Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/11/2018

L’Italia e la grande guerra senza la retorica nazionalista

La difesa del Montello nel giugno del 1918.
La prima guerra mondiale è stata e rimane uno dei miti fondativi dello stato-nazione, soprattutto nei paesi vincitori. Gli anni tra il 1914 e il 1918 sono stati avvolti da un’aura di sacralità che ancora oggi si può cogliere nei monumenti, nei cimiteri e nelle cerimonie che ricordano la grande guerra.

Per anni il conflitto è stato sottratto ad analisi obiettive ed è stato letto solo attraverso la lente deformante dell’eroismo, dell’onore, della patria, della propaganda bellica. In Italia la letteratura ne ha affrontato i tabù, spesso con fastidiose conseguenze per gli autori: Emilio Lussu fu accusato di disfattismo e antipatriottismo per Un anno sull’Altipiano, mentre La rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte incappò nella censura e fu sequestrato. Negli anni settanta sono stati pubblicati saggi critici e analisi storiche rigorose e obiettive, come quelli di Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, Enzo Forcella, Alberto Monticone e Piero Melograni.

Tuttavia, con la ricorrenza del centenario della fine della grande guerra e le celebrazioni previste per il 4 novembre, il velo di retorica che con tanta fatica era stato sollevato è tornato ad avvolgere quegli anni. Ci sono state iniziative storicamente accurate, ma la propaganda nazionalista e militare nel tempo si è riappropriata dell’evento. Mentre fiction tv semplicistiche come Il confine e Fango e gloria – andate in onda su Rai1 – hanno favorito il ritorno di una visione patriottica della storia.

Da questa visione sono stati cancellati episodi sgraditi alla retorica ufficiale come le renitenze, il pacifismo, le fraternizzazioni tra nemici, le diserzioni, gli ammutinamenti, le rivolte. Pagine che però sono fondamentali per capire meglio quell’immensa carneficina che fu la prima guerra mondiale, a cent’anni dalla sua fine.

Socialisti, pacifisti, renitenti

Innanzitutto va detto che nel 1915 la maggior parte dell’opinione pubblica in Italia era contraria all’intervento. Furono le intimidazioni rivolte alle istituzioni – ai limiti del colpo di stato – dal re Vittorio Emanuele III, dal capo del governo Antonio Salandra e dal ministro degli esteri Sidney Sonnino, la campagna di stampa del Corriere della Sera e le demagogiche manifestazioni di piazza organizzate da Gabriele D’Annunzio a piegare il parlamento a votare in favore dell’entrata in guerra.

I socialisti si divisero ferocemente in neutralisti e interventisti, mentre i giornali e la propaganda esaltarono le “radiose giornate di maggio”, sminuendo e censurando le manifestazioni contro la guerra. In realtà, l’interventismo fu un fenomeno assolutamente minoritario. Come racconta Marco Rossi in Gli ammutinati delle trincee, i volontari furono appena 8.171, spesso del tutto emarginati dai commilitoni che li consideravano fanatici e spie degli ufficiali. La maggioranza della popolazione accettò con rassegnazione il conflitto.

Pochissime voci si levarono contro la guerra: Giacomo Matteotti pagò il suo antimilitarismo socialista e internazionalista con tre anni di confino a Messina; la rivista La Pace fu chiusa e il suo direttore, Ezio Bartalini, fu prelevato dai carabinieri e arruolato a forza; alcuni pubblicisti cristiani polemizzarono aspramente sulla legittimità morale della guerra; le vignette di Scalarini sferzarono la retorica bellica; papa Benedetto XV per tutta la durata del conflitto tentò una vana mediazione tra i paesi belligeranti, parlando di “inutile strage”.

Solo una piccola minoranza di persone rifiutò di arruolarsi: anarchici, socialisti internazionalisti, marxisti, tolstoiani e cristiani radicali. Non fu riconosciuto alcun diritto all’obiezione di coscienza e chi espresse il proprio rifiuto per ragioni religiose o politiche fu condannato al carcere duro, internato in fortezze militari o ricoverato in manicomio. Come ricorda Andrea Filippini in L’obiezione di coscienza nell’Italia liberale, lo zoccolaio lombardo Luigi Lué sostenne con tale ostinazione le proprie convinzioni tolstoiane che il pubblico ministero disse: “Signori del tribunale, siamo davanti al caso di un uomo per il quale la nostra legge è impotente. Essi vivono nella loro fede e non transigono a nessun costo. Ci vuole la massima indulgenza”. Nonostante l’appello alla clemenza, Lué fu condannato a sette anni di carcere.

Per ragioni ideologiche o anche solo per salvarsi la pelle, altri reclutati cercarono rifugio nella neutrale Svizzera. Gli anarchici organizzarono canali di espatrio per renitenti e disertori grazie al fatto che molti contrabbandieri, i cosiddetti “spalloni”, erano simpatizzanti libertari. A Zurigo si costituì una comunità numerosa di esuli anarchici.

Il sistema più diffuso per sfuggire all’arruolamento fu però quello di non presentarsi alla visita di leva. Il numero dei renitenti in Italia fu più alto che in altri paesi: ben 470mila persone non si presentarono. Tra loro, 370mila erano residenti all’estero, ma si guardarono bene dal rimpatriare. In Sicilia i renitenti furono il 61 per cento dei richiamati.

L’impreparazione dell’esercito

Per i soldati l’arrivo al fronte fu un trauma, sia per le devastazioni causate dalle nuove tecnologie militari, sia per la totale impreparazione dell’esercito italiano. Come racconta Mark Thompson nel libro La guerra bianca, un ufficiale che aveva raggiunto da poco il monte San Michele, sul Carso goriziano, chiese ai soldati lì da alcuni giorni dove fossero le trincee, e la risposta fu: “Trincee, trincee... Non ci sono mica trincee: ci sono dei buchi”.

Dopo i primi giorni in cui gli italiani conquistarono facilmente il Friuli austriaco – spesso usando metodi repressivi di tipo coloniale contro le popolazioni locali – alle pendici del Carso, fortificato dagli austriaci, cominciò la guerra di posizione fatta di trincee, bombardamenti, assalti frontali.

Il capo di stato maggiore Luigi Cadorna ripropose le stesse inefficaci strategie già sperimentate su altri fronti, con carneficine che costarono la vita a centinaia di migliaia di soldati senza quasi nessun risultato pratico. A Cercivento, sulle Alpi carniche, quattro alpini rifiutarono di andare all’attacco del monte Cellon in pieno giorno, consigliando il capitano di attaccare di notte per approfittare della nebbia. L’ufficiale, un calabrese, nemmeno capì la proposta dei quattro che parlavano friulano e li mise al muro. Il monte fu poi conquistato di notte, dopo centinaia di morti caduti negli assalti condotti alla luce del sole.

La guerra fu “un inferno di sangue, fango e merda”, come mi ha detto Giovanni Marco Sau, che allora combatté nella brigata Sassari. La vita in trincea era fatta di noia, paura, maltempo, pidocchi, ratti e colpi sparati dai cecchini. In Storia politica della grande guerra, Piero Melograni scrive che “alla vigilia delle azioni più rischiose abbondanti quantitativi di liquori erano distribuiti ai reparti italiani (…). Lo stesso Cadorna dichiarò che il soldato italiano era migliore nell’offensiva che nella difensiva, perché nell’offensiva si ubriacava e si stordiva”. Alessandro De Pascale in Guerra e droga racconta invece che piloti, ufficiali e arditi facevano anche uso di cocaina.

Prigionieri di guerra in una località italiana non specificata, 1916. (Mondadori Portfolio)
Prima dell’uscita dei fanti dalle trincee le artiglierie martellavano le postazioni nemiche per eliminare ogni resistenza. Ciò avrebbe dovuto permettere ai soldati di lanciarsi all’attacco delle fortificazioni nemiche sguarnite, ma la strategia spesso non funzionava: le artiglierie sbagliavano il tiro e bombardavano le proprie linee; oppure le comunicazioni con i comandi si interrompevano e l’attacco della fanteria veniva sferrato troppo presto, quando i cannoni stavano ancora bombardando, o troppo tardi, quando i nemici erano già tornati in posizione.

Gli assalti frontali senza alcun bombardamento preventivo erano frequenti e generalmente si concludevano con lo sterminio di chi attaccava, massacrati dalle mitragliatrici dei nemici. Dietro ai fanti all’assalto c’erano carabinieri e ufficiali dell’esercito pronti a sparare a chi arretrava o esitava. “Ma quale Piave mormorava”, mi ha raccontato il reduce siciliano Andrea Cangelosi, “avevamo i carabinieri dietro che ci sparavano e davanti il nemico”.

La fraternizzazione tra nemici

La ferocia della guerra non riuscì tuttavia a cancellare del tutto l’umanità dei soldati: nel corso del conflitto sono documentati episodi nei quali gli austriaci cessarono di mitragliare gli italiani mandati all’attacco e li esortarono a mettersi in salvo o a tornare indietro.

Il 25 dicembre 1915 sul Carso – complice la nostalgia di casa e il ricordo del Natale precedente passato in famiglia – i soldati italiani e quelli austriaci raggiunsero un cessate il fuoco informale e si scambiarono gli auguri, approfittando della tregua per recuperare e seppellire i compagni che giacevano morti tra i due schieramenti.

Gli alti comandi allora emisero direttive severissime contro la fraternizzazione, perché ritenevano che umanizzasse troppo l’avversario e che i nemici potessero scoprire il sistema di difesa dell’esercito.

Negli anni successivi, proprio durante le feste religiose i bombardamenti dell’artiglieria furono intensificati e i cecchini erano pronti a colpire chiunque stesse cercando di fraternizzare.

Diserzioni

L’orrore quotidiano vissuto dai soldati spinse parecchi di loro a cercare soluzioni personali per evitarlo. Alcuni tentarono di disertare approfittando di licenze, cercando di nascondersi da parenti o amici. Nei primi anni di guerra, però, la diserzione era considerata un atto vile e ignominioso: ci furono casi di genitori che denunciarono e riconsegnarono i figli che erano fuggiti.

In Toscana, in Emilia-Romagna, in Puglia e nelle Marche si formarono vere e proprie bande di disertori che trovarono rifugio nei boschi o in grotte, braccati dai carabinieri. In Sicilia renitenti e disertori si nascosero nelle solfatare.

Tanti cercarono di disertare consegnandosi al nemico, approfittando della notte, di macchie di vegetazione e di rovine nella terra di nessuno. Era un’operazione rischiosissima: i fuggitivi potevano essere scambiati per ricognitori in avanscoperta o per soldati impegnati in attacchi a sorpresa, ed essere uccisi; potevano essere catturati da nemici senza scrupoli; oppure potevano essere scoperti da qualche pattuglia del proprio esercito e finire davanti alla corte marziale. Per una diserzione la pena era l’ergastolo o la condanna a morte per fucilazione. Durante gli attacchi gli ufficiali erano tenuti a sparare sul posto a coloro che pensavano stessero disertando o si stessero sbandando.

Durante la guerra il numero dei disertori diventò sempre più alto. Non potendoli passare tutti per le armi, i colpevoli furono mandati in speciali compagnie di disciplina con incarichi pericolosi, oppure furono portati in prima linea e legati in luoghi esposti al tiro del nemico.

Questa soluzione si rivelò del tutto inefficace: generalmente gli austriaci non colpivano i soldati disarmati e incatenati, sia per solidarietà sia perché graziarli significava dare un’immagine misericordiosa di sé e spingere altri italiani a consegnarsi.

Per i tribunali militari erano considerati alla stregua di disertori anche coloro che si sbandavano, che perdevano contatto con il proprio reparto o che tornavano dalla licenza con un giorno di ritardo. In Battibecco, la rubrica che teneva sul Tempo, Curzio Malaparte scrisse:
Nell’agosto del 1917 a Santa Giustina presso Belluno fui obbligato ad assistere alla fucilazione di alcuni soldati calabresi rientrati dalla licenza con ventiquattro ore di ritardo, non per colpa loro, ma per colpa della tradotta. Due soldati del plotone di esecuzione spararono in aria: vennero immediatamente afferrati e passati per le armi.
Altri soldati provavano a sfuggire al fronte con gesti di autolesionismo. La tecnica più comune era quella di spararsi a un piede o a una mano attraverso una tavoletta di legno che rendesse la ferita meno devastante e nascondesse le bruciature dovute al contatto con la canna. I casi di autolesionismo nell’esercito italiano furono circa diecimila. Con il passare del tempo, i medici militari diventarono più attenti alle automutilazioni e mandarono davanti alla corte marziale i simulatori. Lo zelo fu tale che furono accusati anche soldati effettivamente colpiti in combattimento.

Per arginare qualsiasi forma di defezione i tribunali militari lavorarono senza sosta, condannando le persone dopo indagini rapide e superficiali. Era l’imputato a doversi scagionare dalle accuse e non l’accusa a dover provare il reato. Non esistevano gradi di giudizio, non era previsto appello. Su 262.481 soldati processati, il 62 per cento fu condannato. Le pene capitali furono più di quattromila, di cui però quasi tremila in contumacia. Quelle eseguite furono 750. Le condanne fino a sette anni di carcere furono sospese e rinviate alla fine della guerra per evitare che diventassero un modo per evitare il fronte. Più di 15mila uomini furono invece condannati all’ergastolo.

I soldati uccisi senza processo furono trecento, ma storici come Marco Pluviano e Irene Guerrini, in 1914-1918. Scampare la guerra, scrivono: “Il numero di esecuzioni sommarie di cui si ha notizia (anche dalle testimonianze orali) è così ampio che, considerati i casi inevitabilmente rimasti segreti, si raggiungerebbe un numero di fucilati uguale, se non superiore, a quello dei condannati a morte a seguito di un regolare processo”.

Insubordinazioni

Con il passare degli anni, alle diserzioni si sostituirono sempre più spesso atti di insubordinazione collettiva: i soldati rifiutavano di andare in prima linea o attaccare. Non erano rivolte organizzate e ammutinamenti, ma una sorta di sciopero di soldati sfiniti che rifiutavano di combattere per le condizioni proibitive della vita al fronte.

Nel marzo del 1917 soldati della brigata Ravenna si rivoltarono sparando in aria per la revoca delle licenze e l’ordine di raggiungere di nuovo la prima linea. In luglio due reggimenti della brigata Catanzaro, in retrovia da pochi giorni, rifiutarono di tornare in prima linea: uccisero alcuni ufficiali e cercarono di attaccare la villa dov’era ospitato D’Annunzio, che si trovava lì vicino. La protesta sfociò in una vera e propria rivolta al grido di “Abbasso la guerra”, “Morte a D’Annunzio”, “Vogliamo la pace!”, ma fu repressa da carabinieri, reparti di cavalleria, artiglieria e perfino aerei.

Soldati italiani riposano dopo una lunga marcia durante la battaglia di Caporetto nel novembre del 1917. (De Agostini/Getty Images)
Anche la rotta di Caporetto, nel 1917, può essere considerata una rivolta collettiva e uno sciopero dei soldati. Quando fu chiaro che lo sfondamento austrotedesco stava avendo successo e che opporsi all’avanzata era un suicidio, migliaia di italiani si arresero, sperando che l’offensiva nemica significasse finalmente la fine della guerra e la possibilità di ritornare a casa. I soldati in rotta abbandonavano le armi e si consegnavano ai nemici gridando: “La guerra è finita, viva la pace”, “Morte al re!”, “A Torino o a Milano purché la guerra finisca!”.

Stavolta i militari in ritirata risposero al fuoco dei carabinieri nelle retrovie e li misero in fuga. Nel caos della ritirata si scatenò una vera e propria caccia al carabiniere. Nel libro La rivolta dei santi maledetti, Curzio Malaparte scrisse:
La legge era il carabiniere, i fanti massacravano i carabinieri. I carabinieri assassinati in trincea non si contano, quelli impiccati o pugnalati nelle retrovie non hanno numero. I pezzi grossi degli Alti Comandi si fermavano davanti al cadavere del carabiniere, leggevano il cartello appeso dai fanti al petto della vittima: ‘Aeroplano abbattuto’ e non ne capivano niente. Quali rimedi lambiccavano i Comandi? Le fucilazioni.
(Nel gergo dei fanti i carabinieri erano chiamati aeroplani sia per la forma del cappello sia perché, come gli aviatori nemici, sparavano sui soldati, ndr).
Le rivolte furono represse ferocemente: i soldati identificati a torto o a ragione come organizzatori degli ammutinamenti furono processati sommariamente e giustiziati. Quando i presunti responsabili non venivano trovati, volendo dare una punizione esemplare ai reparti insubordinati, si ricorreva alla decimazione: l’estrazione a sorte dei soldati da fucilare. Emanuele Filiberto di Savoia, che quando morì volle essere sepolto a Redipuglia “in mezzo agli Eroi della Terza Armata”, ordinò: “Intendo che la disciplina regni sovrana fra le mie truppe. Perciò ho approvato che nei reparti che sciaguratamente si macchiarono di grave onta, alcuni, colpevoli o non, fossero immediatamente passati per le armi”. Sicuramente tra i centomila morti di Redipuglia qualcuno giace a pochi metri dal proprio carnefice.

Per il presunto ammutinamento della brigata Ravenna furono fucilati due soldati trovati semplicemente a dormire nell’accampamento dove c’era stata la rivolta, più altri cinque estratti a sorte. In La vigilia di Caporetto. Diario di guerra (1916-1917) il giornalista e critico teatrale Silvio D’Amico ricostruisce un episodio significativo. Un reggimento di fanteria insorge. C’è un’inchiesta, ma i colpevoli non sono scoperti, così il colonnello ordina di estrarre a sorte i nomi di dieci soldati e fucilarli. Tra loro finiscono anche uomini arrivati al reggimento dopo l’insubordinazione.
All’ora della fucilazione la scena è feroce. Uno dei due complementi, entrambi di classi anziane, è svenuto. Ma l’altro, bendato, cerca col viso da che parte sia il comandante del reggimento, chiamando a gran voce: ‘Signor colonnello! signor colonnello!’. Si fa un silenzio di tomba. Il colonnello deve rispondere. Risponde: ‘Che c’è figliuolo?’. ‘Signor colonnello!’, grida l’uomo bendato, ‘io sono della classe del ‘75. Io sono padre di famiglia. Io il giorno 28 non c’ero. In nome di Dio!’. ‘Figliuolo’, risponde paterno il colonnello, ‘io non posso cercare tutti quelli che c’erano e che non c’erano. La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio te ne terrà conto. Confida in Dio’.
Le esecuzioni sommarie arrivarono a un parossismo tale che anche piccoli atti di insubordinazione furono puniti con la morte: durante la rotta di Caporetto il generale Andrea Graziani tentò di riportare l’ordine tra i soldati facendo fucilare 57 presunti disertori, alcuni per ragioni assurde come Alessandro Ruffini, che fu messo al muro per averlo salutato tenendo il sigaro acceso in bocca. Qualche anno dopo la fine della guerra il generale morì cadendo misteriosamente da un treno: si diffuse la voce che sul vagone avesse incontrato un vecchio compagno d’armi di qualche sua vittima.

Dal 1917 gli ammutinati mostrarono sempre di più una consapevolezza politica. Marco Rossi racconta l’episodio del livornese Alessandro Signorini, che davanti al plotone d’esecuzione urlò ai suoi compagni: “Maledetta patria, schifosa bandiera. Voltate le spalle a chi vi fucila!”. Nelle trincee ormai circolava materiale disfattista, volantini che invitavano a disertare, fogli di propaganda rivoluzionaria. La rivoluzione bolscevica, l’uscita della Russia dal conflitto e la crescente insofferenza al potere rendevano sempre più plausibile la rivolta non solo come atto di ribellione, ma anche come possibilità reale di mettere fine alla guerra.

Dopo Caporetto i militari italiani che si stavano ritirando furono fermati sul Piave da uno schieramento di carabinieri e di giovani reclute appena arruolate. I soldati in rotta, convinti che la guerra ormai fosse finita, avevano gettato le armi: non furono dunque in grado di reagire e furono costretti a riprendere la guerra.

Qualcosa di simile successe tra gli austriaci l’anno successivo: in estate ormai 230mila avevano abbandonato le armi ed erano tornati a casa.

In pratica la guerra si concluse con una diserzione di massa: milioni di soldati spossati cessarono semplicemente di combattere. Ma questa versione dei fatti non poteva essere ammessa dalle gerarchie militari, specialmente dopo che il collasso militare russo aveva portato alla nascita dell’Unione Sovietica, primo paese socialista al mondo.

Gli alti comandi degli eserciti dell’Intesa mascherarono quest’epilogo raccontando di epici scontri finali che in realtà non lo furono. Quando con la battaglia di Vittorio Veneto gli italiani sfondavano le linee nemiche, spesso le trovarono deserte. Anche la “redenzione” di Trieste, narrata dalla propaganda nazionalista come la trionfale “liberazione” della città dal dominio austriaco, fu un episodio molto più complesso. La storica Marina Rossi scrive per esempio che nei primi giorni del novembre 1918 “una torpediniera austriaca” fu messa a disposizione “per raggiungere Venezia” e poi tornare a Trieste con “la flotta italiana, cui avrebbe fatto da battistrada nei tratti minati”. Mentre lo storico Drago Sedmak in Nabrežina skozi stoletja (Aurisina attraverso i secoli) racconta un episodio successo vicino a Trieste:
Alle truppe italiane che avanzavano quasi nessuno si oppose, dato che quasi non c’erano più soldati (austriaci, ndr) e i membri dei Comitati nazionali locali (sloveni, ndr) erano troppo deboli e non opposero resistenza. Comunque ad Aurisina si raccolse un gruppo di giovani e di reduci del luogo (austriaci, ndr) e innalzarono barricate improvvisate, bloccando le strade di accesso. L’azione riuscì, visto che per il 2 e 3 novembre fermarono l’avanzata degli italiani verso Trieste. Nella notte tra il 3 e il 4 si ritirarono silenziosamente; gli italiani ripresero la marcia attraversando Santa Croce e Prosecco con bandiere bianche. Il simbolo di pace, la bandiera bianca, che presto venne sostituita dal tricolore italiano, il 20 novembre si mostrò sotto una nuova luce agli abitanti di Aurisina. Quel giorno, infatti, le autorità militari italiane per garantire la propria sicurezza, pretesero dagli abitanti di Aurisina che venissero loro consegnati tre ostaggi (…) Se sia stata la paura o una vendetta per aver perso due giorni davanti alle barricate di Aurisina possiamo solamente fare delle ipotesi.
La storia della prima guerra mondiale, dunque, è tutt’altro che la storia di trionfi, di eroismo e di battaglie epiche raccontata dalla propaganda nazionalista e militare. Tolto il velo di retorica, restano i massacri, le fucilazioni sommarie, le punizioni dei soldati, ma anche gli episodi di fraternizzazione tra nemici, che dimostrano come tantissimi soldati riuscirono a restare umani nonostante fossero obbligati a combattersi.

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16/07/2015

Tra i lacrimogeni di Piazza Syntagma sfuma l’illusione della soluzione europeista


“Non avevo altra scelta” è stato il leit motiv dell’intervento del premier in parlamento, “siamo solo una parentesi, la lotta continua”. Ma non sono d’accordo con lui i sindacati dei dipendenti pubblici e dei trasporti, l’associazione delle farmacie, i militanti del sindacato comunista Pame e varie organizzazioni della sinistra radicale e antagonista che ieri hanno animato il primo sciopero ‘generale’ contro il governo eletto all’indomani del voto del 25 gennaio. Un voto che – ribadito e rafforzato dalla vittoria schiacciante dei ‘no’ all’austerità nel referendum del 5 luglio – avrebbe dovuto portare una liberazione dal giogo della troika, dai diktat della eurocrazia, dagli appetiti delle oligarchie interne e internazionali.

E invece il governo ‘riformista’ si è rivelato incapace di mantenere le sue promesse, e dopo neanche sei mesi ha chinato la testa di fronte alle esose, umilianti richieste dei creditori. Pur di non esplorare l’ignoto facendo appello al popolo, organizzando il paese ad affrontare sacrifici utili a rialzare la testa e riconquistare indipendenza e dignità, il primo governo antiausterity della Grecia ha di fatto ripercorso gli stessi passi degli odiati Samaras e Venizelos. La gabbia dell’europeismo ideologico, l’incapacità di immaginare e costruire qualcosa di diverso all’obbedienza nei confronti dei trattati, dei vincoli, dei ricatti dell’Unione Europea ha condotto Tsipras e i suoi sulla via della capitolazione, regalando al già martirizzato popolo greco altre lacrime e altro sangue alla fine di una trattativa improbabile nel corso della quale il quarantenne e ambizioso primo ministro ha visto spuntare tutte le sue armi. Al suo europeismo utopico la controparte ha risposto con la durezza, l’intransigenza e la violenza dell’Europa reale. Al suo ingenuo riformismo gli apparati coercitivi del blocco continentale hanno risposto imponendo privatizzazioni, licenziamenti, aumento delle tasse e dell’età pensionabile. La trasformazione della Grecia in un protettorato.

Hai voglia a dire che ‘la lotta continua’. Oggi il popolo greco, le classi popolari, gli attivisti reduci da anni di scioperi generali, manifestazioni, occupazioni, campagne elettorali e scontri con la polizia sono più stanchi, più disillusi, più scettici sulla possibilità che le loro aspirazioni ad una vita migliore e al cambiamento possano in qualche modo prendere forma. La possibilità che bastasse vincere un’elezione e portare al governo un leader in grado di cantargliene quattro agli odiati creditori ottenendo concessioni semplicemente in virtù della legittimazione popolare ha rappresentato una grande quanto fugace illusione. L’illusione che ci fosse una via all’interno della compatibilità dettata dalla rigida struttura dell’Unione Europea e dell’Eurozona, degli interessi della grande Germania e delle sue competitrici alla guida del progetto di integrazione continentale. Un’illusione a diffondere la quale anni di propaganda europeista della leadership di Syriza hanno contribuito assai e che le altre forze politiche europee che si candidano al cambiamento – in primo luogo Podemos in Spagna e lo Sinn Fein in Irlanda – farebbero bene a chiudere in soffitta per adottare un piano B meno compatibilista e più spregiudicato.

La frattura tra l’illusione e il popolo che l’ha vissuta, alimentata, incarnata si è manifestata ieri sera in una Piazza Syntagma spettrale, dove sono tornate le molotov degli incappucciati e i gas lacrimogeni dei reparti antisommossa. Con tanto di cariche accennate dai reparti motorizzati della Polizia, i famigerati Delta. Un’ora di scontri violenti, che hanno per un po’ tolto la scena a qualche migliaio di manifestanti dei sindacati, di Antarsya, delle sezioni ribelli di Syriza che nel corso della giornata avevano occupato ministeri e sedi del partito, diffuso volantini nei mercati, tappezzato le città di manifesti.

Mentre a qualche centinaia di metri, in Piazza Omonia, si scioglieva la manifestazione convocata dal sindacato comunista Pame che ha tuonato contro l’Ue, l’Euro e la Nato, a Syntagma la polizia arrestava una cinquantina di manifestanti tra quelli che lanciavano pietre, petardi e bottiglie incendiarie contro i cordoni degli agenti bardati per l’occasione e sotto lo sguardo voyeuristicamente attento di decine di cameraman e fotografi arrivati da ogni dove.

“Siamo come tutti gli altri” pare abbia detto sconsolato a qualche giornalista uno sconsolato e mortificato attivista di Syriza che protestava davanti al Parlamento dove andava in scena una replica tradotta in farsa di quanto già vissuto dal paese negli ultimi cinque anni. I lacrimogeni "europeisti" non sono meno velenosi di quelli a cui ci si era ormai abituati.

Certo, hanno notato molti commentatori, i numeri della protesta di ieri contro un governo allargato all’odiata destra espressione dell’oligarchia e dei suoi privilegi non possono essere paragonati con le piazze stracolme degli anni scorsi. Per ora a prevalere, nella base sociale della sinistra, dei sindacati, delle organizzazioni popolari, è lo scioccante ritorno alla realtà. Ci vorrà tempo prima che le residue illusioni nella possibilità che Tsipras faccia il miracolo scompaiano e che il disorientamento si trasformi in rabbia, prima che il peggioramento ulteriore delle condizioni di vita porti ad una nuova esplosione. Che, se e quando ci sarà, non è detto che si lascerà rappresentare dalla sinistra radicale, bruciata dal fallimento di un’ipotesi di cambiamento troppo gracile per reggere nella sfida contro una vera e propria macchina da guerra. Il compito di evitare che il fallimento abbia conseguenze ancora più tragiche spetta oggi alle forze ancora sane di Syriza, oltre che a quelle delle altre organizzazioni comuniste e della sinistra antagonista che non hanno mai creduto nella possibilità che l’alleanza tra sinistra riformista e radicale potesse rappresentare una possibilità di svolta. Ora dovranno trovare un’altra strada, e subito.

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14/07/2015

Tsipras fa Caporetto per evitare l’8 settembre greco

Sarà bene che chi si occupa, a vario titolo, di beni comuni, di resistenza alle privatizzazioni, di ripubblicizzazioni si ricordi BENE questo fine settimana greco. Week-end che era cominciato con l’analisi, e le prese di distanza, ad ogni latitudine, dalla proposta greca di accordo sul piano di “aiuti”. Un qualcosa visto come nettamente peggiorativo delle proposte votate dal popolo greco il 5 luglio.

Le misure dell'accordo. Eppure è finita con l’istituzione di una agenzia delle privatizzazioni, che deve generare secondo gli accordi almeno 50 miliardi, sul modello della tedesca Treuhandanstalt (giusto, già dal nome, per far capire chi ha spinto per questo genere di accordo). La Treuhandanstalt, per chi non si fosse mai occupato di riunificazione tedesca, era la fiduciaria istituita dal governo della repubblica federale incaricata, nel giugno 1990, di liquidare o privatizzare circa 8.000 aziende della DDR. Siccome nell’opinione pubblica italiana, e comunque non solo, si pensa per mitologie è bene ricordare che la Treuhand, nome più comune, ebbe un impatto disastroso sull’economia tedesca generando 250 miliardi di marchi di perdite provocando, ad esempio, una notevole flessione della produzione del tessile nella ex DDR. Il fatto che si sia pensato di ripetere, in Grecia, un esperimento del genere la dice lunga su tante cose: sulla Caporetto di Tsipras, che pure ha basato elezioni e referendum contro austerità e privatizzazioni, e sulla coazione a ripetere le politiche “liberali” in Europa. I fallimenti degli anni ’90 come viatico per l’economia del 2020 sempre sotto lo slogan “questa volta è differente”. L'agenzia delle privatizzazioni greca dovrà quindi aggredire la struttura stessa delle imprese di quel paese rendendole maggiormente compatibili col liberismo globale. Questo significherà, come accaduto nella DDR, chiusure, liquidazioni di parti importanti di aziende, privatizzazioni e una discreta mole di licenziamenti. I fondi prodotti da questo organismo, che diventerà (se entrerà a regime) elemento regolatore dell’economia greca, finiranno come garanzia per il processo di rientro dalla tranche di prestiti concessa dalle istituzioni internazionali. Quanto possa durare un accordo che contiene clausole del genere, in un paese che ha votato alle elezioni e al referendum contro austerità e privatizzazioni, è la sostanza politica di questo discorso. Ma è inutile girarci attorno: contro questo genere di accordi si possono fare scioperi, referendum, donazioni di litri di sangue di ogni cittadino abile ma se non si pratica un modello economico e finanziario alternativo, capace di non farsi condizionare dalla privatizzazione finanziaria, si finisce per cedere. La Grecia è oggi l’esempio più classico e dovrebbe essere chiaro ai feticisti della democrazia deliberativa i quali pensano che, una volta votato qualcosa, la democrazia contenga di per sé la produzione di ricchezza. D’altronde l’illusione, che dovrebbe essere svanita con gli anni ’90, che i referendum preservino un nucleo di diritti dal mercato è ancora forte. La democrazia deliberativa, persino la protezione normativa dal mercato, invece da sole non bastano. Deve emergere una economia che disgreghi ciò che viene chiamato, oltretutto impropriamente, “il mercato”. Qualcosa di molto più complesso, ed innovativo, della pianificazione socialista ma è bene dirsele queste cose sia per evitare delusioni, polemiche da improvvisi e concessioni di spazio politico a ciarlatani.

Le trattative e la strategia di Tsipras. Ma cosa è accaduto il fine settimana? Il governo di Tsipras si è presentato alle trattative dell’eurozona per la nuova tranche di richiesta di liquidità finanziaria con una tattica ben precisa. Messo tra parentesi il referendum, con la priorità di ottenere fondi in un paese dove le banche sono sempre più un’ipotesi che realtà, il governo Tsipras ha avanzato una proposta fatta per guadagnare tempo, e finanziamenti, confidando sulle numerose spaccature europee. Proposta peggiorativa anche rispetto all’accordo rifiutato dal referendum di pochi giorni fa ma, sicuramente, in grado di fornire respiro finanziario ad un paese le cui banche sono tenute, astutamente, sotto la tenda di ossigeno dalla BCE. La quale si fa pagare garanzie sempre più elevate per ogni giorno di “aiuti”. In effetti le spaccature c’erano: quella tra Francia e Germania (sulla durata delle politiche di austerità), quella nel governo tedesco (sulla questione Grexit), quella tra la stessa Germania e il Fmi (sulla questione della ristrutturazione o meno del debito greco). Insomma i margini per giocarsela, da parte di Tsipras, non erano campati in aria. Arrivato a Bruxelles con delle carte da giocare, invece, Tsipras ha rischiato l’8 settembre, la dissoluzione dello stato in questo caso greco. Basti dire che nelle ultime ore di trattativa (fonte Guardian) le istituzioni internazionali hanno pure chiesto un governo tecnico in Grecia come condizione per chiudere. Di fronte al pericolo di un 8 settembre, di una dissoluzione repentina della sovranità, Tsipras ha optato per il ripiego verso una Caporetto. Già perché la Grecia, non avendo un vero piano di uscita dall’euro in caso di crisi non risolvibile, è ricattabile in ultima istanza. Le perdite, a borse aperte, causate da una Grexit disordinata, come fatta (intelligentemente) presagire da Schauble avrebbero sicuramente danneggiato le borse dell’eurozona (e non solo) ma riportato la Grecia a prima della rivoluzione industriale. Di lì un accordo molto duro tra chi ha molto da perdere ma mezzi per combattere (l’eurozona) e chi ha tutto da perdere e viene distrutto in caso di scontro simmetrico, faccia a faccia (la Grecia). Ne è uscito un accordo duro, una severa sconfitta, una Caporetto della guerra finanziaria di fronte ad una attacco nemico, in nome del salvataggio di ciò che resta del sistema bancario ellenico. Precondizione, nelle società moderne, e ancor più che nel ’29, di ogni minuto funzionamento della società. Ma perché si è complicata la trattativa di Bruxelles per la Grecia?

Le spaccature interne alla UE. Proprio a causa di tutte le spaccature citate si è creata la classica situazione di difficoltà mediatoria in cui, giocoforza, ogni protagonista deve mettere le carte sul tavolo per vedere chi ha più carico e far così valere le proprie ragioni. Una resa dei conti in piena regola quindi non una mediazione come sperava Tsipras (che pure aveva sacrificato Varoufakis proprio per questo). E qui, per la Grecia, sono cominciati i dolori. Prima di tutto perché la zona euro e a 19 paesi, ha un meccanismo di decisione che è comunque complicato, e la Grecia non ha incontrato certo la solidarietà dei paesi più piccoli. Dai governi baltici, veri e propri consigli di amministrazione di start-up politiche neoliberiste, a Spagna e Irlanda. Poi perché il governo italiano, leonino sulla stampa nazionale e oscillante (giudizio della stampa tedesca) nei comportamenti, non ha certo fatto valere il peso della terza economia dell’eurozona. Anche perché, come ha notato Varoufakis su The New Statesman, tutti questi paesi hanno il problema di dover raccontare al loro elettorato perché, in caso di successo greco, non hanno praticato il rifiuto della austerità. Infine perché la spaccatura tedesca, tra linea Merkel e linea Schauble, ha mostrato il prevalere, nello scontro, del ministro delle finanze. Dalla vittoria della linea dura di Schauble, che aveva dietro di sé tutta la Csu-Cdu (che è il partito della Merkel), tutto il resto è venuto giù a cascata, in mano alle decisioni del vincitore. 15 paesi su 19 si sono velocemente allineati – tra il pomeriggio della domenica e la notte successiva – a favore della linea dura. Lo stesso FMI, che era parso possibilista sulle modalità di taglio del debito alla Grecia, ha finito per chiedere misure assurde al governo greco, in cambio del taglio del debito (un colpo di stato finanziario chiesto come se niente fosse) ed altri piccoli e grandi orrori. E, se questo è il frutto della pressione del governo Obama sul FMI meglio allora, davvero, che gli Usa si occupino solo di festeggiare la nazionale di calcio femminile che ha vinto i mondiali.

Si è quindi passati ad un accordo che prevede una sorta di Treuhand in Grecia, l’intervento coatto delle istituzioni europee su sistema fiscale, del diritto e persino il commissariamento (in nome della “libertà”, naturalmente) dell’istituto di statistica greco. Per non parlare del resto. Der Spiegel ha ammesso che Tsipras ha accettato accordi sempre rifiutati anche dal governo di centrodestra-Pasok (a suo tempo intimidito dall’opposizione di Syriza). Una disfatta in piena regola.

L'accordo non reggerà. La situazione è però comunque in movimento, c’è da capire cosa accadrà alla Grecia e non è poco. Se il paese ellenico sarà in grado di sostenere tutti i passaggi formali dell’accordo, se i parlamenti europei lo voteranno (il Bundestag lo analizzerà e voterà due volte). Il Telegraph ancora nel primo pomeriggio di lunedì riportava che il “bridge-financing”, il dispositivo che deve rianimare le banche greche, non è ancora chiaro nelle sue reali dimensioni. Troppe cose da fare, in poco tempo (le borse hanno i loro tempi per scontare gli accordi) con una economia al collasso. Difficile pensare che l’accordo tenga o comunque in modo da non generare altri problemi grossi. Ancora più difficile capire cosa potrà accadere se, o quando, l’accordo salta. Per tutti però il fattore tempo è importante. Vedremo.

Sistema liberista vs democrazia. Il messaggio è però chiaro: ciò che impropriamente è chiamato Europa, e altro non non è che un rissoso comitato d’affari, vuol uccidere una Grecia, questa, per educare i cento che, nel prossimo futuro, osino mettere in discussione il deserto che il combinato di governance e liberismo stanno facendo di questo continente. L’avvertimento è chiaro: il voto elettorale, quello referendario, le chiare manifestazioni di dissenso contro l’austerità non debbono valere a nessun latitudine. Del resto la contraddizione tra democrazia e moneta era già chiara nella prima globalizzazione, quella che è arrivata dagli anni ’70 dell’800 alla prima guerra mondiale, e si fa valere ancora oggi. A maggior ragione visto che la moneta è sempre più complessa, pervasiva, globale, tecnologicamente innervata. E’ una situazione nella quale, come si vede, non basta rispondere con più democrazia (elettorale, referendaria o di base).

La moneta liberista è un nemico serissimo. Ampiamente sottovalutato da chi credeva che bastasse sfilare un po', mandare le foto via twitter delle sfilate, muovere un po’ di opinione pubblica per riequilibrare una società oscillante ed impaurita. Certo, le dimensioni del nemico sono superiori ad ogni attuale immaginazione politica. Ma tra essere grandi ed essere onnipotenti c’è differenza. Tenendoci sulla metafora usata dall’articolo, passare da Caporetto a Vittorio Veneto per Tsipras non sarà facile. Tenendo conto anche che la storia se si ripete lo fa in farsa. Allo stesso tempo è chiaro per tutti, e per i greci lo è sulla loro pelle, che la ricreazione è finita. Chi pensa di liberarsi del Leviatano liberista, parte finanziario parte tecnologico, in modo low cost con qualche primaria, un appello alla costituzione e qualche referendum, magari con qualche auspicio dedicato alla politica della Bce, è bene che dalla politica passi ad attività di sostegno volontario al disastrato verde pubblico. C’è una voragine, a sinistra, in materia di politiche economiche alternative, in un mondo ad altra complessità relazionale e tecnologica, che oggi fa sentire tutto il suo peso. Ed è questa che va riempita.

Redazione - 13 luglio 2015

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25/05/2015

24 maggio 1915. "O Gorizia tu sei maledetta"


Il 24 maggio dovrebbe essere decretato giorno di lutto nazionale per rispetto di un’ intera generazione di giovani che sono stati stati trucidati senza sapere bene il perché nelle nevi delle Alpi, nelle pietre del Carso e nella pianura del Piave. I popoli che uscirono da anni di Grande Massacro furono i veri sconfitti, tutti. Per quello italiano la disfatta fu feroce per i morti in battaglia, la prigionia, le malattie, la vita tremenda delle donne e dei bambini, la fame, l’esodo, il saccheggio e gli stupri dopo Caporetto, le fucilazioni e le decimazioni.

I MORTI
Su un totale di 63 milioni di uomini mobilitati, 8 milioni e mezzo furono i soldati morti. I civili furono circa un milione. Il contributo di sangue dell’Italia in 3 anni di guerra fu di quasi 700.000 soldati morti – ma non esiste una contabilità precisa – e oltre un milione e mezzo di mutilati e feriti. Centinaia di morti quindi per ogni giorno di guerra. Un’intera generazione fu distrutta. L’impatto sulle comunità locali fu devastante sconvolgendo le famiglie e la demografia stessa. La battaglia di Gorizia, un massacro particolarmente assurdo in una guerra assurda, può essere considerata il simbolo di quanto accadde. La battaglia avvenne fra il 9 e il 10 agosto 1916: in poche ore costò la vita a 1.759 ufficiali e 50.000 soldati italiani e a 862 ufficiali e 40.000 soldati austriaci. La canzone «Gorizia tu sei maledetta» venne cantata per la prima volta da fanti che entrarono in città dopo l’immenso prezzo di sangue. Esprimeva un forte sentimento antimilitarista: chi veniva sorpreso a cantarla rischiava la fucilazione. Eccone alcuni versi.

O Gorizia tu sei maledetta per ogni cuore che sente coscienza dolorosa che la partenza e il ritorno per molti non fu.

PRIGIONIA
Una delle pagine meno conosciute del Grande Massacro riguarda i prigionieri italiani, le cui sofferenze furono e sono un’infamia per l’Italia. Gabriele D’Annunzio li chiamò con una frase oltraggiosa: «Imboscati d’Oltralpe». Nei campi di prigionia finirono circa 600.000 italiani, la metà dei quali catturati dopo Caporetto. Ne morirono 100mila ma anche in questo caso la contabilità è approssimativa. Le cause delle morti furono la fame, il freddo e le malattie, principalmente la tubercolosi. I campi di prigionia furono Mathauesen Sigmundsheberg, Theresiendat, Rastat e Celle. In questi due ultimi visse lo scrittore Carlo Emilio Gadda che raccontò la sua esperienza nel «Giornale di guerra e prigionia» e in «Taccuino di Caporetto», descrivendo la fame, le condizioni terribili dei prigionieri, la tubercolosi, la morte di tanti. Va detto che Gadda era uno dei 20.000 ufficiali che potevano godere di condizioni più accettabili, con maggiori possibilità di sopravvivenza. La condizione di prigioniero di guerra era giudicata da Cadorna e dai vertici militari un fatto negativo se non una scelta voluta. E il successore di Cadorna – Armando Diaz – non mutò opinione. In pratica i Comandi Supremi assimilarono di fatto i prigionieri con i disertori e con l’accordo del governo fecero mancare qualsiasi aiuto, sabotando anche le iniziative della Croce Rossa.

MALATTIE
Mi sono accoccolato vicino ai miei panni sudici di guerra … (da «I fiumi» di Giuseppe Ungaretti).

Il Grande Massacro fu innanzitutto una guerra di trincea. Vere e proprie ecatombi a cielo aperto che si ricorrevano per centinaia di chilometri, tane dove i soldati vissero per 4 anni ammassati uno addosso agli altri. Oltre la guerra poco distante, uomini con diverse uniformi dovevano combattere fame e sete, pioggia e melma, la pazzia sempre in agguato, topi, cimici e scarafaggi. Alcuni erano presi da cancrene che mangiavano i corpi. La trincea produceva malattie e poi epidemie che colpivano sia i militari che i civili. Poi arrivò la “spagnola” che nel 1918 fece strage su una popolazione indebolita ma già dal 1915 si erano diffusi tifo, polmoniti, febbri ed altro.

FAME
A Valdobbiadene, cittadina della Marca trevigiana, in una lapide che ricorda il tributo di sangue si può leggere: «Cittadini uccisi da proiettili n. 51 – Cittadini morti per fame n. 484». Da dati ufficiali sappiamo che i soldati di Valdobbiadene morti in combattimento furono 214 e durante l’esodo per cause varie, malattie in genere altri 129. I numeri quindi dicono che la causa maggiore di morte fu la mancanza di cibo. La fame durante il Grande Massacro è raccontata in dettaglio da Francesco Jori nel libro «Ne uccise più la fame. La Guerra della gente comune nel Triveneto».

DONNE E BAMBINI
La guerra sconvolse anche la vita delle donne che pagarono un alto prezzo durante il Grande Massacro. Dovettero rimpiazzare in molte funzioni gli uomini partiti per il fronte, soprattutto operaie nelle fabbriche a produrre per lo più materiali bellici. Ma andarono anche al fronte come crocerossine o portatrici. Nelle retrovie furono prostitute per “consolare” i combattenti. Dopo Caporetto furono profughe. Vale la pena sottolineare la vicenda delle donne italiane internate in quel periodo. Fra le migliaia di civili e italiani internati, soprattutto nel Sud, dall’esercito italiano durante il Grande Massacro molte furono le donne. Come gli uomini, furono accusate di spionaggio o di sentimenti anti-patriottici. Dopo la prima fase della guerra – caratterizzata da un gran numero di internamenti femminili, soprattutto nei territori occupati dall’esercito italiano – la caccia al “nemico interno” crebbe durante il periodo 1917-1918, al fine di garantire la sicurezza di fronte a un gran numero di donne sospettate e internate come spie nemiche pur senza indizi di colpevolezza. E analizzando le cause di internamento femminile troviamo innanzitutto stereotipi anti-femminili. Le memorie di un maestra di Grado, Antonia Fonzari, hanno il titolo «Ricordi amari».

Bambini e ragazzi (cioè sotto i 14 anni) erano allora 12 milioni: vissero la guerra come figlie e figli, sorelle e fratelli di quei soldati che combattevano. Soffrirono il Grande Massacro in tutte le situazioni: famiglia, scuola e luoghi di lavoro. Fra i civili che morirono durante il Grande Massacro vi sono anche molti bambini. 

DOPO CAPORETTO, ESODO, SACCHEGGIO E STUPRI
La sconfitta di Caporetto fu un disastro che ancora richiede giustizia storica. La causa fu l’incapacità militare dei generali dello Stato Maggiore che sacrificarono decine di migliaia di uomini che poi accusarono di essere vigliacchi. Ma non solo. Oltre l’interpretazione militare ufficiale (che tralascio) vi fu una “versione” politica. Come scrisse il comunista Emilio Greco nella rivista «Stato Operaio», alcuni anni dopo: «Caporetto fu una rivolta disperata e senza meta… Si ripete comunemente che fu una sconfitta militare. Ma questa interpretazione è semplicistica: Caporetto è stata un’insurrezione del popolo che non riuscì di raggiungere e spezzare lo stato». In Russia con un partito bolscevico, comunista, il rifiuto di massa del Grande Massacro divenne rivoluzione. Indubbiamente dietro il disastro di Caporetto vi furono entrambi i fattori: incapacità militare dell’Alto Comando e rigetto collettivo dei soldati a farsi assurdamente uccidere. Dopo la rotta di Caporetto circa 600.000 civili – provenienti prevalentemente dalle provincie di Treviso, Venezia e Udine – furono costretti ad abbandonare improvvisamente il territorio invaso o minacciato da vicino dall’esercito austro-ungarico dando vita alla più grande tragedia civile collettiva che interessò la popolazione durante il Grande Massacro. Fu “la Caporetto delle famiglie”. Ci furono ovviamente atti di vandalismo e la devastazione aumentò a causa dei saccheggi perpetrati dai soldati di von Below, che entrarono vincitori in città e paesi presentandosi talora con il volto più crudele e violento dei saccheggiatori.

Il sito «Vecchia Conegliano e dintorni» racconta l’occupazione di Castel Roganzuolo, una frazione del comune di San Fior in provincia di Treviso: «I soldati germanici e austro-ungarici non si accontentavano di dare sfogo alla fame repressa: uccidevano il bestiame, ne consumavano una parte e lasciavano l’altra marcire nella strada; gettavano il grano sotto le zampe dei cavalli; si ubriacavano direttamente alle botti e non si davano nemmeno il disturbo di tapparle dopo essersene serviti, sicché il vino scorreva per le cantine. Il saccheggio metodico non lasciò intatta alcuna casa e la popolazione venne ridotta alla fame. Si racconta che in certi paesi la gente raccattava perfino gli escrementi dei cavalli, nella affannosa ricerca di qualche chicco di granoturco per sfamarsi. I pochi beni e la vita stessa degli abitanti erano quotidianamente appesi ad un esile filo. Ogni notte c’era il rischio che un gruppo di soldati penetrasse a forza in casa: alla ricerca di cibo o per violentare le donne che vi abitavano. Oltre allo stupro notturno, le donne erano spesso oggetto di forme di violenza più “meditate”. Povere madri, spesso profughe, che si recavano presso qualche comando locale allo scopo di ottenere un lasciapassare o una tessera annonaria, venivano costrette dagli ufficiali a subire lo sfogo delle loro basse passioni per ottenere ciò di cui avevano assoluto bisogno».

Lo «stupro del Belgio» fu all’inizio uno slogan per raccontare l’invasione tedesca, nel 1914, di quel Paese neutrale ma le atrocità – compresi gli stupri commessi dall’esercito del Kaiser – gli hanno dato un significato letterale, reale. Dopo Caporetto anche le donne dei territori invasi dagli austroungarici divennero bottino di guerra; come del resto accade per tutti gli eserciti vittoriosi. Ecco una fonte d’informazione diciamo “ufficiale”: si formò in Italia, dopo il Grande Massacro, una Commissione d’inchiesta sui crimini compiuti dall’invasore dopo Caporetto. I suoi lavori si conclusero con la pubblicazione del volume «Il martirio delle terre invase», nel quale si parlava anche dei numerosi stupri subiti da donne italiane. In seguito, la “Reale Commissione d’Inchiesta” pubblicò ben sette volumi fra il 1920 e il 1921: si tratta delle «Relazioni della Reale Commissione d’inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti commesse dal nemico». Il IV volume dedicava un intero capitolo alla ricostruzione delle violenze carnali inflitte a donne italiane da parte dei militari dell’esercito austroungarico: si tratta del capitolo “Delitti contro l’onore femminile.” L’argomento era ripreso nel VI volume, al cui interno si riportavano documenti, testimonianze, aneddoti.

I soli casi accertati di stupro da parte degli invasori furono 735 ma la relazione medesima ammetteva che ve ne erano stati moltissimi altri che erano “sfuggiti” anzitutto per vergogna delle vittime e delle loro famiglie.
Gli stupri erano sovente accompagnati da violenze d’altro tipo. Spesso i mariti o i padri vennero assassinati durante le aggressioni sessuali, specie se cercavano di difendere le donne ma perfino in assenza di reazione. In altri casi furono le donne a venire uccise dopo lo stupro: 53 subito dopo, mentre altre 40 morirono giorni od anche mesi dopo, in conseguenza delle violenze. Molte altre furono contagiate da malattie veneree. Le violenze avvenivano abitualmente a mano armata e in gruppo e riguardarono donne d’ogni età: dalle bambine sino a vecchie ottuagenarie. Sovente le madri furono violentate davanti ai propri figli.

Vale la pena segnalare il lavoro di Michele Strazza «Senza via di scampo. Gli stupri nelle guerre mondiali» del Consiglio Regionale della Basilicata 2010 (200 pagine) [http://www.ildialogo.org/Allegati/Stupri_di_Guerra.pdf] che esamina anche il tema delle violenze sessuali compiute da militari austro-ungarici.

FUCILAZIONI E DECIMAZIONI
La rivolta dei fanti della brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa (importante base logistica del III Corpo d’Armata) a metà luglio del 1917 fu probabilmente l’episodio più noto e significativo di rifiuto collettivo della guerra verificatosi nell’esercito italiano durante il Grande Massacro. Era domenica e nei baraccamenti posti nelle immediate vicinanze del paese friulano stavano trascorrendo un periodo di riposo i fanti della “Brigata Catanzaro”, costituita dal 141° e 142° Reggimento Fanteria. I soldati erano sfiniti per il lungo tempo trascorso in prima linea ed era previsto – e promesso – per loro un periodo di riposo nelle retrovie. Ma un fonogramma, giunto nella tarda serata, richiamò in trincea la Brigata. Esplose una protesta anche violenta. Si sparò e si lanciarono bombe a mano. Si presero di mira le baracche degli ufficiali e anche chi tenta di fare da paciere. Alcuni militari si portano nei pressi dell’abitazione del conte di Colloredo Mels, dove si pensa risieda il “poeta-soldato” Gabriele D’Annunzio, sparando colpi di fucile all’indirizzo dell’abitazione. Vi furono morti e feriti. La rivolta proseguì per quasi tutta la notte fino all’arrivo di una Compagnia di Carabinieri: quattro auto mitragliatrici, due auto cannoni e reparti della cavalleria. Sedata la ribellione, il Comandante della Brigata ordinò immediatamente la fucilazione di quattro soldati, scoperti in mano armi con le canne dei fucili ancora calde. Avvenne poi la decimazione del resto della Compagnia. All’alba del 16 luglio, oltre i 4 già fucilati, vennero decimati altri 12 (ufficialmente ma è probabile fossero di più) passati per le armi a ridosso del muro di cinta del cimitero di Santa Cecilia e posti in una fossa comune.

COME TERMINÒ IL GRANDE MASSACRO
Il 4 novembre 1918 sancì ufficialmente la vittoria di alcuni eserciti su altri. Il giorno prima a villa Giusti, a Padova, era stata firmato l’armistizio fra l’Italia e i suoi alleati con l’impero austro-ungarico. Va sottolineato che la cosiddetta riscossa di Vittorio Veneto esistette solo sulla carta in quanto non ci fu nessun assalto, nessuno sfondamento. L’esercito italiano avanzò perché quello austriaco si stava ritirando, impossibilitato a continuare una guerra irrimediabilmente perduta. Il generale Armando Diaz informato di un’avanzata che non aveva né previsto – né ordinato e neppure sapeva come si stava sviluppando – dovette esaminare le carte geografiche per sapere dov’era Vittorio Veneto. Ferruccio Parri, allora ufficiale nell’Alto Comando testimoniò che Diaz esclamò in dialetto napoletano: «Addò sta stu cazzo ‘e Vittorio Veneto?».

E OGGI?
Il centenario del Grande Massacro deve essere un’occasione per fare i conti con queste pagine dolorose della storia nazionale, sopra descritte e che non a caso sono state, in parte rimosse dalla memoria e dalla coscienza collettiva. Per esempio riabilitare la memoria dei soldati fucilati e decimati durante il grande massacro 15-18 è un’ azione etica per un centenario che, altrimenti, rischia di essere solo retorico o, peggio, indirizzato al turismo sui luoghi della tragedia. In Italia c’è un vento nuovo che spira verso la riabilitazione. Non sono più i tempi della lettera ai cappellani militari di don Lorenzo Milani, condannata per vilipendio. La sentenza toccò solo il direttore di Rinascita che l’aveva pubblicata, perché Don Milani morì prima.
Le iniziative in corso sono varie.

Alle 19 del 21 maggio (a ridosso della data del 24 maggio) la Camera ha votato, approvandola, la Proposta di Legge Scanu per la riabilitazione dei militari fucilati nella Prima Guerra. Adesso dovrà andare in Senato. Un altro passo avanti è fatto, anche se il testo della legge, probabilmente ha un limite. Prevede la riabilitazione per quei fucilati con una chiara traccia, la sentenza di un tribunale militare, trascurando coloro che furono giustiziati con decisioni sommarie.

Inoltre sarebbe opportuno che contemporaneamente a queste azioni, ve ne fosse una per la condanna ufficiale di coloro che sono stati responsabili di questi assassinii: il generale Cadorna, Graziani ed altri. 

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