Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/10/2026

La piazza di Potere al Popolo sfiducia il governo

“Questo Parlamento non sfiducerà il Governo Meloni. Per questo oggi abbiamo lanciato una sfiducia popolare, dalle piazze e dalle lotte sociali”, hanno affermato dal palco i militanti di Potere al Popolo concentratisi a Roma in Piazza Bocca della Verità contro la legge-truffa elettorale.

La giornata di “sfiducia popolare” verso il governo Meloni del 3 ottobre segna dunque l’inizio di un percorso di mobilitazione contro le modifiche alla legge elettorale ma, più in generale, contro il carovita, la guerra, i bassi salari, e dunque le politiche economiche, sociali e internazionali del Governo. Forti i riferimenti ai conflitti sociali in corso in Spagna e in Francia su questioni decisive come la casa, la scuola e il carovita con l’ambizione di aggiungere presto anche l’Italia a questo fronte di collera e lotta popolare a livello europeo.

La manifestazione era stata convocata apertamente contro la legge-truffa in discussione al Parlamento e l’eventualità del ricorso al voto di fiducia sulla riforma elettorale e al momento risulta essere l’unica manifestazione politica su questa ulteriore violazione della democrazia nel paese.

Dal palco si sono alternati gli interventi sia di esponenti di Potere al Popolo, Salvatore Prinzi e Giorgio Cremaschi (che hanno aperto e chiuso la manifestazione) sia di rappresentanti di movimenti politici e sociali, organizzazioni sindacali, associazioni, realtà studentesche e movimenti impegnati nelle vertenze sociali e territoriali. Tra questi l’avvocato Arturo Salerni; Pierpaolo Leonardi dell’USB; gli studenti di Cambiare Rotta e OSA e del Collettivo Autorganizzato Universitario; Vito Scalisi dell’ARCI Roma, Paolo Divetta del Movimento per l’Abitare; Valter Tucci del CUC; Fatima del Movimento Migranti e Rifugiati Napoli; Antonio Allegra, insegnante USB; le Donne Contro la Guerra e il Genocidio, Bassam Saleh della Comunità Palestinese.

I due portavoce di Potere al Popolo, Mart Collot e Giuliano Granato, erano impegnati in altre iniziativa concomitanti, come l’assemblea a Genova che sta preparando lo sciopero internazionale dei portuali del 30 ottobre.

Secondo Potere al Popolo le modifiche prospettate alla legge elettorale rischiano di produrre un sistema di esclusione delle forze politiche esterne ai due schieramenti maggiori e di rendere più difficile la partecipazione popolare sul piano elettorale. Al centro della manifestazione è stata posta proprio la questione democratica ma quella di Roma è stata anche piazza nata dalla denuncia delle condizioni sociali del Paese – dal costo del carburante al caro-affitti e al caro-vita, dai salari fermi alle spese militari e al sostegno italiano a Israele nel contesto della guerra a Gaza.

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25/09/2026

Il Governo Meloni vuole cancellare la democrazia

La legge elettorale truffa del Governo Meloni assegnerà una maggioranza abnorme di parlamentari a chi non riesce ad averla con il voto degli elettori.

Ma non si ferma qui: è una legge liberticida che vuole cancellare tutte quelle forze politiche che, come Potere al Popolo, in questi anni sono state la vera opposizione di questo Paese.

Vuole cancellare chi si è mobilitato per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra, il riarmo e la NATO, contro le politiche lacrime e sangue europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.

Le 450.000 firme che si dovrebbero raccogliere, servono ad impedire la partecipazione alle elezioni di Potere al Popolo e di ogni dissenso, lasciando la competizione elettorale solo ai due schieramenti di destra e centrosinistra e ai neofascisti di Vannacci.

La legge truffa è parte di un vasto progetto autoritario che sorregge la politica di guerra e questa “società caserma”: il furto del diritto alla rappresentanza democratica fa tutt’uno con le sanzioni americane contro le organizzazioni antifasciste, con la legge sull’“antisemitismo” che scatena la caccia alla streghe contro chi sta con Palestina, con i decreti sicurezza e lo stato di polizia, con la censura nel nome della guerra ibrida.

Vogliono colpire chiunque lotti contro questo potere iniquo e guerrafondaio, ma non ci riusciranno.

Potere al Popolo fa appello alla società civile, ai militanti e ai sostenitori, a ogni organizzazione e persona sinceramente democratica, perché reagisca ai soprusi contro la democrazia e la Costituzione.

Contro il Governo Meloni e la sua legge truffa, contro lo stato di polizia, contro il riarmo e la guerra, diamo appuntamento a Roma il 3 ottobre a Piazza Bocca della Verità.

Vogliono le elezioni più false truccate e antidemocratiche della storia della Repubblica.

Non ci faremo intimidire, dobbiamo fermarli!

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19/09/2026

Potere al Popolo a Montecitorio contro chi vuole cancellare la democrazia

Giovedì 17 settembre Potere al Popolo è stato a Montecitorio contro la legge elettorale che è appena passata al Senato in cui un emendamento antidemocratico di Fratelli d’Italia porta fino a 450mila le firme necessarie per presentarsi alle elezioni sia alla Camera che al Senato (4 volte di più di quelle che fino ad oggi erano richieste).

Dopo il raduno in piazza Capranica alle persone che si sono mobilitate è stato impedito per più di un’ora e mezza di percorre i pochi metri necessari per arrivare davanti al Palazzo di Montecitorio per non arrecare disturbo ad un’iniziativa privata che vedeva coinvolti, ancora una volta, tutti insieme esponenti della destra e del centrosinistra, quali La Russa (Presidente del Senato), Alemanno (Futuro Nazionale), Giacchetti (Italia Viva) e Verini (Pd).

Potere al Popolo denuncia ancora una volta la gestione di piazza di questo governo che blinda le aule del Parlamento con una legge elettorale truffa mentre in piazza schiera la polizia per silenziare il dissenso. La legge elettorale in discussione è una legge liberticida e antidemocratica che vuole cancellare chi si è mobilitato in questi anni per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra il riarmo e la NATO, contro le politiche di austerity europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.

Si tratta di una norma scandalosa che non colpisce chi sta dentro le coalizioni che da decenni si alternano al governo del Paese per fare la stessa politica, come non colpisce neppure il finto partito anti-sistema di Vannacci, che usufruisce di un trattamento di favore specifico.

La norma fa parte di un vasto progetto autoritario contro il dissenso e le lotte, come le sanzioni degli USA contro le organizzazioni antifasciste, la legge italiana sull’antisemitismo, i decreti sicurezza del Governo Meloni.

Non ci fermeremo, lanciamo fin da ora una grande manifestazione nazionale a Roma il 3 ottobre, ore 14:00 a Piazza Bocca della Verità.

Contro questo governo e in alternativa alle finte opposizioni del centrosinistra, per opporci alla guerra, per la democrazia e per i diritti sociali. Costruiamo la vera opposizione!

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08/09/2026

L’estrema destra si batte cambiando il sistema economico

Nessuno potrà dire che non li aveva visti arrivare. Perché AfD in Germania è ormai da anni che cresce. E negli ultimi questa crescita si è tradotta in alcuni casi in veri e propri balzi elettorali.

Come successo nella Sassonia-Anhalt. Un’alta partecipazione elettorale, il 77,8%, circa venti punti superiore alla precedente e un 43,8% di preferenze per il partito guidato a livello nazionale da Alice Weidel. Significa che un elettore su due tra i 2,1 milioni di abitanti del Land tedesco (tra i più piccoli della Germania federale), ha scelto AfD.

Se ciò è accaduto e sta accadendo è innanzitutto perché ha trovato davanti a sé un tappeto rosso, gentilmente stesole dalle “grandi coalizioni” tra destra (CDU-CSU) e “sinistra” (SPD e Verdi).

Perché il problema non è tanto alzare un muro contro una specifica organizzazione politica, ma farlo contro le idee che incarna. Se invece quelle idee vengono addirittura incorporate nel proprio bagaglio, non ci si può poi stupire se sul mercato elettorale vinca l’originale e non la copia.

Perché comprare la merce ideologica dell’ultradestra i voti li dà non a chi la compra (CDU ma anche SPD), bensì a chi la vende (AfD per l’appunto).

Per questo, il primo insegnamento da trarre dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt è che ciò di cui abbiamo bisogno non è una politica “accomodante” verso le idee dell’ultradestra, ma una che dia battaglia, senza cedere di un centimetro; una politica che pianifichi una radicale trasformazione economica, capace di redistribuire l’enorme ricchezza che ha accumulato chi campa di profitti e di rendita (immobiliare o finanziaria) a favore della maggioranza.

In Germania, al contrario, sono decenni che CDU-CSU ed SPD e Verdi applicano ricette che si sono tradotte sistematicamente in un impoverimento e in un indebolimento della classe lavoratrice e, per contro, in un arricchimento e in un rafforzamento della minoranza di privilegiati. Non si è trattato di un errore del sistema, ma dell’esito desiderato dalle classi dominanti.

Non può stupire, così, che la scelta di chi ha votato in Sassonia-Anhalt è stata in primo luogo sulla base dell’esigenza di una risposta al bisogno di maggiore “sicurezza sociale”.

Per essere concreti: dal 1990 a oggi la Germania ha dismesso gran parte del patrimonio di case popolari e oggi accade che il decile più povero della popolazione sia costretto a spendere più del 60% dei propri redditi nelle spese per affitto e abitazione; per contro, la più grande impresa immobiliare, Vonovia, nel 2025 ha festeggiato il ritorno agli utili in grande stile, registrando un utile netto di più di 4 miliardi.

Merz ha deciso di affrontare la difficile situazione del Paese sposando la linea dettata dalle imprese. Così ha abbassato l’aliquota dell’imposta sui redditi delle società dal 15% al 10%. Spinge per una riforma delle pensioni che alzi l’età pensionabile. E ha fatto propria la posizione di chi, come il manager della Mercedes Martin Burdermüller, sostiene che si debba allungare la giornata lavorativa. Il tutto nello stesso momento in cui sta rendendo più difficile per le classi popolari accedere alla prestazioni sociali.

In questo contesto, la Sassonia-Anhalt è tra i territori che hanno maggiormente sofferto le difficoltà. Da almeno dieci anni (ma bisogna risalire già al processo di unificazione) va avanti un processo di de-industrializzazione, tutt’altro che compensato dalla crescita del terziario povero. E gli stipendi nel turismo, nella ristorazione, nella logistica sono più bassi di quelli corrisposti agli operai dell’industria: il risultato è il salario medio più basso di tutte le Regioni dell’ex Germania dell’Est.

La conseguenza è anche la fuga dei più giovani e l’invecchiamento della popolazione: la Sassonia-Anhalt ha perso il 5,6% della sua popolazione (125mila persone) in dieci anni e oggi un abitante su due ha più di 50 anni.

Ma c’è di più: il PIL è praticamente fermo da dieci anni (-1% nell’ultimo decennio). Come suggerisce Romaric Godin sul francese Mediapart, se la torta non cresce diventa ancor più pressante il tema della sua distribuzione.

Come affrontano il tema i diversi attori politici?

Dentro questa cornice AfD costruisce il nemico nel migrante, rappresentato come causa di ogni male dei lavoratori tedeschi. Eppure in Sassonia-Anhalt le persone migranti sono il 9%, ben al di sotto della media tedesca, e per lo più giovani: contribuiscono per di più alla stabilizzazione della sanità pubblica, settore in cui c’è strutturale carenza di personale.

Gli altri partiti politici inseguono e anche dopo la sconfitta continueranno a “copiare” la destra più estrema. Non solo: perché come mostra l’esperienza di Scholze prima e di Merz poi, in realtà sono disponibili a rompere anche quelli che fino a poco fa erano veri e propri dogmi, ma non nella direzione che servirebbe alla maggioranza. La Germania infatti prevede oggi lo sforamento dei vincoli di bilancio, ma per finanziare il riarmo e non, invece, i bisogni sociali della popolazione.

Così tutti gli attori politici fanno sparire dalla scena il ruolo giocato in questi anni da profitti e rendite. Cresciuti a dismisura, non per caso, ma grazie a una politica che ha lavorato incessantemente affinché ciò accadesse.

È questo il terreno su cui dovremmo lavorare, anche in Italia, non solo per impedire l’ulteriore crescita di una destra ancora più “ultra” di quella attuale, ma soprattutto per fornire risposte concrete all’urgenza di “sicurezza sociale” che è sempre più la richiesta prevalente tra le classi popolari. Contro cui si staglia un intero sistema di potere politico.

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11/07/2026

C’è una faglia tra noi e il campo largo

La contestazione al comizio del campo largo a Napoli e le polemiche politiche che ne sono scaturite, offrono materia di riflessione sulla “faglia” che separa l’opzione del centro-sinistra da quella di una alternativa politica a tutto campo.

La stessa organizzazione del comizio dei leader di Pd, M5S, AVS parla da sola, fin dalla scelta della piazza; non proprio enorme e per quasi metà occupata da lavori stradali. Non erano certo attese “le masse”...

Pochissima gente comunque, come si è visto anche nelle tv più “amichevoli”, nonostante la presenza di leader nazionali; una prevalenza di funzionari, addetti stampa e professionisti della politica, senza i segmenti sociali di una metropoli fortemente contraddittoria come Napoli.

La totale sorpresa nel venire invece messi a confronto con questo tipo di contraddizioni – dai disoccupati agli attivisti che da tempo e con dovizia di dettagli segnalano i buchi della governance del centro-sinistra sia a livello comunale che regionale (dove governa il “campo largo”, non la destra) – segnala piuttosto un’ormai mortifera abitudine a vivere “nel palazzo”, nelle sue regole, consuetudini, mediazioni senza visione né contatto col mondo popolare.

La somma di queste “manchevolezze” dice molto, quindi, sul fatto che il campo largo di CENTRO-sinistra (i rapporti di forza sono chiari...) stenta e stenterà parecchio a indicare una prospettiva attraente per la massa di persone che da tempo lo ritengono parte del problema, non la soluzione.

A ben poco, e a torto, valgono le accuse lanciate contro gli attivisti del Potere al Popolo di “fare un favore alla Meloni” o di “contestare il centro-sinistra invece che la destra”. Sulla seconda questione parlano le centinaia di denunce collezionate dagli attivisti di Potere al Popolo nelle mille manifestazioni contro il governo, i suoi ministri o gli esponenti sionisti. Manifestazioni da cui gli esponenti del campo largo si sono sempre tenuti a timorosa distanza.

Un riflesso condizionato, automatico, per chi nella testa e nell’anima ha introiettato il “bipolarismo obbligato” tra campi politici che, una volta al governo, devono soltanto seguire le indicazioni del “pilota automatico” inserito nei trattati europei e in quelli Nato.

Un automatismo che da 35 anni (crollo della Prima Repubblica e “discesa in campo” di Berlusconi) esclude qualsiasi ipotesi di alternativa dal novero delle possibilità concrete. Chi ci vive dentro non immagina più neanche che “fuori” le cose possano andare diversamente. Tutti allineati dietro il suprematismo europeo ed occidentale, tutti convinti di vivere nel “giardino”, felici di starci perché fuori “c’è la giungla”.

Certo, c’è qualche differenza tra centrodestra e centrosinistra. Un po’ di ambientalismo contro il negazionismo climatico assoluto, un po’ di diritti civili contro un bigottismo ipocrita e fuori tempo massimo, ma nulla di importante sulla condizione dei lavoratori, nessun limite allo strapotere delle imprese, nessuno scarto sui vincoli dei trattati internazionali.

È l’accettazione del mondo dopo l’illusione della “fine della storia”, della globalizzazione a guida statunitense, senza alternative (il “Tina” thatcheriano diventato “costituente”).

Eppure proprio quel mondo sta sfaldandosi sotto i nostri occhi. Gli scricchiolii che erano emersi con la fuga Usa/Nato dall’Afghanistan sono diventati tuoni con l’impasse contro l’Iran, la guerra in Ucraina, l’emersione del mondo multipolare.

Su questo non c’è nessun “pilota automatico” a indirizzare il ceto politico residuale. Che infatti si frantuma subito ad ogni domanda. Sì o no al riarmo? Sì o no al genocidio dei palestinesi? Sì o no alle guerre in Medio Oriente e contro la Russia? Per cosa dovrebbe spendere lo Stato? Restare o uscire dalle alleanze militari che preparano la guerra mondiale? Limitare o no il dispotismo delle aziende?

Invece di rispondere in modo “testardamente unitario”, il cosiddetto campo largo è un deserto di proposte, un cimitero di slogan innocui e impotenti o di proposte divaricanti. Tutta la prospettiva resta chiusa alla delimitazione di un “campo interno”, a livello nazionale, per tenere viva la possibilità di un’alternanza al governo che non diventerà mai un’alternativa.

Farglielo notare in piazza – l’unico luogo in cui il diritto di parola non può essere occultato neanche dal sistema mediatico-imprenditoriale – diventa così un’offesa personale. Come quando si indica che il re è nudo.

Il ritornello dell’“unità contro la destra”, anche e soprattutto “obtorto collo”, era inefficace già ai tempi dell’antiberlusconismo retorico che ha “suicidato” la sinistra. Riproporlo oggi, in un mondo in evoluzione veloce verso un radicale cambiamento d’epoca, ponendolo peraltro come unica motivazione valida per ingoiare il rospo, ha scarsissime possibilità di riuscita.

La logica del “meno peggio” non cattura più nessuno. L’astensionismo crescente lo dimostra ad ogni tornata elettorale.

La gente non voterà il campo largo solo per fare un dispetto a Meloni e al campo neofascista. Ne abbiamo avuto già parecchie prove. E “moderare” le istanze di cambiamento – il classico ruolo di Avs – non servirà ad attrarre voti “moderati”, ma solo ad allontanare interessi sociali che nessuno vuol rappresentare, se non per finta.

Sviluppare un’alternativa di sistema, paradossalmente, è l’unico tentativo concreto per invertire una tendenza che altrimenti sembra già segnata: crisi, dispotismo, guerra.

Su questo, pare chiaro, il “campo largo” reagirà sempre col terrore negli occhi.

La contestazione di Potere al Popolo di questo parla. Ed è stata persino condotta in modo civile, limitata a tutte le contraddizioni note del campo largo.

La Storia, quando bussa alla porta, è in genere assai meno educata.

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10/07/2026

La piazza di Napoli fa chiarezza

Impazzano le polemiche sulla contestazione di ieri pomeriggio nella piazza di Napoli dove le forze del “campo largo” si erano date appuntamento con i loro leader nazionali Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni. Eppure, nonostante la presenza dei big, a piazza del Gesù c’erano al massimo 300 persone, e a ben vedere in larghissima parte erano funzionari e addetti stampa.

In realtà gli slogan e la contestazione sono partiti quando a prendere la parola sono stati Roberto Fico attualmente presidente della Regione Campania e il sindaco di Napoli Manfredi, e quindi i responsabili istituzionali delle scelte amministrative locali e interlocutori delle domande sociali del territorio.

A contestarli sono stati i disoccupati del movimento 7 novembre che stanno manifestando da tempo intorno alla vertenza dei tirocinanti, i comitati per l’acqua pubblica ed anche i militanti di Potere al Popolo che hanno una internità riconosciuta e riconoscibile in tutte le vertenze sociali metropolitane.

La rabbia dei disoccupati nasce dallo scandalo del progetto “Disoccupati e inoccupati di lunga durata Napoli”. Una vicenda che fotografa perfettamente l’approssimazione con cui le istituzioni locali gestiscono la vita delle persone. Circa 500 disoccupati avevano finalmente iniziato i tirocini in uffici comunali, municipalità e aziende partecipate. Altri 700 aspettavano solo il nulla osta. Un ossigeno vitale per millecento famiglie. Ma dopo appena quattro settimane il primo luglio, come una scure, è arrivata la sospensione ufficiale da parte del Ministero.

A Napoli i militanti di Potere al Popolo sono di casa nei conflitti sociali metropolitani, per cui solo chi non conosce la piazza napoletana può ritenere strumentale la loro presenza in questa iniziativa di contestazione.

Già nei giorni scorsi in un comunicato di merito, Potere al Popolo aveva sottolineato come “La tanto sbandierata delibera comunale sul salario minimo si è rivelata una truffa mediatica, utile solo a guadagnare titoli di giornale ma inesistente nella realtà”, in sostanza il salario minimo dichiarato non viene poi applicato nelle aziende comunali, mentre sulla questione generale e riferendosi al campo largo, PaP segnalava come “la stessa loro proposta di salario minimo di 9 euro lordi orari è del tutto inadeguata: insufficiente a garantire una retribuzione dignitosa, priva di un meccanismo di aggancio all’inflazione per proteggere il potere d’acquisto e, per di più, dotata di un meccanismo di salvaguardia degli imprenditori che prevede che parte degli aumenti venga pagata dallo Stato”. Il problema infatti non è quello di fare buone dichiarazioni ma di attuarle concretamente quando poi si è al governo.

Come noto Potere al Popolo ha dichiarato in una assemblea nazionale lo scorso giugno la sua “alterità” rispetto al campo largo del centro-sinistra.

E possiamo dire che le contraddizioni tra governo locale del centro-sinistra (Regione e Comune) e i conflitti sociali locali a Napoli sono altamente emblematici della contraddizione generale tra l’ipotesi del campo largo e quella di una alternativa di classe e di sinistra a partire dai temi reali come salari, reddito, servizi sociali, prevalenza degli interessi privati rispetto a quelli pubblici.

Ovviamente mass media e politica hanno preferito sottolineare questo aspetto rispetto agli altri. In qualche modo “fa più sangue” ma ancora una volta non coglie la materia della divaricazione tra le ipotesi in campo.

Nel video alcuni momenti di confronto verbale in piazza.

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09/07/2026

Dal modello Giubileo al modello Roma. Una riflessione a partire dal concerto di Ultimo

Sabato 4 luglio a Tor Vergata c’erano 250.000 persone, venute da tutta Italia, che hanno contribuito a costruire un evento che, da Giorgia Meloni a Roberto Gualtieri, in tanti hanno definito un successo straordinario. In particolare Gualtieri ha rivendicato il concerto come il segnale della capacità di Roma di ospitare grandi eventi e di valorizzare, attraverso questi, anche le periferie; la riuscita del concerto di Ultimo, insomma, è la prova del “modello Roma”.

Non vogliamo mettere in discussione il valore artistico di un concerto, né tantomeno il diritto di centinaia di migliaia di persone di vivere un momento collettivo. La domanda che ci poniamo è un’altra: un enorme evento in mano ai privati cosa ha lasciato alla città e a chi la abita ogni giorno soprattutto nelle sue periferie?

IL “MODELLO ROMA” E I GRANDI EVENTI PRIVATI

Come denunciamo da anni, questo è un modello costruito attorno all’eccezione permanente, inaugurata con il modello Giubileo, che va di pari passo con il turismo sregolato, e che mira alla messa a valore della città arricchendo pochi grandi privati, spesso speculatori del mattone e della finanza.

Un modello che poco o nulla lascia però alla città stessa, dove le periferie sono o spazio per allargare la speculazione o vere e proprie discariche di rifiuti di quello che il centro ripulito non ha bisogno: inclusi abitanti delle fasce popolari, i cui bisogni quotidiani e reali vengono sempre più cancellati.

Specificamente sull’evento di sabato scorso abbiamo constatato l’evidente divario tra la retorica dei grandi eventi e le condizioni materiali della città. Centinaia sono state le comprensibili lamentele da parte di chi ha pagato un biglietto per un concerto che non è materialmente riuscito a vedere a causa del malfunzionamento dei maxischermi e una distanza enorme dal palco, o magari la presenza di stand per cibo e bevande nel mezzo.

Ma soprattutto sono stati evidenti gli enormi disagi che hanno affrontato le persone – incluse quelle che lavoravano per il concerto o in funzione di questo – che si sono ritrovate nel panico, bloccate a fine concerto tra metro che non funzionavano, strade intasate, navette verso i parcheggi inesistenti, e che hanno ripiegato sul dormire per strada persino con bambini al seguito, mostrando un sistema organizzativo e di trasporto incapace di reggere un così grande afflusso di persone.

Un precedente al concerto di Ultimo nella spianata di Tor Vergata è stato proprio il Giubileo dei Giovani lo scorso anno. Grandissimi numeri e cifre notevoli a giustificare una macchina pubblica che si muove per far funzionare un grande, anzi enorme, evento.

In questo caso, il sindaco Gualtieri e l’Assessore Onorato hanno infatti sottolineato più volte quanto questo tipo di evento fosse solo un guadagno per Roma e una possibilità per l’immagine della città. Ma ci chiediamo: un guadagno per chi? Cosa lasciano alla città? In cosa si concretizzano questi eventi?

IL VERO VINCITORE: LE GRANDI IMPRESE

Guardando al concerto di Ultimo, l’aspetto economico è rilevante, tanto che Onorato ha dichiarato che il concerto è certamente “un’iniziativa culturale perché la musica è cultura, ma è anche un’iniziativa commerciale”. Infatti, al di là del nome dell’artista, dietro il maxi-evento c’è la società Vivo Concerti che, diciamo le cose come stanno, è chi ci guadagna davvero in questa vicenda.

Il comune si vanta di aver tenuto aperta la metro tutta la notte – solo e soltanto grazie a un investimento privato – per un sabato in tutto l’anno. Una cosa che in tante capitali europee è la normalità della gestione del servizio di trasporto pubblico, nella Roma che vive i disagi di un TPL fatiscente diventa anche questo un “grande evento”.

La società Vivo Concerti ha “generosamente” (cit. Ass. Onorato) speso 650 mila euro per i servizi pubblici erogati dal comune. Ma davvero possiamo parlare di generosità se un grande privato, che occupa per giorni uno spazio pubblico e chiede una serie di servizi pubblici in funzione del proprio evento su cui guadagna milioni di euro, effettivamente li paga? Sui giornali si parla di un indotto di 90 milioni, ma a chi sono arrivati quei soldi?

Se già il turismo porta con sé una serie di contraddizioni e problematiche per la città, il tipo di turismo legato ai grandi eventi, considerabile come “mordi e fuggi”, ci pone davanti ancora più criticità. A fronte di una spesa media di circa 350€ a persona, tolto il biglietto del concerto, il trasporto per arrivare a Roma e l’alloggio, non resta molto al tessuto economico della città.

Certo, c’è la tassa di soggiorno, ma sono decenni che si è dimostrato che è una compensazione limitatissima a fronte dei costi che comporta il turismo cosiddetto “di massa”. Nessun tentativo di colpevolizzare chi pratica questo tipo di turismo, ma è un dato di fatto che nel sistema che viviamo, e con l’attuale gestione delle città, purtroppo è difficilmente sostenibile.

LA NECESSITÀ DI UN NUOVO MODELLO DI CITTÀ

Sindaco, assessori e anche Nicola Franco, presidente di FdI del Municipio VI, hanno esaltato la scelta della periferia di Roma come location del concerto che dimostrerebbe come gli eventi culturali non debbano necessariamente svolgersi in centro. Al di là della necessità logistica di svolgere un evento da 250.000 persone fuori dal centro di Roma, dove sarebbe stato materialmente impossibile, ci domandiamo se le periferie si valorizzano occupandole per un giorno o due all’anno con eventi a pagamento.

Ci domandiamo se le persone che la periferia la vivono ogni giorno – quando spesso non si arriva a fine mese a causa del carovita insostenibile – hanno la possibilità di accedere a biglietti di concerti che costano sempre di più: quello di ultimo andava dai 50€ ai 100€ (i parcheggi costavano dai 24€ ai 100€a seconda della distanza).

La musica e i concerti sono certamente parte fondamentale delle iniziative culturali di una città, ma forse chi vive in periferia ha bisogno di vedersi garantiti trasporti efficienti ogni giorno, spazi culturali permanenti, luoghi di aggregazione, biblioteche, servizi pubblici, case e servizi sanitari pubblici, magari anche maxi-eventi, ma che siano accessibili per tutte e tutti e non fonte di speculazione.

Sempre più spesso la cultura viene mostrata solo come la costruzione di eventi giganteschi, unici e irripetibili, edificati intorno ai grandi numeri. Una città, però, non può vivere solamente di momenti apicali e per respirare ha evidentemente bisogno di una cultura diffusa, quotidiana, accessibile, fatta di spazi aperti e presidi sociali che restino vivi anche quando non vengono inquadrati in TV.

Mentre Gualtieri rivendica il Modello Roma in continuità con quello Giubileo, ringraziando la “generosità” di chi fa profitto sulla città, noi immaginiamo un modello di città alternativo. Quando parliamo di città pubblica intendiamo esattamente questo: la cultura per tutte e tutti, i servizi pubblici per tutte e tutti e non solo una volta l’anno, per farci guadagnare grandi società.

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03/07/2026

La sindaca migliore d’Italia? Un anno con Silvia Salis

Recentemente Silvia Salis ha festeggiato con una conferenza stampa trionfale un anno di mandato come Sindaca di Genova. È una occasione per poter trarre, anche da parte nostra, un bilancio del suo operato. Ovviamente il nostro compito sarà quello di indagare oltre le apparenze.

Fin dall’inizio, infatti, la Sindaca ha sollevato entusiasmi quasi generalizzati; in poche settimane è assurta a figura di rilevanza nazionale con tanto di inviti immediati a presenziare a commemorazioni sulla Resistenza, dibattiti nazionali etc…

Il tutto senza un motivo apparente se non la capacità di vendersi come nuova stella della sinistra che esiste e che verrà. Cerchiamo quindi di capire questo fenomeno in quanto abitanti di Genova, partendo da una posizione che ci consente da un lato di analizzare direttamente cosa si muove in città, dall’altro di poter giudicare con autonomia.

Come compagne e compagni di PAP a Genova infatti, abbiamo condiviso la scelta di non candidarci alle elezioni comunali e di non appoggiare nessun candidato. E ovviamente di non sostenere in nessun modo il “campo largo” che si era ritrovato nella candidatura Salis e, ancora oggi, la sostiene in modo apparentemente assoluto.

Il salario minimo in città?

A pochi giorni dal suo insediamento la giunta comunale, in particolare con l’assessore Robotti di AVS che si occupa di lavoro e welfare, ha annunciato che a Genova sarebbe stato introdotto il salario minimo negli appalti comunali. Si tratta dell’approvazione di linee guida conformi a quelle annunciate con una campagna nazionale del “campo largo” alcuni mesi fa.

Una campagna che chiedeva un salario minimo di 9 euro lordi, non indicizzati all’inflazione. Questa campagna nazionale si svolgeva contemporaneamente alla nostra, che chiedeva livelli salariali più alti da applicare ai minimi tabellari e soprattutto una indicizzazione legata all’aumento dell’inflazione comprensiva dei costi energetici.

Nonostante queste differenze non da poco, abbiamo valutato che la norma annunciata dalla Giunta avesse comunque un merito: quello di porre la questione dirimente della presenza, in città, di ampie sacche di lavoratori poveri. Consapevoli delle difficoltà in cui operano gli enti locali, ci pareva che questo potesse essere un punto di partenza comprensibile, anche se insufficiente.

Il problema è che il provvedimento annunciato risulta essere soltanto una dichiarazione di intenti sotto forma di linee guida che non vincola nel merito i bandi di gara. La conferma è arrivata dopo alcuni mesi quando abbiamo notato che il primo bando approvato per l’appalto delle manutenzioni comunali non portava traccia di alcuna norma in tal senso.

Nei mesi successivi altri bandi portavano alla luce ciò che ci appariva come ovvio: la giunta introduceva nei bandi una richiesta alle imprese appaltatrici di un salario minimo consigliato. Nella ripartizione dei punteggi, chi aderiva a questa richiesta avrebbe contato nel punteggio 4 punti di bonus su un totale di 80.

Un modo elegante per dire: “noi ve lo chiediamo ma, nella realtà, il fatto che tale salario venga applicato non è poi così importante”. Il bando si può vincere lo stesso, tra l’altro il salario minimo non riguarderebbe comunque eventuali subappalti (la norma, in questi casi) e quindi sostanzialmente non vi cambia nulla.

Il risultato netto di tutta questa operazione di marketing politico “progressista”, non dissimile da quanto già sperimentato in altri territori da giunte del “campo largo” tramite le leggi regionali, è che i lavoratori continueranno a prendere stipendi indecenti molto al di sotto del minimo annunciato.

La Sindaca contro il genocidio?

Nello scorso autunno Genova è stata al centro delle mobilitazioni di massa contro il genocidio palestinese. Ciò in virtù delle mobilitazioni precedenti e della presenza cittadina di quelle strutture (CALP e USB Porti) che avevano posto con nettezza, a livello nazionale e internazionale, la questione dei traffici di armi.

Improvvisamente, dopo due anni di massacri, la questione della Global Sumud Flotilla rappresentava la scintilla che incendiava la prateria e l’Italia si mobilitava in massa a favore del Popolo Palestinese.

Immediatamente, a Genova, la Sindaca e la Giunta si sono ritrovati a sostenere le mobilitazioni cittadine con tanto di partecipazioni a cortei e mobilitazioni, spinti anche dalla presenza dei sindacati confederali e di alcune associazioni umanitarie molto importanti e attive in città, appartenenti alla loro area politica, come Music For Peace.

Genova, improvvisamente, si trasformava in una sorta di laboratorio politico, le cui istituzioni guidavano politicamente un fronte composito dove eravamo presenti noi, le associazioni palestinesi, i sindacati di base come USB e i confederali come la Cgil ma, soprattutto, una gran parte della popolazione.

Il momento più alto, dal punto di vista politico è stata una manifestazione serale con più di 50 mila persone, terminata con una serie di interventi di piazza in cui la Sindaca annunciava di “stare con il CALP”.

Qualche giorno dopo, una manifestazione in partenza dal centro cittadino e organizzata da USB vedeva la Sindaca uscire da un palazzo pubblico accompagnata da altri sindaci (Sala di Milano, Nardella di Firenze e altri). In quella occasione, la Sindaca annunciava ai giornali che era nata a Genova la “rete dei sindaci contro il genocidio”.

Il tutto con amministratori che prima stavano con Israele e che hanno continuato di fatto a stare dalla parte del regime sionista, come dimostrano bene le vicende di Milano che, di fatto, è ancora gemellata con Tel Aviv.

L’attivismo fintamente internazionalista e solidale della giunta genovese è comunque durato abbastanza poco. Terminata la necessità propagandistica di mettersi in comunità di intenti con la base sociale della città e dell’Italia di quel momento, terminata l’onda lunga dell’indignazione popolare, la Sindaca ha colto in tempo reale l’occasione della montatura giudiziaria contro le organizzazioni palestinesi che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Mohammed Hannoun di API, residente nella nostra città.

Immediatamente, la prima cittadina ha negato ogni rapporto con API, dicendosi preoccupata per la presenza, a suo dire, di organizzazioni terroristiche e islamiche in città. Addirittura, in un impeto giustizialista, ma sostanzialmente legato al recupero dei rapporti con i settori filosionisti, la Sindaca ventilava l’ipotesi di costituire la città come parte civile lesa nel processo contro Api e Hannoun.

Sostanzialmente, per la Sindaca la presunta tregua in Palestina era un risultato concreto e accettabile; dunque si poteva tornare a fare finta di niente come al solito, sostenendo di fatto quella che è una montatura politica orchestrata dai servizi israeliani in funzione di contrasto alle azioni pro palestinesi in Italia.

Per coronare il ritorno delle istituzioni cittadine al sostegno della “pax occidentale” in Medio Oriente, la giunta Salis non ha mancato di esprimersi “contro ogni forma di repressione e dalla parte della libertà e della democrazia” in Iran, giusto un mese prima che Teheran fosse oggetto di una delle più violente aggressioni imperialiste della storia recente, ancora una volta firmata Stati Uniti e Israele, scendendo in piazza con i militanti iraniani che chiedevano a gran voce il ritorno al potere del figlio dell’ex dittatore monarchico Rehza Pahlavi.

L’osservatorio sul traffico di armi. Come e quando?

Su specifica richiesta del CALP e di altre associazioni pacifiste, una parte della Giunta (quella più vicina ad AVS e ai 5 Stelle) sembrava propensa a rispondere positivamente alla necessità di un ente di controllo sui traffici portuali.

Annunciato più volte con dichiarazioni pubbliche e nessuna delibera, l’osservatorio a oggi appare una chimera. All’inizio doveva essere uno strumento concordato con altre giunte del “campo largo”, a oggi è annunciata una struttura che non prevederà, come richiesto esplicitamente, la partecipazione dei soggetti sociali che la hanno richiesta.

Una parte della giunta sembra quindi, da un lato, sensibile alla richiesta di un ente indipendente su questo tema dirimente, dall’altro non agisce concretamente e propone una formula sostanzialmente inutile se in mano agli stessi poteri industriali e politici che hanno tutto da guadagnare su questi traffici.

La situazione dei servizi. Scaricare le responsabilità e buttarla in polemica politica mentre le aziende rischiano il fallimento

La questione dei servizi pubblici a Genova è un problema non contingente, ma strutturale. Le partecipate pubbliche in città sono, a diverso titolo, in enorme difficoltà a causa di problemi di bilancio. La situazione dei lavoratori è pessima tra carenza di personale e servizi esternalizzati a cooperative. I tagli sono evidenti e riguardano tutti, lavoratori e cittadini.

In particolare è critica la situazione del trasporto pubblico (AMT) e del trattamento dei rifiuti (AMIU). In passato, la precedente giunta “di sinistra” in città (con sindaco Marco Doria) aveva proposto la privatizzazione integrale dei servizi pubblici.

Quella decisione, in particolare in relazione ad AMT, aveva sollevato una protesta che scosse l’intera città (le cosiddette 5 giornate di AMT). Cittadini e lavoratori uniti contro la privatizzazione dei servizi: una protesta che aveva interrotto bruscamente la luna di miele tra la città e un Sindaco che aveva tradito le aspettative e le promesse elettorali avviando un processo politico devastante per il centrosinistra e causato, di fatto, l’avvento delle due successive giunte di centro-destra con il sindaco Marco Bucci.

Quest’ultimo, sul tema, aveva colto il clima prevalente, opponendosi alla privatizzazione. Il combinato tra il crollo del Ponte Morandi e la pandemia di Covid-19, avevano di fatto congelato questo problema a seguito degli ingentissimi fondi nazionali che furono destinati alla città e amministrati dalla Giunta Bucci in condizione di eccezionalismo finanziario.

Ciò permise al Comune di mantenere pubblica AMT e di avviare anche una sperimentazione su una gratuità parziale (e in parte discriminatoria verso una porzione di utenti) del servizio.

La nuova giunta guidata da Salis aveva promesso, in campagna elettorale, di proseguire con la proprietà pubblica di AMT ma, dopo alcuni mesi, la situazione si è fatta complicata a causa dei buchi di bilancio e dell’avvio di una procedura che potrebbe giungere al fallimento dell’azienda.

Attualmente i libri contabili sono in tribunale e la Giunta è impegnata a tamponare la situazione tramite il taglio di linee e servizi e l’aumento dei costi per l’utenza. Il tutto giocato in una polemica politica con l’operato della precedente giunta.

Il teatrino politico in realtà serve solo a sviare l’attenzione sui reali problemi dei servizi. A oggi non esiste nessun piano industriale che affronti i nodi del problema che risiedono in sprechi, malagestione, ma soprattutto nel fatto che i servizi dovrebbero ricevere gran parte dei fondi dal governo centrale o, quanto meno, pesare maggiormente sugli operatori economici privati che traggono profitto dal servizio pubblico di trasporto.

Il risultato per i cittadini – in particolare quelli a basso reddito, studenti o anziani – è il taglio delle linee (soprattutto nelle periferie popolari) e l’aumento dei costi (senza nessuna differenziazione in base al reddito). Una rappresentazione significativa della drammaticità della situazione sono gli autobus non utilizzabili, perché non possono essere sottoposti a manutenzione, che marciscono in un parcheggio improvvisato all’aperto.

Di fatto, la privatizzazione dei servizi che tutti, a parole, vogliono evitare diventa sostanzialmente l’unica via di uscita per una politica che lascia incancrenire la situazione reale. Già escono comunicati, anche da parte della “sinistra” del “campo largo”, che esaltano come modello positivo il sistema del bike sharing in mano a piattaforme private come Uber.

In merito ad AMIU, la giunta Salis si muove con maggior circospezione. Tuttavia, l’apertura manifestata verso l’ipotesi di “chiusura del ciclo rifiuti” tramite la costruzione – a opera di una multiutility – probabilmente IREN – di un inceneritore regionale, è del tutto inaccettabile per un comune che nel 2024 (ultimi dati disponibili di fonte ISPRA) arrivava appena al 49,76% di rifiuti avviati a riciclo.

In generale comunque, non è cambiata di un millimetro una situazione storica di disparità sui servizi. Ad essere tagliate sono le prestazioni per i quartieri popolari mentre i trasporti, le manutenzioni e le operazioni di nettezza urbana continuano a essere erogate con frequenza nei quartieri centrali dove il turismo è l’elemento preponderante dell’economia cittadina e dove risiede la parte più ricca della popolazione.

Al di là delle responsabilità della destra o della finta sinistra di Silvia Salis, è questo il vero dato politico ineludibile e nascosto pubblicamente: la crisi del servizio pubblico e la privatizzazione nascosta la pagano le classi popolari, mentre i nuovi padroni della città, che lucrano con il settore turistico e delle navi crociera, devono continuare a macinare profitti.

Ciò non stupisce. I padroni della città non sono né di destra né – tanto meno – “di sinistra”. Sanno quello che vogliono e finanziano le campagne elettorali di chiunque con un solo obiettivo: ricattare chi governa a discapito dei cittadini delle periferie e di chi lavora con salari che spesso non consentono di arrivare a fine mese.

Il rimpallo sulle grandi opere

Genova è una città al centro delle politiche sulle grandi opere infrastrutturali, sui sevizi e sulla logistica portuale. La giunta precedente aveva avviato sostanzialmente tre grandi progetti:

  1. la nuova diga foranea;
  2. lo skymetro per collegare il centro cittadino con una delle due grandi valli interne;
  3. la funivia di Lagaccio e Oregina, infrastruttura che dal porto di attracco delle grandi navi da crociera avrebbe raggiunto le alture dove sono presenti i forti storici.

Nella campagna elettorale, il centrosinistra si era distinto per la volontà di opporsi a skymetro e funivia, mentre non si era sostanzialmente espresso sulla nuova diga foranea. È importante sottolineare che tutti e tre i progetti sono in fase avanzata. La nuova diga è già in costruzione con enormi problemi di costi, fattibilità e sostenibilità, lo skymetro e la funivia erano in fase di inizio dei lavori.

A oggi la situazione è in parte cambiata. La nuova Giunta ha escluso la costruzione dello skymetro, un’opera contestata da comitati e cittadini nel merito tecnico e non tanto nella necessità, quella di collegare in modo più fruibile una parte importante della periferia al centro.

Al posto dello skymetro è stata proposta una “fantasiosa” funivia che però è stata subito tolta dal dibattito vista la sollevazione generale. Rimane il silenzio sulla diga foranea di cui va fatto un approfondimento più serio, ma è sulla funivia di Lagaccio e Oregina che la Giunta ha mostrato tutte le sue debolezze e compromissioni. Vediamo come.

La funivia della discordia

Non è neppure velatamente nascosto che tale progetto sia, in gran parte, speculativo e ad uso e consumo di alcuni soggetti imprenditoriali come MSC, interessati a uno strumento che favorisca lo spostamento dei turisti dal molo di attracco verso le alture, dove una parte di parco sarebbe gestito direttamente da questi soggetti privati con alcuni vincoli legati a infrastrutture sportive aperte a tutti.

Il problema, sul quale si era creato un movimento di protesta piuttosto diffuso, era la sostenibilità di un’opera costosissima, sostanzialmente inutile alla città e che avrebbe impattato con gravi problemi logistici e ambientali su due quartieri periferici ad alta densità di palazzi e abitanti.

Il centro sinistra e il campo largo, all’opposizione, si erano impegnati nelle lotte sostenendole anche economicamente. Il comitato di lotta ha anche eletto dei rappresentanti istituzionali provenienti da questa mobilitazione. A pochi mesi dall’elezione, però, sono iniziati i problemi politici con le solite manfrine.

Si è cominciato a sostenere che bloccare totalmente l’opera non sarebbe possibile a causa dei contratti stipulati (ovviamente scaricando le colpe sui competitori politici della giunta precedente) e della possibilità di una richiesta danni. Si è quindi optato per una funivia ridotta nelle dimensioni (ma non nei costi).

Progetto che, se da un lato coglie le richieste di una parte dei cittadini preoccupati per l’impatto ambientale, dall’altro non altera di una virgola il fatto che sia un’opera del tutto inutile, un enorme spreco di risorse pubbliche a vantaggio dei soliti noti.

La diga foranea

Più complessa, soprattutto per gli interessi in gioco, la questione della nuova diga foranea. A livello istituzionale (compresi i sindacati confederali di categoria) l’infrastruttura è considerata indispensabile per rilanciare la competitività del porto di Genova consentendo di accogliere più agevolmente navi porta-container di dimensioni maggiori (bastimenti da 400m di lunghezza e 60 di larghezza).

Ciò, come sottolineato ad esempio da USB, è comunque discutibile, data l’attuale situazione dei traffici, da anni strutturalmente in calo quantitativo e in base alle previsioni per il prossimo periodo, che non indicano inversioni di tendenza, anzi.

Nonostante ciò e, soprattutto, nonostante le criticità tecniche che fanno di quest’opera un’incognita totale quanto a durata nel tempo, i lavori sono iniziati con, da subito, una enorme lievitazione di costi e tempi realizzativi nonché la presenza di criticità ambientali messe in evidenza da più parti in ambito scientifico.

Il tutto è stato reso ulteriormente problematico quando il Governo Meloni ha deciso di dichiarare la nuova diga foranea come una delle infrastrutture da considerarsi dual use, cioè a uso civile e militare. È evidente come quest’opera abbia molto poco a che fare con le esigenze dei lavoratori e del territorio su cui impatterà e molto di più con gli interessi finanziari, industriali e bellici che la fanno da padrone in Europa da alcuni anni e che a Genova sono stati particolarmente contestati.

Nonostante richieste pubbliche, la giunta e la Sindaca fino a oggi hanno mantenuto un silenzio eloquente e significativo sul tema.

No CPR, sì a più polizia e ai rimpatri

Dopo essere stata “paladina della sinistra”, la Sindaca sembra aver deciso di spiazzare tutti e aprire a destra, almeno nell’ultimo periodo. L’occasione è il sempreverde tema della “sicurezza”, il fatto scatenante una serie di episodi, alcuni dei quali gravi, accaduti in città. In realtà, questo è uno dei temi classici nel percorso politico della nostra sindaca, tema però accantonato nel primo anno di lavoro, ma ora ripreso con grande enfasi.

Parliamo di una serie di dichiarazioni in cui vengono espresse lamentele nei confronti del governo centrale reo, secondo la Salis, di aver tagliato i fondi per la sicurezza e di non garantire un numero adeguato di agenti di polizia. Ma il ragionamento va oltre: con un giro di parole degno di un incantatore di serpenti, la Sindaca, pur rifiutando un CPR in città chiede una maggiore quantità di rimpatri tra gli stranieri presenti sul territorio.

Ovviamente ciò ha dato il via a una serie di dichiarazioni contrapposte sul nulla: da un lato il Ministro dell’Interno che si congratula con la prima cittadina e si autoinvita a Genova per discutere sull’apertura di un CPR territoriale, dall’altra la Sindaca che sostiene che i CPR non servono, ma servono più rimpatri (in questa discussione sfugge proprio la logica sottostante, i rimpatri senza CPR cosa sono e come dovrebbero essere fatti?)

Evidentemente avvertita dalla propria agenzia di comunicazione politica del fatto che il tema è molto sentito anche a Genova, la Sindaca “di sinistra” svolta a destra senza apparentemente alcun problema. Improvvisamente si convince anche lei, come la peggior destra sostiene da anni, che la sicurezza sia un problema etnico o di nazionalità.

Nelle ultime settimane, la Sindaca, che ama farsi riprendere in video, ha addirittura esternato che il problema dei minori richiedenti asilo politico è reale e non bisogna aver problemi nella loro espulsione dalla città. Arrivando al paradosso che pure un gruppuscolo di estrema destra genovese esce dalla fogna per congratularsi con il primo cittadino invitandola provocatoriamente a sottoscrivere il loro documento sulla remigrazione (sic!).

Noi non neghiamo che il problema esista. E che questo sia allarmante per larghi strati di popolazione, soprattutto per le classi popolari. Non neghiamo neppure che avere quartieri che sono centrali di spaccio per droghe pesanti non è una cosa da trascurare, così come non sono trascurabili lo sviluppo di gang giovanili ed altri fenomeni di violenza.

La questione è come si affronta questo problema. Che è reale ma ingigantito nella percezione pubblica, continuamente alimentata da dichiarazioni come quelle fatte da Salis. La questione della sicurezza per noi è soprattutto un problema sociale: mancano i servizi, mancano le case a canone concordato, si perde il lavoro da un giorno all’altro, se ti ammali e se sei povero non ti puoi curare.

Ma, evidentemente, per la sinistra istituzionale del “campo largo” nella nostra città questo non è il problema principale e per ottenere consenso la cosa migliore è cercare di superare a destra i razzisti e i fascisti. Per la nuova stella della sinistra italiana, il sindaco venuto dall’associazionismo, che starebbe con la pace e che fa finta di introdurre il salario minimo, questa è una vera e propria nemesi. Di cui avremmo fatto decisamente a meno.

Limiti e inconsistenza delle narrazioni di marketing politico. Noi stiamo dalla parte di chi lavora

In una recente intervista televisiva al TG regionale, la Sindaca in piazza per il Pride genovese ha esternato tutto il suo orgoglio e la sua ammirazione per una città aperta, senza pregiudizi reazionari e bigotti, lontana anni luce da culture omofobe e fasciste. Dopo questa tirata, su cui ovviamente non si può non concordare, la Sindaca si è innervosita quando i giornalisti le hanno fatto presente che una parte della sinistra contesta la sua posizione sui rimpatri.

Domanda curiosa, visto che di contestazioni pubbliche, in questo anno, ne abbiamo viste poche, se non provenienti da Potere al Popolo o da USB, e mai riportate sui giornali più letti sul territorio. Il nervosismo della Sindaca è evidente. Come è normale, visto che, basando la propria azione su una narrazione che non si traduce mai in nessun fatto concreto, avverte come il suo consenso sia fragile.

La Sindaca di Genova è di fatto una delle tante figurine di un album che si aggiorna da anni. Un album fatto da esponenti di destra o di sinistra che, al netto di utilizzare narrazioni spesso distanti o incompatibili, alla fine rappresentano due facce della stessa medaglia.

Siamo ovviamente consapevoli delle difficoltà. Sappiamo che governare un ente locale non è semplice. Sappiamo che ci sono dei regolamenti che impediscono numerose manovre essenziali per la popolazione. Sappiamo che i fondi sono insufficienti e che i bandi con cui si finanziano le politiche cittadine prevedono clausole vessatorie e richieste che alla fine le rendono inutili e dannose. Sappiamo pure che siamo in piena economia di guerra e i soldi vanno al riarmo.

Il problema è quindi di fondo. Esiste una “sinistra” che da anni vota tutte le politiche antipopolari in Italia e in Europa. Che nella sua parte maggioritaria non sa opporsi alle politiche belliche e di riarmo che ci sono imposte. Che non è riuscita mai neppure una volta ad approvare norme per redistribuire i redditi, per spostare i soldi su welfare, salute, trasporti.

Il “campo largo” è l’ennesima riproposizione di queste politiche fallimentari che, non affrontando i problemi sociali se non per aggravarli, fa il gioco per una destra becera la quale, con altri inganni, si può presentare come paladina delle fasce meno abbienti.

Può una classe politica di questo tipo rappresentare una alternativa reale per chi lavora e per chi paga la crisi?

La televendita politica del prodotto Silvia Salis sta all’interno di questo sistema. Costruire una narrazione falsata, continuare con le stesse politiche, saltare da destra a sinistra apparentemente senza nessun problema. Sollevare entusiasmi che durano qualche mese per poi finire come coloro che l’hanno preceduta. Allontanare le fasce popolari dalla politica e ricattarle con nuovi prodotti di marketing politico. Fino a lasciarli nelle mani della peggiore destra.

A questa politica non abbiamo mai giocato e non abbiamo intenzione di cominciare adesso. Serve una sinistra popolare e di classe, indipendente e autonoma. Non ricattabile da nessuno e che abbia il coraggio di politiche di rottura con i poteri e con i regolamenti imposti a tutti i livelli.

Non sarà un pranzo di gala, ma sicuramente ci risparmieremo lo squallore di raccontare bugie alla nostra classe sociale, a lavoratrici e lavoratori.

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26/06/2026

Canadair: noi li paghiamo, loro li gestiscono (e ci guadagnano)

La scorsa estate, mentre le fiamme divoravano ancora boschi e aree verdi, come ogni estate italiana la solita domanda tornava a farsi strada. Perché non abbiamo abbastanza aerei per spegnere gli incendi?

La risposta, come sempre, è scomoda.

In Italia la lotta al fuoco è stata trasformata in un affare

E con il nuovo contratto da 479 milioni di euro affidato alla multinazionale Avincis, il modello pubblico-privato che consegna a un’azienda estera la gestione dei nostri Canadair pubblici continua e si rinsalda. Secondo Reuters, Avincis si è aggiudicata un contratto settennale da 479 milioni per dotare la flotta italiana di 18 Canadair CL-415, di proprietà dei Vigili del Fuoco.

Anche Avincis, nel proprio comunicato, conferma la gestione della flotta italiana, definita la più grande flotta mondiale di CL-415 Canadair.

A dirlo sono i numeri

I numeri, aggiornati al gennaio 2025, dicevano che il Ministero dell’Interno e i Vigili del Fuoco avevano rinnovato per sette anni l’appalto per la gestione della flotta dei 18 Canadair CL-415 al gruppo Avincis, ex Babcock. L’importo indicato era di 479 milioni di euro. Quasi mezzo miliardo.

Nel frattempo, però, la gara è stata annullata dal Consiglio di Stato. La decisione, emersa pubblicamente alla fine di aprile 2026, ha aperto una fase di incertezza proprio alla vigilia della stagione antincendio. Il punto contestato riguarda la scelta del lotto unico e la motivazione ritenuta insufficiente sulla mancata suddivisione dell’appalto.

Il Viminale ha poi rassicurato sulla continuità del servizio per il 2026, ma il dato politico resta evidente: perfino sul piano amministrativo, questo modello mostra crepe, rigidità e opacità.

Ma andiamo con ordine

A quale titolo Avincis, un colosso europeo con sede a Lisbona che opera in tre continenti, può “gestire” aerei che sono di proprietà dello Stato italiano? Per la solita, comoda finzione che in Italia chiamiamo “partenariato pubblico-privato”.

I Canadair sono dei Vigili del Fuoco, ma a pilotarli, manutenerli, rifornirli e schierarli sono i dipendenti di un’azienda privata straniera. Lo Stato paga un canone fisso più un costo orario per ogni ora di volo. Un meccanismo che è stato più volte criticato da chi ritiene che la gestione di un bene comune essenziale come la protezione del territorio dagli incendi non possa essere affidata a chi deve produrre utili.

E di utili, nel nuovo contratto, se ne faranno eccome. Perché il costo orario di un Canadair, tra piloti, manutenzione, carburante e basi, si aggira oggi intorno ai 13-15 mila euro l’ora. Una cifra che, come già denunciava Contropiano nel 2021, quando l’appalto era ancora di Babcock, si è ormai consolidata dentro un modello che remunera l’intervento più della prevenzione.

La critica di fondo non è mai stata smentita

Anzi, con il nuovo contratto Avincis si rafforza: chi gestisce i mezzi antincendio ha un interesse diretto all’aumento delle ore di volo. Ogni ora in più oltre il minimo contrattuale viene pagata a parte. Più incendi ci sono, più si vola, più l’azienda incassa. Nulla a che vedere con il “complottismo”. Questo è l’elementare meccanismo di un appalto costruito sull’emergenza.

In un paese dove una quota enorme degli incendi è dolosa, colposa o comunque legata a incuria, abbandono, mancata prevenzione e responsabilità umana, questo sistema produce una distorsione evidente. Il Ministero dell’Ambiente, già nel 2021, parlava di oltre il 70% degli incendi riconducibili a responsabilità umana; Legambiente continua a segnalare ogni anno migliaia di reati legati agli incendi boschivi e di vegetazione. Dentro questo quadro, continuare a investire soprattutto sull’intervento aereo significa accettare che il territorio bruci prima di muoversi.

Prevenire significherebbe tenere gli aerei a terra. Ma gli aerei a terra non fatturano.

18 Canadair non sono abbastanza

L’altra verità che nessuno vuole dire è che gli aerei a disposizione sono troppo pochi. Ridicolmente pochi per un paese come l’Italia, esposto ogni estate a incendi che devastano migliaia e migliaia di ettari. La flotta nazionale, secondo i Vigili del Fuoco, è composta da 18 Canadair CL-415, con una portata d’acqua di 6.137 litri per velivolo.

Nel 2021, durante un’estate particolarmente calda, i Vigili del Fuoco ipotizzarono di arrivare a 8.000 ore di volo contro le 3.500 previste a base d’appalto. Nel 2017, anno terribile per gli incendi, si arrivò addirittura a 10.840 ore. Con 18 aerei, molti dei quali hanno almeno 20-30 anni, considerando che i CL-415 sono entrati in servizio a metà anni Novanta, si fa a dir poco fatica a coprire l’intero territorio del paese.

E quando un Canadair è in manutenzione, operazione complessa che richiede pezzi di ricambio non sempre disponibili, quel buco strutturale non lo tappa nessuno. Manca una flotta pubblica di riserva. Manca una capacità autonoma piena dello Stato. Manca una visione che tratti l’antincendio come servizio pubblico essenziale, anziché come servizio da comprare sul mercato.

La giustificazione ufficiale per questo modello è sempre la stessa: mancano piloti specializzati. Formare un pilota di Canadair richiede molte ore di volo, anni di esperienza e investimenti consistenti. Quindi si preferisce pagare un privato che quei piloti già li ha.
Questa giustificazione non regge fino in fondo sul piano politico

Lo Stato potrebbe investire risorse pubbliche per costruire una scuola pubblica di pilotaggio antincendio, acquisire velivoli, formare tecnici, internalizzare manutenzione e competenze. Invece, come sempre, si sceglie la strada più comoda e più costosa sul lungo periodo.

Si scarica sul privato la responsabilità, si paga un sovrapprezzo per ogni minuto di volo e, alla fine, quando l’azienda alza i prezzi o la gara si inceppa nei tribunali amministrativi, lo Stato arriva all’estate senza alternative davvero autonome.

Il paradosso finale è che, mentre si spendono centinaia di milioni per tenere in volo i Canadair in modalità “pronto intervento” nei mesi estivi, si investe quasi nulla nella prevenzione: pulizia dei sottoboschi, fasce tagliafuoco, ripristino dei terreni abbandonati, agricoltura di montagna, controllo del territorio. Per non parlare di indagini serie sugli incendi dolosi o sospetti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Ogni estate i fuochi divampano, i Canadair decollano, i privati incassano, le assicurazioni pagano i danni quando pagano e lo Stato rimborsa i cittadini solo dopo anni, se va bene. Nel frattempo, il verde brucia, la terra frana, l’aria diventa irrespirabile.

Aggiornare la flotta è solo un pezzo del problema

Certo, è chiaro che servirebbero aerei nuovi, magari più performanti e moderni. I CL-415 in dotazione alla flotta italiana hanno una capacità di poco superiore ai 6.000 litri; altri velivoli antincendio esistenti o riconvertiti possono arrivare a capacità superiori. Il punto però viene prima. Serve cambiare il modello.

Bisogna uscire dalla logica dell’appalto a ore, riportare la gestione dei mezzi antincendio sotto il controllo pubblico e diretto dello Stato, investire nella formazione pubblica di piloti e tecnici, ricostruire una capacità nazionale permanente, ripensare il ruolo dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e di un Corpo Forestale pubblico, territoriale, radicato e capace di prevenzione.

Serve fare prevenzione vera tutto l’anno, senza limitarsi a inseguire il fuoco quando è già diventato emergenza.

Diritto del territorio, dovere dello Stato

Tutto questo significa smettere di considerare la lotta agli incendi come un business su cui speculare e tornare a considerarla per quello che è: un diritto fondamentale della collettività e un dovere dello Stato.

Il territorio non si difende con i privati che guardano agli utili netti. Si difende con mezzi pubblici, gestiti da personale pubblico, al servizio esclusivo delle comunità.

Altrimenti, là fuori, mentre scriviamo, qualcuno continuerà a contare le ore di volo e nel frattempo gli incendi continueranno a divampare indisturbati.

Fonte

15/06/2026

Ponte sullo Stretto. La corruzione è arrivata ancora prima dei cantieri

Non è ancora stato posato un solo pilone. Non è stato scavato un solo metro di cantiere. Eppure sul Ponte sullo Stretto si parla già di corruzione, favori e tentativi di condizionare gli organismi di controllo.

Le notizie emerse dall’inchiesta della Procura di Roma, che dovrà naturalmente accertare ogni responsabilità, riguardano presunti tentativi di influenzare il giudizio della Corte dei Conti sul progetto del Ponte. Secondo gli inquirenti, attorno all’iter dell’opera si sarebbe mosso un sistema di relazioni e promesse finalizzato a ottenere un esito favorevole nei controlli istituzionali.

Il fatto che un’inchiesta per corruzione sfiori già il progetto prima ancora dell’apertura dei cantieri è di per sé un segnale allarmante e racconta un fatto politico incontestabile: attorno al Ponte continua a muoversi quel sistema di interessi, relazioni e affari che da sempre accompagna le grandi opere calate dall’alto.

Non siamo sorpresi.

Da tempo denunciamo che il Ponte sullo Stretto non nasce per risolvere i problemi della Calabria e della Sicilia. Nasce per alimentare un gigantesco flusso di denaro pubblico verso consulenze, appalti, subappalti e profitti privati.

Salvini continua a vendere il Ponte come la soluzione a tutti i problemi del Sud. Ma mentre il governo investe miliardi in questa ennesima cattedrale nel deserto, i calabresi continuano a fare i conti con una sanità pubblica al collasso, trasporti ferroviari indegni di un paese moderno, scuole abbandonate e territori devastati dal dissesto idrogeologico.

La domanda è semplice: perché si trovano miliardi per il Ponte e non si trovano risorse per garantire il diritto alla salute, alla mobilità, all’istruzione e al lavoro?

La risposta è altrettanto semplice: le opere pubbliche, ormai, di pubblico hanno soltanto i finanziamenti. I benefici finiscono nelle mani di grandi gruppi economici, mentre alle popolazioni restano gli espropri, il consumo di suolo, la devastazione ambientale e il peso dei debiti.

L’inchiesta di queste ore rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme attorno a un’opera che viene presentata come inevitabile e salvifica, mentre continuano a crescere dubbi, contestazioni e interrogativi sulla gestione dell’intero progetto.

Per questo ribadiamo il nostro NO al Ponte sullo Stretto.

Vogliamo investimenti nelle ferrovie, nella sanità pubblica, nella messa in sicurezza del territorio, nelle scuole e nella creazione di lavoro stabile e utile socialmente.

Vogliamo che siano le comunità a decidere del proprio futuro, non i comitati d’affari che da decenni si contendono una delle più grandi mangiatoie della storia repubblicana.

Per questo saremo presenti anche a Messina l’8 agosto, alla grande manifestazione contro il Ponte sullo Stretto promossa dai movimenti e dalle realtà territoriali che da anni si oppongono a questo progetto. Un appuntamento di lotta per ribadire che le priorità del Sud sono altre: sanità, scuola, lavoro, tutela dell’ambiente e messa in sicurezza del territorio.

Fonte

12/06/2026

Potere al Popolo: “La proposta è un campo politico indipendente”

Una lunga e articolata intervista con i due portavoce nazionali di Potere al Popolo – Marta Collot e Giuliano Granato – alla vigilia della assemblea nazionale del 14 giugno per costruire un “Campo politico Indipendente”.

Il prossimo 14 giugno ci sarà una assemblea nazionale a Roma per confrontarsi sulla costruzione di quello che definite un “campo politico indipendente”. Cosa intendete definire con questa proposta?

Marta Collot: Questo termine – “campo politico indipendente” – non è affatto generico. Quando parliamo di indipendenza, non intendiamo una semplice autonomia di manovra all’interno del sistema. Noi vogliamo rompere in modo netto e definitivo con due grandi blocchi di potere che si sono alternati al governo in questi decenni, ogni volta promettendo di cambiare le cose quando invece hanno sostanzialmente portato avanti le stesse politiche.
Da un lato, per noi l’indipendenza è dalle forze politiche. Non solo ovviamente da quelle di governo, ma anche da quelle che si dichiarano di opposizione. Che però, quando governano, accettano le regole del gioco: dall’austerità alla guerra, fino alla repressione del dissenso. Nessuna alleanza con il Partito Democratico, nessuna “corsia preferenziale” per il centrosinistra, nessuna subalternità al cosiddetto “campo largo”, nessun compromesso in cambio di qualche posto in qualche lista elettorale.
Dall’altro lato, rivendichiamo anche l’indipendenza dalle sigle sindacali complici. Lo dico senza mezzi termini: troppe volte i grandi sindacati confederali hanno firmato contratti che hanno peggiorato le condizioni dei lavoratori. Negli ultimi anni, hanno accettato il Jobs Act e lo smantellamento dei servizi pubblici. Hanno fatto da pompiere ai conflitti veri, quando non li hanno traditi apertamente. Per noi, un “campo politico indipendente” deve avere il coraggio di dire che i sindacati che hanno non solo accettato, ma teorizzato la pace sociale, non sono nostri alleati.
Quindi, per rispondere in modo diretto: il campo politico indipendente che proponiamo è uno spazio di rottura, è un progetto di classe che rifiuta le mediazioni al ribasso. Di questo vogliamo parlare domenica all’hotel Hive, con tutti quelli che credono serva costruire una reale alternativa.

Giuliano Granato: Quando pensiamo a quel che non funziona in questo Paese non ragioniamo semplicemente sulla classe politica al governo e all’opposizione, su quella che qualcuno definiva la “casta”.
Pensiamo, piuttosto, a un campo di interessi di cui oltre al potere politico, fanno parte potere economico, potere culturale, potere ideologico.
Un blocco di interessi e di potere che spesso si rivela politicamente trasversale a destre e centrosinistra.
Un esempio concreto: per la America’s Cup che si terrà a Napoli nel 2027 esulta tanto la giunta del campo largo di Manfredi (che riposa su una maggioranza che va da transfughi di Forza Italia a esponenti di AVS) quanto le destre. Non è un caso che la minoranza in Consiglio Comunque abbia scritto una lettera di sostegno al Sindaco piuttosto che fare opposizione in merito al “grande evento”.
I due schieramenti politici condividono l’ideologia/propaganda dei “grandi eventi” che sarebbero vettore di sviluppo. Alle spalle di entrambi ci sono pezzi di quel potere economico che costituisce la colonna vertebrale di tutti e due questi campi politici. E i media cittadini fanno il resto: esaltazione delle enormi opportunità che deriverebbero dalla America’s Cup e minimizzazione dei rischi, nonché occultamento/criminalizzazione delle proteste.
Per questo quando poniamo all’attenzione del dibattito e del confronto la necessità (e gli strumenti) per la costruzione di un “campo politico indipendente”, intendiamo la necessità di un campo che sia politico in senso ampio – laddove “politico” non si restringe né diventa mero sinonimo di “elettorale” – e sappia disputare ogni spazio: politico, sociale, economico, culturale, ideologico.

In questo campo politico indipendente quanto c’è delle mobilitazioni di autunno e quanto c’è del crescente disagio e rabbia sociale?

Marta Collot: L’autunno che abbiamo vissuto non è stato un normale ciclo di proteste. È stato un movimento radicale nei contenuti – rottura netta con ogni complicità verso Israele, sostegno esplicito a tutte le forme di resistenza del popolo palestinese, critica senza peli sulla lingua al governo Meloni e al suo sostegno al genocidio – ma anche radicale nelle pratiche. Per la prima volta dopo anni, abbiamo rivisto blocchi fisici del paese, scioperi che non erano rituali ma interruzioni reali della produzione e della logistica, assemblee permanenti nei territori. Insomma, abbiamo ripreso il vero significato della parola “sciopero”: non una bandierina rituale, ma un’arma in mano ai lavoratori e alle lavoratrici.
Noi di Potere al Popolo eravamo in quelle piazze e all’assemblea di domenica abbiamo invitato tutti i soggetti che le hanno animate: i lavoratori portuali dell’USB, le realtà palestinesi e gli attivisti della Global Sumud Flotilla, gli studenti e le studentesse che hanno occupato scuole e università.
Quindi il campo politico indipendente che stiamo costruendo non è un riflesso pallido o una traduzione elettorale di quelle mobilitazioni. È il tentativo di farle diventare permanenti, organizzate, capaci di colpire quando serve. Perché la rabbia sociale e il disagio già ci sono – basta pensare ai temi caldi di bollette, case, salari, sanità – ma manca una rappresentanza politica degna di questo nome. Noi non vogliamo addomesticare il movimento autunnale. Vogliamo costruire insieme le gambe per camminare tutto l’anno a venire e anche i prossimi.

Giuliano Granato: Disagio e rabbia sociale sono sentimenti che viviamo quotidianamente. E che vive un’enorme maggioranza del Paese. Un disagio che non ha dimensione solo materiale, ma anche psicologica, come registra l’aumento della sofferenza che si palesa in ansia e angoscia, ormai quasi “tratti psicologici” del presente.
Il disagio si accompagna a una rabbia genuina che, però, il blocco di potere esistente è al momento capace di canalizzare verso “nemici inventati” (vedi gli immigrati) o di trasformare in senso di impotenza, che dà vita a una profonda frustrazione.
In questa dinamica le mobilitazioni dell’autunno sono state una potente inversione di tendenza.
L’opposizione al genocidio israeliano in Palestina, alle complicità del nostro governo, che insieme agli alleati statunitensi ed europei lo rendono possibile; la solidarietà con il popolo e la resistenza palestinese, sono diventati il catalizzatore di quel disagio e di quella rabbia sociale.
Se la destra al Governo cercava di delegittimare quelle piazze e quelle giornate, sostenendo si trattasse di una mera manovra antigovernativa della “sinistra”; se il centrosinistra si affrettava a rinculare e a circoscriverle all’interno di un perimetro “umanitario”; noi abbiamo provato a capire le ragioni profonde che hanno spinto milioni di persone a mobilitarsi, a manifestare e a scioperare in tutto il Paese (oltre che contribuire a organizzare quelle giornate): la Palestina è diventata il punto di caduta del nostro “scontento”.
L’autunno scorso è nodo ineludibile per chiunque voglia tirare su un progetto trasformativo perché è all’interno di quelle mobilitazioni che si trovano chiavi ed energie per il futuro di breve e medio periodo.

Il campo largo del centro-sinistra non ha saputo raccogliere né l’onda lunga delle mobilitazioni né il voto di protesta giovanile del referendum costituzionale. Pensate che ci sia ancora possibilità di “capitalizzazione” o l’astensionismo è ormai irrecuperabile?

Giuliano Granato: Il centrosinistra è strutturalmente incapace di “raccogliere”, prima ancora che per le posizioni che esprime per il riflesso pavloviano di ridurre tutto e immediatamente al piano elettorale. Ha guardato alle mobilitazioni autunnali e al voto al referendum vedendo solo i possibili voti che avrebbe potuto catturare.
Significa disconoscere il senso profondo di piazze e urne, che non sono riducibili all’“andiamo a votare per cacciare la destra cattiva”. Nelle mobilitazioni autunnali e nel no al referendum c’è per tanti versi un rifiuto assai più ampio e profondo, che investe gli stessi partiti del centrosinistra e che allo stesso tempo sembra segnalare una disponibilità all’impegno in prima persona per questioni etiche, di senso profondo, che troppo spesso spariscono nella disputa politico elettorale del giorno dopo giorno.
Accanto a questo pezzo, ne esiste un altro: una metà del Paese che non solo non si reca alle urne, ma rinuncia alla partecipazione politica in senso lato. Sono due pezzi che quasi non parlano, che si allontanano sempre più.
In molti è penetrato quel presunto “buon senso” del “tanto non cambia niente”. Che in parte è reale, considerato che chiunque vinca le elezioni, a prescindere dalle promesse elettorali, nulla (o quasi) cambia nella vita quotidiana delle classi popolari.
In parte, però, questo disimpegno è il prodotto di un processo di passivizzazione spinto dall’alto: se il protagonismo popolare può trasformare la realtà, il blocco di potere fa molta attenzione a che non si diano le condizioni per tale attivazione. Non è un destino scontato. Anche questo è spazio di disputa: di senso, di possibilità. E non bastano le parole, serve ricostruire un tessuto di relazioni prima ancora che organizzativo, serve riuscire a rianimare la speranza attraverso vittorie anche piccole ma che incidano nella quotidianità dei nostri e delle nostre, anche di coloro che non partecipano alla vita politica.

Marta Collot: Parto da un fatto che per noi è pacifico: il campo largo non solo non ha saputo raccogliere, ma non avrebbe potuto farlo. Perché chi scende in piazza per bloccare il paese, per sostenere la resistenza palestinese senza se e senza ma, è oggettivamente inconciliabile con una sinistra che va a genuflettersi al Quirinale, che vota i finanziamenti alla guerra, che discute di “responsabilità di unità nazionale”.
Quindi non è un problema di capacità tecnica di capitalizzazione. È un problema politico di fondo: il campo largo non ci rappresenta e non ci ha mai rappresentati. E i giovani – la generazione Gaza, quelli che hanno votato No al referendum costituzionale – lo hanno capito benissimo. Hanno detto no nelle urne di quel referendum perché non era una riforma innocua: era un taglio della democrazia, un accentramento di potere, ma soprattutto era un voto politico contro il Governo Meloni.
Ora, veniamo all’astensionismo. C’è chi dice che è un processo irreversibile, che la popolazione non crede più in nessuna opzione politica. Noi non siamo così fatalisti, ma neanche ingenui. Diciamo una cosa chiara: esiste una differenza fondamentale tra spazio politico e spazio elettorale. La sinistra tradizionale ha sempre sbagliato a sovrapporli, pensando che fare politica significasse rincorrere voti con false promesse, dimenticandosi di costruire davvero un’alternativa nel quotidiano, nei conflitti, nei territori.
Il risultato è che oggi larghe parti della popolazione – e soprattutto i giovani – sono disilluse. Non credono più alle nostre parole? No: non credono più alle false promesse. Ed è giusto così. L’astensionismo non è pigrizia: è l’istinto di chi ha capito che andare a votare per scegliere tra due padroni non cambia nulla.
Allora cosa facciamo? Ci rassegniamo? No. La nostra scommessa è un’altra: ricostruire credibilità politica prima ancora di chiedere voti. Lo spazio politico esiste – l’autunno lo ha dimostrato. Le lotte esistono, i sogni esistono, i bisogni di chi non arriva a fine mese e non si accontenta esistono. Lo spazio elettorale non è scontato. Può esistere solo se è in connessione organica con quello politico – non come una scorciatoia. Se saremo capaci di costruire un’alternativa reale, credibile, combattiva, allora anche il voto potrà arrivare. Ma non sarà mai un fine. Sarà un effetto collaterale positivo di una pratica politica che oggi, in Italia, semplicemente non esiste più.

Il radicamento sociale e territoriale rimane ancora un fattore decisivo oppure la comunicazione ha preso definitivamente il sopravvento nella lotta politica?

Giuliano Granato: La comunicazione viene spesso considerata come mero spazio di trasmissione dei propri contenuti e delle proprie posizioni. Invece, a maggior ragione in epoca di ipertrofia della comunicazione, diventa spazio di esercizio di potere ideologico e, al contempo, di costruzione dei soggetti. È pertanto un fronte di battaglia su cui dovremmo lavorare più e meglio e partire dal riconoscere che anche su questo terreno le destre hanno costruito un vantaggio notevole.
Ciò però non intacca l’importanza del lavoro di organizzazione, radicamento, sedimentazione. Che è anche quello un lavoro di “comunicazione” se vogliamo, quello in cui il medium principale diventa il proprio stesso corpo, la propria stessa presenza.
Senza un intenso lavoro organizzativo non disporremo mai della forza necessaria a conseguire le trasformazioni per cui ci battiamo.

Marta Collot: Il radicamento sociale e territoriale rimane un fattore decisivo e insostituibile. Nessuna strategia comunicativa, per quanto efficace, può sostituire la presenza concreta nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle università e dentro i conflitti sociali. La comunicazione può amplificare un messaggio, renderlo più visibile, ma da sola non costruisce rapporti di fiducia, organizzazione e forza collettiva.
Negli ultimi decenni si è cercato spesso di accreditare l’idea che la politica potesse ridursi alla comunicazione, alla leadership mediatica o alla gestione dei social network. Abbiamo visto, come conseguenza, da un lato la proliferazione di “generali senza esercito”: coloro che hanno lanciato il loro partito o proposta politica, pensando che il carisma del singolo potesse essere una scorciatoia per il lavoro quotidiano necessario a costruire una forza di rappresentanza politica.
Dall’altro, la ricerca spasmodica del centrosinistra di nuovi astri nascenti, per poter supplire alla e nascondere l’impresentabilità del Partito Democratico e, oggi, del “campo largo”: la santificazione di Silvia Salis è l’ultimo esempio di una lunga lista.
Parallelamente, è stata demonizzata l’organizzazione collettiva, mentre venivano colpiti tutti quei luoghi in cui si costruisce partecipazione dal basso: i posti di lavoro, i quartieri popolari, le strutture associative e sindacali. Il risultato è stato un indebolimento della capacità delle classi popolari di difendere i propri interessi.
Per noi il radicamento non è un elemento accessorio, ma la condizione necessaria per incidere realmente nella società. È dal lavoro quotidiano nei territori e nelle lotte che nasce la forza necessaria per portare avanti idee, rivendicazioni e progetti di trasformazione. Senza organizzazione, le idee restano opinioni. Quando invece trovano radicamento sociale diventano una forza materiale capace di cambiare i rapporti di forza esistenti.
Questa è l’unica via percorribile, soprattutto se si pensa che i canali in cui avviene la comunicazione oggi sono truccati. Sono in pratica tutti dominati da multinazionali che usano la comunicazione come strumento per creare un “mercato” politico in cui ogni alternativa viene silenziata.
Per noi, la comunicazione è importante, fondamentale anche, ma deve essere al servizio dell’organizzazione, non il suo sostituto. Una politica che esiste solo sugli schermi è destinata a essere fragile, mentre una politica che vive nei territori e nei conflitti sociali può invece costruire consenso, resistenza e cambiamento duraturo.

Potere al Popolo ormai ha quasi otto anni di età. Che bilancio traete dall’esperienza fin qui realizzata? Quanto ha pesato o pesa ancora “l’ansia da prestazione” nel conseguimento degli obiettivi?

Marta Collot: Intanto c’è un dato che consideriamo tutt’altro che scontato: dopo quasi otto anni Potere al Popolo esiste ancora, è presente nei territori e continua a crescere. Se guardiamo a ciò che è accaduto a molti cartelli elettorali della sinistra nati negli ultimi decenni, spesso dissoltisi dopo una o due tornate elettorali, questo risultato non solo non era scontato, ma esprime proprio lo scopo con cui siamo nati: mettere fine a quel tipo di politica.
Fin dall’inizio abbiamo scelto di non ridurci a un progetto costruito esclusivamente attorno alle scadenze elettorali. Abbiamo investito sul radicamento sociale, aprendo decine di Case del Popolo, sostenendo vertenze territoriali, partecipando alle lotte dei lavoratori, dei migranti e degli studenti, e promuovendo campagne nazionali su temi concreti come il salario minimo, la sicurezza sul lavoro e il contrasto al carovita.
Insieme ad altre organizzazioni, come l’USB, abbiamo anche sostenuto la battaglia per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e la legge di iniziativa popolare per l’introduzione di un salario minimo.
Abbiamo animato dal primo momento le lotte contro la guerra, contro il progetto di riarmo o difesa comune europea e l’aumento delle spese militari, legandole con il contrasto allo scivolamento verso un’economia di guerra e animando diverse manifestazioni nazionali negli ultimi anni. Siamo stati in prima linea nella lotta contro l’imperialismo, nella difesa del popolo palestinese e delle sue legittime resistenze, nel sostegno alla rivoluzione di Cuba socialista contro il criminale bloqueo statunitense.
Naturalmente non pensiamo di essere arrivati. La strada è ancora lunga se vogliamo costruire una presenza davvero capillare nel Paese e riconquistare la fiducia delle classi popolari, dimostrando nei fatti di essere qualcosa di diverso e di alternativo a chi negli anni ha tradito le loro aspettative e i loro interessi.
Quanto “all’ansia da prestazione”, direi che non ha mai segnato la nostra azione. Sappiamo che non esistono scorciatoie. La costruzione di un’organizzazione politica popolare richiede tempo, pazienza, continuità e capacità di resistere anche quando i risultati non sono immediatamente visibili.
Per questo, per misurare l’efficacia del nostro lavoro, certo non ignoriamo i termini elettorali, ma guardiamo soprattutto alla capacità di costruire organizzazione, coscienza e rapporti di forza reali nella società.

Giuliano Granato: Già il fatto di aver spento le candeline per il compleanno numero 8 è in sé un piccolo miracolo. Anzi, miracolo è il termine sbagliato perché fa pensare a qualcosa di trascendente: invece, se dopo 8 anni siamo qui con migliaia di militanti, decine di case del popolo e una presenza che, a macchia di leopardo, copre un po’ tutto il Paese e raggiunge anche l’estero, è solo grazie al lavoro quotidiano di chi, dal primo giorno a oggi, ha lavorato affinché questa organizzazione politica non fosse l’ennesima meteora elettorale, ma diventasse un progetto politico con l’ambizione altissima di trasformare nel profondo il nostro Paese (e non solo). È grazie al lavoro paziente di migliaia e migliaia di militanti se siamo all’ottava candelora.
Siamo nati e cresciuti in tempi difficili, tutt’altro che alle nostre spalle. Crescendo, abbiamo imparato a non drammatizzare eccessivamente passi falsi, a non montarci la testa per qualche vittoria. Viviamo in tempi di montagne russe emotive, in cui cioè si alternano esaltazione e depressione, su e giù anche dall’oggi al domani; sarebbe strano se come militanti non ne fossimo in qualche modo toccate/i anche noi, abbiamo perciò bisogno di dotarci di una tranquillità rivoluzionaria, necessaria a un progetto che si pensa e si costruisce per il medio-lungo periodo e non solo per le incursioni di breve periodo.

Nel vostro appello per un campo politico indipendente, c’è un passaggio significativo quanto impegnativo quando affermate di “percepirvi e agire come parte di un movimento per e verso il Socialismo”. Potete spiegare meglio questo passaggio?

Giuliano Granato: C’è chi si batte per migliorare la situazione all’interno del quadro dato e che, quando tocca i limiti, si ritrae, per paura, incapacità, mancanza di volontà.
Noi, al contrario, crediamo che le battaglie della quotidianità si debbano accompagnare e inserire in una lotta più ampia che lavori proprio per abbattere i limiti strutturali della logica del sistema in cui viviamo.
Se l’obiettivo diventa la soddisfazione dei bisogni delle nostre e dei nostri non ci possiamo certo fermare davanti ai vincoli di bilancio o alla paura di scatenare reazioni nelle classi dominanti.
Lavoriamo, cioè, per la transizione a un altro sistema che, per l’appunto, chiamiamo socialismo: un orizzonte che consideriamo necessario perché la logica del capitale si dimostra giorno dopo giorno distruttiva, tanto dell’ambiente quanto della vita umana.
Ai suoi albori il movimento socialista e comunista aveva l’enorme forza del futuro dalla sua: in maniera a volte anche ingenua, prometteva attraverso la lotta non solo qualche soldo in più in busta paga, ma la trasformazione dei rapporti di potere, un domani che per tanti versi si presentava come negazione completa del presente e suo ribaltamento. Questo orizzonte è come se si fosse rotto, viviamo in un eterno presente e il futuro spesso ci si staglia di fronte come perdita più che come conquista. È il frutto avvelenato di una sconfitta storica. Ma la storia non finisce e le guerre si possono vincere anche in seguito a brucianti sconfitte.
Lavorare come parte di un movimento internazionale per e verso il socialismo significa anche uscire dall’ottica meramente “reattiva” e ricostruire invece questo orizzonte, una traiettoria di liberazione collettiva.

Marta Collot: Quando affermiamo di percepirci e agire come parte di un movimento per e verso il Socialismo, non stiamo facendo un richiamo nostalgico. Stiamo partendo da un’analisi molto concreta della realtà che abbiamo di fronte.
La barbarie di questo sistema è sotto gli occhi di tutti. Lo vediamo nelle guerre che si moltiplicano, nel sostegno economico, militare e diplomatico che l’Occidente continua a garantire al genocidio dei palestinesi, nei bombardamenti che devastano tutto il Vicino Oriente, nella subalternità della politica italiana alle scelte della NATO e agli interessi geopolitici delle grandi potenze. Non è aggiungendo al loro novero anche la UE che si risolverebbe la questione: si aggiungerebbe solo un altro attore a questo gioco macabro.
La barbarie la vediamo anche nella vita quotidiana delle persone: salari che non permettono di arrivare alla fine del mese, precarietà, sfratti, smantellamento dei servizi pubblici, devastazione ambientale e crisi climatica, razzismo e violenza di genere. Ogni aspetto della vita viene subordinato alla logica della sopraffazione sull’altro e del profitto.
Ma c’è un altro elemento che ci spinge a parlare di Socialismo: questo sistema non è soltanto ingiusto, è sempre più incapace di rispondere ai bisogni fondamentali della maggioranza della popolazione. La ricchezza cresce, ma si concentra nelle mani di pochi; aumentano le possibilità tecnologiche e produttive, ma peggiorano le condizioni di vita di milioni di persone.
Per questo riteniamo che oggi non basti un maquillage del sistema, qualche correzione marginale o una stagione di piccole riforme. Serve la capacità di indicare un orizzonte alternativo, una prospettiva di trasformazione profonda della società, che sia fondata sulla proprietà collettiva delle risorse strategiche, sulla pianificazione democratica dell’economia, sulla pace, sulla giustizia sociale e ambientale.
In questo senso guardiamo con interesse e rispetto a tutte quelle esperienze che hanno cercato e cercano di costruire modelli alternativi alla logica del capitale. Pensiamo, ad esempio, alla resistenza di Cuba, che da decenni affronta un blocco economico durissimo senza rinunciare a principi di solidarietà internazionale che il mondo ha conosciuto attraverso l’invio di medici e personale sanitario, non di eserciti e bombardieri. “Medici e non bombe” non è soltanto uno slogan: è una diversa idea di relazioni internazionali e di società.
Quando parliamo di Socialismo, quindi, parliamo della necessità di costruire un’alternativa reale a un sistema che riesce a produrre solo guerra, disuguaglianza e devastazione. Non una semplice gestione più “umana” dell’esistente, ma un progetto di trasformazione generale e strutturale, capace di mettere al centro i bisogni delle persone e non i profitti di una minoranza.

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04/05/2026

Decreto lavoro o decreto imprese?

“Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?”. Passare da Shakespeare al duo Meloni-Calderone distrugge ogni poesia e farà rivoltare il buon William nella tomba, ma in effetti se chiamiamo con altro nome – “decreto lavoro” – quel provvedimento varato il 1 maggio che prevede soprattutto sussidi alle aziende non lo fa cessare di essere un “decreto imprese”.

“Un decreto da quasi un miliardo”, afferma Meloni. Quanti di questi finiranno nelle tasche dei lavoratori? Zero. Quanti in quelle delle imprese? Praticamente tutti. Per lo più per rinnovare bonus – giovani, donne, ZES – che già esistono nella sostanza da decenni e che un boom di buona occupazione e salari dignitosi non l’hanno mai prodotto. Sapete però cosa hanno prodotto? Più soldi pubblici per i portafogli privati delle aziende. Strano esito, quando letteralmente regali soldi alle imprese. Eccolo il vero Sussidistan che esiste in Italia.

Mercoledì 28 aprile l’Istat ha certificato un fenomeno che chi vive quaggiù sulla terra e non in qualche ministero conosce benissimo: i lavoratori e le lavoratrici in questa “nazione”, come piace definirla a Giorgia & Co., si sono impoveriti. Addirittura -7,8% tra il 2021 e il 2025, frutto della differenza tra l’aumento nominale nelle buste paga e il boom dei prezzi nello stesso periodo.

Ma niente, nemmeno di fronte a questa catastrofe – per i lavoratori e le lavoratrici, perché c’è sempre chi ci guadagna; vi do un indizio: andate a verificare gli utili di banche, imprese belliche, dell’energia, della logistica, delle assicurazioni – l’ultradestra ha cambiato idea sul salario minimo. E infatti nel “decreto imprese” non c’è traccia.

Diversamente dai dubbi amletici di Nanni Moretti sull’essere presenti o meno a una festa, qui la situazione è chiara: conta più ciò che manca – il salario minimo – che ciò che c’è.

E cosa c’è? Il “salario giusto”, una formula moralistica che significa tutto e niente. Più “niente”, a dire il vero. Per l’ultradestra di governo il “salario giusto” è quello su cui mettono la firma le parti “comparativamente più rappresentative” di sindacati e parti datoriali. Per capirci, i contratti nazionali siglati da CGIL, CISL e UIL e principali associazioni imprenditoriali.

Come si impone questo “salario giusto”? Semplicemente impedendo che i bonus giovani, donne e ZES arrivino alle imprese che sono firmatarie di contratti che prevedono un trattamento economico complessivo (TEC nella sua sigla, comprensivo di paga base, tredicesima, welfare aziendale, permessi, ecc.) inferiore a quello dei principali contratti.

La propaganda meloniana sostiene che così si dà una bella botta ai “contratti pirata”. A voler essere buoni, è un colpetto. I contratti pirati continueranno a esistere, con qualche difficoltà in più. Nella battaglia interna a un sindacalismo sempre più “giallo” la CISL batte l’UGL e la CISAL, storicamente più vicini alla destra di casa nostra.

Ma soprattutto: quanto pesano oggi i contratti pirata? Ce lo dice il CNEL di Brunetta: se è vero che il 65,4% del totale dei contratti collettivi nazionali per il settore privato sono stati sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali non riconducibili a CGIL, CISL e UIL, è altrettanto vero che gli stessi coprono “solo” 267,851mila lavoratori, l’1,8% del totale dei dipendenti privati. Sempre uno di troppo, figuriamoci. Forse, però, il problema dei salari da fame in questo Paese non è solo qui.

Lo si ritrova infatti anche in quei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative (CGIL, CISL, UIL e principali organizzazioni datoriali) e che in alcuni casi prevedono retribuzioni orarie di 6€-7€ lordi l’ora. Suonare al citofono di guardie giurate, lavoratori e lavoratrici delle pulizie e troppe altre categorie.

Ecco perché il salario minimo è tanto necessario. Perché permetterebbe di alzare subito gli stipendi di tutti quei lavoratori e di quelle lavoratrici che, a prescindere dal CCNL cui sono sottoposti, vivono con salari da fame.

Questo sarebbe dare attuazione vera all’articolo 36 della Costituzione che prevede che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Altro che il meloniano “salario giusto”.

A mancare, però, è anche qualsiasi misura di contrasto a un’altra piaga del presente: gli omicidi sul lavoro. Proprio nel giorno in cui il governo vagliava il “decreto imprese” ad Acerra, provincia di Napoli, Pasquale Perna, operaio in un impianto di trattamento dei rifiuti, veniva ritrovato senza vita sul posto di lavoro. Sarà l’autopsia a spiegare se sia stato schiacciato dal muletto o se sia morto per altre circostanze.

Quel che sappiamo, però, è che nel giorno della Festa dei lavoratori e delle lavoratrici vorremmo poter sorridere per il rafforzamento dei controlli sui posti di lavoro; per l’eliminazione di norme che precarizzano le condizioni di lavoro rendendo i dipendenti più ricattabili e quindi meno “forti” nel rivendicare il rispetto delle misure di sicurezza; per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro che potrebbe fungere da deterrente nei confronti di chi manomette un macchinario perché bisogna produrre di più e più rapidamente.

Niente per i lavoratori, tanto per le imprese e per qualche sindacato fedele: eccolo il decreto imprese del governo Meloni. Anche per questo saremo in piazza il 1 maggio: perché quella data è la festa dei lavoratori (e NON del lavoro, espressione tipica di una cultura corporativista) e non accettiamo di farci fare la festa dal governo dell’ultradestra e dalle sue appendici.

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