Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/09/2023

La resa di Roma, settembre 1943

Figura 1 - Situazione militare intorno a Roma,
la sera dell’8 settembre.
di Massimo Zucchetti

La resa di Roma nel 1943 avvenne fra il 10 settembre, con l’accordo che prevedeva che Roma restasse “città aperta“, e il 23 settembre, quando – dopo che la città fu occupata dalle truppe tedesche e le unità del regio esercito nella zona furono disarmate e sciolte – Roma fu annessa alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini.

I nostri prodi militari badogliani dovettero cedere alle soverchianti forze germaniche? No: in figura [1] vedete la situazione militare la sera dell’8 settembre: quelli grigi sono i nostri, i neri sono i tedeschi: eravamo tanti (noi) a pochi (loro).

Se gli Italiani fossero riusciti a “tenere” Roma, impedendo per qualche giorno l’invasione nazista, gli Alleati sarebbero poi stati pronti a prenderne il controllo. Non erano pronti a una battaglia, perché erano impegnati al fronte a sud di Napoli e soprattutto stavano già per sbarcare a Salerno e in Puglia.

I tedeschi invece poterono assicurarsi insperatamente il controllo di Roma, essenziale snodo per le loro retrovie; travolti di lì a poco a Napoli, riuscirono a ritirarsi con ordine sulla linea Gustav: Roma dovette attendere altri nove mesi per essere liberata, mentre gli Alleati, indeboliti sul fronte italiano dai preparativi per il D-Day in Normandia, davano inutilmente di cozzo a Montecassino, per mesi.

Se Roma fosse stata liberata a settembre ’43, la ritirata tedesca sarebbe stata ben più rovinosa, non ci sarebbe stata nessuna Montecassino, l’Italia centrosettentrionale non avrebbe subito due anni di occupazione.

Non è solo un nostra “opinione”, lo chiarirono gli stessi vertici militari germanici. Senza addentrarci nei particolari, bastava che le truppe italiane, alla sera dell’8 settembre assai superiori a quelle tedesche attorno a Roma, avessero ricevuto ordini decenti e tali da permettere loro di impedire la presa di Roma ai tedeschi per tre miseri giorni: TRE GIORNI.

Leningrado ha resistito tre anni, Roma – secondo gli imbelli generali Roatta e Ambrosio – non poteva resistere più di poche ore.

Gli Alleati sarebbero intervenuti a Roma mediante l’operazione “Giant Two”, che invece dovette essere annullata. Questa avrebbe avuto non soltanto un ovvio peso militare, ma avrebbe anche ridato morale ad altri reparti del nostro Esercito.

Il generale tedesco Siegfried Westphal, Capo di Stato Maggiore del comando del feldmaresciallo Albert Kesselring, asserì che l’esercito tedesco sarebbe stato costretto a ripiegare profondamente verso nord, seguendo quello che era il convincimento iniziale del generale Rommel (che mutò opinione solo a fine settembre), con il risultato di accorciare i tempi della Campagna d’Italia e di anticipare la vittoria anglo-americana, con notevole risparmio di vite umane e di danni materiali all’Italia.

Non era quindi impensabile avere gli Alleati alle soglie della Pianura Padana prima dell’inverno: la stessa intera guerra in Europa avrebbe forse avuto uno sviluppo diverso, il D-Day sarebbe stato dal Sud della Francia, probabilmente.

La guerra, per il territorio italiano a sud della linea gotica, sarebbe davvero finita nel settembre 1943; se poi almeno un decimo delle nostre forze armate di terra fosse riuscito a non sbandarsi e a passare le linee unendosi agli Alleati, anche il ruolo del “Regno del Sud” sarebbe stato diverso, più dignitoso della “cobelligeranza” che ottenne dagli Alleati.

Il governo italiano, invece, abbandonò la sua stessa nazione e il suo popolo all’invasione tedesca. L’uscita dalla guerra avvenne purtroppo come sappiamo: dopo un lungo traccheggiare, l’Armistizio fu firmato a Cassibile il 3 settembre.

Il “nostro” Governo però continuò a tentennare nel rendere pubblico il cambio di campo dell’Italia, mentre gli Alleati spazientiti forzarono gli eventi, prima con pesanti bombardamenti, poi rendendo pubblica la notizia dell’Armistizio, da Radio Algeri, l’8 settembre alle 18:30.

Badoglio allora corse ai ripari con un annuncio per radio alle 19:45, dove non si chiariva cosa intendesse fare l’Italia del suo territorio, invaso da due eserciti stranieri contrapposti, e quale condotta dovessero tenere le sue forze armate: “esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza” era una frase indegna di un Maresciallo d’Italia, a capo dell’esercito nazionale.

Reagiranno come? Per ottenere cosa? Per andare dove? Immaginiamo lo sconcerto in tutta la Nazione.

Seguirono, il giorno successivo, la fuga da Roma a Brindisi di Badoglio, di tutto il governo, del Re e di Umberto Savoia, causando un vuoto di potere che infiniti danni addusse all’Italia; i nostri vertici militari, in fuga, tentennarono a dar ordine di attaccare i tedeschi, sperando che questi si ritirassero spontaneamente (sic!).

L’esercito tedesco procedette risolutamente e con abili colpi di mano successivi: in pochi giorni, vi fu la dissoluzione totale delle nostre forze armate, la presa di Roma da parte dei tedeschi, quasi increduli di tanta manna.

Il comportamento ambiguo nei giorni precedenti, e quello disastroso e codardo nei giorni successivi l’8 settembre – del governo italiano, della casa Savoia e dei vertici militari – ebbero conseguenze tragiche.

L’esercito italiano, pur con l’attenuante della mancanza di direttive precise e salvo alcune eccezioni, diede una prova sconfortante, dovuta soprattutto alla penosa inadeguatezza dei suoi vertici: in pochi giorni, in Italia, decine di divisioni si dissolsero e quasi tutti i nostri soldati vennero catturati o si diedero alla fuga, abbandonando Roma e l’Italia centrosettentrionale in mano ai tedeschi.

L’esercito italiano presente nel territorio metropolitano al settembre 1943 era senza dubbio fortemente indebolito: tuttavia, le condizioni non erano tali da giustificare una immediata e totale dissoluzione.

Ora, è forse facile giudicare, qui dalla nostra comoda poltrona nel 2023. Però una nazione ed un esercito che crollarono così vergognosamente, come l’Italia nel settembre 1943, non si erano mai viste nella storia militare contemporanea, né si vedranno più in futuro.

Al di là di tutte le ragioni e le circostanze, militarmente parlando, fu una figura davvero meschina.

Da: Francesco Mattesini, L’armistizio e la Mancata Difesa di Roma. I combattimenti di Monterosi, lago di Bracciano, Monterotondo e Porta San Paolo, Roma, novembre 2020,

Fonte

25/07/2019

25 luglio 1943 - Il crepuscolo del Duce

Nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo votò a maggioranza assoluta un ordine del giorno che imponeva a Benito Mussolini di rimettere i suoi poteri al Re e rinunciare al comando supremo delle forze armate, con la finalità di ripristinare – sotto qualche aspetto – lo Statuto Albertino.

L’avventura bellica dell’Italia, alla quale il Duce aveva opportunisticamente voluto dare inizio nel giugno del 1940, quando le armate dell’alleato tedesco si trovavano ormai alle porte di Parigi, si stava via via rivelando una disfatta. (‘Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti per potermi sedere da ex-belligerante al tavolo delle trattative‘, aveva detto il 26 maggio 1940).

A El Alamein, il 23 ottobre 1942 era stata definitivamente persa la guerra d’Africa. La ritirata dalla Russia – nel gennaio 1943 – era stata un’ecatombe. Le forze armate degli Alleati angloamericani erano sbarcate in Sicilia il 10 luglio e i bombardamenti delle città andavano crescendo di intensità.

Fra la popolazione, sempre più stremata dalla guerra e dalle ristrettezze economiche, crescevano il malcontento – manifestato anche con scioperi nelle fabbriche di Milano e Torino – ed il distacco nei confronti del Regime. Nonostante il tentativo operato da Mussolini di offrire un mutamento di immagine del Regime con un rinnovamento della compagine di governo, l’insoddisfazione nel paese veniva ormai colta persino nelle gerarchie interne all’apparato fascista. Lo stesso Re, Vittorio Emanuele III, cominciava a divisare piani per tentare di modificare il corso degli eventi.

La mossa preferenziale da compiere appariva, ormai, la liquidazione di Mussolini. A gennaio Roosevelt e Churchill si erano incontrati a Casablanca e dal quel vertice avevano fatto intendere che un’eventuale resa da parte di una paese dell’Asse non sarebbe in alcun modo stata trattata con capi fascisti.

Come altre volte era accaduto nel corso della storia degli umani eventi, si mise all’opera un processo di eterogenesi dei fini. Nell’intento di promuovere una campagna di galvanizzazione degli italiani, il Duce chiese ai più noti maggiorenti del partito un impegno a tenere ovunque comizi propagandistici. Incontrò però, da parte di questi, una seria opposizione.

Le critiche dei gerarchi si appuntarono soprattutto sul fatto che Mussolini aveva, negli ultimi anni, oltremodo accentrato su di sé il potere. Scattò così l’occasione per chiedere al capo del Regime la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo (il quale non veniva consultato dal 1939). Mussolini, trovatosi alle strette, il 20 luglio acconsentì.

A partire dal 1925 il Regime fascista aveva progressivamente abolito il regime parlamentare, che aveva retto il regno d’Italia fin dalla sua costituzione nel 1861 (sulla base dello Statuto del regno di Sardegna). Inversamente, aveva acquisito sempre maggiore importanza il Gran Consiglio del Fascismo, istituito il 15 dicembre del 1922.

Il Gran Consiglio del Fascismo era un organo di rilevanza costituzionale. Era formato da tutti i principali gerarchi fascisti ed era deputato a esprimere pareri su numerose questioni di carattere costituzionale – come le attribuzioni del governo e la composizione delle camere – e perfino su questioni riguardanti i poteri e le prerogative della Corona. Ufficialmente, teneva anche una lista di potenziali ‘candidati’ alla Presidenza del Consiglio (da sottoporre al Sovrano).

Era stata la Legge n. 2693 del 9 dicembre 1928 a fissare le attribuzioni del Gran Consiglio, erigendolo a ‘organo supremo’ e chiamandolo al coordinamento delle attività del Regime. Le adunanze venivano convocate e presiedute dal Capo del governo.

La ‘costituzionalizzazione’ del supremo organo, con il suo bagaglio di attribuzioni ‘invasive’ del campo monarchico – in particolare nella successione al trono e nella nomina del capo dell’esecutivo – venne vista come lo spostamento, a favore del Duce, dell’equilibrio di forze all’interno della diarchia ‘Capo del Fascismo – Casa Regnante’.

Tuttavia, restava aperta la possibilità che il Gran Consiglio si ponesse in posizione antagonistica nei confronti del governo. La sconsolante condizione in cui Mussolini aveva messo il paese sortì l’effetto di rendere concreta quella possibilità e, parallelamente, di provocare – dopo un quindicennio di anonimato – la risoluzione del Re di dare il benservito al Duce.

Dino Grandi, fra i fondatori del Fascismo e già ministro di Mussolini, aveva predisposto un ordine del giorno mirato al ‘ritorno allo Statuto Albertino’ – con la riappropriazione, da parte degli organi costituzionali, delle funzioni loro destinate – e al conferimento al Re del comando supremo delle Forze armate. L’ordine del giorno era circolato fra i gerarchi fascisti nei giorni precedenti alla convocazione del supremo consesso. Mussolini stesso, il giorno 22, era stato messo al corrente del contenuto.

Alle 17:15 del 24 luglio Mussolini entrò nella ‘Sala del pappagallo’ di Palazzo Venezia. Il Gran Consiglio era al completo dei suoi 28 membri. Come di rito, fu lui ad aprire la riunione. Espose ai presenti una lunga relazione. In sostanza, addossò il deludente andamento delle operazioni militari ai generali dello Stato Maggiore e sottolineò la necessità di proseguire la guerra al fianco della Germania. Si dichiarò disponibile a rinnovare – con ‘un giro di vite’ – i vertici militari incaricati di condurre la guerra e la stessa struttura di governo.

Dopo vari interventi e la presentazione di altri ordini del giorno – peraltro accomunati dal riconoscimento della necessità di cambiamenti nel governo e dalla restituzione al Monarca della gestione delle forze militari – fu il turno di Dino Grandi. Questi, nel pronunciare l’attacco più duro che in vent’anni di regime si fosse mai udito, ribadì la necessità che fosse Vittorio Emanuele III ad assumere l’iniziativa politica ed il comando delle forze armate. Pretese, con la frase ‘si esce solo dopo che il mio ordine del giorno sarà stato messo ai voti‘, la prosecuzione della seduta anche dopo un tentativo di Mussolini di rinviare la stessa al giorno dopo.

L’ordine del giorno Grandi ebbe la maggioranza assoluta: 19 voti a favore – fra cui quello del genero di Mussolini, Galeazzo Ciano – uno astenuto, otto contrari. Alle 2:40 il Duce ‘sfiduciato’ chiuse la seduta. Pare che abbia detto: ‘con questo voto avete provocato la crisi del regime‘.

I resoconti della drammatica riunione narrano di un’autodifesa – tutto sommato – blanda e rassegnata da parte del Duce. È stato ipotizzato che tale contegno rivelasse il fine di un discarico, circa le responsabilità della resa al nemico, in capo ai firmatari dell’ordine del giorno redatto da Grandi.

Altre ipotesi contemplano la possibilità che il Capo del Fascismo fosse fiducioso di riuscire a trovare un accomodamento con il Sovrano (avuto riguardo, in particolare, alla remissione a quest’ultimo della gestione delle Forze armate deliberata dal Gran Consiglio).

Egli non si aspettava di certo che, il giorno seguente, sarebbe stato arrestato.

Come lo stesso Mussolini declamò da Radio Monaco qualche giorno dopo essere stato liberato da un commando tedesco sul Gran Sasso (operazione datata 12 settembre del ’43), il colloquio avuto con Vittorio Emanuele III a Villa Savoia era durato meno di venti minuti. Il Re, che della notte precedente sapeva già tutto, gli aveva aspramente rinfacciato che il Paese andava a rotoli e gli aveva comunicato di averlo rimpiazzato al vertice del governo. Il nuovo Presidente del Consiglio era il maresciallo Pietro Badoglio.

Fatto salire su un’ambulanza da due carabinieri mentre si trovava ancora all’interno della residenza reale – con grave disdoro della Regina Elena – il destituito Duce venne tradotto in una caserma romana. Cinque ore dopo, il vincitore di Addis Abeba pronunciò al giornale radio la famosa frase sibillina: ‘la guerra continua‘. (Poi, l’8 di settembre sarebbe stata annunciata la firma dell’armistizio con le Forze alleate a cui avrebbe fatto seguito la ‘fuga’ a Brindisi della famiglia reale).

Nonostante Benito Mussolini fosse stato formalmente insediato a reggere la Repubblica di Salò, la fase discendente della sua parabola proseguiva. Egli stesso, nella sua corrispondenza con Claretta Petacci dalla sua ‘prigione’ sul Lago di Garda, giunse a definirsi ‘un fantoccio grottesco’. (Non poteva prendere alcuna decisione senza il benestare dei nazisti, che – fra l’altro – lo controllavano a vista).

Dopo un processo farsesco, dei 19 dissidenti che la notte del 24 luglio avevano appoggiato l’ordine del giorno di Dino Grandi, 6 vennero fucilati il giorno 11 gennaio del ’44 a Verona. (I restanti non furono trovati, mentre Tullio Cianetti, che aveva ritrattato il suo voto la mattina del 25 luglio, fu risparmiato). Fra di essi vi fu anche Galeazzo Ciano, il marito di Edda, la figlia primogenita di Mussolini. Si trattò di un episodio di vendetta tanto veemente quanto inutile. La Repubblica di Salò si distinse soltanto per la sua cruenza e per il suo spirito repressivo.

Il 25 aprile del ’45 presso l’Arcivescovado di Milano, alla presenza del Cardinale Schuster, Mussolini ricevette da parte di una delegazione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia la richiesta di resa incondizionata. Disse ai presenti che si sarebbe recato a parlarne con i tedeschi e avrebbe fatto ritorno dopo un’ora. Invece lasciò Milano.

Il Duce venne catturato il giorno seguente – da una divisione Partigiana – mentre tentava di risalire il Lago di Como approfittando di una colonna di automezzi tedesca diretta verso il confine. Giustiziato a Giulino di Mezzegra, il cadavere venne esibito – insieme a quelli di Claretta Petacci e di vari gerarchi della Repubblica sociale – il 28 aprile in Piazzale Loreto a Milano.

Il 25 e il 26 luglio del 1943 la gente aveva manifestato la caduta del Regime fascista con scene di giubilo. Ma purtroppo, come detto, il corso degli eventi che avrebbe portato alla pace e alla fondazione dello stato democratico dovette essere ancora lungo e punteggiato di tragedie (con la ferale occupazione nazista, il sanguinario Regime collaborazionista di Salò, la guerra di liberazione).

Le stesse dalle quali poté, tuttavia, emergere una coscienza civile e politica di massa. Qualcosa della quale oggi, pur effettuati i doverosi distinguo, si sente nuovamente la mancanza.

Fonte

25/07/2018

25 luglio. La prima caduta del fascismo in Italia


Il 25 Luglio 1943, settanta cinque anni or sono, cadde il regime fascista. E’ necessario ricordare questa data (come altre della nostra storia più recente) perché la memoria non può essere smarrita, ma coltivata per avere sempre presente, noi che abbiamo già raggiunto quella che si definiva “una certa età” e soprattutto per i giovani, le motivazioni di fondo su cui è sorta la nostra democrazia repubblicana.

Democrazia repubblicana al riguardo della quale è necessario nuovamente lanciare segnali di pericolo circa la sua tenuta nell’ambito della Costituzione: respinto un ennesimo assalto grazie all’esito del voto popolare il 4 dicembre 2016, adesso siamo addirittura – da parte di esponenti di un partito di governo – ai proclami di “inutilità del Parlamento”.

Per questo motivo ogni richiamo possibile alla lotta antifascista e per la democrazia deve essere tenuto in gran conto, coltivato, espresso ogni qualvolta possa essere possibile.

Un resoconto schematico, quello compilato per l’occasione, che principia ricordando come, tra la fine del 1942 e gli inizi del 1943, quando le sorti della guerra fascista apparivano ormai definitivamente compromesse, gli antifascisti fossero ancora troppo deboli per rappresentare una concreta alternativa politica.

I partiti democratici (PCI, PSI, DC, Democrazia del Lavoro, Partito d’Azione, PLI) ancora in clandestinità in Italia in quei mesi erano privi di strutture organizzative, senza poter comunicare con il paese: soltanto i comunisti avevano conservato una presenza organizzata, in particolare nelle grandi fabbriche del triangolo industriale, dove nel mese di Marzo 1943 erano riusciti a organizzare scioperi basati, essenzialmente, sul grande malcontento scatenato dalla guerra, che aveva ridotto in miseria e portato nel pericolo, per via delle incursioni aeree, le grandi masse popolari.

Gran parte dei quadri dirigenti delle formazioni politiche si trovavano ancora in galera, al confino o in esilio.

La monarchia godeva, invece, di maggiore libertà d’azione, avendo conservato per tutto il ventennio il suo potere legittimo grazie ad una totale compromissione con la dittatura.

Quando il carro del dittatore si fece traballante, il Re disponeva ancora dell’autorità e della forza per abbatterlo.

Soprattutto, all’interno di casa Savoia (in particolare da parte della principessa ereditaria Maria Josè del Belgio) si sentiva l’urgenza di distaccarsi dal fascismo, nel timore che un suo crollo rovinoso trascinasse nel medesimo destino anche la dinastia regnante.

Era stato Vittorio Emanuele III, infatti, nel lontano 1922, al momento della Marcia su Roma, a nominare Capo del Governo il Duce; era stato lui, nel 1924, a respingere l’appello degli antifascisti che chiedevano le dimissioni di Mussolini dopo la scoperta del delitto Matteotti; e sempre lui, non aveva elevato alcuna protesta, allorquando nel 1925 – '26 il fascismo aveva compiuto la distruzione delle fondamenta dello Stato liberale.

Per tutti gli anni seguenti il Re aveva avallato ogni scelta del regime, comprese le leggi razziali nel 1938, dopo aver accettato il titolo di Imperatore d’Etiopia a seguito della banditesca impresa (con tanto di uso dei gas asfissianti) tra il 1935 e il 1936.

Si arrivò così all’alleanza con la Germania, fino alla precipitazione dell’Italia nel secondo conflitto mondiale (10 Giugno 1940).

Vittorio Emanuele III si mosse, allora, soltanto nel 1943, quando la sconfitta bellica appariva ormai ineluttabile, rischiando di trascinare la monarchia nel crollo della dittatura fascista.

Il crescente distacco del Paese dal Regime, l’opposizione sempre più evidente della Chiesa che, a partire dalla svolta razzista del ’38 aveva preso le distanze dal dittatore dopo aver stipulato con esso il Concordato nel 1929, il formarsi, all’interno delle gerarchie fasciste, di un consistente movimento di fronda da parte di un gruppo di gerarchi deciso a garantirsi un futuro anche senza Mussolini, infusero al Re il coraggio necessario per arrivare alla resa dei conti.

Lo sbarco in Sicilia degli anglo – americani e il primo bombardamento di Roma, il 19 Luglio 1943, fecero rompere gli indugi.

Nella notte tra il 24 e il 25 Luglio, al Gran Consiglio del Fascismo, passò a maggioranza l’ordine del giorno Grandi contro Mussolini che, il pomeriggio seguente, fu fatto arrestare dal Re nel cortile di Villa Savoia.

A poche ore di distanza (l’annuncio fu dato alla radio alle 10:45 del 26 Luglio) l’intera popolazione scese per le strade plaudendo al colpo di Stato della Monarchia e cancellando i simboli del Regime, dalle strade e dai palazzi.

Il Re, dunque, sembrava uscire vincitore da questo primo rimescolamento di carte: aveva abbattuto il dittatore e formato un governo di militari e tecnici fedeli alla Monarchia, presieduto dal maresciallo Badoglio.

Il nuovo Governo si preparò, così, nonostante gli annunci formali (la guerra continua...) a trattare la resa, con gli anglo americani.

La successione al fascismo si venne, però configurando come assai meno radicale del previsto.

Il nuovo Regime, infatti, apparve incamminarsi sulla strada dell’autoritarismo, non escludendo una volta patteggiata la resa alcune caute aperture democratiche, ma sempre nell’ambito del patrimonio di ordine, di pace sociale, di autorità centralizzata che, agli occhi della Monarchia e degli esponenti del nuovo Governo, rimaneva in ogni caso il maggior pregio del fascismo.

Insomma, la prospettiva della democrazia continuava a far paura nel 1943, come nel 1922.

La tumultuosa ascesa delle classi subalterne nella vita dello Stato, che aveva ripreso corpo con gli scioperi del Marzo 1943, terrorizzavano i ceti dominanti.

L’obiettivo della monarchia restava, sostanzialmente, una volta usciti dalla guerra, quello di un fascismo senza Mussolini.

Un disegno complicato da due variabili fondamentali: da un lato rimaneva irrisolto il problema della pace; contemporaneamente il nuovo Governo dichiarava di voler continuare la guerra al fianco dei Tedeschi e apriva trattative per la resa agli alleati. Una situazione di ambiguità, che causò danni enormi al Paese.

Dall’altro lato l’antifascismo, ancora privo al 25 Luglio della forza necessaria per abbattere il Regime, nei giorni immediatamente successivi compì un vero e proprio balzo in avanti, rappresentando un punto di riferimento per le manifestazioni di protesta che si succedettero in tutto il Paese, maledicendo i fascisti e chiedendo con forza la pace.

Il piano di successione al fascismo, così come casa Savoia lo aveva progettato nel luglio del 1943, durò soltanto quarantacinque giorni.

Di fronte alla mobilitazione delle masse, Badoglio fu, nei fatti, costretto al dialogo con le opposizioni antifasciste, cercando di convincerli a un atteggiamento più benevolo verso la Monarchia, impegnata nella delicatissima questione della resa: un argomento che trovò i capi dell’antifascismo sensibili, ben consapevoli che la fine della guerra doveva avere la priorità assoluta.

Terrorizzato dalle possibili rappresaglie tedesche Vittorio Emanuele III trascinò il dialogo con gli alleati, nella speranza di chiudere in tutta sicurezza il patteggiamento, dopo uno sbarco degli anglo – americani a Sud di Roma.

Fermato però lo sbarco ad Anzio da una forte resistenza dei tedeschi, gli Alleati (il cui fronte era fermo alla Linea Gustav) non riuscirono a marciare immediatamente verso la Capitale.

Per il governo Badoglio svanita la speranza di trovare uno scudo negli alleati, fu firmato l’armistizio (dal generale Castellano, a Cassibile in Sicilia, l’8 Settembre 1943).

In preda al terrore delle rappresaglie da parte dei nazisti, il Re, la famiglia reale, il Governo e lo Stato maggiore abbandonarono Roma in gran fretta, per cercare rifugio a Brindisi, dove gli eserciti inglese e americano disponevano del pieno controllo della situazione.

In questa fuga indecorosa la Monarchia apparve dimentica del suo ruolo e dei suoi doveri verso la Nazione, lasciata indifesa nelle mani dei tedeschi, senza che l’esercito italiano ricevesse neppure le istruzioni su come affrontare il nemico in casa.

Il peso di questa viltà, sommato alle vecchie e più recenti complicità del Sovrano con la dittatura fascista, cancellarono il merito del colpo di Stato del 25 Luglio, facendo pendere il piatto della bilancia nettamente a sfavore della continuità monarchica.

In quel tragico momento furono, invece, i partiti antifascisti a farsi carico dei destini del Paese, con l’appello alla lotta armata contro i nazisti, che li legittimò come i protagonisti della Liberazione nazionale.

Trasformato il Comitato delle Opposizioni in Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) fin dal 9 settembre 1943 il giorno dopo l’annuncio dell’armistizio, gli antifascisti si sforzarono di organizzare qualche forma di difesa contro i nazisti, ormai padroni d’Italia.

Era però troppo tardi: i pochi fuochi di Resistenza che si riuscirono ad accendere, in quel momento in qualche città italiana (si pensi alla difesa di Roma, tentata a Porta San Paolo: primo episodio di partecipazione di civili volontari a eventi bellici), furono immediatamente spenti dagli invasori, mentre l’esercito italiano, abbandonato dai generali monarchici, si rese protagonista di un drammatico sbandamento generale.

Ma la sconfitta subita non significò rinuncia: segnò, anzi, l’inizio di una lunga e sanguinosa fase di Resistenza, che dal settembre 1943 fino all’aprile del 1945, divenne l’imperativo categorico e l’impegno prioritario delle forze antifasciste, decise a battersi per l’indipendenza dell’Italia e per la pace fino alla conclusione vittoriosa del 25 aprile quando i partigiani liberarono finalmente le grandi città del Nord.

La guerra si concluse il 7 maggio 1945 con la resa incondizionata dei nazisti.

Si apriva così, per l’Italia, la strada alla stagione della Repubblica scelta come forma dello stato con il voto popolare del 2 giugno 1946, della Costituente, della Costituzione.

Fonte

26/02/2018

“Il tradimento tedesco”, di Erich Kuby

Ci sono libri che bisogna assolutamente leggere e fare conoscere, libri che tolgono il velo di Maya delle narrazioni folkloristiche della storia e la mostrano in tutta la loro crudezza mostrando anche la miseria della dimensione umana di supposti potenti. Uno di questi libri è “Il Tradimento Tedesco” di Erich Kuby, giornalista ed editorialista tedesco sempre molto critico con la Germania postbellica, troppo incline a perdonare e dimenticare, una Germania che solo sotto la spinta di Kuby e di altri giornalisti come Hannah Arendt ha fatto molto parzialmente i conti con la Germania Nazista e gli orrori da essa creati.

Purtroppo questo libro, come molti altri di valore, dagli anni '90 del secolo scorso non è stato più ristampato, mentre non mancano le ristampe di narrazioni false e tossiche di chi descrive supposti assassini e supposte atrocità da parte dei partigiani, o che parla, con la lacrimuccia facile, di “sangue dei vinti”.

Kuby non appartiene a questa schiera; soldato della Wehrmacht sino alla fine della guerra, obtorto collo come molti suoi camerati, non ha mai risparmiato critiche al tentativo poco velato di una bella lenzuolata per cancellare tutto. In questo ed altri suoi libri, come “I Russi a Berlino”, critica ferocemente il regime nazista non solo accusandolo delle atrocità commesse, ma anche della pochezza, meschinità, squallore di tutti i suoi appartenenti e mostrando Hitler per quel mostro che è stato.

Ne “Il Tradimento Tedesco” svela molto chiaramente, utilizzando interviste e documenti storici inoppugnabili, come i nazisti, ed Hitler in primo luogo, abbiano sempre e comunque disprezzato e svilito i loro alleati italiani e lo stesso regime fascista, di come abbiano ingannato e mentito sottacendo anche informazioni indispensabili, non tenendo in alcun conto il loro “primo alleato”.

Per esempio, è ormai acclarato che l’informazione dell’invasione dell’URSS sia stata data a Mussolini nella notte, ormai a invasione iniziata, come si fa con un servitore.

Ancora di più Kuby si sofferma su Mussolini ed i suoi gerarchi, accusando – con prove – il primo di essere ondivago, indeciso, incerto, di non avere una politica estera, di essere soggiogato dalla fascinazione per Hitler ed alla fine di fare sempre tutto ciò che gli ordinava il mostro. Parole di apprezzamento ha invece per la figura di Ciano che, ancora in carica come ministro degli esteri, scongiurava “il Duce” prima di non allearsi con i tedeschi, poi di non entrare in guerra e infine, dopo il Gran Consiglio in cui Mussolini fu esautorato dai suoi stessi camerati, di mantenere una parte di “dirittura morale” (per quanto ne potesse avere un gerarca) e di essere stato condannato a morte da Hitler, che ordinò la vendetta a Mussolini.

Ciò che segui fu l’occupazione e la spoliazione dell’intera penisola, con 800.000 deportati fra militari e operai specializzati, la creazione della Repubblica di Salò, un fantoccio diretta in tutto e per tutto dai tedeschi e le stragi e le distruzioni che ne seguirono.

Da giornalista rigoroso, Kuby tratteggia con disprezzo la figura di Vittorio Emanuele III, della casa reale e dell’alto comando dell’esercito che si diedero alla fuga, abbandonando, come ben si sa, la nazione nel caos e facile preda delle divisioni naziste incalzanti. Da notare come questa situazione fosse già stata prevista e pianificata dall’OKW (Ober Kommando der Wehrmacht) che con un piano particolareggiato aveva pianificato l’occupazione e le ruberie in Italia. Mussolini sapeva tutto questo, magari anche solo in parte, dato che l’“alleato germanico” lo tenne prigioniero fino alla fine.

In particolare l’autore sottolinea lo squallore della gerarchia fascista, in maggioranza fuggita in Germania a fare la bella vita ed in parte nascosta, pronta a vendersi ai tedeschi o a consegnarsi agli alleati; e che, dopo la costituzione dell’RSI si abbandonò a corruzione e ruberie accumulando ingenti patrimoni.

Kuby non risparmia nemmeno Badoglio, che durante il fascismo si era arricchito a dismisura e, dopo avere abbandonato i suoi soldati ed essersi consegnato mani e piedi agli alleati, continuerà ad arricchirsi.

Solo pochi furono coloro che scelsero di unirsi ai gruppi partigiani in formazione, Kuby ricorda con particolare apprezzamento il colonnello Montezemolo che, dopo l’8 settembre, divenne una colonna portante di coloro che operavano in clandestinità a Roma sotto i nazisti.

Da ultimo l’autore disegna la ferocia delle SS, in particolare Kappler a Roma, trovando incredibile che, dopo essere stato condannato all’ergastolo, fosse poi liberato con un’azione clandestina dai contorni oscuri e che avesse potuto rientrare in Germania; “e poco mancò che nel paesello si adornassero di bandiere per festeggiare il ritorno del figlio”.

Non mancano neanche testimonianze sui soldati tedeschi e membri della SD e delle SS. I primi, capaci delle peggiori atrocità contro civili inermi per poi ritrovarsi con i propri camerati a sparlare di Hitler; gli altri, come fedeli servitori “che operavano su cuscinetti a sfera” efficienti e feroci nella loro banalità, tanto ben tratteggiata dalla Arendt nel processo ad Eichmann.

Ci sarebbero tanti altri particolari di rilievo, ma voglio solo ricordare le testimonianze sul comportamento dei gerarchi e su Graziani in particolare, alla fine della guerra, tutti a correre verso gli alleati e a spergiurare di non essere mai stati veramente fascisti, tranne coloro che furono giustamente fucilati dai partigiani, gli unici a conservare la dignità.

Tutto questo e molto di più si trova nel libro, corredato e corroborato da prove storiche inoppugnabili. Invito tutti a leggerlo per fare chiarezza su un periodo storico che non è terminato nel 1945, ma proseguito con i lutti che ben sappiamo fino alla riabilitazione dell’orrendo periodo ai giorni nostri.

Il testo può essere trovato in varie edizioni nel commercio on line, ma suggerisco l’edizione Supersaggi Bur del 1996, secondo me la più completa; in alternativa può essere trovato in biblioteche pubbliche mediamente fornite. Da leggere e fare conoscere.

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18/12/2017

Monarchia di ritorno

Non è questione dell’utilizzo di un volo militare o di altri aspetti di mera opportunità: il rientro delle salme dei rappresentanti di casa Savoja in Italia (cui seguirà l’inevitabile polemica riguardante la traslazione al Pantheon: tanto per aggiungere confusione a confusione) costituisce un ulteriore passaggio della “damnatio memorie” in atto rispetto ai valori costitutivi della democrazia repubblicana e della storia del nostro Paese.

Qualcuno oggi ha elencato i tre punti sui quali casa Savoja e in particolare Vittorio Emanuele III si sono resi protagonisti del disastro del fascismo, della guerra, delle leggi razziali: non aver tolto l’incarico a Mussolini dopo il delitto Matteotti; aver provocato l’8 settembre; aver firmato le leggi razziali.

A voler essere precisi ci sarebbe da aggiungere l’aver fatto entrare in guerra l’Italia il 24 maggio 1915 senza un voto del Parlamento (650.000 morti e un milione di feriti); il comportamento lungo tutto il ventennio di dittatura in piena regola (si sta tentando di contestare anche il concetto stesso di fascismo come regime dittatoriale); l’ingresso nella seconda guerra mondiale; l’aver consentito la modifica dello Statuto in punti essenziali come quello dell’elevazione di un organo di partito (il Gran Consiglio) a organo costituzionale e l’abolizione della Camera dei deputati.

Anche così però si sono soltanto precisati alcuni aspetti senza toccare il dato di fondo: ben oltre la “pietas” da esercitarsi nella normalità di questi casi, il punto è quello dell’ennesimo sfregio che viene inferto alla storia della democrazia repubblicana e alla memoria della fase decisiva di costruzione della nostra democrazia.

Nella formalità non è avvenuto nulla in violazione della Costituzione.

Invece nella profondità dell’espressione dei valori comuni che hanno costruito la Repubblica siamo davanti ad un’insopportabile sottrazione di identità della nostra memoria storica.

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23/05/2017

24 Maggio 1915. L’Italia entra in guerra


Come ogni anno deve essere ricordata sempre la scelleratezza della monarchia, dei governanti, della borghesia, capaci di gettare milioni di vite umane dentro ad una tragedia di incalcolabile portata per la loro insensata volontà di potenza, dominio, sfruttamento.

Non dimenticare mai e ricordare sempre da che parte si collocano gravissime responsabilità storiche.

Ricordare sempre anche se sono passati più di cent’anni perché l’orrore della guerra, come dimostrano le cronache dell’attualità, è sempre in agguato ad ogni tornante della storia.

24 Maggio 1915: “mormorò il Piave” e gli italiani furono gettati, grazie ad un vero colpo di stato militar-monarchico, nella fornace divoratrice della prima guerra mondiale.

L’Italia non era obbligata a entrare in guerra.

Sebbene la Triplice Alleanza (sottoscritta per la prima volta nel 1882) la legasse formalmente all’Austria e alla Germania, il fatto che l’Austria non l’avesse consultata prima di dichiarare guerra alla Serbia alla fine del luglio 1914 aveva significato che a rigore l’Italia era sciolta dai suoi obblighi.

Così mentre l’Europa mobilitava i suoi eserciti e nel corso dell’Agosto 1914 prese a scivolare verso la catastrofe, l’Italia annunciò la sua neutralità.

E molti, compresi Giolitti e una maggioranza di deputati, pensavano dovesse rimanere neutrale. Erano convinti che il Paese fosse economicamente troppo fragile per sopportare un conflitto di grandi dimensioni, tanto più a così breve distanza dall’invasione della Libia (1911).

Giolitti suggerì che l’Italia aveva da guadagnare “parecchio” contrattando con entrambe le parti la sua rinuncia a combattere.

Ma il Presidente del Consiglio del momento, Salandra, e il suo ministro degli Esteri, Sonnino, condussero negoziati segretissimi con i governi di Londra e Parigi da un lato e di Vienna e Berlino dall’altro (nello spirito di quello che Salandra chiamò “sacro egoismo”) con l’intenzione di accertare quale prezzo l’Italia poteva spuntare per il suo intervento nel conflitto.

Gli interventisti costituivano un fascio di forze eterogenee che agivano per motivazioni diverse.

C’era una minoranza di idealisti liberali. C’era il Re, che aveva ricevuto un’educazione militare e che voleva ridurre l’influenza di Giolitti, così come suo nonno aveva tentato di liberarsi di quella di Cavour.

La maggior parte dei massoni e degli studenti universitari dotati di più viva coscienza politica erano interventisti, e gli irredentisti naturalmente lo erano “in toto”.

Il partito nazionalista, non appena cominciò a svanire la sua originaria speranza di una guerra contro la Francia, fece fronte comune contro la Germania, dato che per esso una guerra qualsiasi era meglio che nessuna guerra.

I futuristi pure erano decisamente per la guerra, vista come un rapido ed eroico mezzo per raggiungere potenza e ricchezza nazionale: nel settembre del 1914 interruppero a Roma un’opera di Puccini per bruciare sul palcoscenico una bandiera austriaca.

Marinetti dichiarò che i futuristi avevano sempre considerato la guerra come l’unica fonte di ispirazione artistica e di purificazione morale e che essa avrebbe ringiovanito l’Italia, l’avrebbe arricchita di uomini d’azione e l’avrebbe infine costretta a non vivere più del suo passato, delle sue rovine e del suo clima.

Strani compagni di viaggio di questi elementi d’avanguardia erano i conservatori che continuavano la tradizione francofila di Visconti Venosta e di Bonghi, ma anche Salvemini e i socialisti riformisti, i quali volevano una guerra condotta con generoso idealismo, nel nome della libertà e della democrazia, contro la Germania che aveva invaso il Belgio violandone la neutralità.

I socialisti rivoluzionari con a capo Mussolini furono sorpresi di essersi venuti a trovare nello stesso campo neutralista in compagnia dei loro tre principali nemici, Giolitti, Turati e il Papa.

Ma nell’ottobre 1914 Mussolini modificò il suo atteggiamento in “neutralità condizionata” per abbracciare infine nel novembre la tesi opposta dell’interventismo dichiarato.

Può darsi che questo sconcertante cambiamento fosse dovuto al denaro francese, ma senza dubbio influì su Mussolini la convinzione che la guerra avrebbe potuto preparare il terreno alla rivoluzione e abituare le masse alla violenza e alle armi.

De Ambris, Corridoni e gli altri superstiti del sindacalismo rivoluzionario aderirono a questa visione.

Arrivarono poi, nella primavera del 1915, quelle definite “le radiose giornate di maggio”: il contributo offerto in quei giorni da D’Annunzio con i suoi infiammati discorsi di Genova e di Roma e da De Ambris e Corridoni con le agitazioni suscitate in quel centro nevralgico che era Milano risultavano decisive per il colpo pensato dalla minoranza interventista.

Per la propaganda il governo fece ricorso ai fondi segreti, e la polizia aveva da lungo tempo imparato sotto Giolitti l’arte di organizzare “manifestazioni popolari spontanee”.

Come poi osservò Salandra, queste manifestazioni erano guidate in massima parte da studenti universitari che, poi, nell’immediato dopoguerra tornati dal fronte come ufficiali avrebbero formato il nucleo più importante degli Arditi e delle squadre d’azione fasciste.

D’Annunzio, tornato dalla Francia dove si era nascosto per sfuggire ai creditori, fu informato preventivamente del Trattato di Londra e adeguatamente retribuito per la sua opera di propaganda e concluse i suoi discorsi di Genova (4 Maggio, allo scoglio di Quarto) e di Roma (12 e 13 Maggio) con questa proclamazione:

“O compagni, questa guerra che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda matrice di bellezza e di virtù apparsa sulla terra”.

Tale fu la carica emotiva di quel maggio 1915 che alcuni guardarono poi a esso come a un momento di rigenerazione, il momento nel quale l’Italia aveva deciso di combattere per la giustizia e di vincere per la democrazia.

Un abbaglio colossale.

Il 20 maggio la Camera concesse al Governo i pieni poteri con una maggioranza di 407 voti contro 74 (Giolitti era già rientrato in Piemonte).

Il Partito Socialista votò contro, diventando l’unico partito europeo di estrema sinistra fuori dalla Russia a non dare il suo appoggio al conflitto.


Il 24 Maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria.

Una nazione lacerata nel suo tessuto morale si apprestava a sostenere uno scontro che sarebbe durato più di 3 anni lasciando sul terreno 650.000 morti e un milione di feriti.

I fanti, che presto si sarebbero trovati a morire nelle trincee, non avrebbero certo potuto non sentire tutta la brutalità e tutto il cinismo di chi li aveva trascinati alla guerra attraverso una simile mistificante retorica.

Una lezione della storia, da non dimenticare mai.

Le porte ad una delle più grandi tragedie della storia erano ormai aperte e, alla fine, in fondo al tunnel non sarebbe rimasto altro da fare che imboccare il tunnel della dittatura fascista.

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