Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/10/2022

L’uso reazionario di Van Gogh e dell’arte

Ciò che è imperdonabile è proprio l’atto di ridurre la ricerca della Bellezza, quella vera e non quella di plastica, ad oggetto.

Non è il danno in sé che mi fa orrore è, piuttosto, l’obiettivo contro il quale si sono scagliate la due ragazzette: Vincent Van Gogh.

Non posso perdonare l’atteggiamento borghese e reazionario di ridurre la ricerca della verità ad oggetto. È esattamente ciò che vuole questo potere, quelle multinazionali che loro dicono di combattere.

Vincent Van Gogh rappresenta proprio la purezza della ricerca umana, la capacità che solo le persone straordinarie hanno di restare fedeli a se stesse senza cedere al compromesso.

In questo le ragazzine ed i loro osannatori, sono caduti perfettamente nella trappola comunicativa del marketing diventando tutti funzionali al sistema.

Come dire: vedete? Vi lasciamo pure imbrattare il vetro che si trova davanti ai Girasoli, vi diamo il vostro quarto d’ora di celebrità. L’importante è che vi teniate lontano dai veri luoghi del potere. È ciò che il Post Modern definisce “la società dello spettacolo”.

E, nel contempo, vi permettiamo, simbolicamente, di attaccare la ricerca della verità, perché voi avete dato ragione a coloro che considerano un quadro solo un oggetto.

Hanno fatto lo stesso quest’anno con Dostoevskij, con Stravinskij, con Kandinskij. Ecco, non c’è cosa più reazionaria e borghese di contrapporre l’arte alla vita.

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20/05/2018

Ricapitoliamo

Ospitiamo volentieri questa riflessione-sfogo ricordando che lo spazio “interventi”, come in ogni giornale, è riservato a opinioni, visioni, riflessioni che nascono fuori dall’ambito redazionale ma hanno un interesse in varia misura convergente. Ci sembra infatti indicativa di uno stato d’animo del “nostro popolo” che sarebbe criminale liquidare con una alzata di spalle.

*****

di Daniele Patelli

Nel 1978, al tramonto ormai della contestazione studentesca, delle rivendicazioni salariali e della sicurezza, con la nascita del sindacato delle compatibilità, sono avvenute diverse situazioni che vorrei sottolineare. In tale anno divenne Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, Primo Ministro inglese Margaret Thatcher e papa Giovanni Paolo II, stranamente tutti nello stesso anno e tutti accomunati dalla volontà di reazione e rivincita nei confronti dei lavoratori e dei loro diritti.

A parere di chi scrive gli anni '70 spaventarono e parecchio il grande capitale che, a partire dalla fine della guerra in Vietnam nel 1975, anno in cui il capitalismo toccò il punto più basso e i popoli oppressi il punto più alto, con l’eccezione del Cile, cominciò la rimonta borghese, dapprima in sordina poi sempre più violenta ed efferata.

Nel 1978 appunto, oltre all’elezione della triplice demoniaca, cominciò un attacco mediatico ben orchestrato ed accurato da un lato con le telenovele tipo Dallas, Falcon Crest e simili, dall’alto con il bombardamento di fumetti giapponesi di una violenza inaudita e tutti uguali tra loro, portatori di una mentalità familistica reazionaria e militaresca, e, last but not least, da film come Rambo, Rocky e imitazioni varie che lanciarono la mentalità che la brutalità ed i soldi vanno a braccetto oltre che un patriottismo americano becero.

A tutto questo non fu possibile o non si riuscì a dare risposta, a frenare con una reazione intellettuale critica (ricordo bene come la FGCI di allora fece il “processo” a Rambo e lo assolse! sic! E come l’illustre Professor Umberto Eco deridesse la stupidità di tale “processo” ed assoluzione). Tutto ciò cosa comportò? Prima di tutto il cambiamento della cognizione della realtà, il seppellimento graduale di valori come solidarietà, mutualità e amicizia per introdurne altri come l’individualismo violento, il patriottismo più becero, il culto della forza fisica rispetto a quella intellettuale (qui apro una parentesi per ricordare come i film sulle arti marziali orientali fecero da apripista) e soprattutto la migrazione verso valori effimeri come la moda, la discoteca, il divertimento ad ogni costo e l’oblio di tutto ciò che la mia generazione e quelle prima di me aveva costruito dal 1968 fino al 1977.

Non mi interessa in questa sede analizzare il perché o il per come le istanze sociali e politiche del decennio in questione siano state travolte, altri ne hanno parlato diffusamente e meglio, mi interessa analizzare il prosieguo.

Dagli anni '80 in poi l’attacco ai diritti è stato incalzante, il ritorno delle religioni tempestoso fino all’azzeramento delle coscienze e, come già detto della percezione della realtà attraverso armi di distrazione di massa.

Dopo il 1989 con la caduta dei paesi socialisti e del socialismo in generale l’offensiva è divenuta devastante con la distruzione della cultura, della scuola, dell’università come grimaldelli per l’azzeramento delle coscienze. Di più: da troppi anni a questa parte il modello prevalente, non solo televisivo, ma anche informatico e di luoghi come Facebook, Instagram, Twitter e chi più ne ha più ne metta, è quello di una superficialità spaventosa nei rapporti personali e sociali, di una televisione e di video giochi di una violenza sanguinaria e granguignolesca, di programmi distruttivi come “Amici”, “Ballando con le Stelle” e cose del genere, programmi che si susseguono con un ritmo martellante e sempre uguali a se stessi con il chiaro intento – o comunque il risultato – di distruggere le coscienze; se poi si aggiunge un’informazione deviata, menzognera e pubblicitaria il quadro è completo.

Ma io credo che ci sia anche dell’altro: parlando con i giovani ho notato che questa offensiva mediatica ed informatica ha causato una distorsione nella percezione del reale, un ritenere che falsità evidenti in programmi tipo appunto “Amici” o C’è posta per te” ed idiozie simili siano LA REALTA’ e qui casca l’asino. A mio parere chi guarda tali trasmissioni o passa ore e ore su Facebook o è attaccato al telefonino o condivide foto assurde o violente ricerchi poi nella realtà tali situazioni distorte, non trovandole diviene confuso, paranoico e molto spesso violento, scaricando tali contraddizioni su chi sta attorto a sè (bullismo in primis) o nella famiglia, ormai completamente sfasciata e senza punti di riferimento.

Aggiungo che dalla mia personale ricerca ho notato una fragilità psicologica e comportamentale assolutamente inquietante: una parte dei giovani ha una struttura mentale e personale fragilissima, non sopportano nulla, alla prima difficoltà scappano e lasciano macerie dietro di sé; anche per questo i rapporti amorosi sono sempre più precari ed effimeri, le amicizie sciocche e superficiali, le capacità cognitive azzerate e l’ignoranza avanza inesorabile. Ma soprattutto la stragrande maggioranza non ha capacità di reazione, subisce la realtà bestiale che stiamo vivendo senza capirla e – non trovando soluzioni per modificarla, dato anche che i rapporti interpersonali sono azzerati ed inesistenti – la capacità di analisi del reale impossibile causa la distorsione cognitiva di cui ho parlato poc’anzi.

Lo scenario è catastrofico e non vedo soluzioni a breve o medio periodo, anche ascoltando gli interventi della scorsa assemblea di Potere al Popolo ho notato una dispersione degli argomenti allarmante. Certo un’analisi anche interessante, ma l’assenza pressoché totale di soluzioni strutturate e questo spiega l’attuale ritardo nella strutturazione di Potere al Popolo che si evidenzia nella mancanza di un ordine del giorno nella prossima assemblea del 26 e 27 a Napoli.

Probabilmente qualcuno mi darà del catastrofista o del pessimista ad oltranza o aggettivi del genere, ma finora non vedo ancora cambiamenti profondi e strutturali nella forma mentis in generale e l’urgenza delle cose è enorme, la situazione ormai disperata tant’è che se una massa di cialtroni come il M5S prende il 32 e rotti per cento vuol dire che le alternative sono inesistenti.

Concludo dicendo che ho la massima fiducia in Viola Carofalo e nei compagni con lei, ma bisogna fare presto e usare la testa, non come l’ultima volta del 4 marzo. Un abbraccio a tutti.

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04/08/2016

L’ora di capire

Benedetto Croce, che pure era intelligente, benché conservatore, ci mise un paio di anni a rendersi conto che il fascismo e Mussolini non erano un male minore da tollerare per evitarne di peggiori bensì un male assoluto che avrebbe corroso i fondamenti morali e culturali della società italiana e che dunque andava combattuto senza compromessi e senza esitazioni.

Per cui capisco che anche oggi ci siano state persone e intellettuali che hanno perso tempo ed energie a criticare o temere l’opposizione invece di concentrarsi su chi ha il potere e lo usa.

Però adesso sono due anni e mezzo che Renzi controlla il governo e il paese e non possono esserci più scuse: chi ancora non è diventato antipiddino è come chi nel 1925 ancora non era diventato antifascista: un fiancheggiatore del regime, e poco importa che lo sia per conformismo, opportunismo oppure (la maggioranza) perché il liberismo proprio gli piace e pensa di guadagnarci.

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02/11/2015

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Costituzione italiana contro Trattati europei, di Vladimiro Giacchè

Da alcune settimane è uscito un agile opuscolo di Vladimiro Giacchè che tratta la relazione antagonista, la sostanziale incompatibilità tra il dettato costituzionale nazionale e l’impalcatura giuridica dei Trattati europei. Ancora una volta non possiamo che essere stimolati da una lettura non semplificata del nodo politico che l’autore è capace di far emergere da questo lavoro. In poche pagine e con una prosa semplice ma non schematica, si centrano alcuni punti della costruzione politico giuridica della Ue, della struttura di comando sovranazionale che oggi elabora, definisce e fa ratificare dai governi nazionali le scelte strategiche di politica economica.

Non ci annoveriamo tra i nostalgici della defunta Costituzione, né abbiamo mai pensato che nel passato, ormai lontano, questa fosse applicata nelle sue parti più significative, anzi possiamo dire senza tema di essere smentiti che la parte più corposa, il contenuto più avanzato di questa Carta, sia stato sempre lettera morta. I principi fondamentali e la parte applicativa in relazione al diritto al lavoro, all’indipendenza nazionale, al rifiuto di ogni partecipazione ad avventure militari, sono state sistematicamente disattese, anzi, dalla fine degli anni ’70, il processo di revisione e di destrutturazione della Carta fondamentale ha iniziato a camminare prima lentamente e poi sempre più speditamente. Ciò è dovuto anche e soprattutto al drammatico declino delle forze sociali e politiche di classe che avevano reso possibile quello spazio di mediazione che la Costituzione aveva rappresentato dal dopoguerra in poi.

Detto questo, e premesso che la costruzione giuridica e normativa tendenzialmente, e in forma contraddittoria, ratifica e non precede le trasformazioni sociali e i nuovi equilibri politici, ma ne è anche elemento costituente nel sistema economico-sociale, non bisogna però fare l’errore politico di considerare il nodo del diritto, della norma, il vasto campo delle trasformazioni in senso legislativo-giuridico, come una cosa che non ci riguarda, da banalizzare, soprattutto in un momento storico in cui le classi subalterne subiscono continui arretramenti, senza uno straccio di rappresentanza politica. In questo senso l’opuscolo assume tutta la sua valenza.

Traspare nettamente dalla lettura la natura intrinsecamente liberista dell’Unione europea, della sua ragione di esistere, del progetto politico che sottende l’intera architettura dei Trattati europei, dell’accelerazione, data anche dalla grande crisi di questi anni, del carattere regressivo e antipopolare di questo processo sovranazionale contro le masse popolari del continente, e in questo senso l’esempio greco è paradigmatico.

Quello che ci interessa sottolineare, a rischio di ripetersi, è come l’intero impianto dei Trattati europei e della struttura politica, giuridica, amministrativa europeista non contiene in sé alcun carattere progressista, progressivo e popolare, e questo non da oggi ma sin dall’avvio del processo accentratore. Anzi essa è sintesi in fieri di un governo tecnocratico del grande capitale, conformazione di un polo Imperialista a guida tedesca-nordeuropea, interessato esclusivamente a guadagnare posizioni di vantaggio e di egemonia all’interno dell’ordine liberista internazionale.

Da questo punto di vista Giacchè mette un mattone in più nella destrutturazione della narrazione democratica e di una certa sinistra europea che per molti anni ha visto, e ancora vede per giunta e contro ogni evidenza data dall’esperienza greca, nell’Unione europea un segno di possibile democratizzazione  e di progresso. Una sorta di impresa nata con buoni intendimenti e finita male per cause contingenti o per appropriazione politica indebita delle opzioni liberiste. Proprio la disamina sul contenuto ideologico e politico dei Trattati Europei e il confronto con la Costituzione italiana, la più avanzata prodotta in regime capitalistico, sono una dimostrazione del carattere antipopolare di questa architettura politico giuridica.

Materialisticamente parlando non potrebbe essere diversamente. Visto che l’impianto giuridico della nostra Costituzione è il prodotto del movimento di trasformazione più profondo e incisivo della storia nazionale moderna, la Resistenza, e quindi è segnata da un’idea di società progressista, con elementi di forte progresso sociale, fortemente orientata in senso socialdemocratico; è espressione diretta del protagonismo operaio, contadino, rappresentato dal movimento comunista in grado di egemonizzare anche la visione politica dei soggetti non comunisti (ad esempio il Partito d’Azione). L’insieme dei Trattati europei, a partire dal Trattato di Maastricht del ’92 fino al Trattato di Lisbona del 2009, sono nettamente di segno opposto. Sono la consacrazione delle virtù assolute e taumaturgiche dell’economia di mercato nell’era della crisi generale del capitalismo, nella sua forma più aggressiva, la forma liberista e tecnocratica del grande capitale monopolista.

L’altro merito è che nell’opuscolo si toccano alcuni aspetti significativi di questo processo, quei momenti che hanno segnato la storia del nostro paese e che ancora oggi ne impediscono uno sviluppo in senso sociale. Il primo quando spiega succintamente l’origine dell’esplosione del debito pubblico nazionale, cosa non irrilevante, visto che la giustificazione su cui per decenni si è proceduto ad attaccare, smantellare pezzo dopo pezzo, diritti, stato sociale, lavoro, è stata la narrazione secondo cui l’economia pubblica era fonte di indebitamento (“abbiamo campato al di sopra delle nostre possibilità”), mentre l’origine dell’esplosione di questa metastasi economica è data da due fattori. Il primo è strutturale, indipendente anche dalla dinamica nazionale e fa riferimento alla fine della spinta propulsiva dell’economia capitalistica mondiale databile intorno alla metà degli anni ’70; dall’altra, questa sì invece data da ragioni interne, alla decisione assunta nel 1981 di separare la Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro, rendendo la Banca centrale un compratore fra tanti altri e perdendo così la funzione di contenimento e di calmiere sui tassi di interesse pagati dallo Stato ai vari creditori presenti sul mercato dei capitali. Tale scelta fu conseguenza, come ricorda Giacchè, dell’entrata nel Sistema monetario europeo, progenitore dell’euro. Le ricadute economiche di questa scelta produssero, dagli anni ’80, l’esplosione di un enorme debito pubblico e ciò condusse il nostro apparato bancario e finanziario a cedere sovranità al nascente blocco costituente europeo.

L’altro punto, non contingente, a cui nel pamphlet giustamente l’autore dedica uno spazio centrale, essendo un passaggio di svolta politico e costituzionale, è il nodo dell’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio (la riforma dell’articolo 81), che è il punto finale di un lungo processo di esautoramento e ratifica della chiusura di ogni spazio di mediazione politica e sociale, in cui da una parte il meccanismo della gestione redistributiva è reso praticamente impossibile attraverso una ratifica costituzionale, e dall’altra si palesa il carattere strutturalmente regressivo e antipopolare della struttura della Ue.

L’insieme delle misure e memorandum che sono state proposte in sede europea, approvate e ratificate dai conniventi parlamenti nazionali, sono la cartina di tornasole della fine di un’epoca politica, di una stagione della democrazia borghese, del secolo breve del riformismo socialdemocratico, della ricerca affannosa di un consenso organizzato e rappresentato. Questa epoca sembra a noi definitivamente tramontata, esaurita nella sua funzione storica di governo capitalistico dal “volto umano”, attento alla mediazione e alla politica concertativa in funzione strategicamente anticomunista.

Il tragico epilogo greco di quest’estate ci rimanda al tema centrale su come contrastare, inceppare, indebolire il governo oligarchico europeista e quale idea di società va pensata, costruita, ma soprattutto quali forze sociali sono  disponibili alla lunga e faticosa lotta per una nuova società. Non sarà certo possibile riproporre assetti politici e pensieri che appartengono a un passato estinto. Questo è l’unico dato certo.

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25/03/2015

Il trionfo della reazione

Davvero non si capisce come possa essere considerata una sconfitta dell’estrema destra la tornata elettorale francese di ieri. A ben vedere, si tratta di un trionfo storico, attenuato solo dal carattere provinciale di un elezione che, se fosse stata nazionale, avrebbe decretato la scomparsa di ogni possibile opzione progressista. Non è tanto il dato generale ad essere indicativo: Ump e Front National aggregano più del 60% dei voti totali, un’enormità; non è neanche il risultato del partito di Marine Le Pen il dato significativo: un 24,5% dei voti che comunque stabilizza la sua formazione come secondo partito del paese (e considerare il 24,5% un risultato inferiore alle attese dimostra meglio di tanti discorsi quanto il partito reazionario francese si sia affermato come soggetto politico credibile e potenzialmente maggioritario). E’ il significato politico del discorso populista ad essersi imposto. L’Ump di Sarkozy ha raggiunto la ragguardevole cifra del 36% rincorrendo la retorica reazionaria del FN, parlando di immigrazione, di euro, di Islam, di identità nazionale. E chi non lo ha fatto, chi non ha (in)seguito il discorso dominante, è stato sonoramente bocciato nelle urne. Non è Sarkozy ad aver fermato Le Pen, ma il Front National che ha stabilito un ordine del discorso ormai inaggirabile per ogni partito presente in Francia, almeno per soggetti che vogliono puntare ad una riuscita elettorale. Il Front National ha avuto la capacità di vincere, almeno per il momento, una battaglia delle idee imponendo una propria egemonia culturale sull’intero sistema politico francese. Affermare che questo rappresenti una “sconfitta” significa guardare il dito mentre l’evoluzione dei rapporti politici, non solo francesi, ci racconta della luna.

L’ennesimo dato proveniente dalla Francia, per certi versi un laboratorio della reazione europea a cui guardano numerosi altri soggetti similari sparsi per il continente, ci dice molto anche per la politica di casa nostra. Ci dice che bisogna ormai saper parlare di argomenti considerati tabù; che una parte rilevante della popolazione – e significativamente la sua parte più popolare – ha bisogno oggi di strumenti politici e culturali in gradi di suscitare un’opposizione al sistema di potere individuato nella UE e in quelle politiche nazionali giudicate contigue o prone al neoliberismo europeista. Per quanto in forma alienata, l’adesione alla proposta reazionaria del FN e di questo Ump ci racconta di un rifiuto generale per una visione politica. Non è l’adesione alla reazione, al neofascismo o al razzismo di questi partiti, quanto la richiesta di aiuto da parte delle fasce deboli dei paesi europei, in fase di progressivo impoverimento. Paradossalmente, questo humus socio-culturale potrebbe favorire anche risposte progressiste in senso radicale. E’ lo stesso terreno su cui ha lavorato Podemos in Spagna, che proprio ieri ha confermato la sua forza determinata proprio dall’essere giudicata “fuori” e “contro” il sistema dei partiti che ha costruito questa Unione Europea. Se oggi è un giorno nero per le prospettive progressiste, almeno francesi, non è detto che tale generale insoddisfazione popolare non possa rivolgersi verso posizioni di estrema sinistra, se solo questa fosse in grado di contenerle e rappresentarle (e soprattutto di organizzarle). E soprattutto, con un’astensione al 50% le possibilità di recuperare il rifiuto popolare per un sistema politico-economico ci sarebbe tutte. Non è un sistema bloccato quello in cui viviamo, tanto in Francia quanto nel resto d’Europa. Siamo immersi in una pluralità di sistemi estremamente fluidi, in cui la capacità, in teoria, di contendersi il consenso si presenta più aperta del passato per formazioni politiche esplicitamente antagoniste. Le potenzialità, insomma, ci sarebbero. E’ il tempo che sta per scadere, e l’eventuale affermazione politica nazionale di una forza reazionaria come il FN potrebbe chiudere ogni speranza per la sinistra di classe di poter rappresentare la voce dei subalterni. Il tempo non lavora in nostro favore, e questo è il primo insegnamento che dovremmo apprendere dalle elezioni di tutta Europa.

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25/08/2014

Il principio della rana bollita


di Noam Chomsky

Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana.

Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare.

La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.

L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce -semplicemente – morta bollita.

Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.

Questa esperienza mostra che – quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lenta – sfugge alla coscienza e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta.

Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni, ci accorgiamo che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e – oggi – ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute.

I foschi presagi annunciati per il futuro, anziché suscitare delle reazioni e delle misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente il popolo ad accettare le condizioni di vita decadenti, perfino drammatiche.

Il permanente ingozzamento di informazioni da parte dei media satura i cervelli che non riescono più a discernere, a pensare con la loro testa.

Allora se non siete come la rana, già mezzo bolliti, date il colpo di zampa salutare, prima che sia troppo tardi!

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