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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/12/2023

Scaricare l’Ucraina, usandola ancora. Ma come?

di Francesco Dall'Aglio

Alcune cose sono successe, durante gli ultimi giorni, e alcune di queste cose presentano motivi di interesse.

La prima è certamente l’editoriale di Serge Schmemann pubblicato il 27 dicembre sul New York Times e intitolato “L’Ucraina non ha bisogno di tutto il suo territorio per sconfiggere Putin” che, come era prevedibile, ha sollevato un bel po’ di discussioni.

I titoli degli articoli, però non sono tutto, anzi sono quasi niente: c’è bisogno del testo.

A prima vista l’articolo (soprattutto, ripeto, se consideriamo solo il titolo) non sembra discostarsi molto dall’idea generale che si sta facendo strada da un po’ di tempo, ossia che una vittoria militare ucraina non sia più ipotizzabile (resto stupito dal fatto che si è davvero pensato potesse esserlo, ma questo è un altro discorso) e sia necessario non solo trattare, ma all’occorrenza trattare da una posizione di debolezza.

Lo stesso giorno era stato pubblicato anche un articolo di Politico che diceva più o meno lo stesso: passare alla difensiva, potenziare le difese, soprattutto quelle antiaeree, “far risorgere” l’industria ucraina per mettere il paese in grado di sopperire ai suoi bisogni senza troppo sostegno estero eccetera, in modo da arrivare a questi benedetti negoziati nel migliore dei modi, e poi aggiunge tutta una serie di considerazioni interessanti in chiave di politica interna americana che non sto qui a ripetere.

L’articolo del NYT però fa un passo avanti, suggerendo di arrivare ai negoziati anche non nel modo migliore, ma dando per scontato che parte del territorio sia persa e non sia, almeno al momento, recuperabile. Questo, però, non significa cedere, e la lettura dell’articolo lo conferma.

In primo luogo l’idea dei negoziati è presentata come un’idea di Putin, non della controparte ucraina, riprendendo un articolo sempre del NYT del 23 dicembre.

Questo, scrive Schmemann, è “sia sospetto che allettante“. Sospetto perché, al di là del fatto che Putin non è degno di fiducia, lascerebbe la Russia in controllo del 20% del territorio ucraino e le darebbe tempo e modo di riorganizzare le forze per riprendere le ostilità, magari aspettando che Trump diventi Presidente (che poi è la preoccupazione maggiore del NYT, ma anche questo è un altro discorso).

Se però Putin fosse serio, continua Schmemann, l’Ucraina dovrebbe accettare perché “il territorio recuperato non è la sola misura della vittoria in questa guerra“.

La controffensiva è andata male, non è sicuro che in futuro riceverà la stessa assistenza da parte degli alleati, e l’ipotesi di una guerra d’attrito certamente non favorisce l’Ucraina.

Ma, appunto, “riconquistare territorio è la maniera sbagliata di immaginare il risultato migliore. La vera vittoria dell’Ucraina sarà sorgere dall’inferno della guerra come uno stato forte, indipendente, prospero e sicuro, fermamente piantato in Occidente“, cioè quello che “il signor Putin teme di più“.

In che modo l’Ucraina possa diventare forte e prospera, soprattutto perdendo il 20% del suo territorio con regioni economicamente importantissime e la più grande centrale nucleare d’Europa, è lasciato nel vago, così come non si spiega perché Putin dovrebbe temere una cosa del genere.

Secondo Schmemann, perché gli ricorderebbe che era la strada che la Russia avrebbe potuto seguire dopo il 1991 quando “entrambi i paesi si sono liberati dall’Unione Sovietica, prima che il signor Putin entrasse nel Cremlino e soccombesse al rancore e al fascino del potere dittatoriale e dell’illusione imperiale“, abbandonando il paradiso democratico e riformista della gestione Eltsin che tanto ci piaceva (quest’ultima è una considerazione mia. A differenza di quella di Schmemann è sensata).

Certo, un armistizio sarebbe difficile per Zelensky, “l’intrepido presidente ucraino“, che già si è urtato quando Zaluzhny ha osato parlare di stallo del fronte. Ma, e qui viene la parte interessante, “esplorare [l’idea di] un armistizio non è ritirarsi. Al contrario, la lotta deve continuare, anche quando inizieranno le trattative, per mantenere pressione militare ed economica sulla Russia“.

Lo ripeto: la lotta deve continuare, the fight must go on. Perché ovviamente l’armistizio non deve portare alcun vantaggio alla Russia. Né l’Ucraina né “buona parte del mondo” accetterebbero l’annessione di territorio ucraino, e soprattutto non sarebbe una vittoria per Putin, per quanto lui la presenterebbe come tale.

Segue elenco di situazioni che nell’economia dell’articolo serve poco, ma è utile per dare ai NAFO [NATO friends, ndr] e agli Iacoboni un po’ di gioia in questo momento duro: esercito russo massacrato e umiliato, il piano di installare un governo amico è fallito, ritirata caotica da Kiev (?), guerra terribilmente costosa, valorosa Ucraina sostenuta da miliardi di dollari in fondi e armi americane ed europee, un anno per prendere Bahmut, le ondate umane ovviamente di “riservisti male addestrati e carcerati arruolati” non riescono a prendere Avdiivka, migliaia di morti, la meglio gioventù emigrata, l’ammutinamento di Prigožin, le tremende sanzioni che hanno posto fine a quasi tutto il commercio con l’Occidente (tranne gas, petrolio, uranio, alluminio, fertilizzanti, diamanti…) e portato a un’inflazione galoppante anche se Putin e i suoi sgherri comunque ci hanno guadagnato in qualche modo; economia che nel breve periodo va bene stimolata dalle spese militari e dalla necessità di sostituire i materiali sanzionati ma che alla lunga andrà malissimo, l’Unione Europea che accetta di aprire i negoziati sull’accesso dell’Ucraina (e vorrei vedere, dopo quello che gli abbiamo promesso), la Finlandia nella NATO e la Svezia quasi.

Insomma abbiamo vinto, in caso non fosse chiaro. Però non bisogna rilassarsi.

In effetti, pare che dalle nostre parti siano finiti i soldi e, un po’, la volontà politica, e se Trump dovesse venire eletto presidente guai a noi. A maggior ragione, bisogna arrivare ai negoziati.

La prima fase, ci informa Schmemann citando la roadmap messa su dalla RAND Corporation (ah…), dovrebbe consistere nell’accordarsi sulla. cessazione delle ostilità, il ritiro delle truppe e l’arrivo di una missione esterna di monitoraggio. Chi debba farne parte è lasciato nel vago.

Poi bisognerà fornire all’Ucraina garanzie di sicurezza, bontà loro riconoscendo il fatto che la Russia non gradirebbe che le suddette garanzie fossero l’ingresso nella NATO.

Poi ci sarà da risolvere il problema dei crimini di guerra (russi), delle riparazioni (russe), delle sanzioni (alla Russia). E, ovviamente, “qualsiasi armistizio sarebbe ben lontano dall’essere una risoluzione finale“; meglio ancora, e con queste parole si conclude l’articolo, “nessun armistizio temporaneo potrebbe precludere per sempre all’Ucraina di recuperare tutte le sue terre“.

Quindi, come per Minsk 1 e 2, facciamo l’armistizio e poi lo violiamo; intanto continuiamo a mandare armi e soldi, perché, come stanno dicendo in tanti, è cosa buona per l’economia USA; facciamo pagare alla Russia le riparazioni di guerra; manteniamo le sanzioni; e istituiamo un tribunale per i crimini di guerra russi (e solo per quelli).

Resta da chiedersi in base a quale criterio alla Russia una sistemazione del genere dovrebbe convenire, ma naturalmente l’idea è che siano talmente tanto stremati da avere assoluto bisogno, quasi più dell’Ucraina, di una tregua nei combattimenti e quindi accetteranno qualsiasi cosa, anzi la stanno proponendo loro.

In realtà a mettere le cose in chiaro, dal punto di vista delle prospettiva russa, ci ha pensato subito Medvedev nel suo solito ruolo di “bad cop”: l'”operazione militare speciale” continua, e il suo obiettivo è sempre quello di disarmare le forze ucraine.

Non solo (perché le condizioni del negoziato non sono più quelle dei primi mesi del 2022): cambio di regime e annessione di Odessa, Dnepropetrovsk, Kharkov, Nikolaev, Kiev “e molte altre città russe occupate“. Su questo, dice Medvedev, sono aperti a ogni negoziato.

Questa era la prima cosa che volevo analizzare. Sui missili di ieri e oggi, russi in Ucraina e ucraini in Russia, scriverò più tardi. (30 dicembre 2023)

Fonte

15/09/2023

La resa di Roma, settembre 1943

Figura 1 - Situazione militare intorno a Roma,
la sera dell’8 settembre.
di Massimo Zucchetti

La resa di Roma nel 1943 avvenne fra il 10 settembre, con l’accordo che prevedeva che Roma restasse “città aperta“, e il 23 settembre, quando – dopo che la città fu occupata dalle truppe tedesche e le unità del regio esercito nella zona furono disarmate e sciolte – Roma fu annessa alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini.

I nostri prodi militari badogliani dovettero cedere alle soverchianti forze germaniche? No: in figura [1] vedete la situazione militare la sera dell’8 settembre: quelli grigi sono i nostri, i neri sono i tedeschi: eravamo tanti (noi) a pochi (loro).

Se gli Italiani fossero riusciti a “tenere” Roma, impedendo per qualche giorno l’invasione nazista, gli Alleati sarebbero poi stati pronti a prenderne il controllo. Non erano pronti a una battaglia, perché erano impegnati al fronte a sud di Napoli e soprattutto stavano già per sbarcare a Salerno e in Puglia.

I tedeschi invece poterono assicurarsi insperatamente il controllo di Roma, essenziale snodo per le loro retrovie; travolti di lì a poco a Napoli, riuscirono a ritirarsi con ordine sulla linea Gustav: Roma dovette attendere altri nove mesi per essere liberata, mentre gli Alleati, indeboliti sul fronte italiano dai preparativi per il D-Day in Normandia, davano inutilmente di cozzo a Montecassino, per mesi.

Se Roma fosse stata liberata a settembre ’43, la ritirata tedesca sarebbe stata ben più rovinosa, non ci sarebbe stata nessuna Montecassino, l’Italia centrosettentrionale non avrebbe subito due anni di occupazione.

Non è solo un nostra “opinione”, lo chiarirono gli stessi vertici militari germanici. Senza addentrarci nei particolari, bastava che le truppe italiane, alla sera dell’8 settembre assai superiori a quelle tedesche attorno a Roma, avessero ricevuto ordini decenti e tali da permettere loro di impedire la presa di Roma ai tedeschi per tre miseri giorni: TRE GIORNI.

Leningrado ha resistito tre anni, Roma – secondo gli imbelli generali Roatta e Ambrosio – non poteva resistere più di poche ore.

Gli Alleati sarebbero intervenuti a Roma mediante l’operazione “Giant Two”, che invece dovette essere annullata. Questa avrebbe avuto non soltanto un ovvio peso militare, ma avrebbe anche ridato morale ad altri reparti del nostro Esercito.

Il generale tedesco Siegfried Westphal, Capo di Stato Maggiore del comando del feldmaresciallo Albert Kesselring, asserì che l’esercito tedesco sarebbe stato costretto a ripiegare profondamente verso nord, seguendo quello che era il convincimento iniziale del generale Rommel (che mutò opinione solo a fine settembre), con il risultato di accorciare i tempi della Campagna d’Italia e di anticipare la vittoria anglo-americana, con notevole risparmio di vite umane e di danni materiali all’Italia.

Non era quindi impensabile avere gli Alleati alle soglie della Pianura Padana prima dell’inverno: la stessa intera guerra in Europa avrebbe forse avuto uno sviluppo diverso, il D-Day sarebbe stato dal Sud della Francia, probabilmente.

La guerra, per il territorio italiano a sud della linea gotica, sarebbe davvero finita nel settembre 1943; se poi almeno un decimo delle nostre forze armate di terra fosse riuscito a non sbandarsi e a passare le linee unendosi agli Alleati, anche il ruolo del “Regno del Sud” sarebbe stato diverso, più dignitoso della “cobelligeranza” che ottenne dagli Alleati.

Il governo italiano, invece, abbandonò la sua stessa nazione e il suo popolo all’invasione tedesca. L’uscita dalla guerra avvenne purtroppo come sappiamo: dopo un lungo traccheggiare, l’Armistizio fu firmato a Cassibile il 3 settembre.

Il “nostro” Governo però continuò a tentennare nel rendere pubblico il cambio di campo dell’Italia, mentre gli Alleati spazientiti forzarono gli eventi, prima con pesanti bombardamenti, poi rendendo pubblica la notizia dell’Armistizio, da Radio Algeri, l’8 settembre alle 18:30.

Badoglio allora corse ai ripari con un annuncio per radio alle 19:45, dove non si chiariva cosa intendesse fare l’Italia del suo territorio, invaso da due eserciti stranieri contrapposti, e quale condotta dovessero tenere le sue forze armate: “esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza” era una frase indegna di un Maresciallo d’Italia, a capo dell’esercito nazionale.

Reagiranno come? Per ottenere cosa? Per andare dove? Immaginiamo lo sconcerto in tutta la Nazione.

Seguirono, il giorno successivo, la fuga da Roma a Brindisi di Badoglio, di tutto il governo, del Re e di Umberto Savoia, causando un vuoto di potere che infiniti danni addusse all’Italia; i nostri vertici militari, in fuga, tentennarono a dar ordine di attaccare i tedeschi, sperando che questi si ritirassero spontaneamente (sic!).

L’esercito tedesco procedette risolutamente e con abili colpi di mano successivi: in pochi giorni, vi fu la dissoluzione totale delle nostre forze armate, la presa di Roma da parte dei tedeschi, quasi increduli di tanta manna.

Il comportamento ambiguo nei giorni precedenti, e quello disastroso e codardo nei giorni successivi l’8 settembre – del governo italiano, della casa Savoia e dei vertici militari – ebbero conseguenze tragiche.

L’esercito italiano, pur con l’attenuante della mancanza di direttive precise e salvo alcune eccezioni, diede una prova sconfortante, dovuta soprattutto alla penosa inadeguatezza dei suoi vertici: in pochi giorni, in Italia, decine di divisioni si dissolsero e quasi tutti i nostri soldati vennero catturati o si diedero alla fuga, abbandonando Roma e l’Italia centrosettentrionale in mano ai tedeschi.

L’esercito italiano presente nel territorio metropolitano al settembre 1943 era senza dubbio fortemente indebolito: tuttavia, le condizioni non erano tali da giustificare una immediata e totale dissoluzione.

Ora, è forse facile giudicare, qui dalla nostra comoda poltrona nel 2023. Però una nazione ed un esercito che crollarono così vergognosamente, come l’Italia nel settembre 1943, non si erano mai viste nella storia militare contemporanea, né si vedranno più in futuro.

Al di là di tutte le ragioni e le circostanze, militarmente parlando, fu una figura davvero meschina.

Da: Francesco Mattesini, L’armistizio e la Mancata Difesa di Roma. I combattimenti di Monterosi, lago di Bracciano, Monterotondo e Porta San Paolo, Roma, novembre 2020,

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08/09/2018

Le scelte dell’8 settembre


Il ricordo dell’8 settembre, crocevia decisivo per la storia d’Italia, deve accompagnarsi necessariamente con la rappresentazione della Resistenza.

La memoria della Resistenza è direttamente connessa con le scelte compiute in quella giornata.

Scelte individuali e collettive.

La più importante fra queste scelte fu adottata il giorno dopo l’annuncio dell’Armistizio e l’abbandono completo dello Stato da parte di chi avrebbe dovuto rappresentarlo e costituirne l’autorità: la Monarchia e il Governo.

Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nasce il 9 settembre 1943 a Roma.

L’indomani della “fellonia” della casa reale e del governo Badoglio.

È il momento più difficile della storia nazionale unitaria: il territorio italiano, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, quello in Calabria e quello a Salerno – che avviene lo stesso 9 settembre – è diventato una delle aree di guerra in cui le truppe anglo-americane e quelle tedesche si affrontano direttamente.

L’annuncio dell’armistizio, il giorno 8, non è stato preparato in alcun modo e le forze armate italiane si trovano completamente allo sbando.

E’ la scelta più difficile, i partiti si sono appena ricostruiti dopo venti anni di dittatura.

Eppure si trova la forza di proclamarsi rappresentanza e guida dell’intero popolo italiano.

La costituzione del CLN unisce in un unico organismo i diversi partiti dell’antifascismo storico, ognuno con un suo rappresentante.

Sotto la presidenza di Ivanoe Bonomi rappresentante di Democrazia del Lavoro antico socialista riformista e futuro presidente del Consiglio, ci sono esponenti del Partito Comunista (Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola), del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Pietro Nenni e Giuseppe Romita), del Partito d’Azione (Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea), della Democrazia Cristiana (Alcide De Gasperi), della Democrazia del Lavoro (Meuccio Ruini) e del Partito Liberale (Alessandro Casati). Il Comitato, che fungerà da “direzione politica” della lotta di Liberazione, si prefigge il compito di «chiamare gli italiani alla resistenza» contro il nazifascismo e «riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni».

Era la giornata del 9 settembre 1943, mentre la divisione Granatieri era impegnata nella difesa ad oltranza del ponte della Magliana, nella città, abbandonata a se stessa, in mezzo alla ridda delle voci contrastanti, i gruppi politici antifascisti cercavano faticosamente d’orientarsi sulla situazione e di prendere contatto con gli organi del governo Badoglio. Il Comitato delle opposizioni delega a questo scopo nelle prime ore del mattino Bonomi e Ruini, i quali si recano al Viminale e vi apprendono la notizia della fuga del re. Li ha preceduti una missione dell’Associazione combattenti richiedendo la distribuzione di armi per potersi battere a fianco dell’esercito. La richiesta, benché appoggiata dagli emissari del Comitato delle opposizioni, è «respinta con un no freddo. Anzi qualcuno, da parte monarchica, aggiunge che non bisogna esasperare gli invasori».

Posto di fronte alla più drammatica delle situazioni, con la sensazione di avere dinnanzi a sé il vuoto più assoluto d’ogni «autorità costituita» il Comitato delle opposizioni reagisce immediatamente; constatando la frattura decisiva determinata dall’8 settembre e traendo da questa constatazione l’indicazione delle sue nuove responsabilità, alle ore 14,30 esso approva la seguente mozione:
“Nel momento in cui il nazismo tenta restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista, i partiti antifascisti si costituiscono in Comitato di liberazione nazionale, per chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni.”
Si trattò del passaggio decisivo questo della costituzione del CLN perché si verificasse l’indispensabile connessione tra l’individuale e il collettivo in una dimensione politica plurale: una grande novità dopo l’imposizione ventennale del totalitarismo fascista.

Si può ben dire che in quell’occasione si cominciò a costruire l’Italia repubblicana superando anche i limiti del Risorgimento (la gramsciana “rivoluzione mancata”) dai tanto vituperati, in seguito, partiti: fra i quali i grandi partiti di massa, il cui modello è stato incautamente abbandonato per abbracciare l’idea dei partiti personali, della governabilità esaustivamente intesa quale unica cifra dell’agire politico nell’omissione della necessità di rappresentanza come si sta pericolosamente imponendo in questa difficile fase storica.

La costituzione del CLN corrispondeva a un insieme di scelte individuali che le donne e gli uomini stavano compiendo in tutto il Paese: al Nord si andavano già costituendo le prime formazioni partigiane. Migliaia di militari sbandati si concentrano in zone di montagna con le armi di ordinanza pronti a difendersi, soprattutto in Piemonte per la dissoluzione della IV Armata dal rientro dalla Francia.

Era il momento delle scelte.

Prima di tutto non si può affermare che l’8 settembre rimanga come un nodo irrisolto nella storia d’Italia: atti, ruoli, protagonisti, responsabilità sono chiari e restano incontrovertibili nel delineare l’identità del nostro Paese per un’intera fase storica.

Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.

In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.

In questo senso Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943:
“L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.”
La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.

Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.

Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi e la legalità non stava certo dalla parte dei nazifascisti, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.

Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.

La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.

Questa somma di scelte soggettive trovò allora il suo punto di coagulo, il suo riferimento, nella costituzione del CLN, nella capacità dei partiti antifascisti di costituire comunque un saldo elemento di coesione e di legittimità, sostituendosi immediatamente al vuoto creato dalla fuga del Re e di Badoglio e respingendo la pretesa dei nazisti e dei fascisti di colmarlo rappresentando un nuovo potere del terrore.

Così nacque la Resistenza tra scelte individuali e grande disegno collettivo di costruzione di una nuova Italia.

Di tutto questo dobbiamo mantenere e trasmettere memoria.

Una memoria che continua a intrecciarsi con quella dei fatti storici fondamentali non soltanto per l’identità di un Paese, ma dei singoli soggetti che la vivono.

E’ allora che si assiste, si legge, si riflette attorno ad un fenomeno collettivo: un patrimonio “nostro” dei valori comuni che ci appartengono e che determinano – appunto – la nostra identità.

Nel rievocare la Resistenza si può, allora, affermare che la memoria nasce dal dolore: dalla profondità del dolore, quello del quale si sente, quasi, la rappresentazione fisica della sofferenza morale, dell’afflizione dell’animo, dell’affanno.

Come se, tutti assieme, ci trovassimo lì a vegliare i nostri morti.

Non tutto però può esaurirsi nel dolore quando questo incontra la memoria: un intreccio da cui nasce la volontà di costruire il futuro.

La storia non era finita, dal sacrificio dei martiri poteva nascere l’attesa di una vita diversa, di una era di giustizia e di libertà alla fine di tante sopraffazioni.

Memoria, dolore, futuro legate assieme da un’unica idea di una nuova costruzione sociale, di una diversa identità.

Non si cadde allora, e non dobbiamo neppure farlo adesso, in una visione semplificato di un cosiddetto pessimismo leopardiano (o speranze, speranze, ameni inganni) perché i nostri martiri vivranno in eterno, non in un’immortalità solitaria ma per continuare a testimoniare l’idea, la necessità, l’urgenza di costruire un’altra costruzione sociale, diversa e alternativa da quella fondata sulla sopraffazione e lo sfruttamento.

Fonte

08/09/2015

8 Settembre 1943. La caduta del regime

Nelle prime ore del mattino Badoglio trasmette al quartier generale alleato ad Algeri un messaggio con  il quale informa che il governo italiano non può diffondere la notizia dell’armistizio firmato a Cassibile il 3 Settembre dal generale Castellano a causa della consistente presenza di truppe tedesche ammassate nei dintorni di Roma.

Eisenhower giudica impossibile l’invio di una divisione aviotrasportata a Roma essendo gli italiani nell’impossibilità di fornirle i mezzi di trasporto e respinge la richiesta di rinvio della comunicazione dell’avvenuto armistizio.

Alle ore 16:30 Radio New York anticipa la notizia.

In Italia settentrionale i reparti dell’armata tedesca comandata dal maresciallo Rommel iniziano i rastrellamenti dei soldati italiani e l’occupazione dei punti strategici delle aree industriali e delle vie di comunicazione.

Alle ore 18:45 al Quirinale si svolge una riunione per valutare la situazione. Vi partecipano il re, Badoglio, Acquarone, Guariglia (ministro degli Esteri), Carbone (comandante la piazza di Roma), e i ministri della guerra, della marina, dell’aeronautica. Durante la seduta giunge la notizia che Eisenhower ha annunciato l’armistizio con l’Italia.

Alle 19:45 Badoglio legge un comunicato con cui informa il Paese che “il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze anglo – americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo – americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. Prive di direttive precise le forze armate si sbandano.

Nella notte a Salerno gli Alleati iniziano le operazioni di sbarco, incontrando una violenta resistenza da parte delle truppe tedesche. Intorno a Roma le divisioni dei Granatieri di Sardegna, Piave e Ariete contrastano l’avanzata dei reparti tedeschi.

Alle ore 5:10 il re e Badoglio accompagnati da un gruppo di militari e di funzionari abbandonano Roma diretti a Pescara, dove un’unità della Marina li porteranno a Brindisi sotto la protezione degli alleati.

A Porta San Paolo e in altri quartieri della Capitale l’esercito, con l’appoggio della popolazione, si oppone all’avanzata dei tedeschi comandati dal maresciallo Kesserling. La resistenza durerà fino al giorno 10, quando le truppe italiane saranno costrette a capitolare e i tedeschi occuperanno Roma, formalmente dichiarata “Città aperta”.

Si costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale e si compone il primo CLN (nel corso del mese di Ottobre si formeranno quelli regionali). Ne fanno parte Scoccimarro e Amendola per il PCI, Nenni e Romita per il PSIUP, La Malfa e Fenoaltea per il Partito d’Azione, Ruini per Democrazia del Lavoro, De Gasperi per la DC, Casati per il PLI.

Eventi grandi, eccezionali come quelli appena descritti, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi.

Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.

Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943.

In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata.

In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.

Lo Stato non era più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” di cui parla Jean Paul Sartre nell’intervista rilasciata nel 1969 a Rossana Rossanda, a proposito della guerra in Vietnam.

A questo proposito Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “ L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.” “Il Leviatano pag.216".

La scomparsa della presenza statale, come si verificò d’improvviso l’8 settembre 1943, poteva essere avvertita con un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà.

Però, quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica Sociale, quando cioè nell’Italia occupata il vuoto istituzionale fu in un qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà “tra scampati” dei primi giorni non poteva essere più sufficiente.

La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della, pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.

Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.

Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.

Era, cioè (come precisò poi, nel 1986, Franco Venturi nel corso di un seminario tenuto alla Scuola Normale di Pisa) “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”.

Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.

Il fatto va ricordato come di particolare rilevanza proprio per quella generazione che, nella scuola, era stata educata a una sorta di “culto dell’obbedienza”.

Un secondo elemento da analizzare attentamente è rappresentato dal fatto che, davanti a scelte prima di tutto individuali, si presentò il nesso “necessità – libertà”, che proprio nella scelta resistenziale assunse, insieme, problematicità e limpidezza nello stesso tempo.

Una scelta da compiere, citando ancora Sartre (“La repubblica del silenzio”) “nella responsabilità totale e nella solitudine totale, cercando la rivelazione stessa della nostra libertà”.

La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 Maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.

Questo senso della vita che “ricomincia da capo” (come scrisse “Risorgimento Liberale” il 23 Novembre 1943) sebbene avesse assunto sotto tanti aspetti la veste della politica, andava ben oltre quel “correre il rischio del politico” che Carl Schimtt indica quale conseguenza ineluttabile del fatto che “tutti i cittadini vengono obbligati a prendere posizione nella guerra civile”.

Si trattò piuttosto, come scrive Hirschman, “della percezione improvvisa (o dell’illusione”) che posso agire per cambiare in meglio la società e che, inoltre, posso unirmi ad altre persone della stessa opinione”.

La politica irruppe così nella vita partigiana, allorquando la “banda” nata da un’iniziale spinta di rivolta antistituzionale, o almeno di supplenza all’eclisse delle istituzioni, evolvette rapidamente e in modi originali, secondo una linea che la portò a diventare, in termini weberiani, da una semplice “comunità” o “associazione”, a vero e proprio “gruppo sociale” retto da un ordinamento in cui l’agire era orientato in vista di dotarsi di regole vincolanti ed esemplari.

Il tramite di quella che, sempre Claudio Pavone, indica come “la via di una nuova istituzionalizzazione” fu rappresentato dalla presenza dei partiti che, attraverso il CLN, avevano assunto il ruolo di punto di riferimento, di vera e propria “guida politica” dell’intero movimento resistenziale.

L’organizzazione di tipo militare non sarebbe stata da sola sufficiente a tenere unito un esercito partigiano, tanto variegato e geloso della propria autonomia.

I legami con i partiti fecero da contrappeso alle spinte autonomistiche e ribellistiche che pure erano ben presenti, come del resto a quelle localistiche.

Questi legami resero più omogenee al loro interno le singole formazioni, differenziandole dalle altre di diverso colore, ma nello stesso tempo operarono come fattore di unità perché non solo trasmisero alla base la politica unitaria del CLN, ma alimentarono la convinzione che fosse l’impegno politico in quanto tale a costituire il cemento sostanziale tra i partigiani.

La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” del momento dell’invasione tedesca e della subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica.

Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana.

Fu, però nelle scelte difficili e solitarie compiute all’inizio della lotta di Resistenza che si realizzò la saldatura tra chi aveva combattuto il fascismo nel Ventennio e chi era salito in montagna dopo l’8 Settembre: una saldatura che avrebbe formato una nuova classe dirigente, una “generazione lunga” che avrebbe, tra fatiche, contraddizioni, conflitti ricostruito una convivenza civile e una coscienza collettiva: ciascheduno per la propria parte, con le proprie convinzioni ma nell’idea di fondo che attraversò i resistenti italiani: non ci si poteva limitare alla disfatta tedesca, bisognava ricostruire prima di tutto un senso comune. Come scrisse Silvio Trentin “Vincere la guerra per vincere la pace”.

Oggi la pace sembra proprio essere in pericolo: ripensare e riflettere sulle tragedie del passato dovrebbe essere utile a ritrovare proprio quell'identità di valori e quella coscienza collettiva che appare ormai del tutto smarrita.

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25/07/2015

25 luglio 1943 - La caduta del fascismo


Oggi ricorre il settantaduesimo anniversario della caduta del fascismo: una data che non deve mai essere lasciata all’oblio.

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, infatti, il Gran Consiglio del Fascismo votò un ordine del giorno contrario a Mussolini, invocando sostanzialmente il “ritorno allo Statuto”.

Di fronte alle sconfitte militari il “fronte interno” italiano aveva mostrato tutta la sua debolezza, mettendo in luce il divario ormai profondissimo fra il regime fascista, che aveva promesso una grandezza imperiale e militare che si era rivelata un bluff, e le masse popolari, colpite sempre di più duramente nel loro tenore di vita da restrizioni di ogni genere e ormai consce della catastrofe che andava avvicinandosi.

Massicci bombardamenti colpivano le grandi città.

Il Partito fascista, che nel giugno del 1943 aveva raggiunto ben 4.700.770 iscritti era un organismo elefantiaco senza vigore, frutto di un’iscrizione di fatto obbligatoria.

Le promesse di Mussolini di riconquista dell’Africa e di capovolgimento delle sorti del conflitto suonavano come propaganda irresponsabile.

La conquista della Tunisia da parte degli alleati costituì il preludio per l’invasione della Sicilia.

L’isola fortificata di Pantelleria cadde nel giugno 1943, lasciando aperta la strada della Sicilia.

Questa venne investita da forze anglo-canadesi-statunitensi il 9 Luglio, il 10 Luglio le forze alleate sbarcarono e la conquista dell’isola venne portata a termine a metà agosto.

Un altro segno assai grave per il regime dall’interno erano stati gli scioperi verificatisi nel mese di Marzo 1943 nelle fabbriche dell’Italia settentrionale.

La crisi del regime si profilava sempre più.

Dopo che il 19 Luglio, mentre era in atto l’occupazione della Sicilia, Mussolini incontratosi a Feltre con Hitler, non aveva saputo mettere in atto alcuna politica che tirasse in qualche modo le somme della situazione.

A questo punto il re, che intendeva attuare una manovra di sganciamento dalle sorti del vacillante regime su una base politico – sociale conservatrice, maturò il proposito di eliminare Mussolini.

Anche all’interno del vertice fascista le acque andavano muovendosi precipitosamente.

Dino Grandi assunse l’iniziativa di mettere in minoranza Mussolini in una seduta del Gran Consiglio del Fascismo (24-25 Luglio) sulla base di un ordine del giorno che prevedeva l’eliminazione delle strutture totalitarie, il ripristino dello Statuto e la riassunzione da parte del re delle prerogative costituzionali e del comando delle forze armate.

L’ordine del giorno Grandi fu approvato con 19 voti contro 7 con una astensione.

Il re, messo di fronte alla crisi del regime nominò il maresciallo Badoglio, capo del governo, quindi fece arrestare Mussolini.

Nella notte fra il 25 e il 26 Luglio, in tutta Italia esplose l’entusiasmo popolare.

Badoglio costituì il 26 Luglio un governo di militari e alti burocrati e procedette sia a smantellare gli apparati della dittatura fascista, sia a organizzare la repressione, che in alcuni casi fu assai dura con morti e feriti, di ogni manifestazione popolare.

I partiti antifascisti, riemersi alla luce, erano rimasti, di fatto, estranei al colpo di Stato del 25 Luglio ma seppero nelle ore immediatamente seguenti l’armistizio dell’8 Settembre a costituirsi in Comitato di Liberazione Nazionale proponendosi come guida del Paese nel momento più difficile della propria storia.

Infatti, dopo trattative segrete il governo Badoglio firmò, l’8 Settembre, a Cassibile (in provincia di Siracusa) un armistizio con gli anglo-americani.

L’armistizio gettò nel panico la maggio parte dei capi militari e le truppe lasciate da Badoglio senza istruzioni operative.

L’esercito, nei giorni seguenti, si disgregò lasciando l’Italia in mano al controllo militare dei tedeschi.

Il 9 Settembre il re e Badoglio abbandonarono Roma, e fuggirono prima a Pescara e quindi a Brindisi, in zona occupata dagli alleati, dove prese sede il governo.

Il governo Badoglio dei “quarantacinque giorni” (25 luglio – 8 settembre 1943) aveva così portato l’Italia fuori dall’alleanza tedesca, ma in modo talmente inefficiente da determinare una tragedia lasciando campo libero ai tedeschi in tutto il paese e causando una catastrofe di portata epocale.

Una tragedia dalla quale il popolo italiano seppe uscire attraverso lutti e sacrifici e una sanguinosa lotta di Resistenza dalla quale ebbero origine la Repubblica e la Costituzione.

La memoria di quel tempo deve essere conservata nella sua interezza, perché troppo forte in questi tempi così difficili, appare la spinta di un inopinato revisionismo attraverso revisioni costituzionali di segno autoritario e di pericoloso ritorno al personalismo.

La conservazione della memoria è quindi operazione necessaria e sacrosanta.
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