C’è un film italiano del 1973 che spiega meglio di ogni altro elzeviro sociologico il motivo dell’entusiasmo dei cittadini marocchini emigrati in Europa, Italia compresa. È “Pane e cioccolata”, di Franco Brusati, interpretato da Nino Manfredi.
È la storia di un emigrato italiano in Svizzera che, per trovare lavoro, si finge, appunto, svizzero. Un giorno lui entra in un bar per vedere alla tv la partita Italia-Svizzera; ha appena ordinato “Ein Bier, bitte” (una birra, per favore), quando l’Italia segna. Allora lui urla a squarciagola, tra la sorpresa generale: “goooooool”.
Ecco quello che hanno sentito dentro di loro i marocchini d’Italia. Riscatto. Una squadra di calciatori che giocano fuori dal proprio paese, richiamati per formare la nazionale, ha dato un momento di pausa alle umiliazioni, alla xenofobia, all’islamofobia, – quando non al vero e proprio razzismo – vale a dire un attimo di discontinuità alla pressione di tutto quell’armamentario ideologico che serve a sfruttare di più la manodopera e – colpevolizzandola – a pagarla di meno.
Siccome dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, poetava De Andrè. Ecco che da quella montagna di barili di petrolio, di soldi, di corruzione, di interessi politico-finanziari, di inquinamento, di cemento armato e di morti nei cantieri, in un parola, da quella montagna di merda che sono i Mondiali in Qatar, è nato il fiore del riscatto sociale.
Un fiore improvvisamente spuntato sulla pietra tombale delle politiche anti-migratorie, delle smargiassate contro i naufraghi, della riduzione in schiavitù dei braccianti, della sufficienza con cui si trattano gli ambulanti, chiamati spregiativamente “vu comprà”, dello stesso uso dell’aggettivo “marocchino” come epiteto dell’intolleranza, cui disprezzare tutti gli arabi che vivono e lavorano nel nostro paese.
Un fiore pieno di spine per la destra reazionaria, che disprezza i poveri, che odia i proletari, che pretende di eliminare la giustizia sociale, contrastare la solidarietà, che ha nostalgie coloniali, suprematiste, che non sopporta chi si ribella – anche solo per una notte di gioia calcistica – contro la condizione materiale e psicologica della presunta subalternità culturale.
È un fiore che, però, appassisce presto se non ce ne prendiamo cura, in un paese che sta per attraversare un lungo e duro periodo di recessione, e si prepara alla guerra tra i poveri, fomentata da misure finanziarie nate per mettere gli uni contro gli altri, perché possano continuare indisturbati gli extra profitti, i privilegi e gli arricchimenti, coccolati dalle politiche neoliberiste, stella polare dei governi occidentali.
È bello che una squadra di calcio di emigrati abbia reso onore a una moltitudine di immigrati.
Però non basta fare il tifo per loro, bisognerebbe diventare una sola squadra che sappia affrontare il vero grande campionato, quello che si gioca ogni giorno contro la crisi energetica, la distruzione ambientale, l’inflazione, il carovita, allenati dalle ciniche e fameliche politiche neoliberiste.
Come è successo l’altra sera a Parigi, dove ai festeggiamenti dei tifosi per la vittoria del Marocco sul Portogallo, si sono poi aggiunti quelli dei francesi, per la vittoria sull’Inghilterra. Tutti insieme sugli Champs Elyées.
La nostra vita è un mondiale che ha come temibili avversari il bellicismo atlantista, la destra sovranista e reazionaria, il neoimperialismo, i loro apparati repressivi, la loro forza finanziaria, le loro tecnologie di controllo.
Però, se una squadra di calcio nordafricana – finora sottovalutata – è riuscita a battere blasonati avversari, chi può dire che non c’è partita?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/12/2022
08/09/2018
Le scelte dell’8 settembre
Il ricordo dell’8 settembre, crocevia decisivo per la storia d’Italia, deve accompagnarsi necessariamente con la rappresentazione della Resistenza.
La memoria della Resistenza è direttamente connessa con le scelte compiute in quella giornata.
Scelte individuali e collettive.
La più importante fra queste scelte fu adottata il giorno dopo l’annuncio dell’Armistizio e l’abbandono completo dello Stato da parte di chi avrebbe dovuto rappresentarlo e costituirne l’autorità: la Monarchia e il Governo.
Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nasce il 9 settembre 1943 a Roma.
L’indomani della “fellonia” della casa reale e del governo Badoglio.
È il momento più difficile della storia nazionale unitaria: il territorio italiano, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, quello in Calabria e quello a Salerno – che avviene lo stesso 9 settembre – è diventato una delle aree di guerra in cui le truppe anglo-americane e quelle tedesche si affrontano direttamente.
L’annuncio dell’armistizio, il giorno 8, non è stato preparato in alcun modo e le forze armate italiane si trovano completamente allo sbando.
E’ la scelta più difficile, i partiti si sono appena ricostruiti dopo venti anni di dittatura.
Eppure si trova la forza di proclamarsi rappresentanza e guida dell’intero popolo italiano.
La costituzione del CLN unisce in un unico organismo i diversi partiti dell’antifascismo storico, ognuno con un suo rappresentante.
Sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi rappresentante di Democrazia del Lavoro antico socialista riformista e futuro presidente del Consiglio, ci sono esponenti del Partito Comunista (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Pietro Nenni e Giuseppe Romita), del Partito d’Azione (Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea), della Democrazia Cristiana (Alcide De Gasperi), della Democrazia del Lavoro (Meuccio Ruini) e del Partito Liberale (Alessandro Casati). Il Comitato, che fungerà da “direzione politica” della lotta di Liberazione, si prefigge il compito di «chiamare gli italiani alla resistenza» contro il nazifascismo e «riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».
Era la giornata del 9 settembre 1943, mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d’orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell’Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell’esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del Comitato delle opposizioni, è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno, da parte monarchica, aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».
Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d’ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall’8 settembre e traendo da questa constatazione l’indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:
“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”Si trattò del passaggio decisivo questo della costituzione del CLN perché si verificasse l’indispensabile connessione tra l’individuale e il collettivo in una dimensione politica plurale: una grande novità dopo l’imposizione ventennale del totalitarismo fascista.
Si può ben dire che in quell’occasione si cominciò a costruire l’Italia repubblicana superando anche i limiti del Risorgimento (la gramsciana “rivoluzione mancata”) dai tanto vituperati, in seguito, partiti: fra i quali i grandi partiti di massa, il cui modello è stato incautamente abbandonato per abbracciare l’idea dei partiti personali, della governabilità esaustivamente intesa quale unica cifra dell’agire politico nell’omissione della necessità di rappresentanza come si sta pericolosamente imponendo in questa difficile fase storica.
La costituzione del CLN corrispondeva a un insieme di scelte individuali che le donne e gli uomini stavano compiendo in tutto il Paese: al Nord si andavano già costituendo le prime formazioni partigiane. Migliaia di militari sbandati si concentrano in zone di montagna con le armi di ordinanza pronti a difendersi, soprattutto in Piemonte per la dissoluzione della IV Armata dal rientro dalla Francia.
Era il momento delle scelte.
Prima di tutto non si può affermare che l’8 settembre rimanga come un nodo irrisolto nella storia d’Italia: atti, ruoli, protagonisti, responsabilità sono chiari e restano incontrovertibili nel delineare l’identità del nostro Paese per un’intera fase storica.
Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.
In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.
In questo senso Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943:
“L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.”La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.
Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.
Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi e la legalità non stava certo dalla parte dei nazifascisti, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.
Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.
La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.
Questa somma di scelte soggettive trovò allora il suo punto di coagulo, il suo riferimento, nella costituzione del CLN, nella capacità dei partiti antifascisti di costituire comunque un saldo elemento di coesione e di legittimità, sostituendosi immediatamente al vuoto creato dalla fuga del Re e di Badoglio e respingendo la pretesa dei nazisti e dei fascisti di colmarlo rappresentando un nuovo potere del terrore.
Così nacque la Resistenza tra scelte individuali e grande disegno collettivo di costruzione di una nuova Italia.
Di tutto questo dobbiamo mantenere e trasmettere memoria.
Una memoria che continua a intrecciarsi con quella dei fatti storici fondamentali non soltanto per l’identità di un Paese, ma dei singoli soggetti che la vivono.
E’ allora che si assiste, si legge, si riflette attorno ad un fenomeno collettivo: un patrimonio “nostro” dei valori comuni che ci appartengono e che determinano – appunto – la nostra identità.
Nel rievocare la Resistenza si può, allora, affermare che la memoria nasce dal dolore: dalla profondità del dolore, quello del quale si sente, quasi, la rappresentazione fisica della sofferenza morale, dell’afflizione dell’animo, dell’affanno.
Come se, tutti assieme, ci trovassimo lì a vegliare i nostri morti.
Non tutto però può esaurirsi nel dolore quando questo incontra la memoria: un intreccio da cui nasce la volontà di costruire il futuro.
La storia non era finita, dal sacrificio dei martiri poteva nascere l’attesa di una vita diversa, di una era di giustizia e di libertà alla fine di tante sopraffazioni.
Memoria, dolore, futuro legate assieme da un’unica idea di una nuova costruzione sociale, di una diversa identità.
Non si cadde allora, e non dobbiamo neppure farlo adesso, in una visione semplificato di un cosiddetto pessimismo leopardiano (o speranze, speranze, ameni inganni) perché i nostri martiri vivranno in eterno, non in un’immortalità solitaria ma per continuare a testimoniare l’idea, la necessità, l’urgenza di costruire un’altra costruzione sociale, diversa e alternativa da quella fondata sulla sopraffazione e lo sfruttamento.
Fonte
04/01/2018
Non sarà un pranzo di gala
Non saremo mai abbastanza grati al Corriere della Sera per la sua esistenza e per le cose che scrivono i suoi editorialisti. Essi infatti ci facilitano il compito nell’individuare i nemici, le cose che pensano, quello che vogliono e il senso profondo dell’inimicizia tra classi e interessi sociali contrapposti.
L’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere del 2 dicembre (“I politici e la cuoca di Lenin”), ci fornisce tutto il materiale utile per riaffermare, anche nel XXI Secolo, il senso e il segno del conflitto di classe nel nostro e negli altri paesi, alle prese con con classi dominanti ispirate dal liberalismo politico e dal liberismo economico.
L’editoriale del Corriere comincia e conclude con una tesi: il governo è roba da competenti. Di solito questi sono solo i “simili” ai proprietari e ai giornalisti del Corriere stesso. Chi rimette in discussione tale asimmetria è un incompetente, un avventurista, un nemico mortale. E’ una ideologia talmente intrisa della propria pretesa superiorità morale (e del senso di una sorta di destino manifesto per il dominio dei “borghesi”) che cercano di insinuarla come dogma anche nella scuola, una istituzione universale nata per dare opportunità e visioni più ampie di quelle dell’homo economicus ispirate dai bocconiani e dai loro simili.
Scardinare questa ideologia è qualcosa di più e assai più appassionante che un semplice ricambio di governo. E’ la differenza tra amministrazione dell’esistente e sostituzione di priorità sociali e poteri decisionali conseguenti.
E’ per questo che la “Cuoca di Lenin” o il Che Guevara che si improvvisa economista per necessità, rappresentano un incubo per i ricchi e i loro passacarte. Un incubo ben presente nell’inizio e nella conclusione dell’editoriale di Panebianco sul Corriere della Sera, tanto da fargli scappare un “lapsus”.
Questo incubo non è l’incompetenza ma le scelte su priorità e interessi sociali contrapposti. Il boom delle disuguaglianze sociali anche nel nostro paese (secondo Geminello Alvi tornate ai livelli del 1881), conferma che i “competenti” amministratori del capitale, hanno lavorato scientemente dagli anni ‘80 per ripristinare questa s/proporzione nei rapporti sociali. Hanno costruito a tale scopo apparati complessi e sovranazionali come l’Unione Europea e la Nato. Hanno condotto una guerra interna con questo obiettivo e oggi vorrebbero che tale scenario venisse accettato dalle classi subalterne e sconfitte come inevitabile, immodificabile, anzi il migliore possibile.
Sanno che tale pretesa non è realistica e stanno cercando di smantellare con ogni mezzo anche gli strumenti minimi della democrazia rappresentativa. L’attacco della banca d’affari JP Morgan alle Costituzioni troppo garantiste dei paesi euromediterranei, ne era l’espressione più evidente.
Panebianco, e prima di lui Polito, ne hanno riproposto il senso profondo dalle pagine del Corriere della Sera, evocando il rischio della incompetenza “del popolo” al governo come minaccia e rimettendo per questo in discussione la democrazia rappresentativa. La categoria del populismo viene usata come una clava per demonizzare spinte e programmi assai diversi e talvolta contrapposti tra loro. Fino a demonizzare l’idea stessa del “potere al popolo”.
Fino ad oggi l’entrata in campo di una opzione politica, sociale ed elettorale che la dichiara sin dal nome – Potere al Popolo appunto – era stata ignorata pubblicamente ma ha cominciato ad essere osservata con attenzione nei think thank della borghesia liberale (e forse anche nelle Questure). Il fatto che a Panebianco sia sfuggita come lapsus nelle righe del suo editoriale è emblematico.
Se rappresenti un problema politico per le classi dominanti prima ti ignorano, poi ti deridono (come ha fatto con una caduta di stile non imprevedibile ma assai discutibile Luciana Castellina su Il manifesto), infine ti combattono. Ci stiamo arrivando.
Le cuoche e i cuochi di Lenin sono ormai diventati molti, sconfitti, arrabbiati, ancora troppo dispersi, ma stanno sperimentando come unire le forze e metterle in campo, dentro e oltre le elezioni. Se ci riusciranno, il Corriere della Sera e il mondo insopportabile che rappresenta non potranno certo aspettarsi un pranzo di gala. Che Potere al Popolo sia!!!
Fonte
L’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere del 2 dicembre (“I politici e la cuoca di Lenin”), ci fornisce tutto il materiale utile per riaffermare, anche nel XXI Secolo, il senso e il segno del conflitto di classe nel nostro e negli altri paesi, alle prese con con classi dominanti ispirate dal liberalismo politico e dal liberismo economico.
L’editoriale del Corriere comincia e conclude con una tesi: il governo è roba da competenti. Di solito questi sono solo i “simili” ai proprietari e ai giornalisti del Corriere stesso. Chi rimette in discussione tale asimmetria è un incompetente, un avventurista, un nemico mortale. E’ una ideologia talmente intrisa della propria pretesa superiorità morale (e del senso di una sorta di destino manifesto per il dominio dei “borghesi”) che cercano di insinuarla come dogma anche nella scuola, una istituzione universale nata per dare opportunità e visioni più ampie di quelle dell’homo economicus ispirate dai bocconiani e dai loro simili.
Scardinare questa ideologia è qualcosa di più e assai più appassionante che un semplice ricambio di governo. E’ la differenza tra amministrazione dell’esistente e sostituzione di priorità sociali e poteri decisionali conseguenti.
E’ per questo che la “Cuoca di Lenin” o il Che Guevara che si improvvisa economista per necessità, rappresentano un incubo per i ricchi e i loro passacarte. Un incubo ben presente nell’inizio e nella conclusione dell’editoriale di Panebianco sul Corriere della Sera, tanto da fargli scappare un “lapsus”.
Questo incubo non è l’incompetenza ma le scelte su priorità e interessi sociali contrapposti. Il boom delle disuguaglianze sociali anche nel nostro paese (secondo Geminello Alvi tornate ai livelli del 1881), conferma che i “competenti” amministratori del capitale, hanno lavorato scientemente dagli anni ‘80 per ripristinare questa s/proporzione nei rapporti sociali. Hanno costruito a tale scopo apparati complessi e sovranazionali come l’Unione Europea e la Nato. Hanno condotto una guerra interna con questo obiettivo e oggi vorrebbero che tale scenario venisse accettato dalle classi subalterne e sconfitte come inevitabile, immodificabile, anzi il migliore possibile.
Sanno che tale pretesa non è realistica e stanno cercando di smantellare con ogni mezzo anche gli strumenti minimi della democrazia rappresentativa. L’attacco della banca d’affari JP Morgan alle Costituzioni troppo garantiste dei paesi euromediterranei, ne era l’espressione più evidente.
Panebianco, e prima di lui Polito, ne hanno riproposto il senso profondo dalle pagine del Corriere della Sera, evocando il rischio della incompetenza “del popolo” al governo come minaccia e rimettendo per questo in discussione la democrazia rappresentativa. La categoria del populismo viene usata come una clava per demonizzare spinte e programmi assai diversi e talvolta contrapposti tra loro. Fino a demonizzare l’idea stessa del “potere al popolo”.
Fino ad oggi l’entrata in campo di una opzione politica, sociale ed elettorale che la dichiara sin dal nome – Potere al Popolo appunto – era stata ignorata pubblicamente ma ha cominciato ad essere osservata con attenzione nei think thank della borghesia liberale (e forse anche nelle Questure). Il fatto che a Panebianco sia sfuggita come lapsus nelle righe del suo editoriale è emblematico.
Se rappresenti un problema politico per le classi dominanti prima ti ignorano, poi ti deridono (come ha fatto con una caduta di stile non imprevedibile ma assai discutibile Luciana Castellina su Il manifesto), infine ti combattono. Ci stiamo arrivando.
Le cuoche e i cuochi di Lenin sono ormai diventati molti, sconfitti, arrabbiati, ancora troppo dispersi, ma stanno sperimentando come unire le forze e metterle in campo, dentro e oltre le elezioni. Se ci riusciranno, il Corriere della Sera e il mondo insopportabile che rappresenta non potranno certo aspettarsi un pranzo di gala. Che Potere al Popolo sia!!!
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17/01/2015
Siria - Quasi 800 raid della coalizione, ma l’Isis è a 30 km da Aleppo
| (Fonte: The Daily Beast – Coalition for a Democratic Syria) |
«Voci infondate». Così il ministro degli Esteri Gentiloni ha bollato ieri le notizie che giovedì sera giravano tra i media arabi, prontamente riprese da quelli italiani: il pagamento di un riscatto da 12 milioni di dollari ai qaedisti di al-Nusra per riavere indietro Greta e Vanessa. Il governo italiano ci tiene a sottolineare che Roma «rispetta le regole internazionali», ovvero il divieto a versare tali somme nelle casse di gruppi terroristici in cambio della vita di propri cittadini.
Una pratica comune a molti governi occidentali, ma malvista da altri che la ritengono il migliore degli incoraggiamenti ad altri rapimenti e, soprattutto, un concreto aiuto alla causa jihadista: secondo un’indagine del New York Times dello scorso anno, dal 2008 al 2014 gruppi-satellite di al Qaeda avrebbe incassato 125 milioni di dollari in riscatti.
Difficile quantificare con esattezza quelli finiti nelle casse dello Stato Islamico, organizzazione che gode di una ricchezza senza precedenti, con entrate giornaliere che sfiorano i 3 milioni di dollari grazie alla vendita sottobanco di greggio siriano e iracheno. Secondo calcoli dei servizi segreti Usa di novembre, l’Isis si sarebbe garantito con i riscatti 45 milioni di dollari in pochi mesi.
L’incalcolabile ricchezza finanziaria di cui fa vanto il califfo al-Baghdadi spiega in parte – insieme al potente messaggio di propaganda – le conquiste finora registrate sul terreno: dopo aver occupato in pochi mesi un terzo dell’Iraq, l’Isis sta per archiviare l’identico obiettivo anche in Siria. Nonostante i 790 raid aerei della coalizione internazionale, lo Stato Islamico continua ad espandersi, mangiando territorio non al governo Assad ma alle opposizioni moderate e islamiste rivali.
Oggi le zone siriane sotto l’influenza dell’Isis sono il doppio di quanto non fossero prima dell’inizio dell’operazione militare occidentale. Ormai a soli 30 km da Aleppo, il gruppo controlla quasi per intero le regioni nord-orientali della Siria, da cui ha allontanato con la forza i ribelli che da quattro anni combattono Damasco. La strategia è semplice e efficace: dopo aver assunto il controllo delle zone rurali delle province a est, come una macchia d’olio l’Isis si è allargato a nord, verso il Kurdistan siriano, e a ovest verso le grandi città, Raqqa in primis. Oggi gli islamisti di al-Baghdadi controllano ampie porzioni del deserto di Homs, a sud di Aleppo, sempre più vicina.
| (Fonte: The Daily Beast – Coalition for a Democratic Syria) |
Il sogno del califfato che si avvera? A guardare la mappa, parrebbe di sì: il corridoio di terre immaginato da al-Baghdadi, dalla provincia orientale irachena di Diyala alla città siriana di Aleppo, è quasi interamente in mano allo Stato Islamico. Che punta ora al “lontano ovest”: con sacche di miliziani lungo il confine con il Libano e un migliaio di infiltrati nel paese dei Cedri, nella regione di Qalamoun, al-Baghdadi sembra pronto al grande balzo, che potrebbe concretizzarsi se Aleppo dovesse cadere.
A frenarne – in parte – l’avanzata verso il nord e il confine con la Siria sono le comunità kurde: alcune sono finite sotto lo stivale jihadista, ma molte altre si contendono con l’Isis il controllo del territorio combattendo in prima linea, strada per strada.
Non fanno invece il loro dovere gli altri nemici giurati dell’Isis: la coalizione non gode di buoni contatti sul terreno, a differenza dell’Iraq, dove l’esercito di Baghdad e i peshmerga forniscono serie informazioni di intelligence. Il principale alleato Usa, l’Esercito Libero Siriano, ha perso in pochi mesi quasi la metà dei territori che controllava a metà 2014, a favore dell’Isis. Assenti sul campo di battaglia, quasi del tutto insignificanti sul piano diplomatico, le opposizioni moderate non possono assolvere al compito di stivale sul terreno di Washington.
Le conseguenze sono visibili a tutti: l’inarrestabile avanzata islamista è foraggiata indirettamente dai suoi stessi avversari.
Fonte
15/09/2014
Salvare gli ostaggi a qualsiasi prezzo? Rigore o trattativa
‘Padre Dall’Oglio è prigioniero con le due italiane’, dice il Corsera. Governo Renzi: ‘Ogni Paese è sovrano di trattare o meno con i rapitori’. Pagamento di riscatti, contrari Washington e Londra. Obama contro la Francia: ‘Dice di non pagare per liberare i suoi ostaggi, invece lo fa’. E l’Italia?
«Padre Paolo Dall’Oglio è vivo e sta bene. Si trova in una prigione nelle vicinanze della cittadina siriana di Raqqa e controllata da militanti iracheni dello Stato Islamico. Nelle stessa prigione pare si trovino altri ostaggi occidentali, tra cui le due cooperanti italiane rapite di recente». Lo scrive sul Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi da Erbil, capitale del Kurdistan iracheno. Fonte il 74enne Michel Kilo, intellettuale damasceno, una delle voci più note tra le opposizioni di sinistra alla dittatura siriana. Cristiano, ex militante comunista, arrestato più volte dalla polizia segreta di Assad.
Dettagli della prigionia. Rapito da militanti dello Ahrar al-Sham e poi ‘venduto’ ai capi dello Stato Islamico, è stato rinchiuso nel palazzo del governatorato di Raqqa assieme a tanti altri prigionieri occidentali, compreso James Foley, il primo dei giornalisti americani decapitati. Secondo Michel Kilo per Dall’Oglio e gli altri ostaggi la situazione si sta complicando. «Non è più una questione di prezzo. La partecipazione militare italiana alla nuova coalizione guidata dagli americani contro lo Stato Islamico introduce l’elemento politico. Un conto è mandare aiuti civili, un altro spedire armi».
La polemica sul fronte occidentale dei riscatti si fa intanto rovente. Contrari a qualsiasi trattativa Washington e Londra. Obama contro la Francia è arrivato all’ironia: ‘Dice di non pagare per liberare i suoi ostaggi, e invece lo fa’. E l’Italia? E l’Italia paga, anche se non lo ammette. «Ogni Paese è sovrano di trattare o meno con i rapitori», precisa il governo, confessando di fatto. Così l’Italia si distanzia dalle scelte del presidente Usa e del primo ministro Cameron, entrambi sostenitori dell’equazione pagamento di un riscatto all’Isis eguale ad un finanziamento diretto del gruppo armato.
Chi paga e come avviene la trattativa e il pagamento? Secondo Rukmini Callimachi, reporter del New York Times, gran parte dei paesi europei cedono al ricatto. «Non li vorremmo pagare, ma non possiamo lasciar morire i nostri cittadini», confessa un ambasciatore. Esempio emblematico: 2003, un aereo militare tedesco arriva a Bamako, capitale del Mali. Poche persone con tre valigette piene di cinque milioni di dollari. Non un riscatto. Un “aiuto umanitario” al Mali. Le tre valigette vennero consegnare nel nord del paese. Pochi giorni dopo degli ostaggi rapiti in Algeria vennero liberati.
A pagare di più sono stati i francesi, che hanno subito il numero maggiore di rapimenti. 58 milioni di dollari in riscatti. Tra i paesi europei, la Svizzera ha pagato 14 milioni, seguita dalla Spagna con circa 10. Anche l’Italia avrebbe pagato Al Qaeda. Simona Pari e Simona Torretta (settembre 2004), Giuliana Sgrena (febbraio 2005), Clementina Cantoni (Afghanistan, maggio 2005), Rossella Urru (ottobre 2011) e Mariasandra Mariani (febbraio 2011), tutti conclusi con il pagamento di un riscatto. Trattativa condotta dai Servizi segreti, l’Aise, e fondi altrettanto segreti, ma sempre tasche italiane.
Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due sprovvedute volontarie rapite in Siria a fine luglio, sono state l’ultimo episodio di sequestro di cittadini italiani all’estero giunti a sei casi. Prima delle due ragazze, era toccato a Marco Vallisa, un tecnico sequestrato il 5 luglio in Libia. Sempre il Libia, si sono perse le tracce di Gianluca Salviato, impiegato per una società di costruzioni. In Siria, da oltre un anno si sono perse le tracce di Padre Dall’Oglio, gesuita romano. Mentre da oltre due anni non si hanno notizie del cooperante Giovanni Lo Porto, palermitano sequestrato in Pakistan nel 2012.
Fonte
«Padre Paolo Dall’Oglio è vivo e sta bene. Si trova in una prigione nelle vicinanze della cittadina siriana di Raqqa e controllata da militanti iracheni dello Stato Islamico. Nelle stessa prigione pare si trovino altri ostaggi occidentali, tra cui le due cooperanti italiane rapite di recente». Lo scrive sul Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi da Erbil, capitale del Kurdistan iracheno. Fonte il 74enne Michel Kilo, intellettuale damasceno, una delle voci più note tra le opposizioni di sinistra alla dittatura siriana. Cristiano, ex militante comunista, arrestato più volte dalla polizia segreta di Assad.
Dettagli della prigionia. Rapito da militanti dello Ahrar al-Sham e poi ‘venduto’ ai capi dello Stato Islamico, è stato rinchiuso nel palazzo del governatorato di Raqqa assieme a tanti altri prigionieri occidentali, compreso James Foley, il primo dei giornalisti americani decapitati. Secondo Michel Kilo per Dall’Oglio e gli altri ostaggi la situazione si sta complicando. «Non è più una questione di prezzo. La partecipazione militare italiana alla nuova coalizione guidata dagli americani contro lo Stato Islamico introduce l’elemento politico. Un conto è mandare aiuti civili, un altro spedire armi».
La polemica sul fronte occidentale dei riscatti si fa intanto rovente. Contrari a qualsiasi trattativa Washington e Londra. Obama contro la Francia è arrivato all’ironia: ‘Dice di non pagare per liberare i suoi ostaggi, e invece lo fa’. E l’Italia? E l’Italia paga, anche se non lo ammette. «Ogni Paese è sovrano di trattare o meno con i rapitori», precisa il governo, confessando di fatto. Così l’Italia si distanzia dalle scelte del presidente Usa e del primo ministro Cameron, entrambi sostenitori dell’equazione pagamento di un riscatto all’Isis eguale ad un finanziamento diretto del gruppo armato.
Chi paga e come avviene la trattativa e il pagamento? Secondo Rukmini Callimachi, reporter del New York Times, gran parte dei paesi europei cedono al ricatto. «Non li vorremmo pagare, ma non possiamo lasciar morire i nostri cittadini», confessa un ambasciatore. Esempio emblematico: 2003, un aereo militare tedesco arriva a Bamako, capitale del Mali. Poche persone con tre valigette piene di cinque milioni di dollari. Non un riscatto. Un “aiuto umanitario” al Mali. Le tre valigette vennero consegnare nel nord del paese. Pochi giorni dopo degli ostaggi rapiti in Algeria vennero liberati.
A pagare di più sono stati i francesi, che hanno subito il numero maggiore di rapimenti. 58 milioni di dollari in riscatti. Tra i paesi europei, la Svizzera ha pagato 14 milioni, seguita dalla Spagna con circa 10. Anche l’Italia avrebbe pagato Al Qaeda. Simona Pari e Simona Torretta (settembre 2004), Giuliana Sgrena (febbraio 2005), Clementina Cantoni (Afghanistan, maggio 2005), Rossella Urru (ottobre 2011) e Mariasandra Mariani (febbraio 2011), tutti conclusi con il pagamento di un riscatto. Trattativa condotta dai Servizi segreti, l’Aise, e fondi altrettanto segreti, ma sempre tasche italiane.
Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due sprovvedute volontarie rapite in Siria a fine luglio, sono state l’ultimo episodio di sequestro di cittadini italiani all’estero giunti a sei casi. Prima delle due ragazze, era toccato a Marco Vallisa, un tecnico sequestrato il 5 luglio in Libia. Sempre il Libia, si sono perse le tracce di Gianluca Salviato, impiegato per una società di costruzioni. In Siria, da oltre un anno si sono perse le tracce di Padre Dall’Oglio, gesuita romano. Mentre da oltre due anni non si hanno notizie del cooperante Giovanni Lo Porto, palermitano sequestrato in Pakistan nel 2012.
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