Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/05/2017
24 Maggio 1915. L’Italia entra in guerra
Come ogni anno deve essere ricordata sempre la scelleratezza della monarchia, dei governanti, della borghesia, capaci di gettare milioni di vite umane dentro ad una tragedia di incalcolabile portata per la loro insensata volontà di potenza, dominio, sfruttamento.
Non dimenticare mai e ricordare sempre da che parte si collocano gravissime responsabilità storiche.
Ricordare sempre anche se sono passati più di cent’anni perché l’orrore della guerra, come dimostrano le cronache dell’attualità, è sempre in agguato ad ogni tornante della storia.
24 Maggio 1915: “mormorò il Piave” e gli italiani furono gettati, grazie ad un vero colpo di stato militar-monarchico, nella fornace divoratrice della prima guerra mondiale.
L’Italia non era obbligata a entrare in guerra.
Sebbene la Triplice Alleanza (sottoscritta per la prima volta nel 1882) la legasse formalmente all’Austria e alla Germania, il fatto che l’Austria non l’avesse consultata prima di dichiarare guerra alla Serbia alla fine del luglio 1914 aveva significato che a rigore l’Italia era sciolta dai suoi obblighi.
Così mentre l’Europa mobilitava i suoi eserciti e nel corso dell’Agosto 1914 prese a scivolare verso la catastrofe, l’Italia annunciò la sua neutralità.
E molti, compresi Giolitti e una maggioranza di deputati, pensavano dovesse rimanere neutrale. Erano convinti che il Paese fosse economicamente troppo fragile per sopportare un conflitto di grandi dimensioni, tanto più a così breve distanza dall’invasione della Libia (1911).
Giolitti suggerì che l’Italia aveva da guadagnare “parecchio” contrattando con entrambe le parti la sua rinuncia a combattere.
Ma il Presidente del Consiglio del momento, Salandra, e il suo ministro degli Esteri, Sonnino, condussero negoziati segretissimi con i governi di Londra e Parigi da un lato e di Vienna e Berlino dall’altro (nello spirito di quello che Salandra chiamò “sacro egoismo”) con l’intenzione di accertare quale prezzo l’Italia poteva spuntare per il suo intervento nel conflitto.
Gli interventisti costituivano un fascio di forze eterogenee che agivano per motivazioni diverse.
C’era una minoranza di idealisti liberali. C’era il Re, che aveva ricevuto un’educazione militare e che voleva ridurre l’influenza di Giolitti, così come suo nonno aveva tentato di liberarsi di quella di Cavour.
La maggior parte dei massoni e degli studenti universitari dotati di più viva coscienza politica erano interventisti, e gli irredentisti naturalmente lo erano “in toto”.
Il partito nazionalista, non appena cominciò a svanire la sua originaria speranza di una guerra contro la Francia, fece fronte comune contro la Germania, dato che per esso una guerra qualsiasi era meglio che nessuna guerra.
I futuristi pure erano decisamente per la guerra, vista come un rapido ed eroico mezzo per raggiungere potenza e ricchezza nazionale: nel settembre del 1914 interruppero a Roma un’opera di Puccini per bruciare sul palcoscenico una bandiera austriaca.
Marinetti dichiarò che i futuristi avevano sempre considerato la guerra come l’unica fonte di ispirazione artistica e di purificazione morale e che essa avrebbe ringiovanito l’Italia, l’avrebbe arricchita di uomini d’azione e l’avrebbe infine costretta a non vivere più del suo passato, delle sue rovine e del suo clima.
Strani compagni di viaggio di questi elementi d’avanguardia erano i conservatori che continuavano la tradizione francofila di Visconti Venosta e di Bonghi, ma anche Salvemini e i socialisti riformisti, i quali volevano una guerra condotta con generoso idealismo, nel nome della libertà e della democrazia, contro la Germania che aveva invaso il Belgio violandone la neutralità.
I socialisti rivoluzionari con a capo Mussolini furono sorpresi di essersi venuti a trovare nello stesso campo neutralista in compagnia dei loro tre principali nemici, Giolitti, Turati e il Papa.
Ma nell’ottobre 1914 Mussolini modificò il suo atteggiamento in “neutralità condizionata” per abbracciare infine nel novembre la tesi opposta dell’interventismo dichiarato.
Può darsi che questo sconcertante cambiamento fosse dovuto al denaro francese, ma senza dubbio influì su Mussolini la convinzione che la guerra avrebbe potuto preparare il terreno alla rivoluzione e abituare le masse alla violenza e alle armi.
De Ambris, Corridoni e gli altri superstiti del sindacalismo rivoluzionario aderirono a questa visione.
Arrivarono poi, nella primavera del 1915, quelle definite “le radiose giornate di maggio”: il contributo offerto in quei giorni da D’Annunzio con i suoi infiammati discorsi di Genova e di Roma e da De Ambris e Corridoni con le agitazioni suscitate in quel centro nevralgico che era Milano risultavano decisive per il colpo pensato dalla minoranza interventista.
Per la propaganda il governo fece ricorso ai fondi segreti, e la polizia aveva da lungo tempo imparato sotto Giolitti l’arte di organizzare “manifestazioni popolari spontanee”.
Come poi osservò Salandra, queste manifestazioni erano guidate in massima parte da studenti universitari che, poi, nell’immediato dopoguerra tornati dal fronte come ufficiali avrebbero formato il nucleo più importante degli Arditi e delle squadre d’azione fasciste.
D’Annunzio, tornato dalla Francia dove si era nascosto per sfuggire ai creditori, fu informato preventivamente del Trattato di Londra e adeguatamente retribuito per la sua opera di propaganda e concluse i suoi discorsi di Genova (4 Maggio, allo scoglio di Quarto) e di Roma (12 e 13 Maggio) con questa proclamazione:
“O compagni, questa guerra che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda matrice di bellezza e di virtù apparsa sulla terra”.
Tale fu la carica emotiva di quel maggio 1915 che alcuni guardarono poi a esso come a un momento di rigenerazione, il momento nel quale l’Italia aveva deciso di combattere per la giustizia e di vincere per la democrazia.
Un abbaglio colossale.
Il 20 maggio la Camera concesse al Governo i pieni poteri con una maggioranza di 407 voti contro 74 (Giolitti era già rientrato in Piemonte).
Il Partito Socialista votò contro, diventando l’unico partito europeo di estrema sinistra fuori dalla Russia a non dare il suo appoggio al conflitto.
Il 24 Maggio l’Italia dichiarò guerra all’Austria.
Una nazione lacerata nel suo tessuto morale si apprestava a sostenere uno scontro che sarebbe durato più di 3 anni lasciando sul terreno 650.000 morti e un milione di feriti.
I fanti, che presto si sarebbero trovati a morire nelle trincee, non avrebbero certo potuto non sentire tutta la brutalità e tutto il cinismo di chi li aveva trascinati alla guerra attraverso una simile mistificante retorica.
Una lezione della storia, da non dimenticare mai.
Le porte ad una delle più grandi tragedie della storia erano ormai aperte e, alla fine, in fondo al tunnel non sarebbe rimasto altro da fare che imboccare il tunnel della dittatura fascista.
Fonte
25/05/2015
Quel 24 maggio
Cent’anni fa, l’Italia entrava in guerra e apriva le porte alla modernità, con tutto il carico traumatico di 600.000 morti durante il conflitto e l’enorme contraddizione del dopoguerra, che sfociò nel biennio rosso e nella fondazione del Pci prima, nel fascismo e nella Seconda guerra mondiale dopo. E’ l’evento per eccellenza che apre il secolo breve, la data di fondazione del moderno Stato italiano, ben più del Risorgimento e paragonabile solo alla guerra partigiana come atto fondativo di un nuovo tipo di società. Relegare tale memoria alle destre e alle istituzioni, per lo più militari, è un errore che non avremmo dovuto correre. Abbandonato il campo della Storia, non ci rimane che destreggiarci nella piccola e grande memorialistica dei dannati che morirono per mano imperialista. Eppure anche dalle nostre parti il 24 maggio andrebbe ricordato, perché buona parte di ciò che venne dopo, in Italia come in Europa e in Russia, lo si deve a quell’evento, allo scoppio della guerra. Una guerra che smantellò mezzo secolo di finta pacificazione, di tensioni coloniali, di macelleria sociale, di migrazioni. L’evento che ebbe il merito di smascherare il volto di un capitalismo sempre meno in grado di risolvere pacificamente la propria naturale contesa economica. Rievocare quel trauma può essere doloroso, anche politicamente, ma in tempi di rapido riarmo e di costante tensione bellica, tornare a ragionare sulla Prima guerra mondiale sarebbe assai utile. Non solo perché lo scenario attuale assomiglia pericolosamente agli anni precedenti il 1914: oggi come un secolo fa, la continua serie di guerre asimmetriche (le aggressioni coloniali), valvola di sfogo di un espansionismo economico sempre più a corto di territori e popolazioni, impedì di cogliere la preparazione della guerra simmetrica, quella fra potenze similari. Anche oggi, una serie di conflitti periferici e tra attori asimmetrici nasconde il possibile sbocco di una guerra tra Stati di pari forza. Oggi come allora non sembra essere dietro l’angolo, ma oggi come allora il casus belli potrebbe essere un episodio irrilevante, ma capace di deflagrare l’equilibrio estremamente precario che regge la pace internazionale tra Stati occidentali.
Anche dal punto di vista economico la specularità risulta addirittura immediata. Oggi come allora la mancata valorizzazione del capitale lavorava verso l’aumento dell’insofferenza tra politiche economiche concorrenti. La contraddizione principale del capitalismo, che rappresenta un modello produttivo che tende all’infinita produzione di bisogni, desideri e merci inserito però in un sistema finito, cioè la terra, se fino alla Grande guerra poteva essere risolta dall’espansione coloniale, oggi non ha neanche quella come ultima chance di rigenerazione. Senza sbocchi esterni, i capitali tendono ad eliminarsi a vicenda. Questa è la costante storica del capitalismo, ed oggi siamo immersi totalmente in una fase di impossibile valorizzazione di capitali, motivo per cui, almeno oggettivamente, le condizioni per uno scontro più che simulato ci sarebbero tutte.
Non va infine dimenticato che il conflitto, tanto in Italia come nel resto del continente, rivitalizzò le sorti della sinistra rivoluzionaria ben più del sindacalismo in cui si contorceva la sinistra dell’epoca. La guerra impose la nazionalizzazione delle masse, perché solo attraverso processi d’inclusione sociale fu possibile evitare una rottura rivoluzionaria che era dietro l’angolo in tutto il contesto europeo, e che infatti avvenne in Russia prima e in Germania, Austria, Cecoslovacchia dopo, anche se non con la forze che ebbe nel futuro Stato sovietico. Se già dall’Ottocento lo Stato nazionale era in costruzione, è solo dopo il primo conflitto mondiale che diviene necessaria un’accelerazione in tal senso. La nazione costruita su nuove basi – non più democratiche ma più inclusive – divenne il campo da occupare per le forze della sinistra, che costrinsero le destre liberali a reinventarsi, sperimentando quelle forme autoritarie che poi s’imposero in Italia e in Germania.
Oggi che la direzione di marcia è la snazionalizzazione della società, difficilmente la guerra assumerà le forme che questa ha avuto nel Novecento. La storia può indicare delle linee di tendenza ma non riprodursi tale e quale. Per questo va studiata e interpretata, ma mai abbandonata. Il silenzio della sinistra di classe sulla Prima guerra mondiale ci parla di questo abbandono.
In memoria del comandante Mozgovoy, comandante del Battaglione Prizrak, caduto sul campo lottando per il socialismo.
Fonte
24 maggio 1915. "O Gorizia tu sei maledetta"
Il 24 maggio dovrebbe essere decretato giorno di lutto nazionale per rispetto di un’ intera generazione di giovani che sono stati stati trucidati senza sapere bene il perché nelle nevi delle Alpi, nelle pietre del Carso e nella pianura del Piave. I popoli che uscirono da anni di Grande Massacro furono i veri sconfitti, tutti. Per quello italiano la disfatta fu feroce per i morti in battaglia, la prigionia, le malattie, la vita tremenda delle donne e dei bambini, la fame, l’esodo, il saccheggio e gli stupri dopo Caporetto, le fucilazioni e le decimazioni.
I MORTI
Su un totale di 63 milioni di uomini mobilitati, 8 milioni e mezzo furono i soldati morti. I civili furono circa un milione. Il contributo di sangue dell’Italia in 3 anni di guerra fu di quasi 700.000 soldati morti – ma non esiste una contabilità precisa – e oltre un milione e mezzo di mutilati e feriti. Centinaia di morti quindi per ogni giorno di guerra. Un’intera generazione fu distrutta. L’impatto sulle comunità locali fu devastante sconvolgendo le famiglie e la demografia stessa. La battaglia di Gorizia, un massacro particolarmente assurdo in una guerra assurda, può essere considerata il simbolo di quanto accadde. La battaglia avvenne fra il 9 e il 10 agosto 1916: in poche ore costò la vita a 1.759 ufficiali e 50.000 soldati italiani e a 862 ufficiali e 40.000 soldati austriaci. La canzone «Gorizia tu sei maledetta» venne cantata per la prima volta da fanti che entrarono in città dopo l’immenso prezzo di sangue. Esprimeva un forte sentimento antimilitarista: chi veniva sorpreso a cantarla rischiava la fucilazione. Eccone alcuni versi.
O Gorizia tu sei maledetta per ogni cuore che sente coscienza dolorosa che la partenza e il ritorno per molti non fu.
PRIGIONIA
Una delle pagine meno conosciute del Grande Massacro riguarda i prigionieri italiani, le cui sofferenze furono e sono un’infamia per l’Italia. Gabriele D’Annunzio li chiamò con una frase oltraggiosa: «Imboscati d’Oltralpe». Nei campi di prigionia finirono circa 600.000 italiani, la metà dei quali catturati dopo Caporetto. Ne morirono 100mila ma anche in questo caso la contabilità è approssimativa. Le cause delle morti furono la fame, il freddo e le malattie, principalmente la tubercolosi. I campi di prigionia furono Mathauesen Sigmundsheberg, Theresiendat, Rastat e Celle. In questi due ultimi visse lo scrittore Carlo Emilio Gadda che raccontò la sua esperienza nel «Giornale di guerra e prigionia» e in «Taccuino di Caporetto», descrivendo la fame, le condizioni terribili dei prigionieri, la tubercolosi, la morte di tanti. Va detto che Gadda era uno dei 20.000 ufficiali che potevano godere di condizioni più accettabili, con maggiori possibilità di sopravvivenza. La condizione di prigioniero di guerra era giudicata da Cadorna e dai vertici militari un fatto negativo se non una scelta voluta. E il successore di Cadorna – Armando Diaz – non mutò opinione. In pratica i Comandi Supremi assimilarono di fatto i prigionieri con i disertori e con l’accordo del governo fecero mancare qualsiasi aiuto, sabotando anche le iniziative della Croce Rossa.
MALATTIE
Mi sono accoccolato vicino ai miei panni sudici di guerra … (da «I fiumi» di Giuseppe Ungaretti).
Il Grande Massacro fu innanzitutto una guerra di trincea. Vere e proprie ecatombi a cielo aperto che si ricorrevano per centinaia di chilometri, tane dove i soldati vissero per 4 anni ammassati uno addosso agli altri. Oltre la guerra poco distante, uomini con diverse uniformi dovevano combattere fame e sete, pioggia e melma, la pazzia sempre in agguato, topi, cimici e scarafaggi. Alcuni erano presi da cancrene che mangiavano i corpi. La trincea produceva malattie e poi epidemie che colpivano sia i militari che i civili. Poi arrivò la “spagnola” che nel 1918 fece strage su una popolazione indebolita ma già dal 1915 si erano diffusi tifo, polmoniti, febbri ed altro.
FAME
A Valdobbiadene, cittadina della Marca trevigiana, in una lapide che ricorda il tributo di sangue si può leggere: «Cittadini uccisi da proiettili n. 51 – Cittadini morti per fame n. 484». Da dati ufficiali sappiamo che i soldati di Valdobbiadene morti in combattimento furono 214 e durante l’esodo per cause varie, malattie in genere altri 129. I numeri quindi dicono che la causa maggiore di morte fu la mancanza di cibo. La fame durante il Grande Massacro è raccontata in dettaglio da Francesco Jori nel libro «Ne uccise più la fame. La Guerra della gente comune nel Triveneto».
DONNE E BAMBINI
La guerra sconvolse anche la vita delle donne che pagarono un alto prezzo durante il Grande Massacro. Dovettero rimpiazzare in molte funzioni gli uomini partiti per il fronte, soprattutto operaie nelle fabbriche a produrre per lo più materiali bellici. Ma andarono anche al fronte come crocerossine o portatrici. Nelle retrovie furono prostitute per “consolare” i combattenti. Dopo Caporetto furono profughe. Vale la pena sottolineare la vicenda delle donne italiane internate in quel periodo. Fra le migliaia di civili e italiani internati, soprattutto nel Sud, dall’esercito italiano durante il Grande Massacro molte furono le donne. Come gli uomini, furono accusate di spionaggio o di sentimenti anti-patriottici. Dopo la prima fase della guerra – caratterizzata da un gran numero di internamenti femminili, soprattutto nei territori occupati dall’esercito italiano – la caccia al “nemico interno” crebbe durante il periodo 1917-1918, al fine di garantire la sicurezza di fronte a un gran numero di donne sospettate e internate come spie nemiche pur senza indizi di colpevolezza. E analizzando le cause di internamento femminile troviamo innanzitutto stereotipi anti-femminili. Le memorie di un maestra di Grado, Antonia Fonzari, hanno il titolo «Ricordi amari».
Bambini e ragazzi (cioè sotto i 14 anni) erano allora 12 milioni: vissero la guerra come figlie e figli, sorelle e fratelli di quei soldati che combattevano. Soffrirono il Grande Massacro in tutte le situazioni: famiglia, scuola e luoghi di lavoro. Fra i civili che morirono durante il Grande Massacro vi sono anche molti bambini.
DOPO CAPORETTO, ESODO, SACCHEGGIO E STUPRI
La sconfitta di Caporetto fu un disastro che ancora richiede giustizia storica. La causa fu l’incapacità militare dei generali dello Stato Maggiore che sacrificarono decine di migliaia di uomini che poi accusarono di essere vigliacchi. Ma non solo. Oltre l’interpretazione militare ufficiale (che tralascio) vi fu una “versione” politica. Come scrisse il comunista Emilio Greco nella rivista «Stato Operaio», alcuni anni dopo: «Caporetto fu una rivolta disperata e senza meta… Si ripete comunemente che fu una sconfitta militare. Ma questa interpretazione è semplicistica: Caporetto è stata un’insurrezione del popolo che non riuscì di raggiungere e spezzare lo stato». In Russia con un partito bolscevico, comunista, il rifiuto di massa del Grande Massacro divenne rivoluzione. Indubbiamente dietro il disastro di Caporetto vi furono entrambi i fattori: incapacità militare dell’Alto Comando e rigetto collettivo dei soldati a farsi assurdamente uccidere. Dopo la rotta di Caporetto circa 600.000 civili – provenienti prevalentemente dalle provincie di Treviso, Venezia e Udine – furono costretti ad abbandonare improvvisamente il territorio invaso o minacciato da vicino dall’esercito austro-ungarico dando vita alla più grande tragedia civile collettiva che interessò la popolazione durante il Grande Massacro. Fu “la Caporetto delle famiglie”. Ci furono ovviamente atti di vandalismo e la devastazione aumentò a causa dei saccheggi perpetrati dai soldati di von Below, che entrarono vincitori in città e paesi presentandosi talora con il volto più crudele e violento dei saccheggiatori.
Il sito «Vecchia Conegliano e dintorni» racconta l’occupazione di Castel Roganzuolo, una frazione del comune di San Fior in provincia di Treviso: «I soldati germanici e austro-ungarici non si accontentavano di dare sfogo alla fame repressa: uccidevano il bestiame, ne consumavano una parte e lasciavano l’altra marcire nella strada; gettavano il grano sotto le zampe dei cavalli; si ubriacavano direttamente alle botti e non si davano nemmeno il disturbo di tapparle dopo essersene serviti, sicché il vino scorreva per le cantine. Il saccheggio metodico non lasciò intatta alcuna casa e la popolazione venne ridotta alla fame. Si racconta che in certi paesi la gente raccattava perfino gli escrementi dei cavalli, nella affannosa ricerca di qualche chicco di granoturco per sfamarsi. I pochi beni e la vita stessa degli abitanti erano quotidianamente appesi ad un esile filo. Ogni notte c’era il rischio che un gruppo di soldati penetrasse a forza in casa: alla ricerca di cibo o per violentare le donne che vi abitavano. Oltre allo stupro notturno, le donne erano spesso oggetto di forme di violenza più “meditate”. Povere madri, spesso profughe, che si recavano presso qualche comando locale allo scopo di ottenere un lasciapassare o una tessera annonaria, venivano costrette dagli ufficiali a subire lo sfogo delle loro basse passioni per ottenere ciò di cui avevano assoluto bisogno».
Lo «stupro del Belgio» fu all’inizio uno slogan per raccontare l’invasione tedesca, nel 1914, di quel Paese neutrale ma le atrocità – compresi gli stupri commessi dall’esercito del Kaiser – gli hanno dato un significato letterale, reale. Dopo Caporetto anche le donne dei territori invasi dagli austroungarici divennero bottino di guerra; come del resto accade per tutti gli eserciti vittoriosi. Ecco una fonte d’informazione diciamo “ufficiale”: si formò in Italia, dopo il Grande Massacro, una Commissione d’inchiesta sui crimini compiuti dall’invasore dopo Caporetto. I suoi lavori si conclusero con la pubblicazione del volume «Il martirio delle terre invase», nel quale si parlava anche dei numerosi stupri subiti da donne italiane. In seguito, la “Reale Commissione d’Inchiesta” pubblicò ben sette volumi fra il 1920 e il 1921: si tratta delle «Relazioni della Reale Commissione d’inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti commesse dal nemico». Il IV volume dedicava un intero capitolo alla ricostruzione delle violenze carnali inflitte a donne italiane da parte dei militari dell’esercito austroungarico: si tratta del capitolo “Delitti contro l’onore femminile.” L’argomento era ripreso nel VI volume, al cui interno si riportavano documenti, testimonianze, aneddoti.
I soli casi accertati di stupro da parte degli invasori furono 735 ma la relazione medesima ammetteva che ve ne erano stati moltissimi altri che erano “sfuggiti” anzitutto per vergogna delle vittime e delle loro famiglie.
Gli stupri erano sovente accompagnati da violenze d’altro tipo. Spesso i mariti o i padri vennero assassinati durante le aggressioni sessuali, specie se cercavano di difendere le donne ma perfino in assenza di reazione. In altri casi furono le donne a venire uccise dopo lo stupro: 53 subito dopo, mentre altre 40 morirono giorni od anche mesi dopo, in conseguenza delle violenze. Molte altre furono contagiate da malattie veneree. Le violenze avvenivano abitualmente a mano armata e in gruppo e riguardarono donne d’ogni età: dalle bambine sino a vecchie ottuagenarie. Sovente le madri furono violentate davanti ai propri figli.
Vale la pena segnalare il lavoro di Michele Strazza «Senza via di scampo. Gli stupri nelle guerre mondiali» del Consiglio Regionale della Basilicata 2010 (200 pagine) [http://www.ildialogo.org/Allegati/Stupri_di_Guerra.pdf] che esamina anche il tema delle violenze sessuali compiute da militari austro-ungarici.
FUCILAZIONI E DECIMAZIONI
La rivolta dei fanti della brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa (importante base logistica del III Corpo d’Armata) a metà luglio del 1917 fu probabilmente l’episodio più noto e significativo di rifiuto collettivo della guerra verificatosi nell’esercito italiano durante il Grande Massacro. Era domenica e nei baraccamenti posti nelle immediate vicinanze del paese friulano stavano trascorrendo un periodo di riposo i fanti della “Brigata Catanzaro”, costituita dal 141° e 142° Reggimento Fanteria. I soldati erano sfiniti per il lungo tempo trascorso in prima linea ed era previsto – e promesso – per loro un periodo di riposo nelle retrovie. Ma un fonogramma, giunto nella tarda serata, richiamò in trincea la Brigata. Esplose una protesta anche violenta. Si sparò e si lanciarono bombe a mano. Si presero di mira le baracche degli ufficiali e anche chi tenta di fare da paciere. Alcuni militari si portano nei pressi dell’abitazione del conte di Colloredo Mels, dove si pensa risieda il “poeta-soldato” Gabriele D’Annunzio, sparando colpi di fucile all’indirizzo dell’abitazione. Vi furono morti e feriti. La rivolta proseguì per quasi tutta la notte fino all’arrivo di una Compagnia di Carabinieri: quattro auto mitragliatrici, due auto cannoni e reparti della cavalleria. Sedata la ribellione, il Comandante della Brigata ordinò immediatamente la fucilazione di quattro soldati, scoperti in mano armi con le canne dei fucili ancora calde. Avvenne poi la decimazione del resto della Compagnia. All’alba del 16 luglio, oltre i 4 già fucilati, vennero decimati altri 12 (ufficialmente ma è probabile fossero di più) passati per le armi a ridosso del muro di cinta del cimitero di Santa Cecilia e posti in una fossa comune.
COME TERMINÒ IL GRANDE MASSACRO
Il 4 novembre 1918 sancì ufficialmente la vittoria di alcuni eserciti su altri. Il giorno prima a villa Giusti, a Padova, era stata firmato l’armistizio fra l’Italia e i suoi alleati con l’impero austro-ungarico. Va sottolineato che la cosiddetta riscossa di Vittorio Veneto esistette solo sulla carta in quanto non ci fu nessun assalto, nessuno sfondamento. L’esercito italiano avanzò perché quello austriaco si stava ritirando, impossibilitato a continuare una guerra irrimediabilmente perduta. Il generale Armando Diaz informato di un’avanzata che non aveva né previsto – né ordinato e neppure sapeva come si stava sviluppando – dovette esaminare le carte geografiche per sapere dov’era Vittorio Veneto. Ferruccio Parri, allora ufficiale nell’Alto Comando testimoniò che Diaz esclamò in dialetto napoletano: «Addò sta stu cazzo ‘e Vittorio Veneto?».
E OGGI?
Il centenario del Grande Massacro deve essere un’occasione per fare i conti con queste pagine dolorose della storia nazionale, sopra descritte e che non a caso sono state, in parte rimosse dalla memoria e dalla coscienza collettiva. Per esempio riabilitare la memoria dei soldati fucilati e decimati durante il grande massacro 15-18 è un’ azione etica per un centenario che, altrimenti, rischia di essere solo retorico o, peggio, indirizzato al turismo sui luoghi della tragedia. In Italia c’è un vento nuovo che spira verso la riabilitazione. Non sono più i tempi della lettera ai cappellani militari di don Lorenzo Milani, condannata per vilipendio. La sentenza toccò solo il direttore di Rinascita che l’aveva pubblicata, perché Don Milani morì prima.
Le iniziative in corso sono varie.
Alle 19 del 21 maggio (a ridosso della data del 24 maggio) la Camera ha votato, approvandola, la Proposta di Legge Scanu per la riabilitazione dei militari fucilati nella Prima Guerra. Adesso dovrà andare in Senato. Un altro passo avanti è fatto, anche se il testo della legge, probabilmente ha un limite. Prevede la riabilitazione per quei fucilati con una chiara traccia, la sentenza di un tribunale militare, trascurando coloro che furono giustiziati con decisioni sommarie.
Inoltre sarebbe opportuno che contemporaneamente a queste azioni, ve ne fosse una per la condanna ufficiale di coloro che sono stati responsabili di questi assassinii: il generale Cadorna, Graziani ed altri.
Fonte
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