’unica icona rivendicabile e rivendibile turisticamente dalla gente del luogo.
Anche James Douglas Morrison era nato non lontano dal Golfo del Messico, vicino a Cape Canaveral, figlio di un ufficiale di marina che sarebbe diventato ammiraglio durante la guerra in Vietnam. Non avrebbe più visto né lui né la madre dopo aver abbandonato la famiglia per cercare fortuna a Los Angeles. Fu poeta, studiò regia, amò gli scrittori europei più innovativi. Scrisse: «Tutti i bambini sono impazziti aspettando le piogge estive». Divenne un’icona del rock senza averlo mai veramente amato, preferendogli invece sempre il jazz e il blues.
Kurt Cobain, fu tra gli innovatori del punk trasformandolo in quel movimento musicale, originatosi a Seattle, che fu definito “grunge”. Insoddisfatto, disperato, insofferente dello stesso successo che lo circondava a che aveva ottenuto con i dischi e i concerti con il suo gruppo, finì come Heminqway, con un fucile in bocca. Ma la sua versione di In the Pines di Leadbelly dimostra che anche il punk e il grunge non sono stati altro che un’ennesima forma di blues.
Proprio quel Leadbelly, scoperto in carcere da Alan e John Lomax dove scontava una condanna per omicidio, che si rivelò essere uno dei maggiori conoscitori del repertorio dei songster e dei bluesmen della sua epoca e di quelle precedenti.
Il primo giorno nel campo di lavoro forzato della contea texana di Harrison, Huddie Ledbetter (meglio noto come Leadbelly) […] fu rinchiuso in una cella che misurava due per uno. Il letto era un mucchio di paglia marcia, circondato da feci puzzolenti e attorniato da mosche grosse quanto un’unghia. A metà mattina la temperatura sfiorava i 40°, eppure alla fine della giornata fu assai contento di tornare in quel tugurio.
Dal 1902 il numero di galeotti era di gran lunga superiore alla capienza dei campi di lavoro forzato del Texas: il sovraffollamento era un problema terribile. La soluzione era semplice e fruttuosa per lo stato: il carcere dava in affitto i detenuti per i vari progetti di lavori pubblici. Incatenati insieme in lunga fila, i forzati andavano a prosciugare paludi, a lavorare nelle cave e a costruire strade tra boschi ed acquitrini. Sotto sorveglianza armata, uomini, donne e persino bambini sgobbavano anche sedici ore di fila. Venivano incatenati insieme fino a trecento forzati, che dormivano di notte nei fossi. La catena era bloccata a intervalli regolari da grosse palle di ferro pesanti una decina di chili 9 […] In base alla legge, anche un reato banale bastava a spedire per mesi un uomo in quei campi di lavoro. Se non disponevi di mezzi di sostentamento o avevi anche solo giocato a carte su un treno texano ti beccavi una sentenza di sei mesi di lavoro duro nella rovente piana del Brazos. Le chain gang erano quasi tutte formate da neri. […] nelle città c’era un costante memento della giustizia del Texas: le dita dei cadaveri dei detenuti linciati messe in mostra nelle vetrine dei negozi. […] Quando un uomo crollava per un colpo di calore nell’afoso Brazos, spesso veniva sepolto vivo mentre il lavoro continuava e si stendevano binari e strade[…] Appena smuovevi il terriccio venivano allo scoperto i teschi e gli oggetti duri contro cui cozzavano i badili erano spesso ossa umane10
Se il blues ci costringe, però, a un viaggio a ritroso nel tempo, chi meglio di Amy Winehouse potrebbe rappresentarne una delle ultime e im/pure interpreti? Come affermò chi l’aveva conosciuta direttamente, prima ancora del suo fulminante esordio: «A soli diciassette anni, Amy aveva la voce di un’anima antica, carica di emozione e lontanissima dallo spirito del tempo [...] sembrava che la sua voce arrivasse direttamente dagli anni Cinquanta»11.
Dentro al suo primo disco «ci sono le tracce di tutta la musica che Amy aveva ascoltato crescendo. La sua voce si portava dietro il peso di secoli di icone jazz (e blues) […] Se Etta James fosse cresciuta ascoltando Thelonius Monk e avesse cantato le pagine del diario di un’adolescente di Londra, avrebbe potuto tirare fuori qualcosa di simile a Frank»12. Oppure il successivo Back To Black: eccessivo, sboccato, triste, autentico e romantico allo stesso tempo. Come ebbe a dire la stessa cantante: «Ogni situazione negativa è una canzone blues che aspetta di uscire»13. Quindi chi meglio di lei avrebbe potuto vivere sulla propria pelle, nella propria vita e riprodurre nelle proprie canzoni il rifiuto del recupero dalla tossicità e dall’alcolismo (Rehab) oppure la dipendenza sessuale e l’erotismo, per nulla mascherato, che sta alla base di ogni amore disperato e autodistruttivo (Back To Black) o ancora la ricerca esplicita di una notte di sesso (Fuck Me Pump)?
La voce di Billie Holiday, roca e alcolica, nel corpo di una ragazza martoriata da dipendenze di cui non era in grado di liberarsi (ma di cui i media erano affamati e alla costante ricerca) e disturbi alimentari gravi che l’accompagnarono fino ai suoi ultimi giorni. Come la cantante ebbe a dire: «Voglio essere ricordata come attrice e cantante, e per essere stata semplicemente me stessa».
Già, l’esser ricordati, oltre la morte. Un desiderio ricorrente tra i musicisti blues, di cui è testimone il brano See That My Grave Is Kept Clean, inciso da Blind Lemon Jefferson nel 1928 e poi ripreso da un’infinità di altri interpreti, dai Dream Syndacate a Bob Dylan o dagli Hot Tuna fino a Lou Reed. ”Guardate che la mia tomba sia tenuta pulita”, gesto antico, che si ripete ancora qui da noi nel giorno dei morti.
Ma, per far sì che ciò avvenga, occorre averla una tomba e da qui l’ossessione del fantasma protagonista del romanzo di Kunzru, Charlie Shaw. In fin dei conti i tanti musicisti neri non registrati su disco oppure dimenticati non sono altro che morti senza tomba. Così come capitò pure al selvaggio inventore del jazz, o jass, a New Orleans, a cavallo tra XIX e XX secolo: Buddy Bolden.
Quando ascolti un vecchio disco non puoi illuderti in nessun modo di essere presente alla performance. La musica attraversa il grigio gocciolare del ronzio statico, un suono simile alla pioggia. Non puoi dimenticare quanto tu sia lontano. In ogni momento senti il suon di quella distanza temporale. Ma qual è il legame tra l’ascoltatore e il musicista? Ha importanza che uno sia vivo e l’altro sia morto? E chi è vivo e chi è morto?
[...] Le cose viventi sono quelle che resistono all’entropia. Possiedono un limite di un certo tipo, una membrana o una pelle; un metabolismo in grado di reagire al mondo. E creare copie. Tramandare qualcosa. Era tutto ciò che Charlie Shaw desiderava, proiettarsi in avanti supplire all’urgenza vitale14.
“Sul tuo giradischi hai fatto risuonare la tratta atlantica, il più nero fra i suoni. Volevi la sofferenza che mai hai provato, l’ascendente che credevi ne sarebbe derivato”15 Così, se il fantasma vero protagonista del romanzo di Kunzru ha visto la sua morte arrivare per un destino atroce che ha privato il mondo della sua memoria, un altrettanto crudele e maledetto destino ha anche colpito tanti giovani interpreti bianchi morti, come lui, a 27 anni.
Forse perché si son fatti carico di un’impresa troppo grande e, alla fine, impossibile: quella di fondere culture e stili di vita che, in un mondo ancora troppo vecchio e troppo bianco, avrebbero finito col travolgerli, proprio attraverso il travaglio creato dall’appartenere a due mondi, senza in realtà esser più parte di quello di provenienza, ma anche senza la possibilità di vivere del tutto in quello effimero che si agitava ancora soltanto nei loro pensieri e nel loro disordinato stile di vita.
Giovani bruciati e cavalcati da forze e dei più grandi di loro e dagli ambienti da cui provenivano. Stritolati tra i comandamenti del severo Dio dei Puritani e le esigenze del corpo degli dei africani, tra l’essere rappresentanti dei moti istintivi di ribellione delle giovani generazioni e le esigenze del mercato, tra il proprio IO profondo e l’omologazione del mondo perbenista adulto. Alfieri, talvolta inconsapevoli, della ricerca di un cambiamento culturale e sociale che attende ancora di venire.
Se amate il blues e se avete amato il pugno di giovani angeli caduti di cui si è qui parlato, in questa ennesima lunga estate calda prendetevi la briga di leggere questo libro e poi, magari, di rileggerlo ancora. Non ve ne pentirete.
N.B.
Il testo costituisce una parziale trascrizione e un adattamento della
conferenza tenuta dall’autore, il 9 aprile 2022, in occasione della
rassegna “Pagine sonore, note randagie”, organizzata in collaborazione
con Franco Ghigini, l’Associazione culturale Liber.Arti, l’Assessorato
alla Cultura del Comune e la Biblioteca comunale di Paderno (BS).
Note
Philip Tagg, Lettera aperta sulla “musica nera”, “afroamericana” ed “europea”, «Musica/Realtà» n. 29, Agosto 1989, pp. 53-79
Janheinz Jahn, Muntu. La civiltà africana moderna, Einaudi, Torino 1961
Henry Edward Krehbiel (10 marzo 1854 – 20 marzo 1923) è stato un critico musicale e musicologo statunitense che è stato redattore musicale per il «New York Tribune» per più di quarant’anni. Fece parte della prima generazione di critici americani a fondare una scuola di critica americana. Krehbiel credeva che il ruolo della critica fosse in gran parte quello di sostenere la musica che elevava lo spirito umano e l’intelletto, e che la critica dovesse servire non solo come mezzo per fare il gusto, ma anche come modalità per educare il pubblico. Il suo libro How to Listen to Music (in stampa dal 1896 al 1924) è stato ampiamente utilizzato come guida didattica dal pubblico musicale negli Stati Uniti durante gli ultimi anni del 19 ° secolo e i primi decenni del 20 ° secolo.
Stevie Van Zandt, Memoir. La mia odissea tra rock e passioni non corrisposte, Il Castello, Cornaredo (MI) 2021, p. 57
Stevie Van Zandt, op. cit., p.263
Paul E. Lovejoy, Storia della schiavitù in Africa. Cinque secoli di storia africana attraverso le trasformazioni della schiavitù, Bompiani, Milano 2019
Hari Kunzru, Lacrime bianche, il Saggiatore, Milano 2018, p. 63
Hari Kunzru, op. cit., p.102
Ball and Chain ricordate? Scritta da Willie Mae Big Mama Thornton e cantata con incredibile intensità da Janis Joplin nel suo disco più famoso con i Big Brother: Cheap Thrills – N. d. R.
Edmond C. Addeo, Richard M. Garvin, Leadbelly. Il grande romanzo di un re del blues, Shake Edizioni, Milano. pp. 107-109
Kate Solomon, Amy Winehouse. Una vita per la musica, 24 Ore Cultura, Milano 2021, p. 28
K. Solomon, op. cit., pp. 31-32
Ivi, p.105
Kunzru, op. cit., p.329
ivi, pag. 330
01/06/2022
Brasile - Volkswagen a processo per schiavitù
A rivelarlo sono la televisione ARD e il quotidiano tedesco “Sueddeutsche Zeitung”, secondo i quali i fatti contestati sono avvenuti tra il 1974 e il 1986, quando il Brasile era sotto dittatura militare, in una fattoria gestita da Volkswagen do Brasil nello Stato di Parà. In particolare, lavoratori temporanei sarebbero stati oggetto di violenze, trattamenti inumani e degradanti, commessi dai caporali e dalle loro guardie armate, assoldati dall’azienda. I dipendenti del gruppo durante questo periodo avevano chiesto un risarcimento per diversi anni, ma finora senza successo.
Nell’inchiesta giornalistica risulta che la sede centrale di Volkswagen a Wolfsburg sarebbe stata a conoscenza di questi eventi. “Una forma di moderna schiavitù”, ha dichiarato Rafael Garcia, il procuratore di Rio de Janeiro responsabile dell’inchiesta su Volkswagen. Secondo il magistrato, il gruppo “non ha soltanto accettato questa forma di schiavitù, ma l’ha anche promossa, era semplicemente lavoro a basso costo”.
La Volkswagen è stata chiamata a comparire davanti a un tribunale del lavoro di Brasilia il 14 giugno. Il 19 maggio il tribunale locale ha inviato un avviso alla società. Interpellato dall’AFP, un portavoce della Volkswagen ha assicurato che l’azienda sta prendendo “molto seriamente” il caso e i “possibili incidenti” che si sono verificati “e sui quali si basano le indagini delle autorità giudiziarie brasiliane”. Ma il gruppo ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli per il momento “a causa di possibili procedimenti legali”.
Secondo i due media tedeschi, le denunce esaminate dalla magistratura brasiliana sostengono che la casa automobilistica ha utilizzato “pratiche simili alla schiavitù” e “traffico di esseri umani” e accusano il gruppo di essere stato complice di “violazioni sistematiche dei diritti umani”.
All’epoca, il progetto del gruppo era quello di costruire un grande sito agricolo sulle rive del Rio delle Amazzoni per il commercio di carne, la Companhia Vale do Rio Cristalino. A questo scopo, centinaia di lavoratori a giornata e stagionali furono assunti tramite intermediari per eseguire lavori di deforestazione su 70.000 ettari di terreno. Secondo i media tedeschi, è probabile che la direzione dell’azienda abbia acconsentito a questa assunzione.
I media, che hanno consultato più di 2.000 pagine di testimonianze e rapporti di polizia, affermano che i lavoratori sono stati talvolta maltrattati da intermediari e guardie armate. Tra i documenti ci sono testimonianze di maltrattamenti di lavoratori che hanno cercato di fuggire e persino di sparizioni sospette.
Secondo i media tedeschi, la moglie di un operaio è stata violentata come punizione. Una madre sostiene addirittura che il figlio sia morto a causa degli abusi subiti. “Si è trattato di una forma moderna di schiavitù”, ha dichiarato ai media tedeschi il procuratore di Rio de Janeiro incaricato delle indagini, Rafael Garcia.
Ha detto che le condizioni di lavoro nel sito erano disumane, “con lavoratori che avevano la malaria, alcuni dei quali sono morti per la malattia e sono stati sepolti sul posto senza che le famiglie fossero informate”. “A quanto pare, VW non solo accettava questa forma di schiavitù, ma la incoraggiava, poiché si trattava di manodopera a basso costo”, ha aggiunto il procuratore.
Fonte
20/02/2022
Toussaint Louverture, la rivolta degli schiavi nella modernità
Nato schiavo nel 1743 in una piantagione di caffè situata nei pressi di Cap-Français, ad Haiti, Toussaint era nipote di un nobile africano del Dahomey, attuale Benin.
Suo padre, catturato e ridotto in schiavitù, era stato venduto al proprietario della piantagione di Breda, località sulla costa settentrionale dell’isola.
Per quanto fosse piccolo di statura, si era fatto apprezzare dal suo “padrone” per intelligenza, prontezza di riflessi ed affidabilità, oltreché per la conoscenza dell’arte medica, appresa in famiglia come medicina delle erbe.
Gli fu così consentito d’imparare a leggere e scrivere, diventando “maggiordomo” della piantagione e sposandosi con una donna libera, dalla quale ebbe due figli.
Nel 1776 fu affrancato dalla sua condizione servile e, diventato benestante, poté prendere in affitto una piantagione di tredici ettari, con una ventina di schiavi al suo servizio.
Fra i suoi libri non mancò la “Storia delle Due Indie” dell’abate Raynal, nella quale lesse che: “Ai neri non manca che un capo tanto coraggioso da trascinarli al riscatto ed alla vendetta. Dove sarà mai questo grand’uomo, questo novello Spartaco che non s’imbatterà in nessun Crasso?”.
Certamente suggestionato da simili idee, Toussaint si fece coinvolgere nell’insurrezione degli schiavi neri scoppiata al Bois-Caiman nella notte fra il 22 ed il 23 agosto del 1791 e capeggiata da un santone voodoo.
Quel giorno ebbe inizio la sua carriera di capo-popolo e “generalissimo” che, conquistati i galloni sul campo, lo avrebbe consacrato eroe della causa degli schiavi di colore ed artefice dell’indipendenza della sua Haiti.
Approfittando infatti del vuoto di potere e del caos generato sull’isola dalla Rivoluzione Francese e dai messaggi contraddittori provenienti dall’Assemblea nazionale che si guardò bene, almeno in principio, di abolire la schiavitù, Ognissanti col suo piccolo esercito personale di circa tremila uomini si rifugiò nel 1793 nella parte orientale dell’isola, presso gli Spagnoli di Santo Domingo, coi quali strinse un’alleanza militare in chiave anti-francese.
In pochi mesi riportò numerose vittorie contro i suoi ex-compatrioti, che gli guadagnarono appunto il cognome di “Louverture” per la facilità con cui apriva brecce nelle linee nemiche.
Nell’agosto del 1793 lanciò un proclama in cui si presentava come leader nero, invitando i suoi “fratelli” ad unirsi a lui per la redenzione della loro razza e l’instaurazione a Santo Domingo di un governo fondato sui valori della libertà, fratellanza ed uguaglianza, per poter così sradicare la malapianta dello schiavismo.
La sua popolarità crebbe in maniera esponenziale, di pari passo con le vittorie da lui riportate sul campo, tanto che nel febbraio del 1794 la Convenzione abolì ogni forma di schiavitù nei territori della repubblica, Haiti compresa.
Al tempo stesso il generale Laveaux, per conto del governo rivoluzionario, cercò di riguadagnare Toussaint alla propria causa, blandendolo con l’offerta del grado di generale di brigata, mai concesso ad un uomo di colore prima d’allora.
Dai e ridai, Toussaint si fece convincere, rientrando nei ranghi dell’esercito repubblicano e combattendo questa volta contro i suoi ex-alleati spagnoli e gli Inglesi, sbarcati sull’isola per mettere in difficoltà i Francesi.
Dovunque passasse, Toussaint emancipava gli schiavi, riorganizzava le piantagioni ed invitava i coloni a tornare al lavoro, assicurando loro protezione.
Con grande “savoir faire” riuscì a sbarazzarsi dei suoi avversari politici (tutti bianchi) facendoli uno dopo l’altro eleggere come deputati all’Assemblea Nazionale, in modo da rispedirli nella “Metropole” in ossequio al sempre valido principio del “promoveantur ut amoveantur”.
Senza più intralci,Toussaint nel 1797 si ritrovò a capo d’un esercito di circa 50.000 uomini coi quali riuscì prima a ricacciare gli Inglesi fuori dall’isola e poi a ridurre all’ordine alcuni ribelli, massacrati senza pietà con la condanna a morte di tredici rivoltosi, fra i quali il suo stesso nipote Mosè.
Al culmine della sua parabola ascendente Toussaint nel 1801 si impadronì anche della parte orientale dell’isola, dopo aver cacciato gli Spagnoli, autodesignandosi “Governatore generale a vita” di Santo Domingo col diritto di scegliere il suo successore senza alcun vincolo di subordinazione nei confronti della madrepatria francese.
Non aveva però fatto i conti con l’altro uomo forte che si stava imponendo sulla scena parigina, il Primo Console Napoleone Bonaparte, cui un personaggio tanto debordante non poteva certo andare a genio.
Quando poi si vide arrivare una lettera intitolata: “Du Premier des Noirs au Premiers des Blancs”, Napoleone pensò che la misura era colma.
Nel 1802 inviò sull’isola un’armata di 25.000 uomini armati fino ai denti, comandati da suo cognato generale Leclerc, che ebbero agevolmente la meglio su Toussaint, arresosi dietro promessa di potersi ritirare pacificamente nella propria piantagione.
Dopo nemmeno un mese però fu arrestato e tradotto in catene in Francia, per essere internato coi suoi vestiti leggeri, lui che aveva sempre vissuto una vita a temperature costanti di 28-30 gradi, nella tetra ed umida fortezza di Joux, nel dipartimento dello Jura, uno dei più freddi di tutto il Paese.
Gli bastarono nove mesi di prigionia per ammalarsi di polmonite e morire a soli 59 anni.
Tuttavia, la scintilla dell’indipendenza da lui accesa si era trasformata in un incendio indomabile, tanto che i suoi amici e fratelli, anche se orfani del loro “vate”, si ribellarono nuovamente, infliggendo una pesante sconfitta alle truppe di Leclerc e guadagnando così ad Haiti l’agognata indipendenza, proclamata il 1° gennaio del 1804.
Fonte
29/07/2021
Tecnicamente schiavisti
Quando abbiamo accusato di schiavismo i padroni e i vari Renzi e Salvini, che vorrebbero abolire il reddito di cittadinanza sennò i giovani rifiutano il lavoro, abbiamo espresso un giudizio politico.
Ora però la criminalità imprenditoriale diffusa ci permette anche di parlare tecnicamente di schiavismo.
Un’impresa veneta tre anni fa aveva fatto scalpore su tutti i mass media compiacenti perché lamentava di non trovare operai. Poi li ha trovati, con la tratta di schiavi pakistani, minacciati e picchiati dai caporali se osavano chiedere i diritti sindacali.
Ora i caporali sono in prigione e il giovane e brillante amministratore delegato ai domiciliari, per il solito trattamento di favore riservato a padroni e politici.
Ma sapete come si è scoperta questa fabbrica degli orrori? Perché in una notte del 2020, nel mezzo di una strada vicino a Padova, è stato trovato un pakistano massacrato di botte. Era stato abbandonato lì dai caporali, dopo il pestaggio che aveva subito perché si era ribellato alla schiavitù.
Il ragazzo avrebbe dovuto morire lì, travolto da qualche automezzo il cui conducente non avesse visto in tempo un corpo in mezzo alla strada. Un cadavere senza nome di extracomunitario, la cui morte sarebbe stata subito archiviata e avrebbe permesso di mantenere il silenzio sullo sfruttamento disumano alla Grafica Veneta.
Invece l’operaio si è salvato e ha potuto raccontare le infamie e gli orrori.
La Grafica Veneta non è un’aziendina border line. È una grande impresa grafica che stampa libri per tutte le case editrici. Il suo padrone Fabio Franceschi, che ora naturalmente dichiara come tutto avvenisse a sua insaputa, è stato azionista de il Fatto Quotidiano, da cui è uscito quando si è candidato in Parlamento con Forza Italia.
Come imprenditore e politico di successo Franceschi fece campagna contro il “reddito”, contro i timidissimi vincoli ai contratti a termine stabiliti dal “decreto dignità”, contro i giovani sfaticati e contro la burocrazia che impedisce alle imprese di crescere.
Un vero liberale lo definì Berlusconi. Come quei liberali del Settecento che si arricchivano con il commercio degli schiavi. A loro insaputa anch’essi.
Lo schiavismo e la violenza dello sfruttamento estremo stanno dilagando in Italia, e al vertice di questo sistema che viola i più elementari diritti umani ci sono sempre imprenditori perbene, riveriti e portati ad esempio.
Più di due terzi delle imprese italiane non rispetta leggi e contratti, nel mondo imprenditoriale la criminalità sociale ed economica è largamente maggioritaria.
Quando in tv vedete qualche imprenditore spiegare come dovrebbe funzionare il mondo e politici, economisti, giornalisti annuirgli soddisfatti, ricordatevi della Grafica Veneta.
Fonte
23/06/2021
Saluzzo, Alabama
Saluzzo è un comune di quasi ventimila abitanti, nella ricca provincia di Cuneo, uno dei centri del buon mangiare, del buon bere e del buon vivere in Piemonte, in Italia ed in Europa.
A Saluzzo ci sono tante attività di qualità e redditizie in tutti i settori, compresa un’agricoltura di eccellenza che commercia con tutto il mondo. A Saluzzo c’è la schiavitù, come e peggio che nei campi di più di cento anni fa.
Mamadou è intervenuto all’assemblea operaia della USB a Bologna sabato scorso e ha chiesto aiuto, per sé e per almeno altri duecento suoi compagni di lavoro. Sono tutti braccianti, in gran parte africani, sulle cui spalle poggiano tutte le campagne agricole del saluzzese. Dopo le pesche l’uva, quella da tavola e quella per vini rinomati e costosi.
Mamadou e i suoi compagni lavorano dall’alba al tramonto, tutti i giorni senza sosta. Sono tutti regolarmente assunti con contratto di lavoro, solo che questo contratto copre solo due giorni su trenta di prestazione effettiva.
Due giorni con contratto regolare, gli altri ventotto in nero e secondo la chiamata e le condizioni stabilite dai caporali, cui gli agrari affidano il controllo assoluto del reclutamento dei braccianti. Normalmente cinque euro sporchi all’ora.
E se qualcuno si ribella, e come Mamadou chiede un contratto regolare per tutto il suo tempo di lavoro, finisce nella lista nera di chi non lavorerà più. Sei un piantagrane e con i campi di Saluzzo hai chiuso, si è sentito dire il nostro compagno.
Tutto questo avviene ogni giorno con il silenzio e la complicità di tutte quelle autorità e istituzioni, di cui uno Stato tronfio e falso ogni giorno proclama l’impegno nella lotta al caporalato e al lavoro nero. Tutti sanno tutto, ma i braccianti devono lottare contro lo schiavismo, che fa la fortuna della moderna imprenditorialità agricola di Saluzzo.
Ma non è per questo che Mamadou ha chiesto aiuto. Lo ha fatto perché lui e tutti i suoi compagni di fatica non ce la fanno più a dormire nei parchi o ai bordi delle strade. Perché non solo gli schiavisti li derubano e sfruttano, ma non trovano loro neppure un alloggio.
Non c’è casa, capannone o baracca per i braccianti africani, devono dormire per terra e all’aperto. Naturalmente la cosa fa scandalo nella perbenissima Saluzzo, dove la destra attacca l’amministrazione di centro-sinistra, sì di centro-sinistra, perché non fa niente per il decoro della città e naturalmente nessun rappresentante politico chiede ai responsabili, i padroni agrari, di dare un vero contratto e una casa a coloro che li fanno arricchire.
Ma il decoro ha le sue esigenze, così ogni mattina succede questo. Alle cinque nei parchi e nelle strade arrivano i caporali che danno il via alla tratta dei lavoratori.
Poco dopo arriva la polizia che sgombera con ferocia tutti gli accampamenti di fortuna, che raccoglie coperte, zaini, tende, fornelletti, tutto ciò che ai braccianti serve per passare la notte, e lo butta nella raccolta dello sporco.
Molti braccianti così hanno anche perso i beni personali e persino i documenti, contenuti in qualche sacca finita nel macero del decoro.
Quasi ogni sera ed ogni mattina la storia si ripete: i braccianti si accampano all’aperto, poi all’alba vanno a lavorare e la polizia sgombera tutto ciò che i migranti non sono riusciti a portare con sé.
Ecco su questo ha chiesto aiuto Mamadou: almeno si faccia in modo di darci una capanna, persino come quelle che ci sono nei ghetti di Calabria o di Puglia, ha detto. Ma si sa, il Nord è più avanti e pretende decoro, quindi niente lamiere nei campi, i braccianti possono vivere all’aperto, tanto poi la polizia pulisce.
Questo di Mamadou è un appello per la stagione agricola del 2021, ma se cercherete nella cronaca saluzzese degli anni passati, scoprirete che è lo stesso ogni anno. II sistema si è abituato a funzionare così.
L’agricoltura di eccellenza del territorio si fonda su migranti sfruttati come schiavi, che neppure hanno il diritto di avere sopra la testa quel tetto che una volta agli schiavi era concesso.
Saluzzo, Alabama.
P.S. Diffondete e fate conoscere la denuncia di Mamadou.
Fonte
25/10/2020
USA - E pluribus unum: nazione o popolo?
E pluribus unum (in italiano “Dai molti uno”) è una locuzione latina tratta dal poema Moretum, attribuito a Virgilio.
Nel testo del poema si descrive il miscelarsi dei colori in uno solo (color est e pluribus unus).
Per il cittadino americano però, la massima ha un senso ed un’importanza completamente differenti: l’uso più noto della locuzione, infatti, è quello di motto nazionale degli Stati Uniti.
Un cenno storico
La scelta della frase risale al comitato che decise, nel 1776 all’inizio della guerra d’indipendenza americana, lo stemma nazionale e lì lo ritroviamo, inscritto in un nastro dorato tenuto dal becco dell’aquila dalla testa bianca al centro dello scudo, nonché su altre emissioni governative basate sullo stesso simbolo (per esempio sulle monete).
Fu ritenuto adatto ad indicare la difficile ricerca di un’unità a cui tendevano le tredici colonie americane.
Incarnava quindi uno degli obiettivi del conflitto: alla vittoria, dichiarandosi indipendenti dal Regno d’Inghilterra, i “molti” avrebbero proclamato la nascita di “una” Nazione.
La guerra per l’indipendenza americana durò dall’aprile 1775 al settembre 1783, e oppose le Tredici colonie nordamericane*, divenute successivamente il primo nucleo degli Stati Uniti d’America, alla ex madrepatria, il Regno di Gran Bretagna.
Solo nel 1778 gli Americani ebbero al loro fianco Francia e Spagna, quando la guerra iniziata come ribellione indipendentistica locale si trasformò in un conflitto più allargato tra le grandi potenze europee per il predominio sui mari e nei territori coloniali.
La Gran Bretagna invece poté rafforzare il suo corpo di spedizione in America, reclutando numerosi contingenti di truppe mercenarie tedesche, i cosiddetti Assiani.
Associando i fatti, tornano le immagini di decine di conflitti indipendentistici locali più o meno contemporanei, come le cosiddette “rivoluzioni colorate”, che nei decenni scorsi – dopo la fine della Guerra Fredda, e sull’onda della caduta del Muro di Berlino – continuano purtroppo a verificarsi in diverse parti del pianeta.
L’informazione mainstream le ha chiamate impropriamente rivoluzioni, per liberarsi dal giogo del tiranno di turno, in nome della “libertà”, quindi, di un valore imprescindibile e di un diritto di ognuno.
Sono più seriamente conflitti interni generati da interessi geo-economici ed eterodiretti da un neo colonialismo che come sempre cerca di darsi un volto “presentabile”, all’interno di un conflitto inter-imperialistico fra potenze che si va svolgendo ormai da tempo.
Una riflessione
La Rivoluzione d’indipendenza americana portava con sé un principio: le nuove istituzioni democratiche che sarebbero sorte da quel conflitto, avrebbero confermato i valori di libertà, eguaglianza e repubblicanesimo che in Europa avevano fin lì trovato solo espressione teorica. Quest’idea portava con sé un processo, esplicitato proprio in quel motto: e pluribus unum.
Solitamente quando si parla degli Stati Uniti ci si riferisce alla “nazione più potente del mondo”, o alla “nazione fondata sulla libertà e la democrazia”.
Il termine ed il concetto di “nazione” ha però diverse definizioni. Quella universalmente più accreditata proviene dal latino natio, (in italiano «nascita») e si riferisce ad una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche uniche, come il luogo geografico di nascita, la cultura (cioè la lingua, la religione, la storia e le tradizioni), l’etnia ed, eventualmente (ma non sempre), uno Stato e un governo.
L’individuo che fa parte di quella comunità deve quindi possedere questi “requisiti” se si vuole definire quel territorio “nazione”. Ma soltanto i nativi, gli unici nati su quel territorio, possedevano ai tempi, queste caratteristiche. Non a caso ancora oggi vengono indicati anche come nazione indiana.
A quel punto i cosiddetti “Padri Fondatori”, che ne pianificarono lo sterminio, relegarono in soffitta quello che era l’obiettivo iniziale: la creazione di una nazione unica nel suo modello, federale, ma unita.
Quando, nel 1787, stilarono la Costituzione degli Stati Uniti, nel preambolo inserirono la parola “popolo”, non più “nazione”.
Secondo la definizione comune, la parola “popolo” nel suo significato più specifico è termine giuridico che indica l’insieme delle persone fisiche che sono in rapporto di sovranità con uno Stato, titolari dunque di una sovranità che il più delle volte non viene esercitata in maniera diretta, ma delegata a uno o a più rappresentanti.
Il popolo perciò – in questa definizione – ha diritto di voto. Ma, nella Costituzione americana del 1787 furono esclusi dal suffragio i nativi americani, i neri, le donne, e perfino i bianchi che vivevano del loro salario o di lavori saltuari. Insomma, potevano votare solo i maschi bianchi e proprietari/padroni.
Anche il progetto di unificazione del popolo, venne così accantonato.
In questo frutto dell’albero avvelenato risiede il grande inganno: l’America è nata razzista e classista per Costituzione, ed il motto che ancora oggi la identifica – quel “E pluribus unum” – non è collegato né alla volontà di fondare una nazione unita, né tantomeno alla volontà di unificazione di un popolo, dal momento che si riferisce solo ad una parte del popolo stesso, quella che originariamente non era neanche nata su quella terra.
Non volendo ammettere la sconfitta dei propri obiettivi, quel popolo senza patria si immaginò simile a quello ebreo: aveva intrapreso un Esodo per sfuggire al giogo della corona britannica e aveva veleggiato verso una Terra Promessa dal proprio Dio, ed in suo nome l’aveva conquistata e poi l’avrebbe resa grande ed invincibile, compiendo così il suo mandato.
In fondo, molto di questo impasto ideologico è alla base del sogno americano – una scommessa che ben pochi riescono a veder realizzata – ma su cui si fonda lo stile di vita del suo popolo, quell’american way of life che nel XXI secolo ancora si identifica con i vecchi simboli, le vere icone su cui fu edificata l’America: la Bibbia, la Colt e la forca.
Riassumendo: l’unità di popolo per gli americani è imprescindibile, se vogliono completare il processo di creazione di una nazione.
Ma non è nelle corde di chi governa da sempre questo paese: i white anglosaxon and protestant (Wasp).
Questo il nodo. Nei secoli, ma soprattutto ora.
Lo stato dell’Unione
Il dovere di tenere unito il popolo americano spetta al presidente, il cosiddetto Father of The Country secondo l’appellativo che venne dato nella storia USA, prima a George Washington e poi dopo di lui ad Abraham Lincoln e Franklin D. Roosevelt.
Chiamare Donald Trump padre del paese, del suo popolo, sarebbe come pronunciare una bestemmia. Il compito del presidente dicevamo, non è quello di dividere ma di unire il proprio popolo; non aizzare, provocare, ma mediare, mitigare. Creare unione.
L’assimilazione delle diverse culture ed etnie, sotto ideali e valori comuni contribuisce sempre ad unificare un paese ma non è nella cultura del self made man, di cui Trump incarna tutte le caratteristiche peggiori.
Inoltre in questo momento non paga. E allora si continui ad inseguire l’american dream.
Il presidente in carica continua a spaccare l’America in due, tradendo anche gli apparenti ideali e valori dei Padri Fondatori che sono nel suo mandato.
Ha fatto della segregazione e della conseguente emarginazione di particolari gruppi etnici (neri, ispanici, nativi) la sua bandiera.
Continua ancora oggi a far leva su sentimenti e valori oscurantisti, i più biechi del patriottismo americano, quelli della peggiore tradizione wasp.
E questi sono sentimenti e valori divisivi; Trump però deve finire il suo lavoro di disunione, e va avanti.
Il suo popolo è bianco, anglosassone, e protestante. Wasp appunto qualunque sia la latitudine che abita. Di fatto però, finisce per stuzzicare l’anima razzista radicata nell’America profonda ed ereditata inconsapevolmente da ciascun americano moderno proprio da quei pionieri, spaventati dalla presenza dell’”altro”.
Ed allarga il suo bacino elettorale.
Minaccia brogli elettorali nel voto per posta, chiede aiuto a milizie armate di estrema destra e ricorda agli americani che il II emendamento è sempre nella Carta dei diritti, aspetta solo di essere onorato.
La popolazione è in balia di sé stessa, continua a ricevere messaggi contraddittori troppo spesso, anche sulle soluzioni per uscire dalla pericolosa pandemia che ha diviso ulteriormente gli Stati Uniti ed il mondo; non ha la lucidità per comprendere che superare le difficoltà del momento che attanagliano l’America sarebbe meno drammatico di quello che gli vogliono far credere: rispettare il concetto che discende da quel motto sullo stemma insomma, essere un solo corpo nella pluralità, sarebbe sicuramente un buon inizio. E liberarsi del tiranno.
Donald Trump, invece fin dalla campagna elettorale del 2016, ha usato la divisione come strategia politica. Il fastidio verso l’Europa, il disprezzo verso gli avversari democratici, il rancore verso i media hanno un comune denominatore: la ricerca di un oggetto ansioso, di un nemico da additare ai sostenitori; così da rimanere in sella.
A che punto è la notte
Puntuale, come un ladro nella notte, è arrivato a dare una mano a Trump il “provvidenziale” covid-19.
La tarantella sul suo contagio ha rispettato tutti i canoni di un modello di vita e di uno stile molto “americano”, una narrazione che è nell’immaginario di tutti, non solo dei suoi sostenitori.
Ha sbeffeggiato il suo nemico, è stato colpito, l’ha combattuto considerandolo una nullità e con l’aiuto della propria forza e di Dio lo ha debellato. I segni che ha sul proprio corpo, più o meno evidenti, mostrano comunque il cadavere del nemico. E di nuovo tornano gli elementi tradizionali e fondanti della comunità americana: Bibbia, Colt e forca.
Esibire il suo corpo ferito, ma in condizioni tali da poter continuare a combattere per tornare alla guida del paese è diventato merce elettorale che potrebbe permettergli purtroppo di passare all’incasso con facilità.
I dati di ieri ci dicono che a tre settimane dalle urne, hanno già votato per posta circa 10 milioni di americani (nella tornata elettorale precedente il totale si attestava a 1 milione e seicentomila) e che il candidato democratico, in base ai sondaggi sembrerebbe in testa, anche se di poco.
Non ci interessa fare previsioni elettorali, dal momento che la forte accelerazione che ha dato The Donald alla campagna per la presidenza sta toccando temi e corde che emotivamente colpiscono di sicuro più cuori e menti di quelli del suo consueto elettorato di riferimento.
Gli effetti invece potrebbero diventare devastanti, sia che la tornata elettorale venga vinta da Trump che da Biden.
Il bubbone di una possibile guerra civile, diversa da quella di secessione che vide contrapposto il nord contro il sud, bensì interna a ciascuno Stato, si profila all’orizzonte.
Trump ha incassato il dividendo elettorale, quattro anni fa. Ma ha lasciato macerie sul campo, e continua a lasciarne. Due Americhe combattono una guerra civile sotterranea: una bianca, libertaria, sospettosa, arrabbiata; l’altra multicolore, liberale, frustrata, furiosa.
Questa continua divaricazione porterà l’America nel baratro, o come è successo in altre occasioni, nei decenni scorsi, gli Stati Uniti troveranno una exit strategy ragionevole?
La corda è troppo tesa, la notte è oscura ed il mancato rispetto dei valori e degli intendimenti dei Padri Fondatori calpestati una volta di troppo.
Colonie della Nuova Inghilterra
Provincia del New Hampshire
Provincia della Massachusetts Bay
Colonia di Rhode Island e delle piantagioni di Providence
Colonia del Connecticut
Colonie di mezzo
Provincia di New York
Provincia del New Jersey
Provincia di Pennsylvania
Colonia del Delaware
Colonie del sud
Provincia del Maryland
Colonia della Virginia
Provincia della Carolina del Nord
Provincia della Carolina del Sud
Provincia della Georgia
Fonte
29/08/2020
La controrivoluzione schiavista di Bonomi
Il presidente della Confindustria Carlo Bonomi ha scritto una lettera ai capi delle sue associazioni locali e di categoria per celebrare i cento giorni del suo mandato.
Quel testo è una dettagliata ricapitolazione di tutte le più sfacciate, inique, miserabili e anche sciocche prepotenze di un padronato tra i più ottusi e dannosi d’Europa, degnamente rappresentato da un piccolo finanziere milanese laureato alla Bocconi.
Bonomi chiede la libertà di licenziamento, la fine della cassa integrazione e del reddito di cittadinanza, nuovi tagli alle pensioni e a ciò che resta del sistema sociale pubblico e poi soldi, soldi, soldi alle imprese, naturalmente senza vincoli e senza controlli: lo Stato paga e poi si ritira.
Del resto i padroni meritano, non sono forse stati in prima fila nel fermare il Covid? Sì, Bonomi lo sostiene e aggiunge indignato che solo inaccettabili pregiudizi antindustriali possono far credere che le imprese abbiano imposto di non fare le zone rosse e non abbiano posto la salute prima del profitto.
Fin qui l’ingordigia spudorata a danno del paese, che porta agli estremi tutto ciò che da più di trent’anni i padroni vogliono e spesso ottengono: che il sistema pubblico sia al servizio dei loro affari privati.
Ma la protervia delirante del presidente degli industriali raggiunge l’apice sui contratti, che il nostro vorrebbe rivoluzionari. Sì, è proprio questa la parola usata.
Ora noi sappiamo che a volte il termine “rivoluzione” viene usato per definire il suo esatto opposto. Il fascismo proclamava la propria rivoluzione. Reagan e Thatcher, negli anni '80 del secolo scorso, lanciarono la “rivoluzione liberista”, in realtà anticipata qualche anno prima da Pinochet.
La parola “riforma” oggi spesso significa il suo contrario, cioè controriforma, come sanno bene lavoratori e poveri, che appena sentono quella parola si chiedono cosa gli verrà portato via. E lo stesso vale per la parola “rivoluzione” quando la maneggiano ricchi e padroni: essa significa in realtà controrivoluzione reazionaria.
E questo è esattamente ciò che vorrebbe Bonomi, che chiede “contratti rivoluzionari” che superino – testuali parole – “lo scambio novecentesco salario orario”; e che per questo ha bloccato i rinnovi contrattuali per dieci milioni di lavoratori.
In realtà lo scambio che Bonomi vuole abolire è più antico del secolo scorso. È con la rivoluzione industriale del settecento che gli operai cominciano a ricevere una salario, di fame, per una montagna di ore lavorate. Prima di allora chi lavorava o era schiavo o servo della gleba.
Come si sa, anche il comunismo pensa al superamento del lavoro salariato, in una società di eguali dove ognuno possa accedere liberamente a ciò di cui ha bisogno. Ma francamente non pare che la “rivoluzione” di Bonomi abbia a che vedere col comunismo, anche se non è escluso che incontri qualche intellettuale postmoderno ben retribuito che la imbelletti così.
Siccome è da escludere che Bonomi voglia rinunciare all’orario di lavoro, è probabile che egli chieda ai lavoratori di non ricevere più il salario. Cosa per altro che già avviene con lo stage e forme simili di lavoro gratuito: non sei già contento di avere un lavoro, mica pretenderai anche un salario?
La proposta di Bonomi di superare il salario-orario, mentre si rivendica la piena libertà di licenziamento, ha un solo scopo e risultato: lo schiavismo.
Del resto non è un imprenditore milanese, anch’egli bocconiano, quel Guglielmo Stagno D’Alcontres che nella sua modernissima e pluripremiata “azienda bio” sfruttava come schiavi i migranti, di cui si proclamava razzialmente il “maschio dominante”?
È questa criminalità imprenditoriale dilagante il brodo di coltura della controrivoluzione di Bonomi, che nel nome della modernità vuol tornare nel Medio Evo e che può proclamare le sue follie reazionarie solo perché da decenni la politica italiana si genuflette di fronte ai padroni e alle loro mascalzonate.
Fonte
22/06/2020
USA - Lo stato dell’Unione
Cos’è il Juneteenth?
Il 19 giugno del 1865 è stata abolita la schiavitù nell’ultimo Stato in cui vigeva, il Texas.
Era il culmine della “guerra civile” che aveva visto contrapposti gli Stati secessionisti del Sud – che avevano dato vita alla Confederazione – e gli Stati dell’Unione al Nord, con l’attiva partecipazione degli afroamericani, resisi protagonisti della propria liberazione.
Le truppe dell’Unione, entrate il giorno primo in Texas, di fatto decretarono la fine della guerra e dell’esperienza secessionista iniziata in Carolina del Sud il 6 dicembre del 1860.
Un quotidiano dell’epoca la definì: “la più grande rivoluzione politica e sociale di quel periodo”.
Prima del 1860 l’aristocrazia latifondista del Sud, ed il sistema schiavistico di cui erano espressione, teneva saldamente in mano le redini del potere politico degli Stati Uniti con la ferma volontà di perpetuare un regime entrato complessivamente in crisi.
Quel sistema era fondamentale nella coltivazione di tabacco, caffè, canapa e soprattutto del cotone, vero “oro bianco” per i proprietari delle piantagioni, nonché una delle merci più esportate degli Stati Uniti a quei tempi.
Due terzi di tutto il cotone commerciato al mondo, l’80% circa della mastodontica industria tessile britannica, venivano coltivati nel Sud degli Stati Uniti.
Era una particolare forma di sfruttamento centrale nello sviluppo capitalistico dell’epoca, o come si espresse ai tempi un cronista di Montgomery, nell’Alabama: “l’istituzione dello schiavismo è semplicemente un ramo collaterale della grande questione politica del capitale e del lavoro”.
Negli Stati del Sud infatti una persona su tre era ridotta allo stato di schiavitù, circa 4 milioni di uomini; un regime in cui regnava il terrore, la negazione dell’istruzione ed un controllo capillare della vita degli schiavi che vivevano in baracche e che erano alla mercé del proprio padrone.
Una società comunque stratificata, quella del Sud, dove solo un quarto dei bianchi possedeva uno schiavo ed un padrone su otto – 46.000 persone in tutto – godeva del vantaggio competitivo datogli dal possedere almeno una ventina di schiavi.
Il rendimento del regime schiavistico era tre volte superiore, in termini di produttività, rispetto al “lavoro libero”, e questa particolare “merce” aveva un valore difficilmente immaginabile oggi.
L’elezione di Lincoln – il 6 novembre del 1860 – e l’affermazione del neo partito repubblicano cambiò l’ordine dei fattori, anche se proprio il nuovo presidente si dimostrerà pronto a tutto per salvare l’integrità degli Stati Uniti.
Nel giro di pochi anni la sensibilità delle élites politiche del Sud era maturata al punto che, nella loro visione del mondo, era meglio separarsi dagli Stati Uniti piuttosto che vedere minato il proprio potere politico, anche solo in prospettiva; non intravedevano quindi più alcuna possibilità di compromesso, com’era avvenuto invece nel 1850.
La partita in gioco era quindi il mantenimento o la conquista della leadership sul corso politico degli Stati Uniti nel suo complesso, tra due differenti fazioni del potere economico.
Nella maturazione di questa scelta di rottura dei “sudisti” influivano molti aspetti della lotta abolizionista – fatta anche “armi in pugno” – che avevano particolarmente spaventato l’oligarchia sudista.
Lo sviluppo di quella che veniva chiamata “ferrovia sotterranea” era giunta ad un tale livello che i cacciatori di schiavi che andavano al Nord per riacciuffare i fuggiaschi – una pratica consentita dal “compromesso” del 1850 – venivano attaccati dai membri di quell’organizzazione interrazziale che assicurava la fuga al Nord e/o in Canada agli schiavi fuggitivi.
La collera sudista raggiunse livelli parossistici quando in alcuni tribunali diverse giurie si rifiutarono di punire queste aggressioni.
Nel 1859, iIl tentativo di lanciare una rivolta armata di bianchi e di neri contro la schiavitù in Virginia da parte di un abolizionista del New England, John Brown, nonostante il suo fallimento concretizzò uno degli incubi peggiori per l’oligarchia sudista: gli abolizionisti del Nord che fomentavano una sommossa di schiavi nelle proprie terre.
L’elezione di Lincoln, il 6 novembre del 1860, sembrava concretizzare questi incubi nonostante il nuovo presidente, come riporta uno dei maggiori storici della guerra civile – Bruce Levine – fosse “pronto a tutto per evitare la secessione”.
Dopo quel sanguinoso conflitto (1860-1865) iniziò il periodo detto della “Ricostruzione”, in cui gli afro-americani liberati cercarono di dare vita ad una società nuova con istituzioni proprie (scuole, chiese ed attività economiche, tra l’altro) e sviluppare appieno i propri diritti politici.
A questo si contrapposero l’omicidio mirato dei leader neri, il linciaggio e i race riots in cui squadre di bianchi, istigate dall’establishment politico locale “revanchista”, attaccavano ed uccidevano gli afroamericani.
Uno di questi episodi, forse il più famigerato, si verificò a Tulsa, circa 100 anni fa. La città dove Donald Trump ha voluto tenere il suo primo comizio elettorale dopo il lock-down. Il 19 giugno – che non è una festa federale – per la comunità afroamericana ha sempre avuto una importanza particolare e quest’anno, dopo le mobilitazioni successive alla morte di George Floyd, ha assunto una valenza ancora più rilevante.
Quel percorso di “integrazione”, iniziato allora, è di fatto tutt’ora incompiuto. Come ha affermato giustamente l’attivista ed intellettuale afroamericano Cornell West: “l’America è un esperimento sociale fallito”.
Due eventi di cui avevamo già dato notizia restituiscono la dimensione dell’attuale polarizzazione politica negli Stati Uniti.
Da un lato il comizio di Donald Trump a Tulsa, cui è stata data abbondante esposizione mediatica, nonostante non sia stato particolarmente un successo come si augurava il presidente.
Trump a Tulsa
Dei 19.000 posti usufruibili, un terzo è rimasto vuoto, i suoi sostenitori che da giorni affollavano la città – per la stragrande maggioranza bianchi tra i 40 e i 60 anni – provenivano da altri Stati, nonostante proprio nell’Oklahoma Trump abbia vinto, distanziando i democratici di 36 punti percentuali nel 2016.
Il suo discorso non ha fatto alcun riferimento a George Floyd, né al movimento che sta caratterizzando gli States, né al 19 giugno, né allo storico massacro di Tulsa, ma solo all’abbattimento delle Statue dei confederati, in senso ovviamente negativo...
Ha però rinfocolato la sua paranoia contro gli attivisti di sinistra secondo un canovaccio consolidato; ha parlato del “Kung Flu” – cioè del Covid-19 – con la sua forte declinazione anti-cinese ed ha spiegato di come sia stato fatto un lavoro eccellente nel suo contenimento.
In generale non proprio un discorso che passerà alla storia, se non per la sua stupidità.
Lo sciopero dei portuali della Costa Ovest
L’altro avvenimento caratterizzante – di fatto ignorato dai media “liberal” che stanno dando molto spazio all’attuale movimento sorto dopo la morte di George Floyd – è stato lo sciopero di otto ore nei 29 scali della Costa Ovest, promosso dal sindacato dei lavoratori portuali dell’ILWU, la storica organizzazione degli scaricatori creata negli anni ’30.
Più di 10 mila lavoratori hanno incrociato le braccia nell’azione più significativa fatta dal movimento operaio in questa storica giornata – i lavoratori del sindacato dell’automobile si sono fermati per 9 minuti – che ha declinato praticamente la questione di “razza” in una più ampia questione di classe.
È stata superata quella “gabbia narrativa” che la stampa liberal ha voluto dare fin qui agli avvenimenti, ed è stato ribadito come l’azione dei lavoratori e delle lavoratrici sia uno dei perni su cui basare le proprie rivendicazioni complessive.
Questi lavoratori – come ha ricordato Angela Davis, che ha tenuto uno degli interventi più significativi nella mobilitazione a Oakland – si sono sempre caratterizzati per un sindacalismo che andasse per così dire oltre quello “bread and butter”, cioè legato a questione spicciole.
La fondazione della ILWU avvenne in seguito ad una mobilitazione di protesta per due portuali uccisi dalla polizia. È stato il primo sindacato a “de-segregare”, negli anni '30, le squadre di lavoro e ad imporre garanzie per il lavoro “a chiamata” che caratterizza l’organizzazione del lavoro portuale, attraverso l’istituzione della hiring hall, che non permette l’assunzione discrezionale da parte del padrone.
Ha manifestato contro l’internamento degli americani di origine giapponese durante la Seconda Guerra mondiale. Dalla parte di Martin Luther King jr e del movimento per i diritti civili, si è mobilitato contro l’Apartheid in Sud Africa ed in Palestina, contro la guerra in Afghanistan ed in Iraq e, più recentemente, al fianco di Occupy con il “Wall Street on Waterfront”.
Uno sciopero politico, quindi, che si inserisce in una tradizione di lotta quasi secolare e in un contesto dove ha cominciato a prendere forma un “nuovo movimento operaio” negli Stati Uniti.
Una conferma ed una rielaborazione del vecchio motto operaio: “un offesa fatta ad uno, è una offesa fatta a tutti!”.
Nel suo intervento ad Oakland, lo storico attivista ed artista afroamericano Boots Riley ha detto: “Qual è il prossimo passo? Una buona parte di questa domanda riguarda il potere. Il nostro potere deriva dal fatto che creiamo la ricchezza. La ricchezza è potere. Abbiamo la capacità di maneggiarlo. Abbiamo il potere di gestire il nostro lavoro, e shut shit down!”
L’ex cantante dei The Coup non poteva essere più chiaro.
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