Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

08/10/2017

Indipendenza, nazionalità e comunisti. Il dilemma catalano

di Rino Malinconico - segretario regionale Prc

Mi scuso in anticipo per la lunghezza di questo mio commento, ma le perplessità e le contrarietà di molti compagni e molte compagne a proposito della spinta indipendentista in Catalogna meritano davvero un ragionamento poco veloce.

Peraltro, trovo poco utile anche la difesa delle spinte indipendentiste con riferimento alla teoria e alla tradizione comunista sul nesso internazionalismo e liberazione delle nazionalità. Anche perché nel gran mare del dibattito tra marxisti si trovano senza difficoltà tesi divaricate e persino opposte... Meglio, molto meglio, concentrare l’attenzione sui termini politici e sul presente.

Insomma, per come la vedo io, e fermo restando la critica politica e di principio allo Stato-nazione, ripresa in modo innovativo da Ocalan e dai kurdi del Rojava, credo che nel caso della Catalogna occorra “sporcarsi un poco le mani” e guardare all’essenziale: una grande mobilitazione popolare, da un lato; una dura repressione, dall’altro. Del resto, nessuno può farsi maestro con la tastiera, specie se gli avvenimenti incalzano e sono pieni di sfaccettature e ambiguità.

Per venire al punto, io giudico molto assennata l’idea di Pablo Iglesias, che chiede di riconoscere la volontà dei catalani nella forma di un nuovo referendum concertato con Madrid. Ma per come sono andate avanti le cose, non ritengo che le sue parole possano produrre effetti reali. Né mi pare molto spendibile oggi la mediazione, pur intelligente, della Colau, che punta ad evitare una indipendenza unilaterale, con possibili risvolti di tragedia.

E allora?

Nel mio piccolo, io farei valere molto, sugli avvenimenti in corso in Catalogna, la raccomandazione di Hegel: il vero è l’intero; e l’intero non è la somma delle sue parti. E neppure, per chiarire meglio, la somma degli avvenimenti giorno per giorno. Al tempo stesso cercherei, blochianamente, di cogliere le latenze di futuro nel farsi medesimo dei processi.

In altre parole:

1) starei senz’altro con le masse che lottano, evitando di schiacciarle sui gruppi dirigenti che in una determinata fase le guidano. Le fasi dei grandi processi storici mutano, infatti, in continuazione, e non di rado chi è alla testa nei momenti iniziali si trova poi ricacciato indietro;

2) agirei attivamente dentro la concreta mobilitazione delle masse anche quando essa, pur non essendo di segno reazionario, non è neppure come, in astratto, la vorrei io; e farei ciò avendo a costante riferimento i principi essenziali dell’ideale comunista, e cioè la democrazia diretta, il superamento (nei tempi e nei modi possibili) della produzione per il valore, il riconoscimento pieno della onnilateralità degli individui, la fratellanza/sorellanza universale, il depotenziamento della forma Stato e delle sue gerarchie;

3) sarei comunque consapevole del fatto che un grande sconvolgimento storico può tranquillamente svolgersi in grande distonia con la mia azione e i miei desideri. E anzi, può anche succedere che al male si sostituisca addirittura un peggio, con l’ennesima sconfitta storica delle istanze di uguaglianza e libertà, e con una nuova reazione aperta e terroristica delle classi dominanti. Nello scontro politico e sociale, come si sa, si può vincere; ma si può anche perdere.

Di sicuro, se non cercassi di “forzare l’orizzonte” quando si determina, per il concorso contraddittorio di vari fattori storici, una qualche possibilità effettiva di cambiamento in avanti, non avrei più molto da dire: perderei semplicemente in partenza. Senza neppure la fatica di combattere...

E dico questo, pur sapendo benissimo che nella testa di una parte ampia di quelli che oggi partecipano al moto indipendentista catalano c’è una ruvida “voglia di passato”, alla maniera dei nostri neoborbonici, mentre un’altra parte vive l’indipendenza come un affare, come una più agile corsa alla competizione internazionale, sostanzialmente alla maniera del secessionismo leghista di qualche decennio fa.

C’è però anche, e questo mi pare il punto decisivo, un’ampia presenza di proletari nella dinamica indipendentista, con una memoria repubblicana, antifranchista, in alcuni settori addirittura libertaria.
E soprattutto c’è lo scontro tra i tardi epigoni del franchismo e un popolo specificamente definito (popolo in senso proprio, con una propria lingua e una propria letteratura, e con una cultura nel complesso poco spagnola, e cioè molto poco castigliana). Si è riaperto, cioè, lo scontro mai sopito e tremendamente reale tra Barcellona e Madrid.

Il nostro orizzonte, ovviamente, non è quello delle piccole patrie; ma non è neppure quello delle medie e grandi patrie. Occorre vedere situazione per situazione, e in questo caso la domanda di fondo è: cosa è più in sintonia con la nostra idea di un mondo libero e fraterno? l'esistenza della Spagna-una, con le sue caratteristiche monarchiche e veterofranchiste, o il delinearsi di una repubblica catalana a chiara vocazione democratica? Ed intendo: favorevole anche per i proletari madrileni, andalusi, galiziani, baschi, ecc.

Proprio perché concordiamo, almeno noi della sinistra antiliberista, con la critica marxiana allo Stato-nazione, e ci sentiamo più vicini alle pratiche di autogoverno non-statale del Chiapas e del Rojava, dovremmo non avere soggezione della forma-stato e dell’attuale assetto geopolitico. Il nostro riferimento dovrebbe essere sempre quello della vecchia talpa che scava. E la direzione dello scavo – ce lo insegna la storia – non è mai lineare...

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