Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/02/2026
Per il Capitale “siamo tutti palestinesi”
È stato approvato nei giorni scorsi il decreto Omnibus, contenente, tra gli altri, norme sul lavoro. Uno potrebbe dire: “buona la flat tax su festivi, notturni e indennità di turno”. Così potrebbe essere, come la “partecipazione dei lavoratori ai profitti delle aziende” decisa lo scorso anno.
Poi però, siccome sono malizioso, vado a vedere cosa porta nei luoghi di lavoro, assieme a quell’Intelligenza Artificiale che Panetta, Banca d’Italia, e tutti, vorrebbero venisse adottata in Italia e Ue.
Rimaniamo a noi. La flat tax porterà ad accordi aziendali, magari di finte riduzioni di orari di lavoro, ma distribuite per 24 ore su 24, e 7 giorni su 7. Insomma, la produzione non si ferma mai, il lavoratore ed in specie la lavoratrice, vedrà magari alcuni giorni di riposo, ma a fine settimana, magari notturni, con i loro figli (non che la cura dei figli debba essere solo “femminile”) a casa o chissà dove.
Il capitale non si ferma mai, sia produttivo che finanziario, i flussi di produzione devono sottostare alle leggi del capitale che implicano una “durata di lavoro” che mai si ferma. Assieme all’Intelligenza Artificiale, che comporta “controllo” ed “intensificazione dei ritmi produttivi”, non vi è più una sottomissione solo “formale”, direbbe Marx, ma “sussunzione reale” del fattore lavoro, il tutto condito da salari che lascio a voi giudicare.
In un contesto di pluslavoro assoluto e di “riduzione fiscale del fattore lavoro” (da dove prenderanno i soldi per tamponare, a livello di bilancio statale, tale misura? sempre da lì, dal salario sociale globale di classe), l’individualismo “operaio”, “impiegatizio” porterà, sempre insieme all’IA, ad una competizione tra lavoratori e lavoratrici.
Insomma, il governo, voce dei padroni, risponde alla “crisi” con l’allungamento della giornata lavorativa, con la “porosità” dei fattori capitale lavoro, con il “rientro” (fiscalmente favorito) di gente in pensione, ma sempre con leggi sul mercato del lavoro che rimandano a Pacchetto Treu (1998), Legge Sacconi (2002), Jobs Act (2016) e altro ancora.
Chi avrà letto Il Capitale di Karl Marx – assieme al suo sodale Engels che scrisse una splendida opera sulle condizioni degli operai, lui che era industriale – si renderà conto che questi “trucchetti” erano già adottati nella Gran Bretagna dell’800.
L’autoritarismo, di cui gli italiani sembrano scandalizzati quando si manifesta altrove, trova una “base” nell’autoritarismo “soft”, “sottaciuto”, o magari “crudo nel suo reale” dei luoghi di lavoro. Ed è da lì che occorre ripartire.
Alcune settimane fa scrivevo che non servivano più “economisti”, ma occorrevano antropologi, psichiatri infantili, gente che bazzica le carceri, sociologi di inchiesta sociale e territoriale, capace di ascoltare qualche industriale (lo faccio, quando mi capita), gente del sociale, che sia cooperativa o volontaria, che abbia l’occhio su quanto succede nelle “strade”.
Dopo aver visto su Il Sole 24 Ore la notizia della flat tax del decreto Omnibus sento un compagno della Rete dei Comunisti. Gli ho detto: “in questi tre anni non ho seguito guerre, stermini, genocidi o altro. Seguivo tracce diverse, e ora i nodi vengono al pettine”. Mi riferivo al Decreto Omnibus.
Seguivo insomma cosa stava succedendo nel ciclo economico e quel che accadeva soprattutto nel mercato del lavoro italiano. Sarò stato controcorrente, forse poco empatico (anche se avevo già annunciato pubblicamente che non avrei seguito alcuna guerra guerreggiata), ma avevo i miei motivi.
Mi interessava la guerra al lavoro, alla base di tutto; la crisi capitalistica, alla base di tutto, la finanza internazionale, ancor più alla base di tutto.
Scavavo insomma come la vecchia talpa, come diceva Marx, ed ora molte cose mi sono chiare, ma già tre anni fa intuì ma stetti zitto. Il terzo morto – Piccola storia crotonese (mio terzo libro) mi impegnò per un bel po’, poi avevo il lavoro, ma un caro amico romano mi mandava e mi manda alcuni giornali, vedevo i titoli principali, scorrevo quello che mi interessava (sono stato interessato per diversi mesi alla finestra del Sole “Norme e tributi”). Non credo che con un governo di centrosinistra le cose sarebbero andate diversamente, anzi, dopo quello che avevano combinato mi aspettavo ancor peggio.
Per me il pacchetto sicurezza, la riforma costituzionale della giustizia, e altre cose, hanno a che fare con la costruzione di un Panopticon foucaltiano del mercato del lavoro. Il tutto condito da sorrisi, simpaticherie, feste, festicciole, e prime pagine di giornali di destra con un odio di classe che inorridiva.
Può darsi che con Vannacci gli italiani ci caschino ancora, e vinceranno ancora, ma il Panopticon sarebbe stato sia di destra sia “di sinistra”. Ma nella stessa sinistra antagonista, capisco impegnata nei genocidi, non ho visto coscienza di quel che stava per succedere.
Unica consolazione alcuni amici compagni, due imprenditrici, alcuni credenti, ed un Franco Ferlini che un anno e mezzo fa mi pose una questione: “Pasquale, qual è l’energia che fa muovere il mondo capitalistico?” Gli risposi: “non so, forse il profitto”. Lui disse: “no, Pasquale, il lavoro; siamo tutti palestinesi”.
Ecco, nel mentre si seguiva la tragedia palestinese, seguivo tracce dei “palestinesi lavoratrici e lavoratori di tutto l’Occidente”. Ed ora ecco il futuro.
Su Milano Finanza di due giorni fa compare una notizia: “Legittimo il licenziamento per introdurre la IA in azienda: la sentenza che fa discutere. La decisione del Tribunale di Roma legittima il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, quando l’IA permette un’efficienza aziendale tale da sopprimere posizioni lavorative”. E non c’è coscienza di quanto sta per accadere, ed è questo il dramma.
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06/02/2026
Migliaia di sconosciuti dal fisco, le tasse le pagano solo salari e pensioni
A disegnare il quadro è stato il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone nel corso del suo intervento a Telefisco 2026, dove si è concentrato sul fenomeno dell’evasione fiscale e sui risultati raggiunti nel corso del 2025.
Tra le modalità dell’evasione fiscale spicca quella dell’Iva portata in detrazione in una quota superiore a quella che emerge dalle fatture. Poi ci sono i ricavi risultanti da fatture e corrispettivi superiori al volume d’affari dichiarato, dunque stiamo parlando del mondo delle imprese, quelle che vivono in permanente modalità chiagne e fotte.
L’Agenzia delle Entrate ha analizzato oltre 17 milioni di posizioni controllate e poi ne ha selezionate alcune da sottoporre a una verifica più approfondita. Questo lavoro ha portato a scoprire l’anno scorso oltre 200 mila evasori totali, fra persone fisiche e imprese.
Secondo il direttore dell’Agenzia il 57% di questi evasori totali (circa 116mila persone) ha ritenuto di non presentare proprio la dichiarazione pur avendo redditi da dichiarare. L’altro 43% (circa 86mila soggetti) risultavano invece del tutto sconosciuti al fisco, nel senso che svolgevano le loro attività completamente in nero.
Stando agli ultimi dati resi noti da Bankitalia, negli ultimi anni si è registrata una riduzione dell’evasione fiscale, sia in valore assoluto sia in termini percentuali. Essa era intorno ai 100 miliardi nel 2017 e ha subito una contrazione nell’ordine di 25 miliardi. Anche in termini relativi, la propensione all’evasione è scesa di quasi 6 punti percentuali. Il calo è dovuto sia al rafforzamento dei controlli sia all’impulso delle innovazioni digitali come la fatturazione elettronica.
Il 58% dei mancati adempimenti fiscali si concentra tra Centro e Sud Italia, per un valore di circa 739 miliardi di euro dal 2000 al 2024, in termini assoluti è la Lombardia a presentare la maggiore quota di imposte non riscosse a causa della presenza di numerose imprese.
I dati dimostrano infatti che la maggior parte delle somme non riscosse dallo Stato è ascrivibile alle società di capitali, alle Spa, Srl, ai consorzi e cooperative, responsabili di oltre il 64% del totale dell’arretrato fiscale, con circa 822 miliardi di euro non versati dal 2000 a inizio 2025.
Seguono poi le persone fisiche senza attività economica (23,5%) e le categorie di piccoli imprenditori e lavoratori autonomi (12,2%)
L’evasione fiscale più frequente è riconducibile a pratiche come la falsa dichiarazione dei redditi, l’omessa fatturazione, il trasferimento fittizio di residenza all’estero, e il ricorso ai crediti d’imposta inesistenti.
C’è poi il fenomeno della cosiddetta “evasione con consenso”, ossia l’accordo implicito tra fornitore e cliente per non emettere fattura o scontrino, che è presente soprattutto nel tessuto delle piccole attività professionali e commerciali.
Tra le tasse più evase spicca certamente l’Irpef dei lavoratori autonomi, che si attesta come l’imposta su cui si registra il maggior deficit, con un tax gap che nel 2021 ha toccato il 66,8%. Ciò significa che due terzi dell’Irpef dovuta da lavoratori autonomi e imprese individuali non viene versata, per un valore superiore ai 29 miliardi di euro.
Subito dopo viene l’IVA, che rappresenta il secondo tributo per entità evasa, con quasi 18 miliardi di euro mancanti, pari a quasi il 14% del teorico dovuto.
Ci sono poi le tasse locali sugli immobili (IMU) e sui servizi (TARI), che hanno una quota evasa media del 21,4%. Questi tributi restano pesantemente esposti all’insolvenza, specie nei casi delle cosiddette “case fantasma”.
Infine c’è l’Ires per le persone giuridiche (le imprese) e i contributi previdenziali, il cui mancato pagamento penalizza gravemente il finanziamento dei sistemi assistenziali.
A far incazzare rimane il dato per cui il reddito totale dichiarato ai fini del pagamento dell’Irpef è stato di circa 1.028 miliardi di euro, ma di questo, l’84% circa (863 miliardi) riguarda i redditi da lavoro dipendente e da pensione. Ciò significa che imprenditori e lavoratori autonomi hanno dichiarato, complessivamente, soltanto 165 miliardi circa.
Volendo fare un esempio, si calcola che su un reddito annuo di 35.000 euro nel 2025, un lavoratore dipendente ha versato 6.898 euro di imposta, un pensionato 8.413 euro, mentre un autonomo che usufruisce della flat tax ne ha pagati solo 4.095. Peggio ancora, chi percepisce rendite finanziarie si ferma a 4.375 euro.
Eppure lo stesso Ministero Economia e Finanze fa sapere che il reddito medio più elevato rimane quello da lavoro autonomo, pari a 70.360 euro, mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori (titolari di ditte individuali) è di 29.250 euro. Ma è stato così da sempre.
Lavoratori dipendenti e pensionati – il cui reddito medio è indicato dalle statistiche in 23.290 euro per i lavoratori dipendenti e in 21.260 per i pensionati – non possono sottrarsi al pagamento delle tasse poiché queste sono trattenute al momento del pagamento della retribuzione o della pensione.
A lavoratori e pensionati inoltre non sono concessi i benefici che le nuove leggi varate dal governo riconoscono a lavoratori autonomi e imprenditori, cioè il ricorso alla flat tax, la cosiddetta “tassa piatta”. Si tratta dell’applicazione sul reddito di un’aliquota fissa del 15% – dal 2025 applicabile sui redditi fino a 85 mila euro – anziché di 3 aliquote (23, 35 e 43%) a seconda dell’ammontare del reddito che, invece, si abbatte implacabilmente e sistematicamente sui salari e le pensioni.
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06/07/2024
Il governo Meloni aumenta le tasse, lo certifica l’Istat
“La pressione fiscale è stata pari al 37,1%, in aumento di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”, si legge nella nota dello scorso 2 luglio.
“Nel primo trimestre del 2024 il quadro di finanza pubblica mostra una pressione fiscale in crescita rispetto al corrispondente trimestre dell’anno precedente”.
Dunque, il governo Meloni fa il contrario di quanto va affermando da mesi a questa parte, ossia aumenta le tasse. E lo fa, con poche sorprese, soprattutto per chi vive del proprio lavoro.
Il meccanismo è semplice: il tanto decantato sgravio sul cuneo fiscale, così come la flat tax per gli autonomi, da una parte aumenta il netto in busta paga dei lavoratori e diminuisce il flusso di denaro verso le casse dello Stato.
Dall’altra, visto che lo Stato ha un certo ammontare di spesa da finanziare, o diminuisce la sua spesa, ossia riduce i servizi per i cittadini, soprattutto per coloro a più basso reddito che hanno più difficoltà ad accedere ad alcuni diritti ai prezzi del mercato privato (sanità, istruzione, casa); oppure aumenta le tasse su altre voci, per bilanciare il minor incasso ricevuto dalla contribuzione del lavoro.
Fin qui dunque, a parità di spesa dello Stato, se il taglio del cuneo o la flat tax sono bilanciati dall’aumento delle tasse per esempio su beni di prima necessità, sempre paga chi campa del proprio lavoro, anche se in forma diversa.
Differente sarebbe se la diminuzione del carico fiscale sul mondo del lavoro fosse bilanciata dall’aumento della tassazione sui capitali o sui profitti. Di questo ovviamente neanche l’ombra.
Se lo Stato, invece, diminuisce la spesa e taglia i servizi essenziali, allora minore è la fascia di reddito del cittadino, maggiore è la difficoltà di accesso ai servizi tagliati a causa della minor contribuzione.
Inoltre, e siamo al punto della nota Istat, l’aumento del reddito causato dalla decontribuzione (circa 100€ al mese) fa scavallare uno scaglione Irpef a chi prima della contribuzione dichiarava un reddito vicino ai 15mila e ai 28 mila, i due scaglioni interessati dalla decontribuzione.
Il passaggio di scaglione aumenta la percentuale di tasse sul reddito da versare allo Stato.
Così, tutto questo andirivieni non fa altro che versare nelle tasche dei cittadini con una mano e prelevare con l’altra, con un risultato netto peggiorativo come certifica la nota Istat, soprattutto per le tasche delle fasce più deboli aggiungiamo noi.
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23/08/2023
L’onda d’Urso
Però della flat tax ne beneficeranno solo alcune categorie del ceto medio, dunque la morale della favola che racconta Urso è semplice: con l’aumento della benzina stiamo pagando tutti un privilegio per pochi, i quali verseranno meno tasse, sottraendoci ulteriori risorse che servirebbero a erogare i servizi pubblici.
Ce la fanno pagare due volte.
Se poi consideriamo che l’aumento dei carburanti e direttamente proporzionale all’aumento dei prezzi all’ingrosso prima e al dettaglio poi, ecco che paghiamo tre volte cara questa politica scellerata, tanto per rientrare nel perverso circuito del “non c’è due senza tre”.
Insomma, Urso confessa che stiamo pagando di più la benzina non per via dell’aumento della bolletta energetica nazionale, né per l’ingordigia della compagnie petrolifere, ma per favorire un governo servile a piccole e grandi corporazioni, le loro lobby e relative camarille.
E così si indeboliscono i più deboli, s’impoveriscono i più poveri, si alimentano ingiustizie sociali, disuguaglianze e frustrazioni, che è il risultato dell’onda d’urto di queste politiche del governo.
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03/01/2023
La legge di Bilancio e il bullismo del Governo Meloni
Quello che invece non viene detto è questo.
Nella conferenza stampa di fine anno, la Presidente del Consiglio Meloni, rispondendo ad una domanda di una giornalista sul come creare il lavoro, ha detto:
“Il lavoro non lo crea lo Stato con decreto, lo crea l’impresa privata... ed è solo con la crescita economica dell’impresa che ci può essere più occupazione... quindi il governo si prefigge di ridurre il costo del lavoro attraverso la decontribuzione, la riduzione delle tasse, lo scioglimento di leggi che vincolano troppo le imprese, la semplificazione...”
E senza alcun ritegno, facendo vista di crederci anche lei, ha avuto anche l’ardire di sostenere che nonostante esista una legge chiamata “Biagi” , che prevede ben 45 forme di lavoro precario, flessibile, frantumato “il mercato del lavoro è ancora troppo rigido e quindi si giustifica anche il decreto del governo sui voucher altrimenti i lavoratori lavorerebbero ‘a nero’”.
È evidente che secondo l’idea liberista economica e sociale della destra al governo, da essa rappresentata, lo Stato non deve avere propri mezzi e strumenti capace di favorire lo sviluppo negli interessi primari del lavoro in conformità con l’art. 41 della Costituzione che recita: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi ed i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
Ma la Meloni va oltre quello che hanno fatto i governi passati, con l’aggiunta di ulteriori disuguaglianze, ingiustizie sociali, discriminazioni... con una manovra politica tutta a sostegno dei poteri forti speculativi, attraverso diversi decreti legge con:
- una “riforma dei contratti pubblici” che deregolamenta e frantuma il lavoro, alimenta la corruzione e la mafia, incentiva le morti sul lavoro, distribuisce ingente denaro pubblico ad imprese che non si cureranno mai dell’interesse preminente generale come stabilito dall’art. 43 della Costituzione, ma solo del proprio profitto da incrementare a danno della collettività e con più morti sul lavoro;
- la Meloni ha stabilito un decreto dove di fatto viene annullata una sentenza dell’antitrust che azzerava l’incremento speculativo delle tariffe di gas e luce ed altre utenze... Così non solo i rincari ingiustificati non verranno resi agli utenti, ma si da via libera ad ulteriori rincari a danno dei cittadini, continuando nei favolosi extraprofitti;
- premiano gli evasori che hanno evaso il fisco nel 2019/20/21, i quali potranno mettersi in regola riducendo di 10 volte la sanzione, non più il 30% ma il 3%... sostenendo che è “una tregua fiscale”;
- i lavoratori autonomi con redditi fino a 85.000 euro, pagheranno una tassa del 15% (flat tax) molto inferiore a quella dei lavoratori loro dipendenti, ed avranno un vantaggio economico di circa 700 euro al mese;
- i ricchi potranno viaggiare con 5.000 euro in contanti e comprare quello che vogliono o favorire il riciclaggio del denaro “sporco”;
- per i ricchi evasori ci sarà possibilità di ottenere ben 12 tipologie di codoni fiscali alla faccia di chi ha sempre pagato regolarmente le tasse (tregua fiscale);
- alle ricche società di calcio verrà concesso di versare 889 milioni di euro di arretrati fiscali, in 60 rate mensili senza interessi;
- qualche cosa c’è anche per i furbetti evasori, ai quali verranno rottamate le cartelle fino a 1.000 euro.
Questa della Meloni è la medesima ricetta di tutti i governi liberisti avuti in Italia negli ultimi 30 anni, i quali da sempre sostengono che bisogna tagliare il costo del lavoro, fare pagare meno tasse e sciogliere i lacci ed i lacciuoli alle imprese – con la speranza di poter creare nuovo lavoro che invece continua ad essere ridotto...
Ma in realtà se lo Stato continua a non avere alcun ruolo nell’economia che non sia quello di lasciare liberi di "fare impresa" lor signori riducendo il costo del lavoro, il risultato sarà che: da una parte le imprese che non rischieranno i propri capitali e faranno meno investimenti di processo e di prodotto nelle loro aziende, preferendo spostare i capitali verso attività finanziarie e speculative; e dall’altra parte l’aggiunta di ulteriori disuguaglianze ed ingiustizie sociali contro i ceti subordinati.
Quindi saranno ampliate quelle disuguaglianze che hanno già portato un 10% di popolazione ricca a possedere il 55% di tutta la ricchezza e un 20% di popolazione povera che detiene solo lo 0,20% della ricchezza, obbligata spesso anche a mendicare alla Caritas un pasto giornaliero.
Ma il bullismo della Meloni non si ferma e si differenzia rispetto al passato solo in peggio, per il suo accanimento contro i poveri ed i ceti medi.
Per i ceti medi e poveri da parte del governo c’è solo l’imposizione di lacrime e sangue con:
- ai pensionati con pensioni nette da 1.400 euro in su verranno ridotte le indicizzazioni sull’inflazione che già erano insufficienti, (circa il 2% quando l’inflazione è al 12%), con un risparmio per lo Stato di oltre 3 miliardi (36 miliardi in 10 anni) e le risorse risparmiate serviranno per ridurre le tasse agli autonomi beneficiari della flat tax. Quindi i pensionati con 1.400/1.500 euro di pensione al mese avranno una pensione di fatto ridotta per arricchire ulteriormente gli autonomi già ricchi;
- la guerra della Meloni va avanti contro i poveri disoccupati ma “occupabili”, i quali dovranno accettare un lavoro in qualsiasi luogo d’Italia ed anche con paghe di 3 euro l’ora e comunque a loro verrà tolto il reddito di cittadinanza entro luglio 2023;
- il suo governo ha destinato alla sanità pubblica 1,9 miliardi in due anni sapendo che 1,4 miliardi serviranno solo per pagare gli aumenti delle bollette energetiche, scegliendo quindi di affossare definitivamente il sistema sanitario pubblico. Fino a far dire ad uno come Mario Monti (che di tagli se ne intende) che in questo modo il governo sceglie di eliminare il Servizio Sanitario Nazionale;
- nella legge di bilancio è anche scritto “nero su bianco” che nei prossimi 5 anni di governo verranno tagliate centinaia di scuole con una riduzione graduale del numero delle istituzioni scolastiche e quindi la sua “rivoluzione culturale” è quella di fare cadere la mannaia sulla scuola pubblica italiana a favore delle scuole private paritarie;
- il governo Meloni ha anche fatto il regalo di Natale ai cittadini ripristinando le accise sulla benzina prima di 12 centesimi e dal primo gennaio 2023 altri 18 centesimi al litro, con un ulteriore incremento del costo della benzina;
È evidente che nella manovra di bilancio emerge con forza una visione politica identica a quella dei poteri forti economici e speculativi, ma essa si accompagna anche ad una visione dello Stato in funzione dei ceti ricchi e privilegiati, dell’autoritarismo contro i ceti subordinati, della visione della società individualista e reazionaria alla “sono Giorgia, donna, madre, cristiana”.
Questo bullismo, emerge con chiarezza anche nel video messaggio sull’inutile decreto rave e soprattutto sul ruolo delle navi ONG che, dopo avere salvato i migranti da un barcone, non devono salvarne altri, altrimenti rischiano 50.000 euro di multa ed il sequestro della nave.
Ora In Italia abbiamo:
- le pensioni più basse d’Europa che rispetto al costo reale della vita negli ultimi 15 anni si sono ridotte del 17%, con il 37% di esse sotto 1.000 euro;
- abbiamo i salari più bassi d’Europa inferiori del 3% rispetto al 1992;
- abbiamo l’inflazione al 12% con le tariffe ed i prezzi dei generi alimentari più che raddoppiate;
- la disoccupazione giovanile al 37%;
- 6,5 milioni di persone in povertà assoluta senza cibo per sfamarsi e 12 milioni di persone in povertà relativa che con le spese non arrivano alla terza settimana del mese.
Molti di coloro che hanno votato la Meloni sono anche ceti subordinati e poveri, che non avendo più fiducia in chi ha governato nel passato l’Italia, hanno pensato di provare a cambiare, tanto peggio di come andava non era possibile che andasse, ma si illudevano.
La Meloni con il suo governo decide per un solo anno e solo a coloro che superano i 75 anni, di portare le pensioni minime a 600 euro mensili con un incremento di 45 euro mensili (un caffè al giorno)... ma contemporaneamente il governo della Meloni & C. ha anche deliberato un bonus di circa 500 euro mensili per eventuali acquisti di tablet, smartphone, portatili, airpods della Apple e monitor, ai poveri parlamentari, (nessuno li ha rifiutati).
Che dire? Essendo i Parlamentari più pagati d’Europa con 24.000 euro mensili... evidentemente hanno pensato che i “tapini” stavano peggio dei pensionati al minimo.
Oltre a quanto sopra, cosa fa di ancora peggio la Meloni?
Sostiene che le prossime mosse del governo saranno:
- la secessione dei ricchi dall’Italia con le autonomie differenziate;
- la controriforma sulla giustizia inserendo il bavaglio alle intercettazioni, la prescrizione ai “colletti bianchi”, con grande goduria di Berlusconi;
- l’incremento delle spese militari, portando già nel 2023 la spesa al 2% del PIL (come richiesto dagli USA) ed esportando in Ucraina più armi del passato;
- infine in conformità al suo essere fascista, non solo ha difeso a spada tratta il MSI e il Presidente del Senato, ma ha sostenuto che farà la riforma Presidenziale, nella speranza di essere lei ad avere il potere assoluto in Italia.
E il popolo cosa fa? Termino con una frase di Gibran: «Mi dicono: quando trovi uno schiavo che dorme , non svegliarlo, forse sta sognando la libertà; rispondo: Se trovate uno schiavo che dorme, svegliatelo e parlategli di libertà».
Fonte
19/12/2022
I regali di Natale del Governo Meloni
Il Governo Meloni è nel pieno di un’offensiva violenta e senza quartiere contro i pensionati, le fasce meno abbienti della popolazione e la sanità pubblica, coerentemente con un progetto politico che mira a disciplinare i lavoratori ed erodere i residui di stato sociale che ancora resistono nel nostro Paese. Nulla di tutto questo avviene per caso, d’altronde, ma è semplicemente un Governo che prova, negli angusti spazi concessi dai vincoli di bilancio europei, ad elargire mance al proprio blocco sociale di riferimento, costituito da padroni, padroncini, ricchi professionisti ed evasori fiscali.
La legge di bilancio appena presentata chiarisce ulteriormente e definitivamente, per chi avesse ancora dubbi, la natura classista della politica economica di questo Governo. Le proposte sul fisco, e tre misure in particolare, ne sono un chiaro esempio.
L’ampliamento del regime forfettario
La prima misura riguarda l’allargamento del regime forfettario, un regime fiscale (esistente già dal 2015 con successive modifiche) riservato a persone fisiche che svolgono attività d’impresa o attività professionali. Questi contribuenti, oltre a tutta una serie di semplificazioni nei vari adempimenti contabili, determinano il proprio reddito non in maniera analitica (cioè sommando le proprie entrate e sottraendo i costi sostenuti per l’attività lavorativa) ma appunto in maniera forfettaria, applicando dei “coefficienti di redditività” stabiliti per legge al totale di quanto fatturato. Dopodiché, e qui sta il trattamento di favore, su tale reddito – ulteriormente diminuito dei contributi previdenziali dovuti (pari al 24%) – è dovuta una imposta solo del 15% (sostitutiva sia dell’IRPEF sia delle addizionai regionali e comunali) o addirittura del 5% se il nostro imprenditore/professionista fosse nei primi cinque anni di attività. Sostanzialmente su questo reddito non si applica il sistema progressivo delle aliquote crescenti per i vari scaglioni di reddito, ma un sistema sostitutivo e ovviamente molto più vantaggioso per chi può accedervi.
Facciamo due conti per capire meglio: prendiamo per esempio un avvocato, che fattura nel corso dell’anno 60.000 euro. Considerato il coefficiente di redditività stabilito per questa attività (78%), il suo reddito lordo viene calcolato forfettariamente in € 46.800. Su tale reddito vanno calcolati e dedotti i contributi previdenziali (€ 11.232), per cui il reddito imponibile effettivo diventa € 35.568,00; su tale reddito si calcolerà la tassa piatta del 15% (€ 5.335) o addirittura del 5% (1.778) se il nostro avvocato è all’inizio della sua attività. Per capire l’enormità di questa ingiustizia, possiamo effettuare il confronto con le stesse imposte dovute se quei 60.000 euro non fossero un reddito da attività autonoma ma un reddito da lavoro dipendente: in questo caso (e sempre dopo aver dedotto i contributi a carico del lavoratore), la sola IRPEF sarebbe pari a poco più di 16.000 euro, cui si dovrebbero poi aggiungere fra i 2.000 e i 2.300 euro fra addizionali regionali e comunali: insomma il peso fiscale sarebbe più del triplo che nel caso precedente.
Gli effetti nefasti non finiscono qui e non si limitano a un regalo fatto a pochi privilegiati. Se da un lato, infatti, il regime forfettario attribuisce un trattamento estremamente favorevole, in confronto al lavoro dipendente, ai “veri” professionisti e/o imprenditori individuali, dall’altro ha un connotato politico esplicito e molto chiaro, in quanto rappresenta un tassello ulteriore dell’attacco portato al lavoro dipendente e a tutte le garanzie e i diritti che esso comporta. Il messaggio veicolato è, infatti, quello di un incentivo e un invito a trasformare in lavoro (apparentemente) autonomo una serie di posizioni lavorative che sarebbero “strutturalmente” da lavoro dipendente (ad esempio in merito alla libertà di organizzazione, di decidere gli orari di lavoro, etc. etc.), come ad esempio il giovane e certamente non benestante avvocato che ha un unico “cliente” (ad esempio un grosso studio legale, i cui titolari decidono quanto deve essere loro fatturato, quando l’avvocato può andare in ferie, etc. etc.), o l’infermiere che lavora sempre e solo presso la stessa clinica, o un geometra che sta sempre e solo nei cantieri della medesima impresa edile, e così via.
Insomma, questo regime offre un regalo a professionisti e imprenditori (esentandoli dalla progressività fiscale) e contribuisce alla disarticolazione del lavoro (barattando la maggiore precarietà con uno sconto fiscale), e il Governo Meloni cosa pensa bene di fare? Amplia il regime stesso: se fino ad oggi era limitato a chi fatturava 65.000 euro l’anno, dal 1 gennaio lo stesso limite sarà elevato a ben 85.000 euro!
La flat tax incrementale
La seconda perla inserita in legge di bilancio è appunto la flat tax incrementale che – oltre ad essere una sfida alle leggi della grammatica e della geometria – rappresenta in maniera ancora più evidente un “regalo” alle fasce reddituali più alte.
Si tratta di un’opzione (al momento limitata al 2023) riservata sempre a professionisti e imprenditori individuali (ma che non rientrano nel regime forfettario visto in precedenza) di tassare sempre con un’aliquota piatta del 15% (e quindi ancora una volta sottraendosi in parte alla progressività) la quota di reddito conseguito nel 2023 che eccede il valore più alto dei redditi dichiarati nel triennio precedente (il maggior reddito agevolato non può comunque superare la soglia di 40.000 euro).
Di nuovo, un esempio aiuta a capire: un ingegnere ha dichiarato negli anni i seguenti redditi:
L’ingegnere in questione – che non rientra nel regime forfettario e dunque paga le tasse secondo il sistema a scaglioni e progressivo di tutti noi comuni mortali – nel 2023 dichiara un “maggior reddito” rispetto al valore più alto del triennio precedente, i 100.000 euro dichiarati nel 2022, di 60.000 euro. L’agevolazione è limitata a 40.000 (troppa grazia...) ma comunque vuol dire che su quei 40.000 euro pagherà appena 6.000 euro mentre normalmente quei 40.000 euro avrebbero dovuto scontare un’aliquota del 43% e quindi 17.200 euro di tasse (e questo sempre mettendo da parte le addizionali regionali e comunali); insomma un vero e proprio regalo di oltre 11.000 euro senza nessuna spiegazione logica, se non si vuol credere alla favoletta (peraltro ben rappresentativa dell’interpretazione che il pensiero economico dominante offre relativamente al funzionamento del mercato del lavoro) che in virtù di quest’incentivo il nostro ingegnere diventa molto più produttivo; noi, che siamo malpensanti, immaginiamo che semplicemente spingerà chi può farlo a “concentrare” nel prossimo anno una serie di redditi che magari si sarebbero dovuti dichiarare quest’anno, oppure nel 2024. Inoltre, non deve sfuggire che gli anni inseriti nel “triennio di osservazione” (dal 2020 al 2022) sono proprio gli anni della crisi pandemica, in cui si è avuto un generale decremento di molti redditi, per cui saranno in molto ad avere gioco facile a dimostrare un incremento nel corso del 2023.
Ma quanto costano tutti questi regali fiscali a imprenditori e professionisti: secondo la Banca d’Italia il costo di solo questi due interventi è pari a 300 milioni nel 2023 e 1,2 miliardi nel 2024, somme che in ossequio al placido rispetto della disciplina di bilancio osservato dal Governo Meloni si riverseranno (in negativo) su tutti gli altri cittadini, soprattutto nella forma di minori servizi e trasferimenti garantiti dallo Stato.
Lo sconto per i redditi da capitale
Sarebbe tuttavia ingeneroso pensare che il Governo Meloni si curi solo di imprenditori e professionisti, ed ecco infatti comparire un terzo omaggio, stavolta dedicato a chi detiene azioni di società quotate in borsa e/o investimenti effettuati tramite società di gestione del risparmio, fondi comuni, etc.
Normalmente, i redditi provenienti da tali investimenti vengono tassati al momento del loro “realizzo”, con un’aliquota sempre fissa (per la gran parte dei titoli pari al 26%, e già questa è una “normale” ingiustizia perché è l’ennesima sottrazione di quote di reddito al sistema della progressività fiscale). Ad esempio, se compro un titolo a dicembre 2020 e lo pago 100 euro, e poi lo rivendo ad aprile 2023 al valore di 300 euro, sulla plusvalenza (pari a 200 euro) dovrei pagare un’imposta del 26 (quindi pari a 52 euro).
Con due articoli nella legge di bilancio il Governo permette invece (senza che ci sia cessione dei titoli) di calcolare una plusvalenza “teorica” prendendo come riferimento il valore di mercato del titolo al 31 dicembre 2022 e pagare un’imposta ancora più ridotta, pari solo al 14%, “liberando” in questo modo il titolo dalla futura tassazione quando sarà veramente ceduto.
Questa norma viene presentata con la possibilità di anticipare al 2023 un’entrata fiscale che altrimenti si avrebbe solamente in seguito, al momento appunto del disinvestimento, ma è evidente che tale giustificazione non regge di fronte all’enorme sconto fiscale di cui beneficeranno principalmente, come evidente, quei soggetti che traggano una quota rilevante del loro reddito dalla ricchezza finanziaria: ancora una volta, quindi, un regalo alle fasce più abbienti, con un costo posto a carico della collettività.
Quali conclusioni traiamo quindi da questo primo assaggio del “fisco ai tempi della Meloni” (e di Maurizio Leo, fidato viceministro dell’economia con delega al fisco)? Dopo una campagna elettorale passata ad abbaiare alla luna di una “flat tax generalizzata” che tutti sapevano essere impossibile da realizzare (e per fortuna!), il Governo interviene con la sapienza tecnica di chi sa dove mettere le mani per far male davvero, con buona pace di un’opposizione parlamentare che (incredibile ma vero!) attacca la manovra di bilancio... da destra, in quanto minerebbe la solidità dei conti pubblici.
La parte fiscale della legge di bilancio, come detto, non accresce solamente le iniquità del nostro già malmesso sistema fiscale, ma è un ulteriore attacco al mondo del lavoro dipendente (ormai il solo, insieme ai pensionati, ad essere rimasto nell’alveo della progressività fiscale). È quindi un esempio cristallino di lotta di classe agita da chi detiene le leve del potere, e su questa base va costruita l’opposizione ad essa.
05/12/2022
BankItalia bacchetta il governo su Reddito di cittadinanza, flat tax e tetto al contante
Colpisce il fatto che sia la banca centrale a segnalare come l’abolizione del reddito di cittadinanza dal 2024 prevista dalla Legge di Bilancio sia una misura disdicevole. “L’introduzione del reddito di cittadinanza ha rappresentato una tappa significativa nell’ammodernamento del welfare del nostro Paese”, ha puntualizzato in una audizione in Parlamento il dirigente della Banca d’Italia Fabrizio Balassone, aggiungendo che secondo l’Inps “senza reddito di cittadinanza, nel 2020 ci sarebbero stati un milione di individui poveri in più”. Anche se la riforma annunciata dal governo potrebbe essere importante per fare una distinzione utile tra misure assistenziali e politiche attive, l’attuale assetto presenta delle criticità soprattutto come misura di accompagnamento al lavoro sottolinea la nota della banca centrale.
Ma sui provvedimenti adottati dal governo, non è solo l’allarme sull’abolizione dell’unica misura adottata contro la povertà a preoccupare la Banca d’Italia. Anche l’innalzamento del tetto al contante, secondo la banca centrale, riduce gli ostacoli all’evasione fiscale e alla criminalità.
Come noto, la legge di bilancio, alza da 1.000 a 5.000 la soglia per l’utilizzo del contante e prevede sanzioni ai commercianti che negano l’utilizzo del bancomat solo per importi superiori a 60 euro. Fabrizio Balassone ha sottolineato come “i limiti all’uso del contante, pur non fornendo un impedimento assoluto alla realizzazione di condotte illecite, rappresentano un ostacolo per diverse forme di criminalità ed evasione”.
Infine, e non certo per importanza, vengono denunciati gli interventi di riforma fiscale previsti dalla manovra, con l’estensione della flat tax fino a 85 mila euro. Secondo la Banca d’Italia la discrepanza di trattamento tributario tra dipendenti e autonomi “e all’interno di questi tra quelli sottoposti a regime forfettario ed esclusi, risulta accresciuta”. Per Balassone in un periodo di inflazione elevata “la coesistenza di un regime a tassa piatta e uno soggetto a progressività come l’Irpef comporta un’ulteriore penalizzazione per chi è soggetto a quest’ultimo”, cioè lavoratori dipendenti e pensionati.
Delle due l’una: o dentro la Banca d’Italia agisce una cellula occulta di Potere al Popolo – che da tempo segnala la totale contrarietà alla flat tax e all’abolizione del reddito di cittadinanza – oppure la banca centrale anticipa le criticità che verranno segnalate dalla Bce e dalle istituzioni europee alla manovra finanziaria messa in campo dal nuovo governo.
Merita di essere segnalato il fatto che all’audizione del dirigente della Banca d’Italia in parlamento fossero presenti... solo 4 deputati e 3 collegati da remoto. Un parlamento indecente come quello attuale non si era veramente mai visto, eh si che tagliando il numero dei parlamentari avrebbe dovuto migliorarne la qualità. Ma quando mai!!!
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23/06/2022
Briatore e il mondo alla rovescia degli imprenditori italiani
Accade così che Flavio Briatore, mega imprenditore famelico e senza vergogna, possa in una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, candidamente scagliarsi contro l'Agenzia delle Entrate e il sistema fiscale reclamando (udite udite!) maggiore equità fiscale... Al di là della vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto, il pretesto per la sua incredibile rivendicazione è il maxi yacht (una imbarcazione di 63 metri con al suo interno sala cinema, zona disco, palestra e naturalmente centro benessere e sala massaggi per riposarsi dopo cotante faticose attività) del quale sarebbe stato privato causa accanimento del fisco nei suoi confronti. Insomma, non esattamente la stessa condizione nella quale potrebbe trovarsi un qualsiasi disoccupato o un precario o anche un qualsiasi lavoratore dipendente o pensionato con un salario tra i più bassi d'Europa e sempre più eroso dalla galoppante inflazione...
Che si lamenti del sistema fiscale invocando giustizia sociale chi, proprietario di circa 20 locali tra Italia ed estero, ha accumulato un patrimonio di circa 200 milioni di dollari secondo quanto rilevato dalla rivesta Forbes e che, soltanto nel 2020 ha guadagnato 58 milioni di dollari diventando l'imprenditore più pagato al mondo secondo la classifica “People with money”, è qualcosa che grida davvero vendetta.
Così come gridano vendetta le sue parole trasudanti odio di classe indirizzate per l'ennesima volta qualche mese fa dall'alto del suo stratosferico patrimonio, nei confronti dei giovani rei a suo dire di non voler lavorare e cullarsi sul reddito di cittadinanza (500 euro al mese!).
Ma questa volta l'intrepido proprietario del Billionare si spinge più in là e addirittura presenta la sua ricetta invocando aliquote fiscali più eque, ovvero una flat tax tra il 25 e il 28 percento, in modo che un qualsiasi lavoratore dipendente o un pensionato con una retribuzione di 1500 euro (se va bene...) sia tassato con la medesima aliquota di un qualsiasi miliardario, con buona pace del principio costituzionale di progressività dell'imposta.
Ma al di là delle sue personali esternazioni, sappiamo che Briatore è in “buona” compagnia e che le sue parole sono ampiamente condivise da quel mondo imprenditoriale la cui “cultura” si fonda sull’accumulazione illimitata dei profitti, anche attraverso un sistema fiscale assai benevolo nei loro confronti, e sulla diseguaglianza sociale elevata a valore e forma di governo.
Evidentemente a questo mondo la recente riforma fiscale che ha ulteriormente ridotto le aliquote fiscali favorendo ancora il segmento di redditi medio alti non è ancora sufficiente.
Evidentemente un sistema di tassazione che ha mandato da tempo in soffitta il principio di progressività dell'imposta consentendo al 10% più ricco del nostro paese di concentrare il 55% della ricchezza complessiva è ancora troppo poco.
Evidentemente un sistema che scarica su lavoratori dipendenti e pensionati oltre l’80% del carico Irpef non basta ancora.
Ai Briatore presenti nel nostro paese noi rispondiamo nella maniera più semplice.
Tassare i grandi patrimoni per combattere le incredibili e crescenti diseguaglianze sociali e cominciare finalmente ad utilizzare la leva fiscale in un'ottica davvero redistributiva.
L'odio di classe che proviene dalle sue parole va ricambiato così.
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14/01/2021
Baristi, parrucchieri, pensionati, operai: occhi aperti, vi stanno fregando ancora
Questo primato ha fatto dire (giustamente) a lavoratori e pensionati – come noto tassati alla fonte, appunto con ritenuta IRPEF – che lo Stato era poggiato interamente sulle loro spalle, e che loro, a differenza degli autonomi e (soprattutto) dei commercianti, pagavano le tasse, e che i politici non dovevano scassare, perché se percepivano ancora uno stipendio era proprio per merito loro.
Nel 2018 i contribuenti IRPEF sono stati 41,4 milioni: 21,2 milioni hanno presentato il modello 730, 9,9 milioni hanno optato per il Modello reddito persone fisiche (ex modello Unico) e 10,6 milioni non hanno compilato una dichiarazione dei redditi e il dato reddituale è stato acquisito tramite CU (ex CUD, ex Modello 101).
Il dato che risulta da queste dichiarazioni, ha detto Ernesto Maria Ruffini, è che, sempre con riferimento al periodo d’imposta 2018, «la distribuzione dell’IRPEF è schiacciata verso il basso, con un reddito dichiarato dalla metà dei contribuenti italiani non superiore a 16.795 euro».
Nel 2018 la metà dei contribuenti ha percepito meno di 17 mila euro. In particolare 8 milioni 330 mila lavoratori dipendenti (quasi tutti del settore privato) hanno percepito un reddito inferiore a 15 mila euro lordi annui, idem 6 milioni di pensionati.
Ciò vuol dire che 21 milioni di contribuenti sono stati (considerando un ammontare minimo di deduzioni e detrazioni) quasi sulla soglia della no-tax area – non hanno pagato tasse, non hanno pagato IRPEF.
Questo cambiamento della struttura fiscale è confermato da un altro dato che si ricava dal bilancio dello Stato 2018: l’IRPEF complessiva pagata dai dipendenti pubblici (3 milioni circa) è stata pressoché pari all’IRPEF pagata dai dipendenti del settore privato (15 milioni circa).
Inoltre, bisogna considerare che tra i lavoratori a tempo indeterminato ci sono stati circa 2 milioni di lavoratori con 2 sostituti (due datori di lavoro o sostituti diversi) e 460 mila con 3 sostituti; che trai i lavoratori a tempo determinato ci sono stati 2 milioni e 800 mila con 2 sostituti, 1 milione con 3 sostituti e 250 mila con 4 sostituti. Sono segni di frammentazione e povertà del lavoro.
Per quanto riguarda il dato IRPEF, si tratta di un cambiamento epocale; si tratta della fine della tassazione alla fonte, della fine della “superiorità morale” di dipendenti e pensionati, della fine del racconto che opponeva operi e bottegai, della fine di quel periodo in cui dare del bottegaio era un insulto.
Se nel bilancio dello Stato l’IRPEF diventa sempre più marginale, su cosa si reggono le finanze pubbliche?
Si reggono su una flat tax mascherata.
Falt tax vuol dire un’aliquota uguale per tutti. Che tu sia povero o ricco, che tu sia dottore o spazzino, che tu sia accattone o brokers, scienziato o caprone, milionario o straccione, su ogni euro che spendi per comprare il pane e il latte, il vestito e la benzina, il caffè e la varechina, paghi sempre il 22% di iva, paghi sempre una stessa accisa.
Ci smeni sempre lo stesso ammontare assoluto di denaro, sia che tu abbia un reddito di 100, sia che tu abbia un reddito di 1.000 o di un milione di euro.
La Flat tax è già tra noi. Il direttore dell’Agenzia delle entrate non può urlarlo in Parlamento. È pur sempre un dipendente dello Stato – anche se di alto livello. Lo dice in silenzio, tra le righe; dice che la tassazione è schiacciata, eccetera.
Poi attacca con la musica che fa sciogliere in lacrime il parlamentare e il contribuente medio – il contribuente modello delle logomachie da propaganda televisiva; attacca e dice che (virgolette) il sistema tributario italiano è oscuro, che (virgolette) quest’oscurità è un freno per gli investimenti, anche esteri; che (virgolette) le normative sono eccessivamente lunghe, di difficile lettura sia dal punto di vista lessicale che sintattico, soggette a continue variazioni nel tempo; che ci vuole semplificazione; che (virgolette) occorre una riduzione del cuneo fiscale sul lavoro; che anche se (questo lo aggiungo io) il cuneo non c’è più, bisogna rosicchiare, bisogna portare tutti i lavoratori a pagare zero IRPEF; bisogna eliminare l’IRPEF e sostituirla con una bella tassa sulla strisciata, una bella tassa piatta sul consumo: se consumi paghi, se non consumi non paghi. Cosa c’è di più democratico!
Bisogna solo capire come meccanizzare il processo di riscossione, bisogna costruire due-tre App intelligenti, un sistema di BigData, introdurre un paio di algoritmi, una moneta virtuale, e altre misure extra-parlamentari che il Direttore accenna e che vi illustrerò nella prossima puntata.
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10/08/2020
Ora è chiaro perché la “flat tax” fa schifo?
Il primo, più scontato, è il giudizio su una classe politica che si dimostra sempre peggio, anche perché questi signori qualcuno li avrà pure scelti, e non si venga a dire gli elettori, perché le liste sono bloccate. Se poi ai parlamentari aggiungiamo i tanti consiglieri e assessori regionali, anch’essi più che lautamente retribuiti, che avrebbero ottenuto l’aiuto pubblico, la fotografia di una classe politica indecente diventa un maxi poster.
Tuttavia la lezione più importante è probabilmente un’altra. Questi deputati avevano pieno diritto ad ottenere quei soldi pubblici perché essi non erano condizionati ad alcuna soglia di reddito. Tanto è vero che sono andati anche a professionisti che li guadagnano con una sola piccola parcella.
Questo non è un errore, ma una scelta politica nella logica della Flat Tax, cioè di quel sistema di tassazione – inventato da Reagan e oggi rivendicato da Salvini e dalle destre liberiste di tutto il mondo – che dispone una aliquota unica, indipendentemente dalla ricchezza di chi deve pagare. Un sistema che regala tanti più soldi a chi più ne ha.
Evidentemente anche il governo PD/M5S è entrato in quella logica ed infatti continuamente sentiamo esponenti di quei partiti promettere la riduzione delle tasse per tutti, quando invece esse dovrebbero essere ridotte ai poveri e aumentate ai ricchi.
Insomma è il comune sentire liberista di tutto il palazzo della politica che ha fatto sì che i 600 euro andassero sia a chi 13.000 euro li guadagna in un mese, sia a chi non riesce a prenderli in un anno.
È chiaro ora perché la FLAT TAX fa schifo?
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04/12/2019
Per quest’anno non cambiare, stesso fisco padronale
La pessima riforma fiscale Lega-5stelle che allargava il regime forfettario alle partite IVA fino a 65.000 euro e poi, in previsione, con un secondo scaglione al 20% fino a 100.000, era infatti la punta di un iceberg enorme costruito in decenni di stravolgimento delle imposte italiane e annichilimento del loro grado di progressività. Un processo portato a compimento con dovizia da tutte le parti politiche che oggi siedono in parlamento, molto prima e molto oltre gli effetti del pur inaccettabile sistema forfettario per le piccole partite IVA, che ha visto sottrarre alla progressività dell’imposta enormi quote di redditi da capitale tramite numerosi espedienti.
Prova ultima della totale inconsistenza e strumentalità di quelle critiche di PD, Leu e anime varie del centro-sinistra, è proprio la piena continuità con le linee precedenti di politica tributaria seguita dall’attuale governo. Al margine della non approvazione del secondo scaglione della flat tax al 20% per i redditi oltre i 65.000 euro annui e fino a 100.000, motivata peraltro più che da motivi equitativi dal consueto richiamo ai vincoli di bilancio, la linea di politica fiscale del Governo non rappresenta in alcun modo un cambiamento di passo rispetto alla consolidata tendenza pluridecennale. Chi insomma si scandalizzava per la “mini flat tax” di Salvini scomodando la Costituzione e schizofrenicamente rivendicava il merito di avere abbassato la già esistente tassa piatta per le grandi imprese, non sembra proprio avere in mente un sistema tributario ispirato a criteri diversi da quelli della destra liberista.
Il regime forfettario per le partite IVA, di cui molto si è discusso negli ultimi mesi ed anni, è infatti soltanto una goccia in un mare di eccezioni, iniquità e operazioni regressive di cui il nostro sistema di tributi è affetto da molto tempo. Nel merito specifico, il forfettario è un regime fiscale separato da quello della tassazione ordinaria dei redditi delle persone fisiche, per cui ai lavoratori autonomi si applica una tassazione ad aliquota proporzionale sui loro guadagni, calcolati come una percentuale dei loro ricavi con un coefficiente che varia da settore a settore occupazionale. Il regime forfettario fino a 30.000 euro di ricavi fu introdotto alcuni anni fa per tamponare la proliferazione delle ‘false partite IVA’, ossia quei lavoratori che si palesano al fisco come autonomi ma che di fatto si configurano, per mansioni e attività svolte, come lavoratori dipendenti, nonché per proteggere quella galassia di micro-imprenditoria a reddito basso proliferata con la crisi economica, tenendo conto che il lavoratore autonomo paga un’elevata aliquota contributiva per le prestazioni previdenziali interamente a suo carico non esistendo un datore di lavoro riconosciuto formalmente come tale.
Con la scorsa Legge di Bilancio il governo 5stelle-Lega aveva esteso il regime forfettario per le partite IVA dai 30.000 ai 65.000 euro, applicando agli autonomi che rientrano in questa categoria una vera e propria ‘flat tax’ al 15%. Non solo: si prevedeva anche l’estensione, a partire dal 2020, del regime forfettario fino a 100.000 euro con un’aliquota al 20% per la parte di reddito eccedente i 65.000 euro. Tali soglie, molto più elevate della precedente, di fatto snaturavano in modo evidente una misura nata a favore delle micro partite IVA andando a ricomprendere fasce di reddito ben più elevate e di fatto, almeno in parte, redditi da piccolo capitale.
La seconda aliquota fino a 100.000, ai sensi della finanziaria in via di approvazione, non entrerà, per fortuna, in vigore. Resterà invece l’aliquota piatta fino a 65.000. Questa l’unica novità rispetto alle previsioni precedenti. Se leghisti e accoliti hanno visto nell’abolizione del secondo scalino fino a 100.000 un dietrofront nel percorso verso l’agognata vera flat tax e un insopportabile attacco al ceto medio, e se il PD, dal lato ‘opposto’ si riempie la bocca di equità fiscale del tutto a sproposito, ciò che in pochi vedono è che il sogno liberista delle imposte ridotte al minimo per i capitalisti e in generale per i più ricchi ha da tempo le sue fondamenta concrete costruite passo dopo passo nel corso degli ultimi trent’anni con un decisivo contributo proprio di coloro che mostravano apparente ripugnanza verso le idee reaganiane di Salvini e compagnia.
Il regime forfettario è un tassello relativamente marginale di un mosaico molto più vasto le cui tessere sono state assemblate poco a poco, a partire dagli anni ’80 e ’90 del secolo scorso adottando in politica tributaria una linea schiettamente liberista sviluppata di pari passo con quel liberismo complessivo delle politiche di bilancio (di entrata e di spesa) e più in generale delle politiche economiche nel loro insieme. Mentre osserviamo da ormai trent’anni una serie incessante di avanzi primari che drenano risorse e reddito all’economia, sul fronte della tassazione non si può che constatare il continuo processo di svuotamento del carattere di progressività del fisco disegnato con la riforma del 1973/74 ispirata al poi bistrattatissimo articolo 53 della Costituzione.
Con il tempo, la progressività è andata via via depotenziandosi attraverso cinque tendenze che hanno segnato, e segnano tuttora, l’evoluzione del fisco in Italia dagli anni '80/'90 ad oggi.
1) L’IRPEF è passata da un sistema di 32 aliquote nel 1974 all’attuale sistema di 5 aliquote. Le 32 aliquote del 1974, oltre ad essere percentuali molto distanziate, coprivano fasce di reddito molto ampie. Dopo anni di stravolgimenti,l’IRPEF è ormai un’imposta scarsamente progressiva, che colpisce in modo molto pronunciato il ceto medio, mentre favorisce fortemente i redditi alti e altissimi. Un’imposta che equipara un reddito medio-alto ad un reddito milionario e che grava come un fardello su chi percepisce un reddito medio, a tal punto che, ad oggi, circa 2/3 del gettito IRPEF viene da contribuenti 0-55.000 euro.
2) Si sono ampliate le eccezioni alla norma del cosiddetto ‘reddito entrata’ per cui tutti i redditi di una persona dovrebbe cumularsi in capo all’individuo costituendo reddito personale soggetto a tassazione progressiva. La presenza del regime forfettario per le partite IVA fino a determinate soglie, la tassazione agevolata (dal 2010) dei redditi da affitto immobiliare, prima compresi nella base imponibile IRPEF, ora soggetti ad aliquote sostitutive (cedolare secca proporzionale scesa di recente al 12%); la tassazione dei redditi da attività finanziaria (interessi, plusvalenze) tramite aliquote agevolate al 26% o 21%; la presenza di una tassazione proporzionale degli utili delle società di capitali al 24%, costituiscono gli esempi più lampanti di un sistema volutamente frammentato dove l’imposta progressiva colpisce quasi esclusivamente i redditi da lavoro prevedendo per i redditi da capitale regimi separati e agevolati.
3) In particolare la riduzione della tassazione delle società di capitali, passata in una trentina d’anni dal 50% all’attuale 24% di aliquota IRES e il cambiamento di sistema nell’armonizzazione tra imposta sulla società e imposta sul socio fanno sì che una massa gigantesca di redditi da capitale non rientra ad oggi nella progressività delle imposte ed è tassata con aliquote fortemente agevolate. Una parte consistente di percettori di elevati redditi da capitale gode, inoltre, di una tassazione privilegiata sia per via di un’imposta societaria proporzionale al 24%, sia per via delle imposte cedolari secche (al 26% e al 21%) che colpiscono i dividendi, le plusvalenze, gli interessi sui titoli e gli affitti di immobili.
4) I forti aumenti dell’aliquota IVA (partita al 12% ed arrivata al 22% sui beni ordinari) hanno dato luogo ad un ribilanciamento del peso specifico delle imposte indirette che crescono al cospetto di quelle dirette. Sul piano distributivo, imposte come l’IVA hanno un impatto fortemente regressivo: i poveri infatti consumano una percentuale di reddito assai più alta dei ricchi, e tassare il consumo, quindi, implica sottrarre quote percentuali di reddito ben più elevate dai poveri piuttosto che dai ricchi.
5) Infine, vi è l’annoso tema dell’evasione e dell’elusione fiscale. L’evasione ha chiare implicazioni distributive generali in quanto non può essere praticata dai lavoratori dipendenti per via della presenza del ruolo di sostituto d’imposto svolto dal datore di lavoro. L’aumento delle pratiche elusive è invece legato alla massiccia delocalizzazione di capitali in sedi fiscali privilegiate a seguito del processo di piena liberalizzazione dei capitali avvenuto alla fine del secolo scorso. La concomitanza di questi cinque orientamenti fa sì che ad oggi il sistema tributario italiano sia sempre meno equo, sempre meno progressivo e sempre più dipendente dal contributo della categoria dei lavoratori: in Italia le imposte vengono pagate per la stragrande maggioranza da dipendenti e pensionati e gravano in gran parte sui redditi medio-bassi, medi o di poco superiori alla media, mentre il carico fiscale sui redditi più alti ha beneficiato nel corso degli anni più recenti di una continua riduzione.
Solo una generale revisione del sistema tributario su base fortemente progressiva potrebbe avere delle chiare implicazioni redistributive e favore della la classe lavoratrice nel suo complesso. Da un lato, un fisco realmente progressivo assicurerebbe che le fasce alte di reddito vengano tassate in una misura percentuale più elevata rispetto alle fasce di reddito più basse; dall’altro, le risorse reperite tramite la tassazione progressiva permetterebbero di finanziare, per la parte non coperta da deficit, quei servizi per la collettività di cui beneficiano principalmente le fasce di reddito più basse.
Quale via seguire per favorire una drastica inversione di tendenza rispetto al quadro tributario attuale? Un’efficace riforma tributaria che possa restituire al sistema fiscale quella progressività e quella funzione redistributiva da tempo compromessa, dovrebbe basarsi su tre vie maestre.
1) Occorrerebbe ricondurre tutte le tipologie di reddito nell’alveo di un’unica imposta progressiva eliminando tutti i regimi agevolati e, a quel punto e contestualmente, aumentare drasticamente il grado di progressività dell’imposta sui redditi. Tale aumento avrebbe la capacità di operare una discriminazione dei redditi per censo ma anche per classe sociale: colpire con aliquote molto elevate le fasce di reddito elevatissime significherebbe di fatto colpire fortemente i redditi da capitale.
2) Un ulteriore elemento potrebbe essere rappresentato dall’introduzione di un’imposta patrimoniale sulla ricchezza finanziaria mobiliare e immobiliare. Senza dubbio una patrimoniale non deve essere fatta ‘alla Monti’ (tassando le prime case) ma deve andare a colpire soltanto i grandi patrimoni (immobiliari e finanziari) salvaguardando invece il patrimonio di milioni di persone che detengono immobili come prime case di abitazione, oppure i patrimoni finanziari frutto di anni di faticosi risparmi da parte dei lavoratori e della classe media nel suo insieme.
3) All’interno del mondo delle imposte indirette (come l’IVA), infine, sarebbe opportuna una forte ricalibrazione delle aliquote sulla base del grado di necessità dei beni di consumo. Stante il carattere generalmente regressivo delle imposte indirette, vi è un modo per calmierarlo e consiste nell’applicare aliquote IVA differenziate a seconda della tipologia del bene di consumo tassando in modo più intenso i consumi di fascia alta e in modo più moderato o persino detassando del tutto i consumi di prima necessità.
Oltre ad avere un forte effetto di ripristino di giustizia distributiva, un drastico aumento della progressività delle imposte avrebbe un effetto positivo macroeconomico sui consumi: avendo i più poveri e i redditi medi un’elevata propensione marginale al consumo ed i più ricchi un’elevata propensione marginale al risparmio, spostare quote di prelievo dai poveri ai ricchi implicherebbe un subitaneo aumento dei consumi a discapito dei risparmi inerti e con un’evidente effetto espansivo sulla domanda aggregata complessiva. In un’economia ben lontana dall’aver raggiunto il pieno impiego un aumento della domanda aggregata di beni e servizi implica un aumento del prodotto, dell’occupazione e dei redditi.
Associato ad una necessaria ripresa della spesa e degli investimenti pubblici, la via della redistribuzione progressiva del reddito contribuirebbe ad uscire dalla crisi economica che attanaglia il nostro e gli altri paesi europei da ormai più di un decennio con alti tassi di disoccupazione. Infine, la lotta contro la disoccupazione avrebbe con buone probabilità un effetto di ritorno sul conflitto distributivo: minor disoccupazione, infatti, implica minor sostituibilità dei lavoratori e dunque una maggior forza contrattuale nella determinazione delle proprie condizioni di lavoro e sulle retribuzioni dirette e indirette.
Ecco quindi che un sistema tributario equo assume, oltre ai suoi effetti redistributivi immediati, una doppia valenza macroeconomica fondamentale. In primis, il gettito fiscale permette di finanziare la spesa di risorse pubbliche che contribuiscono all’aumento della domanda aggregata: una funzione che di certo non va vista come sostitutiva della spesa in deficit, ma ad essa complementare, e che quindi va accompagnata alla battaglia tesa a recuperare i margini di manovra fiscale ad oggi pressoché inesistenti nel contesto europeo. In secondo luogo, un fisco progressivo permette una crescita dei consumi e quindi rafforza gli effetti macroeconomici positivi della spesa pubblica.
Un programma simile, tuttavia, richiede una serie di condizioni istituzionali ad oggi inesistenti che implicano quindi uno sguardo più ampio sull’architettura generale delle politiche economiche degli Stati nel contesto europeo e internazionale. Assieme ai vincoli di bilancio che limitano il ricorso alla spesa in deficit, vi è un altro elemento cruciale che ingessa la flessibilità della politica fiscale e di bilancio degli Stati: la libera circolazione di merci e soprattutto di capitali. In un contesto dove i capitali sono liberi di migrare da un paese ad un altro, la possibilità di incidere in modo rilevante sulle caratteristiche di un sistema tributario è assai ridotta. Un qualsiasi tentativo di aumentare le aliquote marginali sui redditi più elevati e sui redditi da capitale dovrebbe infatti fare fronte al rischio di delocalizzazione massiccia di capitali verso paesi a fiscalità più agevolata con tutte le conseguenze finanziarie e reali che ciò implicherebbe. Pertanto, una riforma tributaria fortemente progressiva non appare compatibile con gli attuali assetti istituzionali imposti dall’adesione ai trattati europei e ai trattati di libero commercio internazionale. Solo una profonda messa in discussione della libera circolazione dei capitali può rendere possibile una linea di politica fiscale e di politica economica davvero emancipativa e favorevole alle classi subalterne.
Fonte
16/09/2019
Lega a Pontida, poche idee e confuse
Non ci soffermiamo “sulle note di colore” che tanto appassionano i media mainstream (le aggressioni al videomaker di Repubblica e a Gad Lerner, la rabbia cieca contro “gli altri” senza distinzioni, la paura di essere finiti in un cul de sac, “i ladri ci hanno rubato in casa”, ecc). Sono manifestazioni “logiche” per una folla di attivisti fidelizzati, chiamati a ribadire il sostegno a scelte che sono cadute loro addosso come macigni, a sorpresa, che devono per forza collocare l’errore e la malvagità (il “tradimento”) fuori del proprio cerchio. Salvando il Capo, magari “ingenuo”, ma comunque zattera cui aggrapparsi. In mancanza di meglio... Ossia di idee e progetto-paese.
Ci concentriamo invece sui pochi accenni di “programma” elencati dal Truce sul palco di Pontida.
Un elenco assolutamente neoliberista, perfettamente in linea con le scelte europee che si dice contemporaneamente di voler contrastare, ma condite con schizzi di ideologia parafascista a tenere insieme il tutto.
I punti forti, come presa sull’immaginario di chi si è trascinato fino al pratone bergamasco, sono stati ancora l’autonomia differenziata e la flat tax. Due idee assolutamente classiste, che privilegiano i ricchi – come territori e come reddito personale – ma che vengono vendute come “interclassiste”, capaci di mettere insieme “lavoratori ed imprese”. Come se pagare il 15% di tasse su un milione di euro (invece dell’attuale 43%) o su mille (proprio come ora) fosse una misura “egualitaria”, che mette “sullo stesso piano” ciò che sta in angoli opposti.
L’autonomia differenziata, a sua volta, è in linea approvata dalle politiche di Bruxelles, che hanno fatto della differenziazione e della conflittualità interna il tratto caratteristico dell’evoluzione dell’Unione. Una differenziazione gestita principalmente a livello di Stati nazionali, ma che è nel dna costitutivo dei trattati.
Già oggi, del resto, le regioni avanzate del Vecchio Continente sono i baricentri che attirano investimenti, commerci, infrastrutture, popolazione in cerca di lavoro, a scapito di aree che si vanno invece spopolando. Nord e Mezzogiorno esistono in ogni paese (basti pensare alla distruzione voluta dei land tedeschi dell’Est, l’ex DDR), e viene accuratamente vietata qualsiasi politica di riduzione delle disparità nello sviluppo.
È la visione ordoliberista classica (il più forte cresce, il più debole si mette a disposizione o sparisce), impostasi grazie alla leadership economica tedesca (anche questa in crisi, oggi). Ma il leghista medio l’ha fatta propria, come ogni “padroncino” che fa fatica a cavar fuori un sovrappiù soddisfacente dalla propria attività e quindi prova a rifarsi riducendo il salario dei dipendenti, evadendo le tasse (la flat tax è la versione “legale” di questa pretesa); sognando di diventare “un magnate”.
Un tempo si sarebbe detto piccola borghesia, produttiva o speculativa, che vede rapidamente svanire le condizioni fondamentali su cui aveva costruito il proprio benessere (la crisi del “modello europeo”) e cerca “colpevoli” alla sua limitata portata (i migranti, i meridionali – chiunque sia più a Sud di me).
È indicativa, in questo senso, la traduzione di questi obbiettivi in termini di “riforme istituzionali”: sistema elettorale assolutamente maggioritario (“chi prende un voto di più governa senza rottura di scatole”) e presidenzialismo, col ricorso al referendum su richiesta delle Regioni leghiste. Il peggio degli anni ‘80 e ‘90 riproposto come novità, in grado di “rispecchiare il popolo” mentre ne esclude parti crescenti dall’agone politico.
Ma queste due idee – molto “renziane”, berlusconiane o piduiste – nei venti anni che abbiamo alle spalle miravano a una riduzione della rappresentanza politica per rendere più efficiente la procedura decisionale. Di fronte al trasferimento di “poteri sovrani” (in economia, conti pubblici, politica estera, politica industriale e commerciale, ecc.), quelle “riforme” dovevano escludere “le ali estreme” dello schieramento politico e favorire la “convergenza al centro”, verso decisioni già prese in altra sede.
Oggi, nella versione leghista, dovrebbero invece servire ad eliminare qualsiasi condizionamento, qualsiasi opposizione effettiva, nell’eterna illusione dell’omuncolo impotente (“se avessi i pieni poteri, potrei fare tutto quello che voglio”).
Il resto – il pantheon della destra di fine millennio, con la Thatcher, Woytila e Oriana Fallaci, un pizzico di fascismo tra Mussolini e Le Pen – serve solo a dare l’impressione di possedere una “cultura politica unitaria” a un mondo, e a un ceto sociale, che non va al di là del proprio spaventato individualismo.
Se fossimo in un gioco politico serio, e in una fase economica migliore, tutto ciò sarebbe una barzelletta evidente anche agli occhi di chi riempiva il pratone bergamasco. Ma in tempi di crisi crescente, e con una “classe politica” miseranda (tra i Di Maio, gli Zingaretti, gli “scissionisti renziani”, i “furbettini del condominio” che imitano gli statisti di un tempo finito, ecc.), quella rabbia fangosa e cieca resta lì a fermentare. A sognare di tornare “ipotesi politica vincente”.
E se trovasse interpreti migliori del Truce, potrebbe persino diventarlo. Trasformando a quel punto la farsa in (breve) tragedia.
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18/08/2019
Perché la proposta sulla flat tax di Borghi e Bagnai sfavorisce il sud
Poniamo la questione.
55 mila euro sono redditi presenti in Lombardia, Emilia, Veneto e in parte nel Lazio, in Piemonte, Toscana e Liguria.
Il reddito medio pro capite al sud, quando va bene, è di circa 23 mila euro.
Togliendo le detrazioni e le deduzione fiscali come propongono gli economisti della Lega, i redditi medio bassi ne sarebbero sfavoriti.
Proprio quelli che sono nel Meridione.
Insomma, un pacco.
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11/08/2019
I sogni magici della caricatura di Trump
Salvini dice in fondo la verità quando afferma di non ispirarsi ad Hitler, in realtà lui vorrebbe i poteri magici di Lord Voldemort, il cattivo della saga di Harry Potter. Infatti lui cerca di riprodurne il comportamento e le frasi. Fu Voldemort a coniare lo slogan: “prima i maghi”... poi tradotto dal leghista in “prima gli italiani”.
Salvini vorrebbe i poteri del mago cattivo innanzitutto perché è un bullo frustrato e pauroso, che si rifugia nei sogni di dominio temendo che la realtà lo smascheri per ciò che è.
E poi serve la magia, perché solo con essa Salvini può pensare di realizzare le promesse elettorali che va facendo.
Imitando il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, ultra-liberista e reazionario, il capo della Lega da tempo annuncia la flat tax, cioè la riduzione delle tasse in proporzione inversa alla giustizia: chi ha di più riceve di più, chi ha di meno riceve meno... o niente.
Contemporaneamente però Salvini vuole annullare l’aumento dell’IVA, che pure ha sottoscritto quando era nel governo che ora definisce “dei NO”. E naturalmente non vuol tagliare la spesa pubblica, quella militare prima di tutto, ma anche quella sociale.
Per realizzare l’obiettivo di ridurre le tasse ai ricchi senza chiedere subito i soldi ai poveri, Salvini ed i suoi fattucchieri economisti fanno credere che pagheranno tutto aumentando il deficit pubblico.
Il che non sarebbe una scelta sbagliata se servisse per scuole, ospedali, servizi sociali, lavoro. Ma se serve per dare soldi pubblici a chi già ne ha di suo, beh è una porcata.
Per altro Salvini fa finta di non sapere di aver recentemente firmato, sempre quando era al governo, l’impegno con la UE a ridurre il deficit pubblico, anzi ad aumentare l’attivo primario. Ed infatti in queste ultime ore il capo leghista ha affermato di non volere rotture con la UE.
Quindi: ridurre le tasse ai ricchi, non aumentare l’IVA, più spesa pubblica e sociale, attivo di bilancio in più in accordo con la UE.
Ci vorrebbe davvero la bacchetta magica per conciliare tutto questo; che è poi solo la versione padana e stracciona della terribile politica economica di Ronald Reagan, il cui risultato reale negli anni '80 del secolo scorso furono tanti miliardi di dollari in più ai ricchi e tanti milioni di poveri in più in tutto il paese.
Quasi quarant’anni dopo Trump cerca di copiare Reagan, ma in fondo ne è una caricatura. Salvini a sua volta cerca di copiare Trump, è la caricatura di una caricatura.
Ecco perché ci vuole la magia. Perché la bolla mediatica che ha costruito sul nulla Matteo Salvini prima o poi si sgonfierà, come è accaduto ad altri suoi predecessori. E alla fine la realtà delle promesse costruite sull’imbroglio imporrà i suoi verdetti.
Così si comincia da Lord Voldemort e si finisce come copia del Mago Otelma.
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27/07/2019
La menzogna della flat tax
Se fossimo dei normali sentimentali, ci metteremmo ad elencare quanto hanno vomitato – solo per fare un esempio molto noto – contro Carola Rackete, la comandante della Sea Wath che (vi ricordate? quanto tempo è passato...) che ha portato comunque a terra 54 naufraghi nonostante i divieti disposti dal Secondo Matteo (imitazione padana e più sguaiata del primo, Renzi).
Ricordiamo:
– “ha cercato di affondare una motovedetta della Guardia di Finanza con degli agenti a bordo. Dicono salviamo vite e hanno rischiato di uccidere esseri umani che stavano facendo il loro lavoro. I video sono evidenti, questi sono delinquenti, una nave di centinaia di tonnellate di stazza ha speronato, schiacciato contro la banchina e danneggiato una motovedetta in vetroresina con dei militari della Guardia di Finanza a bordo che sono stati costretti in parte a scendere in parte a scappare per salvarsi la vita“;
– “un atto di violenza, un atto criminale, un atto di guerra come quello che è documentato dalle televisioni di tutto il mondo penso e spero che non possa rimanere impunito”;
– “se uno sperona e schiaccia contro una banchina di un porto una motovedetta della Guardia di Finanza è un criminale. È come se qualcuno stasera guidando o un tir o un pullman avesse l’alt di una pattuglia dei Carabinieri e invece di fermarsi andasse a schiacciare contro il muro dell’autostrada la pattuglia dei Carabinieri”.
La litania delle falsità potrebbe continuare a lungo, ma queste poche frasi bastano. La magistratura, infatti, dopo aver inizialmente arrestato Carola sotto la pressione del ministro dell’interno e dei media di regime, ha velocemente ricostruito la faccenda in termini giudiziariamente più veritieri, liberandola.
Nessuno dei fatti e dei “reati” ipotizzati da Salvini sono minimamente stati presi in considerazione da un qualsiasi magistrato italiano. Nessuna imputazione per “tentato omicidio aggravato” dal fatto di avere come obbiettivo militari dello Stato italiano; nessun atto di violenza, ecc.
In uno Stato di diritto, ciò significa che chi continua a straparlare in quei termini o mente, oppure non è sano di mente. Visto il successo del Secondo Matteo nei consensi, ci sentiamo di optare per la prima ipotesi.
Va là, dirà qualcuno. È solo una questione di interpretazione, o magari dei soliti “magistrati di sinistra” che vogliono andar contro “il capitano”...
E allora facciamo parlare qualcosa di meno opinabile: i numeri.
Sapete tutti che uno dei cavalli di battaglia degli ultimi giorni è la cosiddetta flat tax, uno “choc fiscale” che dovrebbe magicamente trasformare imprese fetecchiose in scattanti levrieri del business, oltre a “riempire le tasche degli italiani”.
Noi di Contropiano c’eravamo già fatti due conti, scoprendo che della flat tax con aliquota unica al 15% avrebbero tratto beneficio solo i redditi alti. Non perché siamo “troppo intelligenti”, ma perché è fin troppo banale capire che è così.
Ora però arriva anche il report del Centro Europa Ricerche, presentato ieri nel “parlamentino” del Cnel. Una delle istituzioni economiche che monitorano costantemente l’andamento economico del paese e l’impatto delle diverse misure di politica economica.
E che Salvini sia un mentitore seriale diventa così matematicamente certo.
Spiega infatti il Cer che beneficerebbero dalla flat tax “solo” i contribuenti fra 26 e 55 mila euro, una platea di “circa 8,2 milioni”, un quinto del totale. Sotto la soglia dei 26.000 euro (la stragrande maggioranza dei cittadini italiani) non si avrebbe alcun vantaggio. Anzi, a guardar bene, tra deduzioni e detrazioni (figli, università, mutui, spese sanitarie, ecc), ci rimetterebbero. In qualche caso anche parecchio.
È così vero che in diversi talk show, messo alle strette, il sottosegretario alle politiche sociali, Claudio Durigon (ex dirigente dell’Ugl, il sindacato fascista che si chiamava Cisnal e ora risulta in “quota Lega”), ha ammesso che si sta studiando la possibilità di lasciar decidere ai singoli contribuenti se accettare il nuovo regime o mantenere quello attuale. Sicuramente più vantaggioso.
Spietato come ogni insieme scientifico, il Cer spiega che “apparentemente, il 15% evoca un’imposizione molto più bassa dell’attuale e quindi un consistente recupero di reddito disponibile da parte dei contribuenti. Non è però così, dal momento che l’attuale struttura dell’Irpef, basata sul riconoscimento di deduzioni e detrazioni, fa sì che il livello delle aliquote effettivo sia molto inferiore a quello delle aliquote legali. Con specifico riferimento all’aliquota del 15%, tale livello di imposta è di fatto già vigente per i contribuenti con redditi fino a 26 mila euro“.
“Evoca”, ossia fa credere ai non addetti ai lavori e ai calcoli aritmetici. “Di fatto è già così”, anzi pure meglio (a volte di poco, ma meglio).
E allora chi ci guadagna? Solo per la prima fascia di aliquote proposta dalla Lega ne avrebbero un vantaggio i redditi tra 26.00 e 55.000 euro. E, com’è matematicamente logico, più ci si avvicina a quella soglia, più si guadagnerebbe.
Per la precisione: “Risparmierebbe quasi 7mila euro di imposta chi dichiara 55mila euro, mentre per chi ha un reddito di 29mila euro lo sgravio si fermerebbe a 3,5mila euro“.
Ma non è neanche questo del tutto certo. Il diavolo si nasconde nei dettagli e dunque, notano i ricercatori del Cer, “per quanto riguarda infine l’ipotesi di adottare l’intervento sui redditi familiari e non individuali, non può non rivelarsi la confusione che ciò ingenererebbe, sostanzialmente consegnandoci un sistema duale di cui non paiono chiari i confini, tanto più che ogni contribuente resterebbe libero di optare per il regime fiscale a lui più conveniente“.
Il risultato finale appare quasi scontato. Il Cer sottolinea che “è da considerarsi elevato il rischio di un depotenziamento di fatto dell’intervento, come d’altronde già sta succedendo con Quota 100, che non viene ritenuta conveniente da un numero di persone superiore a quanto atteso“.
Traduciamo, perché i ricercatori sono sempre troppo educati: “come è avvenuto con quota 100, i beneficiari effettivi sarebbero molti di meno di quanto sparato nelle interviste del ministro mentitore”.
Eppure, dice sempre il Cer, “meglio forse sarebbe concentrare sforzi e risorse su un obiettivo di più semplice realizzazione: abbassare, nei limiti del possibile, l’aliquota legale sul terzo scaglione di imposta, appunto quello fra 28 e 55 mila euro“.
Perché “è quello che subisce la maggiore penalizzazione in termini di salto di aliquota effettiva“, una “delle modalità con cui si manifesta l’eccesso di carico fiscale sui redditi medi e che certo è meritevole di correzione“.
Ma perché fare una cosa semplice e logica – e persino giusta – quando invece si può fare assolutamente niente presentandosi come il salvatore della patria e l’uomo che taglia le tasse “agli italiani”? Il Secondo Matteo non ha mai avuto dubbi, preferendo la seconda (come Quelo...).
Dimenticavamo la perla finale: “La perdita di gettito sarebbe di 16 miliardi”. Ma a chi volete che interessi un dettaglio così insignificante? Basterà tagliare la spesa pubblica sociale (scuole, sanità, welfare, ecc.) e costringere chi oggi paga già un ticket pesante a pagarne uno ancora più mostruoso. Ma illuso dalla “comunicazione governativa” che, per l’appunto, “vi abbiamo tagliato le tasse”...
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15/07/2019
Il “pacco” della flat tax presentato da un premier abusivo
Vergogna per chi ha accettato di avallare questa che è una “sgrammaticatura istituzionale” di grande rilevanza, e che si è visto presentare un piatto parecchi avariato. Del resto, cosa si potevano aspettare da un soggetto che prova ormai scopertamente a giocare tutte le parti in commedia?
Una brevissima analisi della proposta che ha gettato sul tavolo è infatti un autentico “pacco” per i redditi più bassi. E ha una chiara sponda nel progetto di “autonomia differenziata”, nonché con le gabbie salariali indicate dal suo sodale – o ghost thinker – Giorgetti.
Facciamo i conti della serva. La formula di flat tax al 15% presentata a imprese e sindacati cancella tutte le detrazioni fiscali oggi esistenti e le sostituisce con un unica deduzione che può arrivare al tetto di 3.500 euro. Un normale dipendente pubblico che dichiara 23 mila euro annui lordi (un impiegato normale, non un dirigente), ha oggi detrazioni mensili per 290 euro che, moltiplicate per 13 mesi, fanno 3.700 euro.
Se poi questo impiegato ha figli che vanno ancora a scuola o all’università oppure va al lavoro con l’abbonamento ai mezzi pubblici, ogni anno può detrarre altre spese per 1.000-1.500 euro con detrazioni al 20%. Insomma, ci perde in modo secco. Mentre chi dichiara 50 mila euro o oltre, ci guadagna parecchio. Un pacco.
C’è però da considerare anche la ripartizione territoriale dei redditi. E indovinate quali sono le regioni dove si concentrano di preferenza i redditi da 55 mila euro? In Emilia Romagna, nel nordest e in Lombardia.
È insomma un avvio di secessione fiscale, a danno dei redditi medio bassi delle periferie e del Sud.
Se rifacciamo un attimo anche i conti elettorali delle europee del 26 maggio, il Truce ha preso il 34% dei votanti, ma solo il 18% degli elettori. E dunque in forza di una potenza inesistente si arroga il diritto di fare le gabbie salariali e la secessione reale e fiscale.
Forse è ora di farsi sentire sul serio...
Sulla gravità dello “strappo istituzionale” di un ministro che si assume la direzione di fatto del governo, ecco la presa di posizione di Usb, tra i pochi sindacati a dire NO al “Truce” Salvini:
L’incontro di oggi al Viminale tra il ministro di polizia e una parte, consistente ma non completa, di esponenti di forze sociali e imprenditoriali ha avuto un corso se possibile ancora più inquietante di quello che si poteva supporre.
Presentato come un momento di confronto fra uno dei due vicepresidenti del Consiglio dei Ministri, fatto di per sé assolutamente improprio visto che di relazioni con le parti sociali si occupa a nome del Governo il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, si è invece rivelato un momento in cui il vicepremier di polizia ha esposto il programma della Lega, il suo partito, per la manovra economica prossima ventura utilizzando per farlo il Ministero dell’Interno che sicuramente non è un’istituzione a disposizione dei partiti.
A rendere ancora più inquietante la faccenda, il fatto che all’illustrazione del progetto sia stato chiamato l’ex sottosegretario Armando Siri, costretto recentemente alle dimissioni perché inquisito per corruzione.
Se siamo abituati alle scorribande di Salvini in terreni non suoi, se siamo abituati ad una sua scarsissima considerazione dei luoghi istituzionali, se siamo avvezzi alle provocazioni messe in atto, come non può che definirsi la presenza attiva di Siri al vertice, quello che sconcerta e indigna è il fatto che rappresentanti sindacali abbiano accettato quel terreno e quelle modalità di confronto.
Non basta aver contestato, in quella sede, come sembra qualcuno abbia fatto, le scelte del Governo, non basta presentarsi come paladini della giustizia sociale se poi ci si acconcia a passare quattro/cinque ore ad ascoltare un programma economico di un partito che ha fatto delle disuguaglianze la propria cifra e le fa provocatoriamente esporre da un suo uomo su cui fino a ieri l’altro si è puntato il dito perché inquisito per corruzione.
Non bisognava andare, non bisognava accettare una riunione convocata appositamente per mettere alla berlina il confronto istituzionale tra Governo e parti sociali. Non solo hanno scelto di andare, ma hanno scelto di restare seduti a quel tavolo anche dopo che il gioco di Salvini è diventato chiaro ed evidente.
Chi ha accettato questo confronto si assume una responsabilità grave che nessun atto sindacale di riparazione potrà risanare.
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20/06/2019
Flat tax: tagliare le tasse ai ricchi per tagliare i servizi a tutti
Di questa triade micidiale, approfondiamo il ricorrente tema della tassa piatta, ormai utilizzato a corrente alterna come strumento di consenso da parte della Lega, nella sua non nuova posa antistatalista di partito della protesta fiscale. Eravamo rimasti pochi mesi fa alla flat tax per le partite Iva. Salvini ora rilancia una riforma generale dell’Irpef, che assumerebbe le sembianze di una flat tax per le famiglie.
Quella in discussione costituisce tuttavia una versione ibrida della flat tax: la proposta più recente si configura come una ristrutturazione del sistema impositivo sulla base di tre aliquote che non consentono di parlare di vera e propria flat tax, la quale implica necessariamente un’aliquota unica/piatta. Con poco spazio fiscale a disposizione, il governo gialloverde ha deciso di muoversi nel perimetro dell’austerità europea e al riparo da accuse di incostituzionalità. L’unico ostacolo all’implementazione della versione originale, quella socialmente più odiosa, pare dunque la genuflessione dei partiti di governo al rigore fiscale.
Niente aliquota unica, quindi, ma un’ipotesi, sempre più probabile a giudicare dalle notizie recenti, di un sistema di tre aliquote così calibrato: 15% fino a 50.000€, 20% fino a 100.000€ e 40% oltre i 100.000€. Un sistema che sostituirebbe l’attuale Irpef a cinque aliquote, calibrate dal 23% al 43%, rimpiazzando l’insieme di detrazioni esistenti con una deduzione forfettaria di 3.000€ per ogni componente, applicabile fino alla soglia dei 35.000€ di reddito familiare, che limiterebbe solo lievemente la perdita complessiva di progressività, inevitabile con l’introduzione di una aliquota unica sotto i 50.000€.
Nell’ideologia che sostiene questa proposta di riforma fiscale, uno dei cavalli di battaglia insiste sul fatto che questa andrebbe a favore del ceto medio, come se fosse una misura pensata per dare respiro ad una vasta categoria di soggetti, intesi come grande maggioranza della popolazione, asfissiata da un eccessivo carico fiscale. In questa proposizione vi è un elemento di verità e una grande menzogna. La verità è che senza ombra di dubbio esiste in Italia un ceto medio oberato iniquamente di imposte. La menzogna è che la flat tax abbia come bersaglio questo eccessivo fardello fiscale.
Prima di tutto, occorre chiarire che cosa sia il ceto medio. Si può approssimativamente definire come quell’insieme di individui o famiglie il cui reddito e patrimonio si colloca intorno al livello mediano nella scala sociale. Secondo la definizione dell’economista Lester Thurow, questo è composto da coloro con un reddito tra il 75% e il 125% del livello mediano; per altri, che considerano anche individui più ricchi, l’incerta categoria includerebbe coloro il cui livello di reddito si colloca tra il 75% e il 200%. Evidentemente un criterio unico non esiste e il termine è soggetto a interpretazioni molto diversificate.
Non è dunque casuale il ricorso continuo del governo giallo-verde al termine ‘ceto medio’, volendovi includere in modo generico quella maggioranza che non si percepisce né ricca né povera. Un termine che, proprio per la sua elasticità, si adatta facilmente ad essere piegato per mascherare regali fiscali ai veri ricchi, spacciati furbescamente come riduzioni generalizzate delle imposte.
È proprio il caso della flat tax proposta dal governo, coadiuvato in questo aspetto da una ‘opposizione’ liberista compiacente e più realista del re. La proposta rappresenta un arretramento in termini di progressività rispetto al sistema vigente e pare dunque improbabile che si tratti di una riforma vantaggiosa per la tanto corteggiata maggioranza della popolazione, come i suoi sostenitori sbandierano ai quattro venti. In ogni caso, vale la pena fugare ogni dubbio, numeri alla mano.
Stando al sistema attuale, un reddito di 15.000€ lordi annui corrisponde a circa 1.100€ netti al mese, mentre 50.000€ corrispondono a circa 2.900€ netti: non proprio lo stesso reddito! Secondo il regime di imposte vigente, il primo soggetto paga circa il 14% come aliquota media, mentre il secondo circa il 30%; con la flat tax, il primo soggetto pagherebbe il 12% (una riduzione di 2 punti percentuali), il secondo il 14% (un’aliquota media più che dimezzata).
Per capire fino a che livello della scala di reddito la possibile riforma garantirebbe vantaggi fiscali, proviamo a osservare il reddito mediano individuale, che in Italia è stimato intorno a 16.500€ lordi nel 2018. Anche volendo dare un’interpretazione di ceto medio assai allargata verso l’alto (dal 75% al 200%), potremmo immaginare che la cosiddetta classe media italiana sia costituita da quella vasta platea i cui redditi lordi si collocano tra i 12.500€ e i 33.000€ annui. I dati delle dichiarazioni Irpef peraltro ci informano che l’80% degli italiani (dunque la stragrande maggioranza) al 2018 dichiara un reddito inferiore ai 30.000€ lordi annui.
Prendiamo allora un soggetto che percepisce proprio 30.000€ lordi annui (circa 1.930€ netti al mese) e che si colloca quindi nel bel mezzo della parte relativamente più benestante del ceto medio tanto corteggiato dai politici. Allo stato attuale tale soggetto, senza figli o coniugi a carico, paga circa il 23% di Irpef come aliquota media. Con la riforma proposta la sua aliquota scenderebbe a circa il 14%: una riduzione di quasi 10 punti dell’aliquota media.
Per fare un altro esempio, un soggetto che attualmente percepisce 25.000€ lordi (circa 1.650€ netti al mese), passerebbe da un attuale aliquota intorno al 20% ad una del 13%. Anche qui circa 7 punti di sconto al lordo delle detrazioni specifiche, qui non considerate. Vantaggi molto meno importanti rispetto a quelli conseguiti da chi guadagna il triplo o il quintuplo degli importi qui considerati.
Tornando ai redditi più elevati, un soggetto che percepisce 100.000€ annui, che equivalgono a circa 5.500 netti al mese, ad oggi paga un’aliquota media del 36%. Con la riforma annunciata pagherebbe il 17,5%: un’aliquota media dimezzata!
Risulta evidente allora come il risparmio fiscale aumenti esponenzialmente al crescere del reddito. Una simile riforma non va quindi a vantaggio del ceto medio, ma piuttosto dei percettori di redditi alti o molto alti. Se la riforma da un lato abbassa, almeno in parte, il carico fiscale su una vasta platea di contribuenti, questa avvantaggia in modo ben più marcato i ricchi, senza peraltro sostenere significativamente i redditi più bassi. Esattamente l’opposto di una misura popolare.
Come se non bastasse, i vincoli di bilancio – ritenuti inviolabili dal governo attuale, al netto delle chiacchiere – impongono che una simile manovra sia necessariamente finanziata tramite tagli di spesa e l’ennesimo e già annunciato condono. Le voci che si susseguono ad oggi fanno ipotizzare che per il finanziamento si farà ricorso alle risorse stanziate e non spese per quota 100 e reddito di cittadinanza, la cancellazione degli 80 euro di Renzi e tagli alla sanità e alle spese sociali.
Insomma, per ridurre le tasse ai ricchi il governo giallo-verde attacca ancora lo Stato sociale e la spesa pubblica diretta a favore delle classi svantaggiate. Un Robin Hood al rovescio, un fenomeno che tutti i governi degli ultimi decenni hanno tristemente riproposto: meno servizi per i lavoratori per ridurre le imposte dei più ricchi.
Questa disamina impietosa della flat tax naturalmente non implica che la pressione fiscale in Italia sia equa ed accettabile. Dopo anni di stravolgimenti, l’Irpef è ormai un’imposta scarsamente progressiva, che colpisce in modo esagerato il ceto medio, mentre favorisce fortemente i redditi alti e altissimi, non individuando ulteriori scaglioni oltre la soglia dei 75.000€. Un’imposta che equipara, nella sostanza, un reddito medio-alto ad un reddito milionario e che grava come un fardello su chi percepisce un reddito ordinario di 1.500/1.800€ netti al mese, prevedendo salti di aliquota marginale clamorosi, come quello dal 27% al 38% oltre la soglia del reddito non certo elevato di 28.000€ lordi annui.
Ma non è tutto: l’Irpef, come ribadito qui più volte, ricomprende solo una parte dei redditi distribuiti, escludendo la gran parte dei redditi da capitale e la totalità dei redditi finanziari e da rendita immobiliare. Senza considerare l’evasione fiscale o i giganteschi fenomeni di elusione conseguita tramite la delocalizzazione delle sedi fiscali in altri paesi. Questi fenomeni sono oggi aspetti cruciali della battaglia distributiva, fenomeni che si perpetuano nel silenzio colpevole di tutti i partiti di maggioranza e opposizione.
Il sistema fiscale italiano, in definitiva, richiederebbe una riforma radicale, proprio nella direzione opposta a quella perseguita dal disegno della flat tax. Una riforma popolare che difenda i lavoratori e i soggetti più poveri dovrebbe prevedere:
- un innalzamento della no tax area;
- un drastico abbassamento delle aliquote su redditi bassi e medi;
- una maggiore gradualità e progressività, con un maggior numero di aliquote;
- una più ampia forbice di reddito interessata, ben oltre l’inadeguata soglia dei 75.000€ prevista oggi, per permettere di tassare in modo pesante i redditi milionari;
- la ricomprensione nel disegno della progressività di tutti i redditi, ad oggi volutamente sottratti all’Irpef tramite una giungla di regimi paralleli che favorisce i veri milionari e i redditi da capitale.
Un percorso diametralmente opposto rispetto a quello sancito da anni di controriforme condivise da tutte le forze politiche, e coronate dall’odierno progetto di legge leghista appoggiato dai 5stelle.
Fonte
