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venerdì 21 settembre 2018

Il centrodestra mette un’opa sul governo


Il governo è così “compatto” che si prepara ad affrontare le prossime elezioni (regionali ed europee sono quelle certe, per ora) fermamente diviso. Il centrodestra si è nuovamente unito sotto la leadership di Salvini, con Berlusconi e Meloni ridotti a paggetti che devono portare la loro dotazione di voti (tra il 10 e il 12%, secondo l’ultimo sondaggio Swg) per cercare di superare la soglia che garantisce la maggioranza assoluta dei parlamentari. Alle politiche, naturalmente. In teoria tra quasi cinque anni...

Il vertice di ieri ha risolto molte delle poche ruggini esistenti tra i tre componenti del centrodestra. E del resto lo scarto nei consensi elettorali attesi, tra la Lega e gli altri, è così ampio da ridurre a zero qualsiasi ipotesi di vera “contrattazione”.

La prova empirica si sta per avere già stamattina, con il nuovo tentativo di issare Marcello Foa alla presidenza della Rai. Forza Italia, contraria alla prima prova, dovrebbe ora garantire un voto favorevole. Avere una Rai a trazione leghista è indubbiamente un vantaggio enorme per Salvini, mentre per i Cinque Stelle – che pure voteranno a favore, come la prima volta – sarebbe un disastro sul lungo periodo, oltretutto preparato con le proprie mani.

Ufficialmente la ritrovata unità del centrodestra ha un raggio d’azione limitato (alcune nomine, elezioni regionali e altre locali), ma già la nota ufficiale stesa a fine incontro da Giorgetti segnala la preoccupazione di “rassicurare” l’alleato di governo: “Il governo Lega-5Stelle lavorerà, e bene, per tutti i cinque anni previsti, rispettando punto per punto il contratto di governo e la voglia di cambiamento degli Italiani”.

Formalmente non fa una grinza, ma è solare il contrasto tra un’alleanza su tutto (come centrodestra) e un’altra di governo tenuta insieme soltanto da un “contratto”. Sul piano politico l’intesa di ieri rafforza le pretese della Lega dentro il governo, perché diventa la “carta di riserva” in caso di contrasti insanabili sulla legge di stabilità; a cominciare, per esempio dalla platea ammissibile per il reddito di cittadinanza, su cui la Lega già spara il suo slogan per fessi: “solo agli italiani”... Tanto che Di Maio si è affrettato a farlo suo (“Con le migrazioni irregolari non si può non restringere la platea”).

In realtà la partita si gioca sulla proporzione di quanto verrà “portato a casa” per poter dire – prima di qualsiasi altra elezione – “qualcosa abbiamo fatto, tutto e subito non era possibile, ecc”. Già ora si può notare che la bilancia è pesantemente spostata a favore dei temi leghisti, che hanno avuto grande visibilità e dunque popolarità, perché “a costo zero” (blocco delle navi, decreto migranti in preparazione, taser ai poliziotti, sgomberi violenti a gogò, armi a volontà ai privati, ecc).

Sui provvedimenti che costano, invece, il “terzo polo” del governo – rappresentato dal ministro Tria – ha l’ultima parola, ed è evidente che non molto potrà essere conseguito davvero. Solo per dirne una di oggi: la promessa di tagliare le accise sui carburanti (una risale addirittura al terremoto di Messina, oltre un secolo fa!) è praticamente irrealizzabile, tanto le compagnie petrolifere hanno già programmato gli aumenti a partire dal primo gennaio. Il massimo che questo governo potrà fare, dunque, è cancellare questi aumenti già previsti.

Come scriviamo dal varo di questo governo, i grillini sono destinati alla parte del vaso di coccio. E ogni giorno che passa si nota di più...

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