Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
08/09/2026
Due “reazioni di rigetto” in un giorno solo
Della prima si parla molto con preoccupazione, perché l’ascesa dell’Afd – partito che non fa mistero di rifarsi al nazismo tedesco, quello “originale” – è ormai arrivata al punto di tracimare in maggioranza pressoché assoluta, sia pure nel land più piccolo e disastrato del paese.
La seconda – i funerali di Ratko Mladic, ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco, morto in carcere dopo la condanna per genocidio – è stata invece l’occasione per esibire pelosa “indignazione”. I funerali sono stati infatti una manifestazione di popolo, che ha accompagnato una decisione politica, quella di concedere gli onori militari.
Un paese che sta contrattando da anni l’ingresso nell’Unione Europea si è dimostrato così refrattario alla “narrazione” che la stessa Ue, e tutto l’Occidente neoliberista, gli aveva fin qui riservato.
Le dinamiche tedesche sono affrontate su questo giornale in un gran numero di articoli, e a quelli rimandiamo. La vicenda di Mladic, invece, illumina la prassi costitutiva dell’espansione ad est di Nato ed Unione Europea, fatta di ingerenza sedicente “umanitaria”, guerre e bombardamenti, che hanno ingigantito la distanza da sempre esistente tra popoli e “decisori sovranazionali”.
Mladic era stato condannato in particolare per il massacro di Srebrenica, dove vennero uccisi tra gli 8 e i 10mila musulmani bosniaci, qualificato come genocidio dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ).
Si trattava, ricordiamo, di un “tribunale ad hoc” – ben diverso dalla Corte internazionale di giustizia o dalla Corte Penale Internazionale – che doveva giudicare singole persone per i crimini di guerra commessi dai diversi eserciti “nazionalisti” generati dalla dissoluzione della Jugoslavia. Il funzionamento di quel tribunale, ossia le sentenze che ha emesso, dimostra che si trattava sostanzialmente di un prolungamento della Nato, nonostante fosse stato istituito con una risoluzione dell’Onu.
Tutti i condannati in via definitiva erano infatti serbi, nessun croato o bosniaco (il generale croato Ante Gotovina, unico condannato in primo grado, fu poi assolto in appello). In una guerra dove nessuno aveva risparmiato in atrocità verso “il nemico” si trattava di una parzialità così palese da non poter passare inosservata. Specie, ovviamente, tra i serbi.
Inevitabile dunque che a quasi 30 anni di distanza quel “doppio standard” rivestito di tecnicismi giuridici sia rimasto indigeribile. Sia a livello di classe dirigente che di popolazione.
I commentatori che oggi si esercitano sull’accusa più grave nei confronti di Mladic – genocidio – si danno inavvertitamente la zappa sui piedi provando a spiegare quanto fosse giusta quella condanna, mentre magari hanno passato gli ultimi tre anni a escludere l’identica accusa nei confronti di Netanyahu, Gallant e i vertici israeliani (l’intenzione genocidaria è esplicitata in tutte le dichiarazioni pubbliche di ministri e generali, sia di governo che di “opposizione”). Accusa peraltro mossa da una Corte con basi giuridiche assai più solide – non da un “tribunale ad hoc”, dunque di fatto “speciale” e niente affatto “imparziale” – e riferimenti certamente universali, ossia validi erga omnes (la Convenzione ONU del 1948).
Vicenda tedesca e vicenda serba sono diversissime tra loro. La prima deriva dall’impoverimento drastico dei territori dell’ex Ddr, peggiorato drammaticamente – proprio nella Sassonia-Anhalt – dalla guerra in Ucraina e dalla rottura dei rapporti economici con la Russia, che hanno distrutto l’industria chimica locale.
La seconda viene da più lontano, dalla caduta del “socialismo reale” e poi dall’espansione della Nato a mano armata o a colpi di mano “colorati”.
In comune hanno soltanto la pretesa imperialista di istituire meccanismi di governo dipendenti “dai mercati” anziché dalla complessa dinamica tra classi sociali all’interno di territori storicamente determinati. Ovvero dall’imposizione di un unico interesse “a-sociale” su tutti gli altri: quello del capitale finanziario e industriale multinazionale.
Due reazioni di rigetto – una interna al paese-guida, l’altra dentro un paese-vittima – niente affatto “progressive”, ma inarrestabili se prosegue la politica che le ha prodotte.
E non c’è alcun dubbio che tutte le principali forze politiche europee – sia criptofasciste che sedicenti “democratiche” – non abbiano alcuna intenzione di cambiare registro. Per un motivo in fondo banale come il male che hanno creato: sono l’espressione di quel ristrettissimo ceto che pretende di dominare sulla complessità degli interessi sociali senza farsene mai carico. Anzi...
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La guerra in Ucraina ha distrutto la Sassonia-Anhalt
di Alessandro Volpi
Sull’esito delle elezioni in Sassonia-Anhalt si stanno facendo molte analisi e molte verranno fatte nei prossimi giorni. Io mi limito ad una lettura molto “strutturalista”. È un mio limite...
L’impatto del conflitto russo-ucraino sull’economia della Sassonia-Anhalt ha assunto i connotati di una vera e propria frattura strutturale, agendo con una forza d’urto superiore rispetto ad altre aree della Germania a causa dei profondi legami storici, industriali ed energetici che legavano questo Land all’Europa orientale.
Il cuore del problema risiede nella configurazione stessa del sistema produttivo regionale, imperniato sul cosiddetto Triangolo della Chimica, dove poli industriali come Leuna e Bitterfeld-Wolfen hanno prosperato per decenni grazie a forniture stabili e a basso costo di gas e petrolio provenienti dalla Russia.
La chiusura dei rubinetti energetici e l’imposizione delle sanzioni hanno trasformato quello che era un vantaggio competitivo in una vulnerabilità critica, costringendo giganti della raffinazione a stravolgere i propri flussi logistici per sostituire il greggio che un tempo scorreva ininterrotto attraverso l’oleodotto Druzhba.
Parallelamente, il settore della produzione di fertilizzanti e prodotti chimici di base, rappresentato da realtà come la SKW Piesteritz, si è trovato sull’orlo del collasso quando il prezzo del gas naturale è schizzato a livelli tali da rendere la produzione economicamente insostenibile, innescando fermi macchina che hanno minacciato non solo l’occupazione locale ma anche le catene di approvvigionamento di settori chiave come l’agricoltura e l’autotrasporto.
Ma la crisi non si è limitata ai grandi complessi industriali, colpendo duramente anche il fitto tessuto di piccole e medie imprese metalmeccaniche e ingegneristiche della zona di Magdeburgo e Halle, che vedevano nella Russia un mercato di sbocco privilegiato e consolidato e che, dall’oggi al domani, hanno visto svanire commesse miliardarie a causa del regime sanzionatorio e dell’instabilità geopolitica.
Questa perdita di mercati esteri è stata aggravata da un’inflazione interna galoppante che ha eroso il potere d’acquisto dei cittadini in modo più marcato rispetto ai Land occidentali, poiché in Sassonia-Anhalt i salari medi restano storicamente più bassi e la quota di reddito destinata a coprire i costi di riscaldamento ed elettricità è proporzionalmente più alta.
Di conseguenza, la contrazione dei consumi privati ha colpito il commercio al dettaglio e i servizi, creando un effetto domino che ha rallentato l’intera crescita regionale.
Mentre il governo locale cerca di accelerare la transizione verso l’idrogeno verde e le energie rinnovabili per garantire una nuova indipendenza energetica, il costo sociale di questa trasformazione forzata resta elevatissimo, alimentando un diffuso scetticismo verso le scelte di politica estera di Berlino e mettendo in discussione la tenuta del modello economico regionale in un mondo ormai privo dell’energia russa a basso costo.
In questo scenario, la resilienza del mercato del lavoro, che pur tiene grazie alla cronica carenza di manodopera qualificata, non basta a nascondere il senso di incertezza per un futuro industriale che deve essere interamente riscritto sotto la pressione di costi operativi permanentemente più elevati e di una riconversione tecnologica che richiede tempi e capitali che non tutte le aziende locali sembrano in grado di sostenere.
Non c’è dubbio che la guerra produce effetti politici sempre più evidenti e che il blocco sociale del lavoro rifiuta il modello militarizzato e pedagogizzante della Germania europea.
La sinistra in Europa deve tornare a parlare e ad ascoltare quel blocco.
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L’estrema destra si batte cambiando il sistema economico
Nessuno potrà dire che non li aveva visti arrivare. Perché AfD in Germania è ormai da anni che cresce. E negli ultimi questa crescita si è tradotta in alcuni casi in veri e propri balzi elettorali.
Come successo nella Sassonia-Anhalt. Un’alta partecipazione elettorale, il 77,8%, circa venti punti superiore alla precedente e un 43,8% di preferenze per il partito guidato a livello nazionale da Alice Weidel. Significa che un elettore su due tra i 2,1 milioni di abitanti del Land tedesco (tra i più piccoli della Germania federale), ha scelto AfD.
Se ciò è accaduto e sta accadendo è innanzitutto perché ha trovato davanti a sé un tappeto rosso, gentilmente stesole dalle “grandi coalizioni” tra destra (CDU-CSU) e “sinistra” (SPD e Verdi).
Perché il problema non è tanto alzare un muro contro una specifica organizzazione politica, ma farlo contro le idee che incarna. Se invece quelle idee vengono addirittura incorporate nel proprio bagaglio, non ci si può poi stupire se sul mercato elettorale vinca l’originale e non la copia.
Perché comprare la merce ideologica dell’ultradestra i voti li dà non a chi la compra (CDU ma anche SPD), bensì a chi la vende (AfD per l’appunto).
Per questo, il primo insegnamento da trarre dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt è che ciò di cui abbiamo bisogno non è una politica “accomodante” verso le idee dell’ultradestra, ma una che dia battaglia, senza cedere di un centimetro; una politica che pianifichi una radicale trasformazione economica, capace di redistribuire l’enorme ricchezza che ha accumulato chi campa di profitti e di rendita (immobiliare o finanziaria) a favore della maggioranza.
In Germania, al contrario, sono decenni che CDU-CSU ed SPD e Verdi applicano ricette che si sono tradotte sistematicamente in un impoverimento e in un indebolimento della classe lavoratrice e, per contro, in un arricchimento e in un rafforzamento della minoranza di privilegiati. Non si è trattato di un errore del sistema, ma dell’esito desiderato dalle classi dominanti.
Non può stupire, così, che la scelta di chi ha votato in Sassonia-Anhalt è stata in primo luogo sulla base dell’esigenza di una risposta al bisogno di maggiore “sicurezza sociale”.
Per essere concreti: dal 1990 a oggi la Germania ha dismesso gran parte del patrimonio di case popolari e oggi accade che il decile più povero della popolazione sia costretto a spendere più del 60% dei propri redditi nelle spese per affitto e abitazione; per contro, la più grande impresa immobiliare, Vonovia, nel 2025 ha festeggiato il ritorno agli utili in grande stile, registrando un utile netto di più di 4 miliardi.
Merz ha deciso di affrontare la difficile situazione del Paese sposando la linea dettata dalle imprese. Così ha abbassato l’aliquota dell’imposta sui redditi delle società dal 15% al 10%. Spinge per una riforma delle pensioni che alzi l’età pensionabile. E ha fatto propria la posizione di chi, come il manager della Mercedes Martin Burdermüller, sostiene che si debba allungare la giornata lavorativa. Il tutto nello stesso momento in cui sta rendendo più difficile per le classi popolari accedere alla prestazioni sociali.
In questo contesto, la Sassonia-Anhalt è tra i territori che hanno maggiormente sofferto le difficoltà. Da almeno dieci anni (ma bisogna risalire già al processo di unificazione) va avanti un processo di de-industrializzazione, tutt’altro che compensato dalla crescita del terziario povero. E gli stipendi nel turismo, nella ristorazione, nella logistica sono più bassi di quelli corrisposti agli operai dell’industria: il risultato è il salario medio più basso di tutte le Regioni dell’ex Germania dell’Est.
La conseguenza è anche la fuga dei più giovani e l’invecchiamento della popolazione: la Sassonia-Anhalt ha perso il 5,6% della sua popolazione (125mila persone) in dieci anni e oggi un abitante su due ha più di 50 anni.
Ma c’è di più: il PIL è praticamente fermo da dieci anni (-1% nell’ultimo decennio). Come suggerisce Romaric Godin sul francese Mediapart, se la torta non cresce diventa ancor più pressante il tema della sua distribuzione.
Come affrontano il tema i diversi attori politici?
Dentro questa cornice AfD costruisce il nemico nel migrante, rappresentato come causa di ogni male dei lavoratori tedeschi. Eppure in Sassonia-Anhalt le persone migranti sono il 9%, ben al di sotto della media tedesca, e per lo più giovani: contribuiscono per di più alla stabilizzazione della sanità pubblica, settore in cui c’è strutturale carenza di personale.
Gli altri partiti politici inseguono e anche dopo la sconfitta continueranno a “copiare” la destra più estrema. Non solo: perché come mostra l’esperienza di Scholze prima e di Merz poi, in realtà sono disponibili a rompere anche quelli che fino a poco fa erano veri e propri dogmi, ma non nella direzione che servirebbe alla maggioranza. La Germania infatti prevede oggi lo sforamento dei vincoli di bilancio, ma per finanziare il riarmo e non, invece, i bisogni sociali della popolazione.
Così tutti gli attori politici fanno sparire dalla scena il ruolo giocato in questi anni da profitti e rendite. Cresciuti a dismisura, non per caso, ma grazie a una politica che ha lavorato incessantemente affinché ciò accadesse.
È questo il terreno su cui dovremmo lavorare, anche in Italia, non solo per impedire l’ulteriore crescita di una destra ancora più “ultra” di quella attuale, ma soprattutto per fornire risposte concrete all’urgenza di “sicurezza sociale” che è sempre più la richiesta prevalente tra le classi popolari. Contro cui si staglia un intero sistema di potere politico.
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07/09/2026
Sassonia: un abbozzo di analisi di classe
di Vincenzo Morvillo
Leggo tante chiacchiere in giro sul voto in Sassonia e la vittoria dell’Afd. Chi si meraviglia. Chi se la prende giustamente con i demo-liberali guerrafondai. Chi con la sinistra istituzionale e radicale. Chi mostra disillusione e se lo aspettava, come il sottoscritto.
Ma nessuno ha provato a fare un’analisi di “classe” del voto tedesco per settori sociali. Ci ho provato con l’ausilio della IA e con alcuni dati tratti da Die Welt, Reuters, Bild. Ovviamente non è nulla di scientifico. Ma vediamo...
Il dato fondamentale delle elezioni di ieri in Sassonia è che non è più corretto purtroppo descrivere l’elettorato di Afd semplicemente come “piccola borghesia arrabbiata” o “operai dell’Est”. È diventato molto più trasversale, anche se esistono differenze sociali molto nette.
Le prime analisi disponibili indicano soprattutto cinque caratteristiche del profilo sociale del voto all'Afd. Ovvero operai e lavoratori manuali sono tra i gruppi più favorevoli all’Afd. Già prima del voto gli analisti di Infratest dimap segnalavano una particolare propensione degli operai verso l’Afd.
Uomini più delle donne: il divario di genere rimane significativo. L’Afd è più forte tra gli uomini ma ormai è comunque il primo partito anche tra le donne.
Persone senza Abitur, con istruzione medio-bassa. L’Afd è sovra rappresentata tra chi non possiede un diploma superiore. Anche qui, tuttavia, non è più una formazione confinata ai meno istruiti.
Età lavorativa, soprattutto 35–60 anni. Questo è forse il dato più impressionante del voto di ieri. Nella fascia 35–60 anni l’Afd avrebbe superato il 50%, quindi una vera maggioranza assoluta.
Piccole città e aree rurali. L’Afd tende a essere più forte fuori dai grandi centri urbani. Quindi, socialmente, la base più forte è qualcosa del tipo: uomo, in età lavorativa, operaio o lavoratore dipendente, con istruzione non universitaria, residente in una piccola città o area rurale dell’Est.
Questa descrizione tuttavia da sola non è sufficiente. La cosa veramente seria è che l’Afd è diventata un partito interclassista.
Con un risultato vicino al 45% infatti, necessariamente entra in quasi tutti i gruppi sociali. Già prima del voto gli esperti sottolineavano che la differenza tra gruppi era ormai soprattutto quantitativa, non qualitativa. L’Afd infatti ha ormai sostenitori in praticamente tutte le fasce sociali.
Questo spiegherebbe perché è sbagliato dire semplicemente che Afd è il partito degli operai. Sarebbe invece più corretto dire che l’Afd è diventata il partito dominante del ceto popolare dell’Est e contemporaneamente ha conquistato una parte consistente del ceto medio.
E gli altri partiti? Qui emerge una divisione sociale molto interessante. La Cdu è più forte tra anziani, pensionati e ceto medio tradizionale. È stata massacrata infatti soprattutto tra le generazioni giovani e adulte.
Nella fascia oltre i 70 anni, invece, Cdu e Afd sarebbero praticamente alla pari, entrambe intorno al 31%. E gli over-70 costituiscono la principale fascia elettorale dell’ex partito della Merkel. Il che significa che la Cdu sta diventando sempre più un partito anziano, relativamente benestante, legato alla continuità dello Stato e delle istituzioni.
Ed è impressionante il contrasto generazionale. Tra i 18–24 anni la Cdu sarebbe appena al 5%, mentre tra gli over 70 arriva a circa il 31%.
Analizziando la Die Linke e il voto popolare dell’Est che è passato all’Afd possiamo notare invece che tradizionalmente Die Linke aveva una fortissima componente di operai, pensionati, disoccupati e cittadini dell’ex Germania Est. Ma una parte enorme di quel vecchio elettorato sarebbe ormai migrata verso l’Afd.
Infatti, nell’analisi preliminare della migrazione elettorale, l’Afd avrebbe preso circa 157.000 voti da precedenti non-votanti. Circa metà di quelli provenienti da altri partiti sarebbe arrivata dalla Cdu. Circa 11.000 dalla Linke. 7.000 dalla Spd. 19.000 dalla Fdo.
Quindi c’è un fenomeno fondamentale: l’Afd non starebbe semplicemente sostituendo la Cdu, starebbe assorbendo anche una parte dell’antico elettorato popolare della sinistra orientale.
La Spd invece è ormai molto più debole. E questo è forse il dato politicamente più significativo. Era il partito degli operai e dei lavoratori dipendenti. Ma in Sachsen-Anhalt l’Afd è riuscita a diventare molto più forte proprio in quel segmento.
Il fatto che dall’Spd siano arrivati direttamente all’Afd “solo” circa 7.000 elettori suggerisce però qualcosa di molto inquietante. La trasformazione non è soltanto una migrazione dall’Spd all’Afd. È soprattutto un passaggio dal non voto all’Afd.
I Verdi invece sono l’opposto sociologico dell’Afd. Qui la contrapposizione è quasi speculare. I Verdi tedeschi tendono ad essere molto più forti tra laureati, professionisti, ceto medio urbano, grandi città, persone con redditi relativamente elevati, giovani con elevato livello d’istruzione.
L’Afd invece, come dicevamo, sarebbe particolarmente forte tra lavoratori manuali, persone senza Abitur, uomini, fasce d’età lavorative e aree rurali/piccole città.
Perciò, se dovessimo costruire una mappa sociologica molto semplificata, avremmo: Operai (Afd). Lavoratori senza Abitur (Afd). Uomini (Afd). 35–60 anni (Afd). Piccole città/ campagna (Afd). Over 70 (Cdu/Afd). Pensionati tradizionali (Cdu). Laureati/professionisti urbani (Verdi). Ceto medio urbano progressista (Verdi). Elettorato della sinistra tradizionale dell’Est (Afd/Linke),
Ma c’è un punto ancora più determinante. A mio avviso il dato più importante delle elezioni di ieri non è semplicemente quello che ci dice che l’Afd ha preso il 44%. Ma è da dove sono arrivati quei voti. L’Afd avrebbe infatti combinato tre elettorati che storicamente appartenevano a mondi diversi:
- Ex elettorato Cdu/conservatore: soprattutto per immigrazione, sicurezza, ordine e protesta contro il governo;
- Vecchio elettorato operaio/popolare della Spd e della Linke: salari, costo della vita, deindustrializzazione, sensazione di abbandono delle regioni orientali;
- Giovani e nuovi elettori/non-votanti soprattutto attraverso le questioni riguardanti l’immigrazione, social media, protesta contro le élite e identificazione con una destra radicale percepita come “anti-sistema”.
La terza componente è particolarmente significativa. L'Afd non sarebbe semplicemente il partito dei vecchi nostalgici della Ddr. Starebbe diventando un partito anche dei giovani.
In altre elezioni regionali recenti, per esempio, l’Afd è già arrivata prima tra gli under-25, e gli studiosi hanno evidenziato proprio la sua capacità di penetrare tra giovani con basso livello d’istruzione.
Chi ha votato invece il partito di Sahra Wagenknecht? Il profilo del Bsw è abbastanza particolare. È un elettorato popolare, prevalentemente dell’Est, ma politicamente trasversale.
In generale il Bsw (Bündnis Sahra Wagenknecht) avrebbe trovato terreno soprattutto tra lavoratori e ceto popolare, persone con redditi medio-bassi e una percezione negativa della propria situazione economica, elettori più anziani, molto più che tra i giovani, persone dell’ex Germania Est, dove il partito combina temi sociali con posizioni molto critiche verso immigrazione, Nato e sostegno all’Ucraina, ex elettori della Linke, ma anche una quota significativa di ex elettori Spd e Cdu.
La cosa interessante è che il Bsw occuperebbe quindi una posizione che potenzialmente potrebbe competere contemporaneamente con Afd e Linke.
Socialmente è vicino alla sinistra popolare, ma su immigrazione, guerra e identità nazionale si avvicina molto di più all’elettorato Afd. Le analisi del voto in Germania orientale hanno infatti mostrato una forte sovrapposizione tra i bacini elettorali Bsw e Afd.
E questo rende il risultato del Bsw particolarmente importante. Un Bsw forte può togliere voti all’Afd, ma anche alla Linke e alla Spd.
Per chiudere, in poche parole. La trasformazione sociale dell’elettorato tedesco orientale potrebbe essere riassunta così:
- la Cdu conserva soprattutto gli anziani e il conservatorismo istituzionale;
- la Linke conserva una parte della sinistra popolare;
- i Verdi rappresentano soprattutto il ceto urbano istruito;
- l’Afd starebbe unificando una grande parte del vecchio elettorato operaio dell’Est con il conservatorismo piccolo-borghese e una nuova generazione di giovani anti-establishment.
Fatte queste valutazioni la domanda è una sola. Cosa pensa di fare la sinistra di classe anticapitalista, antimperialista e rivoluzionaria? Continuiamo con i proclami social e le rivoluzioni nei cessi di casa nostra?
Continuiamo con il disfattismo e lo sconfittismo elettoralistico? Con le analisi colte e i moniti tanto inutili quanto irritanti ad ogni avanzata dell’orda nera?
O pensiamo finalmente a riconnetterci con il nostro blocco sociale di riferimento e di passare al contrattacco? Perché una cosa è chiara.
Questi tra poco la clandestinità ce la imporranno di forza. Altrimenti la galera. E ci andrebbe pure bene...
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Nazisti al governo in Sassonia. È merito dei liberali
La schiacciante vittoria di AFD, estrema destra razzista e reazionaria, nelle elezioni regionali della Sassonia in Germania, è il prodotto di decenni di politiche neoliberali di austerità e ora anche di riarmo e guerra.
I primi colpevoli del ritorno del fascismo e persino del nazismo in Europa sono loro, i liberaldemocratici, quelli dei supremi valori occidentali, che diventavano valori in borsa per i ricchi e tagli dei salari e dei diritti sociali per tutti gli altri. Sono i governi e i campi più o meno larghi che, invece di rafforzare, hanno smontato lo stato sociale, che era il vero baluardo democratico in Europa.
Sono i liberali e i socialdemocratici che assieme alle destre hanno votato al Parlamento Europeo che il comunismo è come il nazismo. E il nazismo è risorto dalle ceneri dove l’aveva sepolto prima di tutto l’Armata Rossa sovietica.
Sono loro, i cosiddetti europeisti, i governanti “volonterosi” di armi e guerra, che hanno smontato pezzo dopo pezzo l’economia di pace per fare armi e per riportare l’Europa al fronte contro la Russia. E tra costoro spicca proprio Merz, il più impopolare capo di governo della Germania dal 1945, che ha appena varato un programma di miliardi di riarmo finanziato anche con il taglio delle pensioni.
Stiano tranquilli i guerrafondai, se AFD dovesse andare al governo continuerà la guerra, come fa Meloni. Trump ha mostrato che l’estrema destra non vuole la pace, ma il dominio feroce sulla società. E poi c’è sempre il sostegno ad Israele che unisce liberali e fascisti,
Cosi i padroni di Cernobbio si sono messi avanti con il lavoro, offrendo un bel palco a Vannacci.
Guai a legittimare o sottovalutare i fascisti, state sicuri che un modo per far capire chi siano lo trovano sempre. Ma la colpa del loro ritorno è di Draghi, che ha voluto farci scegliere tra condizionatori e cannoni, nell’epoca della crisi climatica. La colpa è di Ursula von der Leyen, che vuole 800 miliardi di armi, e che fa proclami di guerra. È colpa loro, di chi sta con loro e di chi si allea con chi sta con loro.
Non mi venite a parlare di antifascismo se prima non siete disposti a spazzar via chi il fascismo l’ha fatto rinascere.
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05/09/2026
Dal drone di Lipsia ai droni di Zelensky, il sapore amaro della disperazione
di Fulvio Scaglione
Ma davvero lo sento solo io il puzzo acre di disperazione che si leva dalle ultime finto-bellicose iniziative europee nel confronto con la Russia? Finto-bellicose perché, se davvero credi che un Paese straniero mandi droni esplosivi in uno dei tuoi principali aeroporti, vuol dire che stai subendo un’aggressione armata, un tentativo di strage. E se per di più sei membro di un’alleanza militare chiamata NATO, e il bersaglio dell’aggressione armata era un aereo carico di rifornimenti militari destinati da quell’alleanza all’Ucraina, anche la NATO (dov’è finito il famoso articolo 5?) dovrebbe intervenire, reagire. E tu reagisci chiudendo un consolato e la Casa Russia? È pur vero che sei la Germania, ovvero il Paese che si è fatto saltare sotto il sedere il gasdotto Nord Stream che ti aveva reso ricca e quasi dicevi grazie agli attentatori, ma le conclusioni possibili sono solo due.
La prima: sei una pippa. La seconda: è tutto inventato. Inventato perché i russi non avrebbero il pelo o le capacità di commettere un gesto simile? Dipende. Il pelo certamente. Le capacità… parliamone, perché in molti casi non è che si siano rivelati abilissimi. Pensiamo al “caso Litvinenko”, l’ex agente del KGB avvelenato con il polonio a Londra nel 2006, con i responsabili (Andrej Lugovoj e Dmitrij Kovtun) prontamente individuati. O al “caso Skripal”, altro ex agente del KGB colpito con il gas nervino Novichok ma sopravvissuto, e i due colpevoli (Anatolij Chepiga e Aleksandr Mishkin, agenti del servizio segreto militare) identificati. Per di più, in entrambe i casi le inchieste hanno tirato in ballo una responsabilità diretta del Cremlino, non un gran risultato per i russi.
Però quello di Lipsia sembra un pasticcio troppo grande anche per quei pasticcioni dei russi: il drone esplosivo che non esplode, il tizio che lo prende a calci, il piano molto raffinato però affidato a due pirla qualunque, i passaporti, il transito per l’Italia che invece no, e così via. Compresa la grottesca conferenza stampa dei ministri tedeschi Alexander Dobrindt (Interni) e Johann Wadephul (Esteri), i quali non dicono perché sono così sicuri che si tratti di un attentato di Mosca ma parlano cinque minuti e poi se ne vanno, senza accettare domande. È piena la Rete di Osint, di considerazioni più o meno fondate, di dubbi ragionevoli, noi qui non ci dilunghiamo. Giornali e Tv, ovviamente, hanno reagito come un sol uomo (e forse non è un modo di dire): Russia colpevole, lo dice la Germania. A mettere qualche mano avanti sulla versione dominante sono rimasti solo quelli che se ne intendono: per esempio Stephen Bryen, già fondatore dell’agenzia anti-spionaggio tecnologico del Pentagono, sentito dal nostro Roberto Vivaldelli.
Il fatto è che che tutto questo serve poco e conviene ancor meno a Vladimir Putin, che con l’invasione dell’Ucraina nel 2022 si è messo in una grana da cui può uscire solo andando avanti e sperando nella vittoria (Quale? quando? A che prezzo?), mentre conviene molto a una serie di disperati che stanno dalle nostre parti. Prendiamo il Governo tedesco. La popolarità del cancelliere Friedrich Merz ormai si conta sulle dita (tra il 13 e il 22% a seconda dei sondaggi, comunque al minimo storico: al suo confronto il povero Olaf Scholz era un gigante) mentre il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt con il rischio di vedere la destra di Alternative für Deutschland (AfD) andare al governo da sola nel land celebre per la sua industria chimica. Afd, a parte le altre caratteristiche, si distingue per aver sempre criticato lo scontro europeo con la Russia: non pare anche a voi che il caso del drone di Lipsia caschi fin troppo a fagiolo per il disperato Merz? E la disperazione dalle sue parti dev’essere enorme se il ministro della Difesa Boris Pistorius si è spinto a chiedere di aprire la procedura per mettere al bando l’AfD. Quanto dev’essere disperato, un Governo, per tentare una mossa come quella ai danni del secondo partito di Germania? Cioè per preferire il suicidio politico a un’onorevole (e poi perniciosa, ma questo è un altro discorso) sconfitta sul campo? D’altra parte, parlando sempre di disperazione. Pistorius è quello che ha inviato lettere a 298.200 diciottenni nell’ambito del nuovo programma di servizio militare volontario per il 2026 e ha raccolto 530 arruolamenti (tasso di adesione: 0,18%) e da fine politico che conosce il Paese ha subito proposto la leva obbligatoria.
Il drone di Lipsia, poi, ha rivitalizzato gli zombie del radicalismo europeo, prima fra tutti Kaja Kallas, responsabile per la politica estera Ue, e si vede. La Kallas è subito partita all’attacco con i suoi cavalli di battaglia. Per esempio: bloccare l’ingresso nella Ue ai cittadini russi che, dice lei, sono “ospiti” dei nostri Paesi ma ne approfittano per fare le loro porcherie da spie. Per carità, fate pure. Tenete però presente che i viaggiatori russi in Europa nel 2025 sono stati più di 500 mila, dei quali 161.121 in Italia, 156.547 in Francia (ma Macron non se li mangiava a colazione, i russi?) e 123,359 in Spagna (dati Die Welt). A parte alcune decine di spie acquattate nell’ombra, gli altri sono turisti paganti, non “ospiti”, e quasi sempre paganti pure bene. Glielo dice la Kallas agli operatori turistici e agli agenti di viaggio? La Kallas non lo sa ma siamo messi così bene che abbiamo la benzina a 2,039 euro al litro (se ti fai il pieno da solo fuori dalle autostrade, altrimenti vai a 2,124 se la fai in autostrada) e il diesel a 2,146, pur godendo del taglio delle accise. Sono gli stessi prezzi del 2022: quattro anni e mezzo di guerra per ritrovarci allo stesso punto.
Sempre la Kallas (mai un momento libero, la signora...) riporta in vita l’idea di prendere i 210 miliardi di asset russi “immobilizzati” (non “congelati”, tra poco vedremo perché) in Europa e passarli all’Ucraina. Anche qui il tempismo è tutto. Il 24 agosto, trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza del Paese, Volodymyr Zelensky ha detto che all’Ucraina “servono molti più soldi” per difendersi dalla Russia. Salta fuori il drone di Lipsia e la Kallas propone di passargli 210 miliardi. Un’altra mossa della disperazione: nulla di quanto intrapreso finora dall’Europa ha raggiunto lo scopo prefissato (non dimentichiamo che era: sconfiggere la Russia sul campo) e quindi adesso proviamo con i soldi.
Intanto l’idea di riversare una tale montagna di denaro in un’Ucraina che, sia più o meno simpatico dirlo, è crivellata dagli scandali di corruzione fino a lambire la porta della Presidenza, e proprio nei settori in cui quei denari dovrebbero essere impiegati, lascia almeno perplessi. Ma poi la Kallas forse ignora quanto ha detto proprio nei giorni scorsi il Primo Ministro belga Bart De Wever: “I fondi della Banca Centrale Russa sono immobilizzati, non congelati. La maggior parte di essi si trova in Belgio, presso il depositario Euroclear. Sono immobilizzati per un periodo indeterminato. Questa è stata una decisione molto importante, perché non si possono semplicemente prelevare i soldi di qualcun altro. Non siamo in guerra con la Russia. L’Europa non è in guerra con la Russia. Non si possono semplicemente confiscare i soldi di qualcuno, sarebbe un atto di guerra. Non bisogna sottovalutare queste cose. Nella storia, non ci sono precedenti simili. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, i fondi immobilizzati non sono stati confiscati. Se si facesse questo ora, sarebbe qualcosa di inaudito e comporterebbe gravi conseguenze”. A quanto pare, dunque, la Kallas vuole entrare in guerra con la Russia. Geniale.
Nel grande catino della disperazione, poi, entra anche l’unico che abbia diritto a provarne, ovvero il presidente ucraino Zelensky, che da quattro anni e mezzo fa di tutto per difendere il proprio Paese. Negli ultimi tempi ha provato ogni cosa: colpire le navi russe, e i russi hanno cominciato a colpire le sue e i suoi porti. Colpire le raffinerie russe, e i russi hanno colpito le sue centrali elettriche. Colpire i magazzini e le aziende, e i russi si sono messi a fare altrettanto. Alla fine è sbottato e ieri ha dichiarato quanto segue: “Oggi vogliamo avvertire ogni compagnia aerea che utilizza lo spazio aereo russo, ogni assicuratore e tutti coloro che utilizzano ancora i principali aeroporti russi: lo spazio aereo russo sta diventando completamente insicuro... I giorni sicuri nei cieli della Russia sono finiti”. Ha detto comunque che non colpirà aerei civili, ma «la presenza dei droni nei cieli della Russia sarà su una scala che deve essere considerata».
Molti si sono subiti sperticati a dire che Zelensky non ha minacciato di abbattere voli civili nei cieli della Russia. Ma alla fin fine quel che Zelensky ha detto in sostanza è: Noi lanciamo i nostri droni, se ci va di mezzo un vostro aereo sono cazzi vostri. O giù di lì. Disperazione pura. Su Mosca e altre città della Russia volano compagnie turche, qatariote, cinesi, emirati, bielorusse, indiane... Glielo dice lui a Modi o a Xi Jinping che gli ha abbattuto un aereo e sono cazzi suoi?
E alla via così, spacciando per strategia rattoppi sempre più colorati ed evidenti. Il nostro ministro Crosetto prende come consulente l’ex enfant prodige della politica ucraina, Mychaylo Fedorov, appena prima che salti fuori che da ministro della Difesa questi ha aperto una voragine da 27 miliardi nel budget del ministero della Difesa. Uscito da lì, il patriota Fedorov si è fatto fare un’esenzione dal servizio militare da una Ong finanziata dagli americani, dai quali si è subito recato per mettersi in affari. Gli americani dicono che l’ex generale Vannacci è un agente della Russia e subito il vice-premier Tajani si lancia a paventare influenze russe sulle elezioni del 2027, come se non fosse dal 2016, prima elezione di Trump, che andiamo avanti con queste pagliacciate. E come se non fosse chiaro che i voti a Vannacci serviranno soprattutto a impedire la formazione di un governo politico per farci tornare a un Mario Draghi o Mario Monti d’antan.
E Trump? Gli era andata bene con il Venezuela e non ha resistito a farla fuori dal vaso. Si è cacciato in un colossale pantano con la guerra contro l’Iran e ora, non sapendo più quale panzana sparare, ricicla ai giornalisti la storia che “tre mesi fa, secondo i dati disponibili, in Iran sono stati uccisi 52.000 manifestanti. Ora sento che il numero dei morti è aumentato di altri 20-25.000. Pertanto, il numero totale dei manifestanti uccisi è di circa 65.000”. Dimostrando tra l’altro di conoscere male non solo l’Iran ma anche l’aritmetica.
Va così, facendo finta di essere sani. A proposito: tante polemiche per la presenza del ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, al G20 negli Usa. Avrebbero dovuto ascoltarlo, invece. Soprattutto quando diceva: “Negli ultimi quattro anni, le spese per interessi sostenute dai Paesi del mondo per il servizio del debito pubblico sono aumentate del 50%, e i Paesi sviluppati stanno già destinando fino all’80% dei nuovi prestiti al rifinanziamento del debito esistente”. Lui ci spiega che siamo nei debiti fino alle ascelle e loro lo escludono dalla foto finale del G20, come se fossero in quinta elementare. E poi dicono il Titanic...
03/09/2026
Germania - La paura di perdere le elezioni scatena l’escalation contro la Russia
La “crisi dei droni” all’aeroporto di Lipsia, capitale del Land della Germania orientale in cui si vota domenica, è venuta crescendo di giorno in giorno, con il chiaro obiettivo di indicare nella “guerra ibrida” della Russia il convitato di pietra di un risultato elettorale che nei sondaggi vede in testa la formazione di destra AfD e il crollo dei partiti della coalizione di governo (Cdu e Spd).
Del resto, come scrive Guido Olimpio sul Corriere della Sera, “la guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estendibile a seconda dei momenti e senza confini”. Talmente estendibile che può essere giocata anche in una campagna elettorale in salita per le attuali classi dirigenti e utilizzata contro i propri avversari politici.
Oggi tutto il fronte europeo guerrafondaio saluta l’ulteriore escalation di ostilità scatenata dal cancelliere Merz contro la Russia, augurandosi che questa metta in difficoltà sia la destra in ascesa nei lander tedeschi ma anche chi si oppone allo scatenamento della guerra in Europa che proprio i servizi di intelligence tedeschi – e la Nato – prevedono entro il 2030.
L’alleanza di guerra ha dichiarato di essere solidale con la Germania “dopo l’attacco ibrido della Russia”, ha scritto il Segretario Generale NATO Mark Rutte.
La Russia dal canto suo ha negato il coinvolgimento nell’incidente di Lipsia e vede una provocazione che “serve esclusivamente gli obiettivi di Kiev e dell’ala militarista della classe politica europea”.
“Mosca mostra una “aperta ostilità” verso la Germania e nessuna volontà di compromessi”, ha dichiarato ieri a Berlino il ministro degli Esteri tedesco Wadephul. “Al contrario, con l’attacco con droni a Lipsia, la leadership russa aveva deciso consapevolmente di danneggiare ulteriormente il rapporto”.
“Sono spariti i mormorii sulle potenze straniere” – scrive il quotidiano economico Handesblatt – ora la colpa ufficiale del fallito attacco all’aeroporto di Lipsia è ufficialmente la Russia. “In Germania, i partiti AfD e BSW stanno già facendo un favore al governante del Cremlino chiedendo la cessazione degli aiuti all’Ucraina. Vengono applauditi sui social network dai troll di Putin” chiosa il giornale portavoce del crescente complesso militare-industriale tedesco.
L’utilizzo sul fronte interno del pretesto della guerra ibrida è diventato ormai spudorato. La logica del nemico all’interno manovrato dagli agenti esteri è un format classico di tutte le guerre e delle misure repressive che di conseguenza vengono adottate all’interno dei paesi coinvolti. Secondo questo schema, come scrive Olimpio sul Corriere della Sera, “sono gli agenti di influenza stranieri quelli che commissionano compiti sul campo come campagne di disinformazione, gesti per suscitare polemiche interne ai Paesi considerati ostili”.
In pratica ogni critica ai governi in carica, alle loro alleanze internazionali, alle loro leggi, non è più esercizio della lotta politica ma diventa “intelligenza con il nemico”.
Questa visione – e le misure repressive che ne conseguono – del resto erano state illustrate fin troppo esplicitamente anche nel dossier sulle guerre ibride che il ministro Crosetto ha consegnato nel novembre scorso fa al Consiglio Supremo della Difesa al Quirinale.
Come nei bui anni Trenta del secolo scorso, anche oggi in Europa è quanto accade in Germania a dare il ritmo.
Ci siamo detti spesso che la storia non si ripete se non come farsa, ma qui abbiamo davanti agli occhi delle classi dirigenti in Europa che non hanno né il senso della storia né quello della farsa. Al contrario siamo in presenza di quell’avventurismo delle classi dirigenti che ha sempre trascinato i popoli dentro il baratro. Fermiamoli!
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12/08/2026
Germania - AfD in crescita in Sassonia, il partito di Sara Wagenknecht nega sostegno ai moderati
Secondo un nuovo sondaggio elettorale condotto dall’istituto Insa per conto del Bild, l’AfD può puntare ad ottenere il 42 percento dei voti nelle prossime elezioni statali nel land della Sassonia-Anhalt.
Secondo il sondaggio, il partito di Sara Wagenknet (BSW) supererebbe per la prima volta la soglia del 5% ed entrerebbe nel parlamento statale di Magdeburgo.
Il candidato principale del BSW, Thomas Schulze, ritiene il suo partito come il fattore decisivo nella questione su chi assumerà la carica di primo ministro in Sassonia-Anhalt in futuro: “Solo se il BSW entrerà nel parlamento dello stato potrà essere impedito il prossimo mandato del primo ministro della CDU. Da solo l’AfD non ce la farà”, ha detto il politico del BSW.
Una dichiarazione che molti hanno interpretato come una “apertura” ad AfD ma che, per ora, dichiara solo che il BSW non sarà disponibile a sostenere un eventuale maggioranza dei partiti conservatori e liberali.
Il candidato della BSW Schulze sostiene un modello di cambiamento delle maggioranze e un “primo ministro non partigiano” nel parlamento statale “per ridurre la polarizzazione”. Una proposta che il candidato dell’AfD Siegmund rifiuta chiaramente: “Non ci penso molto, perché abbiamo bisogno di un governo stabile in questo paese”, ha detto Siegmund all’agenzia Dpa.
La fondatrice del BSW, Sahra Wagenknecht, aveva già fatto sapere che la principale candidata della CDU, Sven Schulze, non poteva contare sui voti del suo partito nel caso in cui BSW entrasse nel parlamento statale di Magdeburgo. Un risultato delle elezioni corrispondente a quello del sondaggio Insa, potrebbe aprire la strada al candidato principale dell’AfD, Ulrich Siegmund, nel diventare primo ministro della Sassonia.
Secondo lo stesso sondaggio la CDU raggiungerebbe solo il 22 percento e quindi perderebbe ulteriormente terreno a favore dell’AfD. La terza forza politica sarebbe la Linke, il Partito della Sinistra, con il 13 percento. Secondo i dati, i Verdi e il FDP non raggiungerebbero il quorum del 5% e quindi non entrerebbero nel parlamento statale.
Un vero e proprio capitombolo attende invece i socialdemocratici del SPD che scendono al 6%.
CDU, Linke e SPD avrebbero il 41%, quindi meno voti rispetto all’AfD, la quale potrebbe eleggere da sola il primo ministro della Sassonia al terzo turno qualora la BSW si astenesse.
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02/09/2024
Germania - In Sassonia e Turingia spopola l'AfD
Queste elezioni – caratterizzate da un’alta partecipazione circa il 75%, 8 punti percentuali in più di quelle del 2019 – sono state un test nazionale per la coalizione “semaforo” (SPD, “Verdi” e liberali del FDP) e un anticipo di quelle che si terranno nel Brandeburgo a fine mese.
In Turingia – dove dal 2014 governa un esecutivo sostenuto da una coalizione di sinistra, ma “di minoranza” già nel 2019 – il primo partito è diventato la formazione d’estrema-destra, Alternativa per la Germania (AfD), con oltre il 30% (32,8% secondo i risultati parziali), i Cristiano Democratici giungono secondi con il 23,6%, quasi 10 punti percentuali dietro, e terza l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW) con il 15,8%.
Meno della metà dei voti sono andata ai due partiti dell’establishment, e ancora di più ai partiti d’opposizione alla coalizione “semaforo” (i nazisti dell’AfD, oltre alla sinistra di Die Linke e del nuovo partito di Wagenknecht).
La sconfitta è ancora più cocente perché i social-democratici arrivano al 6,1%, mentre verdi e liberali non hanno superato la soglia del 5% e dunque non saranno rappresentati nel parlamentino regionale.
Da registrare la parziale tenuta di Die Linke, che pure era stata nella coalizione governativa locale insieme a verdi e SPD con poco più del 13% e che aveva espresso per 10 anni il presidente-primo ministro.
Se i risultati parziali venissero confermati, nel parlamento gli 88 seggi sarebbero ripartiti tra 5 formazioni: 32 AfD, 23 CDU, 15 BSW, 12 Die Linke, e solo 6 l’SPD.
I rappresentanti della coalizione presidenziale avrebbero – “grazie” alla SPD – solo 6 seggi.
Quale sarà la composizione del futuro governo regionale è impossibile da sapere, visto che i rappresentanti della CDU hanno giurato e spergiurato che non andranno al governo con l’AfD.
Il leader locale della CDU, Mario Voigt, ha affermato la volontà di assumere la leadership di una coalizione “per il cambio politico”, nella quale spera di includere la SPD e il BSW (cosa altamente improbabile).
Il leader dell’AfD in Turingia, Björn Höcke, ha invece dichiarato che “chiunque voglia la stabilità in Turingia deve integrare l’AfD”.
Insomma, un vero e proprio rompicapo politico.
In Sassonia, la CDU sembra destinata a rimanere il primo partito con il 31,9%, mentre l’AfD segue di stretta misura con il 30,6%, anche qui la formazione creata appena 7 mesi fa dalla Wagenknecht, è il terzo partito con l’11,8%.
La SPD va appena un po’ meglio che in Turingia con il 7,3%, i Verdi superano la soglia del 5%, ma la Die Linke prende il 4,5%.
Il parlamento, qui composto da 120 deputati, vedrebbe 42 seggi della CDU, 40 della AfD, 15 per il BSW, 10 l’SPD, 7 i “verdi” e 6 Die Linke, mentre i liberali non avrebbero rappresentanti.
In Turingia l’ascesa della AfD è per certi versi “spettacolare” e passa dal 10,6% del 2014, al 23,4% del 2019 a oltre il 32% attuale, divenendo la prima formazione di estrema destra a vincere una elezione nella Germania del dopoguerra.
Più cauto del suo omologo della Turingia, il capo del governo sassone uscente, il democristiano Kretschmer, ha affermato comporre il nuovo esecutivo “non sarà facile”.
In entrambi casi (Turingia e Sassonia) pesa come un macigno la conditio si ne qua non posta dal BSW per la partecipazione eventuale a un esecutivo: la fine del coinvolgimento della Germania nel conflitto ucraino.
Un risultato “sorprendente”, in positivo, quello del BSW. La rapidità con cui si è affermata nel panorama politico tedesco, prima con l’exploit alle europee, oltre il 6%, e poi con questo risultato, l’ha portata ad essere la terza formazione nei due land.
Facciamo alcune prime considerazioni a caldo sul voto.
In primis, i tentativi dell’establishment politico tedesco di fermare l’AfD non sono risultati molto efficaci.
La maggior parte degli elettori dell’AfD fanno parte delle classi subalterne, persone con un reddito basso che non sembrano attenersi ai criteri di “rispettabilità” dettati dell’establishment politico tedesco. Anzi, più li si denigra, più si rafforza la loro determinazione a “votare per vendetta”.
In secondo luogo l’AfD, non paradossalmente, è un partito economicamente ultra-liberista. Vuole abolire il salario minimo e smantellare ulteriormente lo Stato sociale. Questo è chiaramente indicato nel loro programma. Tuttavia, all’establishment politico non viene in mente di evidenziare questo aspetto crudamente materiale, perché ne condivide l’impostazione e disprezza profondamente le classi popolari, specie se dell’Est, e preferisce i paragoni con il nazi-fascismo che riguardano la sfera "ideologica" ma lasciano il tempo che trovano.
In risposta all’attacco con coltello avvenuto a Solingen la scorsa settimana, apparentemente ispirato dall’ISIS, i partiti dell’establishment hanno avviato un nuovo dibattito sull’immigrazione in generale con il fine di varare provvedimenti restrittivi, facendo propria una battaglia dell’estrema destra e aprendole così un’autostrada ancora più larga.
L’AfD ne ha tratto grande vantaggio, ovviamente. Inoltre, è inevitabile che questo la radicalizzi ulteriormente, e il motivo è semplice: l’estrema destra ha bisogno di mantenere il monopolio delle politiche anti-immigrazione, visto che ne è il maggiore “imprenditore politico”. È il loro principale punto di forza, il tema numero uno per scatenare la “guerra culturale” tra subalterni, il conflitto tra penultimi e ultimi della scala sociale.
Naturalmente anche l’opposizione alla guerra in Ucraina, con i guasti portati all’economia (la distruzione del North Stream è solo l’esempio più evidente) ha avuto un peso.
Se volessimo leggere attraverso la lente dell’opposizione alla guerra queste lezioni (un’ottica parziale, ma importante), potremmo dire che circa la metà di coloro che si sono recati alle urne hanno voluto esprimere la propria contrarietà sanzionando la politica bellicista della coalizione politica governativa, che ha portato notevoli svantaggi alle classe subalterne in Germania ed ha compromesso la residuale credibilità della “sinistra di governo”.
Da questo punto di vista esce rafforzata l’ipotesi di rottura che ha portato avanti Sahra Wageneckt nei confronti della Die Linke, e di rimettere al centro dell’agenda politica della sinistra le maggiori preoccupazioni dei ceti subalterni come la questione sociale e l’opposizione alla guerra, che sono i punti più qualificanti ed interessanti del suo programma.
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02/09/2019
Germania - Nei Lander dell’Est cresce Afd. La risposta non è il “modello Gorlitz”
L’assegnazione dei seggi in entrambe le diete dei due Lander cruciali per la formazione di un governo, sarà presumibilmente solo il risultato finale ufficiale. Dopotutto, l’AfD nella Sassonia orientale prima di domenica sera, a volte era molto più avanti del CDU. Tuttavia, è possibile che due partiti come la CDU e i Verdi, possano formare una coalizione.
Ma a prescindere da ciò, i risultati elettorali di domenica affermano che i due partiti più forti in entrambi gli stati finora hanno potuto mantenere le loro posizioni migliori solo attraverso il voto tattico di molti elettori. Se il CDU in Sassonia e l’SPD nel Brandeburgo sono in vantaggio nonostante le notevoli perdite, allora si presenta un caso esemplare: l’elezione del sindaco a Görlitz.
Il 26 maggio c’era il candidato AfD con oltre il 36 percento nel primo turno. Per il secondo turno, tutte gli altri partiti hanno convenuto sull’elezione del candidato CDU che ha raggiunto il 55 percento il 16 giugno. Il supporto per lui e il suo partito può essere letto solo in modo condizionale.
Inoltre, la CDU sassone è un’associazione nazionale che rappresentava, prima della fondazione della parte AfD, le medesime posizioni su una base di un anticomunismo totalitario ed era responsabile del fatto che il NPD è stato due volte nella legislatura statale.
Le perdite per SPD e Die Linke, nonché la debole performance dei Verdi rispetto ai sondaggi delle ultime settimane, sono relativizzate dal comportamento di voto secondo il modello Görlitz. Tuttavia, il voto tattico non spiega tutto, in particolare non lo schianto del partito Die Linke. In Sassonia, la loro quota di voti è più che dimezzata dal picco del 23,6 per cento nel 2004, sulla base delle proteste contro “L’Agenda 2010” di SPD. I Verdi che ribollivano, nel Brandeburgo sono passati dal 28 percento nello stesso anno al 10,3 percento di oggi, dal momento che il loro profilo politico è stato completamente affinato dalla volontà quasi incondizionata alla partecipazione del governo in Sassonia. Nel Brandeburgo, dopo dieci anni di gabinetto, Die Linke non ha le sue carte da giocare, se non promesse non mantenute.
La situazione sociale nella Germania orientale ha ancora un carattere specifico. Nel frattempo questo malessere è di fatto affrontato solo dalla destra. La sinistra ha una responsabilità significativa nell’ascesa dei demagoghi di destra, specialmente a Est.
Ancora una volta, la borghesia tedesca ha fatto esplodere una fazione radicale come l’AfD e la usa come una punta ideologica e politica contro gli interessi dei lavoratori. È riuscita a fare di tutto, su temi come immigrazione, migrazione e fuga, con il supporto dei media, ma anche di parti dell’elettorato della CDU e della CSU. Ciò distrae dai contrasti sociali e dalle guerre in cui la Repubblica federale partecipa come principale fonte di distrazione di massa. I socialisti governativi del partito Die Linke non sono stati in grado di formulare la propria posizione su questa questione, un marxista lì è fuori discussione. La parola “imperialismo” è tabù.
Tuttavia, va anche notato che non c’è alcun motivo di scegliere AfD. Chiunque lo faccia, comunque è responsabile della sua scelta. Dato che i partiti si sono già messi la pelliccia sulle orecchie con la loro giustificazione neoliberista, potrebbe continuare a votare dentro una nuova e ampia coalizione che va dalla CDU ai Verdi. Chi sceglie l’AfD, sceglie la guerra sociale con una giustificazione nazionalista di destra, specialmente se la CDU è disposto a collaborare con essa.
E chi sceglie AfD, sceglie anche la guerra all’esterno. Ciò è garantito dalla Rete delle forze armate dell’AfD, che ora sta raggiungendo il massimo livello di comando con un generale a tre stelle, che è candidato al sindaco di Hannover. Il documento “Armed Forces Bundeswehr” del “Working Group Defence” del gruppo parlamentare AfD del 27 giugno ne parla ampiamente. Non vi è alcuna differenza nella politica di guerra del governo federale. In entrambi i campi, la guerra interna ed esterna, una sinistra che non avesse trasformato la funzione dei propri eletti nel governo, avrebbe avuto un campo di battaglia. Ma ciò richiede un riallineamento che questa non vuole e probabilmente non può iniziare.
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