Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/10/2025

Riflessioni a partire dallo sciopero

di Roberto Fineschi

I. Problemi di costruzione di un’identità politica di classe

Nonostante i deliri dello ius sanguinis e il “patriottardismo” del ventennio in nero, la stessa nozione di “popolo italiano” è un costrutto storico in divenire e, nonostante più di centocinquantanni di esistenza istituzionale, tutt’altro che consolidato. La frantumazione secolare, le differenze socio-economiche, culturali, istituzionali, linguistiche delle varie zone dell’attuale Italia politica hanno reso la creazione di un’entità definibile “popolo italiano” quanto mai complessa, irta di difficoltà e resa ancor più accidentata dalla peculiare composizione della lotta di classe in quel contesto

La sempre sottolineate estraneità – o addirittura opposizione – delle masse popolari per lo più contadine al processo risorgimentale, il carattere dispotico e disumano del regime liberale prima, del fascismo poi (ed il primo in verità meno popolare del secondo) hanno alimentato quello stesso sentimento di non immedesimazione, distacco, ribellione anarcoide contro le istituzioni, qualunque esse siano.

Solo la nascita dei movimenti socialisti prima e comunisti poi da una parte, lo strutturato solidarismo paternalistico cattolico dall’altra hanno contribuito a organizzare il comune sentimento di essere sulla stessa barca di una massa di diseredati mai diventati pienamente cittadini in senso “borghese”.

Il tardo e limitato sviluppo capitalistico, il carattere ultraelitistico delle classi dirigenti italiane hanno limitato il processo progressivo di borghesizzazione della società – la cittadinanza, l’identificazione progressista, e non puramente retorica, di nazione e stato – a una fascia limitata della popolazione, escludendo il “popolo”.

La natura di fondo anarcoide e disorganizzata di questo popolo, la refrattarietà a identificarsi in organizzazioni istituzionali, come si diceva, solo in parte è stata compensata dall’attività politica organizzata dei partiti di massa e ha lasciato fuori da questi processi una larga parte della popolazione che ha continuato a preferire, come aveva fatto per secoli, di far buon viso a cattivo gioco, senza capacità trasformativa di largo respiro, mirando al proprio “particulare” date le circostanze esternamente date (Guicciardini teorizza e docet).

In essi matura dunque semmai un sentimento solidale destrutturato di comune umanità diseredata (qui gioca un ruolo anche la comune matrice cattolica dell’essere umano in generale come individuo intimamente, ma non istituzionalmente, personale) contro l’istituzione nemica che può sfociare più in forme di ribellismo e/o più comunemente di dissenso passivo (mancata o finta adesione) piuttosto che in organizzazione e progettualità politica attiva.

Questo aspetto è rappresentato emblematicamente per es. in alcuni film di Monicelli (si pensi al finale de La grande guerra).

In casi eclatanti di violenza istituzionale può esplodere fragorosamente per una durata limitata e senza stabile prospettiva trasformativa.

Be’, a questo ci troviamo di fronte per l’ennesima volta anche oggi. La sfida politica, che in parte era stata vinta nei decenni del secondo dopoguerra, è dare un ordine e un’organizzazione a un movimento con tanto stomaco ma con una testa tanto più piccola del corpo. Le recentissime elezioni hanno confermato questa situazione: nessuna coincidenza tra protesta popolare di massa e risposta politica istituzionale.

È ancora una volta la sfida gramsciana dell’organizzazione e dell’egemonia che va affrontata urgentemente. Altrimenti, finita la “buriana”, i cattivi si faranno sentire da par loro.

II. Recapitulatio

1) Un paese viola da decenni il diritto internazionale.

2) Recentemente (e già prima non scherzavano) questa violazione ha assunto dimensioni di violenza inaudita, esplicita e inimmaginabile, disumana.

3) Questo paese può fare tutto ciò perché supportato dai padroni del mondo “occidentale” che lo utilizzano come testa di ponte per controllare l’area.

4) Quelli che erano vassalli del padrone occidentale – e che finché c’era la spauracchio dell’URSS dovevano apparire liberi e eguali e quindi avevano dei margini di manovra – ora sono decaduti alla status di servi da comandare (combattere al posto loro pagando loro le armi) e da spolpare (gas e concessione del controllo finanziario speculativo dell’economia nazionale con l’ingresso dei fondi di investimento, ecc., grande distribuzione via internet, ecc.) e quindi devono semplicemente obbedire. Prima potevano avere una voce dissonante sul Medioriente, ora devono dire signorsì.

5) ll paese genocidario è alleato del nostro, ci fornisce servizi di vario genere, ha addentellati fortissimi nel governo ma anche trasversalmente nel principale partito sedicente di opposizione (“sinistra per I….e”).

Gli Stati occidentali non solo stanno dalla parte del paese genocidario, senza di loro esso non potrebbe fare quello che fa, sono *complici*.

6) Per salvare la faccia con la popolazione occidentale progressista incredula si fa il giochino della piccole, tardive, concessioni: riconoscimento ma senza embargo, accompagnamento ma senza intervento, indignazione di alcuni mezzi di informazione (soprattutto in UK e USA) ma senza attaccare con la stessa intensità con cui si accusano i genocidari i propri governanti che ciò rendono possibile. Tutto ovviamente con la massima malafede e solo per sembrare bravi e onesti.

7) Non c’è niente da dimostrare, è inutile prendere sul serio le chiacchiere dei vari lacchè che quotidianamente si arrampicano sugli specchi a dispetto del ridicolo e della perdita della dignità che non hanno mai avuto. È sbagliato riconcorrerli nei loro non ragionamenti fatti solo per ingarbugliare il discorso e farlo finire in vicoli ciechi. Bisogna lasciarli perdere ed elencare semplicemente le violazioni continue e ripetute, manifestare e, soprattutto, organizzarsi perché questa indignazione diventi una voce politica.

8) Questa voce deve darsi uno statuto organizzativo, far capire al ceto medio nostrano che verrà spazzato via dai padroni a stelle e strisce senza pietà nel giro di breve, e che è nell’interesse nazionale anche dei più refrattari porre la questione degli schieramenti internazionali in cui conviene strategicamente collocarsi.

III. Contro la barbarie, sciopero generale!

Tutto nasce ormai più di 100 anni fa come progetto coloniale in cui arabi ed ebrei vengono ingannati con promesse di autonomia statuale ed entrambi strumentalizzati dai “grandi civilizzatori” del governo inglese.

Prosegue come tentativo di egemonia sull’area all’inizio della guerra fredda tra URSS e Inghilterra che muovono pedine sullo scacchiere (valutazione clamorosamente sbagliata di Stalin al tempo).

Già a questo punto l’escalation della violenza ha raggiunto livelli che violano sia il diritto internazionale che quello umanitario.

Subentrando le elites a stelle e strisce e aumentando massicciamente il controllo/finanziamento e infine cadendo l’URSS si rompe ogni argine, fino alla mattanza attuale.

La sproporzione tra le forze da mettere in campo per salvare la Palestina e il “guadagno” che può fruttare a un qualunque “decisore” internazionale è grande. La battaglia è ardua. Ma non è una battaglia vana, né solo locale.

Come nella Gerusalemme liberata accade a Rinaldo di fronte allo scudo che riflette la sua immagine corrotta, tutto ciò ha destato le masse dal torpore indotto dai paradisi artificiali in cui vengono tenute drogate, dai sessualismi, edonismi, particularismi, consumismi del nulla. Dalla percezione di una vera e propria crisi di civiltà.

L’enormità è tale che non si può non vedere, non si può fare finta di niente, se non altro non si può non temere che tanta violenza fuori da ogni controllo domani possa tornare a sconvolgere l’esistenza “normale” anche da noi.

Se la crescita della coscienza politico-sociale è da tempo arrestata, è anzi in regresso, ciò non ha cancellato, almeno in molti, il sentimento di una comune umanità (che anch’esso non ha niente di naturale ma è un’acquisizione storica).

Questo risveglio va fatto fruttare. La frammentazione politica non si cancella con uno slancio di buone intenzioni. Va creata una piattaforma comune in cui convergere con un paio di obiettivi strategici comuni sui quali focalizzarsi, lasciando da parte le divisioni identitarie (che ovviamente si possono mantenere ma che non devono confliggere con il raggiungimento degli obiettivi minimi comuni).

Il primo obiettivo minimo comune, per chiamare la barbarie con il suo nome, è lo sciopero generale!

IV. Ipotesi per il dopo

Senza pretesa di dettare linee a nessuno, solo ragionamenti a voce alta per riflettere.

1) La premessa di cui sono convinto è che, se questo potente, poderoso, incoraggiante movimento non riesce a darsi una qualche organizzazione o delle linee guida di convergenza, c’è il rischio che faccia la fine di tutti gli altri movimenti che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni, ovvero che si disperda e che non si riesca a chiudere la strada alla montante reazione che gli farà seguito.

2) Il movimento è molto ampio e composito, ha molte anime e molte teste, molte identità. Ipotizzare una “unità” non dico organizzativa (direi assolutamente impossibile), ma anche ideale significa secondo me non voler guardare in faccia la realtà. Anzi, rischia di essere controproducente perché impone di trovare delle mediazioni su fortissime questioni identitarie che finirebbero per avere il sopravvento, risultare divise e, soprattutto, confinare la discussione, temo, su un inconcludente terreno ideologico.

3) Per questo motivo credo che non sia questa la strada da intraprendere. Non perché sia impossibile, ma direi che è decisamente prematura e, più che a unità e organizzazione, porterebbe a divisioni.

4) L’idea dunque potrebbe essere non affrontare il tema di un’organizzazione comune, ma di (pochi, chiari, decisivi) *obiettivi comuni*, che lascino da parte le questioni identitarie e che invece valorizzino la convergenza verso temi concreti su cui tutti siamo d’accordo.

5) Ciò potrebbe essere possibile ipotizzando piattaforme terze, anche istituzionali (alleanze, coalizioni, anche una specie di “partito” che abbiano delle *precise regole di funzionamento*) in cui nessuno confuisce, ma in cui si individuano e discutono gli obiettivi comuni per i quali ci si mobilità unitariamente.

6) I punti possibili sono ovviamente molti e ovviamente soggetti alla negoziazione di chi intendesse imbarcarsi in un’operazione del genere. A mio avviso, anche per mantenere il legame con il movimento in atto uno fondamentale dovrebbe essere defalcare le ingenti spese militari programmate (e anche quelle per il ponte) e, in secondo luogo, reindirizzarle verso politiche del lavoro. Abbiamo valenti economisti eterodossi con cui ipotizzare piani di ammodernamento della rete ferroviaria secondaria (pendolari), piani per l’edilizia popolare, riqualificazione del territorio, ecc. Ovviamente scuola e sanità pubbliche, ecc.

7) È qualcosa che non va fatto in astratto o in linea di principio (come le mie chiacchiere), ma concretamente, cifre alla mano su ricaduta occupazionale, effetto volano sull’indotto, ecc. Ci sono delle figure che possono farlo.

E, come scrisse Marx alla fine della Critica del programma di Gotha riecheggiando il vecchio Ezechiele 3,19, “dixi et salvavi animam meam”, che, detto da uno che non crede nell’immortalità dell’anima, vuole suonare scherzoso.

Fonte

10/05/2023

Il ritorno dell’ultraterreno tramite il calcio

A metà degli anni ’60, ancora nell’epoca d’oro della società dei consumi americana, apparve su American Anthropologist un articolo firmato da William Branch Johnson dal titolo esemplare: “Football, A Survival of Magic ?”.

Si trattava di football americano ma, a maggior ragione, l’articolo di Branch Johnson rompeva con una serie di luoghi comuni tra i quali l’idea che il maggiore sport degli USA fosse una disciplina totalmente commodificata, ridotta a semplice bene di consumo e quella che non fosse oggetto di indagine antropologica attraverso il tema del magico, uno dei temi strutturali dell’antropologia da sempre. Tra l’altro Branch Johnson ipotizzava che il football professionistico americano fosse un terreno di sopravvivenza del magico al contrario di come in Europa, all’epoca, si vedeva il calcio: come un divertimento frivolo o come una sorta di stadio finale dell’alienazione da superconsumo.

Oggi è consolidato il fatto che lo sport sia una rappresentazione del magico: la performance, il record, i rituali, la produzione di gesti ed eventi eccezionali sono tutti elementi che richiamano a questa dimensione straordinaria. Inoltre il magico, se si legge un classico come Frazer, è una dimensione antropologicamente autonoma sia dalla religione che dalla scienza che dimostra, se ci allontaniamo un attimo dall’autore del Ramo d’oro, anche attraverso lo sport di sapersi riprodurre, in forme sempre nuove, in una miriade di contesti anche lontani dal soprannaturale.

Nella rappresentazione sportiva del magico ritroviamo questa dimensione autonoma, e straordinaria, che assorbe elementi culturali della religione (lessico del miracolo compreso) e della scienza (il record, le statistiche). In questo modo lo sport diventa una forza antropologicamente autonoma che si estende sulla società, produce eccitazione liminale, rottura energetica dei confini sociali tra vaste masse di persone, gesti, momenti ed eventi codificati come straordinari con un linguaggio e un sistema simbolico adeguati a questa dimensione del magico che non ha a che fare con il soprannaturale ma con la rappresentazione onirica della forza del sociale. È un nuovo tipo di magico, quello della forza del sociale, ormai permanente, che cresce e muta all’interno di quella istituzionalizzazione del gioco che chiamiamo sport, nella sua mediatizzazione, nella sua popolarizzazione attraverso molte forme dai social e grazie a cosa avviene in campo aperto. Come si vede, questo non è un mondo disincantato ma, piuttosto, diversamente incantato nel quale gli elementi del magico emergono dai processi che si pensano essere antropologicamente sterili, commodificati, oggetti di consumo senza significato.

Il calcio, molto più degli altri sport, produce una serie di grandi eventi che elaborano il linguaggio e il simbolico del magico. Questo non avviene solamente a Napoli, nell’esplosione tellurica delle feste per lo scudetto, ma è oggetto di analisi anche dove meno te lo aspetti come in Svezia, dove il magico ricorda echi di culture norrene. Certamente il calcio, specie quello che in gergo viene chiamato “calcio moderno” cioè il gioco in mano alle pay tv di ogni genere, è un fenomeno altamente commodificato. Ma la rappresentazione del magico nel calcio, che produce il simbolico dello straordinario e della rottura dei confini socialmente stabiliti, tende anche a sfuggire ai processi di commodificazione. Per cui i festeggiamenti dello scudetto del Napoli, per quanto mediatizzati, istituzionalizzati, pervasivi sui social, vendibili in molte forme tanto da alimentare una economia, finiscono per oltrepassare con forza tutte queste dimensioni disponendosi come qualcosa di magico irriducibile alla stessa commodificazione che ha contribuito a produrli.

In questo senso, in quanto appartenente a quel genere di magico, l’evento scudetto del Napoli aiuta ad aggiornare, oltre al calcio, il concetto di popolo, di rito, le modalità di socializzazione, la disposizione delle gerarchie di potere. Per fare questo, antropologicamente parlando, dobbiamo andare nello specifico napoletano e, prima ancora, in quello del sud. In Sud e magia di De Martino, testo tanto celebrato quanto ancora inesplorato, la magia cerimoniale dei contadini lucani rappresenta un elemento essenziale di protezione e di cura delle classi popolari dai processi sociali che li vogliono subalterni.

In De Martino, la rappresentazione magica, che avviene grazie a figure magiche specialistiche, non solo è liturgia dello straordinario, e momento liminale, ma anche valorizzazione delle figure sociali subalterne presenti nella società lucana. Nei festeggiamenti per lo scudetto del Napoli, quelli che travalicano ogni confine urbano, la figura magica specialistica, quella che produce lo straordinario, si sostanzia negli undici calciatori messi in campo assieme a tutte le figure in grado, attraverso il calcio, di produrre questo straordinario dallo speaker dello stadio ai commentatori ascoltati in tv a chi fa post virali sui social. È evidente la valorizzazione delle classi subalterne in questo processo tanto che, nelle rappresentazioni dei festeggiamenti per lo scudetto, è forte l’identificazione tra città, luoghi e rioni popolari. La magia, quella “nuova” della forza del sociale, è quindi quello che è sempre stata nel testo di De Martino, un processo di valorizzazione delle classi subalterne, su un terreno consolidato ma del tutto contemporaneo quello della partecipazione tellurica ai grandi eventi sportivi. La risoluzione positiva, la cura benefica delle sofferenze del tifoso napoletano, che aspettava lo scudetto da 33 anni e che nel frattempo ha visto anche la C, è effetto dell’azione di queste figure magiche specialistiche che agiscono entro la forza sociale del magico dettata dal calcio.

Nelle letture dei festeggiamenti dello scudetto del Napoli si leggono poi espressioni come “riscatto dei popoli del sud” che sono troppo e troppo poco rispetto a quello che sta accadendo. Sono troppo perché espressioni esagerate e generiche che non colgono la differenza tra fenomeno magico e politico infatti nel secondo intervengono elementi di razionalizzazione di massa dei processi, di scontro che trattengono solo in parte ciò che è socialmente prodotto dal magico diffuso. Troppo poco perché non vedono che la dimensione dell’incanto, dell’onirico che scende sulla terra, del magico come forza sociale è più profonda e diffusa dei processi di “riscatto” tanto da sopravvivere a ogni ondata di protesta politica. La massa, la forza sociale del magico, dell’onirico che scende sulla terra, non si sovrappone mai al politico casomai ne alimenta gli elementi energetici: è forza liminale, rottura dei confini quindi, ma non diretto rovesciamento dei rapporti di potere.

Nella forza sociale del magico, come nei festeggiamenti della vittoria del Napoli, sono presenti almeno tre tipi di masse: quelle quiete, controllabili da un potere pastorale, oggetto delle attenzioni e dei decreti istituzionali; quelle dionisiache che travalicano ogni confine e rappresentazione; quelle, appunto, che alludono a un linguaggio di riscatto sociale. Queste ultime quindi esistono, si vedono, ma non sono predominanti.

Le feste per lo scudetto del Napoli sono fenomeno magico che è alimentato dai codici delle ritualità che contiene, da quelle del capodanno a quelle del carnevale, ai matrimoni e ai funerali degli avversari perché il magico, come da tradizione, mette in contatto i vivi con i morti. Durante i festeggiamenti per il primo scudetto qualcuno scrisse in un cimitero napoletano “cosa vi siete persi” era un messaggio rivolto all’interno del proprio mondo che delimitava il tempo dell’esplosione tellurica della festa dividendo, con ironia, tra coloro che avevano potuto partecipare e coloro che erano già morti. Oggi, la delimitazione tra i morti e i viventi, che esalta questi ultimi come partecipanti della forza sociale del magico, è stata celebrata seppellendo simbolicamente, e la rappresentazione è finita velocemente sui media e sui social, gli avversari del Napoli dividendo geograficamente tra i morti e chi partecipa alla forza sociale del magico. Da fenomeni come questo si vede uno spostamento nella definizione del concetto di popolo, quello che contiene i tre tipi di masse: da un popolo che parla a sé stesso a uno che definisce i confini geografici nei quali avviene l’onirico che si realizza sulla terra grazie alla forza sociale del magico.

In questo senso i linguaggi della devozione, perché non diretti al soprannaturale ma interni alla forza sociale del magico, subiscono un importante processo di rilettura. Nel testo a cura di Gianfranca Ranisio e Domenica Borriello, dedicato ai linguaggi e alle forme espressive del patrimonio sacro nella cultura napoletana (Linguaggi della devozione, 2015, Edizioni di pagina) troviamo questa dimensione espressiva già pronta sia per il congedo dalla descrizione del soprannaturale che per la sua convivenza con i fenomeni sportivi. Infatti le curatrici precisano che il patrimonio sacro ha una vasta gamma espressiva da quella della ritualità festiva, commemorativa, a quella dell’iconografia, dell’oralità, della museografia a quelle che vengono chiamate “le nuove produzioni del web e della multimedialità”. In questo senso, già occupata questa gamma espressiva coincidente con la capacità di produzione di significati off e online, il passaggio all’elaborazione delle forme espressive del culto di Osimeh è stato solo questione di risultati. E la forza della rappresentazione di questo culto ha invaso le strade di Napoli come TikTok entro una visibilità immediata e globale.

Ed è sempre attraverso la rappresentazione dei morti che finisce di definirsi la struttura della forza sociale del magico espressa dai festeggiamenti per il terzo scudetto. Questo perché i morti rappresentano un confine, definendo così una struttura sociale, la sua identità, gli elementi di ordine e quelli caotici che contiene. L’emergere dell’ultraterreno, rielaborato in termini di forza sociale del magico non come evocazione del soprannaturale ma come atto di devozione terrena, rappresenta questo ultimo passaggio che non può che essere rappresentato dal murale di Maradona divenuto, da tempo, oggetto di pellegrinaggio.

Nella descrizione del Maradona Tour su Tripadvisor lo storico numero 10 del Napoli, potente e dominante tratto unitario tra il magico di ieri e quello di oggi, viene descritto “venerato come un semidio”. Ora la definizione antropologica di semidio può essere sempre mutevole e sfuggente ma in questo caso definisce cosa è l’ultraterreno come forza sociale del magico sganciata dalla devozione verso il soprannaturale pur entro un processo di acquisizione delle sue forme simboliche. Si tratta di un ultraterreno espresso dalle forme di devozione calda per un defunto, in questo caso Maradona, con capacità, in questo caso sportive, inarrivabili per quasi tutti.

Ma a cosa serve l’ultraterreno? Soprattutto a strutturare il rapporto tra i vivi e i morti, evitando forme caotiche di devozione legate alla convivenza confusa tra le due dimensioni, indirizzando, verso l’alto, la devozione per le forme di eccellenza, le vite straordinarie definitivamente trapassate. Ultraterreno significa, letteralmente, al di sopra dei limiti terreni e quindi capace di porre confine tra terra e cielo. L’ultraterreno nella forza sociale del magico prodotta dal calcio pone nelle qualità, sociali non soprannaturali, a Maradona che serve così come elemento regolatore, quello che definisce ciò che è terra e ciò che è cielo, dell’intera struttura del magico napoletano.

Siamo quindi all’interno di una dimensione sociale del magico la quale, come ogni struttura di questo tipo, trova una forma nella rappresentazione dei morti. Definendo confini geografici, nella sepoltura simbolica degli avversari e strutturandosi entro un concetto di cielo e di terra, di alto e di basso come di valore e di disvalore, legittimato dal culto di Maradona oggetto di pellegrinaggi fatti da un nuovo genere di paganesimo.

Naturalmente questo genere di magico, l’evento scudetto del Napoli aiuta ad aggiornare, oltre al calcio, il concetto di popolo, di rito, le modalità di socializzazione, la disposizione delle gerarchie di potere. Per quanto riguarda il calcio, il calcio moderno, è evidente che i pesanti processi di commodificazione subiti negli ultimi decenni hanno semplicemente spostato la sua capacità di produrre magico entro pratiche di piazza, come da tradizione, ma anche su tutte le piattaforme mediali trasformate in espressione del magico non tanto della commodificazione. Tutto questo ne fa un magico persino maggiormente pervasivo rispetto al passato nel momento in cui è evidente il distacco dal soprannaturale. Il concetto di popolo, visto dal punto di vista del magico, è qualcosa di molto più esteso di quello concepito dal politico, il cui simbolico è comunque espresso in questa forza sociale. Del resto anche nell’epoca dei partiti di massa, pervasivi e tendenti a occupare ogni interstizio della società, il popolo, qualsiasi cosa fosse, e il politico erano sempre comunque lontani da un processo di sovrapposizione.

Riti e processi di socializzazione, di conseguenza, subiscono il processo visto per le forme di devozione del napoletano: contengono elementi delle precedenti codificazioni storiche che, off e online, finiscono per tuffarsi nella nuova dimensione. E le forme del potere? Ogni rito, specie se rinnovato, esalta il potere di chi è in grado di officiarlo ma, soprattutto, le forme del potere istituzionale rimangono, di fronte al tellurico sociale, stavolta magico, le stesse. Cercando di presidiare, delimitare, definire confini che verranno travolti in una serie di atti e di pratiche che, però, rimangono intatte una volta passata l’ondata.

Che tipo di Italia ne esce da questo genere di eventi? Il sud lungo gli anni ’10 ha subito una contrazione del PIL simile a quella della Grecia. Quello che vediamo in questi giorni è anche la risposta, elaborata in silenzio a lungo, energetica e magica a quanto accaduto con differenza rispetto al nord nel quale i riti di festa sono comunque contenuti. In questa risposta stabilire una dimensione ultraterrena, evita confusione nella festa, mette ordine e ridefinisce lo spazio del caos e dell’indefinito non come irrazionale ma come un qualcosa di molto moderno: l’intreccio tra razionale e onirico.

Fonte

25/10/2020

USA - E pluribus unum: nazione o popolo?

Le origini di un fallimento

E pluribus unum (in italiano “Dai molti uno”) è una locuzione latina tratta dal poema Moretum, attribuito a Virgilio.

Nel testo del poema si descrive il miscelarsi dei colori in uno solo (color est e pluribus unus).

Per il cittadino americano però, la massima ha un senso ed un’importanza completamente differenti: l’uso più noto della locuzione, infatti, è quello di motto nazionale degli Stati Uniti.

Un cenno storico

La scelta della frase risale al comitato che decise, nel 1776 all’inizio della guerra d’indipendenza americana, lo stemma nazionale e lì lo ritroviamo, inscritto in un nastro dorato tenuto dal becco dell’aquila dalla testa bianca al centro dello scudo, nonché su altre emissioni governative basate sullo stesso simbolo (per esempio sulle monete).

Fu ritenuto adatto ad indicare la difficile ricerca di un’unità a cui tendevano le tredici colonie americane.

Incarnava quindi uno degli obiettivi del conflitto: alla vittoria, dichiarandosi indipendenti dal Regno d’Inghilterra, i “molti” avrebbero proclamato la nascita di “una” Nazione.

La guerra per l’indipendenza americana durò dall’aprile 1775 al settembre 1783, e oppose le Tredici colonie nordamericane*, divenute successivamente il primo nucleo degli Stati Uniti d’America, alla ex madrepatria, il Regno di Gran Bretagna.

Solo nel 1778 gli Americani ebbero al loro fianco Francia e Spagna, quando la guerra iniziata come ribellione indipendentistica locale si trasformò in un conflitto più allargato tra le grandi potenze europee per il predominio sui mari e nei territori coloniali.

La Gran Bretagna invece poté rafforzare il suo corpo di spedizione in America, reclutando numerosi contingenti di truppe mercenarie tedesche, i cosiddetti Assiani.

Associando i fatti, tornano le immagini di decine di conflitti indipendentistici locali più o meno contemporanei, come le cosiddette “rivoluzioni colorate”, che nei decenni scorsi – dopo la fine della Guerra Fredda, e sull’onda della caduta del Muro di Berlino – continuano purtroppo a verificarsi in diverse parti del pianeta.

L’informazione mainstream le ha chiamate impropriamente rivoluzioni, per liberarsi dal giogo del tiranno di turno, in nome della “libertà”, quindi, di un valore imprescindibile e di un diritto di ognuno.

Sono più seriamente conflitti interni generati da interessi geo-economici ed eterodiretti da un neo colonialismo che come sempre cerca di darsi un volto “presentabile”, all’interno di un conflitto inter-imperialistico fra potenze che si va svolgendo ormai da tempo.

Una riflessione

La Rivoluzione d’indipendenza americana portava con sé un principio: le nuove istituzioni democratiche che sarebbero sorte da quel conflitto, avrebbero confermato i valori di libertà, eguaglianza e repubblicanesimo che in Europa avevano fin lì trovato solo espressione teorica. Quest’idea portava con sé un processo, esplicitato proprio in quel motto: e pluribus unum.

Solitamente quando si parla degli Stati Uniti ci si riferisce alla “nazione più potente del mondo”, o alla “nazione fondata sulla libertà e la democrazia”.

Il termine ed il concetto di “nazione” ha però diverse definizioni. Quella universalmente più accreditata proviene dal latino natio, (in italiano «nascita») e si riferisce ad una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche uniche, come il luogo geografico di nascita, la cultura (cioè la lingua, la religione, la storia e le tradizioni), l’etnia ed, eventualmente (ma non sempre), uno Stato e un governo.

L’individuo che fa parte di quella comunità deve quindi possedere questi “requisiti” se si vuole definire quel territorio “nazione”. Ma soltanto i nativi, gli unici nati su quel territorio, possedevano ai tempi, queste caratteristiche. Non a caso ancora oggi vengono indicati anche come nazione indiana.

A quel punto i cosiddetti “Padri Fondatori”, che ne pianificarono lo sterminio, relegarono in soffitta quello che era l’obiettivo iniziale: la creazione di una nazione unica nel suo modello, federale, ma unita.

Quando, nel 1787, stilarono la Costituzione degli Stati Uniti, nel preambolo inserirono la parola “popolo”, non più “nazione”.

Secondo la definizione comune, la parola “popolo” nel suo significato più specifico è termine giuridico che indica l’insieme delle persone fisiche che sono in rapporto di sovranità con uno Stato, titolari dunque di una sovranità che il più delle volte non viene esercitata in maniera diretta, ma delegata a uno o a più rappresentanti.

Il popolo perciò – in questa definizione – ha diritto di voto. Ma, nella Costituzione americana del 1787 furono esclusi dal suffragio i nativi americani, i neri, le donne, e perfino i bianchi che vivevano del loro salario o di lavori saltuari. Insomma, potevano votare solo i maschi bianchi e proprietari/padroni.

Anche il progetto di unificazione del popolo, venne così accantonato.

In questo frutto dell’albero avvelenato risiede il grande inganno: l’America è nata razzista e classista per Costituzione, ed il motto che ancora oggi la identifica – quel “E pluribus unum” – non è collegato né alla volontà di fondare una nazione unita, né tantomeno alla volontà di unificazione di un popolo, dal momento che si riferisce solo ad una parte del popolo stesso, quella che originariamente non era neanche nata su quella terra.

Non volendo ammettere la sconfitta dei propri obiettivi, quel popolo senza patria si immaginò simile a quello ebreo: aveva intrapreso un Esodo per sfuggire al giogo della corona britannica e aveva veleggiato verso una Terra Promessa dal proprio Dio, ed in suo nome l’aveva conquistata e poi l’avrebbe resa grande ed invincibile, compiendo così il suo mandato.

In fondo, molto di questo impasto ideologico è alla base del sogno americano – una scommessa che ben pochi riescono a veder realizzata – ma su cui si fonda lo stile di vita del suo popolo, quell’american way of life che nel XXI secolo ancora si identifica con i vecchi simboli, le vere icone su cui fu edificata l’America: la Bibbia, la Colt e la forca.

Riassumendo: l’unità di popolo per gli americani è imprescindibile, se vogliono completare il processo di creazione di una nazione.

Ma non è nelle corde di chi governa da sempre questo paese: i white anglosaxon and protestant (Wasp).

Questo il nodo. Nei secoli, ma soprattutto ora.

Lo stato dell’Unione

Il dovere di tenere unito il popolo americano spetta al presidente, il cosiddetto Father of The Country secondo l’appellativo che venne dato nella storia USA, prima a George Washington e poi dopo di lui ad Abraham Lincoln e Franklin D. Roosevelt.

Chiamare Donald Trump padre del paese, del suo popolo, sarebbe come pronunciare una bestemmia. Il compito del presidente dicevamo, non è quello di dividere ma di unire il proprio popolo; non aizzare, provocare, ma mediare, mitigare. Creare unione.

L’assimilazione delle diverse culture ed etnie, sotto ideali e valori comuni contribuisce sempre ad unificare un paese ma non è nella cultura del self made man, di cui Trump incarna tutte le caratteristiche peggiori.

Inoltre in questo momento non paga. E allora si continui ad inseguire l’american dream.

Il presidente in carica continua a spaccare l’America in due, tradendo anche gli apparenti ideali e valori dei Padri Fondatori che sono nel suo mandato.

Ha fatto della segregazione e della conseguente emarginazione di particolari gruppi etnici (neri, ispanici, nativi) la sua bandiera.

Continua ancora oggi a far leva su sentimenti e valori oscurantisti, i più biechi del patriottismo americano, quelli della peggiore tradizione wasp.

E questi sono sentimenti e valori divisivi; Trump però deve finire il suo lavoro di disunione, e va avanti.

Il suo popolo è bianco, anglosassone, e protestante. Wasp appunto qualunque sia la latitudine che abita. Di fatto però, finisce per stuzzicare l’anima razzista radicata nell’America profonda ed ereditata inconsapevolmente da ciascun americano moderno proprio da quei pionieri, spaventati dalla presenza dell’”altro”.

Ed allarga il suo bacino elettorale.

Minaccia brogli elettorali nel voto per posta, chiede aiuto a milizie armate di estrema destra e ricorda agli americani che il II emendamento è sempre nella Carta dei diritti, aspetta solo di essere onorato.

La popolazione è in balia di sé stessa, continua a ricevere messaggi contraddittori troppo spesso, anche sulle soluzioni per uscire dalla pericolosa pandemia che ha diviso ulteriormente gli Stati Uniti ed il mondo; non ha la lucidità per comprendere che superare le difficoltà del momento che attanagliano l’America sarebbe meno drammatico di quello che gli vogliono far credere: rispettare il concetto che discende da quel motto sullo stemma insomma, essere un solo corpo nella pluralità, sarebbe sicuramente un buon inizio. E liberarsi del tiranno.

Donald Trump, invece fin dalla campagna elettorale del 2016, ha usato la divisione come strategia politica. Il fastidio verso l’Europa, il disprezzo verso gli avversari democratici, il rancore verso i media hanno un comune denominatore: la ricerca di un oggetto ansioso, di un nemico da additare ai sostenitori; così da rimanere in sella.

A che punto è la notte

Puntuale, come un ladro nella notte, è arrivato a dare una mano a Trump il “provvidenziale” covid-19.

La tarantella sul suo contagio ha rispettato tutti i canoni di un modello di vita e di uno stile molto “americano”, una narrazione che è nell’immaginario di tutti, non solo dei suoi sostenitori.

Ha sbeffeggiato il suo nemico, è stato colpito, l’ha combattuto considerandolo una nullità e con l’aiuto della propria forza e di Dio lo ha debellato. I segni che ha sul proprio corpo, più o meno evidenti, mostrano comunque il cadavere del nemico. E di nuovo tornano gli elementi tradizionali e fondanti della comunità americana: Bibbia, Colt e forca.

Esibire il suo corpo ferito, ma in condizioni tali da poter continuare a combattere per tornare alla guida del paese è diventato merce elettorale che potrebbe permettergli purtroppo di passare all’incasso con facilità.

I dati di ieri ci dicono che a tre settimane dalle urne, hanno già votato per posta circa 10 milioni di americani (nella tornata elettorale precedente il totale si attestava a 1 milione e seicentomila) e che il candidato democratico, in base ai sondaggi sembrerebbe in testa, anche se di poco.

Non ci interessa fare previsioni elettorali, dal momento che la forte accelerazione che ha dato The Donald alla campagna per la presidenza sta toccando temi e corde che emotivamente colpiscono di sicuro più cuori e menti di quelli del suo consueto elettorato di riferimento.

Gli effetti invece potrebbero diventare devastanti, sia che la tornata elettorale venga vinta da Trump che da Biden.

Il bubbone di una possibile guerra civile, diversa da quella di secessione che vide contrapposto il nord contro il sud, bensì interna a ciascuno Stato, si profila all’orizzonte.

Trump ha incassato il dividendo elettorale, quattro anni fa. Ma ha lasciato macerie sul campo, e continua a lasciarne. Due Americhe combattono una guerra civile sotterranea: una bianca, libertaria, sospettosa, arrabbiata; l’altra multicolore, liberale, frustrata, furiosa.

Questa continua divaricazione porterà l’America nel baratro, o come è successo in altre occasioni, nei decenni scorsi, gli Stati Uniti troveranno una exit strategy ragionevole?

La corda è troppo tesa, la notte è oscura ed il mancato rispetto dei valori e degli intendimenti dei Padri Fondatori calpestati una volta di troppo.

Colonie della Nuova Inghilterra

Provincia del New Hampshire

Provincia della Massachusetts Bay

Colonia di Rhode Island e delle piantagioni di Providence

Colonia del Connecticut

Colonie di mezzo

Provincia di New York

Provincia del New Jersey

Provincia di Pennsylvania

Colonia del Delaware

Colonie del sud

Provincia del Maryland

Colonia della Virginia

Provincia della Carolina del Nord

Provincia della Carolina del Sud

Provincia della Georgia

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04/05/2019

Il potere incendiario di Macron

Questa Presidenza sembra voler suscitare nei propri confronti una collera che non riceverebbe in nessun altro modo. La menzogna sull’“attacco” non rintracciabile all’ospedale di Pitié-Salpêtrière, da parte di un’orda di “dimostranti violenti”, non può essere imputata unicamente all’incompetenza del Ministro degli Interni Christophe Castaner.

Ripresa in loop dai governanti – dallo stesso Primo Ministro, dal Ministro della Salute e dal Direttore dell’AP-HP – è solo l’ennesima provocazione di un potere che non ha cessato, dall’emergere dei Gilets Jaunes, di aggredire violentemente coloro che lo contestano, attraverso le parole della propaganda e gli atti di repressione.

La risposta demagogica di Emmanuel Macron all’incendio accidentale di Notre-Dame de Paris rimarrà come metafora di ciò che è diventata la sua presidenza, ribaltando la sua promessa originaria di una “profonda rivoluzione democratica”: un potere incendiario.

Liquidando con disprezzo le aspettative popolari, ridotte ai tumulti di una politica senza spirito né spessore, ridotta insomma all’effimero e al contingente quando sarebbe stato l’unico contabile dell’essenziale e del duraturo, ha subito ripreso questo fatto di cronaca come se fosse una terribile prova nazionale e morale, come se fosse un “attacco terroristico”.

Come i precedenti dell’11 settembre negli Stati Uniti, con la perdizione del Patriot Act, o del Bataclan francese con la sregolatezza della decadenza della nazionalità, si sentiva quindi legittimato a continuare ad andare avanti dritto, negando l’esigenza democratica sostenuta per sei mesi dal movimento sociale dei Gilets Jaunes.

Chiuso nella sua torre d’avorio presidenziale, persiste nell’imporre la propria agenda, rifiutando qualsiasi dialogo reale, delegittimando la protesta popolare, chiedendo la repressione della polizia, escludendo qualsiasi discorso di pacificazione. Incitando l’odio di classe verso un popolo di invisibili, promuove la paura invece di assicurare l’armonia.

Secondo un vecchio significato, dice il Larousse, incendiario significa anche “ciò che è adatto o mira a scaldare le menti, a incitare alla rivolta o alla sedizione”. Da quando i Gilets Jaunes sono entrati a far parte del dibattito pubblico, il governo ha costantemente cercato di screditarli e delegittimarli. Dalla “folla odiosa” a “Jojo con un giubbotto giallo”, sono stati indicati come plebe ignorante e pericolosa, oscura e minacciosa, ridotti alla violenza, agli incidenti e alle deviazioni, nella testarda ignoranza delle dinamiche politiche originali e senza precedenti di questo movimento auto-organizzato.

Menzogne e repressione sono due facce della stessa medaglia di umiliazione e negazione di coloro che, prendendo sul serio il proprio status di cittadini, sono usciti dal proprio isolamento e solitudine, facendosi strada l’uno verso l’altro per unirsi sulle rotatorie, su cause comuni di uguaglianza. I discorsi ufficiali dell’establishment negano questa realtà, fino al punto di inventarsi sfacciatamente una leggenda nera, accompagnano il concreto desiderio di cancellarne l’espressione pubblica mettendone in discussione un diritto fondamentale, quello di dimostrare, contestare e protestare.

“Abbiamo una stampa che non cerca più la verità”, aveva osato dichiarare il capo dello Stato alla fine di luglio 2018, quando si è proposto come scudo di Alexandre Benalla. Il contrasto tra la protezione di quest’ultimo, per il quale il Presidente ha ripetutamente invocato l’indulgenza, e la repressione costantemente richiesta contro i Gilets Jaunes, fino a banalizzare una violenza poliziesca senza precedenti, è sufficiente a dire che si trattava di una antifrasi: quella di un potere che teme la verità fino a negarla.

La menzogna sembra essere diventata, per questo, una seconda natura, ampiamente documentata su Mediapart. Da allora, nuovi esempi sono stati aggiunti all’inventario: dalla vendita di armi per la guerra sporca in Yemen a varie “false notizie” sulle dimostrazioni, l’ultima del Primo maggio, fino al rifiuto di ammettere il passato di estrema destra della capolista de La République En Marche (il “partito” di Macron, ndt) alle elezioni europee. Inusuale, in un partito che si presume di governo, l’uso non etico dei social network da parte dello staff di risposta del movimento presidenziale aggrava questo clima di negazione della verità a favore di voci, calunnie e insulti.

Al regime del colpo di stato permanente, il macronismo aggiunge l’uso permanente della contraffazione. Non c’è più ragione comune, non più verità condivisa, non più realtà verificata, ma solo l’affermazione che consoliderà il potere, anche senza verità.

Non si tratta più solo di mentire per nascondersi, ma di mentire per cancellare. “La differenza tra la menzogna tradizionale e la menzogna moderna è più spesso la differenza tra nascondersi e distruggere”, ha osservato la filosofa Hannah Arendt in “Verità e Politica” (1967).

Nel successivo “La menzogna in politica” (1969), Hannah Arendt sottolinea il ruolo dannoso per la democrazia di questi “specialisti in risoluzione di problemi” che penetrano nel cuore dello Stato “convinti che la politica è solo una varietà di relazioni pubbliche”. In un avvertimento profetico, Arendt ha notato quanto questi cinici consiglieri, comunicatori, esperti di lavoro e strateghi – il cui entourage macroniano dello strauss-kahnismo offre molti esemplari – “hanno qualcosa in comune con semplici e puri bugiardi: cercano di sbarazzarsi dei fatti e sono convinti che questo è possibile perché sono realtà contingenti”.

Così, sotto questo governo, la Francia ufficiale continua a negare ciò che tutti i difensori dei diritti umani osservano, siano essi francesi (dal difensore dei diritti umani al presidente della CNCDH) o stranieri (dal Consiglio d’Europa ai relatori delle Nazioni Unite): la pericolosa regressione nei confronti delle libertà nel paese che si vantava di aver proclamato i diritti umani e dei cittadini. Di conseguenza, la violenza simbolica delle menzogne e la violenza effettiva della repressione extralegale, senza troppa moderazione o precauzione, stanno surriscaldando il paese invece di provare a placarlo.

Coloro che marciano con i Gilets Jaunes saranno “complici del peggio”, disse una volta Emmanuel Macron. La formula può essere facilmente rivolta contro di lui: un potere che, per resistere, distrugge tutta l’etica democratica, mente ripetutamente, viola le libertà, squalifica il proprio popolo, calunnia le sue opposizioni, rivendica la propria indifferenza all’ingiustizia, spinge la polizia a incriminare, non dice nulla sui dimostranti gravemente feriti, reclama condanne rapide, non ha mai una parola di compassione o empatia...

Questo presidente si comporta come se la sua vittoria nel 2017 gli avesse dato un assegno in bianco per cinque anni. Ma è così che si ritrova coinvolto in una pericolosa corsa a capofitto per la democrazia stessa, la sua cultura, le sue istituzioni, i suoi equilibri. Una corsa verso l’ignoto che non esclude l’abisso. Perché, nella sua cecità narcisistica, si sbaglia doppiamente: sull’essenza della democrazia e sulla natura della sua elezione.

La democrazia non è la “tirannia morbida” che Tocqueville aveva già intravisto, dove il popolo è invitato solo a lasciare la propria condizione servile per scegliere il proprio padrone, prima di essere licenziato di nuovo. È un ecosistema fragile che richiede poteri separati, contropoteri attivi e, soprattutto, l’espressione permanente del popolo stesso, garantita dal rispetto dei diritti fondamentali, senza l’esercizio dei quali il diritto di voto non è altro che una finzione: il diritto di riunione, di esprimersi, di dimostrare, di essere informati.

Quanto alle elezioni del 2017, per mancanza di alternativa all’estrema destra, hanno investito proprio il presidente nell’improbabile rappresentazione di ciò di cui non vuole tenere conto: la sorda crisi democratica francese, questa “crisi della rappresentanza politica che è diventata endemica e quasi strutturale”, secondo la recente valutazione di Anne Muxel (Histoire d’une révolution électorale 2015-2018, Classiques Garnier, con Bruno Cautrès).

Lungi dal fermare questa crisi, il nuovo governo l’ha rafforzata – si osserva – non tenendo conto dell’evento essenziale nascosto dalla sua vittoria: l’aumento senza precedenti dell’astensione e l’importanza di utilizzare la scheda bianca.

Elettori politici in “ritiro dal gioco politico”, un “malessere democratico”, una “richiesta di democratizzazione del funzionamento stesso della rappresentanza politica”: tante formule per riassumere il mandato risultante dalle “turbolenze” del 2017, a mille miglia dall’egocentrico potere personale incarnato da Emmanuel Macron nella sua rivendicazione di una presidenza jupiteriana.

I Gilets Jaunes, che il governo e i suoi circoli di intellettuali hanno costantemente affidato all’estrema destra, sono prima di tutto l’espressione politica e sociale di questa realtà astensionista: un desiderio di democrazia.

Se, al di là delle loro lacune o delle loro bravate, le misure sostanziali economiche e sociali ottenute con la caparbia mobilitazione dei Gilets Jaunes – la cui efficacia può essere dimostrata dall’impotenza delle organizzazioni sindacali – non bastano a calmare la loro rabbia, è proprio perché il loro movimento sta portando con sé la questione democratica lasciata sottotraccia per due anni.

Ciò che li unisce, nella loro diversità di background e sensibilità, è questa acuta consapevolezza che la promessa di una “profonda rivoluzione democratica” non realizzata, peggio, saccheggiata e negata, degenera davanti ai nostri occhi in una profonda regressione democratica.

L’emergere dei Gilets Jaunes corrisponde all’uscita, nell’autunno 2018, del film di Pierre Schoeller, “Un popolo e il suo re”, che racconta la rapida disaffezione del popolo del 1789 per Luigi XVI, che portò alla totale scomparsa dell’Ancien Régime. Rifiutando di mettere in discussione l’esausta monarchia elettiva su cui siede, perché preferisce il conforto illusorio della menzogna e della repressione, Emmanuel Macron corre il rischio di diventare un re senza popolo.

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28/12/2018

I Gilets Jaunes e la responsabilità della sinistra

Il miglior alleato del governo di fronte ai “giubbotti gialli” è l’estrema destra, la cui azione antisemita e razzista rovina le richieste democratiche e sociali del movimento. La responsabilità della sinistra è quindi decisiva per evitare questo faccia a faccia mortale. Tuttavia, a forza di divisioni e precauzioni, la sinistra potrebbe perdere questo appuntamento.

Ogni compiacenza di fronte ai tentativi dell’estrema destra antisemita, razzista e xenofoba di annettere e deviare il movimento dei “giubbotti gialli” annuncia la rovina delle sue iniziali richieste democratiche e sociali. Partendo dalla disuguaglianza naturale, che sostiene gerarchie tra umanità, origini, condizioni, culture, religioni, sessi e generi, l’estrema destra è nemica di ciò che è il motore iniziale della rabbia delle rotatorie: una richiesta radicale di uguaglianza di fronte all’ingiustizia fiscale e contro l’espropriazione politica (vedi il nostro articolo La bataille d’élegalité).

La caccia ai capri espiatori – l’ebreo, l’arabo, il musulmano, lo straniero, il migrante, l’omosessuale, etc., insomma l’altro, diverso o dissidente – non ha mai fatto la fortuna del popolo, ma sempre la sua disperazione. Essa apre la strada alle forze autoritarie che utilizzano il veleno identitario per difendere il perpetuarsi delle ingiustizie sociali e delle disuguaglianze economiche. Dalla sua nascita ideologica alla fine del XIX secolo, al centro delle nostre modernità industriali e tecnologiche, il razzismo è stata l’arma ricorrente delle classi dominanti in pericolo per uccidere le rivendicazioni sociali e la speranza democratica (leggi qui sul mio blog).

Diversi episodi recenti – tra cui l’espressione virulentemente antisemita di sabato 22 dicembre, a Montmartre, di un gruppo di estrema destra in giubbotti gialli (leggi qui e qua) – fanno sì che questo tema, lungi dall’essere teorico, è divenuto estremamente pratico per il futuro di un movimento sociale in corso e in attesa. L’abbiamo scritto fin dall’inizio: la sua storia non è scritta in anticipo e la sua traduzione politica ancor meno. Inedito, imprevisto e imprevedibile, come sono tutte le rivolte popolari spontanee, al di fuori di ogni quadro preesistente e di ogni organizzazione costituita, questo emergere di un popolo finora colpito dall’invisibilità e dal disprezzo, può al tempo stesso alzarsi e perdere la strada.

Colto da questa ricorrente grande paura dei possessori di fronte ad una rabbia incontrollabile, come dimostra il mantenimento dell’ordine di una violenza che non si vedeva dal 1968 (leggi questa dichiarazione di un sociologo della polizia), il governo gioca sulla perdizione del movimento, facendo dell’estrema destra il suo migliore alleato. Mentre i reportage sul campo (leggi in particolare quelli di Mediapart nel nostro dossier, ma anche di Florence Aubenas in Le Monde) mostrano una realtà di giubbotti gialli che è altrimenti complessa e diversa, più vicina alle cause dell’emancipazione che alla caccia al capro espiatorio, tutto è fatto, a livello mediatico e politico, per cogliere il minimo incidente razzista per screditarli. Aumentando l’effimero a scapito dell’inchiesta, l’informazione continua è qui un’arma di accecamento di massa, mostrando solo ciò che rafforza paure e pregiudizi.

Alla camera mortuaria di classe contro la quale i giubbotti gialli si sono sollevati, di fronte a un potere dall’alto che si ritiene “troppo intelligente, troppo fino“ per chi sta sotto, si aggiunge una squalifica morale: non solo questo popolo non capisce e non intende nulla, ma è anche politicamente terribile, persino mostruoso. Torna l’antifona delle “classi operaie, classi pericolose“ che unì le borghesie nel XIX secolo, in ascesa sulle rovine dell’Ancien Régime. Da questo punto di vista, i giubbotti gialli sono trattati allo stesso modo dei giovani dei quartieri popolari, se ci si ricorda dei cori contro questi nuovi “barbari” che hanno accompagnato lo stato di emergenza decretato – per la prima volta dalla guerra d’Algeria – durante i disordini del 2005.

È inevitabile che l’estrema destra agisca all’interno dei giubbotti gialli del paese che, storicamente, l’ha vista emergere durante l’affare Dreyfus e dove, soprattutto, si è nuovamente affermata nella dinamica elettorale dopo 38 anni (2,2 milioni di voti alle elezioni europee del 1984). D’altra parte, non è vero che impone loro la sua agenda ideologica, ed è qui che la responsabilità della sinistra è impegnata nella diversità delle correnti di pensiero – partiti, sindacati, associazioni, ecc. – frutto di lunghe battaglie, ancora incompiute, sempre da ricominciare, per una Repubblica democratica e sociale. Tuttavia, è un eufemismo dire che, per il momento, stia mancando questo appuntamento.

L’atteggiamento delle principali organizzazioni interessate è in bilico tra un atteggiamento da attendista e da gregario. Un attendismo da parte di coloro i quali, piuttosto che andare ad affrontare l’estrema destra sul campo, si mantengono a una distanza di sicurezza da un movimento che non dirigono né controllano. Un aggregarsi da parte di coloro i quali, invece di assumere una chiara e decisa pedagogia antifascista, relativizzano con compiacenza le derive che non dovrebbero trovare alcuna scusa. Mentre molti attivisti, sindacalisti o politici, hanno spontaneamente preso parte alla rivolta dei giubbotti gialli, come dimostrano i ricchi contributi del Club partecipativo di Mediapart (per esempio qui, qui e qui), l’imbarazzo e la confusione sembrano essere ampiamente condivisi ai vertici delle organizzazioni interessate.

Se questa situazione persiste, c’è il grande rischio che l’estrema destra sia la grande vincitrice di questa crisi, consolidando la sua posizione di unica sfidante di un potere che, nel 2017, si è fatto eleggere in nome del suo rifiuto. È ancor più grande se si continuano ad aggiungere incomprensibili divisioni faziose, perché questo è un momento storico e decisivo per tutte e tutti coloro che si dichiarano appartenenti a una sinistra democratica, sociale ed ecologica. La questione non è tanto quella delle prossime elezioni europee, dove la messa sembra già pronunciata, con ogni forza di sinistra che si appresta a correre in un corridoio separato. No, è più concretamente e urgentemente quella di ciò che sta accadendo e si sta giocando sul campo, alle rotatorie e altrove.

Come la riuscita convergenza ecologica e sociale durante la marcia sul clima, intorno allo slogan “Fine del mondo, fine del mese, per noi è la stessa battaglia”, le sinistre farebbero bene a inventare i propri punti di incontro locali al fine di unire le forze per partecipare al movimento in corso nel rispetto della sua autonomia. Queste hanno tanto da imparare dal movimento, dato che ricorda ai partiti di sinistra la perdita della loro base popolare e il loro isolamento nel comfort istituzionale (vedi qui in Libération), tanto da contribuire accompagnando la sua inventiva democratica e la sua radicalità sociale. I colpi da prendere, di fronte ad un movimento indocile ai recuperi, sono di scarso peso di fronte al rischio che venga sommerso da disperazione e risentimento. È immaginabile che oltre alle bandiere blu, bianca e rossa, il cui simbolo può significare sia un gradito ritorno alla memoria repubblicana, sia un infelice ripiegamento in una riserva identitaria, ci siano altri colori tricolori, che combinano giubbotti gialli, verdi e rossi?

In ogni caso, bisogna sperarlo intanto che, tra l’emergenza climatica, la regressione democratica e l’ingiustizia sociale, il tempo scorre, in Francia come altrove nel mondo. Allo spettacolo dei fallimenti, dell’impotenza e delle rivalità che ormai caratterizzano le sinistre indebolite e divise, come non avere la sensazione che non abbiano consapevolezza della gravità dell’epoca? Come se, mentre l’umanità fosse rinchiusa in una stanza le cui quattro pareti si avvicinassero ad alta velocità, continuassero a discutere sulla distribuzione dei mobili! Allo stesso tempo, solo le mobilitazioni della società, popolari e unitarie, possono scongiurare una catastrofe di cui conosciamo in anticipo i contorni: poteri autoritari, al servizio di interessi economici socialmente minoritari, trascinando i loro popoli in guerre identitarie e distruggendo gli esseri viventi del mondo.

I giubbotti gialli sono quell’opportunità che la sinistra dovrebbe cogliere. In Le Sens des affaires (Calmann-Lévy, 2014), il suo libro sui casi di corruzione che minano la fiducia nella democrazia, Fabrice Arfi ha riesumato una visione folgorante di Victor Hugo nel luglio 1847 nelle sue Cose Viste, allo spettacolo di una lussuosa dissolutezza mostrata sotto lo sguardo del popolo parigino: “Quando la folla guarda i ricchi con quegli occhi, non sono pensieri che sono presenti nella testa di tutti, sono eventi”. Pochi mesi dopo, nel febbraio 1848, una rivolta popolare rovesciò la monarchia e diede vita alla Seconda Repubblica...

L’evento creativo, imprevedibile e incontenibile. Sì, eventi il cui svolgimento, mai scritto in anticipo, dipende sempre dall’azione o dall’inazione di coloro che li convocano. Ecco perché la responsabilità della sinistra è al giorno d’oggi immensa.

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20/12/2018

Populismo democratico sì, confusionismo ecumenico no

di Pierfranco Pellizzetti

Considero Chantal Mouffe una delle poche voci realmente interessanti (e oneste) del dibattito pubblico contemporaneo. Come avrò modo di darne dimostrazione tra due mesi, pubblicando per l’editore Ombre Corte un saggio – “Il conflitto populista” – che potrebbe suonare a controcanto di quello mouffiano, pubblicato da Laterza e qui recensito da Giacomo Russo Spena.

In particolare trovo particolarmente fertile, per questi tempi carichi di incertezze e tendenti all’immobilità, l’idea energetica di “invenzione del popolo”, ossia la necessità di vaste aggregazioni sociali (i “blocchi storici” del vecchio Antonio Gramsci, di chiara ispirazione salveminiana) a sostegno di una netta ripresa democratica; resesi necessarie nel passaggio post-industriale che – in qualche misura – declassa il lavoro come soggetto politico costituente, disarmandone il ruolo storico di “classe generale” emancipatoria. Di conseguenza condivido il retro-pensiero della politologa belga che solo la ripresa del conflitto sociale (io aggiungo: mirato ai luoghi in cui la politica si scioglie nell’establishment, laddove si incontrano per colludere il possessore del denaro con il titolare del potere di governo) potrà rompere il maleficio del tempo immobile a cui la finanziarizzazione del Capitalismo ci ha inchiodati. Ossia la riflessione sulle mobilitazioni da promuovere per cancellare il “post” nella voce “postdemocrazia” alla Colin Crouch (le elezioni ridotte a una gara di marchi intercambiabili), individuando il punto archimedico su cui fare leva per sbloccare il vigente regime oligarchico-plutocratico.

Quanto invece non condivido è la condiscendenza verso le trappole linguistiche di cui è disseminato il cammino per la riappropriazione delle condizioni di una democrazia rettamente intesa. A partire dell’accreditamento di una inaccettabile divaricazione del Populismo in destra e sinistra. Una confusione terminologica/tassonomica che produce devastanti mistificazioni, visto che Donald Trump, Viktor Orban, Vladimir Putin, Marie Le Pen, Santiago Abascal di Vox, Matteo Salvini (e io ci metto pure Beppe Grillo) sul coté strong, Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Boris Johnson e altri furbetti del partitino su quello light, non hanno il benché minimo punto in comune con Pablo Iglesias, Ada Colau o il portoghese Antonio Costa. Come pure altra cosa sono i personaggi vintage “rosso antico”, cioè attardati in melanconiche nostalgie socialiste del buon tempo che fu (l’età industrialista), tipo Jeremy Corbin, Bernie Sanders, Jean-Luc Mélenchon (o magari il Masaniello pre-industriale Luigi De Magistris); alcuni molto apprezzabili, altri insopportabilmente tromboni.

Una confusione concettuale-comunicativa che va solo a vantaggio di chi ha tutto l’interesse a intorbidare le acque. Che impone ben maggiore rigorosità nel distinguere. Visto che il richiamo a una sacralità del popolo, alla sua natura sorgiva e taumaturgica, è un esercizio retorico a cui assistiamo da tempo immemorabile. E di cui il Potere ha fatto sistematico scialo. La turlupinatura della gente per tenerla a bada è opera di una lunga e vasta galleria di amis du peuple, a cominciare dal manzoniano Antonio Ferrer (quello del “adelante Pedro con juicio”) che rabboniva la plebe affamata con promesse mendaci.

Scialo assurto a pratica politica teorizzata (seppure mai dichiarata) al tempo della prima rivoluzione settecentesca – quella americana – in cui i Padri Fondatori, una élite di proprietari terrieri, insieme alla democrazia rappresentativa escogitarono i suoi antidoti; a vantaggio del controllo sociale dei potenti sottotraccia: dall’indurre guerre tra poveri alla creazione di nemici esterni, le prime neo-lingue della libertà a giustificazione di schiavitù e disuguaglianza. Insomma, lo sfruttamento da parte delle classi superiori, realizzato abbinando paternalismo e comando, dell’energia popolare (delle classi inferiori) per perseguire i propri scopi.

Questi signori – da Ferrer a Trump – sono “populisti” o non piuttosto rudi tempre di “demagoghi”? Lo chiedo con una certa insistenza perché la fase storica che attraversiamo – il collasso dell’ordine instaurato da una quarantina d’anni sullo sbaraccamento del Welfare State e la denuncia del compromesso keynesiano-fordista – impone massimo rigore analitico; per l’elaborazione strategica di uscita dalla stagnazione, accompagnata dal caos sistemico che si sta appalesando con sempre maggiore evidenza. In un terreno di scontro le cui poste in gioco sono – innanzi tutto – rappresentate dalla determinazione della dimensione temporale in cui collocare l’umana convivenza: la scelta tra l’eterno presente della conservazione tecno-finanziaria e i suoi privilegi; il passato incanaglito di un riflusso reazionario e le sue miserevoli blindature per impauriti/risentiti; il futuro di una rifondazione democratica che accredita le promesse di inclusione civile e il suo carico di speranza. E qui arriviamo alle ragioni populiste, in conflitto con l’esproprio di democrazia dei guardiani del privilegio (il Separatismo postdemocratico delle élites aventiniane) e – al tempo stesso – con i liquidatori di civiltà alla rincorsa di un passato nazionalista cestinato dalla Storia (le “piccole patrie” che non governano niente del Sovranismo) e/o di una truce mitologia xenofobo/razzista (il Suprematismo).

Per giungere all’effettiva comprensione di una tale partita, e collocarvi il soggetto che chiamiamo “populista”, va accantonato ogni riferimento terminologico a fenomeni del tutto tramontati: i populisti slavi dell’Ottocento, che vagheggiavano un ritorno alla Santa Madre Russia abbeverandosi allo spirito incontaminato delle masse contadine, o la filmografia newdealistica del regista americano Frank Capra degli anni Quaranta del secolo scorso (tipo Mister Smith va a Washington); oppure le rivoluzioni romantiche latino-americane alla Simon Bolivar. Quello che oggi appare come “fenomeno populista” – almeno nelle società avanzate dell’Occidente – ha una data fondativa precisa: il 2011 (qualcuno specifica “movimento 15 M”, dal giorno di maggio di quell’anno in cui gli indignados si accamparono nella madrilena Puerta del Sol, anticipando i contestatori newyorchesi che posero le loro tende nel Zuccotti Park). In altre parole, l’anno fatidico in cui la parte centrale della società si rese conto di quello che Christopher Lasch tempo addietro aveva definito “la ribellione delle élites”. Davanti all’esplosione delle bolle immobiliari e del fallimento altamente simbolico di Lehman Brothers. Ossia la scoperta della saldatura avvenuta tra ceto politico (rinominato “Casta”) e le aristocrazie del denaro per trarre vantaggio dalla ciclopica opera di sequestro di ricchezze realizzata vendendo all’incanto i gioielli di famiglia dello Stato e i beni comuni, apprestando meccanismi di appropriazione dei profitti sociali. L’operazione definita con benevola ipocrisia “keynesianesimo privatizzato”: come ho già avuto modo di scrivere anche in questa sede, se nella veneranda ricetta classica si esce dalla crisi economica attraverso l’investimento, e questo fa capo allo Stato, nella sua versione “privatistica” l’investimento anti-ciclico permane ma viene imputato all’area mediana della società, sotto forma di precarizzazione del lavoro e impoverimento delle famiglie. La crescente disuguaglianza.

In quella primavera di sette anni fa il New York Times annunciò «il ritorno sulla scena della seconda superpotenza mondiale». Si riferiva alla mobilitazione della società civile su scala planetaria, con adunate in 950 città di ben ottanta Paesi. Da allora è stato un correre al riparo da parte degli autonominati Masters of Univers (i top manager di banche e borse) e dei loro proconsoli nelle istituzioni. Difatti già la fine del 2011 coincise con il salvataggio degli istituti bancari a spese dei contribuenti, con esborsi favolosi che – per lo più – si tradussero in benefit per i vertici di tali istituti. Nel frattempo partiva la demonizzazione della protesta indignata e il tentativo di circoscrivere l’area di manovra per le organizzazioni di rappresentanza che, soprattutto nell’Europa del Sud, provavano a tradurre l’indignazione in proposta politica. Una lotta condotta su due livelli: quello comunicativo, con una gamma di argomentazioni che vanno dal classico “migliore dei mondi possibili” applicato all’esistente, fino all’esecrabile “TINA” thatcheriano (l’acronimo che sta per there is no alternative, non ci sono alternative); laddove necessario, intervenendo sull’economia degli Stati irrispettosi delle compatibilità brandendo la malfamata Troika e l’imposizione di austerity omicida.

A fronte di questa azione concertata a livello generale il cosiddetto Populismo non ha saputo dare vita a un’ipotetica Internazionale della “Democrazia ad alta energia” (per usare la dizione di Roberto Mangabeira Unger) che contrastasse «la dittatura della mancanza di alternative». Al massimo si è creato qualche iniziale network di città impegnate nel reinventing urban democracy, teorizzato da Benjamin Barber e che ha visto un primo, timido, passo a Barcellona nel meeting tra il 9 e l’11 giugno dl 2017 (Fearless Cities). Né, tantomeno, hanno preso corpo esperienze organizzative in grado di fornire sponda politica alle cosiddette mareas ciudadanas; insorgenze di protesta condannate all’entropia in assenza di un’acquisita capacità “costituente”. Nel frattempo l’indignazione rivelatasi politicamente inerte, favoriva con la sua sterilità lo scivolamento di larghe masse colpite dalla crisi verso posizioni sempre più protestatarie e distruttive.

Praterie per le operazioni di acquisizione del consenso da parte di rigurgiti estremistici, dall’integralismo cattolico più oscurantista fino al neo-nazismo dichiarato e ostentato, di fatto sdoganati dalla liquidazione delle regole e degli stessi principi liberaldemocratici da parte della tecno-finanza; in quanto insofferente di qualsivoglia vincolo e regolazione. Un combinato terribile, che s’imponeva in assenza di adeguate denunce. Mentre l’intellighenzia liberal della stampa e della cattedra rivelava per intero i propri limiti, oscillanti tra l’opportunismo e la flebilità titubante, nel mancato contrasto dell’onda nera, nella ricerca di cooptazione da parte dell’establishment. Perché, in questi decenni tristi e indecenti, non c’è stata solo la Terza Via arrembante dei politicanti blairiani, ma anche quella dell’imbarco intellettuale nel tepore accogliente (e relative carriere universitarie e/o editoriali) del mainstream.

In questo quadro la proposta populista, che punta all’invenzione di una democrazia partecipata, a misura del Terzo Millennio, e alla ripresa del cammino verso una società inclusiva, nell’attualizzazione dei principi di Giustizia e Libertà come parole-chiave della nuova sintesi progressista che rinnova la veneranda triade Liberté-Egalité-Fraternité, rischia di essere il bandolo giusto ma che non trova l’auspicato popolo che si faccia avanti per afferrarlo; per dipanare la matassa di questi tempi aggrovigliati e soffocanti, individuando un’uscita di sicurezza verso il futuro di una ritrovata convivenza civile. Per ridare ancora una volta alla parola “Sinistra” il senso e le ragioni valoriali che ispirarono donne e uomini dell’Ottocento e del Novecento nella loro lotta per i diritti, la responsabilità e la dignità. Oggi lo chiamo “il conflitto populista”. Anche se per oggi (e ancora una volta) trattasi di fantasma che si aggira per l’Europa. E l’Occidente.

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Non condivido tutto anzi, ma sulla considerazione di fondo, ovvero che la sovversione dello stato di cose presenti sia del tutto in mezzo al guado, concordo con l'autore.
Anzi, più che in mezzo al guado ci si trova in una condizione di fondamentale arretratezza, a partire appunto dalle parole e più in generale dalla teorizzazione del nuovo basato sull'analisi dell'esistente con tutte le proprie contraddizioni.

10/09/2018

Sinistra senza politica contro un populismo senza popolo

L’azione giudiziaria contro Salvini smaschera due motivi di fondo di questa stagione politica. Il primo riguarda le forze dell’establishment, e in primo luogo la “sinistra”. Il secondo invece svela alcuni caratteri del “populismo” che con fatica riescono a cogliersi dietro i fumogeni giornalistici inadeguati alla comprensione della realtà. Riguardo al primo punto: secondo un copione ormai strutturato, la “sinistra” si presenta come braccio politico-ideologico dell’azione della Magistratura. Non è qui in discussione il merito della scelte di quest’ultima. Può essere corretto o meno il tentativo di inchiodare Salvini alle proprie responsabilità, anche penali, sul caso della nave Diciotti. Il problema è politico, come si sarebbe detto un tempo, e riguarda la proiezione – e la percezione – della sinistra nella società. Che è più o meno questa: una parte politica sconfitta alle urne ed espulsa dai luoghi fisici dove risiedono le principali contraddizioni sociali del paese, cerca attraverso la via giudiziaria di sbarazzarsi del nemico politico sostenendo e favorendo l’azione giudiziaria contro di questo. Ricorda qualcosa? Ovviamente: siamo ancora fermi al 1994. Non funzionò allora, non funzionerà oggi. Perché è esattamente quello che cerca Salvini, da questo punto di vista (e in effetti sotto molti altri punti di vista) molto più scaltro e perspicace del ceto politico “progressista”. Salvini, insomma, va combattuto politicamente, non giudiziariamente. Perché non solo la via giudiziaria porta automaticamente alla moltiplicazione dei voti del “tiranno” di turno, ma ha l’antipatico effetto collaterale di rafforzare la legittimità della Magistratura, con tutto quel che ne consegue quando questa rivolge la propria azione contro le lotte sociali. Veniamo però al secondo punto, più interessante di questo, tutto sommato semplice da cogliere.

Salvini poteva – e potrebbe – usare la piazza per spazzare via ogni dubbio di legittimità politico-elettorale alla sua azione. Potrebbe riprodurre nella realtà quello che le urne hanno stabilito a livello elettorale. Potrebbe insomma decidere di organizzare una grande manifestazione di popolo contro l’azione giudiziaria, contro la sinistra manettara, contro l’Europa dei poteri forti. Una sfida che vincerebbe a mani basse, se organizzata con un minimo di sapienza (cosa che, dovrebbero averlo capito anche i sassi, non gli manca). Eppure si guarda bene dal farlo. Così come si guardano bene dal mobilitare il “popolo” i Cinque stelle nelle loro battaglie più rilevanti, ad esempio sulla nazionalizzazione delle autostrade, sull’Ilva o sul reddito di cittadinanza. Tutti temi che avrebbero l’appoggio materiale di milioni di persone, se solo gli fosse dato opportuno sfogo in qualche momento di piazza. E’ d’altronde uno dei caratteri forti del populismo latinoamericano: affidarsi alla forza dei numeri, alla forza del popolo, per stabilire un vincolo di legittimità alla propria azione politica contro le forze della reazione liberale finanziate da Washington. Perché il “populismo” italiano non chiama alla prova di forza del popolo, peraltro nel momento di massimo sostegno popolare all’azione di governo? Certo non per il bon ton istituzionale dei due partiti ormai al governo: abbiamo capito che a Salvini e Di Maio delle consolidate pratiche istituzionali gliene frega il giusto. Non le conoscono neanche, probabilmente. Il problema è allora da ricercarsi altrove. Ma dove?

Il “populismo” italiano agita demoni che non avrebbe mai la forza di governare se veramente risvegliati. La rabbia sociale che si esprime nel non voto e nel voto di protesta dato a Lega e M5S è una rabbia dormiente, capace di manifestarsi nelle urne ma sostanzialmente pacificata nella società. Nonostante il “populismo”, viviamo in una società pacificata, in cui le faglie profonde, telluriche, trovano espressione politica unicamente in forme ultra-mistificate e, al più, elettorali. Conviene davvero svegliare il demone della protesta sociale, anche fosse rivolto al sostegno dell’azione politica oggi al governo? No. Perché la mobilitazione si sa quando inizia, ma mai quando – e dove – finisce. Il “populismo” è l’unica narrazione politica in grado oggi di dare alle masse diseredate una visione conflittuale contro i nemici della società. Ma la lotta agisce anche come forza de-mistificante. La partecipazione, la mobilitazione e il conflitto producono coscienza di sé, chiariscono i propri interessi e svelano quelli altrui. Nella lotta quelle stesse masse potrebbero prendere coscienza della natura contraddittoria e pacificante del populismo stesso, volgendo lo sguardo altrove, a forme di autorappresentazione alternative tanto ai partiti liberali quanto – è qui il problema – alla falsa alternativa populista. E’ per tali motivi che il “populismo” non chiama la piazza: perché non saprebbe governarla, perché potrebbe manifestare bisogni altri rispetto alla minestrina incolore e parolaia espressa oggi dai partiti al governo. Perché, infine, per il “populismo” oggi è il migliore degli scenari possibili: opposizione fuori gioco, scontro a bassa intensità e mai davvero compromettente con Confindustria e Unione europea, sostegno popolare. Basterebbe solo un po’ più di crescita economica, e ci ritroveremo il partito unico populista al governo per il prossimo decennio (come probabilmente accadrà negli Usa di Trump, che a differenza dell’Italia cresce del 4%).

Il “populismo” italiano è allora un populismo senza popolo. Ha sostegno popolare, ma questo non si traduce in una vera partecipazione popolare alle azioni di governo. I partiti che rappresentano oggi la “ragione populista” sanno di camminare su di un esile filo in cui l’equilibrio è appunto quello di agitare demoni senza mai risvegliarli davvero. Meglio il sostegno social, molto più semplice da governare e rivolgere al proprio tornaconto politico.

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04/01/2018

Non sarà un pranzo di gala

Non saremo mai abbastanza grati al Corriere della Sera per la sua esistenza e per le cose che scrivono i suoi editorialisti. Essi infatti ci facilitano il compito nell’individuare i nemici, le cose che pensano, quello che vogliono e il senso profondo dell’inimicizia tra classi e interessi sociali contrapposti.

L’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere del 2 dicembre (“I politici e la cuoca di Lenin”), ci fornisce tutto il materiale utile per riaffermare, anche nel XXI Secolo, il senso e il segno del conflitto di classe nel nostro e negli altri paesi, alle prese con con classi dominanti ispirate dal liberalismo politico e dal liberismo economico.

L’editoriale del Corriere comincia e conclude con una tesi: il governo è roba da competenti. Di solito questi sono solo i “simili” ai proprietari e ai giornalisti del Corriere stesso. Chi rimette in discussione tale asimmetria è un incompetente, un avventurista, un nemico mortale. E’ una ideologia talmente intrisa della propria pretesa superiorità morale (e del senso di una sorta di destino manifesto per il dominio dei “borghesi”) che cercano di insinuarla come dogma anche nella scuola, una istituzione universale nata per dare opportunità e visioni più ampie di quelle dell’homo economicus ispirate dai bocconiani e dai loro simili.

Scardinare questa ideologia è qualcosa di più e assai più appassionante che un semplice ricambio di governo. E’ la differenza tra amministrazione dell’esistente e sostituzione di priorità sociali e poteri decisionali conseguenti.

E’ per questo che la “Cuoca di Lenin” o il Che Guevara che si improvvisa economista per necessità, rappresentano un incubo per i ricchi e i loro passacarte. Un incubo ben presente nell’inizio e nella conclusione dell’editoriale di Panebianco sul Corriere della Sera, tanto da fargli scappare un “lapsus”.

Questo incubo non è l’incompetenza ma le scelte su priorità e interessi sociali contrapposti. Il boom delle disuguaglianze sociali anche nel nostro paese (secondo Geminello Alvi tornate ai livelli del 1881), conferma che i “competenti” amministratori del capitale, hanno lavorato scientemente dagli anni ‘80 per ripristinare questa s/proporzione nei rapporti sociali. Hanno costruito a tale scopo apparati complessi e sovranazionali come l’Unione Europea e la Nato. Hanno condotto una guerra interna con questo obiettivo e oggi vorrebbero che tale scenario venisse accettato dalle classi subalterne e sconfitte come inevitabile, immodificabile, anzi il migliore possibile.

Sanno che tale pretesa non è realistica e stanno cercando di smantellare con ogni mezzo anche gli strumenti minimi della democrazia rappresentativa. L’attacco della banca d’affari JP Morgan alle Costituzioni troppo garantiste dei paesi euromediterranei, ne era l’espressione più evidente.

Panebianco, e prima di lui Polito, ne hanno riproposto il senso profondo dalle pagine del Corriere della Sera, evocando il rischio della incompetenza “del popolo” al governo come minaccia e rimettendo per questo in discussione la democrazia rappresentativa. La categoria del populismo viene usata come una clava per demonizzare spinte e programmi assai diversi e talvolta contrapposti tra loro. Fino a demonizzare l’idea stessa del “potere al popolo”.

Fino ad oggi l’entrata in campo di una opzione politica, sociale ed elettorale che la dichiara sin dal nome – Potere al Popolo appunto – era stata ignorata pubblicamente ma ha cominciato ad essere osservata con attenzione nei think thank della borghesia liberale (e forse anche nelle Questure). Il fatto che a Panebianco sia sfuggita come lapsus nelle righe del suo editoriale è emblematico.

Se rappresenti un problema politico per le classi dominanti prima ti ignorano, poi ti deridono (come ha fatto con una caduta di stile non imprevedibile ma assai discutibile Luciana Castellina su Il manifesto), infine ti combattono. Ci stiamo arrivando.

Le cuoche e i cuochi di Lenin sono ormai diventati molti, sconfitti, arrabbiati, ancora troppo dispersi, ma stanno sperimentando come unire le forze e metterle in campo, dentro e oltre le elezioni. Se ci riusciranno, il Corriere della Sera e il mondo insopportabile che rappresenta non potranno certo aspettarsi un pranzo di gala. Che Potere al Popolo sia!!!

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08/10/2017

Indipendenza, nazionalità e comunisti. Il dilemma catalano

di Rino Malinconico - segretario regionale Prc

Mi scuso in anticipo per la lunghezza di questo mio commento, ma le perplessità e le contrarietà di molti compagni e molte compagne a proposito della spinta indipendentista in Catalogna meritano davvero un ragionamento poco veloce.

Peraltro, trovo poco utile anche la difesa delle spinte indipendentiste con riferimento alla teoria e alla tradizione comunista sul nesso internazionalismo e liberazione delle nazionalità. Anche perché nel gran mare del dibattito tra marxisti si trovano senza difficoltà tesi divaricate e persino opposte... Meglio, molto meglio, concentrare l’attenzione sui termini politici e sul presente.

Insomma, per come la vedo io, e fermo restando la critica politica e di principio allo Stato-nazione, ripresa in modo innovativo da Ocalan e dai kurdi del Rojava, credo che nel caso della Catalogna occorra “sporcarsi un poco le mani” e guardare all’essenziale: una grande mobilitazione popolare, da un lato; una dura repressione, dall’altro. Del resto, nessuno può farsi maestro con la tastiera, specie se gli avvenimenti incalzano e sono pieni di sfaccettature e ambiguità.

Per venire al punto, io giudico molto assennata l’idea di Pablo Iglesias, che chiede di riconoscere la volontà dei catalani nella forma di un nuovo referendum concertato con Madrid. Ma per come sono andate avanti le cose, non ritengo che le sue parole possano produrre effetti reali. Né mi pare molto spendibile oggi la mediazione, pur intelligente, della Colau, che punta ad evitare una indipendenza unilaterale, con possibili risvolti di tragedia.

E allora?

Nel mio piccolo, io farei valere molto, sugli avvenimenti in corso in Catalogna, la raccomandazione di Hegel: il vero è l’intero; e l’intero non è la somma delle sue parti. E neppure, per chiarire meglio, la somma degli avvenimenti giorno per giorno. Al tempo stesso cercherei, blochianamente, di cogliere le latenze di futuro nel farsi medesimo dei processi.

In altre parole:

1) starei senz’altro con le masse che lottano, evitando di schiacciarle sui gruppi dirigenti che in una determinata fase le guidano. Le fasi dei grandi processi storici mutano, infatti, in continuazione, e non di rado chi è alla testa nei momenti iniziali si trova poi ricacciato indietro;

2) agirei attivamente dentro la concreta mobilitazione delle masse anche quando essa, pur non essendo di segno reazionario, non è neppure come, in astratto, la vorrei io; e farei ciò avendo a costante riferimento i principi essenziali dell’ideale comunista, e cioè la democrazia diretta, il superamento (nei tempi e nei modi possibili) della produzione per il valore, il riconoscimento pieno della onnilateralità degli individui, la fratellanza/sorellanza universale, il depotenziamento della forma Stato e delle sue gerarchie;

3) sarei comunque consapevole del fatto che un grande sconvolgimento storico può tranquillamente svolgersi in grande distonia con la mia azione e i miei desideri. E anzi, può anche succedere che al male si sostituisca addirittura un peggio, con l’ennesima sconfitta storica delle istanze di uguaglianza e libertà, e con una nuova reazione aperta e terroristica delle classi dominanti. Nello scontro politico e sociale, come si sa, si può vincere; ma si può anche perdere.

Di sicuro, se non cercassi di “forzare l’orizzonte” quando si determina, per il concorso contraddittorio di vari fattori storici, una qualche possibilità effettiva di cambiamento in avanti, non avrei più molto da dire: perderei semplicemente in partenza. Senza neppure la fatica di combattere...

E dico questo, pur sapendo benissimo che nella testa di una parte ampia di quelli che oggi partecipano al moto indipendentista catalano c’è una ruvida “voglia di passato”, alla maniera dei nostri neoborbonici, mentre un’altra parte vive l’indipendenza come un affare, come una più agile corsa alla competizione internazionale, sostanzialmente alla maniera del secessionismo leghista di qualche decennio fa.

C’è però anche, e questo mi pare il punto decisivo, un’ampia presenza di proletari nella dinamica indipendentista, con una memoria repubblicana, antifranchista, in alcuni settori addirittura libertaria.
E soprattutto c’è lo scontro tra i tardi epigoni del franchismo e un popolo specificamente definito (popolo in senso proprio, con una propria lingua e una propria letteratura, e con una cultura nel complesso poco spagnola, e cioè molto poco castigliana). Si è riaperto, cioè, lo scontro mai sopito e tremendamente reale tra Barcellona e Madrid.

Il nostro orizzonte, ovviamente, non è quello delle piccole patrie; ma non è neppure quello delle medie e grandi patrie. Occorre vedere situazione per situazione, e in questo caso la domanda di fondo è: cosa è più in sintonia con la nostra idea di un mondo libero e fraterno? l'esistenza della Spagna-una, con le sue caratteristiche monarchiche e veterofranchiste, o il delinearsi di una repubblica catalana a chiara vocazione democratica? Ed intendo: favorevole anche per i proletari madrileni, andalusi, galiziani, baschi, ecc.

Proprio perché concordiamo, almeno noi della sinistra antiliberista, con la critica marxiana allo Stato-nazione, e ci sentiamo più vicini alle pratiche di autogoverno non-statale del Chiapas e del Rojava, dovremmo non avere soggezione della forma-stato e dell’attuale assetto geopolitico. Il nostro riferimento dovrebbe essere sempre quello della vecchia talpa che scava. E la direzione dello scavo – ce lo insegna la storia – non è mai lineare...

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28/12/2011

La demenza generalizzata del popolo italiano

DI COSTANZO PREVE

Un enigma storico da decifrare

1. Nell’editoriale della rivista Italicum, dicembre 2011, Luigi Tedeschi fa un primo completo bilancio dei provvedimenti della giunta Monti, e ne rintraccia anche correttamente la genesi economica, storica e politica. Alla fine di queste analisi Tedeschi osserva che tutti i partiti, di destra e di sinistra, “volevano che Monti attuasse quelle manovre impopolari che essi non erano in grado di condurre in porto per motivi elettorali”. Mi sembra evidente. E ancora: “Potrebbero un domani tentare di svincolarsi dalle loro responsabilità addossando a Monti la colpa per misure impopolari approvate, contando sulla demenza generalizzata del popolo italiano, che darebbe loro nuovo consenso, non essendoci alternative”.

A livello di filosofia politica, ci si potrebbe chiedere se il popolo in quanto tale è demente (spiegazione nicciana e delle teorie delle élites) oppure se lo è soltanto quando è ridotto a corpo elettorale (spiegazione che risale a Rousseau e ai teorici della democrazia diretta, fra cui anche Lenin).

2. Quindici anni fa scrissi un manifesto filosofico insieme a Massimo Bontempelli, mancato in questo stesso anno 2011 (cfr. Bontempelli-Preve, Nichilismo Verità Storia, CRT, Pistoia 1997). In un capitolo sulla menzogna del linguaggio economico (pp. 23-24), Bontempelli faceva risalire alla generalizzazione della forma di merce la scomparsa della verità delle relazioni sociali. Diagnosi a mio avviso esattissima. E poi elencava una serie incredibile di menzogne del linguaggio economico. Fra di esse si notava che “alcuni decenni orsono, quando la tecnologia e la produzione di merci erano meno sviluppate di oggi, non c’erano difficoltà a finanziare le pensioni e l’assistenza sanitaria dei lavoratori, mentre oggi, dopo tanto sviluppo, gli economisti ci dicono che il sistema economico non può sopportare questo finanziamento”.

Sembrano righe scritte nel dicembre 2011, e invece risalgono ai primi mesi del 1997. Partiamo quindi da questo rilievo.

3. Come tutti gli studiosi di storia e di filosofia, sono attirato dai due estremi complementari della coscienza sociale, la genialità e l’idiozia. E tuttavia l’idiozia è sempre più interessante, anche perché è più divertente. I mezzi di comunicazione di massa ci offrono ogni giorno quantità industriali di idiozia, e con l’arrivo della televisione e dei giornali non c’è neppure bisogno di mescolarsi agli idioti, perché l’idiozia ci viene portata a domicilio in modo semigratuito.

Mi ha colpito una manifestazione di “donne” (una delle maggiori idiozie del nostro tempo è la separazione femminista di donne e di uomini, dopo che c’è voluta tanta fatica per promuoverne la giusta e sacrosanta eguaglianza), in cui una nota regista concionava sostenendo che il nuovo governo Monti almeno “rispettava le donne”, mentre il precedente puttaniere evidentemente non lo faceva. Ora, il precedente puttaniere non era riuscito ad aumentare in un colpo solo l’età pensionabile, mentre Monti, l’uomo che rispetta le donne, lo ha fatto.

Siamo quindi di fronte ad un esempio quasi da manuale di demenza generalizzata. La sua genesi deve essere ancora indagata. A un livello superficiale, per sua natura insoddisfacente, ci si può riferire alla necessità del PD di babbionizzare il suo elettorato, oppure alle conseguenze di vent’anni di antiberlusconismo di “Repubblica”, rinforzato da dosi massicce di Floris e Gad Lerner. E’ senz’altro così. Nello stesso tempo, fermarsi a questo livello è assolutamente insoddisfacente.

4. Partiamo da un dato apparentemente secondario. Scrive il giornalista Stefano Lepri (cfr. “La Stampa”, 14 dicembre 2011): “Colpisce nel Paese, almeno a giudicare dai sondaggi, il contrasto fra gli elevati consensi di cui gode il governo Monti e il diffuso rigetto della sua manovra di austerità. Non sembra esistere nessuna forza capace di convincere i cittadini che quello che gli viene richiesto è uno sforzo solidale”.

Partiamo da questa apparente schizofrenia. Elogi a Monti e al suo burattinaio politico Napolitano, ex comunista riciclato in uomo della NATO e degli USA in Italia, e considerato dalla massa babbiona PD il grande garante e difensore della Costituzione. E nello stesso tempo brontolio contro la manovra sul fatto che “pagano sempre i soliti noti”, “la casta non è abbastanza colpita”, eccetera. Spiegare questa schizofrenia è relativamente facile, ma richiede ugualmente uno sforzo culturale. Facciamolo, tenendo conto che mi limiterò all’Italia, e solo all’Italia, perché altrove i dati culturali egemonici possono essere e sono diversi.

5. Quando al tempo di Pio XII la chiesa cattolica “scomunicò i comunisti” siamo stati in presenza di un episodio, forse l’ultimo, di una strategia controriformistica. La chiesa non aveva mai avuto paura di quella forma di paganesimo estetizzante che era stato un certo Rinascimento, ma aveva avuto veramente paura di una possibile riforma protestante in Italia. La riforma protestante, infatti, non parlava soltanto ai dotti e agli intellettuali del tempo, ma al popolo. Nello stesso modo la chiesa cattolica, pur avendo messo debitamente all’indice le opere filosofiche di Croce e di Gentile, nonostante il loro continuo proclamarsi di “non potersi non dirsi cristiani”, non aveva mai avuto molta paura né della variante liberale del laicismo, né di quella azionista. Sia il liberalismo che l’azionismo erano infatti palesemente fenomeni ristretti di certi intellettuali. Ma con l’arrivo del “comunismo” in Italia (arrivo non precedente la guerra civile 1943-45, almeno nella sua dimensione di massa) le cose cambiavano. Il comunismo italiano, nella versione togliattiano-gramsciana, sfidava invece la chiesa cattolica sul suo stesso terreno, che era l’egemonia culturale sulle classi popolari.

Il segretario di sezione comunista iniziava sempre la sua relazione dalla cosiddetta “situazione internazionale”. Si trattava spesso di una raffigurazione assolutamente mitico-fantasmatica della realtà sociale, basata sulla metafisica storicistica del progresso, su di una immagine antropomorfica del capitalismo come società dei privilegi di mangioni e “forchettoni”, sull’elaborazione dell’invidia sociale dei subalterni, sul presupposto della supposta incapacità del capitalismo di sviluppare le forze produttive, e su altre sciocchezze positivistiche di questo tipo fatte indebitamente risalire a Marx, eccetera. Sarebbe estremamente facile correggere con una matita rossa e blu le ingenuità populistiche di questo messaggio. Sta di fatto che questo messaggio dava pur sempre della realtà un’immagine razionale e coerente, in grado di spiegare con un certo grado di semplificata approssimazione la storia contemporanea, anzi “il presente come storia” per usare una bella espressione di Paul Sweezy.

6. Tutto questo venne progressivamente meno in Italia nel ventennio 1968-1988. Non intendo scendere in una periodizzazione più precisa e analitica perché mi interessa connotare un processo nella sua interezza temporale evolutiva. In questo ventennio le classi popolari italiane restarono semplicemente senza gruppi intellettuali nel senso egemonico gramsciano del termine, e restarono così politicamente mute. Le facili accuse di populismo, leghismo, razzismo, eccetera, con cui vengono ingiuriate da circa un ventennio, nascondono un maestoso processo di spossessamento e di deprivazione culturale complessiva.

In termini sintetici, il comunismo italiano fra il 1968 e il 1988 si è trasformato culturalmente in una sorta di “azionismo di massa”, ma trasformandosi in azionismo di massa non poteva che cambiare radicalmente codice comunicativo ed egemonico. L’azionismo di massa, combinato con il sessantottismo dei costumi di cui il femminismo è certamente stato una componente particolarmente degenerativa in senso sociale, ha infine preparato il clima dell’ultimo ventennio, un occidentalismo di massa esplicito (antiberlusconismo moralistico ed estetico, diritti umani a bombardamento imperialistico legittimato, eccetera). Una tragedia, e soprattutto una tragedia rimasta in larga parte incomprensibile alle sue stesse vittime, oggetto di una babbionizzazione pianificata dall’alto cui era praticamente impossibile resistere.

7. Possiamo sommariamente connotare la cultura popolare promossa dal PCI, e subordinatamente anche dal PSI, fra il 1948 e il 1968 come una forma di populismo di massa. Del resto, questo era chiaro a tutti gli studiosi del tempo, basti pensare all’Asor Rosa di Scrittori e Popolo. Soltanto negli ultimi vent’anni il “populismo” è diventato un insulto applicato non solo a Berlusconi, ma anche a Chavez. Ma non si tratta che di un mascheramento linguistico del ceto intellettuale integrato e politicamente corretto, e anzi integrato perché politicamente corretto, o se si vuole politicamente corretto perché integrato.

Al ventennio del populismo di massa 1948-1968, seguì il ventennio dell’azionismo di massa 1968-1988. Non a caso, Norberto Bobbio diventò il principale autore di riferimento dell’ex PCI spodestando completamente Gramsci, diventato autore di cult per i cultural studies delle università anglosassoni. Per comprendere il passaggio dal populismo di massa all’azionismo di massa è utile “rinfrescare” la nostra conoscenza delle fasi di sviluppo del capitalismo.

8. Il principale errore della metafisica di “sinistra” consiste nell’identificazione del capitalismo con la borghesia. In termini spinoziani, questo dà luogo a una antropomorfizzazione del capitalismo, cui sono attribuite di volta in volta caratteristiche antropomorfiche, come la conservazione o il progressismo. In termini hegeliani, questo dà luogo a una esaltazione di tipo weberiano del razionalismo astratto, per cui la razionalizzazione progressiva delle sfere sociali e il loro adattamento al consumo delle merci viene chiamato “modernizzazione”. In termini marxiani, questo significa scambiare la falsa coscienza necessaria dei gruppi intellettuali “modernizzatori” per il fronte scientifico avanzato della coscienza sociale, cui sottomettere con l’educazione i plebei invidiosi rimasti invischiati nel razzismo, nel populismo e nel leghismo.

Secondo la corretta analisi dei sociologi francesi Boltanski e Chiapello, la “sinistra” che conosciamo si è costituita in un ben preciso periodo e in una ormai sorpassata fase dello sviluppo capitalistico. Si è costituita fra il 1870 e il 1968 circa, sulla base di un’alleanza fra la critica sociale alle ingiustizie distributive del capitalismo di cui erano titolari le classi popolari, operaie, salariate e proletarie, e una critica artistico-culturale all’ipocrisia conservatrice della borghesia di cui erano titolari i cosiddetti “intellettuali d’avanguardia”. Questo schema corrisponde abbastanza bene, per quanto concerne l’Italia, al ventennio 1948-1968 e trova ad esempio in Pier Paolo Pasolini un rappresentante significativo.

Con il Sessantotto, una delle date più controrivoluzionarie della storia mondiale comparata, questa alleanza viene meno perché è il capitalismo stesso a liberalizzare i costumi sociali e sessuali in direzione non solo post-borghese , ma addirittura anti-borghese (e ancora una volta il femminismo dei ceti ricchi è solo la punta dell’iceberg).

L’azionismo di massa del ventennio 1968-1988 progressivamente dominante in Italia non è altro che la versione italiana di un fenomeno europeo e mondiale, ma soprattutto europeo, perché Cina, India, Brasile, eccetera, continuano a essere Stati sovrani e non occupati da basi militari USA dotate di armamenti atomici.

Un popolo privato di ogni profilo culturale autonomo è quindi preda di un processo che si può definire sommariamente come “sindrome di demenza generalizzata”. Mi spiace che possa sembrare sprezzante ed offensivo, ma non riesco a trovare altro termine per connotare la perdita totale di un “centro di gravità permanente”, per rifarci all’espressione di un noto compositore.

9. La sindrome di demenza generalizzata insorge quando vengono meno tutti gli schemi dialettici di interpretazione sociale e riguarda tutti, ma assolutamente tutti gli ambiti sociali, in alto e in basso, a destra e a sinistra, anche se ovviamente in forme diverse.

A “destra” la sindrome di demenza generalizzata assume le consuete forme paranoiche. La paranoia è infatti una malattia soprattutto di “destra”, mentre la schizofrenia è invece una malattia soprattutto di “sinistra”. Prestiamo attenzione a fenomeni degenerativi come il pogrom di gruppi di plebei torinesi delle Vallette (non uso infatti mai la nobile parola di “popolo” per plebi decerebrate e imbarbarite) contro un insediamento di nomadi, o addirittura l’uccisione a freddo di due senegalesi a Firenze da parte di un allucinato paranoico. E’ assolutamente evidente che fatti come questi non devono essere giustificati in alcun modo con contorti argomenti sociologici da bar. E tuttavia essi sono soltanto la punte dell’iceberg di una perdita totale di comprensione del mondo, cui si supplisce con la scorciatoia della paranoia. Naturalmente il concerto politicamente corretto non è in grado di spiegare questi fenomeni di alienazione paranoica, perché si culla con i rassicuranti stereotipi del fascismo, nazismo, populismo, leghismo, revisionismo, negazionismo, eccetera. Ma la cura di queste sindromi di demenza generalizzata non può consistere in geremiadi moralistiche.

Ho già notato come la sindrome di demenza assuma a “sinistra” aspetti più simpatici e politicamente corretti perché solo schizofrenici e non paranoici (Monti è buono, ma la manovra è cattiva; Monti è buono perché rispetta le donne a differenza del laido puttaniere, eccetera). Certo, le scemenze non violente sono pur sempre meglio delle scemenze violente, ma scemenze restano e resta il problema della opacità sociale, cioè di un sistema di cui si è completamente perduta la chiave d’interpretazione. Ma non c’è nessuna chiave, dicono gli intellettuali pagliacci di regime alla Umberto Eco, e bisogna abituarsi a vivere gaiamente senza più nessuna chiave. Ma le grandi masse popolari, appunto, non possono vivere a lungo senza alcuna chiave interpretativa della riproduzione sociale, pena la caduta in sindromi di demenza generalizzata. E di questa bisogna quindi parlare.

10. Vi è un interessante passo, credo di John Reed, che può aiutarci a impostare la questione della demenza sociale generalizzata. Reed parla con un “soldato rosso” dopo il 1917 che gli dice: “I bolscevichi sono buoni perché ci hanno dato la terra. Sono invece i cattivi comunisti che ce la vogliono togliere”. Ora, è inutile assumere la spocchia della persona colta che sa che bolscevichi e comunisti sono in realtà le stesse persone. Ciò che invece conta è il modo in cui erano percepite da chi aveva tutto il diritto di non conoscere le teorie di Marx e del conflitto fra tattica bolscevica e strategia comunista.

Monti piace, mentre le sue manovre no, perché si pensa che esse colpiscano sempre i “soliti noti”. Errore. Colpiscono anche le libere professioni “borghesi” consolidate e organizzate da almerno due secoli di civiltà borghese. Naturalmente, Berlusconi si era fatto votare per “fare la rivoluzione liberale”, ma questa rivoluzione liberale, oggi come oggi, colpisce il 95% delle persone e ne salva invece solo il 5%. I vari Giavazzi e Alesina non sono affatto “liberali”, come opinano i lettori ingenui del Corrierone, ma sono solo “maschere di carattere” (le marxiane charaktermasken) di un processo anonimo e impersonale di globalizzazione liberista. Questo processo non può presentarsi apertamente nella sua concreta natura che chiamare “nazista” è dire poco. Si tratta di una società del lavoro flessibile, precario e temporaneo generalizzato, della fine di ogni democrazia e di ogni sovranità nazionale, di un interventismo imperiale continuo fatto in nome di generici “diritti umani” ad arbitrio assoluto, e della stessa fine dell’Europa come centro autonomo di civiltà non ancora del tutto “occidentalizzato”.

In un simile quadro la demenza sociale riflette l’opacità della riproduzione sociale, e assume toni schizofrenici a sinistra e paranoici a destra, anche se di diverso grado di pericolosità criminale. A sinistra, un antifascismo paranoico in totale assenza di fascismo. A destra, l’ennesima stucchevole tendenza a prendersela con i soliti capri espiatori, i nomadi, i negri, gli immigrati, eccetera. Questa demenza non verrà meno fino a che una nuova credibile interpretazione della natura degli avvenimenti in corso, e cioè del “presente come storia”, sostituirà gli spettacoli schizofrenici e paranoici in corso. I pazzi di Oslo e di Firenze non possono essere previsti. Il casuale in quanto tale è necessario, scrisse Hegel. Ma la reintroduzione della razionalità storica nella politica, questa sì, sarebbe possibile.

Costanzo Preve
Torino, 17 dicembre 2011

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