Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/08/2022

Anche gli incubi sono sogni

Nessuna, ribadisco nessuna, delle promesse elettorali che riguardano stipendi pubblici, tasse, pensioni sono realizzabili.

Nessuna cosiddetta riforma promessa è fattibile al di fuori del PNRR, cioè fino al 31.12.2026.

Il prossimo Parlamento è vincolato alla tabella di marcia prestabilita per ricevere i finanziamenti. Il prossimo governo non può che agevolare le richieste europee.

Quella che è stata chiamata “agenda Draghi” è un nient’altro che un atto politico ingiuntivo.

I programmi elettorali contengono panzane, che servono solo a mettere in allarme chi a Bruxelles deve controllare la corretta applicazione delle regole sottoscritte aderendo al New Generation Eu.

Stiamo seriamente rischiando la sospensione del versamento delle rate del PNRR e la richiesta di rientro dal debito: bisogna tenere conto che attualmente il rapporto debito/Pil italiano è stimato al 152%.

Chi crede di far sognare gli elettori sta preparando loro i peggiori incubi.

Fonte

28/12/2018

Sovranisti da strapazzo, populisti di palazzo. Su pensioni e non solo

Si sfoglia il carciofo della manovra un po’ alla volta, dato il vincolo al segreto rispettato da tutti i ministri interessati, e la sproporzione abnorme tra promesse elettorali e misure riscritte dalla Commissione Europea rivela il frutto come immangiabile.

La Camera si appresta ad approvare con voto di fiducia un testo che il Senato ha approvato senza neanche il tempo di leggerlo (centinaia di pagine e tabelle consegnate contestualmente all’inizio di un “dibattito” fissato in sei ore), e che sarà emendato a insindacabile decisione del governo per correggere alcune clamorose bastardate che hanno fatto incazzare persino i tranquillissimi cattolici della carità cristiana (come il raddoppio dell’Ires per le associazioni di volontariato).

Ma i due nodi-bandiera su cui si basa la popolarità del governo giallo-verde sono soprattutto le pensioni e il reddito di cittadinanza. E su questo bisogna essere molto precisi perché qui si giocherà nei prossimi mesi la battaglia politica dentro il nostro blocco sociale. E sarà una battaglia che ci contrapporrà, sui territori, direttamente ai terminali locali di Lega e Cinque Stelle, visto che la cosiddetta “opposizione” (Pd e Cgil, fondamentalmente) si muove sposando in pieno le critiche di Bruxelles (che monitorerà comunque ogni passaggio applicativo della manovra) e insistendo soprattutto sulla ridotta indicizzazione degli assegni pensionistici al di sopra dei 1.500 euro. Un’infamia, certamente, ma che riguarda solo una fetta, per quanto consistente, della platea interessata al tema.

Il decreto di attuazione relativo all’introduzione della cosiddetta “quota 100” dovrebbe vedere la luce per metà gennaio. I condizionali sono d’obbligo per tutti coloro che hanno provato ad analizzare i dettagli del provvedimento, perché cambiano di ora in ora nel tentativo di far quadrare numero degli aventi diritto, entità delle penalizzazioni e saldi finali da registrare tra le maggiori spese.

La prima considerazione da fare è che l’impianto delle legge Fornero resta totalmente in piedi. Tutto quello che si va discutendo è la dimensione e le griglie selettive in cui far passare, per soli tre anni, un po’ di lavoratori anziani di cui le imprese – soprattutto del Nord, ovviamente – si vogliono disfare, per assumere due o tre giovani schiavi (contratti precari, niente diritti e salari ridottissimi) al costo di un lavoratore in uscita.

Per tutti la “quota 100” è parecchio fasulla. Si potrà infatti andare in pensione prima dei 67 anni solo se si hanno 38 anni di contributi riconosciuti (all’Inps ci sono ogni giorno file sterminate di lavoratori che cercano di farsi ritrovare contributi “scomparsi” o non pagati dalle imprese, anche per più anni). Di fatto, dunque, ci sarà “quota 101” per chi ha già 63 anni, “quota 102” per chi ne ha 64, “quota 103” per i 65enni, “quota 104” per i 66enni. Per tutti gli altri (basta una settimana di contributi in meno dei 38 anni) restano i 67 anni previsti dalla “Fornero” per la pensione di vecchiaia.

Stabilito questo, ci si inoltra nella giungla degli “sbarramenti” e delle “finestre”.

I dipendenti dello Stato riceveranno il Tfs (la “liquidazione”, che nel privato è chiamata Tfr) soltanto tre anni dopo il collocamento in pensione; e comunque non prima dei 65 anni di età. L’erogazione avverrà in tre “rate”, quindi l’ultima verrà percepita cinque anni dopo aver lasciato il lavoro. Si tratta di un peggioramento sostanziale del trattamento attuale (ideato dalla Fornero, appunto) che prevede l’erogazione del Tfs due anni dopo il collocamento in pensione e due sole rate.

Ai profani sembrerà un bizantinismo, ma c’è una ragione contabile precisa per queste piccole angherie. Erogare il Tfs in sempre maggior ritardo, infatti, consente di spalmare la spesa su un arco maggiore di anni e quindi di farla pesare meno sulle uscite annuali; in secondo luogo, è statisticamente certo che con l’avanzare dell’età si tende a morire, quindi ritardare il pagamento serve anche a diminuire di un altro po’ – per avvenuto decesso, in caso di assenza di eredi diretti – le somme totali da pagare.

L’uscita dal lavoro prima dei 67 anni comporterà comunque una forte penalizzazione sull’ammontare dell’assegno pensionistico; tanto più pesante quanto minore è l’età del ritiro. Molti analisti si sono sbizzarriti in calcoli, e in alcuni casi ci potrebbe essere una taglio anche del 30%. Questo dovrebbe scoraggiare tutti coloro che non hanno o non possono trovare un reddito integrativo (visto anche il reintrodotto divieto di cumulo tra pensione e collaborazioni “in chiaro”), restringendo di fatto la platea dei beneficiari a chi sta abbastanza bene da fregarsene della penalizzazione oppure a chi fa un lavoro talmente massacrante da rendere impossibile andare avanti fino ai 67 anni.

Sempre per gli statali, la prima “finestra d’uscita” dovrebbe aprirsi ad ottobre, in pratica il prossimo anno; e si comprende bene perché la promessa “regolarizzazione dei precari” attivi nella pubblica amministrazione sia intanto slittata a... novembre.

Per i lavoratori del settore privato, invece, il primo varco si dovrebbe aprire in aprile.

In totale, anche le stime più ottimistiche valutano che non saranno più di 300.000 i lavoratori che potranno uscire un po’ prima dal lavoro nell’arco di questi tre anni. Poi c’è Fornero per tutti (alla faccia della “cancellazione” promessa da entrambi i vicepremier).

L’altra misura-simbolo, il reddito di cittadinanza, resta avvolto nella nebbia più fitta. Ogni indiscrezione va presa con le molle, ma tutte confermano per ora un indurimento dell’impianto teso al workfare. Ossia una misura che deve spingere al lavoro e ad accettare qualsiasi impiego venga offerto (al terzo rifiuto, stop reddito). Perciò ogni “beneficiario” dovrà sottoscrivere un doppio impegno: a frequentare i corsi di formazione che gli saranno consigliati e ad accettare ogni lavoro che gli verrà offerto (e ovviamente qualsiasi salario).

Anche sulle cifre degli assegni e i “paletti” che impediscono di usufruirne l'opera è ancora in corso. Basterà avere 5.000 euro sul conto corrente per essere esclusi, la proprietà della casa di abitazione comporterà un taglio sostanzioso, con complicati calcoli per quanto riguarda eventuali “contributi all’affitto” o al mutuo.

Di nuovo c’è che al governo hanno scoperto tardi che i centri per l’impiego esistenti hanno poco personale e strutturalmente non sono predisposti per applicare le norme ancora “allo studio”. Quindi faranno entrare in campo le imprese, che di fatto – secondo il Corriere, per esempio – riceveranno in dono il “reddito di cittadinanza” da riconsegnare, sotto forma di salario, ai neo-assunti. Un salario basso, e oltretutto pagato dallo Stato: cosa vuoi più dalla vita, imprenditore mio?

In ogni caso il periodo di erogazione del finto “reddito” verrà limitato a 18 mesi. Se non hai trovato un lavoro entro questo periodo, ti puoi pure suicidare: non avrai un euro.

La constatazione diventa decisiva se ci ricordiamo che già nel terzo trimestre l’economia italiana ed europea hanno fortemente rallentato, al punto che quasi tutti prevedono una nuova recessione alle porte, dalla gravità al momento sconosciuta (dipenderà dall’evoluzione della “guerra dei dazi”, da tensioni finanziarie o commerciali che già agitano i mercati, ecc). Insomma: in una recessione normalmente diminuiscono i posti di lavoro complessivamente attivi, dunque ci sarà un aumento dei disoccupati invece che degli occupati. Trovare un lavoro, quindi, sarà più difficile.

Altra cosa sarebbe se lo Stato investisse le stesse cifre nella creazione di attività (redditizie o semplicemente necessarie, come la manutenzione del territorio). Ma questo “non si può fare”, perché “la Ue non lo permette”.

Poi vengono fuori i dolori veri.

Dall’esame dei codicilli emerge un taglio di quasi 6 miliardi alle spese per l’Istruzione entro il 2021. Già oggi, lamentava persino Ferruccio De Bortoli, l’Italia spende per l’istruzione meno di quanto spende per pagare gli interessi sul debito. Ma in fondo, quando mai l’istruzione è stata una risorsa per un paese senza troppe risorse? (E’ ironico, sia chiaro...)

Saranno inoltre bloccati 2 miliardi di spesa per trasporti, università, servizi pubblici, come fondo di garanzia per la UE. In pratica, se il quadro economico dovesse peggiorare – ed è certo, come abbiamo visto poco fa – il governo si è impegnato con la Ue a procedere a tagli “automatici” in questi settori-chiave.

Per il 2019 è stata congelato – è vero – l’aumento delle aliquote Iva, messo lì come “clausole di salvaguardia” fin dal governo di Enrico Letta. Ma non avendo saputo trovare le risorse per impedirlo, il governo gialloverde si è limitato a rinviarlo al 2020. Naturalmente con un sostanzioso aumento perché, per impedire che scatti, la legge di bilancio del prossimo anno dovrà tagliare da 20 a 30 miliardi di spesa pubblica. Altrimenti l’Iva ordinaria (seguita da tutte le altre aliquote) schizzerà al 26,5%. Una vera catastrofe per i redditi medi e bassi, perché – come tutte le tasse “indirette” – si scarica immediatamente sui consumi, rendendo più alto il prezzo di ogni merce (meno il lavoro umano, guarda un po’).

Che andrà così, è praticamente certo, perché – dopo aver rapidamente dismesso gli abiti dei “ribelli contro Bruxelles” – i partiti della maggioranza di governo si sono impegnati a far controllare alla UE l’andamento di conti pubblici ed economia già a partire da febbraio... E a correggere ogni sbavatura nei modi che gli verranno indicati.

E meno male che erano “sovranisti” e “populisti”...

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23/12/2018

Boia che molla

Dopo aver promesso di battere i pugni, pestare i piedi, digrignare i denti e strabuzzare gli occhi, i Grilloverdi hanno calato le braghe.

Inflessibili coi naufraghi, a 90° coll’UE. Dopo tanti “Me ne frego” e “Noi tireremo dritto”, ovviamente hanno mollato.

Mentre il prestanome Conte, e Tria di Forza Italia riscrivevano la “Manovra del Popolo” sotto dettatura dei commissari europei – blocco della rivalutazione delle pensioni, blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione, tagli, tasse, sanguinose clausole di salvaguardia – Di Maio e Salvini cercavano di distrarre gli italiani con la solita propaganda ridicola, e le abituali Mosse Kansas City.

A ben vedere, tutto il Grilloverde è una Mossa Kansas City, un governo di distrazione di massa che fa credere agli italiani d’essere riusciti a ottenere qualche cambiamento, per impedirgli d’incazzarsi sul serio in stile Gilets Jaunes.

Il trucco però funziona sempre meno, anche se dai sondaggi si nota poco: se il consenso elettorale del governo rimane intorno al 60% degli aspiranti elettori, aumentano però progressivamente indecisi e astenuti, il che significa che quel presunto 60% rappresenta un numero assoluto di voti sempre minore.

Fin da bambini veniamo condizionati a credere a ogni sorta di cazzate. Babbo Natale, Mary Poppins, il Santo Graal, Giove in Sagittario. Chi non crede a nulla viene emarginato, considerato cinico, arido, immorale.

Così i Cazzari professionisti hanno gioco facile a illudere le masse, sia per vendergli un’alga dimagrante che un Governo del Cambiamento.

Nell’era della comunicazione sempre più fitta e accelerata però il Velo di Maya si sgrana in fretta.

Il Grilloverde non manterrà nessuna delle sue iperboliche promesse – nazionalizzazione della società autostrade, abolizione della legge Fornero, 600.000 rimpatri, cinque milioni di sussidi – e presto anche ai credenti più devoti toccherà aprire gli occhi.

E la fine del quantitative easing s’avvicina.

La resa ai diktat di Bruxelles difficilmente salverà il Grilloverde da quello che pare comunque il suo destino manifesto, la sua principale funzione: essere d’esempio agli elettori europei di ciò che si rischia a votare il Cazzaro “‘sbagliato”.

Perché il Grilloverde non è Il figliol prodigo.

È il vitello grasso.

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27/10/2018

Il ministro Lezzi a Bagnoli. Il grido del Sud ancora non va oltre “l’attesa” che qualcosa cambi

Bagnoli. Quartiere ovest di Napoli. Ieri era qui il ministro (senza portafoglio) per il Sud. La salentina Barbara Lezzi. Una delle poche voci flebilmente critiche dei 5stelle di governo contro le politiche salviniane. D’altronde non deve essere cosa facile fare il ministro del meridione in uno dei governi più a trazione settentrionale che la storia della repubblica ricordi. Governo, ricordiamolo, nato simbolicamente proprio a Milano, infatti la Lega pretese che le trattative si svolgessero presso la sede del Pirellone, la casa della Regione Lombardia.

E’ invitata per un dibattito pubblico presso il parlamentino della circoscrizione. Arriva in leggero ritardo quando la sala è completamente piena. Parecchi c’erano arrivati in corteo, partendo dalla fermata metro di Bagnoli. Un breve giro per le vie del quartiere ad invitare le persone ad unirsi, ad andare nella sede circoscrizionale a porre questioni al ministro.

Alla presidenza con il ministro il “padrone di casa” il presidente circoscrizionale Diego Civitillo e l’assessore ai beni comuni e all’urbanistica della giunta De Magistris, Carmine Piscopo.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: è veramente difficile fare la cronaca di un dibattito del genere. Non perché ci fosse confusione o caos o sia successo qualcosa di eclatante o strano. Non so, per il clima generale, per gli interessi disomogenei che scaturiscono dalle varie voci.

Bagnoli in questi anni è stato il quartiere simbolo delle lotte napoletane che trovarono l’apice nell’opposizione al commissariamento del quartiere ed allo SbloccaItalia imposti da Renzi. E’ qui che prese forma l’anomalia napoletana con i movimenti di lotta che venivano sostenuti dall’amministrazione comunale. Sembra passata un’era geologica. L’amministrazione De Magistris è in forte difficoltà (la questione trasporti a Napoli è drammatica), l’anomalia sembra un ricordo lontano e al governo ci sono i 5s. Che qui a Bagnoli hanno fatto crack. 54% di voti. In un quartiere ex operaio ed ex comunista. Qui il lavoro si trova poco, l’Italsider è chiusa, le ideologie sono post e le strade pullulano di sale giochi a riscuotere la tassa sulla povertà e sopratutto il suolo è ancora non bonificato. Su questa disperazione i 5s hanno fatto il pieno di speranza. Che per alcuni si sta già trasformando in odio. Rubo voci da un gruppetto di disoccupati che si lamentano anche loro degli stranieri. Sono elettori dei 5stelle che qui a Bagnoli erano un meetup che aveva sostenuto le lotte del quartiere contro il governo Renzi. Per dire.

Il dibattito in realtà è una serie di interventi di associazioni, collettivi, gruppi di quartieri, esperti a cui risponde poi alla fine il ministro. Apre però Salvatore Cosentino, già candidato di Potere al Popolo alle ultime elezioni che qui prende la parola come Bagnoli Libera. Mette subito sul tavolo la questione centrale: qui a Bagnoli avevate detto no al commissariamento e una volta al governo invece fate un commissario proprio come gli altri. Commissario, aggiungiamo noi con malizia, che però è ben visto da sindaco e amministrazione comunale.

Poi interventi tutti interessanti ma evidentemente anche molto vari. Dai disoccupati del comitato 7 novembre che chiedono che per i lavori di bonifica del territorio vengano tenute conto le liste dei disoccupati, all’associazione degli imprenditori che chiede che gli appalti siano concessi a imprenditori locali.

Insomma un dibattito molto vertenziale a tratti. Vengono fatte richieste specifiche per interessi particolari. Il ministro anche sugli interventi più duri, più “incazzati” non sembra mai rischiare la contestazione. Il clima per lei è sempre disteso.

Solo gli interventi di Massimo Di Dato dell’Assise di Bagnoli e Eddy Sorge di Iskra, mettono a dura prova l’idillio generale facendo la cronistoria degli eventi e delle contraddizioni a 5stelle nel corso di questi anni. Prendendosi anche una caterva di applausi.

Il ministro alla fine fa parziali promesse sul commissariamento, ovvero la bonifica, dice, rimane del commissario, il resto va per vie ordinarie e amministrative. Ci si rivede a gennaio 2019 per fare il punto e l’impegno a prendersi carico dei problemi posti. Addirittura arriva a chiedere il numero di telefono di una disoccupata che era prima intervenuta per poterla poi contattare.

Insomma alla ministra gli va in fondo di lusso. Ascolta, prende appunti, si impegna. Qui non è uno sputtanamento completo come con i No tap in Puglia. Qui c’è molto da promettere ancora. Sbadiglia anche un paio di volte.

Che dire? Ricordavamo una Bagnoli completamente diversa che gridava addosso a De Magistris per far ritirare l’accordo con Renzi su Bagnoli, riuscendoci, e invece ora anche qui regna un incanto strano. Una fiducia ancora riposta verso ciò che si è votato misto a un disincanto che sembra lì per scoppiare ma non scoppia. I movimenti di lotta pongono ancora obbiettivi concreti ma devono muoversi in un acquario sociale che è oggettivamente cambiato.

Nessuno la contesta perché è ministro del Sud in un governo con Salvini, nessuno nomina l’autonomia colonialista prossima ventura che distruggerà in primis la sanità meridionale, già in stato vergognoso. In fondo tutti sembrano sapere che è solo un ministro per finta. Una copertura. Che può distribuire qualche prebenda ma nulla più. Un ministero per propaganda insomma. Lei è brava, se la cava bene, non arriva mai allo scontro ma questo è. Però su Bagnoli effettivamente qualche potere lo ha e lo distende completamente sull’uditorio. Lo dice chiaramente a un certo punto: in questa storia qualcosa posso contare e qui sta il succo di tutto il suo discorso.

Anche per i movimenti di lotta di Bagnoli sembra sia venuto il momento delle contraddizioni. Una base sociale votante 5S che aspetta speranzosa qualcosa che neanche sa bene, che non risponde come prima alle sollecitazioni esterne ma appunto da non abbandonare.

Il tempo delle delusioni sembra prossimo a venire e delle lotte invece ci sarà sempre bisogno.

Fonte

15/10/2018

Sorrisi e Cazzari

di Alessandra Daniele

“La nostra è una scommessa. Ci riusciremo? Io spero di no” – Lapsus freudiano del ministro dell’Economia Giovanni Tria

La cosiddetta Manovra del Popolo che doveva abolire la povertà e istituire il Sorriso di Stato, come prevedibile si sta dimostrando una truffa, contabile e politica.

Per l’ennesima volta gli italiani si ritrovano ad aver comprato la Fontana di Trevi, e a questo giro da due pataccari diversi contemporaneamente, Salvini e Di Maio.

Delle mirabolanti promesse elettorali sono rimaste soltanto le etichette, appiccicate con lo sputo a pasticciati tentativi di mance elettorali.

Controlliamo le principali:

Reddito di cittadinanza
S’è trasformato in una specie di Carta Annonaria con la quale, forse fra sei mesi, sarà possibile solo acquistare beni di sopravvivenza. Se compri un cellulare, arriva la Finanza. Giusto per tenere le Fiamme Gialle lontane dagli evasori veri, per i quali è in arrivo il solito condono.

Abolizione della legge Fornero
S’è ridotta alla cosiddetta “Quota 100”, che per alcuni significherà andare in pensione più tardi, visto che saranno abolite le altre salvaguardie.

Flat Tax
S’è ristretta a uno sgravio fiscale per alcune partite IVA. Altri si troveranno a pagare di più.

Legge contro il conflitto di interessi
Sparita, e sostituita dalla solita spudorata lottizzazione della Rai.

Riconversione ecologica dell’Ilva 
Sparita. È stato applicato il piano Calenda.

Reintroduzione dell’articolo 18
Sparito.

Asili nido gratis
Spariti.

Abolizione delle accise
Sparita.

Internet a banda larga gratis
Sparito.

Abolizione degli studi di settore
Sparita.

Blocco TAV e TAP
Sparito.

Il governo Grilloverde è stato capace di tradire anche le promesse fatte dopo le elezioni, come l’annunciato decreto Di Maio per i diritti dei raider,  sparito nel nulla mentre Foodora lasciava l’Italia. O l’impegno solenne di Toninelli per la demolizione e ricostruzione celere del ponte Morandi, che invece ancora aspetta, spezzato in due come la città che univa.

Eppure, secondo gli standard cravattari dell’UE persino questa fetecchia di manovra è considerata sacrilega, e rende il governo Grilloverde meritevole di punizione esemplare per aver offeso i mercati, e i supermercati, minacciando la chiusura domenicale obbligatoria.

I pataccari quindi sperano di far saltare tutto dando la colpa all’Europa. È la fase uno della loro Exit Strategy per tornare a votare in primavera, rivincere con le stesse promesse irrealizzabili, e spostare anche tutto l’asse politico europeo in loro favore, facendo deragliare l’UE.

Con questa sfida fra cravattari e pataccari, classisti e razzisti, si sta ingloriosamente chiudendo la parabola dell’Europa unita.

L’unico sorriso sarà di schadenfreude.

Fonte

20/09/2018

Un governo così “compatto” che può anche “andare a casa”

Non è una nostra cattiveria, ma una dichiarazione fatta dal vicepremier nonché “capo politico” del movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, a Radio24 stamattina. La radio de IlSole24Ore, ossia di Confindustria, non un’emittente qualsiasi.

Per la precisione, Di Maio si è espresso così: “Questo è un governo compatto, che sta mettendo insieme le risorse, che ci sono, per mantenere le promesse fatte agli italiani perché il M5s non ha dimenticato le promesse fatte in campagna elettorale. Siccome i soldi ci sono le cose si possono realizzare: io ho detto che un governo serio trova le risorse, perché sennò è meglio tornare a casa, è inutile tirare a campare“.

Inizio e fine del discorso fanno a cazzotti, ma non ci sembra il caso di ironizzare sulla logica imperfetta, perché ci sembra in assoluto la prima volta in cui l’ipotesi di una caduta del governo fa capolino nei discorsi dei Cinque Stelle.

I problemi sono molti, e sempre i soliti. La discussione e le liti intorno alla legge di stabilità (l’ex legge finanziaria, quella che decide per il prossimo anno come graduare le spese dello Stato e le entrate fiscali) ogni anno riproduce gli stessi riti e identiche liti. Ogni partito di governo e gruppo di pressione interno spinge per soddisfare i propri sostenitori, finanziatori, elettori. Nessun “cambiamento”, in questo.

Il problema principale lo conoscono anche i sassi: tutte le promesse elettorali fatte da Lega e Cinque Stelle comportano spese incompatibili con i vincoli posti dall’Unione Europea. Questo è un dato oggettivo. Da questa contraddizione si può uscire solo in due modi: o infrangendo i trattati europei (con conseguente attacco della speculazione finanziaria, sanzioni della Commissione, stretta da parte della Bce, downgrading dei titoli di stato da parte delle agenzie di rating, ecc) o dimenticando le promesse.

Il governo grillin-leghista – è l’unica differenza rispetto a quelli precedenti, ma neanche troppo – sta ancora provando a navigare tra Scilla e Cariddi, forzando un po’ i limiti posti dai vincoli europei e depotenziando molto le promesse elettorali. Il ragionamento di entrambi i partiti di governo è semplice: almeno qualcosa di simbolico tocca darlo, altrimenti il consenso va a finire da qualche altra parte. Ma anche riducendo al minimo la portata di flat tax, reddito di cittadinanza e ritocchi alla legge Fornero, il costo eccede – e di molto – i confini posti dall’Unione Europea, che pretende riduzione del deficit e del debito pubblico.

Tradotto in slogan, bisogna perciò “trovare le coperture”. Nella testa di qualcuno c’erano ben 75 miliardi di “tagli di spesa” che potevano essere socialmente “indolori”, e avrebbero garantito un robusto – seppure non completo – mantenimento delle promesse.

Ma andando a vedere nel dettaglio si scopre che non è affatto così. Secondo i grillini si potevano recuperare 40 miliardi dalle tax expenditures, cioè di detrazioni, deduzioni e sconti fiscali. Quelle alle famiglie, ma anche alle cosiddette Sad (sussidi dannosi per l’ambiente), come le accise scontate sui carburanti per autotrasporto, pesca e agricoltura. Però per i grillini sarebbero da aumentare mentre per la Lega sarebbero da ridurre, e quindi probabilmente resteranno come sono (e 17 miliardi spariscono dalle “nuove risorse”).

Stesso discorso per i 30 miliardi di possibili tagli alla spesa pubblica, compresi i famosi “costi della politica” (massimo 1 miliardo, al di là delle chiacchiere). Per i Cinque Stelle potevano sparire sia i trasferimenti «improduttivi alle imprese» che il bonus da 80 euro di Renzi; che sarebbero stati compensati dalla riduzione delle tasse.

E infine, ma solo alla fine, un leggero aumento del deficit di bilancio (tra 10 e 15 miliardi l’anno, ossia tra lo 0,6 e lo 0.8% del Pil) che secondo il “garante dei conti” – Tria – è il massimo che si può ottenere dalla Commissione europea.

Se le prime due voci si sgonfiano, tecnicamente restano solo due possibilità l’aumento del deficit a livelli che la Ue non può accettare oppure l’aumento dell’Iva (altri 12,5 miliardi sarebbero serviti a sterilizzare gli aumenti automatici). Una misura che colpisce i consumi, specie nelle fasce più povere (un 2% in più sul prezzo di tutte le merci diventa un problema per chi ha i soldi contati, non certo per chi sta benone).

E lo stesso Tria ha confermato che questa ipotesi è tra quelle principali, allo studio nel ministero dell’economia. Per ora solo come extrema ratio per far fronte a due partiti che premono disperatamente per alzare la spesa senza disturbare troppo la Ue.

I “tre governi in uno”, al dunque, stanno tirando ognuno la corda nella propria direzione. E tra i tre sono i Cinque Stelle gli unici senza paracadute (la Lega ha in tasca l’accordo con Berlusconi, Meloni e cespuglietti vari; gli “europeisti” devono obbedire e basta a Bruxelles).

Si capisce, dunque, perché la possibile caduta del governo – se non saranno soddisfatte le poste di spesa sufficienti per realizzare almeno pezzi del programma grillino – faccia ora capolino tra le crepe di un esecutivo “assolutamente compatto”.

Fonte

19/05/2018

Contratto. Il terremoto dimenticato


Nell’ultima versione del contratto di governo tra Lega e Movimento Cinque Stelle (quella che, almeno secondo l’Ansa, sarebbe definitiva), a pagina 12 appaiono 100 parole (702 battute, spazi inclusi) sul terremoto.

Non ci sono cifre, non si sa quanti soldi hanno intenzione di impegnare sul tema, né si va troppo nel dettaglio.

Per punti, questo è il pensiero di Di Maio e Salvini sul tema:

– «Chiudere la fase dell’emergenza», che finirà ad agosto, come deciso dal governo Gentiloni;

– «Creare le condizioni per un rilancio economico delle aree colpite». Come? Non si sa. In teoria lo stavano facendo anche quelli di prima, con l’apertura di centri commerciali. La speranza è che questi qua abbiano idee diverse, ma onestamente non oso immaginare.

– «Semplificazione delle procedure, sia per le opere pubbliche che per la ricostruzione privata». E ci sta. D’altra parte è la stessa idea che ebbe Berlusconi a L’Aquila, con tutti i processi su criminalità e appalti che ne conseguirono.

– «Certezza nella disciplina generale contenuta nei decreti e nelle ordinanze». Che pure ci sta, come Monsieur Jacques de La Palice, che cinque minuti prima di morire era ancora vivo.

– «Modifiche da apportare al decreto». Saremmo tipo al quarto decreto terremoto, ogni volta annunciato come definitivo e ogni volta cambiato.

– «Maggiore coinvolgimento dei comuni, mediante il conferimento di maggiori poteri ai sindaci». Gli stessi sindaci che per urbanizzare le aree per le casette provvisorie ci hanno messo tra i nove e i dodici mesi, quelli.

La verità è che per ricostruire le aree distrutte dal sisma, prima di tutto bisogna volerlo, cosa che il governo Renzi prima e il governo Gentiloni dopo non sono mai stati in grado di garantire davvero; poi servono i soldi. Senza quelli non si va da nessuna parte. Ad esempio – seguitemi un attimo perché è complicato –, l’accordo fatto dalla Cassa depositi e prestiti con l’Associazione bancaria italiana il 7 novembre del 2016 prevede stanziamenti di 60 milioni di euro annui fino a un massimo di 1.5 miliardi. Una cifra che non basterà mai per coprire tutti i danni (stimati in 23.5 miliardi di euro, in totale). È uno degli effetti della Legge di stabilità del 2016.

Ecco, magari, se Movimento Cinque Stelle e Lega volessero davvero cambiare le politiche di gestione del post-sisma (e ce ne sarebbe un gran bisogno) farebbero bene a partire da qui, non da dieci righe scarse di proclami senza l’ombra di una cifra, di un conto economico, un’idea della spesa e dell’impegno che questo comporterebbe.

Nella discussione che ha portato al famigerato contratto di governo, con ogni probabilità, tutti quanti si erano scordati che sull’Appennino un paio d’anni fa c’è stato un brutto terremoto che ha distrutto tutto. Quando se ne sono accorti, Di Maio e Salvini in fretta e furia hanno buttato giù cento parole per mettere a tacere noi biechi radical chic, rosiconi e produttori seriali di fake news.

E va bene, anche se poi alla fine è sempre il solito discorso: non parlare del terremoto è una tragedia, parlarne così è una farsa.

Fonte

26/03/2018

Il prossimo governo? Solo promesse da rimangiare...

Non vi illudete, non ci sarà nulla da redistribuire.

Pausa di riflessione pasquale, in attesa delle consultazioni di Sergio Mattarella per formare il nuovo governo. Pivot di qualsiasi combinazione possibile sono ovviamente la Lega e i Cinque Stelle, i “vincitori” della disfida elettorale. Impensabile un governo senza loro due, molto difficile trovare la quadra per un governo con dentro entrambi.

Il nodo vero non sono le intenzioni e i “magheggi” di Salvini e Di Maio, ma quel che saranno costretti a fare, in totale contrapposizione con le promesse elettorali che li hanno portati in cima alla piramide. In estrema sintesi, Salvini ha giurato che “straccerà la Fornero” (la legge, ovviamente) e interverrà sul sistema fiscale applicando un flat tax, ovvero una tassa sostanzialmente uguale per tutte le fonti di reddito (salari, profitti, rendite finanziarie, ecc). Di Maio ha a sua volta garantito che abbatterà i “costi della politica” e introdurrà il reddito di cittadinanza.

Tralasciamo qui l’analisi puntuale di alcune di queste misure, che abbiamo già espresso in molte occasioni (una tassa uguale per tutti è un premio favoloso soltanto per i più ricchi, il reddito di cittadinanza grillino è in realtà un obbligo ad accettare qualsiasi lavoro, eliminare quasi del tutto i “costi della politica” significa consegnare i parlamentari completamente nudi alle “offerte” delle lobby, ecc) e concentriamoci invece sulla realizzabilità di queste misure all’interno del quadro istituzionale ed economico esistente.

Non c’è giornale mainstream che non ricordi i costi, in termini di spesa pubblica, di ognuna di queste proposte. L’unica che taglierebbe qualcosa sono “i vitalizi” e altre voci di contorno della busta paga di un parlamentare. Popolarissima in termini di consenso, ma risparmi solo per pochi spiccioli (qualche decina di milioni davanti a centinaia di miliardi).

Tutte le altre sono voci di spesa in espansione. Un’eresia contro cui è partito immediatamente il fuoco di sbarramento della Troika (Unione Europea, Bce, Fondo Monetario Internazionale).

L’ultimo bollettino della Bce, per esempio, esclude che si possa toccare la legge Fornero; anzi, consiglia caldamente una “riforma” ancora più drastica che allunghi ancora l’età pensionabile e, se necessario, riduca gli assegni pensionistici già in essere, abolendo subito la quattordicesima per le pensioni minime, appena istituita a fini elettorali.

Come ragiona la Bce? Come un ragioniere di lager, al solito. La premessa è che l’Europa sta invecchiando velocemente e questo inciderà pesantemente su due fronti: diminuiranno i posti di lavoro disponibili e la scarsità di giovani al lavoro abbasserà la produttività per unità di lavoro.

Non serve un premio Nobel per trovare i difetti di questa pseudo-argomentazione. I posti di lavoro vanno diminuendo a causa della prorompente avanzata dell’automazione nei processi produttivi, che elimina la necessità di braccia e menti umane sostituendoli con hardware e software (robot, insomma). Questo processo, comunque, aumenta e non diminuisce la produttività per unità di lavoro. Insomma, la Bce mente sapendo di mentire. A meno di non esaminare in quali posizioni lavorative verrà impiegata la gran parte dei giovani lavoratori che vengono assunti ora o lo saranno nel prossimo futuro. E’ ovvio che se – come in Italia – la quasi totalità dei nuovi posti di lavoro è nella ristorazione, alberghiero, grande distribuzione, logistica, assistenza alla persona, ecc. con alta precarietà contrattuale e bassissima intensità di capitale, la produttività media del sistema-paese non potrà che calare nonostante il progresso della cosiddetta “industria 4.0”

Non basta, naturalmente. Dice infatti la Bce: lavoratori costretti a restare al chiodo in età avanzatissima saranno mediamente assai meno in salute e quindi graveranno maggiormente sui costi della (residua) sanità pubblica. Quindi, conclude il ragioniere di Treblinka, bisogna riformare “seriamente la spesa pubblica” di tutti i paesi europei altrimenti non si riuscirà a mantenerla entro i parametri fissati dai trattati europei.

Un essere umano normale si preoccuperebbe di individuare dei parametri che consentano all’economia di far fronte alle necessità concrete dalla popolazione. A Francoforte si ragiona all’opposto: i parametri sono intoccabili, dunque sono le popolazioni a doversi adeguare, stringendo molto di più la cinghia.

Un ingenuo potrebbe dire: scusate, ma qui in ventidue anni abbiamo già fatto quattro o cinque riforme delle pensioni seguendo le vostre indicazioni (Dini, Maroni, Prodi, Fornero), com’è possibile che si debba ogni volta discutere di come tagliare un altro pezzo?

In effetti la Bce, specie sulla Fornero, ci ha detto e ci dice “bravi!”, aggiungendo anche un “ancora più avanti!”. Un ulteriore aumento dell’età pensionabile è per i banchieri centrali un obbligo fondamentale. Certo, chi come l’Italia l’ha già innalzata molto (67 anni, dal 2019) dovrà apportare modifiche minori su questo punto. Ma dovrà comunque porsi l’obiettivo di ridurre la spesa pensionistica, abbassando il livello degli assegni già erogati. Proprio come è stato imposto alla Grecia.

Messa così, i margini di manovra per attenuare gli effetti della Fornero sono praticamente nulli. E infatti l’espertone della Lega, Alberto Brambilla, ex sottosegretario al Lavoro nei governi Berlusconi 1 e 2 (2004-2005), estensore del capitolo pensioni nel programma elettorale della Lega, spiega con tono bellicoso dove andrà a prendere i soldi per ritoccare almeno in parte la riforma più odiata dai lavoratori italiani, specie in quei territori dove è più alta la concentrazione di dipendenti (il Nord, naturalmente). “La spesa previdenziale italiana è all’11% del Pil, non al 16: assolutamente sostenibile. Il resto è assistenza: qui spendiamo 100 miliardi all’anno, senza sapere dove vanno. Il nostro piano non è abolire la Fornero: toccare la previdenza è dinamite, guai a farlo. Ma di rivederla, questo sì. Permettendo a chi ha 35-36 anni di contributi e almeno 64 anni di età, oppure 41 anni e mezzo di contributi a prescindere dall’età di andare in pensione. Intervento chirurgico e fattibile: 50 miliardi in 10 anni. Che si coprono tagliando quell’assistenza che va ai falsi invalidi e a chi non se la merita, perché mente sui requisiti”.

Non è un mistero che il fenomeno dei falsi invalidi è prevalentemente concentrato nel Mezzogiorno, dunque la Lega da una parte non ha mai messo in programma una abolizione della Fornero, ma pensa di far comunque quadrare i conti abolendo grandi quota della spesa assistenziale (che, come ricordiamo sempre, è furbescamente addossata all’Inps, che dovrebbe occuparsi solo di previdenza). Insomma: trasferendo risorse – per quanto spesso immeritate – dal mezzogiorno al Nord. Altro che “nuovo partito nazionale”, la Lega è sempre quella vecchia, con giusto una spruzzata di razzismo in più...

Ma questo programma leghista sbatte pesantemente sul “blocco sociale” meridionale che ha rimpinzato di voti il M5S attendendosi – oltre che meno corruzione e qualche idea di sviluppo – anche qualche misura universale di sostegno al reddito. Dunque è un ostacolo non da poco, che costringerebbe uno dei due “promessi sposi” e perdere la faccia con il proprio elettorato sul punto principale che ha determinato il loro successo: le pensioni per la Lega, il reddito di cittadinanza per i grillini.

Il punto della spesa pensionistica ha già segnato uno dei passaggi più complicati dei rapporti recenti tra governi italiani e Commissione Europea, che ora ha varato un terribile rapporto sull’invecchiamento della popolazione (Ageing Report 2018)... per chiedere le stesse cose indicate dalla Bce.

Secondo la Commissione, infatti, la “gobba previdenziale” si avrà quando la generazione dei quarantenni attuali uscirà dal mercato del lavoro, facendola salire nel 2040 al 18,5% anziché al 16,3% come sostenuto dall’Italia. Un livello più alto di quello registrato nel 2015 ( 15,7%), e la cui previsione aveva giustificato tutte le riforme pensionistiche dal 1996 in poi.

Com’è possibile che si crei una nuova “gobba” dopo 20 anni di tagli sanguinosi per eliminarla? Nel modo più classico dell’economia, che dovrebbe tenere in considerazione – sempre – più parametri. La voce “pensioni” è una classica voce in uscita (nonostante si tratti solo di restituire a fine carriera quel che si è forzosamente accantonato, in contributi, in una vita di lavoro). Questa voce è in effetti diminuita, anche in prospettiva, ma è solo uno dei termini del rapporto debito/Pil. Il problema, soprattutto italiano, è che la spesa è scesa, sì, ma meno del prodotto interno lordo. Insomma, questo paese è e resta in crisi, non ha affatto recuperato le perdite subite nella crisi ormai decennale e soprattutto, le previsioni di crescita per gli anni a venire sono molto più basse di quelle inventate da Renzi e Gentiloni. Secondo la Commissione la crescita del Pil sarà dello 0,7% in media nei prossimi anni, anziché all’1,2% stimato dalla Ragioneria dello Stato; inoltre diminuirà di un terzo il contributo degli immigrati regolari (anche di più, applicando le “ricette” della Lega), occupazione e produttività resteranno asfittiche, l’invecchiamento della popolazione diventerà più grave e il ricambio generazionale continuamente rinviato.

E’ necessario far osservare al lettore che questa triste situazione italiana è dovuta – oltre che alla crisi globale – all’applicazione ferrea di tutti i diktat imposti negli anni passati proprio dalla Commissione. L’austerità ha falcidiato redditi e diritti, comprimendo i consumi interni e dunque la stessa crescita economica (le esportazioni, da sole, non bastano; specie in una congiuntura di incremento della competizione internazionale che si applica proprio sul terreno delle esportazioni); i giovani, pur diminuendo di numero, non hanno lo stesso trovato sbocchi lavorativi e molti hanno dovuto emigrare; il lavoro ha perso il valore e peso dei contributi previdenziali (nei contratti precari, spesso, non sono neanche previsti per via degli innumerevoli “incentivi alle imprese”).

Invece di prendere atto del fallimento completo di una strategia economica, Bce-Ue-Fmi pretendono una maggiore dose della stessa medicina. Secondo il noto principio della tossicodipendenza...

In realtà, l’austerità ha rappresentato finora un meccanismo di redistribuzione della ricchezza e delle filiere produttive interne all’Unione Europea, in particolare tra i paesi della zona euro (la moneta comune è uno strumento potentissimo di disciplinamento dei vari Stati, basta ricordare i bancomat chiusi nella Grecia che votava per il referendum). Tutta a favore dei paesi del Nord e del capitale multinazionale, soprattutto finanziario (i padroni dello spread).

L’attuale Parlamento italiano dovrà ora esprimere un governo con almeno una delle due forze teoricamente euroscettiche, che hanno platealmente cavalcato il malessere della maggioranza della popolazione (oltre il 55%, se calcoliamo anche Fratelli d’Italia e i voti di forze rimaste sotto la soglia di sbarramento).

La prova del fuoco non è tanto nella capacità o meno di mettere in piedi un esecutivo (Salvini e Di Maio sono disponibili a qualsiasi compromesso, e si vede). Sta nel dover rispettare il “vincolo esterno” (Unione Europea e “mercati”) facendo finta di metterlo in discussione.

Un po’ di numero aiutano a capire. Soltanto per tenere botta nel 2018 bisognerà varare una manovra da 30 miliardi: 12,4 per impedire che scatti l’aumento dell’Iva (come previsto dalla clausola di salvaguardia), 12 di minori spese per far scendere il deficit pubblico allo 0,9% (come da impegni presi con la Ue), il resto per coprire gli aumenti (miseri e già revocati) previsti dai contratti del pubblico impiego e infine per le spese incomprimibili (quelle militari devono aumentare, dice la Nato e la Ue).

Secondo voi è possibile “cancellare la Fornero” e istituire il reddito di cittadinanza, aiutare le imprese e la popolazione, rilanciare l’industria e migliorare i servizi pubblici, ecc. senza rompere il cerchio d’acciaio stretto dai trattati europei?

Secondo voi, Lega e M5S sono in grado – o vogliono – percorrere questa strada?

Secondo noi, assolutamente no.

Fonte

18/01/2018

Il cuore (schivato) della campagna elettorale: l’Unione Europea

Sarà una pessima campagna elettorale, come al solito e più del solito. Tutti i partecipanti “di palazzo” sanno infatti benissimo che il nuovo governo dovrà farsi carico di durissime manovre lacrime e sangue già da maggio. E che la scrittura della “legge di stabilità” per l’anno venturo dovrà tener conto dell’entrata in vigore – come normale “legge comunitaria” – del Fiscal Compact.

Per i non addetti ai lavori: questo trattato, fin qui solo “intergovernativo” e dunque applicato con una trattativa ad hoc ogni anno (la famosa “flessibilità” da conquistarsi a Bruxelles), diventerà un automatismo ragionieristico qualsiasi. In pratica, un gruppo di tecnocrati europei esaminerà la gestione dei conti pubblici nazionali ed emanerà il suo parere vincolante sui correttivi da apportare. Sia sul saldo finale (quanti soldi in più dovranno essere trovati dal governo), sia sul merito del contendere (non è un mistero che l’Unione Europea consiglia di tagliare soprattutto su pensioni, welfare, sanità e istruzione, più privatizzazioni del patrimonio pubblico, che sono anche le voci più consistenti del bilancio; insieme alla difesa, che viene invece incentivata).

In pratica, bisognerà destinare circa 50 miliardi l’anno alla riduzione del debito. Per quanto? Venti anni. Se alla fine saremo ancora vivi, come paese, verremo dichiarati “guariti dalla malattia del debito pubblico”. Gli economisti più sensati lo considerano impossibile, ma a Bruxelles (e soprattutto a Berlino) si sa bene che la nostra morte (economica e finanziaria) è la loro vita. Non c’è più posto per tutti; o perlomeno il benessere non può esistere per tutti, in questo sistema...

Sapendo questo, i partiti si guardano dal discutere in pubblico di Unione Europea, moneta unica e altri vincoli mortiferi. Sarebbe un guaio in ogni caso, sia urlando “viva l’Europa!”, sia sollevando critiche troppo aspre. Nel primo caso allontanerebbero gli elettori, nel secondo i ben più determinati e informati “mercati finanziari”.

Dunque tacciono e si sbracciano nel cercare di vendere la poca mercanzia di cui dispongono: le promesse. Ogni giorno più iperboliche, fantasiose, minimaliste o pantagrueliche (come giudicate quel Luigi Di Maio che promette 1.950 euro al mese a ogni famiglia di quattro persone al di sotto di quel reddito?).

Per il resto, chiacchiere e distintivo.

Gli ricordano invece ogni giorno quei vincoli e quel tema i media mainstream, preoccupati soprattutto della possibile reazione anticipata dei “mercati” davanti a un panorama politico egemonizzato dagli “euroscettici”, per ora individuati grottescamente nella Lega e nei Cinque Stelle. E infatti queste due formazioni non parlano più di Unione Europea, se non nei termini vaghissimi dei principi, dei valori, degli auspici, delle “riforme dei trattati”.

Ieri due quotidiani assai diversi tra loro – il super competente Sole24Ore e il popolaresco Il Giorno – hanno descritto chiaramente la materia del contendere. Il primo lamenta la pochezza di “politici” che fanno finta di non vedere il problema, il secondo – fiutando l’euroscetticismo di massa in agguato – bastona i burocrati di Bruxelles che riescono ad ottenere, politicamente, sempre il contrario di quel che vorrebbero. In pratica, il primo lancia l’allarme immediato, il secondo raccomanda di lanciarlo solo dopo le elezioni, per non pregiudicarne l’auspicato risultato (un governo di larghe intese o “del presidente”).

Comprensibile che a giocare questo ruolo – tra l’ambiguo e l’ignaro – rispetto alla questione centrale siano i partiti del regime, opposizione grillina compresa (la “normalizzazione” affidata a Di Maio è un segnale chiarissimo di resa incondizionata al potere dei “mercati”). Completamente assurdo che lo faccia chi questo sistema dice di voler ribaltare. Nell’Unione Europea non c’è spazio per battaglie politiche, “riscrittura di trattati”, ecc. A meno che l’iniziativa non sia presa dai poteri egemoni (“l’asse franco-tedesco”, sempre più squilibrato verso Berlino). I trattati, più semplicemente, non possono essere cambiati se non all’unanimità; basta che un paese – magari forte come la Germania o la Francia – si opponga e nulla può mutare. Di conseguenza, chi dice in campagna elettorale “andremo a Bruxelles, batteremo i pugni sul tavolo, cambieremo i trattati” sta vendendo fumo.

Non a caso lo dicono tutti, ma proprio tutti, gli “schieramenti” che si presentano alle elezioni. L’eccezione è rappresentata dalla sola Emma Bonino e i suoi quattro pretendenti a un seggio (+Europa).

L’Unione Europea è il tema centrale della campagna elettorale perché è il potere che governa l’Europa, mentre i governi nazionali – specie quelli dei paesi deboli o indebitati come l’Italia – possono fare scelte minime entro binari molto rigidi.

Per questo ha fatto benissimo Potere al Popolo a mettere come punto di programma la rottura dell’Unione Europea dei trattati. Non si tratta infatti di uno slogan ideologico, ma della banale concretezza dei fatti: se la riforma non è possibile, non ci sono altre soluzioni che la rottura. E’ difficile, stanti gli attuali rapporti di forza? Certamente. E siamo in campo per cambiarli. Proprio per poterli cambiare è allora necessario indicare con molta chiarezza, senza giri di parole, l’obiettivo verso cui è necessario camminare. Ricordando – per chi ha paura delle parole – che l’“Unione Europea” non è l’Europa (un continente e una cultura millenaria), ma una costruzione semi-statale fatta di trattati costitutivi e strumenti di coercizione (soprattutto economico-finanziari).

Abbiamo scritto più volte che la sfida più importante che sta affrontando Potere al Popolo è impedire che il morto afferri il vivo. E nel “morto”, lo diciamo da sempre, c’è l’illusione che un governo un po’ meno complice o arrendevole di quelli visti fin qui possa ottenere, nell’Unione Europea, risultati molto diversi.

Saremo monotoni, ma – in proposito – consigliamo spesso di rileggere la fulminante testimonianza di Yanis Varoufakis, che per sei mesi scarsi ha avuto modo di conoscere dall’interno il funzionamento dell’Eurogruppo, a contatto con Wolfgang Schaeuble. Uno che, insomma, a “riformare” i trattati ci ha pure provato. Uscendone sconfitto e sconfessato dall’ex “compagno Tsipras”.

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Il Paese davanti alle sfide europee

driana Cerretelli - da IlSole24Ore

Soprattutto quando l’esito della partita si annuncia molto incerto, le campagne elettorali vivono la folle kermesse delle più varie e acrobatiche promesse, poi quasi sempre disattese. In Italia però questa volta confusione, contraddizioni, spregiudicatezza e scarso realismo su euro, tasse, pensioni e spese varie da parte di troppi candidati protagonisti hanno sconcertato e allarmato l’Europa. Se ieri il socialista francese Pierre Moscovici, il commissario Ue agli Affari economici che distribuisce le pagelle di stabilità più o meno flessibile ai Paesi del club, ha suonato l’allarme parlando di “rischio politico” per l’Unione, non è stato per indebita intrusione nella mischia nostrana ma per legittima preoccupazione di salvaguardare la stabilità dentro le mura della casa europea che è sostenuta anche da muri italiani.

Naturalmente nessuno può impedire a nessuno di sognare nuove praterie verdi né di promettere licenze di deficit, debito e spesa fuori dai criteri di Maastricht, patto di stabilità e fiscal compact. Inevitabilmente però deve anche incassare i timori dei partner seduti sulla sua stessa barca. E deve anche spiegare ai cittadini-elettori-contribuenti rischi e prezzo da pagare se, in piena libertà, faranno una scelta dirompente. I rischi che l’Italia potrebbe correre sono molteplici. Non sono solo quelli ovvi di instabilità economica e finanziaria e relativi attacchi speculativi con un debito al 133% del Pil che si stabilizza ma non cala, con la politica monetaria accomodante della Bce prossima a una graduale ritirata, la prospettiva del rialzo dei tassi di interesse e di un più problematico collocamento dei Titoli del Tesoro, con un sistema bancario che migliora un po’ ma resta fragile, con la crescita che riparte ma resta la più modesta in un’eurozona effervescente.

I rischi ancora più insidiosi sono politici: nascerebbero dalla sempre più profonda divaricazione dell’Italia, terza economia dell’euro, dal resto del convoglio, dalla lenta deriva verso un auto-isolamento di fatto, in mancanza di sponde europee.

Il decennio della grande crisi finanziaria e recessiva, dell’euro-rigore anche scriteriato è alle spalle. Per la prima volta tutti i Paesi euro crescono. Quelli della fascia Sud, a suo tempo commissariati in cambio degli aiuti europei, sono oggi tra i più dinamici. Non c’è solo la clamorosa success-story del Portogallo. Tutti sono in forte ripresa: Spagna (pur malata della questione catalana), Cipro e Grecia. L’Irlanda ha ritrovato il suo miracolo tanto da aspirare oggi alla presidenza della Bce nel 2019, quando scadrà Mario Draghi.

La Francia corre e per la prima volta in 10 anni vede il deficit sotto il 3%: dimostra così a Berlino la credibilità dell’impegno del presidente Emmanuel Macron di rispettare le regole di bilancio Ue, premessa indispensabile per un accordo con il cancelliere tedesco su un’ambiziosa riforma dell’eurozona. E per non perdere troppo il passo con la Germania, tornata indiscussa locomotiva dell’area, con produzione industriale, export e surplus commerciale alle stelle, mentre l’attivo del bilancio pubblico è una costante ormai da tre anni.

Le crescenti virtù degli altri mettono l’Italia sotto pressione: perché in un’unione monetaria le divergenze economiche alla lunga sono insostenibili e perché oggi si incrociano con il dinamismo altrui che ne favorisce la convergenza e quindi la coesione anche politica.

Se alla fine Angela Merkel riuscirà a fare un nuovo Governo di grande coalizione con i socialdemocratici su un programma mirato anche alla rifondazione dell’Unione, l’intesa franco-tedesca diventerà il traino dell’avventura. Che si vuole però selettiva, tarata sul modello multi-speed: integrazioni più avanzate con chi ci sta ma ha anche le carte in regola. Naturalmente né l’Europa dei 27 né l’eurozona dei 19 condividono le stesse ambizioni. Qualsiasi riforma, anche a Trattati costanti, sarà dunque frutto di un travaglio difficile.

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L’effetto opposto

Se è vero che delle specie animali quella umana è l’unica che non impara mai nulla dai propri errori, verissimo è che tra i diversi tipi della specie umana svetta per perseveranza la sottospecie dei tecnocrati europei

Andrea Cangini da Il Giorno

Se è vero che delle specie animali quella umana è l’unica che non impara mai nulla dai propri errori, verissimo è che tra i diversi tipi della specie umana svetta per perseveranza la sottospecie dei tecnocrati europei. E più in generale l’establishment globale. L’abbiamo visto con Donald Trump negli Stati Uniti, con Brexit nel Regno Unito, con Mateusz Morawiecki in Polonia, con Heinz Christian Strache in Austria… C’è persino mancato poco che, a furia di dipingerla come il diavolo, una come Marine Le Pen diventasse presidente della Repubblica francese. No, con tutta evidenza la demonizzazione non paga. Anzi, secondo l’antica regola dell’eterogenesi dei fini, tende a produrre effetti opposti a quelli auspicati. E si capisce. Il sentimento di ostilità nei confronti delle istituzioni europee non è frutto di un pregiudizio, ma è figlio dell’esperienza storica. Non c’è stata crisi politica, economica o sociale che abbia visto la cosiddetta Europa accreditarsi come possibile soluzione. A

A torto o a ragione, la percezione è stata opposta: se le cose vanno di male in peggio è colpa dell’Europa. Non è del tutto vero, non è del tutto falso. Ma è questo, ormai, il sentimento diffuso. Poi, certo. l’esperienza storica ci ha anche insegnato che chi promette la rivoluzione di regola bluffa, o quantomeno si illude. L’abbiamo visto con Tsipras in Grecia, con Hollande in Francia, con Farage nel Regno Unito, con Puigdemont in Catalogna… I cambiamenti politici richiedono tempi lunghi e, nell’era della globalizzazione, vaste alleanze internazionali. Chiaro è che i Salvini e i Di Maio ci marciano. Chiarissimo è che se mai avessero qualche chance di diventare maggioranza nel Paese ciò potrebbe avvenire solo grazie agli strali politicamente corretti levati dai tecnocrati europei come è accaduto ieri.

Fonte

18/11/2016

Referendum. Il disincanto sulla “fuffa” inchioda Renzi

Nel paese in cui l’effetto annuncio ha avuto talvolta fortune esagerate sul piano elettorale (vi ricordate Berlusconi sull’abolizione dell’ICI?), questa volta l’operazione non sembra funzionare. Un impietoso articolo uscito su un giornale piuttosto collaterale al governo (La Stampa), analizza come i disperati tentativi di Renzi di recuperare consensi al Si nel referendum attraverso promesse ripetute e mirabolanti, non abbia inciso sugli orientamenti dell’opinione pubblica.

E’ quasi inevitabile andare con il pensiero ai comizi dell’on. Cetto La Qualunque e alle sue improbabili promesse elettorali. Ma la situazione invece è seria e segnala come il disincanto della società stia creando una sorta di “impermeabilizzazione” rispetto alla strumentazione classica della “politica”. Una novità per molti aspetti confortante, per altri aspetti da studiare attentamente per verificare, al contrario, come tale presa di distanze possa risultare invece fragile verso messaggi più reazionari e immediati come le campagne della destra contro gli immigrati, i campi rom etc.

Il fatto che il promessificio non sia più credibile, priva i demagoghi dell’establishment di molte armi, ma non neutralizza automaticamente quel “sovversivismo delle classi dominanti” oggi sollecitato alla grande da esperienze come quella statunitense e ispirato neanche troppo velatamente dalla Germania e dall'Unione Europea.

Nella disperata battaglia di Renzi per far salire la sua quota di consensi, appare decisamente interessante verificare l’inefficacia del suo modello di imbonitore. Lasciamo parlare l’articolo de La Stampa: “Più Renzi spingeva l’acceleratore di provvedimenti gratificanti per milioni di cittadini e più i sondaggi restavano fermi. Le pensioni e le quattordicesime a più di due milioni di pensionati? L’'effetto sui sondaggi non è stato apprezzabile. La riduzione dei balzelli di Equitalia? L’effetto sui sondaggi, se c’è stato, non ha avuto un effetto evidente. La riduzione del canone Rai per milioni di italiani? I bonus? Lo spostamento del dibattito referendario dal plebiscito al merito? Gli effetti, se ci sono stati, non risultano quantificabili” scrive Fabio Martini nel suo articolo.

Insomma una debacle su tutto il fronte del promettibile. Viene da chiedersi come mai Renzi non sia ritenuto credibile su questioni di pancia che pure declinate da altri (dal M5S alla Lega) hanno avuto consensi. Per un verso pesa sicuramente il personaggio e l’immagine che si è costruito. La gente comune non è fatta di scienziati politici ma da persone abituate a fare i conti con la realtà, e quindi spesso capisce subito chi gli sta rifilando una fregatura da chi gli propone un prodotto attendibile. Certo ci sono anche quelli che girano per i caseggiati a rifilare agli anziani contratti-fregatura per luce, gas, telefoni o servizi vari in nome del mercato libero. Ma il tam tam ha creato ormai reti di salvaguardia informali che li respingono alla porta, più o meno bruscamente.

In secondo luogo, una volta funzionava anche l’effetto psicologico del prestigio internazionale o del sostegno di Vip, artisti e personalità famose. Ma nel caso di Renzi neanche questa carta (uscita stracciata dalle elezioni statunitensi) sembra funzionare. Il ricevimento e il sostegno ricevuto da Obama? Niente. L’endorsment di Benigni? Niente. Il sostegno al Si della Confindustria e delle banche? La Brexit insegna che è stato un boomerang. Le minacce del governo tedesco contro i rischi della vittoria del NO? Peggio ancora. Se vince il NO si alza lo spread (gioia e delizia degli anni scorsi)? Pazienza, abbiamo imparato a convivere con il terremoto, conviveremo anche con lo spread. Almeno fino a quando non ripudieremo definitivamente il ricatto del debito pubblico in mano a banche, assicurazioni e fondi di investimento che si sono arricchiti con il massacro sociale delle popolazioni.

L’ultima carta che Renzi sta giocando è la più disperata e pericolosa. Nel paese che era il più europeista d’Europa, dove ogni porcheria è stata fatta e va attuata perché “ce lo chiede l’Europa”, Renzi si è buttato sull’antieuropeismo perché da tempo il senso comune della gente ha compreso che nel rapporto tra costi e benefici, l’Unione Europea e l’euro ci sono costati molto di più dei vantaggi che hanno portato. “Impegnato nella battaglia della vita, quella del referendum costituzionale voluto dal governo. Dopo due anni e mezzo di ottimismo a getto quotidiano, il presidente del Consiglio ha deciso di riconvertire almeno una parte del suo messaggio positivo in chiave rivendicativa. Antagonista. Contro un nemico: l’Europa egoista e burocratica” sottolinea La Stampa.

Difficile pensare che Renzi si voglia aggregare alla campagna della Piattaforma Sociale Eurostop. Piuttosto sta scherzando con il fuoco. A Bruxelles, si sa che sono molto permalosi. Il povero Berlusconi è stato tolto di mezzo e sostituito da Monti senza neanche passare per le urne. Come Renzi del resto. Forse stanno pensando già ad una carta di ricambio. Magari meno incline alla “fuffa” e più incline al dispotismo tecnocratico ispirato dall’ordoliberismo tedesco che conforma ritmi, priorità, strutture e ideologia dell’Unione Europea.

Qui sotto riproduciamo l’articolo di Fabio Martini su La Stampa del 17/11/2016

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L’Europa «cattiva», tra tante rughe, ha mostrato il suo volto buono: ha inaspettatamente promosso le spese eccezionali per terremoto e migranti. Ma il presidente del Consiglio ha continuato a tenere il punto. Come se non fosse accaduto. Perché da due giorni Bruxelles è stata «promossa» a nemico stabile. Quanto durerà nessun lo sa, ma si tratta di una novità nella politica europea dell’Italia e soprattutto è una svolta nella strategia comunicativa di Matteo Renzi.

Impegnato nella battaglia della vita, quella del referendum costituzionale voluto dal governo. Dopo due anni e mezzo di ottimismo a getto quotidiano, il presidente del Consiglio ha deciso di riconvertire almeno una parte del suo messaggio positivo in chiave rivendicativa. Antagonista.

Contro un nemico: l’Europa egoista e burocratica. Certo, già lo aveva fatto nel passato, con accenti di verità e con scossoni salutari, vista la progressiva eclissi della dottrina dell’austerità. Ma stavolta il duello con Bruxelles è diverso perchè nelle settimane scorse si è silenziosamente consumato quello a palazzo Chigi qualcuno ha ribattezzato “l’ottobre nero”. Matteo Renzi vive di adrenalina e non usa espressioni così pessimistiche, eppure ha assistito con un crescendo di «sorpresa» ad un fenomeno dai tratti quasi misteriosi, che si è stratificato nelle ultime settimane. Più Renzi spingeva l’acceleratore di provvedimenti gratificanti per milioni di cittadini e più i sondaggi restavano fermi. Le pensioni e le quattordicesime a più di due milioni di pensionati? L’'effetto sui sondaggi non è stato apprezzabile. La riduzione dei balzelli di Equitalia? L’effetto sui sondaggi, se c’è stato, non ha avuto un effetto evidente. La riduzione del canone Rai per milioni di italiani? I bonus? Lo spostamento del dibattito referendario dal plebiscito al merito? Gli effetti, se ci sono stati, non risultano quantificabili. Per non parlare dell’ accoglienza regale tributata a Renzi alla Casa Bianca. Un “ottobre nero” ma anche un novembre che a metà mese non ha aperto spiragli: ieri sera, Renzi è stato aggiornato sui sondaggi più attendibili e per il momento il buon vantaggio del No (tra 4 e 8 punti, secondo gli istituti) resta invariato, anche se ancora “scalabile”.

Dopo due mesi di campagna elettorale è come se l’emittente dei messaggi si fosse opacizzata, è come se l’efficacia della narrazione renziana e del suo artefice avessero perso mordente e credibilità. La causa è una “overdose” da ottimismo esasperato? O una diffusa corrente di «antipatia» verso Renzi, come ipotizzato da un amico come Oscar Farinetti? In attesa di risposte concrete dalle urne del referendum, per provare ad invertire la rotta, due giorni fa Renzi ha maturato la decisione – covata per settimane – di convertire una parte dei messaggi positivi in chiave rivendicativa. Contro un nemico: l’Europa egoista e burocratica. E d’altra parte nella “narrazione” renziana i nemici hanno sempre avuto un ruolo da protagonisti. Renzi ha usato per la prima volta l’espressione «gufi» il 12 marzo 2014, quando era presidente del Consiglio da appena 19 giorni, era saldissimo e nessuno lo insidiava. Ora tocca di nuovo all’Europa incarnare il ruolo di capro espiatorio.

Il “numero” di due giorni fa sul (futuribile) veto al bilancio comunitario dimostra che il presidente del Consiglio ne vuole fare un cavallo di battaglia nel rush finale della campagna referendaria. Come conferma la (non) reazione di Renzi alla decisione di ieri della Commissione europea che ha promosso le spese eccezionali per terremoto e migranti, compreso il via libera per le scuole tante volte evocate dal capo del governo come prova della cattiva volontà degli euroburocrati. Dunque, l’Europa “cattiva” ha mostrato il suo volto buono, ma Renzi non ha “ringraziato”, lasciando a Padoan il compito di compiacersi pubblicamente.

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