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26/10/2017

Il governo dei conigli mannari

Vedendo la fine che ha fatto, c’è un po’ di riluttanza nel riprendere l’immagine forgiata da Giampaolo Pansa per definire l’ex segretario della Dc Arnaldo Forlani, ma occorre riconoscerne la pertinenza. Gli uomini e le donne che compongono il governo Gentiloni infatti corrispondono quasi perfettamente a questa definizione.

Un premier dal “passo felpato” e dall’immagine volutamente grigia. Un ministro dell’economia ex tecnocrate dell’Ocse, con l’aria da padre di famiglia e con un passato nel Pci. Giovani ministri dall’aria gioviale e seriosa allo stesso tempo. Un ministro degli Interni che invece potrebbe essere utilizzato, per immagine e scelte concrete, come spauracchio per chiunque.

Intorno a loro un intero sistema di comunicazione mediatica bipartisan e servile oltre ogni limite, che ha distribuito nella società una percezione rasserenante, seminando indicatori positivi su ogni aspetto della vita sociale. Morfina e prozac, a giorni alterni.

Conigli mannari appunto, uomini che attuano scelte feroci dietro una immagine tranquillizzante.

Abituati allo spacconate di Renzi, al cinismo di Monti o alle boutade di Berlusconi, sembra essere diventato più difficile segnalare alle persone in carne ed ossa le ombre nere contenute nelle scelte del governo Gentiloni.

“Un governo delle banche, della precarietà e del manganello”, così viene sintetizzato nella piattaforma che ha convocato la manifestazione nazionale dell’11 novembre. Sintesi efficace, ma che deve squarciare un velo di nebbia spessa e tossica, come la narrazione che sta accompagnando ormai il paese verso le elezioni del 2018.

In altra parte del giornale abbiamo già cominciato a decostruire la Legge di Stabilità approntata dal governo e che dovrà essere avallata da Bruxelles. Parallelamente abbiamo avviato quella che riteniamo una necessaria “operazione verità” sulle scelte strategiche dell’esecutivo in materia di lavoro, welfare, spese militari, politiche repressive.

A confermare la sostanza e la natura di queste scelte arrivano fatti che vengono troppo spesso individuati e analizzati separatamente, senza restituire quella visione di insieme che “fa sistema” e che ipoteca pesantemente la vita, gli interessi, i diritti e il futuro di milioni di persone, guarda caso tutte incastrate dentro i segmenti sociali più deboli della società: lavoratori, pensionati, disoccupati, giovani, piccoli esercenti e lavoratori autonomi.

L’ultimo esempio è stata la sentenza della Corte Costituzionale sulla perequazione delle pensioni. Una sentenza che ne ha contraddetto una precedente solo perché gli uomini che attualmente la compongono hanno sostituito i vecchi giudici e perché alcuni dei nuovi, decisivi, sono ascrivibili al mondo dei conigli mannari e alle regole che hanno imposto al paese. Una di queste è proprio l’inserimento nella Costituzione dell’art.81 sull’obbligo del pareggio di bilancio (chiesto dalla Bce, imposto da Monti, votato quasi all’unanimità dal Parlamento nel 2012) ed al quale va ormai conformata ogni deliberazione sul piano economico-sociale, anche quelle che in tutta evidenza sanciscono ormai la disuguaglianza dei cittadini di fronte alle leggi.

Entro dicembre il Parlamento dovrà poi approvare il Fiscal Compact imposto dall’Unione Europea, un altro vincolo che ipotecherà pesantemente le scelte economico-sociale per almeno venti anni, sempre in nome di una lotta per la riduzione del debito pubblico che è invece sistematicamente cresciuto dal 1992; cioè da quando iniziarono le terapie d’urto, le privatizzazioni, le leggi contro i lavoratori varate in nome... della riduzione del debito pubblico.

Ed ancora. Il ministro Padoan è andato in televisione a dire che la Legge di Stabilità si è data come priorità le risorse per la disoccupazione e le imprese. Omettendo ovviamente che i soldi andranno “solo” alle imprese (sgravi contribuitivi e fiscali) per facilitare le assunzioni dei giovani con contratti precari, sempre e solo più precari, come hanno confermato gli ultimissimi dati dell’Istat, che sono stati venduti come un “aumento dell’occupazione nel paese”.

La lista nera potrebbe proseguire parlando dell’aumento reale delle spese e degli impegni militari dell’Italia (incluso il fronte dimenticato della guerra in Afghanistan) o del boom di provvedimenti repressivi contro sindacalisti, lavoratori o attivisti sociali e politici.

La natura e la sostanza dei conigli mannari si desume proprio da quello che adesso va di moda chiamare fact checking: decisioni e fatti che smentiscono in un attimo la loro narrazione.

Ma non si dovrà mai perdere di vista – come invece fa sistematicamente una sinistra ormai estenuata dalle sue contraddizioni – che i conigli mannari agiscono per nome e per conto del “pilota automatico” deliberatamente scelto come vincolo esterno indiscutibile e indissolubile: l’Unione Europea. Una Ue sempre più vincolante e reazionaria, che addirittura – alla luce di quanto avviene tra Spagna e Catalogna – sta svelando la sua natura di “gabbia dei popoli”, più consona ad una autocrazia che a un sistema democratico liberale.

Non sarà facile smascherare tutto questo nell’epoca del dominio dei conigli mannari, dei loro uomini felpati ma pronti ad azzannare alla prima resistenza. Eppure dobbiamo provarci, con tutte le forze e la determinazione che sarà possibile ritrovare dentro una soggettività politica e sociale ancora troppo incline alla divisione e al particolarismo e troppo poco consapevole della posta in gioco. Anche per questo intende essere utile la manifestazione nazionale dell’11 novembre e lo sciopero generale del giorno prima.

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