Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/02/2019

La Ue opera come la mafia… e tutti zitti!

Il ministro dell’economia Tria, uomo di fiducia di Mattarella nel governo gialloverde, ha denunciato un ricatto del ministro delle finanze, ora presidente del parlamento, della Germania, Schauble.

Nel 2013 il ministro dell’economia del governo Letta, Saccomanni, avrebbe deciso il catastrofico “bail in” – scaricare anche su correntisti e risparmiatori i fallimenti bancari – in seguito al ricatto di quel ministro tedesco sul sistema bancario italiano. Schauble avrebbe minacciato di diffondere la notizia che il sistema bancario italiano non fosse solvibile e di agire di conseguenza in sede UE.

Non era una minaccia vana. La UE sotto il comando di Schauble stava devastando il sistema bancario e produttivo di Cipro e della Grecia, con gli esiti sociali catastrofici che conosciamo.

Come oggi sappiamo le banche tedesche hanno poi lucrato quasi 2 miliardi di profitti dagli “aiuti” alla Grecia, a proposito questa parola, aiuti, non vi fa venire in mente la stessa generosità che UE ed USA stanno usando verso il Venezuela?

Dunque la minaccia era vera e credibile, la Grecia era usata come cavia ed esempio terroristico verso tutti i paesi che non volessero accettare i diktat di Schauble, travestiti da Unione Europea. Quindi il governo italiano, nonostante il parere contrario della Banca d’Italia, decise di cedere e approvò il bail in, con tutte le conseguenze che conosciamo.

Il ministro Tria ha detto la semplice verità e poi naturalmente l’ha subito smentita. La stampa ha messo a tacere la notizia, trattando il ministro come una sorta di “arbitro Alessi” in crisi da VAR. E gran parte del palazzo politico, sia gli europeisti sia i “sovranisti”, non ha neppure dedicato un commento ad una denuncia così grave. Che richiederebbe invece, in un paese libero e democratico, l’accertamento della verità con un dibattito pubblico forte e centrale.

Invece Tria si è comportato come un commerciante che denuncia il pizzo e poi, messo alle strette, afferma di aver esagerato. E stampa e grandi partiti hanno subito voltato lo sguardo altrove.

Se ci fosse bisogno di prove che Tria ha detto la verità, esse stanno proprio nei comportamenti omertosi del palazzo nei confronti delle sue affermazioni. Mettere tutto a tacere, non possiamo mica permetterci uno scontro col potere politico finanziario tedesco proprio ora che siamo in crisi, questa è l’unità nazionale della paura.

La UE opera come la mafia, e il potere finanziario della Germania e dei suoi partner ne è la cupola. Poi c’è l’europeismo per gonzi che serve a coprire la realtà. Quella di un sistema dove gli interessi della finanza tedesca sono la sola regola da rispettare scrupolosamente e nel silenzio, negandone la stessa esistenza.

Non è vero che la UE faccia solo gli interessi di Schauble e compagnia, la mafia non esiste.

Fonte

03/09/2018

L’Unione bancaria europea e i problemi delle banche italiane

Quando si prova – qui in Italia e negli ambienti della c.d. “sinistra” – a disegnare un quadro complessivo dello scenario in cui tutti noi siamo obbligati a muoverci, non si va al di là di fumosi riferimenti a qualche problema sociale e, ancor più di frequente, ai mille possibili “dalemoni” che dovrebbero consentire di mettere insieme una lista elettorale “di sinistra” con qualche chance di “eleggere” qualche bollito rappresentante del vecchio ceto politico.

Anche in settori di movimento “antagonista” non si va generalmente al di là di qualche istantanea dei non molti momenti di conflitto sociale.

Insomma, manca ormai la predisposizione, e dunque anche la consuetudine, con l’analisi concreta della situazione concreta, che pure sarebbe un obbligo per chi in vario modo si dice comunista. Eppure, possedere un quadro realistico del presente, ci potrebbe permettere di mettere in piedi strategie meno campate in aria, campagne politiche meno improvvisate “ad capocchiam”, un intervento sociale – per i non molti che lo fanno – più consapevole.

Tra i molti aspetti del reale, la crisi crescente delle banche italiane – ed europee, in larga misura – è uno di quelli con conseguenze concrete più incisive e potenzialmente devastanti, visto che ha un ruolo chiave nell’operatività di ciò che resta del “sistema delle imprese”, nella “piazzabilità” dei titoli del debito pubblico, nella erogazione di prestiti anche alle famiglie, ecc. In breve, nella tenuta o meno degli equilibri economici, e dunque anche sociali, cui tutti siamo abituati al punto da considerarli ormai come un dato naturale eterno, un “non problema” che non richiede dunque alcuna conoscenza particolare.

Ma i problemi delle banche hanno anche molti altri aspetti decisivi per l'esatta comprensione dello scenario d’azione. Il “sistema delle regole” entro cui anche le banche devono agire è infatti un quadro definito da leggi nazionali e trattati internazionali. Dunque l’analisi di questi problemi mette in luce anche il ruolo – normativo, dunque politico – dell’Unione Europea. La quale, vista da vicino, somiglia sempre meno all’eden retorico del “manifesto di Ventotene” e sempre di più all’arena-gabbia di Mad Max (sotto il controllo di Tina Turner).

Pubblichiamo perciò molto volentieri questa analisi di Vladimiro Giacché sulla crisi bancaria italiana. Articolo uscito sul sito dell’Institute for New Economic Thinking, con delle modifiche non sostanziali da parte dell’Autore, che ha anche aggiunto alcune note sul tema delle Banche di Credito Cooperativo, tradotto da Saint Simon per il sito Voci dall’estero.

La tesi, documentata con rigore, è che la crisi bancaria italiana sia il frutto delle normative europee, che hanno generato enormi asimmetrie e condizioni inique sopratutto per il nostro paese. Normative aggirate dalla Germania, che da un lato ha proceduto prima della loro entrata in vigore a salvare con interventi pubblici le proprie banche, e poi ha ottenuto di esentare dalla supervisione bancaria europea le proprie Sparkasse, legate a filo doppio alla politica locale e oggi a rischio sistemico, data l’entità degli impieghi. L’arrendevolezza o l’incompetenza della classe politica italiana, che ha accettato regole suicide anche dal punto di vista capitalistico e “nazionalistico”, emerge qui con solare evidenza. E spiega, in pare rilevante, anche l'apparentemente inarrestabile affermarsi di un nazionalismo economico di ritorno sotto le vesti del “populismo” straccione.

*****

Da https://www.academia.edu

di Vladimiro Giacché, 19 luglio 2017

L’obiettivo con cui l’Unione bancaria europea è nata era quello di ridurre la balcanizzazione finanziaria dell’Eurozona. La balcanizzazione – la frattura del sistema bancario transfrontaliero che avviene quando creditori nervosi si ritirano verso i sicuri porti nazionali – è stata percepita a ragione come uno dei maggiori pericoli per la stabilità e la sussistenza stessa della moneta unica.

Infatti, all’indomani della crisi finanziaria, gran parte delle ricerche disponibili evidenziavano come il sistema – che sino al 2008/2009 si presentava così interconnesso da essere apparentemente inestricabile – si era andato ridisegnando secondo linee “nazionali”. I prestiti transfrontalieri nell’eurozona erano crollati all’incirca alla metà dei valori pre-crisi, e ingenti capitali erano stati rimpatriati da molte banche e investitori nei paesi core (Germania e Francia). I prestiti nei paesi cosiddetti periferici (Grecia, Irlanda, Spagna, Italia e Portogallo) nel frattempo tornavano ad essere sostanzialmente nazionali. Questo, politicamente, era imbarazzante, ma anche pericoloso, poiché rendeva tecnicamente possibile la fine della moneta unica.

Peggio ancora, questa situazione creava un problema ulteriore non meno grave: un circolo vizioso potenzialmente distruttivo tra rischio di credito e rischio sovrano – cioè il rischio che una nazione potesse essere spinta alla bancarotta.

Un obiettivo, tre pilastri

L’idea originale era che un’unione bancaria avrebbe ristabilito un mercato bancario e finanziario integrato attraverso tre pilastri:
1) un sistema unico di vigilanza bancaria;
2) procedure di risoluzione che limitassero il rischio di contagio in caso di crisi;
3) una garanzia europea sui depositi tale da spezzare il nesso tra rischio Paese e rischio bancario.

Questa la teoria. Nella pratica, l’unione bancaria ha generato enormi asimmetrie e condizioni competitive inique in tutta l’Eurozona. Queste asimmetrie hanno colpito in particolare il sistema bancario italiano, in un modo che contribuisce a spiegare gli avvenimenti degli ultimi anni.

Per quanto riguarda il primo pilastro, la vigilanza bancaria unica ha effetti di copertura molto differenti tra i vari sistemi bancari nazionali. Trascura un rischio sistemico molto serio in alcune importanti nazioni dell’Eurozona e perciò le favorisce, almeno nel breve periodo.

Quanto al secondo pilastro, le procedure di salvataggio o risoluzione delle banche in crisi – caratterizzate dal sostanziale divieto di salvataggio pubblico – hanno avuto anch’esse effetti fortemente asimmetrici che hanno danneggiato pesantemente alcuni sistemi nazionali (in primis l’Italia). In particolare, queste regole sono state stabilite solo dopo che molti paesi europei avevano elargito aiuti pubblici senza precedenti alle proprie banche nazionali. Questi enormi trasferimenti finanziari avevano sostanzialmente sospeso – sull’onda dell’emergenza – la normativa europea sugli aiuti di Stato, ovvero sugli interventi pubblici nazionali. Così alterando in misura sostanziale il panorama concorrenziale del sistema bancario in Europa.

Impedire a questo punto la possibilità di qualsiasi tempestivo salvataggio pubblico risulta oggi fortemente penalizzante per quei Paesi, come l’Italia, che nella fase precedente non avevano proceduto a sostenere in modo massiccio il proprio sistema bancario nazionale. Per questi Stati, l’opzione del salvataggio è adesso soggetta a criteri estremamente stringenti e subordinata al cosiddetto “bail-in” – ovvero uno schema che pone in primo luogo a carico di azionisti, obbligazionisti e correntisti le perdite bancarie – non escludendo affatto la strada della risoluzione/chiusura della banca interessata.

Quanto all’entità del sostegno di cui le banche di altri Paesi europei avevano goduto prima dell’entrata in vigore dell’Unione bancaria, un articolo pubblicato da M. Frühauf sulla Frankfurter Allgemeine del 16 agosto 2013 – pochi mesi prima dell’approvazione del meccanismo unico di vigilanza bancaria da parte del Consiglio Europeo – offre dati a dir poco impressionanti. Solo per fare un esempio dei molti salvataggi tedeschi all’indomani della crisi finanziaria, il governo fornì alla compagnia di assicurazione Hypo-Re una garanzia fino a 145 miliardi di euro. Il costo di questo solo salvataggio per i contribuenti tedeschi finora è stato di 20 miliardi di euro. Altre fonti forniscono numeri complessivi leggermente diversi sui salvataggi pubblici, ma quel che emerge chiaramente è la peculiarità della situazione bancaria italiana, che finora ha comportato aiuti pubblici molto inferiori a quelli degli altri paesi europei.

Gli effetti negativi dei primi due pilastri divenivano poi addirittura dirompenti a causa dell’assenza del terzo pilastro: la garanzia europea sui depositi. Questo meccanismo era assolutamente essenziale al fine dichiarato dell’Unione bancaria: arrestare il processo di “balcanizzazione finanziaria”. Infatti l’assenza di una garanzia europea manteneva l’onere della protezione (parziale) dei risparmiatori in capo al sistema Paese interessato. E, ancora una volta, contraddiceva quella solidarietà europea che dovrebbe essere il fondamento dell’architettura istituzionale dell’UE, e in particolare dell’Eurozona.

L’effetto di questo insieme di norme – i due pilastri che ci sono e quello che non c’è – è stato devastante in particolare per il sistema bancario italiano, per il quale le nuove regole hanno mutato in misura sostanziale – e per di più senza alcuna fase transitoria – il panorama normativo vigente da decenni, oltretutto in contraddizione con almeno due articoli della Costituzione italiana (l’art. 43 e l’art. 47).

A dispetto delle intenzioni, il nuovo contesto normativo ha penalizzato pesantemente i risparmiatori, in particolare i detentori delle cosiddette obbligazioni subordinate, diventate improvvisamente più rischiose col nuovo regime.

E, come era facilmente prevedibile, l’assenza sia di una rete di sicurezza pubblica per le situazioni di crisi che di un sistema di garanzia europeo, ha innescato una vera e propria corsa agli sportelli in relazione agli istituti percepiti come più deboli, o che erano alle prese con crisi aziendali che sarebbero state facilmente gestibili nel contesto normativo precedente. In tal modo, secondo il meccanismo ben noto delle previsioni che si auto-avverano, i problemi di liquidità di alcuni istituti hanno dato luogo a una fuga dei depositi che ne ha posto a rischio la solvibilità.

Un’altra pericolosa asimmetria proviene dal trattamento del rischio di mercato nel nuovo regime. Il peso di questo rischio – legato all’attività finanziaria, incluse le transazioni in derivati – risultava assolutamente sottodimensionato rispetto alla sua portata reale già negli Stress Test e Asset Quality Review condotti dalla Banca centrale europea. Il nuovo sistema pone un’attenzione molto maggiore sul rischio di credito – e conseguentemente penalizza i sistemi bancari come quello italiano che sono relativamente meno finanziarizzati, ma nei quali il rischio di credito è un fattore relativamente più importante.

Ma c’è di più: il rischio di mercato, al contrario del rischio di credito, non figura nemmeno nelle 5 priorità della Vigilanza bancaria europea esercitata dalla BCE, come evidenziato nei Rapporti annuali della BCE del 2015, 2016 e 2017 (si veda l’ultimo).

In questo modo risulta insufficientemente vigilata precisamente la tipologia di rischio alla quale è attribuito lo scoppio della crisi culminata nella Grande Recessione. Più concretamente, è insufficientemente vigilato il rischio di mercato espresso da alcune grandi banche tedesche e francesi, e in particolare quello di un colosso quale Deutsche Bank. Conoscere il valore effettivo dei Level 3 assets (derivati) di Deutsche Bank è un esercizio più prossimo alla divinazione che alla stima scientifica: in effetti al team ispettivo della Vigilanza BCE che ha recentemente condotto un’ispezione presso la banca di Francoforte “non è stato richiesto nemmeno di prezzare il valore dei derivati in portafoglio”. L’Autorità di vigilanza europea aveva alzato le mani con un curioso ragionamento: giudicando cioè irrealistico valutare l’adeguatezza del pricing dato ai derivati nel portafoglio di Deutsche Bank e di altre grandi banche, vista la discrezionalità concessa al riguardo a banche e revisori (si veda L. Davi, BCE, 68 banche sotto ispezione. Fuori i Level 3 dalle verifiche, “Il Sole 24 Ore”, 25 gennaio 2017).

E il vincitore è...

Il grande vincitore dell’Unione bancaria è stato il sistema bancario tedesco. Tutte le banche tedesche, ma in particolare le banche di piccole e medie dimensioni, che hanno infatti beneficiato in primo luogo di una costruzione del primo pilastro che ha fissato a 30 miliardi di asset il livello minimo per essere vigilati dalla Bce. Per ottenere questa soglia minima, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble minacciò di mettere il veto all’Unione bancaria, e non è un mistero che l’obiettivo era tenere fuori le Sparkassen dalla Vigilanza europea.

Delle 417 Sparkassen soltanto una è oggi vigilata dalla Vigilanza BCE; stiamo parlando di banche cui spetta il 22,3% degli impieghi di quel paese, per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro.

Del resto non è questo l’unico modo in cui queste banche pubbliche, tradizionalmente legate alla CDU, sono state protette. Vanno citati almeno altri due modi.

Il primo è rappresentato dal trattamento di favore riservato dalla normativa europea ai cosiddetti Institutional Protection Schemes (IPS). Gli IPS sono sistemi di mutua protezione e garanzia tra le banche associate, regolati contrattualmente a livello di associazione di categoria. Sono diffusi soprattutto in Germania (Sparkassen e Volksbanken), Austria (banche Raiffeisen) e Spagna (Casse di risparmio). Differiscono sia dai gruppi bancari, sia dai network di banche. Pertanto non sono direttamente oggetto della disciplina europea – ad esempio nella Direttiva europea sui requisiti di capitale (CRD IV) gli IPS non sono neppure citati – né degli accordi di Basilea. La cosa è stata giudicata da Thomas Stern, esperto dell’Austrian Financial Markets Authorities, in questi termini: “la decisione del legislatore europeo di non estendere la regolamentazione riguardante capitale e liquidità agli IPS è rimarchevole e difficile da capire da un punto di vista prudenziale”. Stern scrisse queste righe nel 2014, ma da allora la situazione non è cambiata.

Il fatto di essere membri di un IPS in effetti dà alle banche associate una serie significativa di privilegi regolamentari. È appena il caso di dire che le banche italiane in qualche modo confrontabili con le banche che in altri Paesi europei sono associate in IPS, le Banche di Credito Cooperativo, rientrano invece pienamente nella normativa europea anche per quanto riguarda i requisiti di capitale e di liquidità; non solo: con la L. 49/2016 il legislatore italiano ha imposto l’inclusione delle Banche di Credito Cooperativo in Gruppi bancari che, oltre a snaturare la natura mutualistica e cooperativa degli enti associati, avranno in 2 casi su 3 la dimensione di banche “significative” a livello europeo e quindi saranno direttamente vigilate dalla BCE sulla base dei requisiti più stringenti in termini di capitale previsti per le banche di maggiori dimensioni.

Il secondo modo in cui il governo tedesco ha aiutato le proprie Sparkassen è molto interessante, ma purtroppo poco noto: è consistito precisamente nel rimandare sine die il sistema di mutua garanzia e assicurazione dei depositi tra le banche europee.

Il nesso può non apparire immediato. Nel 2013 viene decisa la partenza dell’Unione bancaria con due pilastri su tre. È stato un gravissimo errore dell’Italia non impedire questa asimmetria, che rendeva l’unione bancaria incoerente rispetto alle sue stesse finalità dichiarate.

Nel 2015 comunque procedono in qualche modo i negoziati per attivare anche la mutua garanzia. Ma Sparkassen e Volksbanken non ne vogliono sapere di partecipare al sistema di mutua garanzia europeo, essenzialmente per due motivi: in primo luogo perché ritengono di essere in grado di proteggersi da sole grazie al loro status speciale di IPS; in secondo luogo, perché temono di dover rendere le proprie regole specifiche omogenee a quelle delle altre banche, senza più beneficiare delle eccezioni regolatorie.

Le prime prese di posizione delle Sparkassen contro la mutua garanzia europea risalgono all’estate 2015. Successivamente Schäuble ha minacciato di bloccare la norma nel Consiglio, con la scusa ufficiale che la Germania si rifiutava di pagare per i problemi bancari degli altri paesi. Diversi tentativi di compromesso andarono a vuoto, perché tutti implicavano qualche tipo di vigilanza europea sulle banche tedesche – svelando così la vera natura del problema: il desiderio del governo tedesco di ostacolare qualsiasi forma di vigilanza europea sulle Sparkassen tedesche e le altre banche minori.

A inizio dicembre 2015 Schäuble sembrò arrendersi alle pressioni della Commissione Europea e dei principali altri Stati dell’Eurozona. Il quotidiano economico Deutsche Wirtschafts Nachrichten evidenziò come una decisione del genere potesse aprire la strada a un duro conflitto tra il settore bancario tedesco e il governo.

Poi, l’8 dicembre, il colpo di scena. Il piano di contrattacco di Schäuble da un lato è consistito nel delegittimare la BCE per il suo presunto conflitto di interesse tra il ruolo di guida della politica monetaria e quello di organismo di vigilanza bancaria – una condizione che i leader europei, Schäuble incluso, avevano da poco deliberato. Ha poi annunciato la sua opposizione alla proposta di mutua garanzia in assenza del recepimento da parte di tutti gli Stati della normativa europea sul bail-in, e, punto fondamentale, fino a che non fossero ridotti i rischi del sistema bancario. Successivamente ha precisato come fosse necessario che le banche europee riducessero la quota in portafoglio dei titoli di Stato del proprio paese. Questa mossa tattica non solo ha rimandato sine die la discussione, ma ha anche spostato l’attenzione dal rischio bancario al rischio (sovrano) delle singole nazioni, un campo nel quale la Germania non ha nulla da temere. Fu infatti l’Italia, con il Presidente del Consiglio Renzi, ad essere costretta a porre il veto alla discussione sui bond sovrani nei bilanci bancari, bloccando così la discussione sul terzo pilastro.

Frattanto venivano attivati gli altri due pilastri, saltando completamente il periodo transitorio originariamente proposto per attenuare gli effetti del cambiamento delle regole. Il risultato è presto detto: le Sparkassen tedesche potranno continuare a beneficiare di requisiti di capitale più laschi e di una vigilanza esclusivamente nazionale. Un combinato disposto che rappresenta un mix esplosivo dal punto di vista dei rischi di crisi bancaria.

Oggi una crisi di questo comparto in Germania non avrebbe nulla da invidiare, nei suoi effetti, alla crisi delle casse di risparmio statunitensi (Saving & Loans Banks) degli anni '80. Un ciclo economico tedesco positivo e il fatto che le aree a maggior rischio di crisi sono altre concorrono a far sì che nessuno oggi si avveda del problema. Nel frattempo, le Sparkassen e le altre banche tedesche difendono con le unghie e coi denti la propria autonomia e il diritto di non essere vigilate da nessuna autorità di vigilanza europea (si veda “Deutsche Banken sehen EU-Aufsicht kritisch”, Franckfurter Allgemeine Zeitung, 1 giugno 2017).

Le conseguenze

Comprendendo questo contesto, le radici dei problemi del sistema bancario italiano diventano più chiare. Il peso dei crediti deteriorati (NPL) è derivato dalla peggiore crisi economica in tempo di pace dal 1861. Il problema è emerso anche perché dopo il 2008 non è stato intrapreso nessun salvataggio bancario. Se prendiamo le quotazioni di borsa del settore bancario negli ultimi anni, è facile osservare un andamento fortemente negativo. Tuttavia, ad uno sguardo più attento, si nota che la caduta dei prezzi è in genere avvenuta in concomitanza, più che con notizie genericamente “negative”, con le novità inerenti alla regolamentazione del settore a livello europeo, o in relazione a interventi del regolatore europeo stesso su questa o quella situazione, su questa o quella banca. Si pensi alle lettere spedite dalla vigilanza europea a questa o quella banca, o anche a diverse banche insieme, per esempio per chiedere di cedere subito i crediti problematici – pertanto ad un prezzo molto basso.

Dalla fine del 2015 – quando la Commissione Europea bloccò l’intervento del fondo interbancario di tutela dei depositi per salvare quattro banche locali nei guai – sino al febbraio 2016, dopo l’entrata in vigore del bail-in senza un periodo di transizione e senza alcuna garanzia europea sui depositi, sono stati bruciati 46 miliardi di capitalizzazione di borsa dei titoli bancari italiani su un totale di 134,6. Un crollo del 35%.

È in ogni caso importante sottolineare che in tutti i casi di crisi bancaria verificatisi da fine 2015 in poi un elemento determinante è stata la fuga dei depositi, che semplicemente non avrebbe avuto luogo in vigenza della normativa nazionale precedente l’entrata in vigore dell’Unione bancaria. In tutti questi casi è stata determinante, e ha giocato un ruolo pesantemente negativo, l’assenza di un backstop pubblico sotto forma di salvataggio (bailout). In tal modo non è azzardato affermare che per il sistema bancario italiano la nuova regolamentazione europea ha rappresentato sin dalla sua introduzione un ulteriore fattore di rischio, anziché – come avrebbe dovuto essere – di stabilizzazione.

Che fare?

A inizio 2016 vi fu un dibattito in Italia sull’opportunità o meno di sospendere la regolamentazione sul bail-in. Erano i mesi in cui una buona parte degli Stati dell’Unione Europea sospendeva de facto il Trattato di Schengen – l’accordo di libera circolazione all’interno della UE in vigore dal 1995. Quella sospensione di fatto perdura tuttora, mentre il bail-in non fu mai sospeso. Ciò è stupefacente – specialmente a causa del fatto che le regole del bail-in contraddicono la Costituzione italiana, e date le asimmetrie insite nello strano e traballante tavolo a due gambe che gentilmente chiamiamo “unione bancaria”. Ma non è mai troppo tardi per rovesciare politiche sbagliate e errori di negoziazione. Purché li si comprenda.

Fonte

13/07/2018

Banche italiane sotto indagine del Bundestag

Pensavate di esservi tolti dai piedi il terribile Wolfgang Schaeuble, eh? Il terribile cerbero dell’austerità ordoliberista di matrice teutonica che da ministro delle Finanze – e dunque membro guida dell’Eurogruppo – era arrivato a teorizzare che non si può assolutamente permettere ad un’elezione di cambiare nulla. Perché abbiamo elezioni ogni giorno, siamo in 19, se ogni volta che c’è una elezione e qualcosa è cambiato, i contratti tra noi non significherebbero nulla”...

Pensavate che ormai, dopo la nomina a presidente del Bundestag, avesse ormai raggiunto la pace dei sensi, moderando con il ruolo istituzionale il carattere imperialistico-aggressivo che lo connota da sempre...

E invece no. Lui vigila sempre, cercando l’occasione giusta per bastonare “le cicale” dell’Europa Mediterranea, che portano la colpa (schuld) di non ridurre il loro enorme debito (schuld).

Milano Finanza, meritoriamente anche se mossa da altre ragioni, informa che l’inesauribile Schaeuble “ha chiesto informazioni alla Bce sulle banche italiane”. L’iniziativa sarebbe già abbastanza singolare (un parlamento nazionale che si preoccupa delle banche di un altro paese), tanto più che i dati relativi all’esposizione delle banche italiane sui titoli di Stato di questo paese sono pubblici e consultabili da chiunque.

A colpire sono però le altre “richieste”, sicuramente più invasive o “irrituali”. “In quale modo gli aumenti dei tassi siano incorporati negli stress test” (le simulazioni condotte per verificare il grado di tenuta dei singoli istituti bancari di fronte a eventi eccezionali), e addirittura se negli scenari delineati fosse compresa anche l’uscita dell’Italia dall’euro.

Fino ad arrivare a domande strettamente tecniche come “il tasso al quale le banche sarebbero dichiarate in dissesto o a rischio di dissesto”, fino a costituire una “minaccia sistemica” alla stabilità finanziaria del Vecchio Continente.

A rispondere (è passato quasi un mese dall’invio della lettera a Francoforte) è stata la diretta interessata, la responsabile della Vigilanza della Bce, Danièle Nouy, barcamenandosi tra regole che certamente Schaeuble conosce (“le linee guida Eba per decidere se una banca è in dissesto o pre-dissesto”), e altro che non può ignorare (“dato il numero di fattori da considerare non è possibile determinare ex ante un livello di rendimento dei titoli di Stato in cui le banche fallirebbero o rischierebbero di fallire o sarebbero una minaccia per la stabilità finanziaria”).

Domande niente affatto innocenti, come si vede, perché incarnano l’ossessione tedesca per considerare “pericolosi” soltanto i titoli di Stato detenuti dalla banche (il primo compratore di Bot e Cct), ossia il debito pubblico italiano, spagnolo, greco, ecc.

Ogni addetto ai lavori finanziari sa però che ci sono anche altri pericoli – ben più gravi come dimensioni monetarie – che gravano sulla “stabilità del sistema”. Ad esempio i prodotti finanziari derivati, che costituiscono grande parte degli attivi in cassaforte presso le banche di Berlino, a cominciare soprattutto da Deutsche Bank. Quei titoli, a partire dalla crisi esplosa nel 2007 e diventata globale con il fallimento di Lehmann Brothers nel 2008, sono spesso oggi “illiquidi”. Tradotto: non si possono vendere perché nessuno se li compra. Sono carta straccia, anzi righe di codice su dei computer, inseriti tra gli “attivi” delle banche, dotati di un “valore figurativo” altissimo ma che – a scadenza – dovranno per forza essere iscritti tra le perdite. Perché valgono zero.

A volerla mettere sul nazionalistico, Milano Finanza giustamente si chiede come verrebbe presa, in Germania, l’iniziativa di qualche parlamentare italiano che volesse “far domande alla Bce sui punti di debolezza delle banche tedesche, anche per stimolare un’ulteriore riduzione dei loro rischi, prima che siano condivisi tra tutti i paesi dell’Eurozona”.

L’eventualità – lo diciamo noi – è solo teorica; la risposta della Bce sarebbe sprezzante e quella tedesca feroce. Perché l’Unione Europea, e dunque anche la Bce, non è affatto quella “comunità di intenti” che realizza il benessere di tutti i cittadini entro i suoi confini. Ma soltanto il sistema di trattati che consente ai gruppi multinazionali più forti – finanziari e non – di imporre i propri interessi come egemoni. Per farlo hanno bisogno di un “paese forte”, che concorra a determinare le linee guida di una competizione interna che non fa prigionieri.

Fonte

23/05/2017

L’Eurogruppo lascia la Grecia in mezzo alle rapide

La Grecia può tranquillamente affondare. Dopo la conclusione dell’Eurogruppo – convocato proprio per sciogliere le incertezze sul destino da scrivere per Atene – bisogna prendere atto che “i creditori” sono profondamente divisi e che le loro divisioni portano a non decidere nulla. Tranne che la Grecia deve pagare secondo le scadenze previste, anche se non ha soldi per farlo.

Se vi sembra contorto... avete ragione. La colpa è ovviamente degli accordi bizantini presi sulla testa dei greci e a loro imposti a bruttissimo muso. Per capirci: Atene deve restituire a luglio 7 miliardi di prestiti, soprattutto nei confronti della Bce, ma non li ha. Il meccanismo disegnato a suo tempo prevede che siano gli stessi creditori a fornirglieli sotto forma di una nuova tranche di “aiuti”.

Ma non si sono messi d’accordo fra loro, anche per l’opposizione convergente di Germania e Fondo Monetario Internazionale, su posizioni opposte. Il Fmi, quasi a dispetto della sua fama, vorrebbe che il debito greco fosse “ristrutturato” (ossia tagliato, ridotto) fino a diventare sostenibile, in modo da rendere credibili i piani di rientro. Per la stessa ragione, vorrebbe che ad Atene fosse imposto un avanzo primario più basso di quello previsto oggi (3,5% rispetto al Pil), dando un filo di fiato in più alla derelitta economia ellenica. Altrimenti non prevede di partecipare a nuovi piani di “aiuto” che richiedono prestiti impossibili da restituire.

Sul fronte opposto il cerbero numero uno, il ministro delle finanze di Berlino, Wolfgang Schaeuble, che ha il problema tutto politico di non concedere un euro di prestito prima delle elezioni di fine settembre (lui stesso è la fonte della bufala che circola in Germania sui “laboriosi tedeschi” costretti a regalare soldi alle “cicale mediterranee”). Ragion per cui sostiene che si deve aspettare la chiusura del terzo pacchetto nell’estate 2018, «e poi vedremo quali altre misure siano necessarie».

In mezzo è rimasto il giovane ma spietato presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, secondo cui Atene obbedisce quanto basta (“molto lavoro è stato fatto”, soprattutto per quanto riguarda “azioni prioritarie” come taglio ulteriore di sanità, pensioni e ultime privatizzazioni). Questo era dunque sembrato un via libera per il pagamento della tranche di aiuti già prevista per il 15 giugno. Tanto più che sia il nuovo governo francese sia il commissario europeo per gli affari economici (l’altrettanto francese Pierre Moscovici) si erano già pronunciati a favore sia della “promozione” di Atene nella “seconda revisione”, sia della (piccola) ristrutturazione del debito greco.

Nulla di fatto, invece. Le necessità elettorali della Cdu tedesca vengono prima di tutto il resto. A conferma che l’Unione Europea è un meccanismo impersonale architettato per favorire il capitale finanziario multinazionale, ma “rispettoso” di un solo interesse nazionale.

Fonte

11/05/2017

L’Europa dei disoccupati non avrà tregua

Lo andavamo ripetendo da anni, come quei matti che parlano da soli nel deserto. Poi, all’improvviso, quando ti stavi quasi rassegnando all’impossibilità di bucare la cappa d’acciaio della disinformazione ufficiale, ecco la conferma: il tasso di disoccupazione ufficiale, quello stilato secondo i criteri dettati da Eurostat (e dunque utilizzati anche dall’Istat), usato dai governi per misurare l’efficacia o meno delle proprie politiche del lavoro, non fotografa affatto la disoccupazione reale. Che, nell’Unione Europea, è almeno il doppio di quella “certificata”.

Se poi a dirlo è la Banca Centrale Europea, possiamo dire che non ci poteva essere fonte più autorevole. Da oggi in poi, insomma, anche i giornalisti mainstream dovrebbero prendere quei dati con molta più diffidenza (ma siamo certi che non cambieranno “narrazione”).

Per somma soddisfazione di testata, possiamo aggiungere che anche gli argomenti con cui la Bce smonta le statistiche ufficiali sulla disoccupazione sono le stesse che indichiamo da anni. Cosa dice infatti il report interno di Mario Draghi?

“Nonostante il generale miglioramento dei mercati del lavoro dall’inizio della ripresa e il marcato declino del tasso di disoccupazione in diversi Paesi dell’eurozona, la crescita dei salari resta debole e questo indica che c’è ancora un notevole livello di sovraccapacità sul mercato del lavoro”.

Che significa? Se i salari non crescono – stando alla normale legge della domanda e dell’offerta – vuol dire che la massa di disoccupati reali è superiore a quella registrata dalle statistiche; altrimenti le imprese, per trovare chi gli serve, sarebbero state obbligate ad offrire un po’ di più.

E dunque le definizioni statistiche – i criteri usati – non inquadrano la realtà. Il tasso di disoccupazione ufficiale, infatti – dice la Bce – “si basa su una definizione rigida del sottoutilizzo della forza lavoro”. Per essere considerato ufficialmente un disoccupato servono infatti tre caratteristiche: non avere un lavoro, dichiarare di essere pronto a lavorare entro due settimane e essere attivo nella ricerca. Non è difficile capire che queste tre condizioni si presentano contemporaneamente con qualche difficoltà...

E infatti la Bce – non un sindacalista di base inferocito! – invita a considerare il peso di altre due categorie: quelli che non hanno lavoro ma, per l’appunto, non si dichiarano pronti o in caccia di un posto, e quanti hanno un lavoretto parti time ma vorrebbero averne uno a tempo pieno, o comunque tale da garantire un salario decente. Normalmente, aggiunge la Bce, “il primo gruppo finisce nella categoria degli inattivi, mentre il secondo in quello degli occupati”. Applausi. E l’invito a verificare quanto scritto da noi, per esempio, qui, qui o qui.

Ne consegue un invito a rivedere le politiche salariali. Ma chi è che può alzare i salari, in questo momento, in Europa? Tutti i paesi sono sotto botta della Commissione europea e della Troika, che esigono esplicitamente una deflazione salariale e la diminuzione dei diritti dei lavoratori (che implicitamente permette di raggiungere lo stesso scopo).

Ma non la Germania... E questo lo hanno capito tutti, tanto che il Corriere della Sera ha affidato oggi a Federico Fubini un editoriale velenosissimo (“Dove sono le riforme tedesche?”, misteriosamente addolcita nella versione online come L’effetto Macron su Berlino) che accusa Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble di aver costruito una narrazione sull’infingardaggine degli europei e sulle virtù della Germania completamente falsa.

«Merkel, con discrezione, ha evitato il tema delle riforme fondamentali» e si è limitata a «beneficiare di quelle del suo predecessore Gerhard Schröder». In altri termini, l’ultima modernizzazione del sistema tedesco da parte di un governo è di quindici anni fa. Merkel e il suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, hanno messo a segno un grande colpo di pubbliche relazioni convincendo tutti del contrario: la Germania è riformista, gli altri no.

Peggio ancora. La Germania ha scientemente guadagnato da una gestione “austera” della crisi, imponendo di fatto una ristrutturazione violenta della divisione del lavoro – e del valore – all’interno del Vecchio Continente.

“Finora l’immobilismo merkeliano per la Germania ha funzionato. Grazie alle qualità del Paese, ma anche perché durante la crisi l'Ue e l’area euro si sono involute in un ingranaggio di afflussi di risorse dalle «periferie» verso il centro tedesco del sistema. La fuga di capitali dal Sud al Nord Europa partita nel 2008 contribuisce a ridurre di 145 miliardi gli oneri da interessi sul debito pubblico tedesco, secondo il ministero delle Finanze di Berlino. I flussi netti di persone da Sud e Centro-Est Europa verso la Germania dal 2011 sono di 1,5 milioni di persone in cerca di un salario decente. Un sussidio indiretto a Berlino visto che, solo in investimenti pubblici, per produrre un laureato in un Paese europeo servono 160 mila euro. C’è poi una terza migrazione, quella del valore industriale da Est: tante componenti dell’industria tedesca si producono nei nuovi Stati membri sulla base di salari quasi sempre sotto i 500 euro al mese da masse di working poor. Quei beni vengono poi assemblati in Germania in prodotti finali che monetizzano solo a quel punto gran parte del valore aggiunto”.

Hanno così risparmiato sulla spesa per “servizio dei debito” (interessi sui titoli di stato), hanno raccolto capitali in fuga da paesi che loro stessi avevano “terrorizzato”, hanno succhiato giovani laureati a gratis, fanno profitti con componenti prodotti in paesi a basso salario, non investono un euro del loro enorme surplus, non hanno fatto neanche un “riforma strutturale”... e vengono ancora a farci la morale?

Si può capire – ma non solidarizzare – la frustrazione della classe dirigente italica, incarnata nell’invettiva di Fubini, ma non sembra che l’evoluzione andrà nel senso sperato dal Corriere (“il sistema Merkel-Schäuble dà segni di sclerosi: poche forze fresche nel loro partito sotto quei due, con il caso unico di un ministro delle Finanze 75enne che è lì da otto anni e vuole restarci altri quattro. Quel Paese resta un faro in Europa e specie in Italia, per la sua democrazia e per il suo sistema industriale. Ma Macron inaugura una nuova generazione di leader: libera dal veleno della crisi, metterà in causa le sorde resistenze contro un sistema euro più equilibrato”), perché sembra evidente che Emmanuel Macron sia stato il candidato “europeo” (ossia tedesco) scelto per normalizzare la Francia, non il nuovo sangue vitale francese orientato a mettere le briglie a Berlino.

La contemporanea intervista di Repubblica proprio a Wolfgang Schaeuble indica infatti la piena soddisfazione del vecchio cerbero teutonico: “Macron e io la pensiamo esattamente allo stesso modo”, specie sull’istituzione di un ministro delle finanze europeo (sul modello di Lady Pesc per la politica estera) che abbia il potere di mettere le mani sulle leggi di bilancio dei singoli Stati. Ancora più esplicitamente: “Il trasferimento di pezzi di sovranità nazionali all'Europa non è mai fallito per colpa della Germania o dell'Italia, ma piuttosto della Francia. Il presidente Macron e io siamo totalmente d'accordo su questo: ci sono due modi di rafforzare l'eurozona: cambiare i Trattati oppure farlo con pragmatismo attraverso l'intergovernativo. Modifiche dei Trattati richiedono l'unanimità e la ratifica nei Parlamenti nazionali o in alcuni Paesi addirittura un referendum. Siccome al momento non è realistico, dobbiamo provare ad andare avanti con gli strumenti esistenti, dunque attraverso uno sviluppo del trattato che regola il fondo salva-Stati Esm”.

Volete la traduzione? Non è difficile... L’unico modo di prendere il controllo delle finanze continentali, togliendolo ai singoli governi, è evitare di far votare questa decisione ai parlamenti, o addirittura ai popoli (ogni referendum “europeo” è stato sepolto sotto valanghe di NO). Ci metteremo d’accordo tra governi, trasformando il “fondo salvastati Esm” in un vero e proprio Fondo Monetario Europeo, in grado di strangolare più efficacemente ogni paese nel caso vengano eletti governi “sbagliati”.

Vi sembra poco democratico? Lo è, naturalmente. Ma Scaheuble è disposto a darvi un contentino: “con i parlamentari del Parlamento europeo si potrebbe creare un Parlamento dell'Eurozona. Che potrebbe avere un potere consultivo sul fondo salva-Stati”. Per chiarezza: un “potere consultivo” è quella cosa per cui si può dare un parere, ma quell’altro se ne può altamente fregare.

Ok, ma i disoccupati reali da cui siamo partiti? Beh, per quelli non c’è una soluzione. A Schaeuble e soci – come lamentava Fubini – va tutto benissimo così com’è...

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10/03/2017

Draghi e Goldmans Sachs accusano la Germania

Si dice giustamente che i trattati europei e l’euro sono stati disegnati su misura per gli interessi dell’economia tedesca, ovvero delle sue imprese e filiere. Non certo a favore dei lavoratori tedeschi, che per primi – con le riforme del lavoro firmate da Hartz e dal “socialdemocratico” Schroeder – hanno sperimentato il blocco salariale, la deregulation del mercato del lavoro, i “lavoretti” precari che da temporanei sono rapidamente diventati a vita.

Sembrerebbe solo una questione di giustizia sociale interna alla Germania e invece i bassi salari tedeschi – relativamente, sono pur sempre un 30% più alti di quelli italiani... – sono ormai un problema per l’economia continentale, la tenuta dell’euro e dell’intera struttura dell’Unione Europea.

Esagerazioni? Beh, se in qualche modo arriva a parlarne Mario Draghi, presidente della Bce, qualcosa di profondamente vero ci deve essere. Nella conferenza stampa che ieri ha accompagnato l’ennesima riunione del board di Francoforte – che ha deciso di mantenere a zero i tassi d'interesse, negativi quelli sui depositi e intatta la portata del quantitative easing (60 miliardi al mese, da aprile a dicembre, scalando un poco dagli 80 attuali) – il presidente ha chiaramente spiegato che l’inflazione europea sta sì risalendo verso l’agognato 2%, ma per i motivi sbagliati. Ossia per l’aumento dei prezzi energetici in seguito all’accordo tra paesi Opec e Russia per la riduzione dei quantitativi estratti. L’inflazione nominale “è di nuovo aumentata in larga misura per i prezzi energetici e alimentari”, ma “l’inflazione di base continua ad essere debole”.

In gergo si chiama “inflazione importata”, non derivante dalla buona salute dell’economia. Se questa stesse funzionando bene, infatti, si avrebbe una bassa disoccupazione e dunque salari mediamente più alti. E invece non è così. “Siamo più ottimisti sulle stime di crescita – ha detto – ma dobbiamo ancora vedere queste migliori prospettive diffondersi all’intera area dell’euro e tradursi in un’inflazione più elevata e che soddisfi quattro fondamentali criteri e cioè che sia convergente verso il 2% nel medio termine, non temporanea, auto sostenibile e cioè che permanga anche al netto delle nostre misure e che valga per tutti i paesi“. Quella attuale è invece una lieve spinta inflazionistica che si avvicina all’obiettivo solo in Germania (e Olanda), mentre negli altri paesi è assai distante da quel livello. Soprattutto è assolutamente dipendente da fattori temporanei e non si sostiene da sé (se la Bce interrompesse improvvisamente la sua politica monetaria si tornerebbe probabilmente in deflazione).

Perché il quadro possa essere considerato in via di miglioramento “mancano ancora sviluppi significativi sui salari”. E visto che a tutti gli altri paesi europei è stata imposta per oltre un decennio la svalutazione salariale interna, questa attesa di “sviluppi” non può che essere rivolta alla Germania.

Una ripresa salariale a Berlino si tradurrebbe infatti in maggiori consumi locali e quindi maggiori importazioni dagli altri paesi dell’Unione, con evidenti effetti positivi per tutta l’area e conseguente riduzione dell’immane surplus commerciale tedesco (oltre il doppio rispetto a quanto imposto dai parametri di Maastricht).

Non si tratta di un’attesa soltanto europea, comunque. Anche Goldman Sachs accusa apertamente la politica tedesca di causare una accentuazione del blocco dell’economia del Vecchio Continente. Fa notare infatti che la curva di Philips – uno degli indicatori più utilizzati per analizzare la correlazione tra occupazione e salari – risulta piatta da anni: “Se la situazione in Italia e Francia è abbastanza chiara con lievi scostamenti del tasso di disoccupazione negli ultimi anni, quella della Germania è inspiegabile”. Secondo i calcoli di Goldman Sachs i salari tedeschi – con una disoccupazione al di sotto del 5% – dovrebbero essere cresciuti del 9%, mentre invece sono praticamente fermi al livello dell’inflazione. “Senza una ripresa dei salari in Germania – scrive la banca d’affari – difficilmente l’inflazione core dell’Eurozona tornerà a crescere”.

Di tutte queste critiche, però, il vertice politico di Berlino se ne infischia altamente. Proprio nelle stesse ore, Wolfgang Schaeuble, ministro della Finanze tedesco, decretava che “le misure di politica fiscale e monetaria hanno raggiunto il limite”, chiedendo esplicitamente la fine del quantitative easing: “più dura la fase dei bassi tassi di interesse, più aumenta l’impatto sulle attività finanziarie. Per questo sto propugnando un tempestivo avvio della exit strategy. Sarà piuttosto difficile ma deve essere fatto”.

Messa così, in un quadro globale sostanzialmente fermo – gli unici paesi davvero in crescita, seppur rallentata, sono Cina e India – non ci può essere soluzione e la “ripresa europea” rischia di esser soffocata nella culla. Sempre Goldman Sachs, in un attacco di “buonismo” davvero insolito, spiega che da quando esiste l’euro – che ha azzerato ogni manovra nazionale sui tassi di cambio – il peso del riequilibrio economico è caduto tutto sull’aggiustamento dei salari e dei prezzi. Di fatto, i paesi più deboli dell’Unione Europea sono stati costretti a mantenere prezzi e salari ad un livello inferiore rispetto a quelli tedeschi. Una spirale deflazionistica che si è andata alimentando in automatico da oltre 15 anni e che spiega buona parte – non tutto, naturalmente – del pessimo quadro dell’economia continentale.

Si vedrà nei prossimi mesi se sarà la Bce a cedere – cominciando a virare verso la “normalità” monetaria – oppure Berlino, allentando la presa sulla dinamica salariale. Siamo in un anno elettorale anche in Germania, e non a caso la Spd ha stilato una serie di promesse elettorali in questa direzione. In fondo, la pressione del malcontento popolare si fa sentire anche lì...

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30/11/2016

Ultime 72 ore di follia, poi le urne daranno il loro verdetto. La sensazione di oppressione scomparirà, facendo finire un tam tam bulimico dei renziani su tutte le televisioni principali e sui giornali di regime. Nel crescendo di endorsement per il “sì”, comunque, non si può evitare di sottolineare gli autentici autogol. Sorvoliamo su quello a fondo boccaccesco del povero “Rapo” Elkann, che alla fine sarà il meno dannoso per gli eversori della Costituzione. Più illuminante è invece il convinto sostegno esibito anche ieri dai maggiorenti tedeschi (il luciferino ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble e quello degli esteri Frank-Walter Steinmeier). Avevamo scritto nelle scorse settimane che le sortite “antieuropee” di Renzi (vedi qui e qui) intorno alla legge di stabilità erano tutta manfrina, nella speranza di guadagnare qualche consenso in campo leghista, forzitaliota o pentastellato. In realtà a Bruxelles sanno benissimo di avere il pieno controllo su quel che il governo italiano va facendo, fin nei dettagli. Sanno, insomma, che fino a domenica Renzi dovrà promettere mari e monti, la pioggia insieme al sole, l'abbondanza e i conti in ordine. Ma a loro – al contrario dei servi della stampa “locale” – non sfugge che – per esempio – per coprire gli strombazzati “85 euro” di aumento salariale per il pubblico impiego (un rinnovo contrattuale dopo sette anni, con una cifra ridicola, dal punto di vista dei lavoratori) non è stato inserito niente in bilancio per il 2017. Quei soldi, insomma, non sono previsti. Vedremo dopo domenica se scompariranno del tutto o se l'aumento verrà eventualmente fatto scattare solo nel 2018, ma al momento si tratta solo di chiacchiere. Così come i “30 o 50 euro” per le pensioni più basse, buttati lì per raggirare ancora meglio l'unica fascia di elettori in cui il “sì” risulta leggermente in testa nei sondaggi. Stabilito questo, non è secondario leggere attentamente quanto ha detto Schaeuble. "Se fossi italiano lo voterei, anche se non appartiene alla mia famiglia politica; spero in un successo di Renzi". Una conferma dello schema in vigore un po' in tutta Europa, con le “grösse koalition” tra popolari e “socialdemocratici”, per sostenere governi in linea con le direttive dell'Unione Europea. Una dimostrazione palese di come il termine “sinistra” non significhi letteralmente più nulla. Più precisamente: Renzi "dà l'idea più di altri di poter fare le riforme". E "anche se dovesse andar male, spero che continuerà a cercare altre vie per far avanzare l'Italia. Se perdesse, non vuol dire che si ritirerà dalla vita politica. Continuerà comunque a impegnarsi per migliorare l'Italia". Una investitura piena come terminale della Troika, banale burattino teleguidato per “fare le riforme” indicate a suo tempo – agosto 2011 – nella ormai famosa lettera della Bce firmata da Mario Draghi e Jean-Claude Trichet. Interessante anche il fatto che Schaeuble consideri non transitoria la presenza del contafrottole fiorentino nella politica italiana anche se dovesse trionfare il “NO”, segno della difficoltà di trovare qualcuno in grado di sostituirlo. Non certo per competenza in qualcosa, ma proprio in quanto contafrottole (tecnicamente, in base al banale calcolo dei tempi, Renzi non governa; è sempre impegnato in interviste, taglio di qualche nastro, spettacolini autopubblicitari, dichiarazioni televisive, ecc; a dare disposizioni operative ci deve per forza essere qualcun altro…). In fondo, qualcosa di utile per la Troika l'ha fatto davvero, tra Jobs Act, “buona scuola”, tagli alla sanità, riduzione degli spazi di democrazia rappresentativa, ecc. Una conferma, dal nostro punto di vista, di quanto sia stata corretta e lungimirante la scelta del Coordinamento per il NO sociale di chiudere venerdì sera la campagna referendaria manifestando sotto l'ambasciata tedesca, a Roma, e davanti al consolato di Napoli.

Ultime 72 ore di follia, poi le urne daranno il loro verdetto. La sensazione di oppressione scomparirà, facendo finire un tam tam bulimico dei renziani su tutte le televisioni principali e sui giornali di regime.

Nel crescendo di endorsement per il “sì”, comunque, non si può evitare di sottolineare gli autentici autogol.

Sorvoliamo su quello a fondo boccaccesco del povero “Rapo” Elkann, che alla fine sarà il meno dannoso per gli eversori della Costituzione. Più illuminante è invece il convinto sostegno esibito anche ieri dai maggiorenti tedeschi (il luciferino ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble e quello degli esteri Frank-Walter Steinmeier). Avevamo scritto nelle scorse settimane che le sortite “antieuropee” di Renzi (vedi qui e qui) intorno alla legge di stabilità erano tutta manfrina, nella speranza di guadagnare qualche consenso in campo leghista, forzitaliota o pentastellato. In realtà a Bruxelles sanno benissimo di avere il pieno controllo su quel che il governo italiano va facendo, fin nei dettagli. Sanno, insomma, che fino a domenica Renzi dovrà promettere mari e monti, la pioggia insieme al sole, l'abbondanza e i conti in ordine.

Ma a loro – al contrario dei servi della stampa “locale” – non sfugge che – per esempio – per coprire gli strombazzati “85 euro” di aumento salariale per il pubblico impiego (un rinnovo contrattuale dopo sette anni, con una cifra ridicola, dal punto di vista dei lavoratori) non è stato inserito niente in bilancio per il 2017. Quei soldi, insomma, non sono previsti. Vedremo dopo domenica se scompariranno del tutto o se l'aumento verrà eventualmente fatto scattare solo nel 2018, ma al momento si tratta solo di chiacchiere. Così come i “30 o 50 euro” per le pensioni più basse, buttati lì per raggirare ancora meglio l'unica fascia di elettori in cui il “sì” risulta leggermente in testa nei sondaggi.

Stabilito questo, non è secondario leggere attentamente quanto ha detto Schaeuble.

"Se fossi italiano lo voterei, anche se non appartiene alla mia famiglia politica; spero in un successo di Renzi". Una conferma dello schema in vigore un po' in tutta Europa, con le “grösse koalition” tra popolari e “socialdemocratici”, per sostenere governi in linea con le direttive dell'Unione Europea. Una dimostrazione palese di come il termine “sinistra” non significhi letteralmente più nulla.

Più precisamente: Renzi "dà l'idea più di altri di poter fare le riforme". E "anche se dovesse andar male, spero che continuerà a cercare altre vie per far avanzare l'Italia. Se perdesse, non vuol dire che si ritirerà dalla vita politica. Continuerà comunque a impegnarsi per migliorare l'Italia". Una investitura piena come terminale della Troika, banale burattino teleguidato per “fare le riforme” indicate a suo tempo – agosto 2011 – nella ormai famosa lettera della Bce firmata da Mario Draghi e Jean-Claude Trichet.

Interessante anche il fatto che Schaeuble consideri non transitoria la presenza del contafrottole fiorentino nella politica italiana anche se dovesse trionfare il “NO”, segno della difficoltà di trovare qualcuno in grado di sostituirlo. Non certo per competenza in qualcosa, ma proprio in quanto contafrottole (tecnicamente, in base al banale calcolo dei tempi, Renzi non governa; è sempre impegnato in interviste, taglio di qualche nastro, spettacolini autopubblicitari, dichiarazioni televisive, ecc; a dare disposizioni operative ci deve per forza essere qualcun altro...). In fondo, qualcosa di utile per la Troika l'ha fatto davvero, tra Jobs Act, “buona scuola”, tagli alla sanità, riduzione degli spazi di democrazia rappresentativa, ecc.

Una conferma, dal nostro punto di vista, di quanto sia stata corretta e lungimirante la scelta del Coordinamento per il NO sociale di chiudere venerdì sera la campagna referendaria manifestando sotto l'ambasciata tedesca, a Roma, e davanti al consolato di Napoli.

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25/11/2016

Il cielo sopra Berlino e quello sopra Bruxelles

Eravamo stati facili profeti nel commentare la reazione del governo tedesco alla proposta della Commissione Europea di aumentare la spesa pubblica tedesca e olandese, nella speranza di rilanciare l’asfittica economia europea.

Come previsto, il ministro delle finanze tedesco Schäuble ha risposto con un secco “no” alle raccomandazioni della Commissione: “Credo che le raccomandazioni di Bruxelles siano dirette al destinatario sbagliato”, ha dichiarato intervenendo al parlamento tedesco. Nessuna apertura da parte dei tedeschi quindi, nonostante il 4 dicembre si prospettino per l’UE due complicati appuntamenti elettorali in Italia (con il No in vantaggio nei sondaggi) e in Austria (dove il candidato alle presidenziali di estrema destra Hofer è dato in vantaggio in alcune inchieste). Per non parlare poi delle elezioni francesi che si terranno in primavera: questa domenica il secondo turno delle primarie del partito gollista deciderà chi fra Juppé e Fillon sarà il candidato alle presidenziali, mentre l’ex premier Sarkozy è stato sconfitto al primo turno. Wolfgang Munchau, analista ed editorialista del FT ha twittato che una vittoria di Fillon (ad oggi favorito) potrebbe aprire la strada a Marine Le Pen e al suo Front National.

Intanto il partito di ultra destra tedesco AfD viene dato da alcuni sondaggi in crescita: si attesterebbe su base federale al 15 per cento, con i socialdemocratici dell’SPD al 22 e la CDU/CSU della cancelliera Merkel al 31.5 per cento. Per contrastare la crescita dell’AfD, la Merkel – che ha annunciato che si candiderà per il quarto mandato consecutivo da Cancelliera – sembra decisa ad abbracciare una linea più dura sull’immigrazione. Come riporta “La Stampa”, nel documento che la CDU approverà nel suo congresso, oltre ai richiami alla «Leitkultur» (la cultura guida tedesca) come elemento «unificante» della società, c’è ad esempio l’idea di stringere con gli stati africani accordi sul modello di quello (vergognoso) realizzato fra UE e Turchia per contenere l’afflusso di profughi.

E mentre Merkel si sposta a destra, è comparso un nuovo potenziale avversario nella corsa alla Cancelleria: si tratta dell’attuale presidente del Parlamento Europeo Martin Schultz, membro di spicco dell’SPD. Schultz (divenuto famoso in Italia per la scenetta con Berlusconi sul ruolo di kapò) ha infatti ufficialmente annunciato che non si ricandiderà per un terzo mandato a Bruxelles. Andrà molto probabilmente a prendere il posto di Frank-Walter Steinmeier, attuale ministro degli esteri del governo di grande coalizione fra CDU/CSU e SPD, destinato a sua volta a diventare presidente della Repubblica. Non è ancora sicuro che Schultz correrà come candidato cancelliere, ma vari analisti lo danno per probabile, visto anche il gradimento non elevato nei sondaggi di Sigmar Gabriel, vice cancelliere e segretario della SPD. Come nota un articolo sul giornale Politico, la mossa di Schultz è strategica: se anche dovesse perdere (come ad oggi sembra probabile) le elezioni con la Merkel, si troverebbe in ogni caso in una posizione privilegiata per un ministero in un eventuale governo di grande coalizione.

La mossa di Schultz mette però a repentaglio i delicati equilibri su cui si fonda l’alleanza politica a Bruxelles fra il Partito Popolare Europeo (cui appartengono molti partiti conservatori fra cui la CDU/CSU) e il gruppo dei Socialisti e Democratici (cui appartengono l’SPD, il Partito Democratico, il PS francese e così via). In questo momento il PPE controlla la presidenza della Commissione con Juncker e quella del consiglio con il polacco Donald Tusk. Se si eleggesse un candidato del PPE anche alla presidenza del Parlamento UE, il PPE controllerebbe tutte le istituzioni europee. Un’ipotesi ufficialmente non accettabile per l’SPD, che però al momento non ha presentato nessun candidato alternativo a Schultz. E d’altronde, per motivi diversi, non sembra sia probabile che Juncker o Tusk possano essere sostituiti da un uomo dell’SPD. Juncker infatti ha un mandato di 5 anni, e secondo il ben informato Politico.eu, Tusk non può essere sostituito perché questo rischierebbe di rafforzare il suo rivale in Polonia, l’ultraconservatore Jarosław Kaczyński. Difficile poi pensare ad un PPE che abbandoni il controllo di un organismo centrale come il Consiglio.

A questo punto è probabile che emerga un candidato alternativo dell’SPD per la sostituzione di Schultz: c’è tempo fino a metà dicembre per la presentazione delle candidature, e l’elezione avverrà a metà gennaio. Ma se non si dovesse eleggere un presidente dell’SPD potrebbe crearsi un nuovo elemento di instabilità all’interno dell’UE.

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04/11/2016

Brexit, nun ce vonno stà…

Non sono esperto dei meandri costituzionali della Gran Bretagna, paese che non ha neppure una vera costituzione prescrittiva, come invece il nostro e tanti altri. Da profano mi domando però come è possibile che solo ora si riconosca non valido il responso popolare del referendum sulla Brexit e lo si voglia sostituire con quello del parlamento. Lo stesso parlamento che aveva indetto il referendum quando Cameron pensava di vincerlo. Com'è che allora nessuno aveva sollevato obiezioni giuridiche sul fatto che il popolo decidesse direttamente e solo dopo che quello stesso popolo ha votato No alla Unione Europea, i giudici hanno invalidato il voto?

I giornali pro UE festeggiano l'eroina della causa che ha ricusato il voto popolare, descritta come una solerte moderna imprenditrice. E così chiariscono ancora una volta che per il mondo degli affari e dei mass media, due versioni della stessa cosa, è eroico chi sovverte il voto del popolo, naturalmente solo quando il popolo sbaglia. E il popolo sbaglia quando vota NO.

Era stato il ministro delle finanze tedesco a enunciare questa teoria un anno fa, quando il popolo greco aveva respinto con il proprio voto il memorandum che lo affamava. Allora Schaeuble aveva sostenuto che il voto greco non contava nulla, perché nessuna regola europea poteva essere rovesciata da un pronunciamento popolare. E con questa affermazione da monarchia assoluta settecentesca, il ministro capo della finanza UE aveva vinto sui greci. Non certo con il voto, ma con il ricatto delle banche.

Ora i giudici britannici la danno vinta un'altra volta al ministro tedesco. Per loro deve decidere il parlamento e non il popolo, naturalmente quel parlamento che ha una maggioranza diversa, anzi opposta, a quella del voto popolare.

I giornali italiani festeggiano soprattutto perché pensano al nostro referendum. Pare che il solito Schauble, preceduto da un sfilza di ministri tedeschi ben meno importanti di lui, si sia proprio oggi pronunciato su di noi: L'Italia voti SÌ alla costituzione di Renzi, o saranno guai. Non va per il sottile il signore, e come felici annunciano i suoi servi italiani, è già pronto a scatenare lo spread se dovesse vincere il NO

In conclusione nella Unione Europea il voto dei popoli vale solo se è favorevole a chi comanda. In caso contrario esso viene ignorato e magari pure sbeffeggiato, persino nella nobile Gran Bretagna, culla traballante della democrazia.

"Nun ce vonno sta", si dice a Roma di coloro che hanno come unica regola sé stessi, e la casta economica e politica che comanda in Europa proprio non ci vuole più stare alla democrazia. Per questo non solo dobbiamo votare NO, ma dobbiamo prepararci a difendere quel NO contro i potenti mascalzoni che non vorranno accettarlo.

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04/07/2016

La mossa di Schaeuble: “tutto il potere a noi”

La costruzione europea scricchiola rumorosamente. È su tutti i media l’intervista rilasciata ieri all’edizione domenicale del Die Welt dal più potente e determinato tra i ministri delle finanze, Wolfgang Schaeuble.

Dopo il voto popolare britannico per l’uscita dall’Unione Europea sembra abbastanza chiaro che il cosiddetto “euroscetticismo” (definizione ideologica, che cerca di accomunare resistenze nazionaliste e critica radicale della gabbia neoliberista) non è più contenibile. Basta mettere in fila il “rivoto” in Austria per il presidente della Repubblica (dove la destra paranazista già pensa a un referendum per l’uscita), le tentazioni della Cechia, l’impossibilità di formare un governo in Spagna, il tracollo di Renzi come pifferaio, la ribellione di lavoratori e studenti francesi contro Hollande e la loi travail voluta dalla Ue (identica al jobs act, per capirci), l’avanzata dei nazionalisti in Olanda e nella stessa Germania.

Davanti a questo sfarinarsi dell’approccio “federalista senza federalismo” – ovvero senza politica fiscale ed economica comune, con redistribuzione interna di ricchezza e costi – Schauble propone di abbandonare le illusioni e le “grandi visioni”, tornando a un approccio “intergovernativo”. In pratica propone di accantonare la Commissione (il “governo” europeo) e quel poco che esiste di Parlamento di Strasburgo, privilegiando gli accordi interstatuali “tra chi ci sta”.

«Adesso è il tempo del pragmatismo. Se non tutti i 27 Paesi membri della Ue vogliono mettersi insieme dall’inizio, allora inizieremo con pochi. Se la Commissione non ne fa parte, allora prenderemo le questioni nelle nostre mani e risolveremo i problemi fra i Governi». Difficile equivocare o sottovalutare la presa di posizione tedesca. Significa chiaramente che il progetto unitario fin qui seguito viene mandato in soffitta, pur mantenendo – o sperando di poter mantenere – nella nuova situazione tutti i trattati vincolanti fin qui firmati.

«In linea di principio, sono favorevole a una maggiore integrazione in Europa. Ma questo non è il momento. Di fronte alla demagogia e all’euroscetticismo sempre più diffuso, l’Europa semplicemente non può continuare come prima». Quindi stop al processo di integrazione a 27, nessuna concessione particolare alla Gran Bretagna una volta completato il tour della negoziazione sullo “svincolo”, e stratta decisa con gli infelici pochi che avranno governi così dementi o così corrotti da non capire dove può portare una concentrazione di potere in quelle mani.

Sul piano “filosofico” è una visione presuntamente empirica, orientata al fare subito piuttosto che alle lungaggini tipiche degli “avvocati dell’integrazione”. Ma è in realtà una linea che privilegia la forza sulle regole, l’imposizione di rapporti fondati sulla potenza economica rispetto al delineare un “sistema” articolato di diritti e doveri.

Non che l’Unione Europea abbia fin qui seguito la seconda linea. Ma ha sempre oscillato tra “strappi violenti”, in cui si stabilivano regole e principi nuovi, e fasi più “contrattualizzate”, con lunghe stagioni di discussioni anche giuridiche sulle scelte da fare. Com’è ovvio, ogni crisi ha favorito gli strappi e solo l’assenza di problemi seri ha permesso fasi più “ragionate”.

Ma dopo otto anni di crisi economica senza soluzioni e il moltiplicarsi di segnali di scollamento della costruzione comunitaria, la Germania sembra ormai decisa a dare uno scrollone pesantissimo, riducendo a nulla i poteri del “governo comune” (camera di compensazione formalmente paritaria tra tutti i paesi) per creare nuovi centri decisionali praticamente nelle proprie mani.

Certo, venirci poi a raccontare che “lo vuole l’Europa” diventerà impossibile...

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13/06/2016

Brexit, il governo tedesco minaccia gli elettori

Contro il popolo britannico che dai sondaggi pare orientato a far vincere il “Leave” cioè il Si alla Brexit, si è scatenato un bombardamento economico di avvertimento. Le multinazionali della speculazione finanziaria hanno organizzato un crollo controllato delle principali Borse. Questa manovra è stata accompagnata da una comunicazione a reti mondiali unificate ove si spiegava che questa caduta del valore dei titoli era solo un piccolo assaggio di ciò che accadrebbe se i britannici decidessero di lasciare l’Unione Europea. Al coro di banche, confindustrie varie, multinazionali, agenzie di rating, ha aggiunto il suo acuto finale il ministro delle finanze germanico Schauble. Il ministro più potente d’Europa, colui che ha ridotto la Grecia a colonia della Troika, ha minacciato brutalmente i britannici. Se sceglierete di stare fuori, non avrete nessun accordo con noi, sarete considerati meno dell’Albania.

A queste minacce hanno fatto eco in Gran Bretagna Cameron e le élites di destra e sinistra che sostengono il “Remain”, amplificando quelle minacce e trasformandole in punizioni bibliche pronte a scatenarsi sui cittadini britannici che scegliessero la Brexit.

Ancora un volta il partito unico europeista dà il meglio di sé. È significativo che quando i popoli minacciano di mettere in discussione la costruzione europea che li schiaccia, la risposta non sia mai sul terreno della democrazia. Se i popoli fanno sul serio la UE e chi la sostiene dimenticano immediatamente tutta la liturgia dei diritti umani che si dispiega normalmente per i gonzi e passano subito al sodo: se non state con noi vi distruggiamo a colpi di spread!

Non c’è nulla che riesca a dimostrare la natura antidemocratica di fondo della Unione Europea come i referendum su di essa. È accaduto un anno fa in Grecia, anche allora tutte le minacce erano contro il libero voto del popolo. Schauble allora sostenne che un No democratico dei greci non avrebbe avuto alcun valore, perché in Europa vale solo l’obbedienza al potere economico e finanziario e alle sue leggi. I greci resistettero e votarono No lo stesso, ma il loro governo tradì quel voto.

Ora i britannici sono allo stesso punto dei greci e anche se sono un popolo più grande in un paese ben più forte, sono soggetti alle stesse minacce autoritarie. Sapranno resistere ad esse? Non lo sappiamo anche se è significativo che proprio mentre Schauble faceva le sue dichiarazioni, uno dei leader storici del Labour, Skinner, si pronunciava a favore della Brexit nel nome della democrazia e dei diritti del lavoro. Aggiungendosi così al glorioso sindacato dei trasporti RMT e a tanti militanti di base politici e sindacali che rifiutano la subalternità blairiana del gruppo dirigente Labour.

Oramai è chiaro che in Gran Bretagna, non c’è solo la destra populista contro la UE, ma un fronte sempre più vasto di forze radicali, progressiste, populiste di sinistra.

Riuscirà il popolo britannico a resistere alle minacce? Non lo sappiamo ma lo speriamo. Anche in questa battaglia d’Inghilterra sono in gioco i destini di tutto il continente. Se i britannici voteranno in pace il Si alla Brexit, aiuteranno tutti i noi come fecero in guerra nel 1940, quando resistettero ai bombardamenti veri e risposero ad essi con il coraggio dei piloti degli Spitfire.

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11/06/2016

Prove tecniche di terremoto Brexit

In politica internazionale, come in quella interna, si estremizzano le paure per le possibili conseguenze di un evento proprio per evitare che accada. Gioco vecchio come il mondo, il fear project, ma una cosa è se lo fa Salvini, tutta un’altra se lo fanno i capitali multinazionali. I quali stavolta hanno parlato in forma quasi ufficiale per bocca di Wolfgang Schaeuble, potente ministro delle finanze tedesco.

Un’intervista a Der Spiegel, a due settimane dal referendum inglese che dovrà decidere sulla permanenza nell’Unione Europea – sia pure nella forma assai blanda spuntata pochi mesi fa da Cameron – per dire qualcosa di tremendamente vero e pericoloso: ce si sarà Brexit, la Ue non sarà più la stessa. E non, come sperano gli europeisti doc, ricorrendo a “più integrazione”, ma con un periodo di caos in cui i più forti – e Schaeuble è sicuro di essere alla testa del paese più forte – imporranno nuove e più stringenti regole sugli incauti che vorranno restarci. “In is in, out is out”.

Nelle stesse ore il finanziere ultraspeculativo George Soros – che RaiNews presentava stamattina come un “economista” (come dire che un macellaio è un veterinario...) – scommetteva su un risultato tranquillizzante: “Sono fiducioso che più ci avviciniamo al voto, più il fronte del sì alla Ue si rafforzerà. Non concordo sempre con i mercati, ma questa volta sì”.

I mercati, ieri, sono crollati fragorosamente ma in modo controllato. A Milano il Ftse Mib ha ceduto il 3,62% a 17.120 punti. In Europa giù Madrid (-3,18%), Francoforte (-2,52%), Parigi (-2,24%) e Londra (-1,86%). Più modeste le perdite Usa (Dow Jones -0,67, S&p – 0,92%).

Un rumoroso avvertimento sceneggiato a beneficio dell’elettorato inglese, perché rifletta bene prima di entrare nei seggi e decida di imporre un perentorio alt a ogni ipotesi di Brexit. Mercati e Schaeuble, insomma, si sono dati da fare per spostare il trend nei sondaggi inglesi, che danno un consistente vantaggio agli euroscettici (in alcuni casi fino al 10% di scarto), facendo intravedere parte del baratro in cui finirebbe l’economia britannica in caso contrario. In is in, out is out. E in fondo, la democrazia è un sistema che può essere tranquillamente bypassato, se non serve più agli obiettivi...

Ma il luciferino ministro tedesco ha voluto esagerare, delineando linee irrecuperabili di frattura, dipingendo l’Olanda come pronta a seguirne l’esempio (e in effetti gli orange hanno a suo tempo affossato la cosiddetta Costituzione europea, votando “no” al referendum, esattamente come i francesi) e altri paesi che sarebbero tentati di farlo. Anche in questo caso, è interessante sottolineare la sintonia di Soros: “Se la Gran Bretagna se ne va, potrebbe essere l’inizio di un esodo generale e la disintegrazione dell’Unione diventerebbe praticamente inevitabile”.

Ma ogni paura ha qualche fondamento. Il presidente della Bce, Mario Draghi, ha provato a ripetere in altra salsa il suo famoso whatever it takes che salvò l’euro dalla più seria crisi esplosa dalla sua creazione. “Siamo pronti a tutto”, ancora una volta, pur sapendo – e lo sanno anche i mercati – che la Bce ha un solo strumento in mano: l’emissione a dismisura di moneta, cosa che sta già ora creando qualche problema imprevisto.

L’agenzia di stampa specializzata Bloomberg, ha commissionato una ricerca di scenario sulle possibili conseguenze per le borse mondiali, ottenendo una risposta agghiacciante: -24%, un quarto della capitalizzazione. Che andrebbe a colpire soprattutto quelle aziende che da anni si indebitano (in dollari o euro o yen, a seconda del tasso di interesse più vicino a zero) per riacquistare azioni proprie sul mercato per ottenere senza sforzo una quotazione più alta e bonus stratosferici per i chief executive officer.

In realtà, come spiega a Bloomberg il capo dei ricercatori di Axioma, «Il presupposto è che non ci sarà alcuna Brexit – se succede, nessuno è ancora davvero mentalmente preparato».

Se non lo sono le menti, figuriamoci gli strumenti operativi... Gli scossoni borsistici di ieri, insomma, saranno anche stati “prove tecniche di terremoto”. Ma la faglia su cui si esercitano non sembra delle più solide, allo scadere del nono anno di crisi sistemica...

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27/05/2016

Aiuti e debito: Tsipras firma un altro accordo capestro

Nonostante le dichiarazioni trionfalistiche del primo ministro ellenico Alexis Tsipras, quello raggiunto ieri notte con l’Eurogruppo è un accordo capestro, l’ennesimo.

La fumata bianca è arrivata dopo ben 11 ore di riunione, alle 2 di notte, quando il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha annunciato che i ministri delle Finanze dell’Eurozona hanno concesso ad Atene ‘nuovi aiuti’ per 10,3 miliardi di euro. “I ministri hanno accettato incredibili compromessi politici per ottenere questo accordo” ha detto, roboante, il politico olandese.

Di compromessi, in realtà, i ministri dell’Unione Europea non ne hanno accettato nessuno e come al solito è stato il governo ellenico a dover ingoiare il rospo, pur presentando la cosa come l’inizio dell’uscita dal tunnel...

Intanto si tratta di un finanziamento che rientrava all’interno del patto siglato nel luglio del 2015 (86 miliardi in totale) quando Tsipras accettò il terzo memorandum ‘lacrime e sangue’ contro il quale il suo popolo si era mobilitato e si era espresso da pochi giorni con un referendum stravinto dai ‘no’.

Inoltre la tranche da 10 miliardi non verrà versata subito e interamente; per continuare a tenere Atene per il collo, i ‘creditori’ concederanno 7,5 miliardi a giugno, ed il resto dopo l’estate. All’appuntamento con Bruxelles l’esecutivo di Atene era arrivato con tutti i compiti fatti: taglio delle pensioni e aumento dell’età pensionabile e dei contributi previdenziali, aumento dell’Iva e delle tasse sugli immobili, fine delle agevolazioni fiscali per gli abitanti delle isole e privatizzazioni selvagge per un totale di più di 5 miliardi, introduzione di un meccanismo preventivo e automatico di commissariamento dei conti pubblici nel caso in cui i draconiani obiettivi di bilancio non vengano rispettati.

Ma all’Eurogruppo non è bastato, e naturalmente il versamento della seconda parte della tanto agognata tranche di aiuti sarà condizionata dal varo di ulteriori ‘riforme’. I bonifici partiranno solo se Tsipras continuerà a privatizzare il patrimonio pubblico, se porterà a buon fine la riforma delle agenzie fiscali e del settore energetico chiesti da Bruxelles.

Ad Atene comunque si canta vittoria, per l’arrivo di liquidità di cui le casse vuote dello stato hanno estremo bisogno. Peccato che quasi tutto il ‘malloppo’ finirà, e rapidamente, nelle tasche degli stessi creditori sotto forma di interessi sul debito che ormai ha raggiunto quota 180% del Prodotto Interno Lordo. Dei 215 miliardi finora versati dai cosiddetti creditori ai governi greci negli ultimi anni, d’altronde, solo 10 sono entrati veramente nelle disponibilità di Atene, tutto il resto è stato girato direttamente a banche straniere e creditori.

La propaganda dei due contraenti – giustificata quella degli aguzzini, usciti vincitori, meno quella del governo di Atene – mette l’accento anche sull’intesa raggiunta in merito al promesso alleggerimento del debito pubblico ellenico (in realtà già in cantiere dal 2012 anche se subordinato al raggiungimento da parte di Atene di un sufficiente avanzo primario).

In ballo c’era il consenso del Fondo Monetario Internazionale, la cui presidente, Christine Lagarde, più volte si era dichiarata scettica sulla possibilità che Atene potesse mai ripagare i suoi debiti sottraendosi quindi alle richieste di Bruxelles di contribuire a nuovi prestiti.

I creditori alla fine hanno deciso che l’alleggerimento potrebbe avere inizio a partire dal 2018 ma solo se Atene rispetterà l’imposizione di garantire un avanzo primario pari al 3,5% del Pil, sottraendo così importanti risorse a investimenti sociali di cui il paese ha invece estremo bisogno, e continui ad aderire alle ingiunzioni del Patto di Stabilità e di Crescita.

Nella trattativa, inoltre, l’hanno avuta vinta il governo tedesco e i settori dell’establishment europeo che si opponevano alle richieste del Fmi, che ha rinunciato alla sua richiesta di una moratoria sui pagamenti da parte di Atene almeno fino al 2040. Il micro taglio dell’ingente fardello (che consiste soprattutto in un tetto all’entità degli interessi che Atene dovrà pagare a vita, anche se forse con un piccolo allungamento delle scadenze) si materializzerà solo quando si sarà concluso il ‘terzo salvataggio’, cioè tra due anni, e non prima che Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble possano attraversare indenni, senza concessioni, lo scoglio delle elezioni politiche tedesche del 2017. I leader tedeschi potranno presentarsi davanti agli elettori sbandierando la vera essenza di un accordo che non concede proprio nulla “a quegli sfaticati dei greci”: si tratta infatti di un alleggerimento del debito impercettibile, legato a pesanti contropartite e alla partecipazione del Fmi al ‘salvataggio’ di Atene che fino a due giorni fa Lagarde e Thomsen escludevano considerando il debito ellenico ‘non sostenibile’.

Insomma se in tutta questa tragica vicenda c’è un vincitore, è il potente Wolfgang Schaeuble, che ha ottenuto tutto quello che aveva dichiarato di perseguire alla vigilia della trattativa, a partire da un no deciso a ogni ipotesi di ‘haircut’, cioè di taglio del valore nominale del debito contratto dalle irresponsabili classi dirigenti greche e pagato dai lavoratori e dalle classi popolari del paese commissariato dalla Troika.

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Criminale la classe politica tedesca, idiota quella greca.

20/04/2016

Unione bancaria. La Germania prova a fare bingo

Per chi, come noi e i nostri lettori, vive quaggiù, lontano da quanto accade o viene deciso ai piani alti del potere, una discussione sull’unione bancaria europea può suonare decisamente astratta, quasi un esercizio di logica senza agganci con la realtà che viviamo o che vivremo nei prossimi anni. E invece si sta parlando del nostro pane e della nostra vita.

Venerdì e sabato i ministri finanziari dei 28 paesi membri dell’Unione Europea si incontreranno per discutere di come completare – appunto – l’unione bancaria disegnando criteri e regole della garanzia comune per i depositi bancari. In pratica, l’assicurazione dei correntisti fino a 100.000 euro che dovessero essere coinvolti nel fallimento della propria banca. Altrimenti chiamata “terza gamba” dell’unione bancaria.

Questa assicurazione è per ora fornita a livello nazionale, ma è intuibile che i paesi più deboli – per struttura e dimensioni del debito pubblico, quindi più esposti agli attacchi speculativi in caso di nuove turbolenze finanziarie – potrebbero trovarsi in difficoltà nell’affrontare concretamente questa situazione.

Si potrebbe pensare che non si tratti di affari comunitari, ma in realtà la stessa solidità di una banca dipende da regolamentazioni internazionali (Basilea 2 e 3) o comunitarie. Quindi ogni cambiamento delle regole può creare “sofferenze” là dove prima regnava la tranquillità o quasi. Dunque è logico che questa garanzia comune, a livello continentale, sia creata il prima possibile, rafforzando di fatto la solidità dell’intero sistema bancario europeo.

Naturalmente decidere una condivisione dei rischi è cosa complicata, con i più forti – casualmente: la Germania – nella posizione di chi dà le carte e probabilmente le ha già segnate. Mentre i più deboli sono in quella del debitore che non può pretendere più di tanto.

Non sarà una discussione semplice perché, nonostante la relativa calma sui mercati, assicurata dalle massicce iniezioni di liquidità realizzate ogni mese dalla Bce, è chiaro a tutti che – dopo nove anni di crisi senza soluzioni – ogni increspatura può diventare un’onda di tempesta.

Il “compromesso” era stato fin qui individuato in una sorta di scambio virtuoso: condivisione del rischio bancario, ma anche riduzione di questo rischio. Ha una logica, detta così, perché un indebitato non può pretendere una garanzia assoluta su qualsiasi dimensione di debito. Ma è altrettanto ovvio che qualsiasi modificazione nei criteri di valutazione dei singoli asset in portafoglio a una banca può creare squilibri prima inesistenti e mettere in crisi soggetti che apparivano solidissimi.

È noto, per esempio, che Germania e Olanda era riusciti ad imporre – in sede di valutazione della solidità delle banche, con gli stress test – un giudizio negativo per i crediti concessi a famiglie e imprese (tipica delle banche italiane, francesi e spagnole, oltre che di altri paesi minori) e un giudizio invece neutro per l’esposizione in prodotti finanziari derivati (tipica delle banche tedesche, oltre che inglesi). In questo modo, alcuni sistemi bancari salvati solo grazie ad aiuti di stato imponenti (a Londra e Berlino) apparivano floridi, mentre altri che erano rimasti immuni o quasi al grande tracollo del 2008-2009 risultavano invece “a rischio”. Miracoli del giudizio ad bancam...

Neme. Alla vigilia della riunione di fine settimana la presidenza olandese dell’Ecofin, quell’incredibile Jeroen Dijsselbloem che ha devastato la Grecia, sostenuta a spada tratta dal tedesco Wolfgang Schaeuble, ha presentato una proposta che potrebbe far esplodere una nuova crisi del debito sovrano nei paesi con elevati livello di debito pubblico.

L’idea è quella di considerare “rischiosi” i titoli di stato. Che andrebbero dunque quantitativamente ridotti nel portafoglio di qualsiasi banca europea.

Lo scopo dichiarato sembra addirittura virtuoso: spezzare il diabolico loop tra titoli di stato e bilanci delle banche, per cui i secondi seguono di fatto l’evoluzione positiva o negativa dei primi, con gravi rischi sistemici ma soprattutto con una sistematica “immobilizzazione delle risorse” che sottrae energie teoricamente disponibili per “la crescita”.

Ma è chiaro anche a uno studente del primo anno che un’offerta eccezionale di titoli di stati – conseguenza diretta della necessità delle banche di vendere quei titoli – provocherebbe un’improvvisa caduta del prezzo di quei titoli, esponendo gli stati nazionali meno forti ad offrire rendimenti più alti per rifinanziare il proprio debito. Con la forte probabilità di non riuscirci nemmeno per intero e aprire così il vaso di Pandora che porta al default.

È l’esatto opposto della strategia perseguita dalla Bce, che – allagando di liquidità il mercato – ha infatti reso tutti i titoli di stato europei “sicuri”, comprimendo lo spread fin quasi alla parità fra tutti i paesi (tra Bund tedeschi e bond italiani, oggi, c’è un differenziale di poco superiore all’1%).

Se questa proposta dovesse passare, insomma, già solo l’”effetto annuncio” in essa contenuto farebbe aumentare l’instabilità finanziaria fin qui stabilizzata dalla Bce, riaprendo una fase acuta di crisi del debito sovrano europeo, di corsa ai salvataggi in cambio di tagli di spesa, privatizzazioni (in alcuni paesi non c’è rimasto molto di “pubblico” da vendere), austerità, ecc. Il tutto mentre le vecchie prescrizioni della Troika non sono ancora del tutto diventate operative...

La Germania punta in modo palese a “fare bingo”, eliminando una lunga serie di istituti di credito basati nei paesi Piigs, e scatenando così una serie di svalutazioni di asset – non solo finanziari, ma anche industriali – che potrebbero essere a quel punto acquistati a prezzi stracciati. Mentre gli stati più deboli sarebbero indeboliti ancora di più (ma con i bilanci a posto, per carità...), e quindi obbligati a fare di corsa tutte le “riforme” che il mercato multinazionale pretende.

Conseguenze assai più rilevanti di quelle raggiungibili con un qualsiasi trattato, perché metterebbe in moto forze “di mercato” decisamente più “stringenti” e rapide di una procedura d’infrazione.

Diventa più chiaro, ora, perché certe decisioni prese nell’alto dei cieli di Bruxelles o Francoforte sono destinare – sempre – a caderci sulla testa?

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29/12/2015

Il "piano" di Schaeuble: devastare i sistemi bancari del resto d'Europa

L'Unione Europea è un dispositivo “comunitario” costrittivo senza alcuna regola uguale per tutti. Più sei piccolo e/o debole, meno potere contrattuale ti spetta. Peggio ancora, è una fisiologia che non funziona e che produce anticorpi potenti.

È noto che non esiste un metodo di risoluzione dei problemi e dei contrasti. O meglio, un metodo si è affermato nel tempo, nella prassi. Consiste nell'arrivare a un punto di crisi quasi devastante e a quel punto “trovare una quadra” tra interessi anche nazionali divergenti, sotto la spinta dei capitali multinazionali più forti che devono necessariamente imporsi attraverso soggettività politiche dominanti nell'Unione. Il ruolo della Germania si è rafforzato in questo modo, sul piano politico-istituzionale, di pari passo con la ristrutturazione di molte filiere produttive intorno alle imprese o alla finanza “based in Germany”.

In filosofia politica questo metodo ha avuto – non per caso – un teorico naturalmente tedesco e decisamente reazionario. Il Carl Schmitt di “sovrano è chi decide nello stato di eccezione”. Nel momento di massima crisi, in altri termini, la soluzione è imposta (orientata, suggerita, preparata) dal più forte. Non dal più giusto, più “corretto”, più “rispettoso delle regole”.

La contraddizione originaria della costruzione europea è del resto quella tra una tensione politica unificante e una realtà fatta di notevoli differenze sul piano economico, sociale, istituzionale. Il “trasferimento di sovranità” verso le istituzioni sovranazionali è dunque avvenuto a pezzi, partendo dalla creazione prima di un mercato comune, poi di una moneta unica (ma non condivisa da tutti i paesi membri), sotto la vigilanza di istituzioni che solo formalmente possono esser definiti “comunitarie”, visto che i pesi nazionali relativi sono lì dentro quasi sempre predominanti. Si può insomma vedere una Unione Europea durissima, ai limiti delle ferocia, nei confronti della piccola Grecia; ma difficilmente si andrà oltre qualche mugugno nei confronti delle violazioni tedesche o francesi.

Il passaggio sull'”unione bancaria” sta oggi dominando l'agenda europea più delle minacce di guerra, e mostra che il cosiddetto “terzo pilastro” – con molta probabilità – non potrà più esser costruito, lasciando così pericolosamente squilibrata una costruzione che anche completata avrebbe avuto comunque grossi problemi. Stiamo parlando della “condivisione dei rischi” in caso di crisi bancarie, con l'assicurazione europea sui depositi.

La recente querelle tra l'italietta renziana e la Ue sul “salvataggio” delle quattro banche dello scandalo d'autunno (più una quinta, TerCas, su cui si è ripetuto il contrasto) ha messo a nudo il fatto che non ci sono affatto “regole europee comuni” per casi come questo. Il sistema bancario tedesco – e anche quello francese – ha problemi enormi, probabilmente superiori a quelli italiani, ma lì si è proceduto con iniezioni di denaro pubblico anche in tempi recentissimi.

Le contraddizioni e i contrasti su questa materia si vanno insomma addensando, prefigurando un momento di crisi in cui tutta l'Unione Europea sarà chiamata a un capezzale per definire quali siano le regole da applicare anche in futuro.

Non è che non ci siano idee in proposito, soprattutto nel governo tedesco, ma si tratta di soluzioni che aprono la strada all'esplosione del sistema bancario europeo, ovvero alla sua “ri-nazionalizzazione”. Una lettera inviata da Wolfgang Schaeuble al capo della Commissione Finanza e Bilancio del Parlamento tedesco è stata al centro di un preoccupato articolo di Carlo Bastasin, editorialista de IlSole24Ore, apparso in due versioni leggermente differenti – ma con due titoli di assai diversa drammaticità – sul quotidiano di Confindustria e sul sito di Brookings Institution, considerato il miglior think tank globale.

Il “piano” di Schaeuble è semplice e “automatico” come tutti i piani che sono stati partoriti fin qui. “Automatico” perché non deve poter essere più oggetto di interpretazione o sottoposto a condizioni di applicabilità che potrebbero variare col tempo. “Semplice” per l'identica ragione. Del resto, premette lo stesso Bastasin, ”Il governo tedesco sembra aver perso fiducia verso qualsiasi forma di governance centralizzata, e potrebbe ora cercare solamente di proteggere i contribuenti tedeschi da qualsiasi condivisione dei potenziali costi delle crisi dei debiti pubblici negli altri paesi.”

L'idea di fondo è antica: i sistemi bancari nazionali sono strettamente irrelati con i titoli del debito pubblico nazionale, visto che è prassi ovunque che le banche private facciano incetta di titoli di stato, piazzandoli poi in gran parte presso la propria clientela al dettaglio (Il famoso “popolo dei Bot”). Dunque, visto che i debiti pubblici nazionali sono molto diversi per dimensione e rischiosità, invece di procedere in direzione della “condivisione dei rischi” secondo Schaeuble bisognerebbe delineare un “meccanismo automatico di ristrutturazione del debito pubblico per qualsiasi paese europeo che richieda assistenza finanziaria. Una volta che un paese ha chiesto aiuto tramite il Meccanismo Europeo di Stabilità (un fondo creato ad hoc nel 2012), quale che sia la ragione, i tempi di scadenza dei titoli pubblici saranno automaticamente prolungati, riducendo il valore di mercato di questi titoli e provocando gravi perdite a chi li detiene”.

Tradotto per i non addetti ai lavori: se chiedi aiuto ti ammazzo.

Un assaggio di questa terapia di fine vita lo si è avuto con le crisi di Grecia e Cipro. In quest'ultimo caso ha preso corpo il bail in, per cui le perdite di una banca vanno addebitate ad azionisti e obbligazionisti, ma anche ai correntisti al di sopra dei 100.000 euro. Però, se viene a mancare una “garanzia comunitaria”, non è detto che anche i correntisti ben al di sotto di quella cifra – i normali operai, impiegati, pensionati costretti ad aprire un conto corrente per poter ricevere lo stipendio – possano dormire sonni tranquilli. Anche l'eventuale “garanzia nazionale”, fornita fin qui dallo Stato di appartenenza, potrebbe facilmente esser considerata “aiuto di stato” e quindi vietata.

Ma anche a prescindere dall'identità di chi viene chiamato a pagare per un fallimento bancario, questo meccanismo “nazionalizza” i problemi nel mentre stesso rende impossibile qualsiasi soluzione. Più è debole lo stato nazionale, infatti, meno margine di manovra avrà per salvaguardare gli istituti di credito “basati” sul proprio territorio ed anche i risparmiatori relativi.

In realtà una soluzione, secondo questo piano, c'è, anche se resta sullo sfondo. Le ondate di fallimenti e impoverimento di grandi fette di popolazione lascerebbe campo aperto a “soluzioni di mercato”, come – senza troppa fantasia – l'irruzione di istituti di credito “comunitari” (magari gli stessi salvati a forza di denaro pubblico “in patria”) in una terra desolata e ormai fortemente indebolita sul piano dell'autonomia finanziaria. Dunque anche economica.

Il rischio, evidente, è che in questo modo l'Unione Europea venga “rotta dall'alto”, dai soggetti più forti. Mentre qui ancora ci si balocca con concetti ormai vuoti come “l'Europa”.

*****

Titolo su Brookings: La soluzione finale di W. Schäuble: ristrutturare i debiti pubblici europei

Titolo sul Sole24Ore: Il piano tedesco su debito e aiuti Ue

Carlo Bastasin, 15 dicembre 2015

Un piano tedesco per riformare l’eurozona propone un meccanismo automatico di ristrutturazione dei debiti sovrani. Questo meccanismo, progettato dal Ministro delle Finanze tedesco, ha lo scopo di impedire qualsiasi forma di condivisione dei rischi tra i paesi dell’eurozona, e di confinare i costi dell’instabilità finanziaria e fiscale il più possibile all’interno dei paesi più deboli. Dal punto di vista dei default sul debito, il piano può imporre maggiore disciplina, però rischia anche di esacerbare qualsiasi futuro episodio di instabilità finanziaria.

I 18 paesi dell’area euro stentano ancora a riprendersi dopo sette anni di difficoltà finanziarie che hanno minacciato la sopravvivenza stessa della moneta unica. Dal 2010 si è assistito ad una sfilza di proposte su come migliorare la centralizzazione della governance dell’area economica dell’eurozona, o al contrario su come decentralizzare i rischi e limitarne la condivisione. Il governo tedesco sembra aver perso fiducia verso qualsiasi forma di governance centralizzata, e potrebbe ora cercare solamente di proteggere i contribuenti tedeschi da qualsiasi condivisione dei potenziali costi delle crisi dei debiti pubblici negli altri paesi.

Il piano è descritto in una lettera inviata a fine novembre dal Ministro delle Finanze al capo della Commissione Finanza e Bilancio del Parlamento tedesco. La lettera, non pubblicata, prescrive un meccanismo automatico di ristrutturazione del debito pubblico per qualsiasi paese europeo che richieda assistenza finanziaria. Una volta che un paese ha chiesto aiuto tramite il Meccanismo Europeo di Stabilità (un fondo creato ad hoc nel 2012), quale che sia la ragione, i tempi di scadenza dei titoli pubblici saranno automaticamente prolungati, riducendo il valore di mercato di questi titoli e provocando gravi perdite a chi li detiene.

Il meccanismo trasformerebbe i titoli pubblici dell’eurozona in asset finanziari più rischiosi – è questo anche l’obiettivo di un’altra proposta del governo tedesco, che mira a eliminare l’eccezione normativa che permette alle banche di detenerli senza dover possedere riserve di capitale per coprire le eventuali perdite. Secondo un’interpretazione piuttosto astratta del modo in cui funzionano le economie europee, rendere esplicitamente più rischiosi i titoli sovrani ed incoraggerebbe banche e famiglie a evitare di sottoscriverli alla leggera. I governi avrebbero meno incentivi ad accumulare debito. Le banche eviterebbero a loro volta di investire in titoli pubblici e forse si impegnerebbero maggiormente a prestare denaro all’economia reale. L’efficienza economica in tutta l’eurozona aumenterebbe.

Purtroppo però stabilire un meccanismo automatico per sanzionare le situazioni economiche problematiche che si vorrebbero evitare può, nei fatti, renderle ancora più probabili. I titoli pubblici hanno un ruolo unico e fondamentale per il sistema finanziario dell’eurozona. Pertanto, una volta che i titoli sovrani nei paesi dell’eurozona sono diventati più rischiosi, l’intero sistema finanziario potrebbe diventare più fragile, e questo potrebbe influenzare negativamente la crescita e la stabilità finanziaria. Da ultimo, anziché imporre una sana disciplina ad alcuni paesi membri, il nuovo regime potrebbe ampliare i differenziali di rendimento dei titoli di stato e rendere impossibile la convergenza dei debiti, aumentando la probabilità di rottura dell’eurozona.

Il piano di Berlino va in parallelo all’idea che il contenimento della crisi sia solo una questione che riguarda i paesi più colpiti. Si basa inoltre sull’assunzione che qualsiasi forma di condivisione del rischio fornisca ai governi gli incentivi sbagliati, producendo moral hazard. Comunque, come la crisi ha dimostrato, la vulnerabilità finanziaria può avere origini non fiscali ed essere il risultato di problemi comuni; sanzionare i singoli paesi può generare un’instabilità che potrebbe degenerare in una nuova crisi.

Il documento del governo tedesco dimostra una sfiducia fondamentale verso gli atteggiamenti fiscali degli altri governi. L’applicazione ripetuta delle “clausole di flessibilità” per sottrarre alcune spese con finalità specifiche dal conteggio del deficit sta facendo storcere il naso a Berlino. Il governo tedesco guarda con disprezzo la Commissione Europea, considerandola troppo esposta ai ricatti dei governi nazionali, con particolare preoccupazione per l’ascesa dei movimenti populisti e anti-europei. Negli anni passati la cattiva gestione della crisi ha reso l’idea di una governance fiscale centralizzata sempre meno attrattiva anche per gli altri paesi dell’eurozona. L’applicazione asimmetrica delle regole, le decisioni fuori luogo e al momento sbagliato, la tendenza ad applicare la “legge del creditore” anziché gli interessi comuni, nonché certe propensioni ideologiche, hanno fatto venire meno la fiducia verso le decisioni comuni. I governi nazionali, ciascuno a suo modo, stanno passando da una timida propensione a condividere il rischio a una decisa volontà di decentralizzare qualsiasi rischio, come unica ed esclusiva modalità di gestione dell’unione monetaria.

Nel considerare la minaccia di una ristrutturazione del debito come politica efficace per imporre la disciplina, Berlino chiede che i titoli di debito pubblico perdano la loro condizione di asset considerati privi di rischio. Quest’ultima “eccezione normativa” faceva in modo che le banche accumulassero titoli di debito sovrano nel loro bilancio senza la necessità di incrementare il proprio capitale. Nel documento inviato al Bundestag, il Ministro delle Finanze propone che l’eurozona anticipi la regolamentazione internazionale nel riconoscere la specifica rischiosità dei titoli di debito sovrano. Una volta che sia stato stabilito che i titoli pubblici sono a rischio come tutti gli altri, le banche saranno incoraggiate a ridurre l’ammontare di titoli di Stato che detengono, rompendo il circolo vizioso che ha caratterizzato la crisi, col finanziamento del debito pubblico che minacciava la stabilità bancaria e viceversa. Secondo il documento di Berlino, i paesi dell’eurozona dovrebbero anche ridurre in modo permanente i loro livelli di debito pubblico su PIL. Per poterlo fare, Berlino vuole impedire che ciascun paese invochi clausole di flessibilità. In particolare, la richiesta italiana di flessibilità ha ottenuto un certo cedimento da parte della Commissione Europea durante i negoziati. La Francia non si pone nemmeno il problema di ottenere l’autorizzazione per le sue generose politiche fiscali. Nelle trattative coi primi ministri dell’eurozona, il presidente della Commissione Europea Juncker è stato costretto a scegliere tra autorizzare i governi in carica ad ampliare i loro deficit per ogni sorta di ragioni oppure fomentare i movimenti populisti anti-europei che vogliono mandare all’aria l’intera unione monetaria. Questa specifica debolezza nella coordinazione delle politiche fiscali a livello centralizzato ha convinto le autorità tedesche a chiedere la decentralizzazione dei rischi e un controllo depoliticizzato.

“Il ruolo di sorveglianza della Commissione” – dice il documento sottoscritto dal Ministro delle Finanze – “non deve limitarsi a degli obiettivi politici“. Per rendere il giudizio di Bruxelles indipendente dalle convenienze politiche, Berlino mira a separare la funzione di supervisione svolta dalla Commissione dal suo ruolo nell’orientare le scelte politiche. In alternativa, il controllo delle politiche fiscali potrebbe essere consegnato a una nuova istituzione tecnica e indipendente. Se questi meccanismi dovessero ancora fallire nel tenere a freno il debito pubblico, allora la minaccia di un semplice meccanismo automatico di ristrutturazione del debito farà il trucco: i mercati diventeranno subito estremamente sensibili alla mancanza di disciplina fiscale, e puniranno ciò che i politici perdonano.

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