Salvini chiede con il voto i pieni poteri. È segno di un delirio di onnipotenza che porta sempre al disastro, anche se chi ne è soggetto dovesse vincere le elezioni.
Salvini dice in fondo la verità quando afferma di non ispirarsi ad Hitler, in realtà lui vorrebbe i poteri magici di Lord Voldemort, il cattivo della saga di Harry Potter. Infatti lui cerca di riprodurne il comportamento e le frasi. Fu Voldemort a coniare lo slogan: “prima i maghi”... poi tradotto dal leghista in “prima gli italiani”.
Salvini vorrebbe i poteri del mago cattivo innanzitutto perché è un bullo frustrato e pauroso, che si rifugia nei sogni di dominio temendo che la realtà lo smascheri per ciò che è.
E poi serve la magia, perché solo con essa Salvini può pensare di realizzare le promesse elettorali che va facendo.
Imitando il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, ultra-liberista e reazionario, il capo della Lega da tempo annuncia la flat tax, cioè la riduzione delle tasse in proporzione inversa alla giustizia: chi ha di più riceve di più, chi ha di meno riceve meno... o niente.
Contemporaneamente però Salvini vuole annullare l’aumento dell’IVA, che pure ha sottoscritto quando era nel governo che ora definisce “dei NO”. E naturalmente non vuol tagliare la spesa pubblica, quella militare prima di tutto, ma anche quella sociale.
Per realizzare l’obiettivo di ridurre le tasse ai ricchi senza chiedere subito i soldi ai poveri, Salvini ed i suoi fattucchieri economisti fanno credere che pagheranno tutto aumentando il deficit pubblico.
Il che non sarebbe una scelta sbagliata se servisse per scuole, ospedali, servizi sociali, lavoro. Ma se serve per dare soldi pubblici a chi già ne ha di suo, beh è una porcata.
Per altro Salvini fa finta di non sapere di aver recentemente firmato, sempre quando era al governo, l’impegno con la UE a ridurre il deficit pubblico, anzi ad aumentare l’attivo primario. Ed infatti in queste ultime ore il capo leghista ha affermato di non volere rotture con la UE.
Quindi: ridurre le tasse ai ricchi, non aumentare l’IVA, più spesa pubblica e sociale, attivo di bilancio in più in accordo con la UE.
Ci vorrebbe davvero la bacchetta magica per conciliare tutto questo; che è poi solo la versione padana e stracciona della terribile politica economica di Ronald Reagan, il cui risultato reale negli anni '80 del secolo scorso furono tanti miliardi di dollari in più ai ricchi e tanti milioni di poveri in più in tutto il paese.
Quasi quarant’anni dopo Trump cerca di copiare Reagan, ma in fondo ne è una caricatura. Salvini a sua volta cerca di copiare Trump, è la caricatura di una caricatura.
Ecco perché ci vuole la magia. Perché la bolla mediatica che ha costruito sul nulla Matteo Salvini prima o poi si sgonfierà, come è accaduto ad altri suoi predecessori. E alla fine la realtà delle promesse costruite sull’imbroglio imporrà i suoi verdetti.
Così si comincia da Lord Voldemort e si finisce come copia del Mago Otelma.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/08/2019
11/07/2018
Breve storia del neoliberismo (con alcuni antidoti)
Una acuta analisi storica
del neoliberismo traccia le tappe dell’affermazione di questa teoria
economica elitistica, che contro ogni logica sostiene politiche
rivelatesi disastrose. Godendo, nonostante questo, di uno status
privilegiato nel dibattito scientifico, al punto che i suoi esponenti
ormai lo considerano l’unico approccio legittimo. Il neoliberismo non è
sempre stato l’unico modo di concepire la realtà: la sua prepotente
affermazione è in realtà il frutto di deliberate scelte politiche da
parte di specifiche classi sociali. Oggi è sempre più evidente che le
ripetute, insensate politiche di austerità, il sottosviluppo perenne dei
paesi periferici del mondo, e le crisi che investono l’umanità come
disoccupazione, emergenze sanitarie e crisi migratorie, sono
direttamente o indirettamente correlate alle politiche neoliberiste. E
allora, come si spiega questa prevalenza, e in che modo è possibile
cambiare prospettiva?
di Jason Hickel, 9 aprile 2012
Come docente universitario trovo spesso che i miei studenti danno per scontata l’ideologia economica dominante odierna – il neoliberismo – come naturale e inevitabile. Ciò non sorprende, dato che molti di loro sono nati nei primi anni ’90, quindi il neoliberismo è l’unica cosa che hanno conosciuto. Negli anni ’80, Margaret Thatcher dovette darsi da fare per convincere la gente che “non c’era alcuna alternativa” al neoliberalismo. Ma oggi questa convinzione è già radicata; è nell’aria, parte del corredo pratico della vita quotidiana, e generalmente accettata come dato di fatto sia a destra che a sinistra. Ma non è sempre stato così. Il neoliberismo ha una storia specifica, e conoscerla è un importante antidoto alla sua egemonia, poiché dimostra che l’ordine presente non è naturale né inevitabile, ma che è invece recente, che ha un’origine precisa e che è stato progettato da persone particolari con interessi particolari.
Per la maggior parte del XX secolo, le politiche di base che costituiscono l’ideologia economica oggi ritenuta standard sarebbero state respinte come assurde. Politiche simili erano state sperimentate in passato con effetti disastrosi, e la maggior parte degli economisti era passata ad abbracciare il pensiero keynesiano o qualche forma di socialdemocrazia. Come scrive Susan George, “L’idea che il mercato debba essere autorizzato a prendere importanti decisioni politiche e sociali; l’idea che lo Stato debba ridurre volontariamente il proprio ruolo nell’economia, o che le imprese debbano avere una totale libertà, che i sindacati debbano essere tenuti a bada e che ai cittadini debba essere concessa una minore, e non maggiore, protezione sociale – queste idee erano del tutto estranee allo spirito del tempo”.
E allora, come sono cambiate le cose? Da dove viene il neoliberismo? I paragrafi seguenti offrono un semplice schema della traiettoria storica che ci ha portato dove siamo oggi. Si dimostra come la politica neoliberista sia direttamente responsabile del declino della crescita economica e dell’aumento rapido dei tassi di disuguaglianza sociale – sia in Occidente che a livello internazionale – e vengono avanzate alcune idee su come affrontare questi problemi.
Il neoliberismo nel contesto occidentale
La storia inizia con la Grande Crisi degli anni ’30, che fu una conseguenza di ciò che gli economisti chiamano una “crisi di sovrapproduzione”. Il capitalismo si era sviluppato aumentando la produttività e diminuendo i salari, ma ciò generò profonde disuguaglianze, erose progressivamente la capacità di consumo delle persone e creò un eccesso di beni che non riuscivano a trovare un mercato. Per risolvere queste crisi e prevenirle in futuro, gli economisti del tempo – guidati da John Maynard Keynes – suggerirono che lo stato avrebbe dovuto impegnarsi nella regolamentazione del capitalismo. La tesi era che abbassando la disoccupazione, aumentando i salari e stimolando la domanda di beni da parte dei consumatori, lo stato poteva garantire una crescita economica continua e un benessere sociale – una sorta di compromesso di classe tra capitale e lavoro – che avrebbe impedito ulteriori volatilità.
Questo modello economico è noto come “embedded liberalism” – una forma di capitalismo incorporato nella società, limitato da opzioni politiche e finalizzato al benessere sociale. Si trattava di garantire un salario familiare dignitoso in cambio di una forza lavoro docile e produttiva, fornendo alla classe media i mezzi per consumare beni essenziali di produzione industriale. Questi principi furono ampiamente applicati dopo la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti e in Europa. I politici pensavano che applicando i principi keynesiani si potessero garantire stabilità economica e benessere sociale in tutto il mondo, e quindi prevenire un’altra guerra mondiale. Furono a tale scopo create le istituzioni di Bretton Woods (che in seguito sarebbero diventate la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale del commercio), al fine di risolvere i problemi di bilancia dei pagamenti e promuovere la ricostruzione e lo sviluppo di un’Europa lacerata dalla guerra.
Il liberalismo incorporato portò alti tassi di crescita negli anni ’50 e ’60 – soprattutto nell’Occidente industrializzato, ma anche in molte nazioni postcoloniali. All’inizio degli anni ’70, tuttavia, il liberalismo incorporato si trovò davanti ad una situazione di “stagflazione”, ossia una combinazione di alta inflazione e stagnazione economica. Negli Stati Uniti e in Europa i tassi di inflazione salirono da circa il 3% nel 1965 a circa il 12% dieci anni dopo. Gli economisti hanno dibattuto sulle ragioni della stagflazione durante questo periodo. Studiosi progressisti come Paul Krugman indicano due fattori. In primo luogo, l’alto costo della guerra del Vietnam lasciò gli Stati Uniti con un deficit di bilancia dei pagamenti – il primo del XX secolo – al punto che gli investitori internazionali, preoccupati, iniziarono a liberarsi dei loro dollari, il che aumentò i tassi di inflazione. Nixon aggravò l’inflazione quando, nel disperato tentativo di coprire gli esorbitanti costi della guerra, sganciò il dollaro dal gold standard nel 1971: il prezzo dell’oro salì alle stelle mentre il valore del dollaro crollava. In secondo luogo, la crisi petrolifera del 1973 fece salire i prezzi e rallentare la produzione e la crescita economica, portando a una stagnazione. Ma gli studiosi conservatori rifiutano queste ragioni. Preferiscono invece la spiegazione che vede la stagflazione come una conseguenza delle onerose tasse sui ricchi e dell’eccessiva regolamentazione economica, e sostengono che questa è l’inevitabile fine del liberalismo incorporato, giustificando così la demolizione dell’intero sistema.
All’epoca, quest’ultima argomentazione venne accolta con favore dai ricchi, che – secondo David Harvey [1] – stavano cercando un modo per ripristinare il loro potere di classe dopo il liberalismo incorporato. Negli Stati Uniti, la quota del reddito nazionale percepita dall’1% più ricco era scesa dal 16% all’8% durante i primi decenni del dopoguerra. Fintanto che la crescita economica rimaneva elevata, ciò non li danneggiò molto, perché ottenevano una fetta ancora molto grande di una torta che continuava a crescere rapidamente. Ma quando la crescita si fermò e l’inflazione esplose, negli anni ’70, la loro ricchezza iniziò a diminuire in modo molto più evidente. Come reazione, cercarono non solo di invertire gli effetti della stagflazione sul loro reddito, ma anche di sfruttare la crisi come scusa per smantellare lo stesso liberalismo incorporato.
La soluzione si è presentata sotto la forma del “Volcker Shock”. Paul Volcker divenne presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti nel 1979, nominato dal presidente Carter. Seguendo le raccomandazioni di economisti della Scuola di Chicago, come Milton Friedman, Volcker sosteneva che l’unico modo per fermare la crisi fosse calmare l’inflazione innalzando i tassi di interesse. L’idea era di limitare la disponibilità di denaro, incentivare il risparmio e quindi aumentare il valore della valuta. Quando Reagan subentrò a Carter, nel 1981, Volcker venne riconfermato per continuare ad aumentare i tassi di interesse fino al 20%. Ciò provocò una massiccia recessione, tassi di disoccupazione superiori al 10% e di conseguenza decimò il potere dei sindacati, che – nel sistema del liberalismo incorporato – era stato il contrappeso cruciale agli eccessi capitalisti che avevano portato alla Grande Crisi degli anni '30. Il Volcker Shock ebbe effetti devastanti sulla classe lavoratrice; ma fu efficiente per far scendere l’inflazione.
Se la politica monetaria del rigore (cioè, mirata alla bassa inflazione) fu la prima componente del neoliberismo a essere messa in atto nei primi anni ’80, la seconda fu la teoria economica dal lato dell’offerta. Reagan riteneva che dare più soldi a chi era già ricco fosse un modo per stimolare la crescita economica, partendo dall’ipotesi che li avrebbero investiti in maggiore capacità produttiva, creando così profitti che sarebbero gradualmente “gocciolati” verso il resto della società (che non aveva lavoro, come vedremo). A tal fine, diminuì l’aliquota d’imposta marginale superiore dal 70% al 28% e ridusse l’imposta più alta sui capitali al 20%, il livello più basso dalla Grande Depressione. Un effetto meno noto correlato a questi tagli è che Reagan ha anche aumentato le tasse sui salari della classe lavoratrice, spostandosi verso l’obiettivo repubblicano di una “flat tax” generalizzata. Un terzo componente del piano economico di Reagan consisteva nel deregolamentare il settore finanziario. Poiché Volcker rifiutava di sostenere questa politica, Reagan nominò al suo posto Alan Greenspan nel 1987. Greenspan – un monetarista fautore di tagli fiscali e della privatizzazione della sicurezza sociale – è stato riconfermato da una serie di presidenti sia repubblicani sia democratici fino al 2006. La deregolamentazione da lui avviata ha finito per scatenare la crisi finanziaria globale del 2008, durante la quale a milioni di persone sono state pignorate le case.[2]
Nel complesso, queste politiche (che durante lo stesso periodo venivano simmetricamente applicate da Margaret Thatcher in Gran Bretagna, insieme alle privatizzazioni selvagge) hanno portato la disuguaglianza sociale negli Stati Uniti a livelli senza precedenti, come dimostrano i seguenti grafici. Il grafico 1 mostra come la produttività abbia continuato ad aumentare costantemente durante questo periodo mentre i salari sono crollati dopo il Volcker Shock del 1979, spostando effettivamente una percentuale crescente di plusvalore dai lavoratori al capitale. Illustrando ulteriormente questa tendenza, gli stipendi dei CEO sono aumentati in media del 400% durante gli anni ’90, mentre i salari dei lavoratori sono aumentati di meno del 5% e il salario minimo federale è diminuito di oltre il 9%[3]. Il grafico 2 mostra come la quota del reddito nazionale accaparrata dagli strati più alti della società sia aumentata a un ritmo allarmante: la quota che va all’1% superiore è più che raddoppiata dal 1980, dall’8% al 18% (lo stesso vale per la Gran Bretagna, con un balzo dal 6,5% al 13% durante questo periodo), ripristinando livelli che non si vedevano dall’epoca vittoriana. Secondo i dati del censimento, il 5% più ricco delle famiglie americane ha visto aumentare i propri redditi del 72,7% dal 1980, mentre contemporaneamente i redditi medi delle famiglie ristagnavano e per il 20% inferiore i redditi diminuivano del 7,4% [4].
Figura 1. L’attacco al lavoro: salari reali e produttività negli Stati Uniti, 1960-2000
Fonte: R. Pollin, Contours of Descent (New York, Verso, 2005).
Figura 2. Quota del reddito nazionale, 1979-2008
Fonte: Mother Jones Magazine, basata sui dati del censimento degli Stati Uniti
Altro che effetto cascata; come ha giustamente affermato l’economista di Cambridge Ha-Joon Chang, “rendere più ricchi i ricchi non rende più ricco il resto di tutti noi”. Né stimola la crescita economica, che è l’unica giustificazione per le politiche economiche dal lato dell’offerta. In realtà, è vero il contrario: dall’inizio del neoliberalismo, il tasso di crescita medio pro capite dei paesi industrializzati è sceso dal 3,2% al 2,1%.[5] Come mostrano questi numeri, il neoliberismo ha completamente fallito come strumento di sviluppo economico, ma ha funzionato brillantemente come espediente per ripristinare il potere della ricca élite.
Se la politica neoliberista è stata così distruttiva per la maggior parte della società, com’è possibile che i politici siano riusciti a farla passare? In parte ciò ha a che fare con la disfatta delle organizzazioni dei lavoratori dopo il Volcker Shock, la demonizzazione dei sindacati come “soffocanti” e “burocratici”, i tentativi della sinistra di prendere le distanze dal socialismo dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e l’ascesa del “consumatore” come figura chiave della cittadinanza, particolarmente in America. Potremmo anche indicare la crescente influenza delle lobby corporative nel sistema politico statunitense e i conflitti di interesse recentemente venuti alla luce tra gli economisti accademici finanziati da Wall Street. Ma forse, cosa più importante, a livello ideologico il neoliberismo è stato commercializzato con successo attraverso il tipico valore americano della “libertà individuale”[6]. Think-tank conservatori come la Mont Pelerin Society, la Heritage Foundation e la Business Roundtable hanno dedicato gli ultimi quarant’anni della propria attività a spacciare l’idea che la libertà individuale possa essere realmente raggiunta solo attraverso la “libertà” del mercato. Per loro, qualsiasi forma di intervento statale può condurre al totalitarismo. Questa visione ha acquisito credito quando le due icone della teoria neoliberista – Frederich Von Hayek e Milton Friedman – hanno vinto il Premio Sveriges Riksbank negli anni ’70, un premio comunemente indicato come “il Premio Nobel per l’Economia”, nonostante sia in realtà assegnato da banchieri svedesi e non dalla Fondazione Nobel.
Il Neoliberismo sulla scena internazionale
Non solo i paesi occidentali come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno sperimentato il neoliberismo nelle proprie economie, ma lo hanno anche aggressivamente – e spesso violentemente – imposto al mondo post-coloniale, addirittura in modo ancora più estremo.
La storia del neoliberismo sulla scena internazionale inizia nel 1973. In risposta all’embargo petrolifero dell’OPEC di quell’anno, gli Stati Uniti minacciarono un’azione militare contro gli Stati arabi a meno che questi non accettassero di investire i loro petrodollari eccedenti attraverso le banche di investimento di Wall Street, cosa poi avvenuta. Le banche dovettero quindi capire cosa fare con tutto questo denaro e, dal momento che l’economia nazionale era stagnante, decisero di spenderlo all’estero sotto forma di prestiti ad alto interesse ai Paesi in via di sviluppo, che avevano bisogno di fondi per superare lo shock dell’aumento dei prezzi del petrolio, soprattutto in considerazione degli alti tassi di inflazione del tempo. Le banche pensarono che si trattasse di un investimento sicuro perché presumevano che i governi non potessero fallire.
Ma si sbagliavano. Poiché i prestiti erano effettuati in dollari statunitensi, erano per questo vincolati alle fluttuazioni dei tassi di interesse statunitensi. Quando nei primi anni ’80 il Volcker Shock esplose e i tassi di interesse salirono alle stelle, i Paesi in via di sviluppo più vulnerabili – a cominciare dal Messico – scivolarono sull’orlo del default, dando il via alla cosiddetta “crisi del debito del Terzo mondo”. Sembrava che la crisi del debito avrebbe distrutto le banche di Wall Street e quindi minato l’intero sistema finanziario internazionale. Per prevenire una simile crisi, gli Stati Uniti sono intervenuti per mettere il Messico e altri Paesi in condizione di rimborsare i loro prestiti. Lo hanno fatto riproponendo il FMI. In passato, il FMI aveva utilizzato i propri fondi per aiutare i paesi a risolvere i problemi della bilancia dei pagamenti, ma ora gli Stati Uniti avrebbero usato il FMI per assicurarsi che i paesi del Terzo mondo rimborsassero i loro prestiti alle banche di investimento private. Secondo David Harvey, durante questo stesso periodo – a partire dal 1982 – le istituzioni di Bretton Woods furono sistematicamente “epurate” dalle influenze keynesiane e divennero portavoce dell’ideologia neoliberista.
Il piano avrebbe dovuto funzionare così: il FMI offriva di differire i debiti dei Paesi in via di sviluppo a condizione che questi accettassero una serie di “programmi di riforme strutturali”. Le riforme strutturali promuovevano una radicale deregolamentazione del mercato, partendo dal presupposto che ciò dovesse automaticamente migliorare l’efficienza economica, aumentare la crescita economica e consentire quindi il rimborso del debito. Per far ciò venivano tagliati i sussidi governativi per aspetti come alimentazione, sanità e trasporti, privatizzato il settore pubblico, ridotte le norme sul lavoro, l’uso delle risorse e l’inquinamento ed abbassate le tariffe commerciali al fine di creare “opportunità di investimento” e aprire nuovi mercati di consumo. Inoltre si mirava a mantenere bassa l’inflazione in modo che il valore del debito del terzo mondo verso il FMI non diminuisse, anche se ciò riduceva la capacità dei governi di stimolare la crescita. Molte di queste politiche erano specificamente progettate per promuovere gli interessi delle multinazionali, alle quali era spesso data la libertà di acquistare beni pubblici, fare offerte per i contratti governativi e rimpatriare i profitti a proprio piacimento.
Questi stessi principi neoliberisti erano imposti ai paesi in via di sviluppo attraverso la Banca Mondiale, che concedeva prestiti per progetti di sviluppo vincolati da “condizionalità” economiche, tra le quali una liberalizzazione forzata del mercato (in particolare durante gli anni ’80). In altre parole, il FMI e la Banca Mondiale sfruttarono il debito come strumento per manipolare le economie di Stati sovrani. Anche l’Organizzazione mondiale del commercio – insieme a vari accordi bilaterali di libero scambio, come il NAFTA – promuove il neoliberismo, concedendo ai paesi in via di sviluppo l’accesso ai mercati occidentali solo in cambio di riduzioni tariffarie, che hanno l’effetto di indebolire l’industria locale nei paesi poveri. Nessuna di queste istituzioni è democratica. Il potere di voto nel FMI e nella Banca Mondiale viene ripartito in base alla quota di proprietà finanziaria di ogni nazione, proprio come nelle corporazioni. Le decisioni importanti richiedono l’85% dei voti, e gli Stati Uniti, che detengono circa il 17% delle azioni di entrambe le società, esercitano di fatto il potere di veto. Nell’OMC, le dimensioni del mercato determinano il potere contrattuale, e quindi i Paesi ricchi riescono sempre a imporre la loro opinione. Se i Paesi poveri scelgono di disobbedire alle regole del commercio che danneggiano le loro economie, i Paesi ricchi possono reagire con pesanti sanzioni.
L’effetto finale di questa fase neoliberale della globalizzazione è stato una corsa al ribasso: poiché le multinazionali possono governare il mondo alla ricerca delle “migliori” condizioni di investimento, i Paesi in via di sviluppo devono competere tra loro per offrire il lavoro più economico e risorse, spesso al punto di concedere vacanze fiscali prolungate e ingressi gratuiti agli investitori stranieri. Tutto questo ha portato fantastici profitti alle multinazionali occidentali (e ora cinesi). Ma invece di aiutare i Paesi poveri, come inizialmente si prefiggevano, le politiche neoliberali di aggiustamento strutturale li hanno praticamente distrutti. Prima degli anni ’80, i Paesi in via di sviluppo avevano un tasso di crescita pro capite superiore al 3%. Ma durante l’era neoliberista i tassi di crescita si sono dimezzati, scendendo all’1,7%[7]. L’Africa sub-sahariana illustra bene questa tendenza al ribasso. Durante gli anni ’60 e ’70, il reddito pro capite è cresciuto ad un tasso modesto dell’1,6%. Ma quando la terapia neoliberale fu forzatamente applicata al continente, a partire dal Senegal nel 1979, il reddito pro capite cominciò a scendere ad un tasso dello 0,7% all’anno. Il PNL del paese africano medio si è ridotto di circa il 10% durante il periodo neoliberale dell’adeguamento strutturale [8]. Di conseguenza, il numero di africani che vivono nella povertà è più che raddoppiato dal 1980[9]. Il grafico 3 illustra come la stessa cosa sia accaduta in America Latina. L’ex-economista della Banca mondiale William Easterly ha dimostrato che più prestiti di aggiustamento strutturale vengono ricevuti da un Paese, più è probabile che la sua economia subisca un collasso[10].
Figura 3. Indice del reddito pro-capite in America Latina: effettivo e tendenziale 1950-2003
Fonte: W. Easterly, The White Man’s Burden (Londra, Penguin, 2006).
Quanto è successo non dovrebbe sorprendere. Qui è evidente un innegabile doppio standard: i politici occidentali hanno detto ai Paesi in via di sviluppo che devono liberalizzare le loro economie per crescere, ma questo è esattamente ciò che l’Occidente non ha fatto durante il proprio periodo di consolidamento economico. Come ha dimostrato l’economista di Cambridge Ha-Joon Chang, ognuno dei paesi ricchi di oggi ha sviluppato la propria economia attraverso misure protezionistiche. Di fatto, fino a poco tempo fa, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna erano i due paesi più aggressivamente protezionisti del mondo: costruivano il loro potere economico usando sussidi governativi, tariffe commerciali, brevetti ristretti – tutto ciò che oggi il copione neoliberista condanna. William Easterly nota che i paesi non occidentali che non hanno implementato principi di libero mercato in maniera indiscriminata sono riusciti a svilupparsi ragionevolmente bene, tra cui il Giappone, la Cina, l’India, la Turchia e le “Tigri” dell’Asia orientale.
Il punto chiave che se ne può dedurre è che il neoliberismo è l’utilizzo selettivo dei principi del libero mercato a favore di potenti attori economici. Ad esempio, i politici statunitensi celebrano il libero mercato se questo consente alle imprese di sfruttare manodopera a basso costo all’estero e indebolire i sindacati nazionali. Ma d’altra parte si rifiutano di ascoltare le richieste dell’OMC di abolire i loro massicci sussidi agricoli (che distorcono il vantaggio competitivo dei paesi del Terzo mondo), perché ciò andrebbe contro gli interessi di una potente lobby aziendale. I salvataggi bancari del 2008 forniscono un altro esempio di questo doppio standard. Un vero mercato libero avrebbe lasciato che fossero le banche a pagare per i propri errori. Il neoliberismo, tuttavia, spesso significa intervento statale per i mercati ricchi e libero mercato per i poveri. *In effetti, molti dei problemi prodotti dal neoliberismo potrebbero essere mitigati da un’applicazione più equa dei principi di mercato. Nel caso del commercio agricolo, ad esempio, i Paesi poveri trarrebbero enormi benefici da una maggiore liberalizzazione del mercato. Un altro tipico esempio è il sistema tedesco. Basandosi su una teoria nota come ordoliberismo, la Germania usa l’intervento statale per prevenire i monopoli e incoraggiare la concorrenza tra le piccole e medie imprese* (questa parte è da brividi di disgusto - nd Re-Carbonized).
Come conseguenza della globalizzazione neoliberale, il divario di reddito tra il quinto delle persone del mondo che vivono nei Paesi più ricchi e il quinto nei più poveri si è ampliato in modo significativo, passando da 44:1 nel 1980 a 74:1 nel 1997 [11]. Il grafico 4 illustra questa tendenza, che l’analista Lant Pritchett ha giustamente descritto come “divergenza al massimo livello”. Oggi, come conseguenza di queste politiche, le 358 persone più ricche del mondo hanno la stessa ricchezza del 45% più povero della popolazione mondiale, ovvero 2,3 miliardi di persone. In modo ancora più scioccante, i primi 3 miliardari hanno la stessa ricchezza di tutti i Paesi meno sviluppati messi insieme, ovvero 600 milioni di persone[12]. Queste statistiche segnalano un massiccio trasferimento di ricchezza e risorse dai Paesi poveri ai Paesi ricchi e da individui poveri a individui ricchi. Oggi, l’1% più ricco della popolazione mondiale controlla il 40% della ricchezza mondiale, il 10% più ricco controlla l’85% della ricchezza mondiale e il 50% più povero controlla solo l’1% della ricchezza mondiale [13].
Figura 4. Divergenza dei redditi in paesi ricchi e poveri 1970-1995
Fonte: Rapporto sullo sviluppo mondiale della Banca Mondiale 1999/2000.
Se la politica neoliberale ha portato a tassi di crescita economica peggiori (e in molti casi stagnanti o in calo), allora il rapido accumulo di ricchezza da parte di persone ricche e Paesi ricchi non è avvenuto solo appropriandosi della poca crescita, ma più efficacemente rubando ai più poveri. Ad esempio, secondo un recente articolo dell’Economist, quasi tutti i guadagni derivanti dalla ripresa post-crisi negli Stati Uniti sono stati accumulati dall’1% più ricco. Mentre uno studio di Global Financial Integrity dimostra come dal 1970 le multinazionali abbiano letteralmente rubato fino a 1,17 miliardi di dollari solo dall’Africa sui prezzi di trasferimento e altre forme di evasione fiscale.
Un altro mondo è possibile
La lezione principale che si può trarre da questa storia è che il modello neoliberista è stato creato – intenzionalmente – da specifiche persone. E poiché è stato creato dalle persone, può essere annullato dalle persone. Non è una forza della natura, e non è inevitabile; un altro mondo è infatti possibile.
Ma come ci si arriva? Negli Stati Uniti, un primo passo cruciale sarebbe quello di emendare la Costituzione in modo da precludere la possibilità di dare personalità giuridica alle imprese. In seguito alla recente sentenza Citizens United vs. FEC, che consente alle imprese di spendere somme di denaro illimitate per la pubblicità a fini politici come un esercizio della “libertà di parola”, numerose campagne hanno fatto progressi verso questo obiettivo. Un secondo passo sarebbe quello di rafforzare il potere dei lavoratori come contropartita contro l’eccesso di potere del capitale. Ciò potrebbe essere fatto mantenendo il salario minimo federale ancorato all’inflazione, approvando l’Employee Free Choice Act con una disposizione “card check” che consentirebbe ai lavoratori di formare sindacati senza timore di intimidazioni da parte dei datori di lavoro e modificando il Taft-Hartley Act per autorizzare sportelli sindacali e sportelli di agenzie. Un terzo passo sarebbe quello di ri-regolamentare il settore finanziario, ripristinando il Glass-Steagall Act, che – fino alla sua abrogazione nel 1999 – moderava la speculazione finanziaria e separava le banche commerciali da quelle di investimenti.
La resistenza popolare contro il neoliberismo si è sviluppata dopo la crisi finanziaria del 2008. Non solo la crisi ha rivelato i difetti di una deregolamentazione estrema, ma i politici conservatori hanno cercato di sfruttare la recessione per giustificare misure di austerità senza precedenti con la scusa della “riduzione del deficit”, come disastrosi tagli all’assistenza sanitaria, all’istruzione, ai programmi di case a prezzi accessibili, ai buoni alimentari e altri programmi sociali (mentre miliardi di dollari dei contribuenti vengono elargiti alle banche private).
In altre parole, i politici sperano di aggiustare la crisi del capitalismo neoliberista prescrivendo ancora più neoliberalismo. Questo è vero non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa. Non sorprende che questa sfacciata presa di potere abbia favorito l’ascesa di nuovi movimenti sociali come Occupy Wall Street, gli “indignati” in Spagna e in Grecia, e in Gran Bretagna la più grande ondata di proteste studentesche e scioperi da oltre cinquant’anni.
Sul piano internazionale, la soluzione più comune alle crisi umanitarie è stata “l’aiuto allo sviluppo”, che – dopo circa quarant’anni – non ha avuto un impatto significativo. Ciò non sorprende, vista la contraddizione che sta alla base del modello di sviluppo, che distribuisce gli aiuti nello stesso momento in cui impone adeguamenti strutturali economici. Come ha sottolineato l’economista Robert Pollin, anche se l’Occidente avesse rispettato le raccomandazioni del Millennium Development Project delle Nazioni Unite e aumentato gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo a 105 miliardi di dollari l’anno (un invito quanto meno improbabile), questa somma sarebbe ancora troppo poco rispetto a quanto i Paesi in via di sviluppo hanno perso a seguito dell’adeguamento strutturale a partire dagli anni ’80, che ammonta a circa 480 miliardi di dollari all’anno in termini di PIL potenziale. Di nuovo, l’irrazionalità della cooperazione economica è che di solito viene usato come un modo per contrabbandare le stesse identiche politiche economiche che hanno creato il problema. Tale è l’egemonia dell’ideologia neoliberale nell’economia di oggi.
Le soluzioni che affrontano i problemi reali in gioco potrebbero includere quanto segue: in primo luogo, democratizzare la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’OMC per garantire che i Paesi in via di sviluppo abbiano la capacità di difendere i loro interessi economici. Joseph Stiglitz, che è stato licenziato dal suo incarico di capo economista della Banca Mondiale per la sua critica a queste istituzioni, ha dedicato la sua carriera allo sviluppo di proposte in questo senso. In secondo luogo, azzerare tutti i debiti del Terzo mondo – il grido di protesta del movimento di alter-globalizzazione – in modo da ridurre la leva che i Paesi ricchi hanno sulle economie dei paesi poveri. In terzo luogo, eliminare le condizioni generali di aggiustamento strutturale associate agli aiuti esteri e ai prestiti per lo sviluppo, riconoscendo che ogni Paese ha esigenze uniche. In quarto luogo, istituire un salario minimo internazionale ancorato ai costi locali della vita come modo di mettere un limite alla “caduta verso il basso” dei salari stessi. In quinto luogo, consentire ai Paesi poveri di ripristinare i livelli di crescita di cui godevano prima del periodo neoliberista utilizzando misure strategiche quali dazi all’importazione, sussidi, disavanzi fiscali marginali, bassi tassi di interesse, restrizioni sui prezzi di trasferimento e investimenti statali nelle industrie nascenti.
Infine, forse la cosa più importante, dobbiamo rivendicare l’idea di libertà. Dobbiamo respingere la versione neoliberista della libertà come deregolamentazione del mercato, che è in realtà solo una licenza per i ricchi di accumulare e sfruttare, e arbitrio per pochi di guadagnare a spese di molti. Dobbiamo affermare che una regolamentazione ponderata può di fatto promuovere la libertà, se per libertà intendiamo la libertà dalla povertà e dal bisogno, la libertà di avere la dignità umana di base offerta da una buona istruzione, una casa e assistenza sanitaria e la libertà di guadagnarsi un salario dignitoso dopo una dura giornata di lavoro. Invece di accettare che la libertà significhi scardinare l’economia dai vincoli della società democratica, dobbiamo affermare che la vera libertà comporta il controllo dell’economia per aiutarci a realizzare obiettivi sociali specifici, democraticamente raggiunti e ratificati collettivamente.
Note
[1] Harvey, David. 2005. A Brief History of Neoliberalism. London: Oxford University Press.
[2] Stiglitz, Joseph. 2010. Freefall. New York: W.W. Norton & Co.
[3] Executive Excess 2006, the 13th annual CEO compensation survey from the Institute for Policy Studies and United for a Fair Economy.
[4] U.S. Census Bureau, Historical Income Tables: Families.
[5] Chang, Ha-Joon. 2007. Bad Samaritans: The Guilty Secrets of Rich Nations and the Threat to Global Prosperity. London: Random House. Pg. 26.
[6] Hickel, Jason and Arsalan Khan. 2012. “The Culture of Capitalism and the Crisis of Critique,” Anthropological Quarterly 85(1).
[7] Chang. 2007. Pg. 27.
[8] Chang. 2007. Pg. 28.
[9] World Bank. 2007. World Development Indicators.
[10] Easterly, William. 2007. The White Man’s Burden. Penguin Books.
[11] United National Development Programme. 1999. Human Development Report 1999: Globalization with a Human Face. New York. Pg. 38.
[12] Milanovic, Branko. 2002. “True World Income Distribution, 1988 and 1993.” Economic Journal,
[13] United Nations University. 2009. 2008 Annual Report.
Fonte
di Jason Hickel, 9 aprile 2012
Come docente universitario trovo spesso che i miei studenti danno per scontata l’ideologia economica dominante odierna – il neoliberismo – come naturale e inevitabile. Ciò non sorprende, dato che molti di loro sono nati nei primi anni ’90, quindi il neoliberismo è l’unica cosa che hanno conosciuto. Negli anni ’80, Margaret Thatcher dovette darsi da fare per convincere la gente che “non c’era alcuna alternativa” al neoliberalismo. Ma oggi questa convinzione è già radicata; è nell’aria, parte del corredo pratico della vita quotidiana, e generalmente accettata come dato di fatto sia a destra che a sinistra. Ma non è sempre stato così. Il neoliberismo ha una storia specifica, e conoscerla è un importante antidoto alla sua egemonia, poiché dimostra che l’ordine presente non è naturale né inevitabile, ma che è invece recente, che ha un’origine precisa e che è stato progettato da persone particolari con interessi particolari.
Per la maggior parte del XX secolo, le politiche di base che costituiscono l’ideologia economica oggi ritenuta standard sarebbero state respinte come assurde. Politiche simili erano state sperimentate in passato con effetti disastrosi, e la maggior parte degli economisti era passata ad abbracciare il pensiero keynesiano o qualche forma di socialdemocrazia. Come scrive Susan George, “L’idea che il mercato debba essere autorizzato a prendere importanti decisioni politiche e sociali; l’idea che lo Stato debba ridurre volontariamente il proprio ruolo nell’economia, o che le imprese debbano avere una totale libertà, che i sindacati debbano essere tenuti a bada e che ai cittadini debba essere concessa una minore, e non maggiore, protezione sociale – queste idee erano del tutto estranee allo spirito del tempo”.
E allora, come sono cambiate le cose? Da dove viene il neoliberismo? I paragrafi seguenti offrono un semplice schema della traiettoria storica che ci ha portato dove siamo oggi. Si dimostra come la politica neoliberista sia direttamente responsabile del declino della crescita economica e dell’aumento rapido dei tassi di disuguaglianza sociale – sia in Occidente che a livello internazionale – e vengono avanzate alcune idee su come affrontare questi problemi.
Il neoliberismo nel contesto occidentale
La storia inizia con la Grande Crisi degli anni ’30, che fu una conseguenza di ciò che gli economisti chiamano una “crisi di sovrapproduzione”. Il capitalismo si era sviluppato aumentando la produttività e diminuendo i salari, ma ciò generò profonde disuguaglianze, erose progressivamente la capacità di consumo delle persone e creò un eccesso di beni che non riuscivano a trovare un mercato. Per risolvere queste crisi e prevenirle in futuro, gli economisti del tempo – guidati da John Maynard Keynes – suggerirono che lo stato avrebbe dovuto impegnarsi nella regolamentazione del capitalismo. La tesi era che abbassando la disoccupazione, aumentando i salari e stimolando la domanda di beni da parte dei consumatori, lo stato poteva garantire una crescita economica continua e un benessere sociale – una sorta di compromesso di classe tra capitale e lavoro – che avrebbe impedito ulteriori volatilità.
Questo modello economico è noto come “embedded liberalism” – una forma di capitalismo incorporato nella società, limitato da opzioni politiche e finalizzato al benessere sociale. Si trattava di garantire un salario familiare dignitoso in cambio di una forza lavoro docile e produttiva, fornendo alla classe media i mezzi per consumare beni essenziali di produzione industriale. Questi principi furono ampiamente applicati dopo la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti e in Europa. I politici pensavano che applicando i principi keynesiani si potessero garantire stabilità economica e benessere sociale in tutto il mondo, e quindi prevenire un’altra guerra mondiale. Furono a tale scopo create le istituzioni di Bretton Woods (che in seguito sarebbero diventate la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale del commercio), al fine di risolvere i problemi di bilancia dei pagamenti e promuovere la ricostruzione e lo sviluppo di un’Europa lacerata dalla guerra.
Il liberalismo incorporato portò alti tassi di crescita negli anni ’50 e ’60 – soprattutto nell’Occidente industrializzato, ma anche in molte nazioni postcoloniali. All’inizio degli anni ’70, tuttavia, il liberalismo incorporato si trovò davanti ad una situazione di “stagflazione”, ossia una combinazione di alta inflazione e stagnazione economica. Negli Stati Uniti e in Europa i tassi di inflazione salirono da circa il 3% nel 1965 a circa il 12% dieci anni dopo. Gli economisti hanno dibattuto sulle ragioni della stagflazione durante questo periodo. Studiosi progressisti come Paul Krugman indicano due fattori. In primo luogo, l’alto costo della guerra del Vietnam lasciò gli Stati Uniti con un deficit di bilancia dei pagamenti – il primo del XX secolo – al punto che gli investitori internazionali, preoccupati, iniziarono a liberarsi dei loro dollari, il che aumentò i tassi di inflazione. Nixon aggravò l’inflazione quando, nel disperato tentativo di coprire gli esorbitanti costi della guerra, sganciò il dollaro dal gold standard nel 1971: il prezzo dell’oro salì alle stelle mentre il valore del dollaro crollava. In secondo luogo, la crisi petrolifera del 1973 fece salire i prezzi e rallentare la produzione e la crescita economica, portando a una stagnazione. Ma gli studiosi conservatori rifiutano queste ragioni. Preferiscono invece la spiegazione che vede la stagflazione come una conseguenza delle onerose tasse sui ricchi e dell’eccessiva regolamentazione economica, e sostengono che questa è l’inevitabile fine del liberalismo incorporato, giustificando così la demolizione dell’intero sistema.
All’epoca, quest’ultima argomentazione venne accolta con favore dai ricchi, che – secondo David Harvey [1] – stavano cercando un modo per ripristinare il loro potere di classe dopo il liberalismo incorporato. Negli Stati Uniti, la quota del reddito nazionale percepita dall’1% più ricco era scesa dal 16% all’8% durante i primi decenni del dopoguerra. Fintanto che la crescita economica rimaneva elevata, ciò non li danneggiò molto, perché ottenevano una fetta ancora molto grande di una torta che continuava a crescere rapidamente. Ma quando la crescita si fermò e l’inflazione esplose, negli anni ’70, la loro ricchezza iniziò a diminuire in modo molto più evidente. Come reazione, cercarono non solo di invertire gli effetti della stagflazione sul loro reddito, ma anche di sfruttare la crisi come scusa per smantellare lo stesso liberalismo incorporato.
La soluzione si è presentata sotto la forma del “Volcker Shock”. Paul Volcker divenne presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti nel 1979, nominato dal presidente Carter. Seguendo le raccomandazioni di economisti della Scuola di Chicago, come Milton Friedman, Volcker sosteneva che l’unico modo per fermare la crisi fosse calmare l’inflazione innalzando i tassi di interesse. L’idea era di limitare la disponibilità di denaro, incentivare il risparmio e quindi aumentare il valore della valuta. Quando Reagan subentrò a Carter, nel 1981, Volcker venne riconfermato per continuare ad aumentare i tassi di interesse fino al 20%. Ciò provocò una massiccia recessione, tassi di disoccupazione superiori al 10% e di conseguenza decimò il potere dei sindacati, che – nel sistema del liberalismo incorporato – era stato il contrappeso cruciale agli eccessi capitalisti che avevano portato alla Grande Crisi degli anni '30. Il Volcker Shock ebbe effetti devastanti sulla classe lavoratrice; ma fu efficiente per far scendere l’inflazione.
Se la politica monetaria del rigore (cioè, mirata alla bassa inflazione) fu la prima componente del neoliberismo a essere messa in atto nei primi anni ’80, la seconda fu la teoria economica dal lato dell’offerta. Reagan riteneva che dare più soldi a chi era già ricco fosse un modo per stimolare la crescita economica, partendo dall’ipotesi che li avrebbero investiti in maggiore capacità produttiva, creando così profitti che sarebbero gradualmente “gocciolati” verso il resto della società (che non aveva lavoro, come vedremo). A tal fine, diminuì l’aliquota d’imposta marginale superiore dal 70% al 28% e ridusse l’imposta più alta sui capitali al 20%, il livello più basso dalla Grande Depressione. Un effetto meno noto correlato a questi tagli è che Reagan ha anche aumentato le tasse sui salari della classe lavoratrice, spostandosi verso l’obiettivo repubblicano di una “flat tax” generalizzata. Un terzo componente del piano economico di Reagan consisteva nel deregolamentare il settore finanziario. Poiché Volcker rifiutava di sostenere questa politica, Reagan nominò al suo posto Alan Greenspan nel 1987. Greenspan – un monetarista fautore di tagli fiscali e della privatizzazione della sicurezza sociale – è stato riconfermato da una serie di presidenti sia repubblicani sia democratici fino al 2006. La deregolamentazione da lui avviata ha finito per scatenare la crisi finanziaria globale del 2008, durante la quale a milioni di persone sono state pignorate le case.[2]
Nel complesso, queste politiche (che durante lo stesso periodo venivano simmetricamente applicate da Margaret Thatcher in Gran Bretagna, insieme alle privatizzazioni selvagge) hanno portato la disuguaglianza sociale negli Stati Uniti a livelli senza precedenti, come dimostrano i seguenti grafici. Il grafico 1 mostra come la produttività abbia continuato ad aumentare costantemente durante questo periodo mentre i salari sono crollati dopo il Volcker Shock del 1979, spostando effettivamente una percentuale crescente di plusvalore dai lavoratori al capitale. Illustrando ulteriormente questa tendenza, gli stipendi dei CEO sono aumentati in media del 400% durante gli anni ’90, mentre i salari dei lavoratori sono aumentati di meno del 5% e il salario minimo federale è diminuito di oltre il 9%[3]. Il grafico 2 mostra come la quota del reddito nazionale accaparrata dagli strati più alti della società sia aumentata a un ritmo allarmante: la quota che va all’1% superiore è più che raddoppiata dal 1980, dall’8% al 18% (lo stesso vale per la Gran Bretagna, con un balzo dal 6,5% al 13% durante questo periodo), ripristinando livelli che non si vedevano dall’epoca vittoriana. Secondo i dati del censimento, il 5% più ricco delle famiglie americane ha visto aumentare i propri redditi del 72,7% dal 1980, mentre contemporaneamente i redditi medi delle famiglie ristagnavano e per il 20% inferiore i redditi diminuivano del 7,4% [4].
Figura 1. L’attacco al lavoro: salari reali e produttività negli Stati Uniti, 1960-2000
Fonte: R. Pollin, Contours of Descent (New York, Verso, 2005).
Figura 2. Quota del reddito nazionale, 1979-2008
Fonte: Mother Jones Magazine, basata sui dati del censimento degli Stati Uniti
Altro che effetto cascata; come ha giustamente affermato l’economista di Cambridge Ha-Joon Chang, “rendere più ricchi i ricchi non rende più ricco il resto di tutti noi”. Né stimola la crescita economica, che è l’unica giustificazione per le politiche economiche dal lato dell’offerta. In realtà, è vero il contrario: dall’inizio del neoliberalismo, il tasso di crescita medio pro capite dei paesi industrializzati è sceso dal 3,2% al 2,1%.[5] Come mostrano questi numeri, il neoliberismo ha completamente fallito come strumento di sviluppo economico, ma ha funzionato brillantemente come espediente per ripristinare il potere della ricca élite.
Se la politica neoliberista è stata così distruttiva per la maggior parte della società, com’è possibile che i politici siano riusciti a farla passare? In parte ciò ha a che fare con la disfatta delle organizzazioni dei lavoratori dopo il Volcker Shock, la demonizzazione dei sindacati come “soffocanti” e “burocratici”, i tentativi della sinistra di prendere le distanze dal socialismo dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e l’ascesa del “consumatore” come figura chiave della cittadinanza, particolarmente in America. Potremmo anche indicare la crescente influenza delle lobby corporative nel sistema politico statunitense e i conflitti di interesse recentemente venuti alla luce tra gli economisti accademici finanziati da Wall Street. Ma forse, cosa più importante, a livello ideologico il neoliberismo è stato commercializzato con successo attraverso il tipico valore americano della “libertà individuale”[6]. Think-tank conservatori come la Mont Pelerin Society, la Heritage Foundation e la Business Roundtable hanno dedicato gli ultimi quarant’anni della propria attività a spacciare l’idea che la libertà individuale possa essere realmente raggiunta solo attraverso la “libertà” del mercato. Per loro, qualsiasi forma di intervento statale può condurre al totalitarismo. Questa visione ha acquisito credito quando le due icone della teoria neoliberista – Frederich Von Hayek e Milton Friedman – hanno vinto il Premio Sveriges Riksbank negli anni ’70, un premio comunemente indicato come “il Premio Nobel per l’Economia”, nonostante sia in realtà assegnato da banchieri svedesi e non dalla Fondazione Nobel.
Il Neoliberismo sulla scena internazionale
Non solo i paesi occidentali come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno sperimentato il neoliberismo nelle proprie economie, ma lo hanno anche aggressivamente – e spesso violentemente – imposto al mondo post-coloniale, addirittura in modo ancora più estremo.
La storia del neoliberismo sulla scena internazionale inizia nel 1973. In risposta all’embargo petrolifero dell’OPEC di quell’anno, gli Stati Uniti minacciarono un’azione militare contro gli Stati arabi a meno che questi non accettassero di investire i loro petrodollari eccedenti attraverso le banche di investimento di Wall Street, cosa poi avvenuta. Le banche dovettero quindi capire cosa fare con tutto questo denaro e, dal momento che l’economia nazionale era stagnante, decisero di spenderlo all’estero sotto forma di prestiti ad alto interesse ai Paesi in via di sviluppo, che avevano bisogno di fondi per superare lo shock dell’aumento dei prezzi del petrolio, soprattutto in considerazione degli alti tassi di inflazione del tempo. Le banche pensarono che si trattasse di un investimento sicuro perché presumevano che i governi non potessero fallire.
Ma si sbagliavano. Poiché i prestiti erano effettuati in dollari statunitensi, erano per questo vincolati alle fluttuazioni dei tassi di interesse statunitensi. Quando nei primi anni ’80 il Volcker Shock esplose e i tassi di interesse salirono alle stelle, i Paesi in via di sviluppo più vulnerabili – a cominciare dal Messico – scivolarono sull’orlo del default, dando il via alla cosiddetta “crisi del debito del Terzo mondo”. Sembrava che la crisi del debito avrebbe distrutto le banche di Wall Street e quindi minato l’intero sistema finanziario internazionale. Per prevenire una simile crisi, gli Stati Uniti sono intervenuti per mettere il Messico e altri Paesi in condizione di rimborsare i loro prestiti. Lo hanno fatto riproponendo il FMI. In passato, il FMI aveva utilizzato i propri fondi per aiutare i paesi a risolvere i problemi della bilancia dei pagamenti, ma ora gli Stati Uniti avrebbero usato il FMI per assicurarsi che i paesi del Terzo mondo rimborsassero i loro prestiti alle banche di investimento private. Secondo David Harvey, durante questo stesso periodo – a partire dal 1982 – le istituzioni di Bretton Woods furono sistematicamente “epurate” dalle influenze keynesiane e divennero portavoce dell’ideologia neoliberista.
Il piano avrebbe dovuto funzionare così: il FMI offriva di differire i debiti dei Paesi in via di sviluppo a condizione che questi accettassero una serie di “programmi di riforme strutturali”. Le riforme strutturali promuovevano una radicale deregolamentazione del mercato, partendo dal presupposto che ciò dovesse automaticamente migliorare l’efficienza economica, aumentare la crescita economica e consentire quindi il rimborso del debito. Per far ciò venivano tagliati i sussidi governativi per aspetti come alimentazione, sanità e trasporti, privatizzato il settore pubblico, ridotte le norme sul lavoro, l’uso delle risorse e l’inquinamento ed abbassate le tariffe commerciali al fine di creare “opportunità di investimento” e aprire nuovi mercati di consumo. Inoltre si mirava a mantenere bassa l’inflazione in modo che il valore del debito del terzo mondo verso il FMI non diminuisse, anche se ciò riduceva la capacità dei governi di stimolare la crescita. Molte di queste politiche erano specificamente progettate per promuovere gli interessi delle multinazionali, alle quali era spesso data la libertà di acquistare beni pubblici, fare offerte per i contratti governativi e rimpatriare i profitti a proprio piacimento.
Questi stessi principi neoliberisti erano imposti ai paesi in via di sviluppo attraverso la Banca Mondiale, che concedeva prestiti per progetti di sviluppo vincolati da “condizionalità” economiche, tra le quali una liberalizzazione forzata del mercato (in particolare durante gli anni ’80). In altre parole, il FMI e la Banca Mondiale sfruttarono il debito come strumento per manipolare le economie di Stati sovrani. Anche l’Organizzazione mondiale del commercio – insieme a vari accordi bilaterali di libero scambio, come il NAFTA – promuove il neoliberismo, concedendo ai paesi in via di sviluppo l’accesso ai mercati occidentali solo in cambio di riduzioni tariffarie, che hanno l’effetto di indebolire l’industria locale nei paesi poveri. Nessuna di queste istituzioni è democratica. Il potere di voto nel FMI e nella Banca Mondiale viene ripartito in base alla quota di proprietà finanziaria di ogni nazione, proprio come nelle corporazioni. Le decisioni importanti richiedono l’85% dei voti, e gli Stati Uniti, che detengono circa il 17% delle azioni di entrambe le società, esercitano di fatto il potere di veto. Nell’OMC, le dimensioni del mercato determinano il potere contrattuale, e quindi i Paesi ricchi riescono sempre a imporre la loro opinione. Se i Paesi poveri scelgono di disobbedire alle regole del commercio che danneggiano le loro economie, i Paesi ricchi possono reagire con pesanti sanzioni.
L’effetto finale di questa fase neoliberale della globalizzazione è stato una corsa al ribasso: poiché le multinazionali possono governare il mondo alla ricerca delle “migliori” condizioni di investimento, i Paesi in via di sviluppo devono competere tra loro per offrire il lavoro più economico e risorse, spesso al punto di concedere vacanze fiscali prolungate e ingressi gratuiti agli investitori stranieri. Tutto questo ha portato fantastici profitti alle multinazionali occidentali (e ora cinesi). Ma invece di aiutare i Paesi poveri, come inizialmente si prefiggevano, le politiche neoliberali di aggiustamento strutturale li hanno praticamente distrutti. Prima degli anni ’80, i Paesi in via di sviluppo avevano un tasso di crescita pro capite superiore al 3%. Ma durante l’era neoliberista i tassi di crescita si sono dimezzati, scendendo all’1,7%[7]. L’Africa sub-sahariana illustra bene questa tendenza al ribasso. Durante gli anni ’60 e ’70, il reddito pro capite è cresciuto ad un tasso modesto dell’1,6%. Ma quando la terapia neoliberale fu forzatamente applicata al continente, a partire dal Senegal nel 1979, il reddito pro capite cominciò a scendere ad un tasso dello 0,7% all’anno. Il PNL del paese africano medio si è ridotto di circa il 10% durante il periodo neoliberale dell’adeguamento strutturale [8]. Di conseguenza, il numero di africani che vivono nella povertà è più che raddoppiato dal 1980[9]. Il grafico 3 illustra come la stessa cosa sia accaduta in America Latina. L’ex-economista della Banca mondiale William Easterly ha dimostrato che più prestiti di aggiustamento strutturale vengono ricevuti da un Paese, più è probabile che la sua economia subisca un collasso[10].
Figura 3. Indice del reddito pro-capite in America Latina: effettivo e tendenziale 1950-2003
Fonte: W. Easterly, The White Man’s Burden (Londra, Penguin, 2006).
Quanto è successo non dovrebbe sorprendere. Qui è evidente un innegabile doppio standard: i politici occidentali hanno detto ai Paesi in via di sviluppo che devono liberalizzare le loro economie per crescere, ma questo è esattamente ciò che l’Occidente non ha fatto durante il proprio periodo di consolidamento economico. Come ha dimostrato l’economista di Cambridge Ha-Joon Chang, ognuno dei paesi ricchi di oggi ha sviluppato la propria economia attraverso misure protezionistiche. Di fatto, fino a poco tempo fa, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna erano i due paesi più aggressivamente protezionisti del mondo: costruivano il loro potere economico usando sussidi governativi, tariffe commerciali, brevetti ristretti – tutto ciò che oggi il copione neoliberista condanna. William Easterly nota che i paesi non occidentali che non hanno implementato principi di libero mercato in maniera indiscriminata sono riusciti a svilupparsi ragionevolmente bene, tra cui il Giappone, la Cina, l’India, la Turchia e le “Tigri” dell’Asia orientale.
Il punto chiave che se ne può dedurre è che il neoliberismo è l’utilizzo selettivo dei principi del libero mercato a favore di potenti attori economici. Ad esempio, i politici statunitensi celebrano il libero mercato se questo consente alle imprese di sfruttare manodopera a basso costo all’estero e indebolire i sindacati nazionali. Ma d’altra parte si rifiutano di ascoltare le richieste dell’OMC di abolire i loro massicci sussidi agricoli (che distorcono il vantaggio competitivo dei paesi del Terzo mondo), perché ciò andrebbe contro gli interessi di una potente lobby aziendale. I salvataggi bancari del 2008 forniscono un altro esempio di questo doppio standard. Un vero mercato libero avrebbe lasciato che fossero le banche a pagare per i propri errori. Il neoliberismo, tuttavia, spesso significa intervento statale per i mercati ricchi e libero mercato per i poveri. *In effetti, molti dei problemi prodotti dal neoliberismo potrebbero essere mitigati da un’applicazione più equa dei principi di mercato. Nel caso del commercio agricolo, ad esempio, i Paesi poveri trarrebbero enormi benefici da una maggiore liberalizzazione del mercato. Un altro tipico esempio è il sistema tedesco. Basandosi su una teoria nota come ordoliberismo, la Germania usa l’intervento statale per prevenire i monopoli e incoraggiare la concorrenza tra le piccole e medie imprese* (questa parte è da brividi di disgusto - nd Re-Carbonized).
Come conseguenza della globalizzazione neoliberale, il divario di reddito tra il quinto delle persone del mondo che vivono nei Paesi più ricchi e il quinto nei più poveri si è ampliato in modo significativo, passando da 44:1 nel 1980 a 74:1 nel 1997 [11]. Il grafico 4 illustra questa tendenza, che l’analista Lant Pritchett ha giustamente descritto come “divergenza al massimo livello”. Oggi, come conseguenza di queste politiche, le 358 persone più ricche del mondo hanno la stessa ricchezza del 45% più povero della popolazione mondiale, ovvero 2,3 miliardi di persone. In modo ancora più scioccante, i primi 3 miliardari hanno la stessa ricchezza di tutti i Paesi meno sviluppati messi insieme, ovvero 600 milioni di persone[12]. Queste statistiche segnalano un massiccio trasferimento di ricchezza e risorse dai Paesi poveri ai Paesi ricchi e da individui poveri a individui ricchi. Oggi, l’1% più ricco della popolazione mondiale controlla il 40% della ricchezza mondiale, il 10% più ricco controlla l’85% della ricchezza mondiale e il 50% più povero controlla solo l’1% della ricchezza mondiale [13].
Figura 4. Divergenza dei redditi in paesi ricchi e poveri 1970-1995
Fonte: Rapporto sullo sviluppo mondiale della Banca Mondiale 1999/2000.
Se la politica neoliberale ha portato a tassi di crescita economica peggiori (e in molti casi stagnanti o in calo), allora il rapido accumulo di ricchezza da parte di persone ricche e Paesi ricchi non è avvenuto solo appropriandosi della poca crescita, ma più efficacemente rubando ai più poveri. Ad esempio, secondo un recente articolo dell’Economist, quasi tutti i guadagni derivanti dalla ripresa post-crisi negli Stati Uniti sono stati accumulati dall’1% più ricco. Mentre uno studio di Global Financial Integrity dimostra come dal 1970 le multinazionali abbiano letteralmente rubato fino a 1,17 miliardi di dollari solo dall’Africa sui prezzi di trasferimento e altre forme di evasione fiscale.
Un altro mondo è possibile
La lezione principale che si può trarre da questa storia è che il modello neoliberista è stato creato – intenzionalmente – da specifiche persone. E poiché è stato creato dalle persone, può essere annullato dalle persone. Non è una forza della natura, e non è inevitabile; un altro mondo è infatti possibile.
Ma come ci si arriva? Negli Stati Uniti, un primo passo cruciale sarebbe quello di emendare la Costituzione in modo da precludere la possibilità di dare personalità giuridica alle imprese. In seguito alla recente sentenza Citizens United vs. FEC, che consente alle imprese di spendere somme di denaro illimitate per la pubblicità a fini politici come un esercizio della “libertà di parola”, numerose campagne hanno fatto progressi verso questo obiettivo. Un secondo passo sarebbe quello di rafforzare il potere dei lavoratori come contropartita contro l’eccesso di potere del capitale. Ciò potrebbe essere fatto mantenendo il salario minimo federale ancorato all’inflazione, approvando l’Employee Free Choice Act con una disposizione “card check” che consentirebbe ai lavoratori di formare sindacati senza timore di intimidazioni da parte dei datori di lavoro e modificando il Taft-Hartley Act per autorizzare sportelli sindacali e sportelli di agenzie. Un terzo passo sarebbe quello di ri-regolamentare il settore finanziario, ripristinando il Glass-Steagall Act, che – fino alla sua abrogazione nel 1999 – moderava la speculazione finanziaria e separava le banche commerciali da quelle di investimenti.
La resistenza popolare contro il neoliberismo si è sviluppata dopo la crisi finanziaria del 2008. Non solo la crisi ha rivelato i difetti di una deregolamentazione estrema, ma i politici conservatori hanno cercato di sfruttare la recessione per giustificare misure di austerità senza precedenti con la scusa della “riduzione del deficit”, come disastrosi tagli all’assistenza sanitaria, all’istruzione, ai programmi di case a prezzi accessibili, ai buoni alimentari e altri programmi sociali (mentre miliardi di dollari dei contribuenti vengono elargiti alle banche private).
In altre parole, i politici sperano di aggiustare la crisi del capitalismo neoliberista prescrivendo ancora più neoliberalismo. Questo è vero non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa. Non sorprende che questa sfacciata presa di potere abbia favorito l’ascesa di nuovi movimenti sociali come Occupy Wall Street, gli “indignati” in Spagna e in Grecia, e in Gran Bretagna la più grande ondata di proteste studentesche e scioperi da oltre cinquant’anni.
Sul piano internazionale, la soluzione più comune alle crisi umanitarie è stata “l’aiuto allo sviluppo”, che – dopo circa quarant’anni – non ha avuto un impatto significativo. Ciò non sorprende, vista la contraddizione che sta alla base del modello di sviluppo, che distribuisce gli aiuti nello stesso momento in cui impone adeguamenti strutturali economici. Come ha sottolineato l’economista Robert Pollin, anche se l’Occidente avesse rispettato le raccomandazioni del Millennium Development Project delle Nazioni Unite e aumentato gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo a 105 miliardi di dollari l’anno (un invito quanto meno improbabile), questa somma sarebbe ancora troppo poco rispetto a quanto i Paesi in via di sviluppo hanno perso a seguito dell’adeguamento strutturale a partire dagli anni ’80, che ammonta a circa 480 miliardi di dollari all’anno in termini di PIL potenziale. Di nuovo, l’irrazionalità della cooperazione economica è che di solito viene usato come un modo per contrabbandare le stesse identiche politiche economiche che hanno creato il problema. Tale è l’egemonia dell’ideologia neoliberale nell’economia di oggi.
Le soluzioni che affrontano i problemi reali in gioco potrebbero includere quanto segue: in primo luogo, democratizzare la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’OMC per garantire che i Paesi in via di sviluppo abbiano la capacità di difendere i loro interessi economici. Joseph Stiglitz, che è stato licenziato dal suo incarico di capo economista della Banca Mondiale per la sua critica a queste istituzioni, ha dedicato la sua carriera allo sviluppo di proposte in questo senso. In secondo luogo, azzerare tutti i debiti del Terzo mondo – il grido di protesta del movimento di alter-globalizzazione – in modo da ridurre la leva che i Paesi ricchi hanno sulle economie dei paesi poveri. In terzo luogo, eliminare le condizioni generali di aggiustamento strutturale associate agli aiuti esteri e ai prestiti per lo sviluppo, riconoscendo che ogni Paese ha esigenze uniche. In quarto luogo, istituire un salario minimo internazionale ancorato ai costi locali della vita come modo di mettere un limite alla “caduta verso il basso” dei salari stessi. In quinto luogo, consentire ai Paesi poveri di ripristinare i livelli di crescita di cui godevano prima del periodo neoliberista utilizzando misure strategiche quali dazi all’importazione, sussidi, disavanzi fiscali marginali, bassi tassi di interesse, restrizioni sui prezzi di trasferimento e investimenti statali nelle industrie nascenti.
Infine, forse la cosa più importante, dobbiamo rivendicare l’idea di libertà. Dobbiamo respingere la versione neoliberista della libertà come deregolamentazione del mercato, che è in realtà solo una licenza per i ricchi di accumulare e sfruttare, e arbitrio per pochi di guadagnare a spese di molti. Dobbiamo affermare che una regolamentazione ponderata può di fatto promuovere la libertà, se per libertà intendiamo la libertà dalla povertà e dal bisogno, la libertà di avere la dignità umana di base offerta da una buona istruzione, una casa e assistenza sanitaria e la libertà di guadagnarsi un salario dignitoso dopo una dura giornata di lavoro. Invece di accettare che la libertà significhi scardinare l’economia dai vincoli della società democratica, dobbiamo affermare che la vera libertà comporta il controllo dell’economia per aiutarci a realizzare obiettivi sociali specifici, democraticamente raggiunti e ratificati collettivamente.
Note
[1] Harvey, David. 2005. A Brief History of Neoliberalism. London: Oxford University Press.
[2] Stiglitz, Joseph. 2010. Freefall. New York: W.W. Norton & Co.
[3] Executive Excess 2006, the 13th annual CEO compensation survey from the Institute for Policy Studies and United for a Fair Economy.
[4] U.S. Census Bureau, Historical Income Tables: Families.
[5] Chang, Ha-Joon. 2007. Bad Samaritans: The Guilty Secrets of Rich Nations and the Threat to Global Prosperity. London: Random House. Pg. 26.
[6] Hickel, Jason and Arsalan Khan. 2012. “The Culture of Capitalism and the Crisis of Critique,” Anthropological Quarterly 85(1).
[7] Chang. 2007. Pg. 27.
[8] Chang. 2007. Pg. 28.
[9] World Bank. 2007. World Development Indicators.
[10] Easterly, William. 2007. The White Man’s Burden. Penguin Books.
[11] United National Development Programme. 1999. Human Development Report 1999: Globalization with a Human Face. New York. Pg. 38.
[12] Milanovic, Branko. 2002. “True World Income Distribution, 1988 and 1993.” Economic Journal,
[13] United Nations University. 2009. 2008 Annual Report.
Fonte
20/05/2018
Ricapitoliamo
Ospitiamo volentieri questa riflessione-sfogo ricordando che lo spazio “interventi”, come in ogni giornale, è riservato a opinioni, visioni, riflessioni che nascono fuori dall’ambito redazionale ma hanno un interesse in varia misura convergente. Ci sembra infatti indicativa di uno stato d’animo del “nostro popolo” che sarebbe criminale liquidare con una alzata di spalle.
di Daniele Patelli
Nel 1978, al tramonto ormai della contestazione studentesca, delle rivendicazioni salariali e della sicurezza, con la nascita del sindacato delle compatibilità, sono avvenute diverse situazioni che vorrei sottolineare. In tale anno divenne Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, Primo Ministro inglese Margaret Thatcher e papa Giovanni Paolo II, stranamente tutti nello stesso anno e tutti accomunati dalla volontà di reazione e rivincita nei confronti dei lavoratori e dei loro diritti.
A parere di chi scrive gli anni '70 spaventarono e parecchio il grande capitale che, a partire dalla fine della guerra in Vietnam nel 1975, anno in cui il capitalismo toccò il punto più basso e i popoli oppressi il punto più alto, con l’eccezione del Cile, cominciò la rimonta borghese, dapprima in sordina poi sempre più violenta ed efferata.
Nel 1978 appunto, oltre all’elezione della triplice demoniaca, cominciò un attacco mediatico ben orchestrato ed accurato da un lato con le telenovele tipo Dallas, Falcon Crest e simili, dall’alto con il bombardamento di fumetti giapponesi di una violenza inaudita e tutti uguali tra loro, portatori di una mentalità familistica reazionaria e militaresca, e, last but not least, da film come Rambo, Rocky e imitazioni varie che lanciarono la mentalità che la brutalità ed i soldi vanno a braccetto oltre che un patriottismo americano becero.
A tutto questo non fu possibile o non si riuscì a dare risposta, a frenare con una reazione intellettuale critica (ricordo bene come la FGCI di allora fece il “processo” a Rambo e lo assolse! sic! E come l’illustre Professor Umberto Eco deridesse la stupidità di tale “processo” ed assoluzione). Tutto ciò cosa comportò? Prima di tutto il cambiamento della cognizione della realtà, il seppellimento graduale di valori come solidarietà, mutualità e amicizia per introdurne altri come l’individualismo violento, il patriottismo più becero, il culto della forza fisica rispetto a quella intellettuale (qui apro una parentesi per ricordare come i film sulle arti marziali orientali fecero da apripista) e soprattutto la migrazione verso valori effimeri come la moda, la discoteca, il divertimento ad ogni costo e l’oblio di tutto ciò che la mia generazione e quelle prima di me aveva costruito dal 1968 fino al 1977.
Non mi interessa in questa sede analizzare il perché o il per come le istanze sociali e politiche del decennio in questione siano state travolte, altri ne hanno parlato diffusamente e meglio, mi interessa analizzare il prosieguo.
Dagli anni '80 in poi l’attacco ai diritti è stato incalzante, il ritorno delle religioni tempestoso fino all’azzeramento delle coscienze e, come già detto della percezione della realtà attraverso armi di distrazione di massa.
Dopo il 1989 con la caduta dei paesi socialisti e del socialismo in generale l’offensiva è divenuta devastante con la distruzione della cultura, della scuola, dell’università come grimaldelli per l’azzeramento delle coscienze. Di più: da troppi anni a questa parte il modello prevalente, non solo televisivo, ma anche informatico e di luoghi come Facebook, Instagram, Twitter e chi più ne ha più ne metta, è quello di una superficialità spaventosa nei rapporti personali e sociali, di una televisione e di video giochi di una violenza sanguinaria e granguignolesca, di programmi distruttivi come “Amici”, “Ballando con le Stelle” e cose del genere, programmi che si susseguono con un ritmo martellante e sempre uguali a se stessi con il chiaro intento – o comunque il risultato – di distruggere le coscienze; se poi si aggiunge un’informazione deviata, menzognera e pubblicitaria il quadro è completo.
Ma io credo che ci sia anche dell’altro: parlando con i giovani ho notato che questa offensiva mediatica ed informatica ha causato una distorsione nella percezione del reale, un ritenere che falsità evidenti in programmi tipo appunto “Amici” o C’è posta per te” ed idiozie simili siano LA REALTA’ e qui casca l’asino. A mio parere chi guarda tali trasmissioni o passa ore e ore su Facebook o è attaccato al telefonino o condivide foto assurde o violente ricerchi poi nella realtà tali situazioni distorte, non trovandole diviene confuso, paranoico e molto spesso violento, scaricando tali contraddizioni su chi sta attorto a sè (bullismo in primis) o nella famiglia, ormai completamente sfasciata e senza punti di riferimento.
Aggiungo che dalla mia personale ricerca ho notato una fragilità psicologica e comportamentale assolutamente inquietante: una parte dei giovani ha una struttura mentale e personale fragilissima, non sopportano nulla, alla prima difficoltà scappano e lasciano macerie dietro di sé; anche per questo i rapporti amorosi sono sempre più precari ed effimeri, le amicizie sciocche e superficiali, le capacità cognitive azzerate e l’ignoranza avanza inesorabile. Ma soprattutto la stragrande maggioranza non ha capacità di reazione, subisce la realtà bestiale che stiamo vivendo senza capirla e – non trovando soluzioni per modificarla, dato anche che i rapporti interpersonali sono azzerati ed inesistenti – la capacità di analisi del reale impossibile causa la distorsione cognitiva di cui ho parlato poc’anzi.
Lo scenario è catastrofico e non vedo soluzioni a breve o medio periodo, anche ascoltando gli interventi della scorsa assemblea di Potere al Popolo ho notato una dispersione degli argomenti allarmante. Certo un’analisi anche interessante, ma l’assenza pressoché totale di soluzioni strutturate e questo spiega l’attuale ritardo nella strutturazione di Potere al Popolo che si evidenzia nella mancanza di un ordine del giorno nella prossima assemblea del 26 e 27 a Napoli.
Probabilmente qualcuno mi darà del catastrofista o del pessimista ad oltranza o aggettivi del genere, ma finora non vedo ancora cambiamenti profondi e strutturali nella forma mentis in generale e l’urgenza delle cose è enorme, la situazione ormai disperata tant’è che se una massa di cialtroni come il M5S prende il 32 e rotti per cento vuol dire che le alternative sono inesistenti.
Concludo dicendo che ho la massima fiducia in Viola Carofalo e nei compagni con lei, ma bisogna fare presto e usare la testa, non come l’ultima volta del 4 marzo. Un abbraccio a tutti.
Fonte
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di Daniele Patelli
Nel 1978, al tramonto ormai della contestazione studentesca, delle rivendicazioni salariali e della sicurezza, con la nascita del sindacato delle compatibilità, sono avvenute diverse situazioni che vorrei sottolineare. In tale anno divenne Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, Primo Ministro inglese Margaret Thatcher e papa Giovanni Paolo II, stranamente tutti nello stesso anno e tutti accomunati dalla volontà di reazione e rivincita nei confronti dei lavoratori e dei loro diritti.
A parere di chi scrive gli anni '70 spaventarono e parecchio il grande capitale che, a partire dalla fine della guerra in Vietnam nel 1975, anno in cui il capitalismo toccò il punto più basso e i popoli oppressi il punto più alto, con l’eccezione del Cile, cominciò la rimonta borghese, dapprima in sordina poi sempre più violenta ed efferata.
Nel 1978 appunto, oltre all’elezione della triplice demoniaca, cominciò un attacco mediatico ben orchestrato ed accurato da un lato con le telenovele tipo Dallas, Falcon Crest e simili, dall’alto con il bombardamento di fumetti giapponesi di una violenza inaudita e tutti uguali tra loro, portatori di una mentalità familistica reazionaria e militaresca, e, last but not least, da film come Rambo, Rocky e imitazioni varie che lanciarono la mentalità che la brutalità ed i soldi vanno a braccetto oltre che un patriottismo americano becero.
A tutto questo non fu possibile o non si riuscì a dare risposta, a frenare con una reazione intellettuale critica (ricordo bene come la FGCI di allora fece il “processo” a Rambo e lo assolse! sic! E come l’illustre Professor Umberto Eco deridesse la stupidità di tale “processo” ed assoluzione). Tutto ciò cosa comportò? Prima di tutto il cambiamento della cognizione della realtà, il seppellimento graduale di valori come solidarietà, mutualità e amicizia per introdurne altri come l’individualismo violento, il patriottismo più becero, il culto della forza fisica rispetto a quella intellettuale (qui apro una parentesi per ricordare come i film sulle arti marziali orientali fecero da apripista) e soprattutto la migrazione verso valori effimeri come la moda, la discoteca, il divertimento ad ogni costo e l’oblio di tutto ciò che la mia generazione e quelle prima di me aveva costruito dal 1968 fino al 1977.
Non mi interessa in questa sede analizzare il perché o il per come le istanze sociali e politiche del decennio in questione siano state travolte, altri ne hanno parlato diffusamente e meglio, mi interessa analizzare il prosieguo.
Dagli anni '80 in poi l’attacco ai diritti è stato incalzante, il ritorno delle religioni tempestoso fino all’azzeramento delle coscienze e, come già detto della percezione della realtà attraverso armi di distrazione di massa.
Dopo il 1989 con la caduta dei paesi socialisti e del socialismo in generale l’offensiva è divenuta devastante con la distruzione della cultura, della scuola, dell’università come grimaldelli per l’azzeramento delle coscienze. Di più: da troppi anni a questa parte il modello prevalente, non solo televisivo, ma anche informatico e di luoghi come Facebook, Instagram, Twitter e chi più ne ha più ne metta, è quello di una superficialità spaventosa nei rapporti personali e sociali, di una televisione e di video giochi di una violenza sanguinaria e granguignolesca, di programmi distruttivi come “Amici”, “Ballando con le Stelle” e cose del genere, programmi che si susseguono con un ritmo martellante e sempre uguali a se stessi con il chiaro intento – o comunque il risultato – di distruggere le coscienze; se poi si aggiunge un’informazione deviata, menzognera e pubblicitaria il quadro è completo.
Ma io credo che ci sia anche dell’altro: parlando con i giovani ho notato che questa offensiva mediatica ed informatica ha causato una distorsione nella percezione del reale, un ritenere che falsità evidenti in programmi tipo appunto “Amici” o C’è posta per te” ed idiozie simili siano LA REALTA’ e qui casca l’asino. A mio parere chi guarda tali trasmissioni o passa ore e ore su Facebook o è attaccato al telefonino o condivide foto assurde o violente ricerchi poi nella realtà tali situazioni distorte, non trovandole diviene confuso, paranoico e molto spesso violento, scaricando tali contraddizioni su chi sta attorto a sè (bullismo in primis) o nella famiglia, ormai completamente sfasciata e senza punti di riferimento.
Aggiungo che dalla mia personale ricerca ho notato una fragilità psicologica e comportamentale assolutamente inquietante: una parte dei giovani ha una struttura mentale e personale fragilissima, non sopportano nulla, alla prima difficoltà scappano e lasciano macerie dietro di sé; anche per questo i rapporti amorosi sono sempre più precari ed effimeri, le amicizie sciocche e superficiali, le capacità cognitive azzerate e l’ignoranza avanza inesorabile. Ma soprattutto la stragrande maggioranza non ha capacità di reazione, subisce la realtà bestiale che stiamo vivendo senza capirla e – non trovando soluzioni per modificarla, dato anche che i rapporti interpersonali sono azzerati ed inesistenti – la capacità di analisi del reale impossibile causa la distorsione cognitiva di cui ho parlato poc’anzi.
Lo scenario è catastrofico e non vedo soluzioni a breve o medio periodo, anche ascoltando gli interventi della scorsa assemblea di Potere al Popolo ho notato una dispersione degli argomenti allarmante. Certo un’analisi anche interessante, ma l’assenza pressoché totale di soluzioni strutturate e questo spiega l’attuale ritardo nella strutturazione di Potere al Popolo che si evidenzia nella mancanza di un ordine del giorno nella prossima assemblea del 26 e 27 a Napoli.
Probabilmente qualcuno mi darà del catastrofista o del pessimista ad oltranza o aggettivi del genere, ma finora non vedo ancora cambiamenti profondi e strutturali nella forma mentis in generale e l’urgenza delle cose è enorme, la situazione ormai disperata tant’è che se una massa di cialtroni come il M5S prende il 32 e rotti per cento vuol dire che le alternative sono inesistenti.
Concludo dicendo che ho la massima fiducia in Viola Carofalo e nei compagni con lei, ma bisogna fare presto e usare la testa, non come l’ultima volta del 4 marzo. Un abbraccio a tutti.
Fonte
12/08/2016
Quando David incontra David. Foster Wallace, Harvey e il neoliberismo
Nel suo “Breve storia del neoliberismo” (edito in Italia da Il Saggiatore), di cui avevo parlato in un precedente articolo, Harvey cerca di spiegare come sia avvenuto il passaggio dal capitalismo “controllato” – che aveva caratterizzato la maggior parte dei paesi occidentali nel secondo dopoguerra – al neoliberismo.
Se è vero che in alcuni paesi, come il Cile o successivamente l’Iraq, il neoliberismo si è affermato con la violenza, in altri paesi (come UK o USA) politici che sostenevano idee neoliberali hanno vinto regolari elezioni, spesso con maggioranze ragguardevoli. Com’è accaduto che alcune idee inizialmente sostenute da una ristretta élite siano divenute tanto popolari? Harvey lo spiega tramite le due categorie gramsciane di “egemonia” e “senso comune”. Tramite il controllo del senso comune, che Gramsci nei “Quaderni dal carcere” definisce come “una convinzione disgregata, incoerente, inconseguente, conforme alla posizione sociale e culturale delle masse di cui esso è filosofia” , è possibile raggiungere l’egemonia.
Tramite l’uso del senso comune, le cui maggiori componenti sono date dalla religione, la cultura e le paure (ad esempio del comunismo), i sostenitori del neoliberismo furono così in grado di raggiungere l’egemonia e legittimare tramite essa il potere economico di un ristretto gruppo di élite
Secondo Harvey, una delle componenti ad aver avuto un ruolo importante in questo processo è stata l’enfasi sui diritti individuali e le libertà, unita ad una campagna contro la “burocrazia” e lo statalismo. Questo processo coinvolse, seppur in maniera distorta, alcuni degli ideali propagandati dai movimenti del ’68, fortemente influenzati dal desiderio di una maggiore libertà personale.
Come afferma Harvey “per quasi tutti coloro che erano coinvolti nel movimento del ’68, lo stato intrusivo era il nemico e andava riformato. E su questo i teorici neoliberisti potevano facilmente essere d’accordo” [1]. E ancora: “catturando gli ideali di libertà individuale e volgendoli verso l’interventismo e le pratiche regolatorie statali, gli interessi della classe capitalista potevano sperare di proteggere e perfino rafforzare la propria posizione. Il neoliberismo era ben attrezzato per questo compito ideologico. Ma doveva essere sostenuto da una strategia pratica che enfatizzasse la libertà della scelta del consumatore, non solo rispetto a prodotti particolari, ma anche rispetto a stili di vita, modalità di espressione e un ampio ventaglio di pratiche culturali. La neoliberalizzazione richiese politicamente ed economicamente la costruzione di una cultura neoliberista, populista e fondata su logiche di mercato, di consumismo differenziato e libertarianesimo individuale” [2].
E qui entra in gioco l’altro David, David F. Wallace. Nel suo “Il Re Pallido”, pubblicato postumo nel 2011, Wallace si cimenta (e riesce) nell’impresa titanica di rendere interessante la vita e gli accadimenti all’interno dell’agenzia delle entrate USA. In uno dei capitoli del romanzo (ambientato nel 1985), Wallace mette in atto un bizzarro dialogo fra alcuni degli impiegati dell’agenzia, che discettano di politica in ascensore. Il risultato è un’analisi soprendentemente simile a quella fatta da Harvey.
A pagina 187 del romanzo, infatti, sentiamo un personaggio dire: “Ma non stiamo parlando della realtà intrinseca delle corporazioni. Stiamo parlando della faccia e della voce che i pubblicitari delle corporazioni hanno cominciato a usare alla fine degli anni Sessanta per convincere il consumatore a pensare di aver bisogno di tutta quella roba. Comincia dicendo che la psiche del consumatore è incatenata al conformismo e che il modo per liberarsi dal conformismo non è fare certe cose ma comprare certe cose. Così comprare una certa marca di vestiti, di bevanda, di auto o di cravatta diventa un gesto che assume lo stesso significato ideologico di portare la barba o protestare contro la guerra”.
E il capitolo si conclude a pagina 193 nel seguente modo: “(…) in altre parole avremo come presidente un Ribelle simbolico (Reagan, ndr) contrario al suo stesso potere la cui elezione sarà garantita da macchine per il profitto senz’anima e disumane che si impossesseranno della vita civica e spirituale americana convincendo gli americani che la ribellione contro la vita corporativa disumana e senz’anima consisterà nel comprare prodotti da corporazioni che fanno di tutto per rappresentare la vita societaria come vuota e senz’anima”.
Una convergenza di visioni che non sorprende, dato che già Foster Wallace aveva lasciato trasparire un’analisi critica dell’avvento dell’individualismo basato sul consumismo nel suo capolavoro, “Infinite Jest”. L’ennesima dimostrazione della notevole capacità di lettura della società nordamericana da parte di uno dei maggiori scrittori degli ultimi decenni.
Note
[1] Harvey, D. (2005), “A Brief History of Neoliberalism”, pg. 42, traduzione mia.
[2] Harvey, D. (2005), ibidem, pg. 42, traduzione mia, enfasi mia.
Fonte
04/07/2016
La data di nascita del terrorismo jihadista
Dolore per le povere vittime della strage di Dacca, orrore per il terrorismo islamista e per ogni fanatismo religioso, ma non posso far a meno di pensare che questa foto, del 1985, segna l’inizio ufficiale del moderno terrorismo. E nemmeno riesco a non pensare alla globalizzazione, che ha portato vittime innocenti italiane a morire in un paese lontano.
Per combattere l’URSS e il comunismo gli Stati Uniti hanno inizialmente organizzato, finanziato ed armato il terrorismo reazionario fondamentalista musulmano. Anche i gruppi assassini che oggi massacrano a Dacca chi non conosce il Corano, derivano dai combattenti degli anni '80 contro i sovietici. Allora i fondamentalisti erano eroi, celebrati anche dal cinema, dove Rambo fraternizzava con una sorta di giovane Bin Laden.
Se vogliamo andare più indietro dobbiamo ricordare i Fratelli Musulmani, che gli Stati Uniti e Israele finanziarono ed armarono negli anni 50 contro l’Egitto laico e nazionalista di Nasser, dopo che si era avvicinato all’Urss. Fu in quegli anni che l’Arabia Saudita divenne il baluardo militare dell’Occidente contro i movimenti di liberazione e i governi arabi e anticoloniali, e che il suo fondamentalismo religioso, il wahabismo, ebbe fortuna e sostegno come alternativa al nazionalismo laico.
A chi sostiene che queste scelte degli USA e della Nato siano legate alla guerra fredda e si giustifichino con essa, dobbiamo rispondere che non è assolutamente così, perchè la politica di finanziamento del terrorismo islamista è continuata fino ai giorni nostri. Per combattere e rovesciare i regimi ritenuti ostili, l’Occidente ha armato il fondamentalismo islamico in Iraq, in Libia, in Siria, ovunque. La stessa Hillary Clinton ha affermato che l’ISIS è una creatura degli USA. Ora i mostri son sfuggiti di mano al padrone, ma non potranno mai essere sconfitti se non si avrà chiaro chi li ha creati e perché.
Le nove vittime italiane a Dacca erano tutte legate alla industria tessile, che si è diffusa in quel paese con la grande delocalizzazione delle imprese all’inseguimento dei più bassi salari. Anche questo bisogna ricordare mentre piangiamo quei poveri innocenti. La globalizzazione è anch’essa un mostro, sfuggito di mano al capitalismo occidentale suo inventore. E va messa in discussione alla radice, se vogliamo un mondo più sicuro e più giusto per tutti. Terrorismo e globalizzazione hanno un percorso sempre più intrecciato, penso che sia impossibile sconfiggere il primo senza fermare la seconda. Altro che difendere il nostro mondo per non cedere al terrorismo. Bisogna cambiare il nostro mondo sempre più ingiusto se il terrorismo vogliamo davvero sconfiggerlo.
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06/08/2015
Renzi allo sbaraglio: promette le politiche fallimentari di Jeb Bush
A Matteo Renzi va dato atto di una cosa: all’assemblea nazionale del Pd a Milano ha parlato di economia (almeno di quello che lui pensa essere materia economica), mentre gli oppositori interni hanno parlato di schieramenti. Detto questo, il discorso economico alla nazione di Matteo Renzi a Milano è stato un autentico disastro. Sempre se si analizzano le politiche proposte da Renzi, non certo se si guarda al mainstream televisivo. Quest’ultimo infatti mette sempre i riflettori su chi annuncia meno tasse, benedicendo mediaticamente gli sfrondatori di aliquote e i mentori delle detassazioni. E, se è per quello, è di un buon effetto-annuncio che Renzi ha bisogno. I sondaggi lo vedono in calo, con circa 10 punti in meno rispetto al risultato “magico” del 2014, l’economia è stagnante (specie se i dati guardano alla struttura del paese quindi al netto del calo dell’euro e del prezzo del petrolio) e qualcosa bisogna pur raccontare per risalire l’audience. Vedremo se Renzi recupererà quel mezzo punto nei sondaggi grazie all’ennesimo annuncio sul taglio delle tasse che, da Berlusconi fino a Letta passando da Prodi e persino da Monti, non è mai mancato nel repertorio del marketing politico dalla fine della prima Repubblica. Si tratta di quel repertorio generalista che - insieme a quelli sulla microcriminalità o sull’immigrazione - si pensa che in qualche modo tocchi la maggior parte dell’elettorato.
Fare spettacolo su un taglio delle tasse, tra l’altro tutto da dimostrare, è anche governare il partito, o meglio quello che ne rimane, scosso dalle vicende romane e siciliane. E anche da quel lento processo di uscita di correnti e cordate (da Civati a Fassina) che, a partire dalle elezioni in Liguria fino alla pessima legge sulla scuola, ha attraversato il Pd. Assieme ad un calo record dei tesseramenti. Un bel Matteo Renzi show da Milano, in uno scenario blu soffuso fatto per regalare una sensazione di freschezza in periodo di canicola, era quindi quello che ci voleva. Sul piano dell’immagine e della messa tra parentesi del dibattito interno. Ma, questioni di sondaggi e di immagine a parte, il governo Renzi è davvero intenzionato a tagliare le tasse di 50 miliardi? E quale tipo di economia innescherebbe?
Sgombriamo subito il campo da un equivoco: nel dibattito politico si sta parlando come se si trattasse degli anni ’80, ovvero con uno stato nazionale che prende decisioni da solo e poi le applica. Oggi invece è diverso: il two e il six pack, approvati da Roma negli anni scorsi, rendono il bilancio nazionale a revisione, con tanto di multe in caso di applicazione sbagliata, preventiva e consuntiva da parte di Bruxelles. Per cui, oltre ad assistere allo spettacolo di Renzi, i media, se vogliono capirci qualcosa sul taglio delle tasse, non dovrebbero far altro che intervistare la Merkel o Hollande. Ma ne soffrirebbe l’effetto annuncio, naturalmente. Il consigliere economico di Renzi, Yoram Gutgeld (scuderia McKinsey, che in Inghilterra gestisce direttamente la privatizzazione della sanità), cerca di delineare la politica del governo in materia di taglio delle tasse.
Gutgeld riporta che, oltre ai 35 miliardi di manovra necessari per il taglio delle tasse, servono anche 70 miliardi per impedire che scattino, nel 2016, gli aumenti automatici di Iva e accise sulla benzina. Una manovra quindi, salvo peggioramenti della congiuntura economica, di circa 110 miliardi in tre anni. Tutti dedicati a tagli delle tasse e della spesa pubblica. Ma quali sono, secondo Gutgeld, gli strumenti per arrivare a questa manovra?
1) Spending review di 10 miliardi, toccando anche nodi nevralgici della spesa sociale (sempre sotto il pretesto “sprechi”) deprimendo le economie locali;
2) Aumento del Pil imprevisto che genera maggiore tassazione;
3) Allargamento del rapporto deficit-pil di quasi due punti per generare risorse.
Mentre il secondo punto è quasi fantascientifico, visti i tassi di crescita continentali e globali, si capisce che Renzi farà pressione verso l’Europa per poter allargare il rapporto deficit-Pil. E’ il vero strumento che il governo ha, a meno di non tagliare la spesa sociale oltre l’inverosimile (e già farebbe danni la spending review alla Gutgeld). La scommessa di Renzi è quindi difficile quanto evidente: aspettarsi appoggio da Bruxelles, e da Berlino, per una riforma che piace molto oltreoceano. E che potrebbe tanto più piacere se l’inquilino della casa bianca nel 2016 fosse un tipo alla Jeb Bush che, di quel tipo di riforma delle tasse, è un alfiere convinto. D’altronde è cronaca giornalistica il fatto che Michael Ledeen, della destra repubblicana americana, è stato ospite della Leopolda. E che Yoram Gutgeld non è certo ostile alla destra repubblicana. Come è noto il fatto che sono proprio le politiche di forte taglio delle tasse, meglio una flat tax che favorisce i ceti più ricchi, che piacciono alle grandi corporation finanziarie. Il tentativo della riforma delle tasse renziano non è quindi altro che la riedizione delle Reaganomics, versione spaghetti. Taglio delle tasse da redditi da lavoro, da capitale, da proprietà, bassa inflazione, stato minimo (del resto tra abolizione delle province e del senato e il collasso delle partecipate, la direzione è quella. E con i tagli alla tassa sulla casa molti comuni potrebbero semplicemente chiudere. Le politiche municipali finirebbero in mano alla neo-filantroplia e ai privati).
Senza avventurarsi in analisi di politiche differenti nello spazio e nel tempo, come per il confronto Reaganomics e politiche renziane, facciamo notare un grafico. E’ lo storico dell’andamento del salario in un paese, come gli Usa, dove la disponibilità di capitali liberata, tramite le Reaganomics, è stata molto più alta di quella potenzialmente disponibile con le Renzinomics.
Si noti come dal 1981, per quasi 20 anni, il potere di acquisto del salario americano non cessa di scendere proprio a partire dalle reaganomics. Senza mai recuperare totalmente in potere d’acquisto. Neanche oggi, nel 2015. E questa politica sarebbe da attuarsi in un paese dove il potere di acquisto, nei primi dieci anni di entrata in vigore dell’euro, è stato di circa meno 11.000 euro a famiglia.
Viene davvero da pensare che Renzi voglia liberare capitali, che possono finire ovunque visto il mondo globalizzato, per favorire dinamiche di deflazione salariale tali da avvicinare il costo del lavoro italiano a quello polacco.
Come se non bastasse, e non basta, ecco un articolo di Bloomberg, che non è un sito neobolscevico ma un grosso gruppo mediale dell’informazione finanziaria americana.
Noah Smith riporta infatti che l’analisi dei paesi che hanno applicato, a casa propria, le reaganomics rivela che non c’è alcuna evidenza di reale miglioramento nelle loro economie. Anzi, in diverse prese ad esame, le economie con le reaganomics peggiorano. Eppure Renzi cerca di vendere politiche non solo vecchie di 35 anni ma anche che non mostrano, nell’analisi storica, miglioramenti reali. Oltre a mostrare, come nel caso USA che è quello pilota, calo del potere di acquisto.
Sia chiaro: in questo paese le tasse sono alte. E non servono certo per i servizi sociali. Ma le tasse alte non possono essere un pretesto per disintegrare il paese. Meglio guardare ai dibattiti economici che evitano ricette renziane pardon, reaganiane. Ce ne sono, basta cercare e innovare in materia.
Siccome è bello chiudere con i patetici, parliamo un attimo di Susanna Camusso. Dopo 10 mesi in cui assieme allo statuto dei lavoratori è saltata anche la scuola (e la legge sulla scuola è una riforma del salario al ribasso). La zombie woman della Cgil è riuscita a dire, delle politiche reaganiane di Renzi, che aspetta che il governo “dalla parole passi ai fatti”. Ovvero, dati e proiezioni alla mano, la Camusso ce l’ha fatta ad augurarsi il più duro attacco al potere di acquisto di sempre. L’inconsistenza del mito dei sindacalisti ragionevoli, con la testa sulle spalle, concreti perché “riformisti” vive serena in questo personaggio. E la sua segreteria, rigorosamente priva di qualsiasi qualità e procedendo da un basso profilo all’altro, è riuscita a svendere, senza traumi per l’organizzazione, i lavoratori in un modo che non si vedeva dalla svolta CGIL dell’EUR del 1978. Roba da stare nella Hall of Fame antioperaia assieme a Luciano Lama. Con una differenza: Susanna Camusso, finora, ha generato tanta indifferenza che non l’ha neanche rincorsa nessuno. Per farsi cacciare dai luoghi pubblici, fatto che ha giustamente sigillato la vita di Luciano Lama, bisogna perlomeno farsi notare.
Redazione - 2 agosto 2015
Fonte
Fare spettacolo su un taglio delle tasse, tra l’altro tutto da dimostrare, è anche governare il partito, o meglio quello che ne rimane, scosso dalle vicende romane e siciliane. E anche da quel lento processo di uscita di correnti e cordate (da Civati a Fassina) che, a partire dalle elezioni in Liguria fino alla pessima legge sulla scuola, ha attraversato il Pd. Assieme ad un calo record dei tesseramenti. Un bel Matteo Renzi show da Milano, in uno scenario blu soffuso fatto per regalare una sensazione di freschezza in periodo di canicola, era quindi quello che ci voleva. Sul piano dell’immagine e della messa tra parentesi del dibattito interno. Ma, questioni di sondaggi e di immagine a parte, il governo Renzi è davvero intenzionato a tagliare le tasse di 50 miliardi? E quale tipo di economia innescherebbe?
Sgombriamo subito il campo da un equivoco: nel dibattito politico si sta parlando come se si trattasse degli anni ’80, ovvero con uno stato nazionale che prende decisioni da solo e poi le applica. Oggi invece è diverso: il two e il six pack, approvati da Roma negli anni scorsi, rendono il bilancio nazionale a revisione, con tanto di multe in caso di applicazione sbagliata, preventiva e consuntiva da parte di Bruxelles. Per cui, oltre ad assistere allo spettacolo di Renzi, i media, se vogliono capirci qualcosa sul taglio delle tasse, non dovrebbero far altro che intervistare la Merkel o Hollande. Ma ne soffrirebbe l’effetto annuncio, naturalmente. Il consigliere economico di Renzi, Yoram Gutgeld (scuderia McKinsey, che in Inghilterra gestisce direttamente la privatizzazione della sanità), cerca di delineare la politica del governo in materia di taglio delle tasse.
Gutgeld riporta che, oltre ai 35 miliardi di manovra necessari per il taglio delle tasse, servono anche 70 miliardi per impedire che scattino, nel 2016, gli aumenti automatici di Iva e accise sulla benzina. Una manovra quindi, salvo peggioramenti della congiuntura economica, di circa 110 miliardi in tre anni. Tutti dedicati a tagli delle tasse e della spesa pubblica. Ma quali sono, secondo Gutgeld, gli strumenti per arrivare a questa manovra?
1) Spending review di 10 miliardi, toccando anche nodi nevralgici della spesa sociale (sempre sotto il pretesto “sprechi”) deprimendo le economie locali;
2) Aumento del Pil imprevisto che genera maggiore tassazione;
3) Allargamento del rapporto deficit-pil di quasi due punti per generare risorse.
Mentre il secondo punto è quasi fantascientifico, visti i tassi di crescita continentali e globali, si capisce che Renzi farà pressione verso l’Europa per poter allargare il rapporto deficit-Pil. E’ il vero strumento che il governo ha, a meno di non tagliare la spesa sociale oltre l’inverosimile (e già farebbe danni la spending review alla Gutgeld). La scommessa di Renzi è quindi difficile quanto evidente: aspettarsi appoggio da Bruxelles, e da Berlino, per una riforma che piace molto oltreoceano. E che potrebbe tanto più piacere se l’inquilino della casa bianca nel 2016 fosse un tipo alla Jeb Bush che, di quel tipo di riforma delle tasse, è un alfiere convinto. D’altronde è cronaca giornalistica il fatto che Michael Ledeen, della destra repubblicana americana, è stato ospite della Leopolda. E che Yoram Gutgeld non è certo ostile alla destra repubblicana. Come è noto il fatto che sono proprio le politiche di forte taglio delle tasse, meglio una flat tax che favorisce i ceti più ricchi, che piacciono alle grandi corporation finanziarie. Il tentativo della riforma delle tasse renziano non è quindi altro che la riedizione delle Reaganomics, versione spaghetti. Taglio delle tasse da redditi da lavoro, da capitale, da proprietà, bassa inflazione, stato minimo (del resto tra abolizione delle province e del senato e il collasso delle partecipate, la direzione è quella. E con i tagli alla tassa sulla casa molti comuni potrebbero semplicemente chiudere. Le politiche municipali finirebbero in mano alla neo-filantroplia e ai privati).
Senza avventurarsi in analisi di politiche differenti nello spazio e nel tempo, come per il confronto Reaganomics e politiche renziane, facciamo notare un grafico. E’ lo storico dell’andamento del salario in un paese, come gli Usa, dove la disponibilità di capitali liberata, tramite le Reaganomics, è stata molto più alta di quella potenzialmente disponibile con le Renzinomics.
Si noti come dal 1981, per quasi 20 anni, il potere di acquisto del salario americano non cessa di scendere proprio a partire dalle reaganomics. Senza mai recuperare totalmente in potere d’acquisto. Neanche oggi, nel 2015. E questa politica sarebbe da attuarsi in un paese dove il potere di acquisto, nei primi dieci anni di entrata in vigore dell’euro, è stato di circa meno 11.000 euro a famiglia.
Viene davvero da pensare che Renzi voglia liberare capitali, che possono finire ovunque visto il mondo globalizzato, per favorire dinamiche di deflazione salariale tali da avvicinare il costo del lavoro italiano a quello polacco.
Come se non bastasse, e non basta, ecco un articolo di Bloomberg, che non è un sito neobolscevico ma un grosso gruppo mediale dell’informazione finanziaria americana.
Noah Smith riporta infatti che l’analisi dei paesi che hanno applicato, a casa propria, le reaganomics rivela che non c’è alcuna evidenza di reale miglioramento nelle loro economie. Anzi, in diverse prese ad esame, le economie con le reaganomics peggiorano. Eppure Renzi cerca di vendere politiche non solo vecchie di 35 anni ma anche che non mostrano, nell’analisi storica, miglioramenti reali. Oltre a mostrare, come nel caso USA che è quello pilota, calo del potere di acquisto.
Sia chiaro: in questo paese le tasse sono alte. E non servono certo per i servizi sociali. Ma le tasse alte non possono essere un pretesto per disintegrare il paese. Meglio guardare ai dibattiti economici che evitano ricette renziane pardon, reaganiane. Ce ne sono, basta cercare e innovare in materia.
Siccome è bello chiudere con i patetici, parliamo un attimo di Susanna Camusso. Dopo 10 mesi in cui assieme allo statuto dei lavoratori è saltata anche la scuola (e la legge sulla scuola è una riforma del salario al ribasso). La zombie woman della Cgil è riuscita a dire, delle politiche reaganiane di Renzi, che aspetta che il governo “dalla parole passi ai fatti”. Ovvero, dati e proiezioni alla mano, la Camusso ce l’ha fatta ad augurarsi il più duro attacco al potere di acquisto di sempre. L’inconsistenza del mito dei sindacalisti ragionevoli, con la testa sulle spalle, concreti perché “riformisti” vive serena in questo personaggio. E la sua segreteria, rigorosamente priva di qualsiasi qualità e procedendo da un basso profilo all’altro, è riuscita a svendere, senza traumi per l’organizzazione, i lavoratori in un modo che non si vedeva dalla svolta CGIL dell’EUR del 1978. Roba da stare nella Hall of Fame antioperaia assieme a Luciano Lama. Con una differenza: Susanna Camusso, finora, ha generato tanta indifferenza che non l’ha neanche rincorsa nessuno. Per farsi cacciare dai luoghi pubblici, fatto che ha giustamente sigillato la vita di Luciano Lama, bisogna perlomeno farsi notare.
Redazione - 2 agosto 2015
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20/11/2014
Economia livornese e toscana: evitare il copiancolla del modello Rossi-Renzi
Nell’edizione domenicale del Tirreno non possiamo non registrare uno sforzo, da parte di una testata che è comunque tra i principali agenti di impoverimento della politica sul territorio, di portare in primo piano la bella manifestazione cittadina del sabato. Insomma, nonostante il corteo non fosse organizzato dai loro riferimenti politici e sindacali, prima pagina e locandina sul corteo ci sono state. Registriamo il dato.
Anzi, per dimostrare che non siamo mai prevenuti affermiamo volentieri che l’ufficio stampa del potere, detto Tirreno, che trova oggi alla guida Omar Monastier, ha prodotto un servizio interessante. Si tratta dell’intervista fatta a chi ha partecipato al colloquio per l’assunzione a Burger King. Si trova uno spaccato della Livorno reale, con persone che oggi accetterebbero demansionamenti anche gravi per poter accedere di nuovo ad uno stipendio. Così come l’articolo sui redditi pensionistici in quanto vero perno del welfare livornese. Noi lo sosteniamo da anni ma il problema qui non è arrivare primi quanto far circolare consapevolezza.
Sicuramente il problema, quello del ritrarsi in modo quasi permanente, del lavoro dai nostri territori, non è di quelli che si liquidano facilmente e quindi bisogna scrivere per un pubblico che non ha ancora afferrato bene che la favola reaganiana non c’è. Ovvero quella favola che vuole, una volta liquidate le inefficienze del pubblico, innalzata la produttività e allargati i mercati, che ci sarà lavoro per tutti, assieme a opportunità di mobilità sociale. Ma per capire collettivamente che la favola reaganiana, oggi declinata nella subcultura renziana, non è a lieto fine bisogna che il problema comincino ad afferrarlo anche i giornalisti. E che comincino a smettere di fare gli uffici stampa di idee che vengono copiaincollate. Anche perché, non essendo previsto il lieto fine nella narrativa economica renziana (se non per il narratore e chi lo ha designato) persino i giornalisti più coperti potrebbero accorgersi di che razza di fenomeno stiamo parlando. Ed accorgersene dove fa più male: proprio là, dentro la carta di credito.
Veniamo quindi all’editoriale della domenica dedicato alla Toscana di Rossi. Monastier loda, tirando in ballo anche il Pci, la politica di Rossi sul modello dell’export toscano. Export più investimenti attirati dall’estero, più riconversione industriale con inserimento dei privati e, in barba ai gufi (come direbbe il presidente del consiglio), la regione riparte. L’attuale direttore del Tirreno viene da un’altra regione e, forse per questo, non si rende conto che non sta parlando della campagna elettorale di Rossi del 2015. Ma solo ripetendo gli slogan di quella del 2010. Anzi pure gli slogan di quella di Martini del 2005 e del 2000. Il modello export-oriented della Toscana, che prevede quindi un lento ma progressivo ribasso salariale perché l’euro non è il remimbi cinese, con conseguente contrazione del mercato interno (se ribassi i salari...) è infatti la stella polare delle amministrazioni regionali di centro-sinistra in Toscana da molti anni. Non solo, nelle relazioni ufficiali, da lustri è l’unico modello economico di riferimento, vero dogma religioso, attraverso il quale si filtrano dati, modelli, proiezioni.
Di proiezioni ce ne sono di fantastiche, una di un importante istituto, spesso punti di riferimento de Il Tirreno, che prevedeva la ripresa a Livorno nel 2014. Peccato che aveva completamente toppato, nelle previsioni, tre recessioni italiane consecutive e una grave crisi europea del debito sovrano. Ma quando si deve tenere in vita lo stesso mantra (esportazioni-liberalizzazioni-esternalizzazioni-privati) si fanno questi ed altri errori di previsione. Ad ogni modo lo stesso istituto non fa più previsioni macroeconomiche su Livorno così chi lo presiede, per conto di Rossi, non smentisce più né sé stesso nè il proprio mentore. Dovrebbe anche aiutare ad addentrarsi, in quel curioso mondo che si chiama realtà, il fatto che, secondo il modello Rossi-Piombino, gli acquirenti che si fanno vivi sono algerini e indiani. Ovvero aziende multinazionali di paesi che fanno margini di profitto sul dumping salariale e ambientale. Il modello centrosinistra toscano, oggi Rossi ieri Martini, è quindi basato su un doppio dumping salariale. Uno, delle aziende interne, per recuperare margini di produttività (accade anche e soprattutto nelle imprese ad alto tasso di tecnologia. Basta vedere quanti co.co.pro ci sono nelle start-up). L’altro, quelle dei mitici investitori esteri, che vengono in Toscana per fare dumping salariale. Comunque rispetto alla media dei salari toscani.
Questo modello si chiama neomercantilista perché riprende la concezione che vuole la ricchezza di un paese, o di una regione, come tale solo se le esportazioni superano le importazioni. Dovrebbe aiutare a capire il casino in cui ci ficcano certe pratiche economiche il fatto che uno dei primi teorici del mercantilismo, John Law, fu anche l’artefice dello scoppio della grande bolla immobiliare della Louisiana del 1720. E, per arrivare all’oggi, come i surplus generati dalle politiche neo-mercantiliste della Germania siano finiti nella bolla di Lehman Brothers. Certo, tutto questo aiuterebbe a capire magari che tra bolla MPS e modello export-oriented della Toscana i rapporti non sono affatto episodici e casuali, senza considerare che il modello Rossi-Renzi ha già avuto dimostrazione pratica nel pessimo piano regionale dei rifiuti e nel decreto Sblocca Italia.
Da un lustro Livorno attraversa non una crisi ma una sedimentazione di più crisi (economica, di sistema politico, del credito). L’informazione, pigra ed abituata a reiterare gli stessi schemi una volta individuate le fonti di potere a cui fa riferimento, deve fare un salto di qualità e parlare di sistemi e di modelli senza ripetere il mantra del leader di turno a cui deve tirare la volata. Questa volta sembra non esserci spazio per il giochino del posizionamento della stampa al servizio del primo potere forte che viene individuato. Sempre se si vuol superare la crisi. Se no il disastro sarà servito. E sarebbe di grandi proporzioni. Qualcosa di verde matematico, avrebbe detto l’antico Andrea Pazienza.
Fonte
Anzi, per dimostrare che non siamo mai prevenuti affermiamo volentieri che l’ufficio stampa del potere, detto Tirreno, che trova oggi alla guida Omar Monastier, ha prodotto un servizio interessante. Si tratta dell’intervista fatta a chi ha partecipato al colloquio per l’assunzione a Burger King. Si trova uno spaccato della Livorno reale, con persone che oggi accetterebbero demansionamenti anche gravi per poter accedere di nuovo ad uno stipendio. Così come l’articolo sui redditi pensionistici in quanto vero perno del welfare livornese. Noi lo sosteniamo da anni ma il problema qui non è arrivare primi quanto far circolare consapevolezza.
Sicuramente il problema, quello del ritrarsi in modo quasi permanente, del lavoro dai nostri territori, non è di quelli che si liquidano facilmente e quindi bisogna scrivere per un pubblico che non ha ancora afferrato bene che la favola reaganiana non c’è. Ovvero quella favola che vuole, una volta liquidate le inefficienze del pubblico, innalzata la produttività e allargati i mercati, che ci sarà lavoro per tutti, assieme a opportunità di mobilità sociale. Ma per capire collettivamente che la favola reaganiana, oggi declinata nella subcultura renziana, non è a lieto fine bisogna che il problema comincino ad afferrarlo anche i giornalisti. E che comincino a smettere di fare gli uffici stampa di idee che vengono copiaincollate. Anche perché, non essendo previsto il lieto fine nella narrativa economica renziana (se non per il narratore e chi lo ha designato) persino i giornalisti più coperti potrebbero accorgersi di che razza di fenomeno stiamo parlando. Ed accorgersene dove fa più male: proprio là, dentro la carta di credito.
Veniamo quindi all’editoriale della domenica dedicato alla Toscana di Rossi. Monastier loda, tirando in ballo anche il Pci, la politica di Rossi sul modello dell’export toscano. Export più investimenti attirati dall’estero, più riconversione industriale con inserimento dei privati e, in barba ai gufi (come direbbe il presidente del consiglio), la regione riparte. L’attuale direttore del Tirreno viene da un’altra regione e, forse per questo, non si rende conto che non sta parlando della campagna elettorale di Rossi del 2015. Ma solo ripetendo gli slogan di quella del 2010. Anzi pure gli slogan di quella di Martini del 2005 e del 2000. Il modello export-oriented della Toscana, che prevede quindi un lento ma progressivo ribasso salariale perché l’euro non è il remimbi cinese, con conseguente contrazione del mercato interno (se ribassi i salari...) è infatti la stella polare delle amministrazioni regionali di centro-sinistra in Toscana da molti anni. Non solo, nelle relazioni ufficiali, da lustri è l’unico modello economico di riferimento, vero dogma religioso, attraverso il quale si filtrano dati, modelli, proiezioni.
Di proiezioni ce ne sono di fantastiche, una di un importante istituto, spesso punti di riferimento de Il Tirreno, che prevedeva la ripresa a Livorno nel 2014. Peccato che aveva completamente toppato, nelle previsioni, tre recessioni italiane consecutive e una grave crisi europea del debito sovrano. Ma quando si deve tenere in vita lo stesso mantra (esportazioni-liberalizzazioni-esternalizzazioni-privati) si fanno questi ed altri errori di previsione. Ad ogni modo lo stesso istituto non fa più previsioni macroeconomiche su Livorno così chi lo presiede, per conto di Rossi, non smentisce più né sé stesso nè il proprio mentore. Dovrebbe anche aiutare ad addentrarsi, in quel curioso mondo che si chiama realtà, il fatto che, secondo il modello Rossi-Piombino, gli acquirenti che si fanno vivi sono algerini e indiani. Ovvero aziende multinazionali di paesi che fanno margini di profitto sul dumping salariale e ambientale. Il modello centrosinistra toscano, oggi Rossi ieri Martini, è quindi basato su un doppio dumping salariale. Uno, delle aziende interne, per recuperare margini di produttività (accade anche e soprattutto nelle imprese ad alto tasso di tecnologia. Basta vedere quanti co.co.pro ci sono nelle start-up). L’altro, quelle dei mitici investitori esteri, che vengono in Toscana per fare dumping salariale. Comunque rispetto alla media dei salari toscani.
Questo modello si chiama neomercantilista perché riprende la concezione che vuole la ricchezza di un paese, o di una regione, come tale solo se le esportazioni superano le importazioni. Dovrebbe aiutare a capire il casino in cui ci ficcano certe pratiche economiche il fatto che uno dei primi teorici del mercantilismo, John Law, fu anche l’artefice dello scoppio della grande bolla immobiliare della Louisiana del 1720. E, per arrivare all’oggi, come i surplus generati dalle politiche neo-mercantiliste della Germania siano finiti nella bolla di Lehman Brothers. Certo, tutto questo aiuterebbe a capire magari che tra bolla MPS e modello export-oriented della Toscana i rapporti non sono affatto episodici e casuali, senza considerare che il modello Rossi-Renzi ha già avuto dimostrazione pratica nel pessimo piano regionale dei rifiuti e nel decreto Sblocca Italia.
Da un lustro Livorno attraversa non una crisi ma una sedimentazione di più crisi (economica, di sistema politico, del credito). L’informazione, pigra ed abituata a reiterare gli stessi schemi una volta individuate le fonti di potere a cui fa riferimento, deve fare un salto di qualità e parlare di sistemi e di modelli senza ripetere il mantra del leader di turno a cui deve tirare la volata. Questa volta sembra non esserci spazio per il giochino del posizionamento della stampa al servizio del primo potere forte che viene individuato. Sempre se si vuol superare la crisi. Se no il disastro sarà servito. E sarebbe di grandi proporzioni. Qualcosa di verde matematico, avrebbe detto l’antico Andrea Pazienza.
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19/04/2014
Le furbe politiche reaganiane di Renzi. Ma se lui è furbo non è obbligatorio comportarsi da scemi
Dopo la conferenza stampa del Presidente del Consiglio sui famosi 80 euro in busta, si tratta di prendere Renzi sul serio. Ovvero prendendo il toro per le corna. 80 euro in busta ci saranno, il 27 maggio, qualcuno magari troverà qualche sorpresa sgradita, qualche aggravio, altri meno di quanto la propaganda a reti unificate dice. Ma il grosso del provvedimento, che riguarda 10 milioni di persone, vedrà la luce. Probabilmente ci saranno complicazioni di ogni genere, la nostra è una società dove i provvedimenti amministrativi sono estremamente complessi, ma non è il caso di attaccarsi ai dettagli. E nemmeno di ascoltare più di tanto la litania delle coperture, se ci sono o meno.
Il motivo è semplice. Se ragioniamo in termini di cifre tonde (i famosi 10 miliardi rimessi in circolazione) c'è un tentativo di immettere nei circuiti del consumo un po' di flusso di moneta. E non è un caso. Con livelli di consumo così bassi (vedi qui i dati), Renzi intende fare qualcosa. Proprio su questo punto è importante capire l'efficacia del provvedimento, cioè dove effettivamente vanno a finire questi soldi. Come toccano davvero il consumo e il credito al consumo, se muovono davvero decimali di Pil e se incidono sul piano macroeconomico. Qui, non nelle polemiche sulle coperture, si capisce se Renzi è destinato a fallire o a incidere, come e dove. È evidente quindi il tentativo di smobilizzazione delle risorse pubbliche destinate al consumo, come Reagan insegna. Tentativo che diversi esperti di fisco, ovviamente liberisti, ritengono ancora primordiale. Ma è una misura che troverà consenso nell'immediato, inutile girarci intorno. Proprio come accadde per Reagan. Tagliare nel pubblico per dare al privato incontra, ancora oggi, il favore popolare nel breve periodo.
L'operazione DEF, la vecchia finanziaria che contiene l'operazione "80 euro", da quello che si legge al momento, pare essere da 14,8 miliardi. Si colga la differenza: con una "semplice" manovra di 4,8 miliardi si sarebbe tagliato, ai cittadini, lo stesso ammontare di una manovra di 14,8 miliardi che ne "restituisce" 10. È chiaro che si tratti di una partita di giro in cui lo Stato si trattiene una parte. Ma non c'è solo quello. L'operazione nel suo complesso sottosta al principio di smobilizzazione delle risorse pubbliche per gettarle nella sfera del consumo. E ad una più complessiva contrazione del pubblico: si passerà da 8000 municipalizzate a 1000, con ovvie conseguenze sui servizi pubblici, si ridurrà la spesa per acquisti, con altrettanto ovvia conseguenza sull'economia. Insomma si contrae il pubblico nella speranza di alimentare il consumo privato. Solo che il Reagan fiorentino chiama questa operazione "di sinistra" perché "redistribuisce". E come tale verrà percepita dal popolo. Poco importa se Reagan è stato il principe del debito pubblico, perché si trasferiva al privato, poco importa se il fatturato industriale cala perché non ci sono investimenti pubblici e privati. Per le politiche renzreganiane l'importante è contrarre il settore pubblico, e "redistribuire", il resto è chiacchiera.
Il fatto che la Cgil e la Fiom siano rimaste silenziose, non abbiano chiesto un tavolo di contrattazione, di fronte ad un governo che tiene congelati gli aumenti di stipendio degli statali dal 2010 e "redistribuisce" alla Peron spiega già il futuro, e il presente, delle relazioni sindacali di questo paese. Così come c'è stato silenzio sull'alto tasso di amicizie fiorentine nella recente tornata di nomine. Ma anche, e questo è più grave perché mostra dove stia andando il potere reale, di fronte al fatto che Davide Serra stia facendo il regista della collocazione dell'aumento di capitale del Monte dei Paschi. Davide Serra, per chi se lo fosse dimenticato, è il famoso finanziere con sede alle Cayman, sostenitore e finanziatore esplicito di Renzi, accusato da Bersani, durante le primarie 2012, di portare solo speculazione nel nostro paese. Ed eccolo a dirigere le danze della ricapitalizzazione MPS che sancirà l'alleanza del Pd renziano con i fondi tipo Vanguard e BlackRock (o comunque del Pd con gli Hedge Fund che vinceranno la complessa partita Mps). In ogni caso il pubblico anche qui è morto. E a spese del contribuente.
Il Reagan di Rignano quindi taglia, privatizza, "redistribuisce" (con successo) nel silenzio del paese. O entro surreali accuse di non essere abbastanza liberista. Certo, non piace nemmeno al Sole 24 Ore, quotidiano di Confindustria, che lo ha definito un prestigiatore, ma si muove.
Ci sono, tuttavia, enormi difficoltà nel Def, rispetto a Bruxelles, e non a caso l'Italia ha rinviato il pareggio di bilancio al prossimo anno. Ci sono conflitti istituzionali, ad esempio tra la nostra Corte dei Conti che ha definito "non identificabile" il criterio del "debito strutturale" con il quale Bruxelles vuole imporre la politica di bilancio all'Italia, sui quali l'informazione preferisce glissare concentrandosi piuttosto sul folklore politico. Ma il governo mostra iniziativa, anche se pericolosa.
Renzi è furbo, fa politica. Politica economica e sindacale. E proverà a farla a Bruxelles nel semestre europeo. Non è congelato come l'altro genere di furbo, Letta. Sono i movimenti ed i sindacati di base che ora devono far politica e saper rispondere. Di fronte a mosse furbe e azzardate come ogni mossa politica, ma vere, non è obbligatorio comportarsi da scemi. Ovvero sacramentando e dicendo che "ci vuole ben altro", che "non ce la farà mai" etc.
La propaganda a reti unificate, proprio perché è tarata su questo genere di argomenti, non aspetta altro. Mentre il processo di privatizzazione, e di esclusione di milioni di persone da una vita sociale dignitosa, avanza. Compito di tutti sarà smascherare queste manovre, far capire che di vantaggi collettivi non ce ne sono e che a prescindere da questo tipo di provvedimenti, la qualità della vita dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati e delle famiglie è destinata a peggiorare sempre di più.
Redazione - 19 aprile 2014
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Il motivo è semplice. Se ragioniamo in termini di cifre tonde (i famosi 10 miliardi rimessi in circolazione) c'è un tentativo di immettere nei circuiti del consumo un po' di flusso di moneta. E non è un caso. Con livelli di consumo così bassi (vedi qui i dati), Renzi intende fare qualcosa. Proprio su questo punto è importante capire l'efficacia del provvedimento, cioè dove effettivamente vanno a finire questi soldi. Come toccano davvero il consumo e il credito al consumo, se muovono davvero decimali di Pil e se incidono sul piano macroeconomico. Qui, non nelle polemiche sulle coperture, si capisce se Renzi è destinato a fallire o a incidere, come e dove. È evidente quindi il tentativo di smobilizzazione delle risorse pubbliche destinate al consumo, come Reagan insegna. Tentativo che diversi esperti di fisco, ovviamente liberisti, ritengono ancora primordiale. Ma è una misura che troverà consenso nell'immediato, inutile girarci intorno. Proprio come accadde per Reagan. Tagliare nel pubblico per dare al privato incontra, ancora oggi, il favore popolare nel breve periodo.
L'operazione DEF, la vecchia finanziaria che contiene l'operazione "80 euro", da quello che si legge al momento, pare essere da 14,8 miliardi. Si colga la differenza: con una "semplice" manovra di 4,8 miliardi si sarebbe tagliato, ai cittadini, lo stesso ammontare di una manovra di 14,8 miliardi che ne "restituisce" 10. È chiaro che si tratti di una partita di giro in cui lo Stato si trattiene una parte. Ma non c'è solo quello. L'operazione nel suo complesso sottosta al principio di smobilizzazione delle risorse pubbliche per gettarle nella sfera del consumo. E ad una più complessiva contrazione del pubblico: si passerà da 8000 municipalizzate a 1000, con ovvie conseguenze sui servizi pubblici, si ridurrà la spesa per acquisti, con altrettanto ovvia conseguenza sull'economia. Insomma si contrae il pubblico nella speranza di alimentare il consumo privato. Solo che il Reagan fiorentino chiama questa operazione "di sinistra" perché "redistribuisce". E come tale verrà percepita dal popolo. Poco importa se Reagan è stato il principe del debito pubblico, perché si trasferiva al privato, poco importa se il fatturato industriale cala perché non ci sono investimenti pubblici e privati. Per le politiche renzreganiane l'importante è contrarre il settore pubblico, e "redistribuire", il resto è chiacchiera.
Il fatto che la Cgil e la Fiom siano rimaste silenziose, non abbiano chiesto un tavolo di contrattazione, di fronte ad un governo che tiene congelati gli aumenti di stipendio degli statali dal 2010 e "redistribuisce" alla Peron spiega già il futuro, e il presente, delle relazioni sindacali di questo paese. Così come c'è stato silenzio sull'alto tasso di amicizie fiorentine nella recente tornata di nomine. Ma anche, e questo è più grave perché mostra dove stia andando il potere reale, di fronte al fatto che Davide Serra stia facendo il regista della collocazione dell'aumento di capitale del Monte dei Paschi. Davide Serra, per chi se lo fosse dimenticato, è il famoso finanziere con sede alle Cayman, sostenitore e finanziatore esplicito di Renzi, accusato da Bersani, durante le primarie 2012, di portare solo speculazione nel nostro paese. Ed eccolo a dirigere le danze della ricapitalizzazione MPS che sancirà l'alleanza del Pd renziano con i fondi tipo Vanguard e BlackRock (o comunque del Pd con gli Hedge Fund che vinceranno la complessa partita Mps). In ogni caso il pubblico anche qui è morto. E a spese del contribuente.
Il Reagan di Rignano quindi taglia, privatizza, "redistribuisce" (con successo) nel silenzio del paese. O entro surreali accuse di non essere abbastanza liberista. Certo, non piace nemmeno al Sole 24 Ore, quotidiano di Confindustria, che lo ha definito un prestigiatore, ma si muove.
Ci sono, tuttavia, enormi difficoltà nel Def, rispetto a Bruxelles, e non a caso l'Italia ha rinviato il pareggio di bilancio al prossimo anno. Ci sono conflitti istituzionali, ad esempio tra la nostra Corte dei Conti che ha definito "non identificabile" il criterio del "debito strutturale" con il quale Bruxelles vuole imporre la politica di bilancio all'Italia, sui quali l'informazione preferisce glissare concentrandosi piuttosto sul folklore politico. Ma il governo mostra iniziativa, anche se pericolosa.
Renzi è furbo, fa politica. Politica economica e sindacale. E proverà a farla a Bruxelles nel semestre europeo. Non è congelato come l'altro genere di furbo, Letta. Sono i movimenti ed i sindacati di base che ora devono far politica e saper rispondere. Di fronte a mosse furbe e azzardate come ogni mossa politica, ma vere, non è obbligatorio comportarsi da scemi. Ovvero sacramentando e dicendo che "ci vuole ben altro", che "non ce la farà mai" etc.
La propaganda a reti unificate, proprio perché è tarata su questo genere di argomenti, non aspetta altro. Mentre il processo di privatizzazione, e di esclusione di milioni di persone da una vita sociale dignitosa, avanza. Compito di tutti sarà smascherare queste manovre, far capire che di vantaggi collettivi non ce ne sono e che a prescindere da questo tipo di provvedimenti, la qualità della vita dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati e delle famiglie è destinata a peggiorare sempre di più.
Redazione - 19 aprile 2014
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09/12/2013
“Mandela è un terrorista”
In queste ore i media di tutto il mondo fanno a gara a ricordare, incensare, celebrare Nelson Mandela. Un atto dovuto, perché Madiba era un grande della storia, un rivoluzionario, un uomo che non si è mai piegato e che all’interno di un processo di liberazione collettiva ha dato un enorme contributo al suo popolo e ai popoli di tutto il mondo. Ma a guardare le ricostruzioni stucchevoli e artefatte di numerosi media e di esponenti politici di ogni colore, sembra che ad essere passato a miglior vita sia stato un eroe dei fotoromanzi, un’icona neutra buona per tutte le stagioni, una specie di Lady D al maschile, per capirci. Non un rivoluzionario, non un combattente, non un uomo in carne ed ossa che ha pagato con decenni di carcere e di torture il suo impegno per la liberazione sociale e nazionale del suo popolo. Tant’è che pure un liberista fighetto come Renzi non ha mancato di utilizzare quella che si vorrebbe rappresentare come una “icona muta” per la sua campagna elettorale, pubblicando una sua foto insieme a Mandela scattata qualche anno fa.
Ma ‘per fortuna’, a ricordarci chi era e cosa continuerà per sempre a rappresentare Madiba, è qualcuno che lo ha odiato in vita e che non perdona la sua lotta neanche da morto. “Una belva assetata di sangue bianco” ha scritto a proposito di Nelson Mandela Francesco Vartolo, finora sconosciuto consigliere di zona della Lega Nord a Verona. «Finalmente il terrorista Mandela, belva assetata di sangue bianco, trasformato in eroe dalla propaganda mondialista, si troverà di fronte a tutta la gente che ha fatto ammazzare con le bombe nelle chiese o con i copertoni incendiati attorno al collo» ha scritto Vartolo in un post su Facebook che poi non ha avuto neanche il coraggio, di fronte alle critiche, di conservare. Flavio Tosi, sindaco di Verona e segretario della Lega Nord-Liga Veneta, ha provveduto a espellere subito il giovane ‘ariano’ padano dal partito. Quello che in molti considerano un ‘sindaco leghista innamorato dei fascisti’ avrà pensato che non era proprio il caso di rompere quel clima di cordoglio unanime e ipocrita che caratterizza in queste ore la scena internazionale.
Vale invece la pena di soffermarsi sulle spiegazioni dell’ex consigliere leghista Vartolo (che su Facebook risulta essere un fan del leader neofascista Adriano Tilgher) perché ci dicono di Mandela molto di più e molto di meglio rispetto alla stucchevole e vuota ricostruzione mediatica. Contattato da alcune agenzie di stampa, infatti, Vartolo definisce Mandela «combattente di una parte» e dice: «C'è una storia ufficiale che dice che Mandela è un mito, un Nobel per la Pace e poi c'è una storia vera per la quale è stato un combattente di una parte, come molti in Sudafrica, e anche la sua parte è stata responsabile di atrocità e sterminio». «Chiaramente queste cose le dico - afferma ancora - esclusivamente a titolo personale: è la mia posizione. La Lega su queste cose in genere non si esprime». Come a dire: la Lega la pensa come me ma non lo dice.
A parte l’accusa nei confronti di Mandela di essere responsabile di crimini e massacri – semmai a lui e agli altri leader dell’Anc si potrebbe rimproverare esattamente l’opposto, cioè di aver perdonato troppo in fretta i responsabili dell’apartheid e degli eccidi di sudafricani in nome della riconciliazione – ciò che ci sembra interessante delle farneticazioni di Vartolo è l’epiteto di “terrorista”. Un termine che oggi nessun grande giornale o nessun importante leader politico userebbe mai. Ma che ha accompagnato Nelson Mandela per tutta la sua pur lunga vita. D'altronde per il mondo civile erano terroristi anche Jerry Adams e prima di lui Bobby Sands, e potremmo fare innumerevoli esempi.
Mandela non era un terrorista solo per il regime razzista e fascista sudafricano – e per questo perseguitato, imprigionato e torturato – ma anche per alcuni dei più importanti ed influenti governi del pianeta.
Qualcuno ha ricordato in queste ore come fu grazie alla Cia statunitense che le autorità di Pretoria misero le mani su uno dei leader più radicali, popolari e lucidi della rivolta antirazzista sudafricana. E che per due importanti leader mondiali – la britannica Margaret Thatcher e lo statunitense Ronald Reagan – Mandela era un terrorista, anzi un ‘terrorista comunista’. Ma anche gli inquilini della Casa Bianca che hanno via via occupato quel ruolo dopo Reagan continuarono a diffidare e boicottare Mandela, anche dopo che era stato scarcerato dallo stesso regime sudafricano, anche dopo che nel 1993 gli era stato concesso il premio Nobel per la Pace e addirittura fino al 2008, cioè quando Madiba aveva già ricoperto la carica di Presidente della Repubblica Sudafricana. Solo cinque anni fa l’amministrazione Obama decise di rimuovere Mandela e l’African National Congress dalla lista delle organizzazioni terroristiche, abolendo il divieto per Madiba a viaggiare negli Stati Uniti ed altre misure restrittive. Le parole dell’incauto Vartolo ci costringono oggi a rammentare che il regime razzista di Pretoria sopravvisse soltanto grazie al sostegno diplomatico, politico, economico e militare degli Stati Uniti e del Regno Unito, che consideravano l’apartheid un utile strumento di lotta contro ‘il comunismo’ e un baluardo contro l’avanzata dei movimenti di liberazione anticoloniale nel continente africano. Per questo i governi di Washington e Londra si opposero a lungo all’adozione da parte della comunità internazionale di sanzioni e forme di boicottaggio nei confronti del regime razzista, le stesse che oggi rifiutano di adottare nei confronti del regime israeliano. D’altronde quando negli anni ’80 il regime segregazionista sudafricano subiva un crescente isolamento internazionale, i migliori amici di Pretoria, insieme a Gb e Usa, furono proprio i governi colonialisti e guerrafondai di Israele. Ci piace qui ricordare una frase di Mandela rispetto all’apartheid alla quale Tel Aviv sottopone il popolo palestinese: “L’apartheid è un crimine contro l’umanità. Israele ha privato milioni di palestinesi della loro proprietà e della loro libertà. Ha perpetuato un sistema di gravi discriminazione razziale e disuguaglianza. Ha sistematicamente incarcerato e torturato migliaia di palestinesi, contro tutte le regole della legge internazionale. In particolare, esso ha sferrato una guerra contro una popolazione civile, in particolare bambini”.
Come si vede, Mandela non era una sorta di Lady D nero, e cercare di riscrivere la sua storia per eliminare le parti indigeribili al circo della comunicazione addomesticata non è né accettabile, né facile.
Fonte
Ma ‘per fortuna’, a ricordarci chi era e cosa continuerà per sempre a rappresentare Madiba, è qualcuno che lo ha odiato in vita e che non perdona la sua lotta neanche da morto. “Una belva assetata di sangue bianco” ha scritto a proposito di Nelson Mandela Francesco Vartolo, finora sconosciuto consigliere di zona della Lega Nord a Verona. «Finalmente il terrorista Mandela, belva assetata di sangue bianco, trasformato in eroe dalla propaganda mondialista, si troverà di fronte a tutta la gente che ha fatto ammazzare con le bombe nelle chiese o con i copertoni incendiati attorno al collo» ha scritto Vartolo in un post su Facebook che poi non ha avuto neanche il coraggio, di fronte alle critiche, di conservare. Flavio Tosi, sindaco di Verona e segretario della Lega Nord-Liga Veneta, ha provveduto a espellere subito il giovane ‘ariano’ padano dal partito. Quello che in molti considerano un ‘sindaco leghista innamorato dei fascisti’ avrà pensato che non era proprio il caso di rompere quel clima di cordoglio unanime e ipocrita che caratterizza in queste ore la scena internazionale.
Vale invece la pena di soffermarsi sulle spiegazioni dell’ex consigliere leghista Vartolo (che su Facebook risulta essere un fan del leader neofascista Adriano Tilgher) perché ci dicono di Mandela molto di più e molto di meglio rispetto alla stucchevole e vuota ricostruzione mediatica. Contattato da alcune agenzie di stampa, infatti, Vartolo definisce Mandela «combattente di una parte» e dice: «C'è una storia ufficiale che dice che Mandela è un mito, un Nobel per la Pace e poi c'è una storia vera per la quale è stato un combattente di una parte, come molti in Sudafrica, e anche la sua parte è stata responsabile di atrocità e sterminio». «Chiaramente queste cose le dico - afferma ancora - esclusivamente a titolo personale: è la mia posizione. La Lega su queste cose in genere non si esprime». Come a dire: la Lega la pensa come me ma non lo dice.
A parte l’accusa nei confronti di Mandela di essere responsabile di crimini e massacri – semmai a lui e agli altri leader dell’Anc si potrebbe rimproverare esattamente l’opposto, cioè di aver perdonato troppo in fretta i responsabili dell’apartheid e degli eccidi di sudafricani in nome della riconciliazione – ciò che ci sembra interessante delle farneticazioni di Vartolo è l’epiteto di “terrorista”. Un termine che oggi nessun grande giornale o nessun importante leader politico userebbe mai. Ma che ha accompagnato Nelson Mandela per tutta la sua pur lunga vita. D'altronde per il mondo civile erano terroristi anche Jerry Adams e prima di lui Bobby Sands, e potremmo fare innumerevoli esempi.
Mandela non era un terrorista solo per il regime razzista e fascista sudafricano – e per questo perseguitato, imprigionato e torturato – ma anche per alcuni dei più importanti ed influenti governi del pianeta.
Qualcuno ha ricordato in queste ore come fu grazie alla Cia statunitense che le autorità di Pretoria misero le mani su uno dei leader più radicali, popolari e lucidi della rivolta antirazzista sudafricana. E che per due importanti leader mondiali – la britannica Margaret Thatcher e lo statunitense Ronald Reagan – Mandela era un terrorista, anzi un ‘terrorista comunista’. Ma anche gli inquilini della Casa Bianca che hanno via via occupato quel ruolo dopo Reagan continuarono a diffidare e boicottare Mandela, anche dopo che era stato scarcerato dallo stesso regime sudafricano, anche dopo che nel 1993 gli era stato concesso il premio Nobel per la Pace e addirittura fino al 2008, cioè quando Madiba aveva già ricoperto la carica di Presidente della Repubblica Sudafricana. Solo cinque anni fa l’amministrazione Obama decise di rimuovere Mandela e l’African National Congress dalla lista delle organizzazioni terroristiche, abolendo il divieto per Madiba a viaggiare negli Stati Uniti ed altre misure restrittive. Le parole dell’incauto Vartolo ci costringono oggi a rammentare che il regime razzista di Pretoria sopravvisse soltanto grazie al sostegno diplomatico, politico, economico e militare degli Stati Uniti e del Regno Unito, che consideravano l’apartheid un utile strumento di lotta contro ‘il comunismo’ e un baluardo contro l’avanzata dei movimenti di liberazione anticoloniale nel continente africano. Per questo i governi di Washington e Londra si opposero a lungo all’adozione da parte della comunità internazionale di sanzioni e forme di boicottaggio nei confronti del regime razzista, le stesse che oggi rifiutano di adottare nei confronti del regime israeliano. D’altronde quando negli anni ’80 il regime segregazionista sudafricano subiva un crescente isolamento internazionale, i migliori amici di Pretoria, insieme a Gb e Usa, furono proprio i governi colonialisti e guerrafondai di Israele. Ci piace qui ricordare una frase di Mandela rispetto all’apartheid alla quale Tel Aviv sottopone il popolo palestinese: “L’apartheid è un crimine contro l’umanità. Israele ha privato milioni di palestinesi della loro proprietà e della loro libertà. Ha perpetuato un sistema di gravi discriminazione razziale e disuguaglianza. Ha sistematicamente incarcerato e torturato migliaia di palestinesi, contro tutte le regole della legge internazionale. In particolare, esso ha sferrato una guerra contro una popolazione civile, in particolare bambini”.
Come si vede, Mandela non era una sorta di Lady D nero, e cercare di riscrivere la sua storia per eliminare le parti indigeribili al circo della comunicazione addomesticata non è né accettabile, né facile.
Fonte
12/05/2013
Dr. Feelgood
E' da circa 2 anni che ho in mente di scrivere qualcosa su questo disco, ma non essendo mai soddisfatto di ciò che metto insieme, non ho mai condotto in porto la presente recensione.
Ci riprovo oggi perché in questo fine settimana non ho avuto voglia di fare la consueta summa di notizie da comunisti e il clima "californiano" mi ha messo di buzzo buono.
Non ho mai trovato semplice parlare di Dr. Feelgood perché non sono interessato a buttar giù una disamina classicamente intesa del disco. Non mi interessa perché non ci vogliono particolari doti critiche per rendersi conto che il quinto album dei Motley Crue è probabilmente quello più completo della loro carriera risultando ineccepibile per:
- qualità delle composizioni - a dispetto del passato non c'è una sola traccia in calando nell'album
- esecuzione - il gruppo non sbava mai tenendo costantemente alta l'attenzione dall'inizio alla fine
- produzione - su questo disco Bob Rock s'è speso in un'opera monumentale che suona attuale anche a distanza di 20 anni come pochissimi altri dischi riescono a fare
In Dr. Feelgood i Crue portano dunque a compimento un "disegno" che, a posteriori, mostrerà d'aver destrutturato il rock con precisione chirurgica. L'alter ego per eccellenza della musica colta, infatti, dopo due decenni trascorsi ad impersonare il braccio artistico della critica sociale di massa, nel corso degli anni '80 viene ridotto a mera valvola di sfogo in cui il singolo può vomitare tutta la propria misoginia, uno strumento con cui liberarsi da frustrazioni e ambizioni represse senza uno straccio di progettualità condivisa per mutare la propria condizione.
Dr. Feelgood ha quindi peso biografico notevole nella storia del rock perché meglio di chiunque altro banalizzò il messaggio enfatizzandone la forza espressiva.
Questo concetto penso sia reso magistralmente dal brano di chiusura del disco, quella Time for change che pare scritta su misura per l'allora Partito Repubblicano di Ronald Reagan, che si è conquistato un posto nel cuore della gente con le politiche di crescita economica - che hanno ammazzato la manifattura statunitense - e l'impegno per la pace - che si concretizzava in merdate come lo scandalo Iran-Contras -.
Vale la pena ascoltare questa canzone per godere dello splendido assolo con cui la chiude Mick Mars e per rendersi conto che, forse, poteva davvero essere il tempo per cambiare, ma non in peggio.
10/04/2013
La morte di Margaret Thatcher: i commenti di Gennaro Carotenuto, Ken Loach e degli operai inglesi
Margaret Thatcher è stata una rivoluzionaria. Una rivoluzionaria che ha segnato la storia del suo paese, dell’Europa, del mondo. È stata la “Pasionaria del privilegio”, come la definì il primo ministro laburista Harold Wilson, ha smantellato pezzo per pezzo i fondamenti della democrazia, consegnandola nelle mani della parte più perversa dell’economia capitalistica, quella finanza deregolata sulla quale si è illusa di costruire le fortune di un paese che ha voluto post-industriale. Ha trionfato, ha spezzato le reni a una classe operaia che non si è più risollevata e, nonostante nell’ultimo decennio sia stato chiaro a chiunque fosse intellettualmente onesto quanto fossero d’argilla i piedi della sua rivoluzione conservatrice, muore nel suo letto come il suo amico Augusto Pinochet.
Se siete precari, se vi è stata negata
una scuola pubblica adeguata, se siete malati e non avete diritto a
un’assistenza sanitaria pubblica degna e non vi potete permettere
quella privata, se pensate che la pensione non sarà mai affar vostro,
allora potete ringraziare la Baronessa. Figlia di un droghiere costruì
il proprio fisico bestiale nel farsi accettare da quella classe
dirigente della quale bramava essere membro. Quante ne deve aver
passate per arrivare dov’è arrivata, circondata com’era da decine di
persone meglio nate di lei per sesso e condizione sociale. Resterà
celebre il suo sostenere che la società non esistesse e che solo gli
individui meritassero la sua attenzione, in un’orgia retorica di
libertà e meritocrazia che in soldoni garantiva solo chi era già libero
dal bisogno e meritevole per censo, per meglio affondare e sfruttare
tutto il resto del paese e del mondo. Doveva farsi più realista del re,
più dura di tutti loro. E lo è diventata. Come iniziazione, già da
ministro dell’istruzione, nel 1970, cominciò col rubare il latte ai
bambini. La “milk snatcher” privò i bambini proletari di quell’apporto
calorico fino ad allora garantito dallo stato. Tre anni dopo anche il
suo intimo Pinochet cominciò così, appena si sollevò il fumo del
bombardamento della Moneda a Santiago del Cile dopo l’11 settembre.
Quel latte pubblico, quel latte popolare risultava così odioso ai
leader di quella nuova stagione politica che per sconfiggere i
lavoratori organizzati decisero di cominciare dall’affamarne i figli.
Loach: "La Thatcher? Privatizziamo il suo funerale! Mettiamolo sul mercato, accettiamo l'offerta più economica!"
tratto da http://www.controlacrisi.org
Fonte
Sul
comodino teneva Friedrich von Hayek e Milton Friedman e
quell’Inghilterra keynesiana, che il suo stesso partito aveva
contribuito a costruire come lenimento allo scontro sociale, divenne
spazzatura. Almeno lei, laureata a Oxford, aveva qualcosa sul comodino,
il suo amico Ronald Reagan nulla. Voleva lo scontro, lo cercò, lo
trovò, lo vinse. Contro tutti, contro i sindacati, contro l’IRA
irlandese, indifferente allo sciopero della fame di Bobby Sands e dei
suoi, morti come mosche, contro l’Unione Sovietica. La storia
continuerà a interrogarsi se lei e Reagan la sconfissero davvero o
quanto questa crollò su se stessa, avvizzita e improponibile. Con
l’URSS alla sua crisi finale però tutto fu più facile per la
rivoluzione conservatrice che non ebbe più bisogno di pattare con
nessuno. Furono liberi di vedere un mondo semplificato dove i loro
interessi coincidevano con quelli della società. I corpi intermedi, le
rappresentanze di classe, l’equilibrio della trattativa, tutto perdeva
di senso. Avevano vinto loro.
Margaret
Thatcher fu la grande costruttrice del mondo unipolare e del pensiero
unico, di una globalizzazione neoliberale proposta come la
mondializzazione dei valori della libertà e della democrazia e che si è
rivelata un’illusione occidentalista che ne ha invece marcato il
declino e segnato in peggio le esistenze di chiunque sia nato dagli
anni ’60 in avanti. Ai nostri genitori è toccato il miglior slot della
storia, hanno goduto di buone scuole pubbliche, servizi sociali,
salute, e sono andati in pensione – per la prima e forse unica volta
della storia – con assegni dignitosi. A noi e ai nostri figli – thanks to
Mrs. Thatcher – è toccato il baratro.
Grande
statista chi butta a mare due terzi della società per dimostrare
quanto è brava a far star meglio la parte più privilegiata. Se Silvio
Berlusconi consigliò la giovane precaria di trovarsi un fidanzato
ricco, sintesi perfetta della conservazione maschilista, Margaret
Thatcher ha fatto di meglio: si è fidanzata con tutti i ricchi del
paese. È nell’etica immorale dell’aiutare solo chi è già forte a essere
ancora più forte, nella balla scientifica del merito che ha affondato
milioni di diseredati, nella pretesa di una tassazione uguale per tutti – ricchi e poveri – e proprio per questo più iniqua, è nell’odio senza
quartiere contro ogni valore di solidarietà e comunità in
collaborazione con un sistema mediatico che imponeva consumi, consumi e
consumi, come gli unici valori meritevoli il segno del suo trionfo e
della desolazione attuale. Il suo sovranismo antieuropeo fu proverbiale e
forse piacerebbe molto oggi a chi non vede nell’Europa l’unica
costruzione meritevole di essere difesa. Ma è lei, come ha detto
autorevolmente Romano Prodi, la madre della crisi attuale, disegnando un
mondo affidato solo al mercato che oggi segna il declino dell’Europa
stessa e dell’Occidente.
È lei che
ruppe l’egemonia culturale della sinistra socialdemocratica che aveva
dominato il dopoguerra e l’ha sostituita con un’egemonia oppressiva,
quella del neoliberismo e dell’individualismo più duro, darwinista più
che calvinista. Amica per la pelle di dittatori sanguinari come Augusto
Pinochet (per la liberazione del paziente inglese si spese come per
nessuno dopo l’uscita da Downing Street), nemica giurata di eroi
positivi come Nelson Mandela, che per lei era solo un “terrorista”, non
aveva tabù. Neanche quello di lanciare la bomba atomica su di una
città di 12 milioni di abitanti come Buenos Aires. Se lo portò dietro,
il gingillo atomico, pronto all’uso alla bisogna. Il gioco delle parti
con quell’ubriacone di Massera, il dittatore argentino succeduto a
Videla, fu magistrale. O lui o lei: entrambi i regimi erano in crisi di
consenso. Nel momento di massima difficoltà per Margaret Thatcher, che
si avviava senza gloria a perdere le elezioni dell’83, dopo quattro
anni di governo fallimentare per gli stessi tories e con la
disoccupazione alle stelle (vinse comunque solo per la divisione
dell’opposizione), l’avventurismo dei generali argentini alle
Malvinas/Falkland fu il più gradito dei regali: quel consenso che non
poteva avere in politica economica e che solo i monopoli mediatici
facendole da grancassa le magnificavano, lo ottenne facendo capo al
decrepito nazionalismo imperialista dell’Union Jack e delle cannoniere.
Modernissima
nell’intuire nel neoliberismo la nuova frontiera del conservatorismo,
seppe guardare indietro, all’imperialismo classico delle cannoniere e
della regina Vittoria per stringere a corte il popolo britannico e
costruire nella bandiera quel consenso che non poteva avere spingendo
senza pietà milioni di persone fuori del mercato del lavoro. Come
sempre la nazione vince sulla classe, la comunità militarizzata vince
su quella solidale. Trionfò, nel remoto sud dell’Atlantico e quindi
nelle urne, e andò avanti a smantellare la base industriale del paese
che l’industria aveva inventato due secoli prima. Per lei avere più
disoccupazione non significava niente, non era lei a pagare e indusse
il “nemico”, perché nemico erano per lei i lavoratori organizzati, alla
disperazione.
Con lei il
conservatorismo smise di essere il partito dello status quo per
presentarsi come quello della trasformazione. Erano i sindacati,
perfino quelli britannici prudenti e responsabili, a essere di colpo
vecchi, a essere un freno al “riformismo”, una parola con un secolo di
passato progressista e sequestrata con lei dall’altro campo. Fu così,
sulle macerie di una sconfitta totale della classe lavoratrice, che il
suo principale emulatore si rivelò essere quel giovane arrivista di Tony
Blair. Privatizzazioni come quella delle ferrovie, un monopolio
naturale, sono un monumento all’inefficienza del neoliberismo: più care,
più scadenti, più pericolose, più costose per lo stato costretto a
sovvenzionarle per tenerle sul mercato. Oggi in Gran Bretagna ci sono
più disoccupati, meno studenti universitari, meno riserve auree, più
debito. Solo la finanza ha distribuito un po‘ di ricchezza, ma dal 2008
in avanti anche questa, col sistema bancario, ha avuto bisogno di quasi
mille miliardi di soldi pubblici per restare in piedi. Lo Stato glieli
ha dati. Per le banche ce ne sono sempre.
Chi
scrive viveva a Londra in quella fine di novembre del 1990 quando
Margaret Thatcher fu messa in minoranza da John Major e dovette
abbandonare dopo undici anni e mezzo il numero 10 di Downing Street.
Conservai a lungo la copia dell’Economist che ne tesseva le lodi in un
luogo speciale. Aveva creato tanta ricchezza, è vero. Compiacere i
ricchi era la sua ossessione. Ma a che prezzo questa ricchezza era stata
creata si poteva leggere in quello stesso speciale. Durante il suo
governo per ogni cittadino britannico che aveva passato verso l’alto
l’assicella delle 50.000 sterline di reddito annuo, ben dieci lavoratori
avevano dovuto scendere verso il basso al di sotto della linea delle
5.000. Per fare un ricco le fu necessario spingere dieci persone verso
la povertà. È questo il prezzo del neoliberismo. I media monopolisti
mostrano incessantemente chi ce l’ha fatta. Ma da Brixton a Civitanova
Marche, l’eredità di Margaret Thatcher è pianto e stridore di denti.
Gennaro Carotenuto
tratto da http://www.gennarocarotenuto.it
***
Loach: "La Thatcher? Privatizziamo il suo funerale! Mettiamolo sul mercato, accettiamo l'offerta più economica!"
Sulla
morte della cosidetta "Lady Ferro" si sta dicendo molto. A un giorno
dalla sua morte, con i suoi funerali che saranno tra dieci giorni,
davanti alla parole di un Putin che l'ha definita "Una grande figura
politica, rigorosa diretta e coerente, di cui conserverò un ricordo
positivo", ci piace ricordare quelle più forti e più vicine ai
lavoratori, agli operai, e sono quelle di Ken Loach: "ll modo migliore
per onorare Margaret Thatcher? Privatizziamo il suo funerale. Lo
mettiamo sul mercato e accettiamo l'offerta più economica. È quello che
avrebbe voluto. Del resto, le parole di Loach spiegano molto di più,
non si fermano a quella che può sembrare una battuta. "La
disoccupazione di massa - ha continuato - la chiusura di fabbriche, le
comunità distrutte: questa è la sua eredità. Era una combattente e il
suo nemico era la classe operaia inglese. Le sue vittorie sono state
aiutate dai capi politici corrotti del Partito laburista e di molti
sindacati. È a causa di politiche avviate da lei che siamo in questo
casino oggi".
Va da sé allora che
accanto alle parole di Ken Loach passiamo in rassegna il punto di
vista dei minatori inglesi che, ad oggi, non vedono altro, nella morte
della Thatcher che un motivo di grande festa. "Sono felice - si è
espresso David Hopper, il responsabile per il Nord-est dell'Inghilterra
della Num, Sindacato dei minatori inglesi - I minatori stanno cercando
di organizzare una festa in coincidenza del giorno del suo funerale.
"Ha
fatto più male nel Nord-est di chiunque altro - ha poi aggiunto - e
non lo ha fatto solo alle miniere di carbone: ha iniziato a distruggere
i sindacati, decimato l'industria, distrutto la nostra comunità. Oggi
l'Inghilterra è costretta ad importare 40 milioni di tonnellate di
carbone l'anno, è scandaloso. E sul funerale... Non ci saranno molte
lacrime: molti guarderanno la cerimonia in tivù, ma come si guarda il
calcio".
Anche la reazione di Ken
Livingstone, dal 2000-2008 sindaco laburista di Londra sono state
chiare, nella stessa direzione, anche più forti se vogliamo: "Le
politiche di Margaret Thatcher erano fondamentalmente sbagliate. Ha
provocato l'odierna crisi degli alloggi, ha prodotto la crisi delle
banche e quella dei sussidi pubblici». È poi Gerry Adams a ricordare un
altro dolorosissimo capitolo di quegli anni: "Margaret
Thatcher - ha aggiunto Gerry Adams, leader repubblicano dell'Irlanda -
ha causato grande sofferenza all'Irlanda. Ha provocato grande dolore
agli irlandesi e ai britannici, la classe lavoratrice è stata devastate
dalle sue politiche".
"Da poche ore
e' morta Margaret Thatcher e già è in corso il processo di
santificazione - si è espresso ieri Paolo Ferrero, Segretario Nazionale
di Rifondazione Comunista - Invece va detto con forza che il mondo
senza di lei sarebbe stato decisamente migliore. Animata da un enorme
odio di classe, ha operato con determinazione per distruggere il
movimento operaio inglese e i minatori in particolare. Nel giorno della
sua morte - ha aggiunto - i media dovrebbero parlare dell'enorme
sofferenza individuale e sociale che ha determinato con le sue
politiche, della dignità di quelle centinaia di migliaia di minatori
che per un anno, dal 1984 al 1985, fecero il più lungo
sciopero dell'età moderna per opporsi al proposito fascista
della Thatcher di far fuori i minatori attraverso la
chiusura arbitraria delle miniere. È morta l'amica di Pinochet, una
delle più grandi nemiche dei lavoratori, della libertà e della giustizia di tutti i tempi".
Isabella Borghese
tratto da http://www.controlacrisi.org
Fonte
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