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giovedì 20 settembre 2018

Un governo così “compatto” che può anche “andare a casa”

Non è una nostra cattiveria, ma una dichiarazione fatta dal vicepremier nonché “capo politico” del movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, a Radio24 stamattina. La radio de IlSole24Ore, ossia di Confindustria, non un’emittente qualsiasi.

Per la precisione, Di Maio si è espresso così: “Questo è un governo compatto, che sta mettendo insieme le risorse, che ci sono, per mantenere le promesse fatte agli italiani perché il M5s non ha dimenticato le promesse fatte in campagna elettorale. Siccome i soldi ci sono le cose si possono realizzare: io ho detto che un governo serio trova le risorse, perché sennò è meglio tornare a casa, è inutile tirare a campare“.

Inizio e fine del discorso fanno a cazzotti, ma non ci sembra il caso di ironizzare sulla logica imperfetta, perché ci sembra in assoluto la prima volta in cui l’ipotesi di una caduta del governo fa capolino nei discorsi dei Cinque Stelle.

I problemi sono molti, e sempre i soliti. La discussione e le liti intorno alla legge di stabilità (l’ex legge finanziaria, quella che decide per il prossimo anno come graduare le spese dello Stato e le entrate fiscali) ogni anno riproduce gli stessi riti e identiche liti. Ogni partito di governo e gruppo di pressione interno spinge per soddisfare i propri sostenitori, finanziatori, elettori. Nessun “cambiamento”, in questo.

Il problema principale lo conoscono anche i sassi: tutte le promesse elettorali fatte da Lega e Cinque Stelle comportano spese incompatibili con i vincoli posti dall’Unione Europea. Questo è un dato oggettivo. Da questa contraddizione si può uscire solo in due modi: o infrangendo i trattati europei (con conseguente attacco della speculazione finanziaria, sanzioni della Commissione, stretta da parte della Bce, downgrading dei titoli di stato da parte delle agenzie di rating, ecc) o dimenticando le promesse.

Il governo grillin-leghista – è l’unica differenza rispetto a quelli precedenti, ma neanche troppo – sta ancora provando a navigare tra Scilla e Cariddi, forzando un po’ i limiti posti dai vincoli europei e depotenziando molto le promesse elettorali. Il ragionamento di entrambi i partiti di governo è semplice: almeno qualcosa di simbolico tocca darlo, altrimenti il consenso va a finire da qualche altra parte. Ma anche riducendo al minimo la portata di flat tax, reddito di cittadinanza e ritocchi alla legge Fornero, il costo eccede – e di molto – i confini posti dall’Unione Europea, che pretende riduzione del deficit e del debito pubblico.

Tradotto in slogan, bisogna perciò “trovare le coperture”. Nella testa di qualcuno c’erano ben 75 miliardi di “tagli di spesa” che potevano essere socialmente “indolori”, e avrebbero garantito un robusto – seppure non completo – mantenimento delle promesse.

Ma andando a vedere nel dettaglio si scopre che non è affatto così. Secondo i grillini si potevano recuperare 40 miliardi dalle tax expenditures, cioè di detrazioni, deduzioni e sconti fiscali. Quelle alle famiglie, ma anche alle cosiddette Sad (sussidi dannosi per l’ambiente), come le accise scontate sui carburanti per autotrasporto, pesca e agricoltura. Però per i grillini sarebbero da aumentare mentre per la Lega sarebbero da ridurre, e quindi probabilmente resteranno come sono (e 17 miliardi spariscono dalle “nuove risorse”).

Stesso discorso per i 30 miliardi di possibili tagli alla spesa pubblica, compresi i famosi “costi della politica” (massimo 1 miliardo, al di là delle chiacchiere). Per i Cinque Stelle potevano sparire sia i trasferimenti «improduttivi alle imprese» che il bonus da 80 euro di Renzi; che sarebbero stati compensati dalla riduzione delle tasse.

E infine, ma solo alla fine, un leggero aumento del deficit di bilancio (tra 10 e 15 miliardi l’anno, ossia tra lo 0,6 e lo 0.8% del Pil) che secondo il “garante dei conti” – Tria – è il massimo che si può ottenere dalla Commissione europea.

Se le prime due voci si sgonfiano, tecnicamente restano solo due possibilità l’aumento del deficit a livelli che la Ue non può accettare oppure l’aumento dell’Iva (altri 12,5 miliardi sarebbero serviti a sterilizzare gli aumenti automatici). Una misura che colpisce i consumi, specie nelle fasce più povere (un 2% in più sul prezzo di tutte le merci diventa un problema per chi ha i soldi contati, non certo per chi sta benone).

E lo stesso Tria ha confermato che questa ipotesi è tra quelle principali, allo studio nel ministero dell’economia. Per ora solo come extrema ratio per far fronte a due partiti che premono disperatamente per alzare la spesa senza disturbare troppo la Ue.

I “tre governi in uno”, al dunque, stanno tirando ognuno la corda nella propria direzione. E tra i tre sono i Cinque Stelle gli unici senza paracadute (la Lega ha in tasca l’accordo con Berlusconi, Meloni e cespuglietti vari; gli “europeisti” devono obbedire e basta a Bruxelles).

Si capisce, dunque, perché la possibile caduta del governo – se non saranno soddisfatte le poste di spesa sufficienti per realizzare almeno pezzi del programma grillino – faccia ora capolino tra le crepe di un esecutivo “assolutamente compatto”.

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