Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/10/2020

Altro che euroscetticismo. In Italia ormai la Ue è concepita come nemico

Gli italiani ormai non si fidano più dell’Unione Europea. Nei mesi della pandemia la fiducia verso le istituzioni comunitarie è crollata al 28%, raggiungendo il livello più basso in Europa. È quanto emerge dall’ultimo Eurobarometro della Commissione Ue.

Rispetto alla precedente rilevazione nell’autunno 2019, la fiducia degli italiani è crollata ulteriormente di quasi dieci punti percentuali.

Interpellati sulla propria soddisfazione per le misure Ue contro la pandemia, il 58% degli italiani si è detto insoddisfatto, facendo segnare il quarto risultato peggiore nell’Unione. Dopo gli italiani, i livelli di fiducia più bassi si registrano in Francia (30%) e Grecia (32%). I picchi si osservano invece in Irlanda (73%) e Danimarca (63%).

Si conferma e peggiora il sentimento eurocontrario – definirlo euroscetticismo diventa una banalità – già rilevato a dicembre dello scorso anno e in situazione pre-pandemia.

A dicembre 2019 soltanto il 37 per cento degli intervistati in Italia riteneva infatti che l’appartenenza all’Unione europea fosse una cosa positiva. È la percentuale più bassa insieme a quella registrata in Repubblica Ceca (dove però le persone che ritengono negativa l’appartenenza all’Ue sono di meno).

L’Italia, che fino a dieci anni fa era il campione dell’europeismo acritico, negli ultimi anni ha invece virato verso quello che viene chiamato euroscetticismo. Nel 2019 è stata la prima volta in cui ha occupato l’ultimo posto da quando nel Parlemeter viene rilevata la popolarità dell’Unione. Nel sondaggio del 2018, quando nel resto del continente questo indicatore raggiungeva i livelli più elevati dal 1989, attestandosi al 62 per cento, Italia era risultata penultima.

Nel 2019 la percentuale di intervistati europei che riteneva positiva l’appartenenza all’Ue era scesa di 3 punti al 59 per cento. Ma in Italia era andata ancora peggio, passando dal 42 al 37 per cento. Ed oggi, nel 2020 e dentro la pandemia, questa percentuale è scesa ancora, anzi è crollata, al 28%.

La contraddizione apertasi nel 2011 – e che ha cominciato a incrinare lo stolido e suicida europeismo liberale – è diventata voragine. Il dramma è che la “sinistra” in Italia o si appiattisce su un europeismo che la gente non capisce più, anzi vede con ostilità, oppure si gingilla su un internazionalismo indefinito e indefinibile che non produce proposte alternative. Fortuna che la destra italiana è troppo stupida per approfittarne seriamente. Il che non significa lasciargli il campo aperto e facile da tracciare.

L’Unione Europea è un nemico del popolo e dei popoli, per questo va smantellata indicando, semmai, altre ipotesi di integrazione regionale fondate su parametri del tutto alternativi.

Fonte

25/05/2020

Cosa c’è dietro gli strilli sul “pericolo cinese”

Nel giorno in cui la Cina denuncia il “clima da guerra fredda” creato dagli Usa nei rapporti reciproci, uno degli editorialisti di punta del Financial Times – Wolfgang Munchau – chiarisce, forse involontariamente, il substrato del conflitto che oppone anche l’Unione Europea a Pechino.

Non c’entra naturalmente nulla l’ideologia, e Munchau se ne dispiace (“La repressione di Pechino a Hong Kong e il ruolo del governo cinese nel reprimere il libero flusso di informazioni su Covid-19 sembrano aver avuto un ben piccolo effetto sull’opinione pubblica in Europa”), mentre contano moltissimo gli investimenti che la Cina offre a un Vecchio Continente stremato da un decennio di austerità mercantilista (bassi salari e freno a mano tirato sulla spesa degli Stati per favorire le esportazioni).

Tutto si gioca infatti sul potere attrattivo che hanno le proposte di business di lungo periodo, fondate o meno sull’approccio “win-win” oppure sulle più classiche acquisizioni, in un contesto asfissiato dai “rigoristi”.

I quali poi, a cominciare dai tedeschi, si erano silenziosamente messi in pole position rispetto ai rapporti commerciali con Pechino. Insomma, predicavano austerità e “patriottismo euro-atlantico” nel mentre siglavano accordi “nazionalistici” con la Cina.

Il problema è venuto fuori non solo in seguito alle pressioni di Trump sulla questione del 5G e di Huawei, ma soprattutto quando l’Italia ha firmato (primo Paese europeo a farlo) il memorandum preliminare per l’adesione al progetto della Via della Seta.

La successiva offerta cinese di investimenti sul porto di Trieste ha convinto gli “europeisti” che ben presto buona parte del loro “parco giochi” (i Paesi dell’Est) avrebbe cominciato a subire lo stesso fascino. Di qui la decisione di “proteggere” alcuni settori considerati strategici, anche a costo di autorizzare ingressi dello Stato (tedesco, naturalmente) nell’azionariato di alcune aziende.

Proprio mentre la stessa operazione restava vietata a qualsiasi partner continentale. Italia in primo luogo.

Poi è arrivata la pandemia a rompere gli schemi, a rendere impossibile il ricatto stretto sul rispetto del “patto di stabilità”, annessi e connessi... A questo punto non si può più fare semplicemente appello a “regole” oscure per tutti i non addetti ai lavori (il mezzo miliardo di cittadini europei, di fatto) e si è costretti a nominare “i nemici”, mettere in chiaro le ragioni per cui si fanno o non si fanno accordi o alleanze, ecc.

Leggendo attentamente, viene fuori che tipo di “comunità” sia stata costruita in Europa. Niente a che vedere con la pretesa “casa comune”, molto da spartire con le risse tra spacciatori per il controllo del territorio...

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La Cina gioca i paesi dell’UE l’uno contro l’altro

L’inclinazione dell’Italia verso l’euroscetticismo in piena regola minaccia la stabilità del blocco

Wolfgang Münchau

Come sapremo se l’Europa avrà successo o fallirà? La discussione nell’UE in questo momento si concentra fortemente sulla macroeconomia. Ma sospetto che il test finale sarà la capacità dell’UE di sviluppare una posizione comune sulla Cina.

I due temi sono collegati. La Cina ha dimostrato una notevole abilità nel contrastare gli Stati membri dell’UE, ad esempio nella corsa allo sviluppo di reti mobili 5G. Ma questo è solo l’inizio. La Cina è sulla buona strada per emergere come il potere esterno più influente per l’UE.

La China Belt and Road Initiative, un progetto di investimenti infrastrutturali a lungo termine che attraversa il continente eurasiatico, è al centro della strategia industriale globale della Cina. I governi dell’UE lo comprendono bene.

La proposta franco-tedesca per il fondo di risanamento del coronavirus da 500 miliardi di euro include una domanda specifica per una politica industriale che protegga l’Europa dagli investimenti di paesi terzi in settori strategici.

Tuttavia, una tale strategia creerebbe problemi per l’Italia, il probabile principale beneficiario dei futuri investimenti cinesi in Europa.

L’Italia è diventata firmataria ufficiale del piano per la Belt and Road a marzo 2019, l’unico grande paese dell’UE a farlo. I successivi leader italiani hanno alimentato strette relazioni bilaterali con le loro controparti cinesi.

Tra i paesi dell’UE esistenti, l’Italia ha anche attirato la seconda più grande quota di investimenti esteri diretti cinesi dal 2000. La Germania è stata la destinazione preferita dalla Cina per gli investimenti interni nell’UE in quel periodo, dopo il Regno Unito.

Ma il governo tedesco ha iniziato a imporre restrizioni sulle acquisizioni rendendo possibile per lo Stato l’assunzione di quote nelle società high-tech che vuole proteggere. Ciò è stato innescato dall’acquisizione cinese nel 2016 del principale gruppo tedesco di robotica, Kuka.

Le case automobilistiche tedesche stavano ancora sviluppando motori diesel quando la Cina ha investito strategicamente in batterie per auto elettriche. I tedeschi possono avere una reputazione per investimenti a lungo termine, ma la Cina gioca in una campionato diverso.

L’Italia è ben posizionata per beneficiare della paura franco-tedesca della fuga di cervelli tecnologici. L’Italia aveva perso affari con la Cina durante i primi anni del millennio, ma in questi giorni ha più da guadagnare che da temere da quel paese.

Tuttavia, ciò dipende in modo critico dal fatto che il governo italiano corteggi attivamente la Cina o che sia in linea con le politiche di Francia e Germania. Pechino ha promesso investimenti nel porto di Trieste sulla costa adriatica italiana, ma questo non è un affare.

L’Italia è in competizione con località alternative in Croazia e Slovenia. Trieste ebbe il suo apogeo durante l’impero asburgico. Un effetto indiretto della Belt and Road sarà di spostare il centro di gravità politica dell’Europa verso est.

Nel frattempo, un sondaggio italiano vede la Cina come il paese straniero più amichevole, seguito dalla Russia. La Germania è considerata la potenza straniera meno amica, seguita dalla Francia. Un altro sondaggio afferma che il 44% degli italiani preferisce rimanere nell’UE contro il 42% che vuole andarsene. Due anni fa, quella relazione era del 65% contro il 26% a favore della permanenza.

Forse è stata la mancanza di solidarietà dell’UE con l’Italia nella prima fase della crisi di Covid-19 che ha portato allo scoperto l’euroscetticismo latente. Ad ogni modo, queste sono cifre profondamente allarmanti. Vent’anni di appartenenza alla zona euro hanno portato gli italiani a un punto in cui considerano la Cina come il loro partner strategico più importante.

Questo è assurdo su tanti livelli, ma è anche un sorprendente fallimento dell’UE nel lasciare che questo potesse accadere. L’UE spera che il recovery fund possa fare qualcosa per affrontare la tendenza italiana verso l’euroscetticismo in piena regola.

Alcuni hanno celebrato il “momento hamiltoniano” in Europa quando il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron hanno presentato il loro accordo per il recovery fund.

Un calcolo retroattivo dell’effetto fiscale netto per l’Italia dirà che è improbabile che superi l’1,5% del prodotto interno lordo, nel migliore scenario. Non sono sicuro che basterà a convincere l’Italia a smettere di rompere i ranghi europei nei rapporti con la Cina.

Anche in Germania, la reputazione della Cina sta aumentando. Un recente sondaggio ha rilevato che il numero di tedeschi che cercano relazioni più strette con la Cina è del 36%, contro il 37% che favorisce gli Stati Uniti. Questo divario era molto più ampio.

Tra i giovani tedeschi, la Cina sopravanza gli Stati Uniti con un ampio margine. La repressione di Pechino a Hong Kong e il ruolo del governo cinese nel reprimere il libero flusso di informazioni su Covid-19 sembrano aver avuto un ben piccolo effetto sull’opinione pubblica in Europa.

Il rischio per l’UE non è la totale disintegrazione, ma una progressiva perdita di coesione. Il danno arrecato al blocco attraverso la Brexit non sarà nulla in confronto al danno che l’Italia e altri paesi potrebbero scatenare aprendosi alla Cina.

Fonte

17/05/2020

Contro chi scommette sul default dell'Italia

In queste, come in altre pagine gestite da compagni (ci riferiamo principalmente a Contropiano) gli editoriali di Guido Salerno Aletta sono spesso ripresi e indicati come fonte di stimolo per l'analisi e il dibattito.

Il motivo lo sottolineiamo in ogni occasione e vale la pena di ripeterlo in questa dato il titolo – Tornare a lavorare tutti, ora! – profondamente padronale che accompagna il testo che proponiamo: i padroni, quelli del capitale – anche di più infimo livello visto il ruolo sempre più subalterno del sistema italiana nelle catene del valore globali – che non dorme mai, necessitano di analisi fuori da ogni retorica e propaganda politica, reclamando di buon grado quella schiettezza nell'analisi degli scenari che viene costantemente nascosta da spesse cortine fumogene quando si tratta di imbeccare l'opinione pubblica.

Nel testo che segue, dunque, il focus va orientato nel ruolo che Salerno Aletta tratteggia per il Sistema Italia. Varrebbe inoltre la pena spendersi per decifrare quella frazione dei padroni e della classe politica dovrebbe essere destinataria degli intenti espressi dall'autore, che soltanto superficialmente possono essere tacciati di becero sovranismo.

Buona lettura

*****

Le regole sul distanziamento sociale sono il parto di menti malate.

Ed è ridicolo pensare di superare la crisi sanitaria rendendo impossibile all'economia di riprendersi.

Più sciocco ancora, è sperare nella solidarietà altrui.

L'Italia dovrà fare da sola.

Ne ha i mezzi, e non deve cedere a chi vorrebbe sfruttare questa ennesima crisi per fare bottino delle nostre imprese e del risparmio delle famiglie.

Pensare alla solidarietà europea è illusorio, come è sciocco affidarsi alla monetizzazione del debito da parte della BCE.

Il Trattato europeo esclude ogni forma di trasferimento strutturale dai Paesi ricchi a quelli in difficoltà. E, caso mai, l'Italia è tra i Paesi ricchi, è tra quelli che da sempre versano al bilancio dell'Unione assai più di quanto ricevono. La Germania si è sempre opposta ad una Unione solidale, che fonda la sua omogeneità economica sui trasferimenti.

Anche la BCE è stata paralizzata dalla Germania: la Corte di Karlsruhe ha vietato alla Bundesbank di partecipare al bazooka del PEPP, all'immissione di liquidità acquistando titoli di Stato.

L'Unione europea è dunque in crisi profonda: nata come baluardo contro il Comunismo sovietico, per blindare l'Europa sotto l'ombrello militare americano, ha vissuto per trent'anni dopo la caduta del Muro di Berlino con l'illusione di diventare una potenza geopolitica globale.

Tutto falso, tutto ridicolo: gli Usa avevano affidato alla Germania che si riunificava il ruolo di aggregatore dei Paesi dell'Ex Cortina di ferro. Dalle Repubbliche baltiche, Lettonia, Estonia e Lituania, alla Cecoslovacchia che nel frattempo si era divisa in due, fino alla Ungheria ed alla Bulgaria. Sono entrate in blocco nella Unione, beneficiando degli aiuti da parte dell'Unione e di un'immensa area economica in cui integrarsi. Hanno beneficiato di una crescita esponenziale, fondata sui bassi salari, l'inesistente protezione sociale, la possibilità di emigrare in tutti gli Stati dell'Unione senza nessun limite.

L'Unione europea era solo l'involucro politico ed economico che serviva a sostenere una estensione ad est della Nato.

Nel nuovo scenario in cui Usa e Cina si contendono la supremazia globale di qui alla fine del secolo, l'Europa non serve più a niente.

D'altra parte, era solo un'area di competizione interna in cui prevale chi pratica i salari più bassi e le tasse più favorevoli per le imprese.

L'euro è rimasto ciò per cui fu immaginato: solo un sistema di cambi fissi che evitava le svalutazioni competitive all'interno dell'area. Per il resto, la BCE non è paragonabile a nessuna altra Banca centrale: ha come obiettivo la stabilità della moneta, non la massima occupazione compatibile con questa.

Di fronte ad uno shock di portata immensa, quello di cui stiamo vedendo solo l'inizio, in Europa ognuno dovrà fare da sé.

Ci sono gli Europeisti sfegatati, quelli che sperano di usare questa occasione di crisi per ampliare le funzioni europee, per aumentarne il bilancio e per rendere impossibile una secessione, come ha fatto la Gran Bretagna.

Vagheggiano una solidarietà europea impossibile, perché il bilancio europeo non può andare in disavanzo: le risorse proprie dell'Unione non sono altro che prelievi fiscali, a partire dall'1% sull'IVA.

Il Recovery Fund, se mai vedrà la luce, non sarà altro che una redistribuzione di versamenti al bilancio dell'Unione: raddoppieremo il contributo di Iva, portandolo al 2%. Tanto si versa, e tanto si distribuisce: ma finora siamo stati contributori netti, versando più di quello che ci è stato attribuito.

Se il Recovery Fund dovesse vedere la luce, a partire dal 2021, lo dovremmo finanziare con maggiori tasse per un importo almeno pari ai contributi che ci aspettiamo: è un miraggio.

La via di fuga, rappresentata dagli acquisti del debito pubblico e privato da parte della BCE, è stata bloccata dalla Germania. Il piano di 750 miliardi si esaurirà molto prima.

Senza Recovery Fund da parte dell'Unione e senza il sostegno monetario da parte della BCE, la gabbia europea andrà in pezzi.

L'Italia deve prepararsi al peggio.

Se una caduta del 4% del PIL nel 2012, determinata dal cumulo delle misure fiscali restrittive assunte per risanare il bilancio, portò ad un numero incalcolabile di fallimenti, di disoccupati e di sofferenze bancarie, ci attende un periodo di ancora maggior difficoltà. Il PIL del 2020 potrebbe crollare dell'8%.

La Germania scommette sul default dell'Italia: l'implosione sociale e politica, porterà finalmente alla spaccatura ed alla Secessione del nord. Il Lombardo Veneto diventerebbe finalmente un Land vassallo, buono solo per produrre a costi ridotti, come tutti gli altri Paesi dell'Est. Il Sud dell'Italia, abbandonato, finirà a penzolare nel Mediterraneo.

Purtroppo per Berlino, la verità è un'altra.

L'industria tedesca è a pezzi: invecchiata nel mito dell'automobile, è stata sovvenzionata per vent'anni da un euro debole.

La finanza tedesca è a pezzi: dopo aver strozzato la crescita interna per seguire il modello mercantilista, ha finanziato a tassi zero le imprese tedesche investendo il surplus all'estero. Ora è taglieggiata dalle perdite.

La società tedesca è a pezzi: ci sono già dieci milioni di disoccupati, tra coloro che hanno dovuto accettare i lavoretti pagati con 600 euro mensili, una casa comunale e l'abbonamento ai mezzi pubblici.

La ricchezza tedesca è più falsa dell'oro cercato da Faust: moneta senza valore.

Gli Italiani, no: abbiamo le case di proprietà, le imprese e le attività professionali in cui abbiamo investito.

Il risparmio delle famiglie italiane deve tornare ad essere produttivo.

Gli Italiani devono ribellarsi a questa ennesima truffa:

non abbiamo bisogno della finta solidarietà europea;
non abbiamo bisogno di una Troika che ci schiavizzi;
non dobbiamo svendere aziende e case;
non abbiamo bisogno dei soldi falsi della BCE;

Tornare a lavorare, ora!

Fonte

17/04/2020

L’Unione Europea è il Titanic che temiamo di abbandonare

“La paura è uno dei sintomi del nostro tempo. Tanto più essa suscita costernazione in quanto è succeduta a un’epoca di grande libertà individuale, in cui la stessa miseria, per esempio quella descritta da Dickens, era ormai quasi dimenticata.”

Negli ultimi cinque anni il dibattito sull’integrazione politica europea, nel recente passato considerata trionfalmente come un dato acquisito e irreversibile, ha trovato crescente spazio nell’agone politico del continente. L’euroscetticismo, una volta considerato con malcelato disprezzo un orientamento proprio di frange estreme e marginali, è via via diventato un vero e proprio cavallo di battaglia di formazioni politiche tutt’altro che irrilevanti, attraverso tutto lo spettro politico: queste hanno tentato, a volte con discreto successo, di cavalcare la crescente e istintiva sfiducia degli europei nei confronti dei leader dell’Unione.

Una sfiducia di norma ridicolizzata dalle intelligenze “illuminate” ma che, fermentando nel disprezzo delle élite, da lungo tempo serpeggiava specialmente tra coloro che in un modo o nell’altro erano destinati da principio a pagare l’integrazione: in primis i lavoratori e la piccola impresa a basso valore aggiunto dei paesi periferici.

Oggi, anche grazie all’ottusità di quei leader e alla presunzione di quel ceto intellettuale, l’idea di abbandonare il sogno europeo risulta meno comica e molti sorrisi di scherno si sono congelati in ghigni amari di frustrazione. Molte frecce nella faretra europeista si sono spezzate via via che l’establishment si rivelava inadeguato a rispondere alle crisi e a tutelare le fasce deboli della società dalla povertà e dall’insicurezza.

Il modello di welfare europeo, la solidarietà europea, le radici democratiche e umanitarie dell’Europa hanno ispirato e convinto, a torto o a ragione, tre generazioni di menti, ma sempre di più ormai suonano a vuoto, e convincono sempre meno. Quando qualcuno tira in ballo queste antiche Muse del sogno europeo può senz’altro aspettarsi la dura contestazione dei fatti, prima che delle persone.

Gli argomenti più efficaci rimasti in fondo all’arsenale del partito dell’Unione Europea sono essenzialmente due. Uno è la paura, da sempre un formidabile alleato dello status quo. Sempre più insistentemente i funzionari di questo partito trasversale proclamano che non c’è salvezza fuori dall’Unione.

Essendo noi inadeguati a tenere i conti in regola, come sapremmo rispondere alle “sfide della globalizzazione” fuori dall’ombrello dell’Unione Europea? Come potremmo essere giusti, liberi, ricchi, ma soprattutto competitivi, allontanandoci da questa nostra famiglia infelice, certo, ma grande ed efficiente?

Il secondo argomento, che è connesso al primo più strettamente di quanto potremmo immaginare a prima vista, è il culto della tecnica. Bruxelles rappresenta la competenza, la responsabilità, il principio apollineo della nuova democrazia non partecipata, giustamente distante dalle passioni della democrazia “militante” novecentesca, dal conflitto, dal disordine e da una certa misura di arbitrio che attraversa i corpi politici vitali.

Negli organismi di Strasburgo e Francoforte non c’è posto per i “populisti” di qualsiasi colore, ma solo per rispettabili e austerissimi figuri, siano essi tecnici, politici navigati o anonimi burocrati. Tutto ciò piace ad ampi settori della nostra società, piace a tutti coloro che non hanno gli strumenti per leggere il ventunesimo secolo e ne sono spaventati.

Vorrebbero a un tempo liberarsi dei loro avversari politici e, in fondo, del loro stesso “disagio della libertà”, ipotecando la propria capacità di agire a beneficio di un’autorità distante e benevola.

Nei primi anni del dopoguerra, all’alba di questo processo di integrazione continentale, Ernst Jünger scriveva (non a proposito dell’Unione Europea, beninteso): “È un fatto che i rapporti tra i progressi dell’automatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche, l’uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore. Il singolo non occupa più nella società il posto che l’albero occupa nel bosco: egli ricorda invece il passeggero di una veloce imbarcazione che potrebbe chiamarsi Titanic o anche Leviatano.“

La figura analogica del Titanic, il gigante coi piedi di argilla, monumento insieme alla padronanza della tecnica e all’arroganza, sembra scritta per questi mesi: “Fintanto che il tempo si mantiene sereno e il panorama è piacevole, il passeggero quasi non si accorge di trovarsi in una situazione di minore libertà: manifesta anzi una sorta di ottimismo, un senso di potenza dovuto alla velocità.

Ma non appena si profilano all’orizzonte iceberg e isole dalle bocche di fuoco, le cose cambiano radicalmente. Da quel momento non soltanto la tecnica abbandona il campo del comfort a favore di altri settori, ma la stessa mancanza di libertà si fa evidente: sia che trionfino le forze elementari, sia che taluni individui, i quali hanno conservato la loro forza, esercitino un’autorità assoluta”.

Con l’emergenza della pandemia molti, in Italia e altrove, più o meno insospettabili, cominciano a manifestare apertamente la propria rabbia e la propria sfiducia nei confronti delle istituzioni Europee. L’impressione generale è che l’ennesimo limite sia stato superato.

Ma tutto ciò non basta, e non può bastare a vincere le formidabili forze inerziali che ci tengono inchiodati alla nave, che in definitiva sono il senso di impotenza e la paura dell’annientamento.

Combattere la paura in noi e negli altri è il compito più importante e precondizione di ogni possibile liberazione, se non in se stesso già liberazione. Come questa lotta debba condursi in concreto, nell’oggi, è e rimane un problema aperto; ma tutti noi siamo chiamati a interrogarci in merito

Presto dovremo scegliere tra un confortevole quanto inesorabile declino economico, civile, esistenziale, e la sovversiva libertà. Tra l'”immaginazione gregaria” in seno alle vecchie vie e il regno della possibilità. Uno dei due deve essere sacrificato all’altro.

“Ma sin dai tempi più remoti si ripete la medesima scena: l’uomo getta la maschera, e allora subentra quella serenità che è l’immagine riflessa della libertà.”

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16/11/2018

I giovani in Italia non sono più “europeisti”. Finito un mito negativo serve indicare una alternativa

Il Pew Research Center ha condotto un sondaggio sui giovani e l’Europa, nella seconda metà dello scorso anno. In Italia, e in particolare su alcuni temi più divisivi, emerge che l’orientamento dei giovani sotto i 30 anni, rispetto ai diritti civili è più progressista rispetto a quello degli adulti (20 punti in più sul consenso rispetto alla possibilità che una coppia omosessuale adotti bambini, per fare un esempio), ma è inferiore rispetto ad altri paesi europei oggetto della ricerca. Se su questo tema si arriva al 58% in Italia, in Germania si sale al 73%, in Francia al 79% fino ad arrivare all’84% del Regno Unito e addirittura il 90% in Spagna o in Svezia.

Secondo l’indagine del PRC, giovani italiani risultano i meno convinti della possibilità che gli immigrati possano rendere la nostra economia più forte (la percentuale è del 52%, mentre tutti gli altri paesi registrano dati più alti di almeno 25 punti percentuale). A sorpresa gli adulti italiani sono più favorevoli sulla questione immigrati.

Ma la vera sorpresa della ricerca del Pew Research Center riguarda l’orientamento dei giovani italiani nei confronti della permanenza del nostro paese all’interno dell’Unione Europea. Sembra proprio che il “mito europeista” abbia esaurito la sua aura di consenso tra i più giovani.

Non solo la popolazione italiana nel suo complesso ha la percentuale più alta di euroscettici in assoluto (come era già stato dimostrato da un recente aggiornamento dei dati dell’Eurobarometro del Parlamento Europeo), ma addirittura tra i giovani c’è ancora meno fiducia che tra gli adulti sull’Unione Europea. Curiosamente, dal sondaggio del PRC si rileva che il paese in cui i giovani sono più favorevoli all’Unione Europea rispetto agli adulti è la Gran Bretagna che ha deciso due anni fa di uscirne con la Brexit.

Interessante l’osservazione che viene avanzata dalla autorevole rivista statunitense Wired di fronte ai dati emersi dal sondaggio.

La ricerca del Pew Reserach Center rileva che in Italia i cittadini sotto i 30 anni che si dichiarano di sinistra, sono pari al 28%, e che la stessa cifra si rileva tra gli over 50. I dati non sono così bassi in termini assoluti. Di fatto gli adulti italiani, nonostante la criminalizzazione e il revisionismo storico rovesciato sulla società in questi decenni, risultano essere i più “di sinistra” nell’Europa Occidentale.

Secondo Wired, “mobilitare l’elettorato più giovane per le campagne su temi “di sinistra” continua a essere una buona idea, ma i risultati potrebbero essere assai più modesti rispetto a ciò che si potrebbe ottenere con strategie simili in altri paesi dell’Europa occidentale”. In secondo luogo, secondo Wired, i motivi che potrebbero spiegare questa tendenza più conservatrice dei giovani italiani sono rappresentati dalla paura del futuro, del diverso e da una certa sensazione di abbandono che i giovani sentono di voler denunciare nei confronti delle istituzioni politiche, in primo luogo di quelle europee.

Quindi, in che modo dovrebbero comportarsi le forze progressiste per riguadagnare la fiducia dei giovani? “La “sinistra” deve moderarsi per evitare di perdere il voto della parte più conservatrice dei giovani, o al contrario deve provare a radicalizzare la propria proposta, il proprio linguaggio, i processi di rinnovamento della propria classe dirigente per provare a guidare un processo di slittamento delle opinioni degli elettori più giovani verso posizioni più progressiste?”

Una osservazione, questa di Wired, decisamente interessante, soprattutto per una sinistra che continua ad avere paura delle parole (rottura, Italexit, sovranità, diventate praticamente dei tabù) e che abbassa continuamente i toni, i contenuti, le piattaforme che consentirebbero invece una polarizzazione politica più netta, sia contro la destra sia contro gli europeisti liberali e “progressisti” ossia le due facce della stessa medaglia, anzi della stessa gabbia. Rompere questa gabbia e costruire una alternativa a tutto campo (da contenuti sociali più avanzati alla nuova moneta, dalla collocazione internazionale ad un nuova area di integrazione regionale cooperativa), diventa non solo necessario ma anche più credibile che in passato.

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22/10/2018

Emiliano Brancaccio - Gli euroscettici di Bruxelles

Un’altra manovra finanziaria che favorisce gli evasori e propone soluzioni discutibili contro la disoccupazione, mentre sul versante del deficit non siamo dinanzi a nessuna svolta rivoluzionaria. In realtà lo spread aumenta perché gli operatori sui mercati avvertono che c’è voglia di resa dei conti in Europa: gli euroscettici, ormai, non sono soltanto a Roma ma anche a Bruxelles e a Francoforte. Fabrizio Angeli intervista l’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio e il direttore del Sole 24 Ore Fabio Tamburini.


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18/11/2016

Referendum. Il disincanto sulla “fuffa” inchioda Renzi

Nel paese in cui l’effetto annuncio ha avuto talvolta fortune esagerate sul piano elettorale (vi ricordate Berlusconi sull’abolizione dell’ICI?), questa volta l’operazione non sembra funzionare. Un impietoso articolo uscito su un giornale piuttosto collaterale al governo (La Stampa), analizza come i disperati tentativi di Renzi di recuperare consensi al Si nel referendum attraverso promesse ripetute e mirabolanti, non abbia inciso sugli orientamenti dell’opinione pubblica.

E’ quasi inevitabile andare con il pensiero ai comizi dell’on. Cetto La Qualunque e alle sue improbabili promesse elettorali. Ma la situazione invece è seria e segnala come il disincanto della società stia creando una sorta di “impermeabilizzazione” rispetto alla strumentazione classica della “politica”. Una novità per molti aspetti confortante, per altri aspetti da studiare attentamente per verificare, al contrario, come tale presa di distanze possa risultare invece fragile verso messaggi più reazionari e immediati come le campagne della destra contro gli immigrati, i campi rom etc.

Il fatto che il promessificio non sia più credibile, priva i demagoghi dell’establishment di molte armi, ma non neutralizza automaticamente quel “sovversivismo delle classi dominanti” oggi sollecitato alla grande da esperienze come quella statunitense e ispirato neanche troppo velatamente dalla Germania e dall'Unione Europea.

Nella disperata battaglia di Renzi per far salire la sua quota di consensi, appare decisamente interessante verificare l’inefficacia del suo modello di imbonitore. Lasciamo parlare l’articolo de La Stampa: “Più Renzi spingeva l’acceleratore di provvedimenti gratificanti per milioni di cittadini e più i sondaggi restavano fermi. Le pensioni e le quattordicesime a più di due milioni di pensionati? L’'effetto sui sondaggi non è stato apprezzabile. La riduzione dei balzelli di Equitalia? L’effetto sui sondaggi, se c’è stato, non ha avuto un effetto evidente. La riduzione del canone Rai per milioni di italiani? I bonus? Lo spostamento del dibattito referendario dal plebiscito al merito? Gli effetti, se ci sono stati, non risultano quantificabili” scrive Fabio Martini nel suo articolo.

Insomma una debacle su tutto il fronte del promettibile. Viene da chiedersi come mai Renzi non sia ritenuto credibile su questioni di pancia che pure declinate da altri (dal M5S alla Lega) hanno avuto consensi. Per un verso pesa sicuramente il personaggio e l’immagine che si è costruito. La gente comune non è fatta di scienziati politici ma da persone abituate a fare i conti con la realtà, e quindi spesso capisce subito chi gli sta rifilando una fregatura da chi gli propone un prodotto attendibile. Certo ci sono anche quelli che girano per i caseggiati a rifilare agli anziani contratti-fregatura per luce, gas, telefoni o servizi vari in nome del mercato libero. Ma il tam tam ha creato ormai reti di salvaguardia informali che li respingono alla porta, più o meno bruscamente.

In secondo luogo, una volta funzionava anche l’effetto psicologico del prestigio internazionale o del sostegno di Vip, artisti e personalità famose. Ma nel caso di Renzi neanche questa carta (uscita stracciata dalle elezioni statunitensi) sembra funzionare. Il ricevimento e il sostegno ricevuto da Obama? Niente. L’endorsment di Benigni? Niente. Il sostegno al Si della Confindustria e delle banche? La Brexit insegna che è stato un boomerang. Le minacce del governo tedesco contro i rischi della vittoria del NO? Peggio ancora. Se vince il NO si alza lo spread (gioia e delizia degli anni scorsi)? Pazienza, abbiamo imparato a convivere con il terremoto, conviveremo anche con lo spread. Almeno fino a quando non ripudieremo definitivamente il ricatto del debito pubblico in mano a banche, assicurazioni e fondi di investimento che si sono arricchiti con il massacro sociale delle popolazioni.

L’ultima carta che Renzi sta giocando è la più disperata e pericolosa. Nel paese che era il più europeista d’Europa, dove ogni porcheria è stata fatta e va attuata perché “ce lo chiede l’Europa”, Renzi si è buttato sull’antieuropeismo perché da tempo il senso comune della gente ha compreso che nel rapporto tra costi e benefici, l’Unione Europea e l’euro ci sono costati molto di più dei vantaggi che hanno portato. “Impegnato nella battaglia della vita, quella del referendum costituzionale voluto dal governo. Dopo due anni e mezzo di ottimismo a getto quotidiano, il presidente del Consiglio ha deciso di riconvertire almeno una parte del suo messaggio positivo in chiave rivendicativa. Antagonista. Contro un nemico: l’Europa egoista e burocratica” sottolinea La Stampa.

Difficile pensare che Renzi si voglia aggregare alla campagna della Piattaforma Sociale Eurostop. Piuttosto sta scherzando con il fuoco. A Bruxelles, si sa che sono molto permalosi. Il povero Berlusconi è stato tolto di mezzo e sostituito da Monti senza neanche passare per le urne. Come Renzi del resto. Forse stanno pensando già ad una carta di ricambio. Magari meno incline alla “fuffa” e più incline al dispotismo tecnocratico ispirato dall’ordoliberismo tedesco che conforma ritmi, priorità, strutture e ideologia dell’Unione Europea.

Qui sotto riproduciamo l’articolo di Fabio Martini su La Stampa del 17/11/2016

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L’Europa «cattiva», tra tante rughe, ha mostrato il suo volto buono: ha inaspettatamente promosso le spese eccezionali per terremoto e migranti. Ma il presidente del Consiglio ha continuato a tenere il punto. Come se non fosse accaduto. Perché da due giorni Bruxelles è stata «promossa» a nemico stabile. Quanto durerà nessun lo sa, ma si tratta di una novità nella politica europea dell’Italia e soprattutto è una svolta nella strategia comunicativa di Matteo Renzi.

Impegnato nella battaglia della vita, quella del referendum costituzionale voluto dal governo. Dopo due anni e mezzo di ottimismo a getto quotidiano, il presidente del Consiglio ha deciso di riconvertire almeno una parte del suo messaggio positivo in chiave rivendicativa. Antagonista.

Contro un nemico: l’Europa egoista e burocratica. Certo, già lo aveva fatto nel passato, con accenti di verità e con scossoni salutari, vista la progressiva eclissi della dottrina dell’austerità. Ma stavolta il duello con Bruxelles è diverso perchè nelle settimane scorse si è silenziosamente consumato quello a palazzo Chigi qualcuno ha ribattezzato “l’ottobre nero”. Matteo Renzi vive di adrenalina e non usa espressioni così pessimistiche, eppure ha assistito con un crescendo di «sorpresa» ad un fenomeno dai tratti quasi misteriosi, che si è stratificato nelle ultime settimane. Più Renzi spingeva l’acceleratore di provvedimenti gratificanti per milioni di cittadini e più i sondaggi restavano fermi. Le pensioni e le quattordicesime a più di due milioni di pensionati? L’'effetto sui sondaggi non è stato apprezzabile. La riduzione dei balzelli di Equitalia? L’effetto sui sondaggi, se c’è stato, non ha avuto un effetto evidente. La riduzione del canone Rai per milioni di italiani? I bonus? Lo spostamento del dibattito referendario dal plebiscito al merito? Gli effetti, se ci sono stati, non risultano quantificabili. Per non parlare dell’ accoglienza regale tributata a Renzi alla Casa Bianca. Un “ottobre nero” ma anche un novembre che a metà mese non ha aperto spiragli: ieri sera, Renzi è stato aggiornato sui sondaggi più attendibili e per il momento il buon vantaggio del No (tra 4 e 8 punti, secondo gli istituti) resta invariato, anche se ancora “scalabile”.

Dopo due mesi di campagna elettorale è come se l’emittente dei messaggi si fosse opacizzata, è come se l’efficacia della narrazione renziana e del suo artefice avessero perso mordente e credibilità. La causa è una “overdose” da ottimismo esasperato? O una diffusa corrente di «antipatia» verso Renzi, come ipotizzato da un amico come Oscar Farinetti? In attesa di risposte concrete dalle urne del referendum, per provare ad invertire la rotta, due giorni fa Renzi ha maturato la decisione – covata per settimane – di convertire una parte dei messaggi positivi in chiave rivendicativa. Contro un nemico: l’Europa egoista e burocratica. E d’altra parte nella “narrazione” renziana i nemici hanno sempre avuto un ruolo da protagonisti. Renzi ha usato per la prima volta l’espressione «gufi» il 12 marzo 2014, quando era presidente del Consiglio da appena 19 giorni, era saldissimo e nessuno lo insidiava. Ora tocca di nuovo all’Europa incarnare il ruolo di capro espiatorio.

Il “numero” di due giorni fa sul (futuribile) veto al bilancio comunitario dimostra che il presidente del Consiglio ne vuole fare un cavallo di battaglia nel rush finale della campagna referendaria. Come conferma la (non) reazione di Renzi alla decisione di ieri della Commissione europea che ha promosso le spese eccezionali per terremoto e migranti, compreso il via libera per le scuole tante volte evocate dal capo del governo come prova della cattiva volontà degli euroburocrati. Dunque, l’Europa “cattiva” ha mostrato il suo volto buono, ma Renzi non ha “ringraziato”, lasciando a Padoan il compito di compiacersi pubblicamente.

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16/11/2016

L’ultima capriola di Renzi: il finto “veto” sul bilancio europeo

All'ultima curva, prima del traguardo referendario che si annuncia per lui catastrofico (anche una sconfitta di misura lo sarebbe), Matteo Renzi si lancia in un sorpasso azzardato che potrebbe mandarlo fuori pista in ogni caso.

Ha infatti mandato il suo fido sottosegretario alla presidenza del consiglio, Sandro Gozi, a minacciare il veto sul bilancio dell'Unione Europea. Tecnicamente si tratta solo di una “riserva formale” sulla revisione del bilancio, tuttora in corso. Un ditino alzato, dunque, non un “veto” dagli effetti destabilizzanti. Ma è stato venduto dallo stesso Gozi e da Renzi come un'atomica sul tavolo di Bruxelles.

L'intento è così trasparente che anche il giornale di Confindustria – come potete leggere qui sotto – è obbligato a sottolinearne la natura e i rischi.

Nessuno ovviamente crede che quel ditino alzato si trasformerà in un niet. Si tratta di una mossa solo elettorale, che durerà fino al 4 dicembre, all'orario di chiusura delle urne. Ma anche solo il fatto che un primo ministro di un paese-chiave della Ue sia costretto a giocare la carta dell'“antieuropeismo” la dice lunga sulla crisi di legittimità che l'Unione Europea – la struttura semi-statuale, centralizzata e burocratica, non “l'Europa” della retorica – sta vivendo agli occhi delle popolazioni di tutto il Vecchio Continente. E chiunque voglia i voti – finché saranno le elezioni il criterio di legittimità di un governo – se li deve conquistare distinguendosi dal coro “europeista”, che infatti conta sempre meno vocalist.

Il margine di manovra per Renzi è dunque strettissimo: “deve” fare la parte di quello che batte davvero i pugni sul tavolo. Ma non può batterli davvero, altrimenti – se per caso dovesse vincere il “sì” e dunque restare in sella – si troverebbe di fronte un atteggiamento assai meno tollerante da parte delle istituzioni di Bruxelles, che fin qui hanno fatto da spalla compiacente alle mattane del “solito italiano”.

Ma anche se soltanto recitato, quel copione euroscettico cerca in qualche misura di corrispondere a un sentimento ormai dilagante, in Italia come altrove. E' infatti definitivamente finita la stagione in cui le figure sociali “progressiste” potevano identificarsi ciecamente con “l'Europa”, vissuta come l'ambiente civile che avrebbe permesso anche alla disastrata Italia (tra Berlusconi e le mafie) di superare le sue tare storiche. Un quarto di secolo di “parametri di Maastricht” e 15 anni di moneta unica, dieci di austerità, hanno sradicato quella fiducia basata su chiacchiere e propaganda, squadernando una realtà ben più triste.

Naturalmente, se tutti i principali protagonisti delle vite politiche nazionali – persino in Germania – debbono ormai fare i conti con l'impopolarità della Ue, ne deriva che quell'istituzione sovranazionale viene sottoposta a pulsioni centrifughe di potenza crescente.

Non c'è insomma spazio per “un'altra Europa” se non smantellando l'Unione Europea costruita sui desierata del capitale multinazionale.

Basta ricordarsi, o almeno accorgersi, che su questo fronte si muovo due opzioni radicalmente opposte: quella del capitale “impossibilitato a diventare multinazionale” (per limiti dimensionali o di mercato) e i lavoratori di qualsiasi tipologia contrattuale.

Renzi, all'ultima curva, prova a fascinare seguaci e sponsor di Salvini, per vincere il referendum. Dopo di che, chiunque sieda a Palazzo Chigi avrebbe un potere blindato e assoluto.

Questa la ragione principale per cui dobbiamo continuare a spingere per una non impossibile vittoria del NO.

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L’eco di Brexit e Trump, Renzi punta alla «maggioranza silenziosa»

Lina Palmerini

A ciascuno la “sua” Brexit, il “suo” Trump. La politica italiana vive la campagna referendaria cercando la luce riflessa delle due elezioni più dirompenti e in questa gara si è buttato Renzi. Con il colpo di teatro sul primo veto al bilancio europeo, prova a incarnare – anche lui – il malessere anti-establishment di cui l'Europa rappresenta un pezzo. Ed è una carta quasi obbligata per il premier: sintonizzarsi con un'onda popolare/populista che punta a destabilizzare alcuni “sistemi”, come la Ue, giudicati socialmente troppo onerosi.

Lanciato come un “veto”, poi corretto come anticamera di un veto, è comunque la prima volta che l’Italia assume un ruolo di contrapposizione in Europa. Colpa del referendum e della campagna in corso, certo, ma soprattutto dei risultati delle ultime due elezioni – Brexit e Trump – che hanno cambiato i connotati di quella che ancora ieri Renzi chiamava “maggioranza silenziosa”. E se in Gran Bretagna e in America questa maggioranza si è rivoltata contro l’establishment e contro gli assetti consolidati, è possibile che accada lo stesso anche da noi. La battaglia di Renzi con Bruxelles sembra avere queste caratteristiche.

Quelle di correggere quell’equazione referendaria che forse non è più vincente per il popolo: quella di un “sì” uguale stabilità quando invece quello che è entrata nel mirino di un’onda popolare/populista è proprio la solidità di alcuni assetti. E quindi quel veto – ieri – sia pure non ancora definitivo voleva avere un effetto destabilizzante. Una scossa al “ramo” europeo a cui nessuno sembra voler rimanere più aggrappato. Bruxelles è diventato ormai un luogo vissuto come troppo oneroso socialmente, quello dove si “scarica” sull’Italia l’emergenza migranti e dove nessuno si fa carico del tema disoccupazione, povertà, sviluppo economico. E di quel luogo il premier non vuole più far parte anche perché ormai in Italia non sono rimasti più paladini d’Europa, se non una ristretta minoranza.

C’è dunque una ragione immediata, diretta, che ha a che fare con il malessere sociale italiano, che con l’immigrazione incrocia anche il tema della sicurezza e del disagio sociale. Questa è la valenza elettorale di un atto come quello di ieri. Ed è infatti finito nel tritacarne dell’opposizione che non ha criticato il merito della decisione del Governo Renzi ma la credibilità del gesto. L’hanno considerato, appunto, solo come un colpo di teatro nella campagna elettorale. «Minaccia i veti ma dice sempre sì», lo accusava Salvini. È solo un bluff ribattevano i 5 Stelle imputando al premier di aver ridotto l’Italia a una colonia dell’Europa. Insomma la gara è tutta nel perimetro dell’anti-europeismo anche se Renzi dice di essere la “terza via” tra la Lega e Monti.

E c’è poi anche l’altra ragione, più simbolica, in questo attacco. Ed è quella che attraverso Bruxelles Renzi prova a incarnare quella voce anti-sistema e a fuggire dall’immagine di establishment a cui lo lega il suo ruolo a Palazzo Chigi. «Vedo Salvini fare il pavone perché in Michigan o in Ohio ha vinto Trump. Ma chi è il cambiamento e chi è il “sistema” in Italia?», chiedeva il leader Pd al comizio di ieri. Questa è la vera domanda di questa campagna referendaria, la sfida è qui. E ciascuno rimbalza la risposta sul “sì” o sul “no”. Anche a questo serve l’Europa nel duello italiano del premier. A declinare una svolta, a rompere con il passato, a continuare a proiettare sull’Italia l’immagine di se stesso come rottamatore.

da Il Sole 24 Ore

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22/09/2016

Napolitano su Renzi. Un consiglio che sa di ultimatum

Dev'essere una fatica di Sisifo guidare il governo italiano nelle strettoie imposte dall'Unione Europea. Specie se si ha a che fare con un furbastro capace di più giravolte al minuto e si si hanno oltre 90 primavere sulle spalle.

Giorgio Napolitano non riesce ad andare in pensione, o perlomeno non gli è concesso dalla dabbenaggine o dall'eccesso di confidenza del cosiddetto premier, peraltro da lui stesso installato a Palazzo Chigi.

La fluviale intervista data al quirinalista del Corriere della Sera, Marzio Breda, è un disperato tentativo di istruire a (relativa) distanza il guitto di Rignano sull'Arno, apparentemente incapace di afferrare la differenza fondamentale tra affari interni e affari europei. A cominciare dalle modalità stesse con cui si deve agire nei due contesti. Insomma, se nel lessico politico italico è ormai sdoganata e socialmente accettata una dose straripante di volgarità e “ce l'ho più lungo io”, nel felpato contesto delle relazioni diplomatiche infra europee bisogna fare decisamente più attenzione. Specie se si vuole influire o scontrarsi con Francia e Germania, meglio attrezzate e determinanti dell'Italia.

La sparata renziana a Bratislava deve aver fatto squillare qualche centinaia di campanelli d'allarme negli uffici di presidenza di mezza Italia (tanto in sede politica che industriale o finanziaria): “dove vogliamo andare, da soli?”. La solitudine “minacciata” da Renzi, ad esempio sulla questione dei migranti, arrivava a poche ore dalla sfuriata contro il documento finale del vertice in Slovacchia, che non lasciava molto spazio alla “flessibilità” sui conti pubblici chiesta dal suo governo. Il rischio di ritrovarsi con un atteggiamento molto più duro della Commissione Europea sui conti, e nel deserto delle proposte sul tema immigrazione, configura in realtà una solitudine assai meno eroica e praticabile di quanto sbraitato dal premier.

Così in molti devono aver sollecitato “il presidente” – il vero baricentro delle geometrie impazzite degli ultimi quindici anni – a consigliare un atteggiamento più prudente in quello che, per poco o tanto che sia, è ancora il volto pubblico dell'Italia nelle relazioni globali.

Certo, il “consulto informale” di Bratislava è stato “piuttosto ancora lo specchio di “due opposte visioni dell’Europa che si affrontano”». Ma non è il caso di dargli troppa importanza, meglio concentrarsi sul “documento 2016 sullo stato dell’Unione presentato da Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione, al Parlamento europeo. Lì gli interessi nazionali in allontanamento si avvertono meno, e soprattutto si delinea un'agenda che porta al vertice di Roma 2017, anniversario degli omonimi trattati. In quella sede, insomma, il governo italiano – se non altro perché membro fondatore della Ue e padrone di casa – potrebbe strappare qualcosa di meglio. Per esempio proprio in materia di flessibilità sui conti (applicazione “non dogmatica” delle regole dell'austerità, aveva scritto Juncker) e della gestione dei flussi migratori (“investimenti paneuropei, all’istituzione di un piano di investimenti per l’Africa e il vicinato mediterraneo come parte integrante di una risposta alla pressione migratoria crescente verso l’Europa”).

Calma e gesso, insomma. Niente spasmi di bile per una retrocessione evidente di Renzi nella gerarchia europea (dal vertice di Ventotene a Bratislava, poche settimane sono sembrati anni luce). Vero è che “l’Europa è scossa, come sappiamo, nelle sue istituzioni in uno con i suoi fondamenti ideali e con le sue politiche”, ma il buco nero a livello istituzionale è il Consiglio europeo (che riunisce i capi di stato o di governo), in cui c'è sempre la “persistente prevalenza delle ottiche politiche nazionali su indirizzi di europeizzazione della politica”.

Vero è anche che la Germania è in questo momento anello debole, stretta tra crescita di xenofobia ed euroscetticismo mentre si avvicinano le elezioni politiche del 2017. Angela Merkel è giorno dopo giorno un'anatra più che zoppa, incapace di esercitare leadership persino sui paesi che più sono “contoterzisti” nelle filiere produttive tedesche (Polonia, Cechia, Slovacchia, Ungheria, paesi baltici).

Ma proprio per questo, suggerisce Napolitano, è controproducente aggiungersi alla schiera dei vocianti. Meglio concentrarsi, con piglio “istituzionale”, sul necessario ridisegno della struttura dell'Unione Europea, “si imponga a tal fine o no una revisione dei Trattati”.

L'ammissione sulla necessità di “revisione” non ha però nulla a che fare con le illusioni “riformiste” tipiche di certa sinistrella europeista italica (o anche greca, spagnola, portoghesee, ecc). Perché la direzione di marcia indicata da Napolitano – e qualche giorno prima da Jens Weidmann, presidente della banca centrale tedesca – è quella di una “Unione più stretta”, di trattati più vincolanti, di maggiore o semitotale “trasferimento di sovranità” dagli Stati a Bruxelles.

Stessa direzione peraltro sostenuta da Mario Draghi, che pure si era speso per recuperare un concetto che i vertici Ue non tengono troppo in considerazione: “coniugare efficacia e legittimazione” delle decisioni sovranazionali.

La crisi ha prodotto, al contrario, il minimo di efficacia e il massimo di delegittimazione dell'Unione Europea agli occhi delle popolazioni del Vecchio Continente. E di questo passo le tendenze alla disgregazione diventano molto più forti, forse ingovernabili (se in Germania gli euroscettici di destra dell'Afd dovessero registrare un successo paralizzante per il Reichstag, verrebbe meno il collante che fin qui ha tenuto assieme spinte opposte).

Una insicurezza rispetto alle condizioni di vita e al futuro dei figli (in inglese, grosso modo, safety, ossia benessere) che Napolitano prova immediatamente a convertire in “richiesta di maggiore sicurezza” (security, ossia più polizia e poteri eccezionali ai governi). Spiega infatti che ci si deve “concentrare sugli interventi che portano risultati tangibili e immediatamente riconoscibili” per recuperare fiducia tra i cittadini dell’Unione, che gli interventi necessari dell’Unione debbono “essere visibilmente connessi ai timori immediati dei cittadini”: tra i quali rientrano in particolare i settori dell’immigrazione, della sicurezza e della difesa». Polizia agli angoli delle strade e limitazione delle libertà fondamentali, così sentiremo meno i morsi dell'indigenza e della disoccupazione...

Su questi punti, consiglia sempre Napolitano, Renzi dovrebbe fare il “tessitore”, altro che fanfaronare un impossibile “facciamo da soli”.

Somiglia un po' tanto a uno degli ultimi consigli dati a un allievo disattento e frettoloso. E sembra confermare che nelle sedi più importanti sono già in corso i casting per trovare un nuovo inquilino per Palazzo Chigi.

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04/07/2016

La mossa di Schaeuble: “tutto il potere a noi”

La costruzione europea scricchiola rumorosamente. È su tutti i media l’intervista rilasciata ieri all’edizione domenicale del Die Welt dal più potente e determinato tra i ministri delle finanze, Wolfgang Schaeuble.

Dopo il voto popolare britannico per l’uscita dall’Unione Europea sembra abbastanza chiaro che il cosiddetto “euroscetticismo” (definizione ideologica, che cerca di accomunare resistenze nazionaliste e critica radicale della gabbia neoliberista) non è più contenibile. Basta mettere in fila il “rivoto” in Austria per il presidente della Repubblica (dove la destra paranazista già pensa a un referendum per l’uscita), le tentazioni della Cechia, l’impossibilità di formare un governo in Spagna, il tracollo di Renzi come pifferaio, la ribellione di lavoratori e studenti francesi contro Hollande e la loi travail voluta dalla Ue (identica al jobs act, per capirci), l’avanzata dei nazionalisti in Olanda e nella stessa Germania.

Davanti a questo sfarinarsi dell’approccio “federalista senza federalismo” – ovvero senza politica fiscale ed economica comune, con redistribuzione interna di ricchezza e costi – Schauble propone di abbandonare le illusioni e le “grandi visioni”, tornando a un approccio “intergovernativo”. In pratica propone di accantonare la Commissione (il “governo” europeo) e quel poco che esiste di Parlamento di Strasburgo, privilegiando gli accordi interstatuali “tra chi ci sta”.

«Adesso è il tempo del pragmatismo. Se non tutti i 27 Paesi membri della Ue vogliono mettersi insieme dall’inizio, allora inizieremo con pochi. Se la Commissione non ne fa parte, allora prenderemo le questioni nelle nostre mani e risolveremo i problemi fra i Governi». Difficile equivocare o sottovalutare la presa di posizione tedesca. Significa chiaramente che il progetto unitario fin qui seguito viene mandato in soffitta, pur mantenendo – o sperando di poter mantenere – nella nuova situazione tutti i trattati vincolanti fin qui firmati.

«In linea di principio, sono favorevole a una maggiore integrazione in Europa. Ma questo non è il momento. Di fronte alla demagogia e all’euroscetticismo sempre più diffuso, l’Europa semplicemente non può continuare come prima». Quindi stop al processo di integrazione a 27, nessuna concessione particolare alla Gran Bretagna una volta completato il tour della negoziazione sullo “svincolo”, e stratta decisa con gli infelici pochi che avranno governi così dementi o così corrotti da non capire dove può portare una concentrazione di potere in quelle mani.

Sul piano “filosofico” è una visione presuntamente empirica, orientata al fare subito piuttosto che alle lungaggini tipiche degli “avvocati dell’integrazione”. Ma è in realtà una linea che privilegia la forza sulle regole, l’imposizione di rapporti fondati sulla potenza economica rispetto al delineare un “sistema” articolato di diritti e doveri.

Non che l’Unione Europea abbia fin qui seguito la seconda linea. Ma ha sempre oscillato tra “strappi violenti”, in cui si stabilivano regole e principi nuovi, e fasi più “contrattualizzate”, con lunghe stagioni di discussioni anche giuridiche sulle scelte da fare. Com’è ovvio, ogni crisi ha favorito gli strappi e solo l’assenza di problemi seri ha permesso fasi più “ragionate”.

Ma dopo otto anni di crisi economica senza soluzioni e il moltiplicarsi di segnali di scollamento della costruzione comunitaria, la Germania sembra ormai decisa a dare uno scrollone pesantissimo, riducendo a nulla i poteri del “governo comune” (camera di compensazione formalmente paritaria tra tutti i paesi) per creare nuovi centri decisionali praticamente nelle proprie mani.

Certo, venirci poi a raccontare che “lo vuole l’Europa” diventerà impossibile...

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07/07/2015

Austria. 250.000 firme per referendum anti-euro

Neanche tutti quelli che parlano tedesco amano più l'Unione Europea, i suoi trattati, la sua moneta. Nella baraonda mediatica che ha accompagnato il referendum greco un po' tutti ci eravamo persi questa notizia, apparsa su Il Fatto Quotidiano. Ci sembra il momento giusto per rimediare... 

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Austria, 250mila firme per proposta per uscire da euro. E referendum più vicino 

Oltre 250mila cittadini austriaci hanno sostenuto una proposta di legge per l’uscita dell’Austria dall'euro. E’ solo la seconda volta da dieci anni a questa parte che un’iniziativa popolare riesce a superare la soglia richiesta di 100mila firme. L’obiettivo è stato abbondantemente oltrepassato. Adesso il Parlamento è obbligato a discutere e deliberare sulla proposta di portare il Paese fuori dalla moneta unica. Ma non è questo il punto. Secondo le leggi austriache il Parlamento è tenuto a discutere le leggi di iniziativa popolare, ma può anche optare per un respingimento.

Sarà difficile che una proposta sostenuta nel Paese soltanto da comitati di cittadini possa trovare appoggi tra i partiti. Nessuna forza politica, ufficialmente, ha sostenuto la raccolta delle firme. Può essere, quindi, che il Parlamento alla fine respinga la proposta. Ma il vero nodo della questione è un altro. Indipendentemente dal percorso parlamentare, infatti, lo scenario di un referendum è ora più vicino. E di fronte a una consultazione popolare la politica sarebbe obbligata ad accettare il responso. A ogni modo i parlamentari non potranno sorvolare sul tema a cuor leggero. Duecentocinquantamila firme – 261.259 per l’esattezza – sono tutt’altro che un risultato trascurabile. La raccolta delle adesioni si svolge come una normale tornata elettorale. Per aderire i cittadini devono recarsi negli uffici pubblici. Tempo massimo, una settimana. Per di più, la campagna di informazione si è svolta nel quasi assoluto silenzio della televisione pubblica e dei giornali mainstream.

Il comitato promotore ne va fiero. “Consideriamo che almeno un terzo della popolazione austriaca non era informata dell’esistenza di questa petizione popolare”, racconta Inge Rauscher, portavoce del movimento. “Abbiamo ottenuto un grande risultato senza l’appoggio dei partiti e senza finanziamenti di grandi sponsor. Ce l’abbiamo fatta esclusivamente grazie al passaparola di tantissimi volontari, impegnati tanto a distribuire volantini, quanto nell’uso dei social network e dei media alternativi”. Una sola volta e per l’arco complessivo di un minuto la televisione di stato Orf ha dato notizia dell’iniziativa di petizione popolare, senza peraltro aggiungere informazioni sul contenuto della proposta e sulle modalità di adesione.

Nel comitato promotore c’è un po’ di tutto, dai professori universitari a liberi professionisti a semplici pensionati. In rete ci si imbatte in siti web, video youtube, pagine Facebook, inviti ad aderire online. Di motivi per uscire dall’euro ne vengono elencati a iosa. “Non vogliamo che i contribuenti pubblici continuino a pagare per salvare l’euro e rimediare ai danni delle speculazioni delle banche“. Un no netto arriva anche nei confronti di austerità e neoliberismo. “Gli accordi di libero scambio – qui il riferimento è al Ttip in corso di trattativa fra Ue e Usa – favoriscono solo gli interessi delle multinazionali a svantaggio dei diritti della salute, dell’ambiente e delle economie nazionali”.

Finora “le politiche dell’Ue hanno portato al crollo di salari e pensioni”. Temi che hanno fatto breccia un po’ ovunque, in maniera trasversale, sia fra gli elettori di tutti i partiti, a destra come a sinistra, sia soprattutto nelle sacche dell’astensionismo e dei senza partito. L’Europa messa sotto accusa in Austria è la stessa Europa che vede malvolentieri celebrarsi un referendum in Grecia sulle politiche economiche. Un’Europa che lascia molto a desiderare soprattutto nella propria costituzione democratica. “I trattati di Lisbona” sono un passo indietro della democrazia, “non rispettano la separazione dei poteri”, non prevedono “l’elezione del commissario europeo” e non riconoscono al parlamento europeo un “vero potere legislativo”.

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31/05/2014

Grillo, gli euroscettici e la rottura dell'Unione Europea

In Italia se ne parla solo per stuzzicare contraddizioni in casa d'altri (i problemi interni ai Cinque Stelle), ma il tema della “precarietà dell'Unione Europea” è ormai sul tappeto. Le elezioni del 25 maggio – seppur inutili dal punto di vista parlamentare (visto che il “parlamento” di Strasburgo è privo di potere legislativo) – hanno messo in luce qualcosa di molto più articolato di un banale “fronte euroscettico”.

La campagna elettorale continentale aveva puntato tutto sul “pensiero unico”: o si accetta l'intangibilità dell'Unione Europea oppure ci si ritrova in compagnia di nazionalisti, fascisti, populisti e ciarpame vario. Un condanna preventiva che ha spaventato molti, soprattutto a sinistra, silenziando tanti e impedendo fin qui la maturazione “di massa” di una discussione sulla natura e gli scopi dell'Unione Europea, chiaramente orientata alla rottura/superamento di questa forma semi-statuale in chiave di classe e internazionalista. Il paradosso è che questa necessità sembra esser colta molto più facilmente (e in modo necessariamente semplificato) a livello della popolazione “spoliticizzata” che non tra compagni che pure avrebbero qualche strumento analitico più solido. Ma tant'è, per ora...

Il ventaglio di opzioni politiche “euroscettiche” consolidato dal voto chiarisce però che la rottura della Ue è un problema ormai all'ordine del giorno in tutto il Continente. Soprattutto, si articola su posizioni molto differenziate, al punto che non è utilizzabile neppure l'abusato cliché – tutto italiano – degli “opposti estremismi”; quello per cui sarebbero “contro l'Europa” soltanto fascisti e comunisti trinariciuti/nostalgici. Un cliché talmente ottuso da comprendere tra gli euroscettici anche Tsipras e dintorni, perché di schematismo si muore.

Vediamo in dettaglio queste diverse posizioni.

Sull'estremissima destra si collocano i nazionalisti fascisti puri, come l'ungherese Jobbik, i greci di Alba Dorata, il singolo eletto tedesco per l'Npd. Un fetore tale che preferiscono tenersi distaccati anche i “fascisti in via di ripulitura” del Front Nationale francese in versione Marine Lepen, che sta cercando di fare asse comune con la Lega Nord di Salvini, il Pvv (Olanda), Rp e Vlaams Belang (entrambi belgi, ma i secondi solo fiamminghi), i democratici svedesi, il Fpoe austriaco che apparteneva a Jorg Haider.

Intento analogo per gli “ultraconservatori” inglesi dell'Ukip – diventato il primo partito di Gran Bretagna – il cui leader Nigel Farage ha incontrato un tramortito Beppe Grillo che non può certo fare gruppo a sé a Strasburgo (per avere diritto a fare un gruppo e presentare interrogazioni bisogna avere almeno 25 deputati di almeno sette paesi diversi, altrimenti si finisce tra i “non iscritti”). Comunque finisca questo tentativo, tra i temi centrali nella spaccatura in atto nel M5S, rappresenta in ogni caso un'ulteriore variazione di toni politici sul tema “euroscettico”.

Ma non è finita. C'è anche una componente liberale e liberista dura e pura come Alternative fur Deutschland, formazione politica recente fondata da economisti e guidata dall'ex presidente della Confindustria tedesca, che con il suo quasi 7% è tra i protagonisti assoluti dell'erosione di voti centristi sottratti alla Cdu di Angela Merkel. E siamo a quattro.

C'è poi la sinistra comunista “antieuropea” dichiarata, limitata ai greci del Kke e al Partito comunista portoghese (stiamo parlando ovviamente soltanto di formazioni rappresentate nel Parlamento di Strasburgo). Senza peraltro dimenticare il Partito Socialista olandese (SP). Il "Partito del Pomodoro", che ha sviluppato negli ultimi anni una forte critica sia all'architettura dell'Unione Europea che a quella dell'Unione Monetaria.

Appena più in qua, ma già sul fronte “riformista”, si colloca il Gue di Syriza, Linke, Izquierda Unida, e Podemos (Spagna), Lista Tsipras per l'Italia e altre formazioni minori di altri paesi.

A difendere l'”europeismo storico” ci sono popolari, socialdemocratici e liberali, che fanno maggioranza in questo parlamento e soprattutto nei vertici intergovernativi che sono i veri centri decisionali (Bce a parte) dell'Unione Europea. Ma anche qui la parola d'ordine generale è “cambiare o morire”, senza più la sicumera classica di chi pensa che non ci possa essere via d'uscita a un meccanismo istituzionale architettato come un “pilota automatico”, tra trattati, direttive e sanzioni.

L'austerità non ha insomma più padri né madri. Neppure Angela Merkel, Wolfgang Scaheuble e Jens Weidmann possono presumere di continuare sulla strada seguita finora. Anche se faranno di tutto per "diminuire il danno" di un cambiamento di rotta, anche parziale.

E questa confusione che ci ha fatto scrivere subito “ora in Europa sono tutti riformisti”.

Ma qui vogliamo concentrarci sull'altro fronte, quello che mette in discussione – più o meno apertamente – la continuità dell'Unione Europea sul percorso di una maggiore integrazione politica. Non ci interessa affatto perderci nelle distinzioni sottili tra una posizione e l'altra: il dato comune è infatti che tutte sono sintomo di una pressione della realtà economico-sociale sulla struttura costruita per incanalarla. Sintomo, vogliamo dire, di un meccanismo che non funziona e non riesce più a convogliare consenso; che scatena dunque reazioni.

Se così è – “grazie” anche alla contemporanea pressione statunitense (Ucraina, Abkhazia, Libia, ecc.) che mette in crisi le normali linee di rifornimento energetico dell'Europa – tutta la discussione sull'Unione Europea può cambiare tranquillamente di segno. Non c'è più alcuna necessità di restare ingabbiati nella semplificatoria e falsa alternativa tra “essere europeisti” oppure “allearsi coi fascisti”. L'Unione Europea non è l'Europa, ma una costruzione statuale (per via di trattati intergovernativi, ma con identica “cogenza normativa”) che può e deve essere messa in discussione come qualsiasi altra. Sovviene il vecchio slogan sessantottino “lo Stato borghese si abbatte e non si cambia”, rivolto contro il macchinoso marchingegno democristian-fascista italiano come contro ogni altro “stato borghese”. E naturalmente nessuno di quelli che lo gridava nelle piazze aveva alcuna nostalgia per il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio o il regno delle Due Sicilie... e le rispettive monete.

La rottura dell'Unione Europea – per concludere – non è insomma un obiettivo imputabile a una “soggettività scriteriata” che non sa fare i conti con gli avanzamenti della storia, ma una eventualità connaturata a una costruzione con molte – troppe – contraddizioni interne e ben pochi “collanti” unitari di vasta portata. È una rottura che può avvenire “da destra”, con l'esplosione dei nazionalismi e delle conflittualità (anche armate) infra europee. Può avvenire “dal centro”, magari con lo sganciamento unilaterale del paese più forte (la Germania modello Afd) dalla moneta unica e dalle regole di Maastricht.

Sarebbe insomma davvero sorprendente – e vagamente suicida – non ragionare e progettare su una sua rottura “da sinistra”. Potremmo trovarci all'improvviso davanti ad eventi che non riusciremmo nemmeno ad analizzare seriamente, sballottati tra richiami ideologici "antrigui" ma univocamente orientati a far convergere tutte le paure in direzione del sostegno al potere.

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25/03/2014

In Europa volano i partiti anti Euro

estratto da l’Espresso, 20 marzo 2014

Movimenti popolari. Grillini e leghisti. Ma anche l’estrema sinistra. Dall’Italia alla Francia all’Est del Continente, i partiti 
contro la Bce volano nei sondaggi. 
Pronti a coalizzarsi a Strasburgo. 

di Claudio Lindner

Togliersi un po’ di eurini dalle scarpe è diventata la tentazione dominante. Tra gli italiani e tra gli europei. Più a destra che a sinistra. Più al Sud che al Nord. Più urlata che ragionata. Ma anche più appassionata, questa tentazione, di quanto sia l’imperturbabilità degli euroconvinti. Che la rabbia stia montando anche in Italia lo dimostra il sondaggio esclusivo di Demopolis che pubblichiamo: un terzo degli italiani si pronuncia a favore dell’uscita dall’euro, per il ritorno alla lira. Nel 2012 erano il 21 per cento. Nel 2008, l’anno che finì con il tracollo finanziario, il 12 per cento. Il boom è sorprendente e preoccupante per gli effetti che può provocare [...]

NUOVI GURU. Fino a poco tempo fa l’uscita dall’euro era considerato argomento tabù. È vero, molti economisti americani anche premi Nobel, hanno espresso scetticismo sulla moneta unica, ma da quella parte dell’Oceano non poteva stupire. Ora il gruppo si allarga. Hanno fatto molto discutere in Francia le tesi di François Heisbourg, autore del saggio “La fin du rêve européen», la fine del sogno europeo, non tradotto ancora in italiano, nel quale si sostiene che l’Unione europea in senso politico si può salvare solo abbandonando l’euro. Qualche settimana fa era a Milano invitato da Ernesto Preatoni, ex scalatore di banche negli anni Ottanta («Cuccia mi chiamava sovversivo», gli piace ricordare), inventore al momento poco fortunato di Sharm El Sheikh e ora preso dal fuoco sacro anti-euro, con frequenti comparsate televisive su tutti i canali. «I giornalisti hanno in larga parte un pregiudizio pro-euro», sostiene il finanziere, che esprime quattro certezze.

Primo, tra trent’anni nessuno avrà più dubbi sul fatto che l’euro sia stato un errore. Secondo, un’uscita ben programmata ci consentirebbe di svalutare un debito pubblico ormai insostenibile e di far ripartire il mercato interno attraverso un’inflazione programmata. Terzo, l’inflazione stessa, come dimostrano i casi di Giappone e Usa, non è uno spauracchio. Quarto, proprio con la moneta unica si rischia invece il baratro di un’inflazione incontrollata. Preatoni ha avviato un club di discussione “Un’Europa diversa” e al primo dibattito, assieme a Heisbourg, erano presenti Paolo Savona e Giuliano Urbani. Sostiene però di non avere un colore politico e quindi di non voler essere strumentalizzato. Due economisti diciamo “dissidenti” e spesso interpellati sono Alberto Bagnai ed Emiliano Brancaccio. Il primo insegna a Pescara, tiene il blog “Goofynomics”, scrive sul “Fatto quotidiano” ed è autore di “Il tramonto dell’euro”, nel quale si spiegano gli errori fatti e si prefigura un percorso di uscita dalla moneta unica che salverebbe democrazia e benessere in Europa. Il secondo insegna all’università del Sannio, ha scritto il pamphlet L’austerità è di destra ed è stato cofirmatario di un manifesto apparso sul Financial Times nel settembre dello scorso anno nel quale si avverte che affidando il riequilibrio dell’Europa alle sole riforme strutturali, il destino dell’euro sarà segnato e l’esperienza della moneta unica si esaurirà con ripercussioni sulla tenuta del mercato unico: «Occorre tenere presente che, qualora saltasse il sistema, esistono modalità alternative di uscita dall’eurozona: una gattopardesca, di stampo liberista e liberoscambista, che si limiterebbe ad affidare i tassi di cambio al gioco erratico delle forze del mercato». E una seconda, che si potrebbe chiamare “di sinistra”, definibile anche statuale e protezionista, per mettere in discussione il mercato unico, ipotizzare la nazionalizzazione del sistema bancario, e mirare soprattutto a salvaguardare le retribuzioni dei lavoratori dipendenti [...]

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17/02/2014

Gli italiani non sono più europeisti

Che contraddizione. Mentre i vari cocci di una sinistra evidentemente sempre più lontana dalla società perdono l’occasione fornita dalle imminenti elezioni europee e si presentano all’interno di una lista che si definisce ‘neoeuropeista’, un sondaggio rivela che i cittadini italiani, in maniera abbastanza trasversale, non vedono più molto di buon occhio il superstato europeo in costruzione. Come dicono alcuni giornali, anche in Italia, come da tempo nel resto d’Europa, soffia impetuoso il vento dell’euroscetticismo.

Stando ai dati raccolti dal cosiddetto “Eurobarometro Standard” – annuale sondaggio sul giudizio dei cittadini dei vari paesi dell’Ue sull’Unione e sui singoli governi – più della metà degli italiani non si sente cittadino europeo (il 53%) ed è convinta (il 55%) che la Ue non va nella giusta direzione (giudizio negativo che la primavera scorsa era invece minoritario, al 46%).
Per non parlare del crollo di fiducia nelle istituzioni europee: la Commissione Ue è crollata al 32% (dal 35 dell’anno scorso), l'Europarlamento poco al di sopra, al 36% (era il 41). E anche la moneta unica comincia a perdere seriamente terreno rispetto al passato, ed oggi si attesta ad un indice di gradimento di appena il 53% mentre la fiducia nella Bce guidata dall’italiano Mario Draghi raccoglie qualcosa in più ma non arriva al 31% di consensi.
Solo il 45% degli italiani, le cui priorità riguardano la soluzione della crisi economica e sociale, dice di sentirsi europeo in controtendenza rispetto ad una media pro-Ue nell’insieme dei 28 paesi aderenti all’unione che è del 59%. Ma soprattutto, denuncia il rapporto presentato recentemente a Roma, l'Italia ora è uno dei soli cinque Paesi dell’Unione Europea dove la percentuale di coloro che si sentono cittadini europei è inferiore del 50%.
L’Eurobarometro rivela anche che il 79% degli italiani ritiene che le proprie opinioni non siano rappresentate all’interno dell'Ue mentre il 71% è convinto del fatto che gli interessi nazionali non siano sufficientemente presi in considerazione a livello continentale. Mentre nell’insieme dell’Unione Europea la maggioranza – seppur risicata - del campione è ottimista rispetto al futuro dell’integrazione europea, in Italia prevalgono i pessimisti con il 52% degli intervistati.

Ha quindi senso, in questo contesto, continuare a ignorare il sentimento anti-Ue della maggioranza della popolazione e continuare a proporre per l’ennesima volta una parola d’ordine vuota e di circostanza – come quelle della “riforma dell’Ue” e della "Europa dei popoli” o della "altra Europa" – quando in realtà compito delle sinistre radicali dovrebbe essere quello di orientare il malcontento popolare contro Bruxelles e Francoforte verso una via d’uscita progressista e di rottura, alternativa e opposta al ritorno ai vecchi nazionalismi degli Stati-Nazione?

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