Secondo un nuovo sondaggio elettorale condotto dall’istituto Insa per conto del Bild, l’AfD può puntare ad ottenere il 42 percento dei voti nelle prossime elezioni statali nel land della Sassonia-Anhalt.
Secondo il sondaggio, il partito di Sara Wagenknet (BSW) supererebbe per la prima volta la soglia del 5% ed entrerebbe nel parlamento statale di Magdeburgo.
Il candidato principale del BSW, Thomas Schulze, ritiene il suo partito come il fattore decisivo nella questione su chi assumerà la carica di primo ministro in Sassonia-Anhalt in futuro: “Solo se il BSW entrerà nel parlamento dello stato potrà essere impedito il prossimo mandato del primo ministro della CDU. Da solo l’AfD non ce la farà”, ha detto il politico del BSW.
Una dichiarazione che molti hanno interpretato come una “apertura” ad AfD ma che, per ora, dichiara solo che il BSW non sarà disponibile a sostenere un eventuale maggioranza dei partiti conservatori e liberali.
Il candidato della BSW Schulze sostiene un modello di cambiamento delle maggioranze e un “primo ministro non partigiano” nel parlamento statale “per ridurre la polarizzazione”. Una proposta che il candidato dell’AfD Siegmund rifiuta chiaramente: “Non ci penso molto, perché abbiamo bisogno di un governo stabile in questo paese”, ha detto Siegmund all’agenzia Dpa.
La fondatrice del BSW, Sahra Wagenknecht, aveva già fatto sapere che la principale candidata della CDU, Sven Schulze, non poteva contare sui voti del suo partito nel caso in cui BSW entrasse nel parlamento statale di Magdeburgo. Un risultato delle elezioni corrispondente a quello del sondaggio Insa, potrebbe aprire la strada al candidato principale dell’AfD, Ulrich Siegmund, nel diventare primo ministro della Sassonia.
Secondo lo stesso sondaggio la CDU raggiungerebbe solo il 22 percento e quindi perderebbe ulteriormente terreno a favore dell’AfD. La terza forza politica sarebbe la Linke, il Partito della Sinistra, con il 13 percento. Secondo i dati, i Verdi e il FDP non raggiungerebbero il quorum del 5% e quindi non entrerebbero nel parlamento statale.
Un vero e proprio capitombolo attende invece i socialdemocratici del SPD che scendono al 6%.
CDU, Linke e SPD avrebbero il 41%, quindi meno voti rispetto all’AfD, la quale potrebbe eleggere da sola il primo ministro della Sassonia al terzo turno qualora la BSW si astenesse.
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12/08/2026
Germania - AfD in crescita in Sassonia, il partito di Sara Wagenknecht nega sostegno ai moderati
25/02/2025
[Contributo al dibattito] - Germania: dalla crisi economica a quella politica
di Domenico Moro
Le elezioni politiche tedesche delineano la crisi dei partiti tradizionali di governo e il rafforzamento delle ali estreme del panorama politico, come riflesso della grave crisi economico-sociale in cui versa il più importante paese della Ue. Infatti, i partiti che componevano la coalizione dell’ultimo governo sono calati fortemente. I socialdemocratici della Spd subiscono il calo maggiore passando dal 25,7% del 2011 al 16,4% del 2025, il loro peggiore risultato di sempre, i Verdi scendono dal 14,8% all’11,6% e i liberali della Fdp crollano al di sotto della barriera del 5%, restando così fuori dal parlamento tedesco. È vero che, come pronosticavano i sondaggi, il primo partito risulta la democristiana Cdu, ma questa con il 28,5% dei voti – appena 4 punti più del 2021 – rimane al di sotto della soglia “psicologica” del 30% su cui puntava.
Viceversa, i partiti all’estrema destra e all’estrema sinistra crescono in modo molto sostenuto. In particolare, Afd diventa il secondo partito della Germania, guadagnando ben 5 milioni di voti, che la portano a salire dall’11% del 2021 al 20,8%. Si tratta del primo partito di estrema destra a ottenere un risultato di questo rilievo dal 1945. All’altra estremità dello spettro politico la Linke, che era data per spacciata dopo il voto delle europee in cui aveva raccolto solo il 2,7% dei voti, ottiene l’8,7%. Tra i 18-24enni la Linke è addirittura il primo partito con il 27%. Più deludente è il risultato dell’altro partito di sinistra radicale, Bsw, guidato da Sahra Wagenknecht, che, malgrado alle europee avesse ottenuto il 6,17%, alle politiche, con il 4,97%, per un soffio non entra in parlamento.
Quali sono le ragioni di questi risultati? In primo luogo, il quadro economico generale. La Germania, un tempo locomotiva d’Europa e paese al cui modello mercantilista si ispiravano gli altri paesi europei, versa da anni in una stagnazione economica. Dal 2019 al 2024 la crescita del Pil tedesco è stata inferiore a quella di Spagna, Italia, Francia, Regno Unito, Giappone e Usa. Per il 2025 le previsioni della crescita del Pil sono appena dello 0,1%. Un forte vulnus alla crescita è stato dato dalle sanzioni contro la Russia che hanno avuto come conseguenza il taglio dei rifornimenti di gas a buon mercato dall’Est, che in Germania costava, prima della guerra, 1,8 volte più che negli Usa, ed ora costa ben cinque volte di più.
Ma il problema è più di fondo: a non funzionare più è il modello tedesco, basato sulle esportazioni e sulla disciplina di bilancio, di cui la Germania è stata la principale fautrice nell’area euro. Il freno alla spesa statale si è riverberato negativamente sugli investimenti e in particolare sulle infrastrutture e quindi sulla competitività tedesca. La coalizione di governo, formata da Spd, Verdi e Fdp, si è trovata così ad affrontare la crisi del modello tedesco, aggravata prima dalla pandemia e poi dalla guerra. L’insoddisfazione di massa per la situazione economica, a partire dall’inflazione che ha eroso la capacità d’acquisto dei salari, si è tradotta nel drastico calo di consensi. Inoltre, i risultati elettorali scontano anche la divisione in due della Germania tra una parte più ricca, l’Ovest, e una parte più povera, l’Est, che in più di trent’anni non è stata risolta. Non a caso, Afd è nata ad Est, dove continua ad avere le sue roccaforti elettorali.
Il secondo tema che spiega il risultato elettorale è l’immigrazione. La campagna elettorale si è concentrata sul tema dei respingimenti, malgrado la coalizione di governo li avesse aumentati. La questione si è esacerbata anche a causa dei recenti fatti di violenza accaduti in Germania che hanno visto protagonisti degli immigrati. La questione immigrazione è sempre stata messa da Afd in primo piano nel suo programma elettorale, ma tutti i partiti – eccetto la Linke – avevano preso posizione per il restringimento degli ingressi.
Il terzo tema è quello del neofascismo. Afd è indicata come partito non solo xenofobo ma anche con simpatie per il nazismo. Il suo rafforzamento elettorale, quindi, ha sollevato la preoccupazione di molti in Germania. Questa preoccupazione si è accresciuta quando la Cdu ha fatto approvare in parlamento una mozione anti-immigrati con l’aiuto di Afd. Le aspre polemiche, seguite a questo episodio, hanno costretto Merz, il leader della Cdu, a promettere che il suo partito non avrebbe in nessun caso fatto una alleanza di governo con Afd. Ad ogni modo, negli ultimi mesi si sono succedute numerose manifestazioni anti-fasciste e contro la Afd che hanno coinvolto centinaia di migliaia di tedeschi e che hanno influito sulla campagna elettorale.
Tutti questi fattori – la stagnazione economica, e soprattutto l’immigrazione e l’antifascismo – hanno portato a una polarizzazione del confronto e a una mobilitazione dell’elettorato come non si vedeva dalla riunificazione tedesca (la partecipazione al voto è stata dell’84%), che hanno favorito le ali estreme dello spettro politico. In particolare, l’immigrazione ha aiutato Afd a raggiungere il suo risultato. Dall’altra parte, la volontà di alcuni settori dell’elettorato, specie i giovani, di contrastare il pericolo neofascista e la xenofobia hanno aiutato la Linke, la cui leader, Heidi Reichinnek, dopo il voto della mozione anti-immigrati, tenne un discorso in parlamento divenuto virale.
Se queste sono le cause principali dei risultati elettorali quali ne sono le conseguenze? Prima di tutto, va considerato l’impegno di tutti i partiti a non fare alleanze con Afd. Quindi, con tutta probabilità la Cdu farà una grande coalizione con la Spd e, solo se necessario, con i Verdi. Un film già visto nel passato. Bisogna vedere, dunque, se ci sarà discontinuità nella disciplina di bilancio, in particolare nelle politiche di spesa e di investimenti pubblici. La cosa sembra improbabile, anche perché Merz, che è multimilionario, viene da una esperienza come top manager di Blackrock, una delle principali istituzioni finanziarie mondiali con sede a New York.
Ma la conseguenza più importante è proprio su un tema che non sembra aver avuto una adeguata centralità nella campagna elettorale, focalizzatasi sull’immigrazione, cioè la guerra in Ucraina e la posizione della Germania su di essa e sui tentativi che gli Usa stanno facendo per chiuderla. Su questo il nuovo cancelliere in pectore della Cdu, Merz, europeista e convinto sostenitore dell’Ucraina, si è espresso chiaramente: “Per me la priorità assoluta è raggiungere l’indipendenza dagli Stati Uniti. (...) sembra chiaro che gli Stati Uniti sono indifferenti al futuro dell’Ucraina”. Merz ha aggiunto che avrebbe sentito presto su questi temi Francia e Polonia, cioè i paesi che più stanno contrastando i tentativi statunitensi di chiudere il conflitto. Da qui, un’altra conseguenza probabile delle elezioni tedesche: la riedizione dell’asse franco-tedesco, che fino a qualche tempo fa aveva egemonizzato la Ue.
Certo, per l’ex manager di Blackrock, l’intenzione di rendersi indipendente dagli Usa appare velleitario, dato anche che la Germania è disseminata di basi militari statunitensi, così come è velleitario pretendere di continuare una guerra che è già persa, specie se gli Usa si sfilano. Tuttavia, è preoccupante che anche la Germania si posizioni per la continuazione della guerra e per il riarmo europeo. Anche per questa ragione, è un peccato che Bsw di Sahra Wagenknecht sia rimasta fuori dal parlamento tedesco, visto che, sin dalla sua nascita come scissione dalla Linke, aveva preso una posizione netta contro la guerra.
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Le elezioni politiche tedesche delineano la crisi dei partiti tradizionali di governo e il rafforzamento delle ali estreme del panorama politico, come riflesso della grave crisi economico-sociale in cui versa il più importante paese della Ue. Infatti, i partiti che componevano la coalizione dell’ultimo governo sono calati fortemente. I socialdemocratici della Spd subiscono il calo maggiore passando dal 25,7% del 2011 al 16,4% del 2025, il loro peggiore risultato di sempre, i Verdi scendono dal 14,8% all’11,6% e i liberali della Fdp crollano al di sotto della barriera del 5%, restando così fuori dal parlamento tedesco. È vero che, come pronosticavano i sondaggi, il primo partito risulta la democristiana Cdu, ma questa con il 28,5% dei voti – appena 4 punti più del 2021 – rimane al di sotto della soglia “psicologica” del 30% su cui puntava.
Viceversa, i partiti all’estrema destra e all’estrema sinistra crescono in modo molto sostenuto. In particolare, Afd diventa il secondo partito della Germania, guadagnando ben 5 milioni di voti, che la portano a salire dall’11% del 2021 al 20,8%. Si tratta del primo partito di estrema destra a ottenere un risultato di questo rilievo dal 1945. All’altra estremità dello spettro politico la Linke, che era data per spacciata dopo il voto delle europee in cui aveva raccolto solo il 2,7% dei voti, ottiene l’8,7%. Tra i 18-24enni la Linke è addirittura il primo partito con il 27%. Più deludente è il risultato dell’altro partito di sinistra radicale, Bsw, guidato da Sahra Wagenknecht, che, malgrado alle europee avesse ottenuto il 6,17%, alle politiche, con il 4,97%, per un soffio non entra in parlamento.
Quali sono le ragioni di questi risultati? In primo luogo, il quadro economico generale. La Germania, un tempo locomotiva d’Europa e paese al cui modello mercantilista si ispiravano gli altri paesi europei, versa da anni in una stagnazione economica. Dal 2019 al 2024 la crescita del Pil tedesco è stata inferiore a quella di Spagna, Italia, Francia, Regno Unito, Giappone e Usa. Per il 2025 le previsioni della crescita del Pil sono appena dello 0,1%. Un forte vulnus alla crescita è stato dato dalle sanzioni contro la Russia che hanno avuto come conseguenza il taglio dei rifornimenti di gas a buon mercato dall’Est, che in Germania costava, prima della guerra, 1,8 volte più che negli Usa, ed ora costa ben cinque volte di più.
Ma il problema è più di fondo: a non funzionare più è il modello tedesco, basato sulle esportazioni e sulla disciplina di bilancio, di cui la Germania è stata la principale fautrice nell’area euro. Il freno alla spesa statale si è riverberato negativamente sugli investimenti e in particolare sulle infrastrutture e quindi sulla competitività tedesca. La coalizione di governo, formata da Spd, Verdi e Fdp, si è trovata così ad affrontare la crisi del modello tedesco, aggravata prima dalla pandemia e poi dalla guerra. L’insoddisfazione di massa per la situazione economica, a partire dall’inflazione che ha eroso la capacità d’acquisto dei salari, si è tradotta nel drastico calo di consensi. Inoltre, i risultati elettorali scontano anche la divisione in due della Germania tra una parte più ricca, l’Ovest, e una parte più povera, l’Est, che in più di trent’anni non è stata risolta. Non a caso, Afd è nata ad Est, dove continua ad avere le sue roccaforti elettorali.
Il secondo tema che spiega il risultato elettorale è l’immigrazione. La campagna elettorale si è concentrata sul tema dei respingimenti, malgrado la coalizione di governo li avesse aumentati. La questione si è esacerbata anche a causa dei recenti fatti di violenza accaduti in Germania che hanno visto protagonisti degli immigrati. La questione immigrazione è sempre stata messa da Afd in primo piano nel suo programma elettorale, ma tutti i partiti – eccetto la Linke – avevano preso posizione per il restringimento degli ingressi.
Il terzo tema è quello del neofascismo. Afd è indicata come partito non solo xenofobo ma anche con simpatie per il nazismo. Il suo rafforzamento elettorale, quindi, ha sollevato la preoccupazione di molti in Germania. Questa preoccupazione si è accresciuta quando la Cdu ha fatto approvare in parlamento una mozione anti-immigrati con l’aiuto di Afd. Le aspre polemiche, seguite a questo episodio, hanno costretto Merz, il leader della Cdu, a promettere che il suo partito non avrebbe in nessun caso fatto una alleanza di governo con Afd. Ad ogni modo, negli ultimi mesi si sono succedute numerose manifestazioni anti-fasciste e contro la Afd che hanno coinvolto centinaia di migliaia di tedeschi e che hanno influito sulla campagna elettorale.
Tutti questi fattori – la stagnazione economica, e soprattutto l’immigrazione e l’antifascismo – hanno portato a una polarizzazione del confronto e a una mobilitazione dell’elettorato come non si vedeva dalla riunificazione tedesca (la partecipazione al voto è stata dell’84%), che hanno favorito le ali estreme dello spettro politico. In particolare, l’immigrazione ha aiutato Afd a raggiungere il suo risultato. Dall’altra parte, la volontà di alcuni settori dell’elettorato, specie i giovani, di contrastare il pericolo neofascista e la xenofobia hanno aiutato la Linke, la cui leader, Heidi Reichinnek, dopo il voto della mozione anti-immigrati, tenne un discorso in parlamento divenuto virale.
Se queste sono le cause principali dei risultati elettorali quali ne sono le conseguenze? Prima di tutto, va considerato l’impegno di tutti i partiti a non fare alleanze con Afd. Quindi, con tutta probabilità la Cdu farà una grande coalizione con la Spd e, solo se necessario, con i Verdi. Un film già visto nel passato. Bisogna vedere, dunque, se ci sarà discontinuità nella disciplina di bilancio, in particolare nelle politiche di spesa e di investimenti pubblici. La cosa sembra improbabile, anche perché Merz, che è multimilionario, viene da una esperienza come top manager di Blackrock, una delle principali istituzioni finanziarie mondiali con sede a New York.
Ma la conseguenza più importante è proprio su un tema che non sembra aver avuto una adeguata centralità nella campagna elettorale, focalizzatasi sull’immigrazione, cioè la guerra in Ucraina e la posizione della Germania su di essa e sui tentativi che gli Usa stanno facendo per chiuderla. Su questo il nuovo cancelliere in pectore della Cdu, Merz, europeista e convinto sostenitore dell’Ucraina, si è espresso chiaramente: “Per me la priorità assoluta è raggiungere l’indipendenza dagli Stati Uniti. (...) sembra chiaro che gli Stati Uniti sono indifferenti al futuro dell’Ucraina”. Merz ha aggiunto che avrebbe sentito presto su questi temi Francia e Polonia, cioè i paesi che più stanno contrastando i tentativi statunitensi di chiudere il conflitto. Da qui, un’altra conseguenza probabile delle elezioni tedesche: la riedizione dell’asse franco-tedesco, che fino a qualche tempo fa aveva egemonizzato la Ue.
Certo, per l’ex manager di Blackrock, l’intenzione di rendersi indipendente dagli Usa appare velleitario, dato anche che la Germania è disseminata di basi militari statunitensi, così come è velleitario pretendere di continuare una guerra che è già persa, specie se gli Usa si sfilano. Tuttavia, è preoccupante che anche la Germania si posizioni per la continuazione della guerra e per il riarmo europeo. Anche per questa ragione, è un peccato che Bsw di Sahra Wagenknecht sia rimasta fuori dal parlamento tedesco, visto che, sin dalla sua nascita come scissione dalla Linke, aveva preso una posizione netta contro la guerra.
Fonte
24/02/2025
Germania in stallo, tra conservazione e reazione
Una toppa politica “moderata” sulla voragine della crisi tedesca. I risultati delle elezioni confermano quasi tutte le previsioni della vigilia. L’unica incertezza riguardava infatti se la vittoria dei democristiani di Cdu/Csu sarebbe stata tale da permettere il più classico dei governi di transizione – la Grosse Koalition insieme ai sedicenti socialdemocratici dell’Spd – oppure se si sarebbe reso necessario un “triangolo” includendo i Verdi (quelli guerrafondai di Baebock, peraltro).
Le urne sono state a loro modo spietate. Il finanziere Friedrich Merz, il volto di destra della Cdu, ha vinto ma è rimasto abbondantemente sotto il 30%. Anzi, addirittura sotto il 29 (28,5%), che si traducono in 208 seggi.
Il tracollo dell’Spd ha lasciato a Olaf Scholz e soci appena il 16,4% e 120 deputati. Insieme fanno 328 seggi, garantendo una maggioranza risicata di appena 12 deputati.
Per la formazione di un governo al sicuro da sempre possibili “incidenti parlamentari” – già annunciati per quando si dovranno votare provvedimenti sull’immigrazione, che la Cdu proporrà nell’illusione di “limitare” così l’ascesa dell’AfD – sarebbe necessario imbarcare anche i Grunen, scesi all’11,6%, ma d’altro canto questo complicherebbe le trattative (lo scambio politico tra i diversi programmi) e non assicurerebbe egualmente la “stabilità”.
L’attesa e temuta avanza neonazista dell’AfD è andata anche leggermente al di sopra delle aspettative (il 20,8% invece del 20 attribuito dai sondaggi), raddoppiando voti e seggi; segno che l’alta partecipazione al voto (quasi l’84%) non ha influito sulle proporzioni finali. E che questa presenza è ormai “strutturale” in tutta la Germania, non più solo nei depressi land orientali.
Riemerge dalle tenebre Die Linke, la “sinistra disponibile” che sembrava qualche mese fa destinata al dimenticatoio. Merito in parte dell’ennesima scelta da marketing politico, che ha portato ai vertici la giovane Heidi Reichinnek, anche lei una “ossie”, per intercettare almeno una parte dell’elettorato che vive nell’ex DDR.
Una resurrezione sicuramente facilitata dal suicidio politico commesso quasi un mese fa da una parte dei parlamentari del BSW (la lista di Sarah Wagenknecht), quando hanno votato insieme a Cdu e AfD un ordine del giorno per una futura “legge sulla limitazione dell’afflusso” degli immigrati. Un atto politicamente stupido ma devastante sul piano simbolico, che aveva aperto subito un problema serio con l’ancora vasto elettorato di sinistra radicale, indisponibile a commistioni contronatura. Si è fermata al 4,97%, a una manciata di voti dalla soglia di sbarramento, mentre i sondaggi pre-cazzata la davano sopra il 7%.
Infine spariscono dal Bundestag i liberali, fermi al 4%. Ma nessuno li rimpiangerà...
La formazione di un governo, come da prassi, non sarà né facile né rapida. Lo stesso Merz, mezzo trionfatore, pur spingendo per una soluzione veloce perché “il mondo non ci aspetta”, ha presentato come una vittoria l’eventualità di riuscirci prima di Pasqua (tra due mesi).
Al di là delle ipotesi fornite dall’ars combinatoria sui numeri, il centro della questione è se un governo di compromesso – il solito governo di compromesso, da oltre venti anni a questa parte – sarà in grado di affrontare e soprattutto risolvere problemi giganteschi derivanti dalla mutata situazione strategica in cui la Germania si trova ora.
Due anni di recessione sono un record negativo terribile per la principale economia del Vecchio Continente e dimostrano la crisi profonda in cui è precipitato il “modello mercantilista”, export oriented, basato su salari bassi o comunque “congelati” per un ventennio. Quello stesso modello imposto, per forza economica e azione politica, a tutta l’Unione Europea, che ora si dibatte nella stessa crisi.
Chiunque governi a Berlino, inoltre, non può fare molto contro il venir meno delle ragioni “strutturali” della prosperità tedesca: forniture energetiche a basso costo provenienti dalla Russia, esportazioni verso Mosca e Pechino (poi crollate in conseguenza delle “sanzioni” decise dagli Stati Uniti di Biden per la guerra in Ucraina), basse spese militari grazie all’“ombrello” Usa e all’appartenenza alla Nato. Tutti pilastri che sono venuti meno.
La prospettiva di dazi Usa sulle merci europee, fermo restando il blocco verso Est (logica conseguenza del persistente atteggiamento ultra-guerrafondaio europeo sull’Ucraina), non consente oltretutto di vedere un minimo di sereno all’orizzonte, mente tracolla anche il pilastro industriale principale, l’automotive.
Come si vede, il “successo” economico tedesco era fondato su condizioni strategiche che consentivano il perdurare di un modello “conservativo” sul piano industriale e conservatore su quello politico (l’Spd non è mai stata diversa dalla Cdu, dai tempi di Brandt e Schmidt).
Ed anche quando funzionava quell’assetto non ha consentito di risolvere la principale contraddizione interna alla Germania, ossia la diseguaglianza profonda tra i land dell’Ovest rispetto a quelli ex DDR, oltretutto spogliati del proprio apparato produttivo in seguito all’Anschluss post caduta del Muro.
L’approccio “conservativo” ha ridotto al minimo la capacità di innovazione – praticamente, nessuna impresa tedesca od europea, segnala persino Mario Draghi, è presente tra i protagonisti delle nuove tecnologie – anche perché nessuna “visione” lungimirante è stata prodotta o almeno cercata. Le imprese, del resto, avevano un ambiente confortevole in cui fare alti profitti con il minimo sforzo...
Ora questo mondo invecchiato nella “stabilità” fissata dalle politiche di “austerità” si ritrova a doversi districare tra il trumpismo aggressivo (ma finalizzato alla riduzione degli impegni e delle spese statunitensi) e una possibile “nuova Yalta” che cancellerebbe di colpo tutto il castello di politiche e menzogne messo su nell’ultimo trentennio. Tradotto: che ridurrebbe la portata delle relazioni commerciali con Washington mentre restano congelate quelle con Russia e Cina.
Un problema gigantesco che riguarda certo tutta l’Europa. Ma che ha nella Germania, per forza di cose e di “peso”, il fulcro che determinerà il futuro a medio termine. Un fulcro in stallo tra conservazione senza speranze e reazione senza cervello. Perché l’unica cosa chiara è che una Germania “neonazista” potrebbe solo dar fuoco alle polveri stivate nella crisi, non certo costruire una prospettiva credibile.
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Le urne sono state a loro modo spietate. Il finanziere Friedrich Merz, il volto di destra della Cdu, ha vinto ma è rimasto abbondantemente sotto il 30%. Anzi, addirittura sotto il 29 (28,5%), che si traducono in 208 seggi.
Il tracollo dell’Spd ha lasciato a Olaf Scholz e soci appena il 16,4% e 120 deputati. Insieme fanno 328 seggi, garantendo una maggioranza risicata di appena 12 deputati.
Per la formazione di un governo al sicuro da sempre possibili “incidenti parlamentari” – già annunciati per quando si dovranno votare provvedimenti sull’immigrazione, che la Cdu proporrà nell’illusione di “limitare” così l’ascesa dell’AfD – sarebbe necessario imbarcare anche i Grunen, scesi all’11,6%, ma d’altro canto questo complicherebbe le trattative (lo scambio politico tra i diversi programmi) e non assicurerebbe egualmente la “stabilità”.
L’attesa e temuta avanza neonazista dell’AfD è andata anche leggermente al di sopra delle aspettative (il 20,8% invece del 20 attribuito dai sondaggi), raddoppiando voti e seggi; segno che l’alta partecipazione al voto (quasi l’84%) non ha influito sulle proporzioni finali. E che questa presenza è ormai “strutturale” in tutta la Germania, non più solo nei depressi land orientali.
Riemerge dalle tenebre Die Linke, la “sinistra disponibile” che sembrava qualche mese fa destinata al dimenticatoio. Merito in parte dell’ennesima scelta da marketing politico, che ha portato ai vertici la giovane Heidi Reichinnek, anche lei una “ossie”, per intercettare almeno una parte dell’elettorato che vive nell’ex DDR.
Una resurrezione sicuramente facilitata dal suicidio politico commesso quasi un mese fa da una parte dei parlamentari del BSW (la lista di Sarah Wagenknecht), quando hanno votato insieme a Cdu e AfD un ordine del giorno per una futura “legge sulla limitazione dell’afflusso” degli immigrati. Un atto politicamente stupido ma devastante sul piano simbolico, che aveva aperto subito un problema serio con l’ancora vasto elettorato di sinistra radicale, indisponibile a commistioni contronatura. Si è fermata al 4,97%, a una manciata di voti dalla soglia di sbarramento, mentre i sondaggi pre-cazzata la davano sopra il 7%.
Infine spariscono dal Bundestag i liberali, fermi al 4%. Ma nessuno li rimpiangerà...
La formazione di un governo, come da prassi, non sarà né facile né rapida. Lo stesso Merz, mezzo trionfatore, pur spingendo per una soluzione veloce perché “il mondo non ci aspetta”, ha presentato come una vittoria l’eventualità di riuscirci prima di Pasqua (tra due mesi).
Al di là delle ipotesi fornite dall’ars combinatoria sui numeri, il centro della questione è se un governo di compromesso – il solito governo di compromesso, da oltre venti anni a questa parte – sarà in grado di affrontare e soprattutto risolvere problemi giganteschi derivanti dalla mutata situazione strategica in cui la Germania si trova ora.
Due anni di recessione sono un record negativo terribile per la principale economia del Vecchio Continente e dimostrano la crisi profonda in cui è precipitato il “modello mercantilista”, export oriented, basato su salari bassi o comunque “congelati” per un ventennio. Quello stesso modello imposto, per forza economica e azione politica, a tutta l’Unione Europea, che ora si dibatte nella stessa crisi.
Chiunque governi a Berlino, inoltre, non può fare molto contro il venir meno delle ragioni “strutturali” della prosperità tedesca: forniture energetiche a basso costo provenienti dalla Russia, esportazioni verso Mosca e Pechino (poi crollate in conseguenza delle “sanzioni” decise dagli Stati Uniti di Biden per la guerra in Ucraina), basse spese militari grazie all’“ombrello” Usa e all’appartenenza alla Nato. Tutti pilastri che sono venuti meno.
La prospettiva di dazi Usa sulle merci europee, fermo restando il blocco verso Est (logica conseguenza del persistente atteggiamento ultra-guerrafondaio europeo sull’Ucraina), non consente oltretutto di vedere un minimo di sereno all’orizzonte, mente tracolla anche il pilastro industriale principale, l’automotive.
Come si vede, il “successo” economico tedesco era fondato su condizioni strategiche che consentivano il perdurare di un modello “conservativo” sul piano industriale e conservatore su quello politico (l’Spd non è mai stata diversa dalla Cdu, dai tempi di Brandt e Schmidt).
Ed anche quando funzionava quell’assetto non ha consentito di risolvere la principale contraddizione interna alla Germania, ossia la diseguaglianza profonda tra i land dell’Ovest rispetto a quelli ex DDR, oltretutto spogliati del proprio apparato produttivo in seguito all’Anschluss post caduta del Muro.
L’approccio “conservativo” ha ridotto al minimo la capacità di innovazione – praticamente, nessuna impresa tedesca od europea, segnala persino Mario Draghi, è presente tra i protagonisti delle nuove tecnologie – anche perché nessuna “visione” lungimirante è stata prodotta o almeno cercata. Le imprese, del resto, avevano un ambiente confortevole in cui fare alti profitti con il minimo sforzo...
Ora questo mondo invecchiato nella “stabilità” fissata dalle politiche di “austerità” si ritrova a doversi districare tra il trumpismo aggressivo (ma finalizzato alla riduzione degli impegni e delle spese statunitensi) e una possibile “nuova Yalta” che cancellerebbe di colpo tutto il castello di politiche e menzogne messo su nell’ultimo trentennio. Tradotto: che ridurrebbe la portata delle relazioni commerciali con Washington mentre restano congelate quelle con Russia e Cina.
Un problema gigantesco che riguarda certo tutta l’Europa. Ma che ha nella Germania, per forza di cose e di “peso”, il fulcro che determinerà il futuro a medio termine. Un fulcro in stallo tra conservazione senza speranze e reazione senza cervello. Perché l’unica cosa chiara è che una Germania “neonazista” potrebbe solo dar fuoco alle polveri stivate nella crisi, non certo costruire una prospettiva credibile.
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21/02/2025
Germania - La sorpresa delle elezioni potrebbe essere la Linke
Domenica in Germania si vota. Secondo lo studio “Gioventù in Germania 2025” sulle preferenze di voto dei giovani, l’ultra-destra AfD (20%) e la Sinistra (19%) sono attualmente considerati i partiti più popolari tra i nuovi elettori, e sono i due partiti che attualmente riscuotono particolare successo nella campagna elettorale sui social network. Non vanno male anche la presidente della BSW Sahra Wagenknecht e il presidente dell’FDP Christian Lindner che raggiungono milioni di persone attraverso le varie piattaforme.
Per le elezioni di domenica la BSW di Sara Wagenknecht elenca nove buoni motivi per invitare i tedeschi a votare il proprio partito. “I vecchi partiti hanno avuto la loro possibilità, ma hanno fallito: la disuguaglianza sociale sta aumentando, importanti industrie si stanno trasferendo, ingenti somme di denaro vengono spese per le armi e aumenta la minaccia della guerra, il problema delle migrazioni incontrollate è irrisolto e le nostre scuole, ospedali, strade e ferrovie sono in pessime condizioni” riporta la sintetica prefazione ai nove punti.
“La Sahra Wagenknecht Alliance (BSW) rappresenta un nuovo inizio. Se siete stanchi della stagnazione politica, ora è il momento di votare per una vera alternativa che possa finalmente far progredire di nuovo il nostro Paese!”.
Il partito BSW è uscito un bel po’ malconcio, dopo un lungo trend in crescita, dalla decisione di votare la legge sull’immigrazione irregolare. Il gruppo parlamentare si è diviso sul voto al Bundestag.
Ma è la Linke che sembra aver ha migliorato le proprie performance. Su Instagram e TikTok, la sinistra ha avviato una corsa al recupero.
Molto di questo è stato grazie alla giovane candidata di sinistra Heidi Reichinnek. I giornali tedeschi stanno titolando: “La nuova stella della sinistra che può cambiare l’esito del voto in Germania”. Mentre la Linke era data ancora tra il tre e il quattro per cento nella seconda metà di gennaio, ora è quasi ininterrottamente tra il sei e il sette per cento. Il rientro nel Bundestag sembra certo.
Pubblichiamo qui di seguito una intervista a Janis Ehling della Linke pubblicato dal quotidiano della sinistra alternativa tedesca Junge Welt.
Nico Popp
Sembra un po’ che Die Linke sia la festa del momento. I sondaggi mostrano improvvisamente una tendenza al rialzo, numerosi nuovi membri si stanno unendo e ci sono quasi ogni giorno notizie di simpatia nei media su una rinascita del partito. Quanto è ottimista sul fatto che tutto questo porterà a un ingresso incontrastato nel Bundestag domenica?
Siamo molto ottimisti al riguardo. E nella situazione politica con questo spostamento sociale a destra, è anche incredibilmente importante che ci sia un tale segnale. Cosa ci rende fiduciosi: ogni giorno abbiamo ancora un nuovo record di membri. Ogni giorno, circa 1.000 persone si uniscono alla festa.
Qual è lo stato attuale delle iscrizioni?
Oggi siamo a più di 91.000. Ora dobbiamo ristampare le tessere associative per la seconda volta. Quindi abbiamo un bel po’ di problemi di flusso in questo momento. L’umore è euforico.
Su quali basi è cambiato l’umore nel partito? Se si parlava con i deputati dodici o 24 mesi fa, si parlava quasi all’unanimità di un clima apocalittico, di dimissioni in tutte le direzioni, di associazioni di quartiere che non riescono più a gestire le campagne elettorali e simili. Le cose sono cambiate da un giorno all’altro, per così dire?
In effetti, molti problemi si sono trasformati nel loro opposto. Se per molto tempo abbiamo dovuto lottare con il crollo delle strutture, ora dobbiamo far fronte a un assalto. Fondamentalmente, la metà degli attuali membri sono nuovi nel partito. Ma un altro fattore è che il partito lavora davvero insieme. Tutte le federazioni statali lavorano insieme, il gruppo del Bundestag e il partito mantengono stretti contatti. Riteniamo che se ci uniamo, possiamo anche stabilire questioni come il tetto massimo dell’affitto.
Da dove vengono i potenziali elettori che stanno facendo salire i voti nei sondaggi? Solo pochi mesi fa il partito nel Brandeburgo, un tempo roccaforte del PDS, ha ottenuto un catastrofico tre per cento alle elezioni statali. Nelle elezioni del Bundestag del 2021, quando è rimasto al di sotto del cinque per cento a livello nazionale, Die Linke ha comunque ottenuto l’8,5 per cento in Brandeburgo. Questi e altri ex elettori torneranno? O sono principalmente elettori che non hanno mai votato per Die Linke prima?
Valuteremo tutto questo dopo le elezioni. Ma sappiamo già che tra loro ci sono molti elettori di SPD e Verdi delusi dal governo semaforo. Scholz e Habeck sono sostanzialmente logori, non appaiono più come alternativa a Merz e alla CDU/CSU. E ho anche l’impressione che con la nostra campagna elettorale stiamo raggiungendo anche molti ex non votanti. E, naturalmente, gli elettori per la prima volta.
Quindi non contate sugli ex elettori?
Alcuni dei vecchi elettori torneranno sicuramente. Questo è già evidente. Ci contattano molte persone che non sentiamo da molto tempo. Ma il fattore decisivo nei sondaggi sono probabilmente i gruppi sopra citati.
Secondo quanto riferito, l’età media dei molti nuovi membri è inferiore ai 30 anni. Giusto?
Sì. A circa 29 anni.
Questo è sorprendentemente lontano dall’età media dei membri precedenti, soprattutto nell’est. Come sono distribuiti geograficamente questi ingressi? Ad esempio, l’ondata di persone che si uniscono all’Est si trova principalmente nelle città universitarie come Lipsia, Dresda, Jena e Berlino? O si svolge in modo relativamente uniforme altrove?
Le federazioni occidentali, in particolare, hanno quasi raddoppiato il loro numero di membri. Ma allo stesso tempo, stiamo registrando un numero incredibile di nuovi ingressi nell’est – per la prima volta in molti anni – e la linea di fondo è che abbiamo più nuovi ingressi che dimissioni. L’ultima volta che è successo è stato nel 2007 o nel 2008, cioè subito dopo la fondazione del partito. E anche le iscrizioni nelle città più piccole e nelle aree rurali giocano un ruolo qui.
Se si parla con i membri di lunga data, spesso affermano con evidente consenso che è in corso una sorta di sostituzione dei membri. E questo è regolarmente associato a riferimenti a implicazioni politiche. Di recente, un compagno di Amburgo ci ha scritto che stanno spingendo nel partito membri “che non mi sarei mai aspettato di far parte del nostro partito”, comprese “persone che sono a favore della consegna di armi”. I membri che la vedono in modo diverso vengono “derisi e soppressi”. Come lo percepisce? Questa ondata di nuovi arrivati è vista come una sfida politica?
È assolutamente chiaro che si tratta di una sfida. In termini di età media, il Partito della Sinistra è passato dall’essere uno dei partiti più vecchi a uno dei partiti più giovani. La mia impressione è che ci sia un movimento nel partito, e qualcosa del genere accade solo una volta ogni pochi decenni. Mi aspetto fermamente che questi nuovi membri portino anche un sacco di nuove posizioni. Ma non credo che questo si tradurrà in cambiamenti drammatici nella questione della pace. Abbiamo avuto il congresso del partito a Halle in ottobre, e almeno la metà dei delegati erano relativamente nuovi nel partito, cioè negli ultimi cinque anni. Ci sono state votazioni sull’argomento in cui non ci sono stati grandi cambiamenti.
Quali sono le cause politiche del vento favorevole che il partito sta avvertendo? Si tratta di una specifica condizione politica nella campagna elettorale o è principalmente dovuta a cambiamenti nell’approccio politico?
L’unità del partito è un fattore decisivo. Un altro fattore dopo il patto di Merz con l’AfD è ovviamente il nostro antifascismo. Ed è fondamentale concentrarsi sul contrasto tra alto e basso con il tema degli affitti e dell’inflazione. Questo non accade nelle campagne elettorali degli altri partiti. Vogliono solo parlare di migrazione. E questa è una distrazione dai problemi reali.
Il partito ha questi problemi da anni, anche se con accenti diversi. Cosa sta facendo l’attuale leadership del partito in modo diverso dalle leadership del partito degli anni passati?
È sempre una questione di credibilità. Se discuti solo come partito per anni e investi gran parte della tua energia nelle lotte interne, a un certo punto scomparirai. E ora due momenti si uniscono. Uno è il fallimento del governo semaforo, il cui accordo di coalizione relativamente progressista non ha raggiunto il popolo. In questa situazione, ora siamo visibili come un partito con una direzione unita che mette al primo posto le preoccupazioni del popolo. Nel 2017 e in seguito, il partito è stato sostanzialmente diviso in comitato esecutivo e gruppo parlamentare.
Lei sostiene che la causa della crisi del partito è stata la disputa interna al partito? E non la linea politica della leadership del partito? Ad esempio, nella campagna elettorale del Bundestag del 2021, quando l’SPD e i Verdi sono stati imposti come partner di minoranza.
In ogni caso, è un prerequisito per il successo che ora chiariamo le questioni internamente e concordiamo sulle questioni importanti.
Supponiamo che il partito si muova nel prossimo Bundestag: quali sfide politiche pensa che il partito dovrà affrontare nei prossimi mesi? Quali compiti si prefigge?
Molto dipende dal tipo di governo che si formerà. Se è sufficiente solo per la CDU/CSU, SPD e Verdi insieme, assisteremo a una sorta di continuazione del semaforo. In definitiva, questo rafforzerà ulteriormente il diritto. In un tale scenario, è molto chiaro per noi che dobbiamo essere l’opposizione sociale, che dobbiamo far sentire le nostre rivendicazioni. Se ci sarà un governo dell’Unione e dei Verdi, c’è da aspettarsi attacchi ai diritti dei lavoratori. E poi organizzeremo l’opposizione contro di essi.
A livello nazionale, molte persone di sinistra – in particolare i migranti di sinistra – sono preoccupate per la repressione contro il movimento di solidarietà con la Palestina. Recentemente, a Berlino, il sindaco è intervenuto personalmente contro un evento con la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese alla FU, e un evento a cui Albanese e il segretario generale di Amnesty International, Julia Duchrow, dovevano comparire, è stato appena rinviato sotto la pressione della polizia. Se la polizia non lo impedirà, si svolgerà con breve preavviso sotto l’egida di jW. Qual è la posizione del Partito della Sinistra su questi sviluppi?
Rifiutiamo questa criminalizzazione generalizzata del movimento di solidarietà con la Palestina.
Attualmente, un accordo tra Stati Uniti e Russia su un cessate il fuoco in Ucraina è apparentemente imminente. Nel dibattito tedesco, a questo si risponde spesso con richieste di un’accelerazione del riarmo. In che modo il suo partito si oppone a questo?
Questa corsa agli armamenti è completamente folle. Rifiutiamo chiaramente questi obiettivi del due, tre e cinque per cento. Questi soldi mancano negli asili nido, mancano nelle ferrovie, mancano nella ristrutturazione dell’industria. Per quanto riguarda i negoziati per un cessate il fuoco in Ucraina, stiamo assistendo al ritorno di un ‘Grande Gioco’ in cui Trump dice che Putin può avere questa o quella parte dell’Ucraina, e Putin potrebbe guardare dall’altra parte se Trump prendesse la Groenlandia o Panama.
Questo è uno sviluppo incredibilmente pericoloso. A nostro avviso, c’è un attore che dovrebbe essere coinvolto nei negoziati di pace, ed è l’ONU.
Venerdì scorso il Consiglio federale ha adottato una risoluzione sulla guerra in Ucraina, che batte il tamburo per le consegne di armi e la politica delle sanzioni. Gli stati del Meclemburgo-Pomerania Anteriore e di Brema, in cui il suo partito fa parte del governo, si sono messi d’accordo. Perché?
Il partito rifiuta le consegne di armi. Credo che questo sia stato un voto puramente simbolico nell’anniversario dell’attacco russo. Siamo ora a un punto in cui si sta finalmente discutendo di un cessate il fuoco. E da anni chiediamo al governo tedesco di lanciare finalmente iniziative diplomatiche.
Questi voti non sono forse diretti proprio contro questa richiesta di iniziativa diplomatica?
Le nostre richieste politiche sono importanti e non ritengo che tali voti simbolici al Bundesrat siano decisivi.
Il suo principale candidato, Jan van Aken, ha descritto l’AfD e il BSW come partiti del Cremlino al congresso del partito a gennaio. Per molto tempo, la sinistra in Germania non ha avuto l’idea di rivolgere l’accusa di tradimento contro altri partiti per buone ragioni. Nella Repubblica federale di Germania, e anche prima, si trattava di una denuncia che veniva regolarmente dalla destra. Perché il co-presidente di Die Linke lo sta facendo ora?
Naturalmente, questa è una formulazione piuttosto esagerata. L’essenza di tutto ciò era che ci opponevamo inequivocabilmente a qualsiasi forma di imperialismo.
Al congresso del partito a Halle in ottobre, i delegati hanno forzato un voto di solidarietà con il cosiddetto Appello di Berlino contro lo stazionamento di missili a medio raggio statunitensi in Germania. Lei è intervenuto all’epoca e ha consigliato di rinunciare a questo voto, perché, per esempio, non avrebbe saputo cosa c’era in questo ricorso. Nel frattempo sei riuscito a familiarizzare con il contenuto?
Subito dopo la votazione. E ho visto che questa è una cosa sensata. I delegati ovviamente lo sapevano meglio di me.
Questo dispiegamento di missili gioca un ruolo significativo nella campagna elettorale del partito?
Fa parte della nostra strategia elettorale e del nostro programma elettorale che rifiutiamo questo stazionamento di missili.
Fonte
Per le elezioni di domenica la BSW di Sara Wagenknecht elenca nove buoni motivi per invitare i tedeschi a votare il proprio partito. “I vecchi partiti hanno avuto la loro possibilità, ma hanno fallito: la disuguaglianza sociale sta aumentando, importanti industrie si stanno trasferendo, ingenti somme di denaro vengono spese per le armi e aumenta la minaccia della guerra, il problema delle migrazioni incontrollate è irrisolto e le nostre scuole, ospedali, strade e ferrovie sono in pessime condizioni” riporta la sintetica prefazione ai nove punti.
“La Sahra Wagenknecht Alliance (BSW) rappresenta un nuovo inizio. Se siete stanchi della stagnazione politica, ora è il momento di votare per una vera alternativa che possa finalmente far progredire di nuovo il nostro Paese!”.
Il partito BSW è uscito un bel po’ malconcio, dopo un lungo trend in crescita, dalla decisione di votare la legge sull’immigrazione irregolare. Il gruppo parlamentare si è diviso sul voto al Bundestag.
Ma è la Linke che sembra aver ha migliorato le proprie performance. Su Instagram e TikTok, la sinistra ha avviato una corsa al recupero.
Molto di questo è stato grazie alla giovane candidata di sinistra Heidi Reichinnek. I giornali tedeschi stanno titolando: “La nuova stella della sinistra che può cambiare l’esito del voto in Germania”. Mentre la Linke era data ancora tra il tre e il quattro per cento nella seconda metà di gennaio, ora è quasi ininterrottamente tra il sei e il sette per cento. Il rientro nel Bundestag sembra certo.
Pubblichiamo qui di seguito una intervista a Janis Ehling della Linke pubblicato dal quotidiano della sinistra alternativa tedesca Junge Welt.
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Nel Partito della Sinistra l’ingresso nel Bundestag è ormai considerato certo. Una conversazione con Janis Ehling
Nel Partito della Sinistra l’ingresso nel Bundestag è ormai considerato certo. Una conversazione con Janis Ehling
Nico Popp
Sembra un po’ che Die Linke sia la festa del momento. I sondaggi mostrano improvvisamente una tendenza al rialzo, numerosi nuovi membri si stanno unendo e ci sono quasi ogni giorno notizie di simpatia nei media su una rinascita del partito. Quanto è ottimista sul fatto che tutto questo porterà a un ingresso incontrastato nel Bundestag domenica?
Siamo molto ottimisti al riguardo. E nella situazione politica con questo spostamento sociale a destra, è anche incredibilmente importante che ci sia un tale segnale. Cosa ci rende fiduciosi: ogni giorno abbiamo ancora un nuovo record di membri. Ogni giorno, circa 1.000 persone si uniscono alla festa.
Qual è lo stato attuale delle iscrizioni?
Oggi siamo a più di 91.000. Ora dobbiamo ristampare le tessere associative per la seconda volta. Quindi abbiamo un bel po’ di problemi di flusso in questo momento. L’umore è euforico.
Su quali basi è cambiato l’umore nel partito? Se si parlava con i deputati dodici o 24 mesi fa, si parlava quasi all’unanimità di un clima apocalittico, di dimissioni in tutte le direzioni, di associazioni di quartiere che non riescono più a gestire le campagne elettorali e simili. Le cose sono cambiate da un giorno all’altro, per così dire?
In effetti, molti problemi si sono trasformati nel loro opposto. Se per molto tempo abbiamo dovuto lottare con il crollo delle strutture, ora dobbiamo far fronte a un assalto. Fondamentalmente, la metà degli attuali membri sono nuovi nel partito. Ma un altro fattore è che il partito lavora davvero insieme. Tutte le federazioni statali lavorano insieme, il gruppo del Bundestag e il partito mantengono stretti contatti. Riteniamo che se ci uniamo, possiamo anche stabilire questioni come il tetto massimo dell’affitto.
Da dove vengono i potenziali elettori che stanno facendo salire i voti nei sondaggi? Solo pochi mesi fa il partito nel Brandeburgo, un tempo roccaforte del PDS, ha ottenuto un catastrofico tre per cento alle elezioni statali. Nelle elezioni del Bundestag del 2021, quando è rimasto al di sotto del cinque per cento a livello nazionale, Die Linke ha comunque ottenuto l’8,5 per cento in Brandeburgo. Questi e altri ex elettori torneranno? O sono principalmente elettori che non hanno mai votato per Die Linke prima?
Valuteremo tutto questo dopo le elezioni. Ma sappiamo già che tra loro ci sono molti elettori di SPD e Verdi delusi dal governo semaforo. Scholz e Habeck sono sostanzialmente logori, non appaiono più come alternativa a Merz e alla CDU/CSU. E ho anche l’impressione che con la nostra campagna elettorale stiamo raggiungendo anche molti ex non votanti. E, naturalmente, gli elettori per la prima volta.
Quindi non contate sugli ex elettori?
Alcuni dei vecchi elettori torneranno sicuramente. Questo è già evidente. Ci contattano molte persone che non sentiamo da molto tempo. Ma il fattore decisivo nei sondaggi sono probabilmente i gruppi sopra citati.
Secondo quanto riferito, l’età media dei molti nuovi membri è inferiore ai 30 anni. Giusto?
Sì. A circa 29 anni.
Questo è sorprendentemente lontano dall’età media dei membri precedenti, soprattutto nell’est. Come sono distribuiti geograficamente questi ingressi? Ad esempio, l’ondata di persone che si uniscono all’Est si trova principalmente nelle città universitarie come Lipsia, Dresda, Jena e Berlino? O si svolge in modo relativamente uniforme altrove?
Le federazioni occidentali, in particolare, hanno quasi raddoppiato il loro numero di membri. Ma allo stesso tempo, stiamo registrando un numero incredibile di nuovi ingressi nell’est – per la prima volta in molti anni – e la linea di fondo è che abbiamo più nuovi ingressi che dimissioni. L’ultima volta che è successo è stato nel 2007 o nel 2008, cioè subito dopo la fondazione del partito. E anche le iscrizioni nelle città più piccole e nelle aree rurali giocano un ruolo qui.
Se si parla con i membri di lunga data, spesso affermano con evidente consenso che è in corso una sorta di sostituzione dei membri. E questo è regolarmente associato a riferimenti a implicazioni politiche. Di recente, un compagno di Amburgo ci ha scritto che stanno spingendo nel partito membri “che non mi sarei mai aspettato di far parte del nostro partito”, comprese “persone che sono a favore della consegna di armi”. I membri che la vedono in modo diverso vengono “derisi e soppressi”. Come lo percepisce? Questa ondata di nuovi arrivati è vista come una sfida politica?
È assolutamente chiaro che si tratta di una sfida. In termini di età media, il Partito della Sinistra è passato dall’essere uno dei partiti più vecchi a uno dei partiti più giovani. La mia impressione è che ci sia un movimento nel partito, e qualcosa del genere accade solo una volta ogni pochi decenni. Mi aspetto fermamente che questi nuovi membri portino anche un sacco di nuove posizioni. Ma non credo che questo si tradurrà in cambiamenti drammatici nella questione della pace. Abbiamo avuto il congresso del partito a Halle in ottobre, e almeno la metà dei delegati erano relativamente nuovi nel partito, cioè negli ultimi cinque anni. Ci sono state votazioni sull’argomento in cui non ci sono stati grandi cambiamenti.
Quali sono le cause politiche del vento favorevole che il partito sta avvertendo? Si tratta di una specifica condizione politica nella campagna elettorale o è principalmente dovuta a cambiamenti nell’approccio politico?
L’unità del partito è un fattore decisivo. Un altro fattore dopo il patto di Merz con l’AfD è ovviamente il nostro antifascismo. Ed è fondamentale concentrarsi sul contrasto tra alto e basso con il tema degli affitti e dell’inflazione. Questo non accade nelle campagne elettorali degli altri partiti. Vogliono solo parlare di migrazione. E questa è una distrazione dai problemi reali.
Il partito ha questi problemi da anni, anche se con accenti diversi. Cosa sta facendo l’attuale leadership del partito in modo diverso dalle leadership del partito degli anni passati?
È sempre una questione di credibilità. Se discuti solo come partito per anni e investi gran parte della tua energia nelle lotte interne, a un certo punto scomparirai. E ora due momenti si uniscono. Uno è il fallimento del governo semaforo, il cui accordo di coalizione relativamente progressista non ha raggiunto il popolo. In questa situazione, ora siamo visibili come un partito con una direzione unita che mette al primo posto le preoccupazioni del popolo. Nel 2017 e in seguito, il partito è stato sostanzialmente diviso in comitato esecutivo e gruppo parlamentare.
Lei sostiene che la causa della crisi del partito è stata la disputa interna al partito? E non la linea politica della leadership del partito? Ad esempio, nella campagna elettorale del Bundestag del 2021, quando l’SPD e i Verdi sono stati imposti come partner di minoranza.
In ogni caso, è un prerequisito per il successo che ora chiariamo le questioni internamente e concordiamo sulle questioni importanti.
Supponiamo che il partito si muova nel prossimo Bundestag: quali sfide politiche pensa che il partito dovrà affrontare nei prossimi mesi? Quali compiti si prefigge?
Molto dipende dal tipo di governo che si formerà. Se è sufficiente solo per la CDU/CSU, SPD e Verdi insieme, assisteremo a una sorta di continuazione del semaforo. In definitiva, questo rafforzerà ulteriormente il diritto. In un tale scenario, è molto chiaro per noi che dobbiamo essere l’opposizione sociale, che dobbiamo far sentire le nostre rivendicazioni. Se ci sarà un governo dell’Unione e dei Verdi, c’è da aspettarsi attacchi ai diritti dei lavoratori. E poi organizzeremo l’opposizione contro di essi.
A livello nazionale, molte persone di sinistra – in particolare i migranti di sinistra – sono preoccupate per la repressione contro il movimento di solidarietà con la Palestina. Recentemente, a Berlino, il sindaco è intervenuto personalmente contro un evento con la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese alla FU, e un evento a cui Albanese e il segretario generale di Amnesty International, Julia Duchrow, dovevano comparire, è stato appena rinviato sotto la pressione della polizia. Se la polizia non lo impedirà, si svolgerà con breve preavviso sotto l’egida di jW. Qual è la posizione del Partito della Sinistra su questi sviluppi?
Rifiutiamo questa criminalizzazione generalizzata del movimento di solidarietà con la Palestina.
Attualmente, un accordo tra Stati Uniti e Russia su un cessate il fuoco in Ucraina è apparentemente imminente. Nel dibattito tedesco, a questo si risponde spesso con richieste di un’accelerazione del riarmo. In che modo il suo partito si oppone a questo?
Questa corsa agli armamenti è completamente folle. Rifiutiamo chiaramente questi obiettivi del due, tre e cinque per cento. Questi soldi mancano negli asili nido, mancano nelle ferrovie, mancano nella ristrutturazione dell’industria. Per quanto riguarda i negoziati per un cessate il fuoco in Ucraina, stiamo assistendo al ritorno di un ‘Grande Gioco’ in cui Trump dice che Putin può avere questa o quella parte dell’Ucraina, e Putin potrebbe guardare dall’altra parte se Trump prendesse la Groenlandia o Panama.
Questo è uno sviluppo incredibilmente pericoloso. A nostro avviso, c’è un attore che dovrebbe essere coinvolto nei negoziati di pace, ed è l’ONU.
Venerdì scorso il Consiglio federale ha adottato una risoluzione sulla guerra in Ucraina, che batte il tamburo per le consegne di armi e la politica delle sanzioni. Gli stati del Meclemburgo-Pomerania Anteriore e di Brema, in cui il suo partito fa parte del governo, si sono messi d’accordo. Perché?
Il partito rifiuta le consegne di armi. Credo che questo sia stato un voto puramente simbolico nell’anniversario dell’attacco russo. Siamo ora a un punto in cui si sta finalmente discutendo di un cessate il fuoco. E da anni chiediamo al governo tedesco di lanciare finalmente iniziative diplomatiche.
Questi voti non sono forse diretti proprio contro questa richiesta di iniziativa diplomatica?
Le nostre richieste politiche sono importanti e non ritengo che tali voti simbolici al Bundesrat siano decisivi.
Il suo principale candidato, Jan van Aken, ha descritto l’AfD e il BSW come partiti del Cremlino al congresso del partito a gennaio. Per molto tempo, la sinistra in Germania non ha avuto l’idea di rivolgere l’accusa di tradimento contro altri partiti per buone ragioni. Nella Repubblica federale di Germania, e anche prima, si trattava di una denuncia che veniva regolarmente dalla destra. Perché il co-presidente di Die Linke lo sta facendo ora?
Naturalmente, questa è una formulazione piuttosto esagerata. L’essenza di tutto ciò era che ci opponevamo inequivocabilmente a qualsiasi forma di imperialismo.
Al congresso del partito a Halle in ottobre, i delegati hanno forzato un voto di solidarietà con il cosiddetto Appello di Berlino contro lo stazionamento di missili a medio raggio statunitensi in Germania. Lei è intervenuto all’epoca e ha consigliato di rinunciare a questo voto, perché, per esempio, non avrebbe saputo cosa c’era in questo ricorso. Nel frattempo sei riuscito a familiarizzare con il contenuto?
Subito dopo la votazione. E ho visto che questa è una cosa sensata. I delegati ovviamente lo sapevano meglio di me.
Questo dispiegamento di missili gioca un ruolo significativo nella campagna elettorale del partito?
Fa parte della nostra strategia elettorale e del nostro programma elettorale che rifiutiamo questo stazionamento di missili.
Fonte
01/02/2025
Germania - Non passa la legge contro gli immigrati voluta da conservatori e ultradestra
Alla fine il Bundestag tedesco ha respinto la legge sui migranti che era stata presentata dall’alleanza tra i conservatori di Cdu/Csu e l’ultradestra dell’AfD.
Contro la legge, presentata da Cdu/Csu con il sostegno di AfD, hanno votato 350 deputati del Bundestag, mentre 338 hanno votato in favore e cinque si sono astenuti. I presenti erano 693. Il voto viene seguito da reazioni veementi in vista delle elezioni del 23 febbraio. “Friedrich Merz è scattato come una tigre ed è finito come uno zerbino”, è stato il commento della leader dell’AfD Alice Weidel, secondo cui ad affossare la legge è stata “l’implosione del partito conservatore”.
In un’intervista all’Handelsblatt, il leader della Csu bavarese – notoriamente ultrareazionaria – Söder ha sottolineato di essere pienamente d’accordo con la politica migratoria più severa indicata del candidato cancelliere della Cdu/Csu Friedrich Merz, a suo avviso la popolazione si aspetta un cambio di direzione.
Sette deputati sui dieci dell’Alleanza Sara Wagenkcnecht hanno votato a favore della legge. “Litigi indegni prima di ogni elezione, un po’ di simbolismo: questa è la risposta dei Verdi e dell’SPD alle paure della gente” – è stato il commento della deputata Sara Wagencknecht – “E mentre l’AfD avvelena sempre di più il clima del nostro paese, di cui soffrono in particolare gli immigrati ben integrati, il signor Merz riesce a parlare delle cause della fuga, ma per non parlare delle guerre degli Stati Uniti”.
Mentre l’Afd ha votato compatta per la legge, sono stati 12 i parlamentari della Cdu-Csu che hanno votato contro la legge proposta dal loro segretario. Si erano avuti segnali di defezioni interne, in particolare dopo l’intervento dell’ex cancelliera Angela Merkel che ha duramente criticato il fatto che il suo partito potesse affidarsi al sostegno dell’estrema destra,
Mercoledì, la CDU/CSU, con l’aiuto dell’AfD, ha approvato una mozione per inasprire la politica migratoria. Venerdì è seguito il voto su un inasprimento della legge, che aveva lo scopo di limitare il ricongiungimento familiare e promuovere i cosiddetti respingimenti alle frontiere.
La mozione sul “Piano in cinque punti” ha ottenuto 348 voti a favore e 345 contro. Le astensioni erano state 10.
Nei giorni scorsi in numerose città, diverse migliaia di persone hanno manifestato contro il piano e le mozioni approvate mercoledì al Bundestag. Ad Hannover, venerdì gli attivisti sono saliti fin sopra il balcone dell’ufficio dell’associazione distrettuale CDU. Mentre circa 10.000 persone hanno protestato davanti alla sede della CDU a Berlino.
Fonte
Contro la legge, presentata da Cdu/Csu con il sostegno di AfD, hanno votato 350 deputati del Bundestag, mentre 338 hanno votato in favore e cinque si sono astenuti. I presenti erano 693. Il voto viene seguito da reazioni veementi in vista delle elezioni del 23 febbraio. “Friedrich Merz è scattato come una tigre ed è finito come uno zerbino”, è stato il commento della leader dell’AfD Alice Weidel, secondo cui ad affossare la legge è stata “l’implosione del partito conservatore”.
In un’intervista all’Handelsblatt, il leader della Csu bavarese – notoriamente ultrareazionaria – Söder ha sottolineato di essere pienamente d’accordo con la politica migratoria più severa indicata del candidato cancelliere della Cdu/Csu Friedrich Merz, a suo avviso la popolazione si aspetta un cambio di direzione.
Sette deputati sui dieci dell’Alleanza Sara Wagenkcnecht hanno votato a favore della legge. “Litigi indegni prima di ogni elezione, un po’ di simbolismo: questa è la risposta dei Verdi e dell’SPD alle paure della gente” – è stato il commento della deputata Sara Wagencknecht – “E mentre l’AfD avvelena sempre di più il clima del nostro paese, di cui soffrono in particolare gli immigrati ben integrati, il signor Merz riesce a parlare delle cause della fuga, ma per non parlare delle guerre degli Stati Uniti”.
Mentre l’Afd ha votato compatta per la legge, sono stati 12 i parlamentari della Cdu-Csu che hanno votato contro la legge proposta dal loro segretario. Si erano avuti segnali di defezioni interne, in particolare dopo l’intervento dell’ex cancelliera Angela Merkel che ha duramente criticato il fatto che il suo partito potesse affidarsi al sostegno dell’estrema destra,
Mercoledì, la CDU/CSU, con l’aiuto dell’AfD, ha approvato una mozione per inasprire la politica migratoria. Venerdì è seguito il voto su un inasprimento della legge, che aveva lo scopo di limitare il ricongiungimento familiare e promuovere i cosiddetti respingimenti alle frontiere.
La mozione sul “Piano in cinque punti” ha ottenuto 348 voti a favore e 345 contro. Le astensioni erano state 10.
Nei giorni scorsi in numerose città, diverse migliaia di persone hanno manifestato contro il piano e le mozioni approvate mercoledì al Bundestag. Ad Hannover, venerdì gli attivisti sono saliti fin sopra il balcone dell’ufficio dell’associazione distrettuale CDU. Mentre circa 10.000 persone hanno protestato davanti alla sede della CDU a Berlino.
Fonte
03/01/2025
“Contro la sinistra liberale” di Sahra Wagenknecht. Quali insegnamenti per l’italia?
di Domenico Moro
“Contro la sinistra liberale” di Sahra Wagenknecht è senza dubbio uno dei più importanti libri di critica delle società del capitalismo cosiddetto avanzato, specialmente di quelle dell’Europa occidentale, usciti negli ultimi anni. Non è un caso se in Germania il libro, il cui titolo originale è Die Selbstgerechten, ossia i Presuntuosi, è stato in cima alle classifiche di vendita per molto tempo.
Il testo è scritto, infatti, in modo molto semplice, in grado di essere recepito da parte di un vasto pubblico anche se i temi trattati sono complessi. L’interesse principale del libro consiste nel fatto che l’autrice svolge una critica alla sinistra oggi dominante, sviluppando una analisi delle società a capitalismo avanzato, della ideologia di sinistra e soprattutto della composizione delle classi sociali derivata dalle modificazioni dovute alla modernizzazione capitalistica degli ultimi decenni.
A incuriosire alla lettura di questo libro è, però, anche il fatto che l’autrice non è una semplice intellettuale, bensì una politica molto nota in Germania, che ha raccolto risultati positivi con la sua forza politica di recente costituzione. BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigkeit, in italiano Alleanza Sahra Wagenknecht – Ragione e Giustizia) è una scissione dal partito Die Linke ed è stata fondata il 26 settembre 2023 come associazione e l’8 gennaio 2024 come partito. Nel giro di soli sei mesi BSW ha dimostrato inaspettatamente di essere un partito capace di raggiungere risultati lusinghieri. Alle elezioni europee di giugno 2024 è risultato essere il quinto partito con il 6,2% dei voti, mentre Die Linke scivolava al 2,7%. Le roccaforti di BSW sono nella ex Germania est, la zona più povera del Paese, dove alle europee era il terzo partito con il 13,8%. Il risultato positivo nella ex Germania est si è ripetuto alle regionali tenutesi a settembre in Turingia (15,8%) e in Sassonia (11,8%), dove BSW si è confermata la terza forza politica.
Tali risultati, molto differenti da quelli raggiunti dalla sinistra radicale italiana, destano quantomeno curiosità per l’impostazione e il programma che hanno consentito a BSW di ottenerli. Ovviamente l’Italia non è la Germania e tra i due paesi ci sono differenze significative, ma come vedremo, ci sono anche somiglianze notevoli e quanto scritto dalla Wagenknecht merita attenzione.
L’autrice parte dalla affermazione della estrema destra di AfD che è stata confermata alle recenti europee, dove è risultato essere il secondo partito con il 15,3% dei voti, superando i partiti della sinistra di governo, in particolare i socialdemocratici della Spd (13,9%) e i Verdi (11,9%). Indipendentemente dal fatto che AfD sia un partito neonazista, come alcuni denunciano, o un “semplice” partito di estrema destra si tratta di un risultato preoccupante e significativo del terremoto politico in corso in Germania.
Mentre la maggior parte degli osservatori e commentatori dei mass media attribuiscono i risultati elettorali di Afd allo spostamento a destra dell’elettorato, la Wagenknecht dà una spiegazione controcorrente: il terreno per l’ascesa della destra è stato preparato dai partiti di sinistra sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico e culturale.
La sinistra alla moda
Questo è accaduto perché la sinistra ha subito negli ultimi decenni una trasformazione genetica. Un tempo la sinistra si caratterizzava per la difesa delle classi subalterne. Oggi, la Wagenknecht definisce la sinistra con il termine di sinistra alla moda, nell’originale tedesco Lifestyle-Linke, letteralmente “sinistra dello stile di vita”, in quanto non pone più al centro della sua azione problemi sociali e politico-economici bensì lo stile di vita, le abitudini di consumo e i giudizi morali sul comportamento. Il cammino per arrivare a una società più giusta non passa più per le lotte sociali ma soprattutto attraverso simboli e linguaggio come evitare il maschile per indicare il plurale dei nomi sostituendolo con gli asterischi.
Operai industriali e semplici impiegati pubblici tra 1990 e 2020 hanno smesso di votare per i partiti di sinistra tradizionale da cui non si sentono più difesi a livello socio-economico né rappresentati a livello culturale. Oggi a votare a sinistra sono per lo più persone che abitano nelle grandi città, hanno una buona cultura e stipendi migliori.
Tra gli anni Cinquanta e Settanta l’organizzazione degli operai, fondata su orientamento alla comunità, solidarietà e responsabilità reciproca, permise di migliorare gradualmente la situazione economica delle classi subalterne. La situazione ha cominciato a cambiare in peggio dal 1975 con una accelerazione negli anni Novanta, che ha determinato il passaggio dalla società industriale a quella del terziario. I principali fattori di questo passaggio sono tre: l’automazione, l’outsourcing e soprattutto la globalizzazione, che ha determinato lo spostamento di molte produzioni industriali all’estero. La responsabilità della globalizzazione è da attribuire alla politica che ha rinunciato al controllo dei capitali. La grande sconfitta della globalizzazione è stata la classe operaia del mondo occidentale mentre ha portato alla crescita enorme della ricchezza delle classi superiori.
Il nuovo ceto medio dei laureati e la loro ideologia
A questo punto la Wagenknecht introduce un concetto originale che rappresenta uno degli aspetti sociologicamente più interessanti della sua analisi: la nascita del nuovo ceto medio dei laureati. Infatti, la globalizzazione e la società dei servizi produce anche nuove professioni ben pagate per i laureati nelle banche d’investimento, nei servizi digitali, nel marketing, nella pubblicità, nella consulenza e nell’attività legale. Questo nuovo ceto medio si differenzia sia dalla piccola borghesia sia dalla classe operaia non solo per formazione, profilo di attività e luogo di residenza ma anche per atteggiamento, valori e stile di vita, basato sull’acquisto di prodotti che trasmettono una identità morale esclusiva. La sensazione che trasmette il mondo del lavoro di questo nuovo ceto è quella di essere liberi, senza legami e cittadini del mondo, ossia il cosmopolitismo.
Tuttavia non tutti quelli che conseguono una laurea fanno parte di questo nuovo ceto medio, essendoci anche un nuovo ceto basso dei laureati che, insieme al ceto medio classico, non può certo essere annoverato tra i vincitori della globalizzazione. Il nuovo ceto medio dei laureati è il prodotto del ritorno del privilegio dell’istruzione. Infatti, i lavori meglio pagati non sono raggiungibili con capacità ottenibili con il normale percorso di formazione pubblica, ma avendo disponibilità finanziarie familiari importanti che permettano la frequentazione delle scuole migliori, ripetuti viaggi di formazione linguistica all’estero e periodi di tirocinio gratuito presso importanti aziende. Il nuovo ceto medio dei laureati è un ambiente esclusivo, in cui è impossibile entrare partendo da posizioni più svantaggiate ed ha influenza sulle opinioni della gente, occupando posizioni chiave nei media e nella politica.
L’ideologia di questo nuovo ceto è il liberalismo di sinistra che deriva dal neoliberismo e si lega ai suoi valori e sentimenti. Il liberalismo di sinistra è divenuto la narrazione dominante. Con l’ingresso degli esponenti di questo pensiero, che si identifica con la generazione del ’68, ha avuto luogo l’allontanamento della socialdemocrazia della Spd dalla classe operaia e la sua trasformazione in partito dell’amministrazione pubblica, degli insegnanti e dei lavoratori del sociale. Ma i partiti di sinistra, in particolare i verdi, in tutti i paesi europei sono i partiti dell’ambiente urbano dei laureati.
Il liberalismo di sinistra si fonda sulla politica identitaria che rivolge la sua attenzione a minoranze sempre più piccole e stravaganti, mirando alla santificazione della disuguaglianza. A essere inficiato è il tradizionale valore di sinistra dell’uguaglianza, che è sostituito dalla differenziazione tra gli individui, e che si traduce nella politica delle quote. La politica identitaria svia l’attenzione dai rapporti di proprietà e dalle strutture sociali per rivolgerla a specificità individuali come l’etnia, il colore della pelle e l’orientamento sessuale. Persino Blackstone, una delle maggiori società finanziarie del mondo, ha adottato la politica delle quote, dichiarando di voler fare in modo che almeno un terzo del suo consiglio d’amministrazione non sia più rappresentato da maschi bianchi e eterosessuali. Per la parte più povera e realmente svantaggiata quote e diversity non cambiano di una virgola la propria situazione. La politica identitaria crea spaccature proprio lì dove sarebbe necessaria la solidarietà e rabbia in chi ha avuto tutto da perdere dai mutamenti sociali della globalizzazione e vede soggetti privilegiati e con reddito elevato recitare pubblicamente la parte delle vittime discriminate.
La politica identitaria ha prodotto disastri anche tra gli immigrati. I liberali di sinistra invece di aiutare gli immigrati a integrarsi hanno finanziato organizzazioni, come quelle estremistiche islamiche, che si ponevano come priorità il consolidamento dell’identità di gruppo distinto dalla maggioranza e dagli altri gruppi etnici. Il multiculturalismo è, in realtà, il fallimento dell’integrazione e la distruzione del senso di appartenenza alla comunità, presupposto più importante per la solidarietà e la giustizia sociale. In base all’ideologia del liberalismo di sinistra il senso di appartenenza e di comunità all’interno di un paese appare come qualcosa di destra e di reazionario. Inoltre, il liberalismo di sinistra introduce un’altra minoranza da tutelare: quella dei poveri e degli emarginati. In questo modo, si ha la cancellazione dello Stato sociale a favore di una assistenza umanitaria per i poveri, che difficilmente si rivelerebbe utile per il ceto medio e medio-basso.
Aspetto importante del liberalismo di sinistra è l’affermazione di una società aperta che, potendo essere estesa oltre i confini nazionali, si accompagna alla rivendicazione di una cittadinanza globale o almeno europea (cosmopolitismo). Lo slogan dell’apertura al mondo e la posa da cosmopoliti sono una giustificazione delle trasformazioni liberali degli ultimi anni e della mancanza di volontà di assumersi le proprie responsabilità di fronte a quella fascia di popolazione autoctona cui sono stati tolti non solo i posti di lavoro ma anche le garanzie sociali.
In realtà la società aperta se, da una parte, porta alla permeabilità dei confini per chi non appartiene a un certo Stato, dall’altra parte innalza tra le classi sociali muri che sono sempre più difficili da superare. Anche la tanto acclamata emancipazione della donna è stata in realtà l’emancipazione della donna laureata del ceto superiore o medio-superiore.
Il neoliberismo di sinistra contribuisce a una politica utile soprattutto ai ricchi, riuscendo nell’intento di dividere il ceto medio dal punto di vista politico-culturale e di impedire la nascita di maggioranze politiche che guardino a un diverso progetto di futuro.
L’immigrazione
Quello dell’immigrazione è un problema delicato che viene agitato dalla estrema destra in tutti i Paesi europei. Questo è particolarmente vero in Germania, che ha accolto una quantità notevole di immigrati, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Siria e che ha visto l’AfD crescere proprio grazie a questa tematica. BSW ha assunto in proposito una posizione diversa da quella dei liberali di sinistra, che gli è costata diverse accuse di razzismo. Per questa ragione è importante vedere quale sia la posizione reale della Wagenknecht.
In primo luogo, il liberismo di sinistra è per l’accoglienza di tutti gli immigrati, ritenendo che qualsiasi posizione diversa contravverrebbe ai più elementari comandamenti morali tra cui la disponibilità ad aiutare il prossimo e la solidarietà. Secondo la Wagenknecht, invece, i paesi ricchi esercitano un neocolonialismo bello e buono attirando lavoratori qualificati da paesi poverissimi che hanno speso molti soldi per la formazione di quei professionisti privandosi poi del loro contributo alla società di quei paesi. Ad esempio, la penuria di medici e infermieri ha condotto alla chiusura di molti ospedali in Bulgaria e Romania, di cui si è sentito l’effetto durante il Covid. Inoltre, secondo il Fondo monetario internazionale, in assenza di emigrazione, tra 1995 e 2012, i Paesi dell’Europa dell’Est avrebbero avuto il 7% di crescita in più.
Va, inoltre, operata una distinzione tra immigrati, per cause economiche, e profughi, che vengono costretti a lasciare le loro terre dalla guerra per rifugiarsi in paesi vicini e altrettanto poveri. L’Europa non può accogliere 60 milioni di profughi ma potrebbe fornire le risorse alle associazioni che si occupano di queste persone. Invece, rileva la Wagenknecht, i fondi europei sono pochi e molti paesi europei hanno scalato le spese per l’integrazione degli immigrati dagli aiuti ai paesi in via di sviluppo.
A trarre vantaggio dall’immigrazione sono gli imprenditori cui interessano due cose: disporre di forza lavoro a basso costo e creare divisioni tra i dipendenti. Per questa ragione la sinistra si è battuta nel passato per la riduzione dell’immigrazione. Ciò avvenne durante la repubblica di Weimar e nel ’73 quando il cancelliere socialdemocratico Willy Brandt interruppe il reclutamento dei lavoratori dall’estero. La Spd di oggi – rileva la Wagenknecht – lo avrebbe definito vicino a AfD.
Oggi la prevalenza della narrazione liberista di sinistra ha fatto sì che i sindacati non si azzardino più a problematizzare l’impiego di forza lavoro immigrata: anche solo parlare del legame tra immigrazione e dumping salariale è visto come una blasfemia. Eppure la diminuzione del 20% dei salari registrata in Germania in molti settori, oltre che alle riforme del mercato del lavoro del governo Schröder, può essere attribuito all’alto tasso d’immigrazione. L’ingresso degli immigrati provoca, inoltre, l’aumento degli affitti dove vive la popolazione autoctona meno agiata.
Chi vuole davvero promuovere la sviluppo dei paesi poveri, conclude la Wagenknecht, dovrebbe mettere fine alle guerre interventiste occidentali e al sostegno alle guerre civili e introdurre una differente politica commerciale, impedendo, ad esempio, la fuga dei cervelli dai Paesi poveri.
Viviamo davvero nell’epoca delle destre?
Quali sono le ragioni dell’affermazione dei partiti di destra in Germania e nel resto d’Europa? Secondo alcuni chi vota la destra rappresenta il quinto della popolazione che è contro la società liberale. Tuttavia, ciò non spiega perché solo ora gli elettori votino in massa per AfD, quando pure in precedenza c’erano partiti di destra. La verità è che gli elettori non votano a destra per convinzione ma per protesta. La parte di collettività svantaggiata dalla politica di questi anni ha smesso di votare per i politici che ignorano i suoi interessi e disprezzano le sue concezioni di vita sociale e il modo di vivere, definito retrogrado e provinciale. Gli elettori di destra vivono nelle campagne e in piccoli centri industriali, dove la disoccupazione è elevata, le infrastrutture carenti e l’immigrazione elevata, mentre in città vivono nelle aree di disagio sociale. Questi settori prima si sono rifugiati nell’astensionismo e successivamente hanno dato sfogo alla frustrazione e alla rabbia votando per le destre.
Abbiamo spiegato perché la sinistra alla moda non riesce a raggiungere questi elettori, ma perché la destra ci riesce? La prima ragione è la critica all’immigrazione, che è al centro del programma di tutte le destre, dal momento che la maggioranza degli europei ritiene che ci siano troppi immigrati. Alla base della ostilità di certi settori sociali verso l’immigrazione incontrollata esistono certamente ragioni culturali ma c’è soprattutto un problema concreto: la concorrenza per i posti di lavoro, le case e le prestazioni sociali. Negare questi problemi – sostiene la Wagenknecht – e interpretare il dibattito sull’immigrazione come un problema di atteggiamento morale rende la sinistra alla moda impossibile da votare. Inoltre, se solo la destra prende atto dei problemi legati alla immigrazione e la sinistra critica moralmente i poveri “arrabbiati”, il tenore e il tono del dibattito verranno decisi dalla destra che dipingerà gli immigrati come semplici intrusi malintenzionati.
Un’altra ragione del successo della destra è l’opposizione al liberismo di sinistra che manifesta la massima adesione al neoliberismo, allo smantellamento dello Stato sociale e alla globalizzazione. Per questo la destra parla agli svantaggiati non solo a livello culturale ma anche a livello di interessi materiali. Trump ad esempio ha messo al centro dei suoi discorsi la decimazione dei posti di lavoro da parte della globalizzazione, imponendo dazi sulle importazioni, provvedimenti che molti dei suoi sostenitori hanno apprezzato. Un altro esempio è rappresentato dal PiS, partito di estrema destra polacco che, dopo la sua vittoria nel 2015, formulò il più grandioso programma sociale della storia polacca, distribuendo come assegno sociale una somma elevata, riducendo così la povertà del 40%. Inoltre, il PiS ha introdotto il salario minimo al di sopra di quanto richiesto dai sindacati, ha ridotto l’età di pensionamento per uomini e donne, e varato altre misure che sono espressione di una politica che ci aspetteremmo – nota la Wagenknecht – da partiti socialdemocratici e progressisti.
Ma non si stratta solo della Polonia, in Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen chiede di ridurre i tagli alla spesa sociale, di reintrodurre la tassa patrimoniale, di aumentare gli investimenti statali e le prestazioni sociali, in Olanda il PVV lotta contro l’allentamento delle tutele contro il licenziamento, contro l’innalzamento dell’età pensionabile e contro la riduzione del salario minimo. Infine, in Ungheria il tanto vituperato Fidesz di Orban ha contrapposto al liberismo economico e al controllo dell’economia ungherese da parte degli investitori esteri la sovranità statale e l’interventismo statale. Le misure prese da Fidesz come la rinazionalizzazione di imprese energetiche strategiche, e l’introduzione di tasse speciali per le multinazionali e le transazioni finanziarie sono tutte misure che – nota sempre la Wagenknecht – non esiteremmo a definire di sinistra.
Infine, c’è una terza ragione del successo della destra: la critica all’Unione Europea e ai burocrati che siedono a Bruxelles. Il nucleo centrale dei programmi di tutte le destre della UE è la difesa della sovranità nazionale e il contrasto alla centralizzazione dei poteri portata avanti dai commissari di Bruxelles, figure verso le quali il popolo non nutre alcuna fiducia. Ad esempio la Commissione europea ha chiesto per ben sessantatré volte ai paesi europei di tagliare la sanità e accelerare la privatizzazione degli ospedali, per cinquanta volte di introdurre misure per frenare la crescita dei salari e trentotto volte misure per facilitare i licenziamenti. La Corte di giustizia europea favorisce le grandi multinazionali e peggiora le condizioni dei lavoratori e del ceto medio. La Wagenknecht è stata più volte accusata di essere sovranista e perciò di destra. In realtà il suo sovranismo non è nazionalismo, bensì la richiesta di collocare il potere decisionale laddove è maggiormente possibile decidere in modo democratico, cioè a livello nazionale. La conseguenza di questo sarebbe la ristrutturazione della UE in una confederazione di democrazie sovrane. In questo modo, nei singoli paesi varrebbe soltanto ciò che viene deciso dai rispettivi parlamenti nazionali.
Mentre il rifiuto popolare dell’orientamento europeista è stato subito colto e sfruttato elettoralmente dalla destra, i liberali di sinistra bollano chiunque critichi l’UE come antieuropeista e nazionalista, cosa che li allontana sempre più dalle classi meno abbienti. La presentazione delle destre come avvocati del popolo contro l’élite corrotta è una componente invariabile della destra, che risulta credibile perché contiene un nucleo di verità: le democrazie occidentali non funzionano più, in quanto potenti lobby esercitano molta più influenza sulla politica dei normali cittadini. Per questa ragione la narrazione dei liberali di sinistra secondo cui tutti i democratici devono unirsi contro i nemici di destra della democrazia suona ipocrita e stonata a chi è stato danneggiato dalla politica della sinistra liberale. Anzi, il fatto di essere odiati dall’establishment e da tutti gli altri partiti rafforza i partiti di estrema destra.
Eppure la maggioranza dei cittadini, nonostante rifiuti le idee dei liberali di sinistra, dal punto di vista socio-economico si colloca a sinistra. Ad esempio il 73% degli interpellati di un sondaggio di Der Spiegel ritiene che vadano aumentate le tasse per i redditi alti e diminuite per quelli bassi e il 60% richiede l’introduzione di una imposta patrimoniale. Non si può parlare, quindi, di epoca delle destre. La maggioranza non è di destra bensì terribilmente insicura e delusa dai liberali di sinistra, che hanno fallito nel parlare a questa maggioranza che è innegabilmente di sinistra dal punto di vista socio-economico. Anche l’idea che atteggiamenti illiberali possa condurre questa gente a votare a destra è priva di fondamento: in Germania il 95% dei cittadini ritiene giusta una legge che protegga gli omosessuali.
La grande maggioranza della popolazione non è costituita da retrogradi e razzisti ma è irritata dal fatto che al centro dell’attenzione pubblica ci siano sempre e solo i progetti di vita delle minoranze e talora di minoranze minuscole. La maggioranza non è neanche nazionalista ma pensa che solo lo Stato nazionale possa garantire la sopravvivenza dello Stato sociale.
L’epoca delle destre è un gigantesco imbroglio in quanto misura l’essere di destra in base al rifiuto dell’ideologia liberale di sinistra e non sulla base dei tratti che l’hanno caratterizzata tradizionalmente, bollando così posizioni condivise da ampie fette di popolazione come di destra. La battaglia culturale dei liberali di sinistra contro la destra la asseconda. Quanto più i toni saranno offensivi e quanto più certe posizioni verranno definite di destra tanto più verranno rivolte simpatie a chi non insulta o disprezza a livello etico l’interlocutore.
Due temi, in particolare, hanno avuto questo un effetto boomerang: la politica dell’immigrazione e il cambiamento climatico. Per quanto riguarda l’immigrazione, molti hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze di flussi migratori molto ampi. Per quanto riguarda il cambiamento climatico, Fridays for future e i liberali si sinistra hanno reso il dibattito sul clima un dibattito sugli stili di vita e messo al centro di tutto la proposta di una tassa sulla CO2. Di conseguenza il pacchetto sul clima del governo tedesco ha colpito in maniera sproporzionata il ceto medio-basso e i poveri con l’aumento del prezzo del gasolio, dell’energia elettrica e della benzina. Del resto, lo stesso è accaduto in Francia dove le stesse misure hanno rappresentato la miccia che ha fatto divampare la protesta dei “gilet gialli”.
La paura del domani si va diffondendo in ampie fette della popolazione. I liberali di sinistra contribuiscono alla diffusione di questa paura con le loro battaglie culturali che spaccano una maggioranza che, dal punto di vista socio-economico, è di sinistra, innalzano muri di ostilità tra chi ha una laurea e chi non ce l’ha. L’obiettivo è impedire che maggioranze antiliberiste si trasformino in maggioranze politiche.
Non esiste un’epoca delle destre né derive sociali destrorse. Esistono partiti di destra che stanno acquistando forza e influenza a causa dei comportamenti dei liberali di sinistra. La Wagenknecht conclude la prima parte del suo libro con le seguenti parole: “Ma finché la sinistra non offrirà una narrazione progressista credibile e un programma convincente, che non si rivolga soltanto al numero sempre più grande dei laureati meno abbienti, ma anche agli interessi sociali e ai valori degli operai, di chi lavora nel settore dei servizi nonché della classe media tradizionale, sempre più elettori provenienti da questi ultimi ambienti cercheranno una casa sul lato opposto dello spettro politico. A un certo punto, poi, una parte di questi elettori comincerà anche a parlare e a pensare nel modo in cui si parla da quelle parti.”[i]
Conclusioni
L’Italia, la Francia e altri paesi europei presentano le caratteristiche che Sahra Wagenknecht descrive a proposito della Germania. Un po’ in tutta Europa la sinistra si è fortemente indebolita sul piano elettorale a causa dell’essere stata la principale o tra le principali forze politiche che hanno favorito le modificazioni sociali che si sono tradotte nello smantellamento dello Stato sociale, nella precarizzazione, nell’outsourcing e soprattutto nella globalizzazione che ha fortemente ridotto i salari. Di conseguenza gli elettori, compresi molti di sinistra, si sono o rifugiati nell’astensionismo, che in Italia alle ultime politiche del 2022 è stata del 36% nove punti in più rispetto al 2018, o nel voto per l’estrema destra. Secondo Sahra Wagenknecht i partiti di estrema destra sono diventati i nuovi partiti operai se non per gli iscritti sicuramente per gli elettori. A confermare le parole di Wagenknecht c’è stata in Italia l’affermazione di Fratelli d’Italia, che, unico partito a non aver appoggiato il governo Draghi, ha potuto capitalizzare l’insoddisfazione e la rabbia di una parte importante dell’elettorato. Il PD, come gli altri partiti socialdemocratici europei, per anni ha rappresentato l’espressione di quel liberismo di sinistra che viene denunciato nel libro della Wagenknecht. Mentre il Movimento Cinque Stelle ha rappresentato per qualche tempo la risposta alla insoddisfazione e alla rabbia dell’elettorato. Tuttavia, la mancanza di un programma definito e di un personale politico adeguato e soprattutto la partecipazione al governo Draghi da parte del M5S ne ha minato la credibilità, che può essere ulteriormente ridotta dall’abbraccio con il PD della Schlein e dalla ricostruzione di un centro-sinistra, dominato dal PD, che ripeterebbe le scelte sciagurate del passato prodiano. Del resto, su diverse tematiche Schlein e Meloni non sono così distanti, a partire dalla guerra. Entrambe sono perfettamente allineate alla Nato e al sostegno all’Ucraina, nonché favorevoli all’invio di armi. Anche se il nuovo ceto urbano dei laureati è probabilmente meno diffuso in Italia che in Germania, esso rimane la base sociale e politica anche della sinistra italiana, dal PD ai verdi. Allo stesso modo il liberismo di sinistra rimane l’ideologia dominante nel PD, nonostante il maquillage che la Schlein ha imposto al partito. Per queste ragioni il libro della Wagenknecht è uno strumento utile a orientarsi in una fase confusa in cui la categoria di sinistra, completamente rovesciata rispetto alle sue origini, va ridefinita in modo radicale.
Note
[i] Sahra Wagenknecht, Contro la sinistra liberale, Fazi editore, Roma 2022, p.263.
Fonte
“Contro la sinistra liberale” di Sahra Wagenknecht è senza dubbio uno dei più importanti libri di critica delle società del capitalismo cosiddetto avanzato, specialmente di quelle dell’Europa occidentale, usciti negli ultimi anni. Non è un caso se in Germania il libro, il cui titolo originale è Die Selbstgerechten, ossia i Presuntuosi, è stato in cima alle classifiche di vendita per molto tempo.
Il testo è scritto, infatti, in modo molto semplice, in grado di essere recepito da parte di un vasto pubblico anche se i temi trattati sono complessi. L’interesse principale del libro consiste nel fatto che l’autrice svolge una critica alla sinistra oggi dominante, sviluppando una analisi delle società a capitalismo avanzato, della ideologia di sinistra e soprattutto della composizione delle classi sociali derivata dalle modificazioni dovute alla modernizzazione capitalistica degli ultimi decenni.
A incuriosire alla lettura di questo libro è, però, anche il fatto che l’autrice non è una semplice intellettuale, bensì una politica molto nota in Germania, che ha raccolto risultati positivi con la sua forza politica di recente costituzione. BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht – Vernunft und Gerechtigkeit, in italiano Alleanza Sahra Wagenknecht – Ragione e Giustizia) è una scissione dal partito Die Linke ed è stata fondata il 26 settembre 2023 come associazione e l’8 gennaio 2024 come partito. Nel giro di soli sei mesi BSW ha dimostrato inaspettatamente di essere un partito capace di raggiungere risultati lusinghieri. Alle elezioni europee di giugno 2024 è risultato essere il quinto partito con il 6,2% dei voti, mentre Die Linke scivolava al 2,7%. Le roccaforti di BSW sono nella ex Germania est, la zona più povera del Paese, dove alle europee era il terzo partito con il 13,8%. Il risultato positivo nella ex Germania est si è ripetuto alle regionali tenutesi a settembre in Turingia (15,8%) e in Sassonia (11,8%), dove BSW si è confermata la terza forza politica.
Tali risultati, molto differenti da quelli raggiunti dalla sinistra radicale italiana, destano quantomeno curiosità per l’impostazione e il programma che hanno consentito a BSW di ottenerli. Ovviamente l’Italia non è la Germania e tra i due paesi ci sono differenze significative, ma come vedremo, ci sono anche somiglianze notevoli e quanto scritto dalla Wagenknecht merita attenzione.
L’autrice parte dalla affermazione della estrema destra di AfD che è stata confermata alle recenti europee, dove è risultato essere il secondo partito con il 15,3% dei voti, superando i partiti della sinistra di governo, in particolare i socialdemocratici della Spd (13,9%) e i Verdi (11,9%). Indipendentemente dal fatto che AfD sia un partito neonazista, come alcuni denunciano, o un “semplice” partito di estrema destra si tratta di un risultato preoccupante e significativo del terremoto politico in corso in Germania.
Mentre la maggior parte degli osservatori e commentatori dei mass media attribuiscono i risultati elettorali di Afd allo spostamento a destra dell’elettorato, la Wagenknecht dà una spiegazione controcorrente: il terreno per l’ascesa della destra è stato preparato dai partiti di sinistra sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico e culturale.
La sinistra alla moda
Questo è accaduto perché la sinistra ha subito negli ultimi decenni una trasformazione genetica. Un tempo la sinistra si caratterizzava per la difesa delle classi subalterne. Oggi, la Wagenknecht definisce la sinistra con il termine di sinistra alla moda, nell’originale tedesco Lifestyle-Linke, letteralmente “sinistra dello stile di vita”, in quanto non pone più al centro della sua azione problemi sociali e politico-economici bensì lo stile di vita, le abitudini di consumo e i giudizi morali sul comportamento. Il cammino per arrivare a una società più giusta non passa più per le lotte sociali ma soprattutto attraverso simboli e linguaggio come evitare il maschile per indicare il plurale dei nomi sostituendolo con gli asterischi.
Operai industriali e semplici impiegati pubblici tra 1990 e 2020 hanno smesso di votare per i partiti di sinistra tradizionale da cui non si sentono più difesi a livello socio-economico né rappresentati a livello culturale. Oggi a votare a sinistra sono per lo più persone che abitano nelle grandi città, hanno una buona cultura e stipendi migliori.
Tra gli anni Cinquanta e Settanta l’organizzazione degli operai, fondata su orientamento alla comunità, solidarietà e responsabilità reciproca, permise di migliorare gradualmente la situazione economica delle classi subalterne. La situazione ha cominciato a cambiare in peggio dal 1975 con una accelerazione negli anni Novanta, che ha determinato il passaggio dalla società industriale a quella del terziario. I principali fattori di questo passaggio sono tre: l’automazione, l’outsourcing e soprattutto la globalizzazione, che ha determinato lo spostamento di molte produzioni industriali all’estero. La responsabilità della globalizzazione è da attribuire alla politica che ha rinunciato al controllo dei capitali. La grande sconfitta della globalizzazione è stata la classe operaia del mondo occidentale mentre ha portato alla crescita enorme della ricchezza delle classi superiori.
Il nuovo ceto medio dei laureati e la loro ideologia
A questo punto la Wagenknecht introduce un concetto originale che rappresenta uno degli aspetti sociologicamente più interessanti della sua analisi: la nascita del nuovo ceto medio dei laureati. Infatti, la globalizzazione e la società dei servizi produce anche nuove professioni ben pagate per i laureati nelle banche d’investimento, nei servizi digitali, nel marketing, nella pubblicità, nella consulenza e nell’attività legale. Questo nuovo ceto medio si differenzia sia dalla piccola borghesia sia dalla classe operaia non solo per formazione, profilo di attività e luogo di residenza ma anche per atteggiamento, valori e stile di vita, basato sull’acquisto di prodotti che trasmettono una identità morale esclusiva. La sensazione che trasmette il mondo del lavoro di questo nuovo ceto è quella di essere liberi, senza legami e cittadini del mondo, ossia il cosmopolitismo.
Tuttavia non tutti quelli che conseguono una laurea fanno parte di questo nuovo ceto medio, essendoci anche un nuovo ceto basso dei laureati che, insieme al ceto medio classico, non può certo essere annoverato tra i vincitori della globalizzazione. Il nuovo ceto medio dei laureati è il prodotto del ritorno del privilegio dell’istruzione. Infatti, i lavori meglio pagati non sono raggiungibili con capacità ottenibili con il normale percorso di formazione pubblica, ma avendo disponibilità finanziarie familiari importanti che permettano la frequentazione delle scuole migliori, ripetuti viaggi di formazione linguistica all’estero e periodi di tirocinio gratuito presso importanti aziende. Il nuovo ceto medio dei laureati è un ambiente esclusivo, in cui è impossibile entrare partendo da posizioni più svantaggiate ed ha influenza sulle opinioni della gente, occupando posizioni chiave nei media e nella politica.
L’ideologia di questo nuovo ceto è il liberalismo di sinistra che deriva dal neoliberismo e si lega ai suoi valori e sentimenti. Il liberalismo di sinistra è divenuto la narrazione dominante. Con l’ingresso degli esponenti di questo pensiero, che si identifica con la generazione del ’68, ha avuto luogo l’allontanamento della socialdemocrazia della Spd dalla classe operaia e la sua trasformazione in partito dell’amministrazione pubblica, degli insegnanti e dei lavoratori del sociale. Ma i partiti di sinistra, in particolare i verdi, in tutti i paesi europei sono i partiti dell’ambiente urbano dei laureati.
Il liberalismo di sinistra si fonda sulla politica identitaria che rivolge la sua attenzione a minoranze sempre più piccole e stravaganti, mirando alla santificazione della disuguaglianza. A essere inficiato è il tradizionale valore di sinistra dell’uguaglianza, che è sostituito dalla differenziazione tra gli individui, e che si traduce nella politica delle quote. La politica identitaria svia l’attenzione dai rapporti di proprietà e dalle strutture sociali per rivolgerla a specificità individuali come l’etnia, il colore della pelle e l’orientamento sessuale. Persino Blackstone, una delle maggiori società finanziarie del mondo, ha adottato la politica delle quote, dichiarando di voler fare in modo che almeno un terzo del suo consiglio d’amministrazione non sia più rappresentato da maschi bianchi e eterosessuali. Per la parte più povera e realmente svantaggiata quote e diversity non cambiano di una virgola la propria situazione. La politica identitaria crea spaccature proprio lì dove sarebbe necessaria la solidarietà e rabbia in chi ha avuto tutto da perdere dai mutamenti sociali della globalizzazione e vede soggetti privilegiati e con reddito elevato recitare pubblicamente la parte delle vittime discriminate.
La politica identitaria ha prodotto disastri anche tra gli immigrati. I liberali di sinistra invece di aiutare gli immigrati a integrarsi hanno finanziato organizzazioni, come quelle estremistiche islamiche, che si ponevano come priorità il consolidamento dell’identità di gruppo distinto dalla maggioranza e dagli altri gruppi etnici. Il multiculturalismo è, in realtà, il fallimento dell’integrazione e la distruzione del senso di appartenenza alla comunità, presupposto più importante per la solidarietà e la giustizia sociale. In base all’ideologia del liberalismo di sinistra il senso di appartenenza e di comunità all’interno di un paese appare come qualcosa di destra e di reazionario. Inoltre, il liberalismo di sinistra introduce un’altra minoranza da tutelare: quella dei poveri e degli emarginati. In questo modo, si ha la cancellazione dello Stato sociale a favore di una assistenza umanitaria per i poveri, che difficilmente si rivelerebbe utile per il ceto medio e medio-basso.
Aspetto importante del liberalismo di sinistra è l’affermazione di una società aperta che, potendo essere estesa oltre i confini nazionali, si accompagna alla rivendicazione di una cittadinanza globale o almeno europea (cosmopolitismo). Lo slogan dell’apertura al mondo e la posa da cosmopoliti sono una giustificazione delle trasformazioni liberali degli ultimi anni e della mancanza di volontà di assumersi le proprie responsabilità di fronte a quella fascia di popolazione autoctona cui sono stati tolti non solo i posti di lavoro ma anche le garanzie sociali.
In realtà la società aperta se, da una parte, porta alla permeabilità dei confini per chi non appartiene a un certo Stato, dall’altra parte innalza tra le classi sociali muri che sono sempre più difficili da superare. Anche la tanto acclamata emancipazione della donna è stata in realtà l’emancipazione della donna laureata del ceto superiore o medio-superiore.
Il neoliberismo di sinistra contribuisce a una politica utile soprattutto ai ricchi, riuscendo nell’intento di dividere il ceto medio dal punto di vista politico-culturale e di impedire la nascita di maggioranze politiche che guardino a un diverso progetto di futuro.
L’immigrazione
Quello dell’immigrazione è un problema delicato che viene agitato dalla estrema destra in tutti i Paesi europei. Questo è particolarmente vero in Germania, che ha accolto una quantità notevole di immigrati, soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Siria e che ha visto l’AfD crescere proprio grazie a questa tematica. BSW ha assunto in proposito una posizione diversa da quella dei liberali di sinistra, che gli è costata diverse accuse di razzismo. Per questa ragione è importante vedere quale sia la posizione reale della Wagenknecht.
In primo luogo, il liberismo di sinistra è per l’accoglienza di tutti gli immigrati, ritenendo che qualsiasi posizione diversa contravverrebbe ai più elementari comandamenti morali tra cui la disponibilità ad aiutare il prossimo e la solidarietà. Secondo la Wagenknecht, invece, i paesi ricchi esercitano un neocolonialismo bello e buono attirando lavoratori qualificati da paesi poverissimi che hanno speso molti soldi per la formazione di quei professionisti privandosi poi del loro contributo alla società di quei paesi. Ad esempio, la penuria di medici e infermieri ha condotto alla chiusura di molti ospedali in Bulgaria e Romania, di cui si è sentito l’effetto durante il Covid. Inoltre, secondo il Fondo monetario internazionale, in assenza di emigrazione, tra 1995 e 2012, i Paesi dell’Europa dell’Est avrebbero avuto il 7% di crescita in più.
Va, inoltre, operata una distinzione tra immigrati, per cause economiche, e profughi, che vengono costretti a lasciare le loro terre dalla guerra per rifugiarsi in paesi vicini e altrettanto poveri. L’Europa non può accogliere 60 milioni di profughi ma potrebbe fornire le risorse alle associazioni che si occupano di queste persone. Invece, rileva la Wagenknecht, i fondi europei sono pochi e molti paesi europei hanno scalato le spese per l’integrazione degli immigrati dagli aiuti ai paesi in via di sviluppo.
A trarre vantaggio dall’immigrazione sono gli imprenditori cui interessano due cose: disporre di forza lavoro a basso costo e creare divisioni tra i dipendenti. Per questa ragione la sinistra si è battuta nel passato per la riduzione dell’immigrazione. Ciò avvenne durante la repubblica di Weimar e nel ’73 quando il cancelliere socialdemocratico Willy Brandt interruppe il reclutamento dei lavoratori dall’estero. La Spd di oggi – rileva la Wagenknecht – lo avrebbe definito vicino a AfD.
Oggi la prevalenza della narrazione liberista di sinistra ha fatto sì che i sindacati non si azzardino più a problematizzare l’impiego di forza lavoro immigrata: anche solo parlare del legame tra immigrazione e dumping salariale è visto come una blasfemia. Eppure la diminuzione del 20% dei salari registrata in Germania in molti settori, oltre che alle riforme del mercato del lavoro del governo Schröder, può essere attribuito all’alto tasso d’immigrazione. L’ingresso degli immigrati provoca, inoltre, l’aumento degli affitti dove vive la popolazione autoctona meno agiata.
Chi vuole davvero promuovere la sviluppo dei paesi poveri, conclude la Wagenknecht, dovrebbe mettere fine alle guerre interventiste occidentali e al sostegno alle guerre civili e introdurre una differente politica commerciale, impedendo, ad esempio, la fuga dei cervelli dai Paesi poveri.
Viviamo davvero nell’epoca delle destre?
Quali sono le ragioni dell’affermazione dei partiti di destra in Germania e nel resto d’Europa? Secondo alcuni chi vota la destra rappresenta il quinto della popolazione che è contro la società liberale. Tuttavia, ciò non spiega perché solo ora gli elettori votino in massa per AfD, quando pure in precedenza c’erano partiti di destra. La verità è che gli elettori non votano a destra per convinzione ma per protesta. La parte di collettività svantaggiata dalla politica di questi anni ha smesso di votare per i politici che ignorano i suoi interessi e disprezzano le sue concezioni di vita sociale e il modo di vivere, definito retrogrado e provinciale. Gli elettori di destra vivono nelle campagne e in piccoli centri industriali, dove la disoccupazione è elevata, le infrastrutture carenti e l’immigrazione elevata, mentre in città vivono nelle aree di disagio sociale. Questi settori prima si sono rifugiati nell’astensionismo e successivamente hanno dato sfogo alla frustrazione e alla rabbia votando per le destre.
Abbiamo spiegato perché la sinistra alla moda non riesce a raggiungere questi elettori, ma perché la destra ci riesce? La prima ragione è la critica all’immigrazione, che è al centro del programma di tutte le destre, dal momento che la maggioranza degli europei ritiene che ci siano troppi immigrati. Alla base della ostilità di certi settori sociali verso l’immigrazione incontrollata esistono certamente ragioni culturali ma c’è soprattutto un problema concreto: la concorrenza per i posti di lavoro, le case e le prestazioni sociali. Negare questi problemi – sostiene la Wagenknecht – e interpretare il dibattito sull’immigrazione come un problema di atteggiamento morale rende la sinistra alla moda impossibile da votare. Inoltre, se solo la destra prende atto dei problemi legati alla immigrazione e la sinistra critica moralmente i poveri “arrabbiati”, il tenore e il tono del dibattito verranno decisi dalla destra che dipingerà gli immigrati come semplici intrusi malintenzionati.
Un’altra ragione del successo della destra è l’opposizione al liberismo di sinistra che manifesta la massima adesione al neoliberismo, allo smantellamento dello Stato sociale e alla globalizzazione. Per questo la destra parla agli svantaggiati non solo a livello culturale ma anche a livello di interessi materiali. Trump ad esempio ha messo al centro dei suoi discorsi la decimazione dei posti di lavoro da parte della globalizzazione, imponendo dazi sulle importazioni, provvedimenti che molti dei suoi sostenitori hanno apprezzato. Un altro esempio è rappresentato dal PiS, partito di estrema destra polacco che, dopo la sua vittoria nel 2015, formulò il più grandioso programma sociale della storia polacca, distribuendo come assegno sociale una somma elevata, riducendo così la povertà del 40%. Inoltre, il PiS ha introdotto il salario minimo al di sopra di quanto richiesto dai sindacati, ha ridotto l’età di pensionamento per uomini e donne, e varato altre misure che sono espressione di una politica che ci aspetteremmo – nota la Wagenknecht – da partiti socialdemocratici e progressisti.
Ma non si stratta solo della Polonia, in Francia il Rassemblement National di Marine Le Pen chiede di ridurre i tagli alla spesa sociale, di reintrodurre la tassa patrimoniale, di aumentare gli investimenti statali e le prestazioni sociali, in Olanda il PVV lotta contro l’allentamento delle tutele contro il licenziamento, contro l’innalzamento dell’età pensionabile e contro la riduzione del salario minimo. Infine, in Ungheria il tanto vituperato Fidesz di Orban ha contrapposto al liberismo economico e al controllo dell’economia ungherese da parte degli investitori esteri la sovranità statale e l’interventismo statale. Le misure prese da Fidesz come la rinazionalizzazione di imprese energetiche strategiche, e l’introduzione di tasse speciali per le multinazionali e le transazioni finanziarie sono tutte misure che – nota sempre la Wagenknecht – non esiteremmo a definire di sinistra.
Infine, c’è una terza ragione del successo della destra: la critica all’Unione Europea e ai burocrati che siedono a Bruxelles. Il nucleo centrale dei programmi di tutte le destre della UE è la difesa della sovranità nazionale e il contrasto alla centralizzazione dei poteri portata avanti dai commissari di Bruxelles, figure verso le quali il popolo non nutre alcuna fiducia. Ad esempio la Commissione europea ha chiesto per ben sessantatré volte ai paesi europei di tagliare la sanità e accelerare la privatizzazione degli ospedali, per cinquanta volte di introdurre misure per frenare la crescita dei salari e trentotto volte misure per facilitare i licenziamenti. La Corte di giustizia europea favorisce le grandi multinazionali e peggiora le condizioni dei lavoratori e del ceto medio. La Wagenknecht è stata più volte accusata di essere sovranista e perciò di destra. In realtà il suo sovranismo non è nazionalismo, bensì la richiesta di collocare il potere decisionale laddove è maggiormente possibile decidere in modo democratico, cioè a livello nazionale. La conseguenza di questo sarebbe la ristrutturazione della UE in una confederazione di democrazie sovrane. In questo modo, nei singoli paesi varrebbe soltanto ciò che viene deciso dai rispettivi parlamenti nazionali.
Mentre il rifiuto popolare dell’orientamento europeista è stato subito colto e sfruttato elettoralmente dalla destra, i liberali di sinistra bollano chiunque critichi l’UE come antieuropeista e nazionalista, cosa che li allontana sempre più dalle classi meno abbienti. La presentazione delle destre come avvocati del popolo contro l’élite corrotta è una componente invariabile della destra, che risulta credibile perché contiene un nucleo di verità: le democrazie occidentali non funzionano più, in quanto potenti lobby esercitano molta più influenza sulla politica dei normali cittadini. Per questa ragione la narrazione dei liberali di sinistra secondo cui tutti i democratici devono unirsi contro i nemici di destra della democrazia suona ipocrita e stonata a chi è stato danneggiato dalla politica della sinistra liberale. Anzi, il fatto di essere odiati dall’establishment e da tutti gli altri partiti rafforza i partiti di estrema destra.
Eppure la maggioranza dei cittadini, nonostante rifiuti le idee dei liberali di sinistra, dal punto di vista socio-economico si colloca a sinistra. Ad esempio il 73% degli interpellati di un sondaggio di Der Spiegel ritiene che vadano aumentate le tasse per i redditi alti e diminuite per quelli bassi e il 60% richiede l’introduzione di una imposta patrimoniale. Non si può parlare, quindi, di epoca delle destre. La maggioranza non è di destra bensì terribilmente insicura e delusa dai liberali di sinistra, che hanno fallito nel parlare a questa maggioranza che è innegabilmente di sinistra dal punto di vista socio-economico. Anche l’idea che atteggiamenti illiberali possa condurre questa gente a votare a destra è priva di fondamento: in Germania il 95% dei cittadini ritiene giusta una legge che protegga gli omosessuali.
La grande maggioranza della popolazione non è costituita da retrogradi e razzisti ma è irritata dal fatto che al centro dell’attenzione pubblica ci siano sempre e solo i progetti di vita delle minoranze e talora di minoranze minuscole. La maggioranza non è neanche nazionalista ma pensa che solo lo Stato nazionale possa garantire la sopravvivenza dello Stato sociale.
L’epoca delle destre è un gigantesco imbroglio in quanto misura l’essere di destra in base al rifiuto dell’ideologia liberale di sinistra e non sulla base dei tratti che l’hanno caratterizzata tradizionalmente, bollando così posizioni condivise da ampie fette di popolazione come di destra. La battaglia culturale dei liberali di sinistra contro la destra la asseconda. Quanto più i toni saranno offensivi e quanto più certe posizioni verranno definite di destra tanto più verranno rivolte simpatie a chi non insulta o disprezza a livello etico l’interlocutore.
Due temi, in particolare, hanno avuto questo un effetto boomerang: la politica dell’immigrazione e il cambiamento climatico. Per quanto riguarda l’immigrazione, molti hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze di flussi migratori molto ampi. Per quanto riguarda il cambiamento climatico, Fridays for future e i liberali si sinistra hanno reso il dibattito sul clima un dibattito sugli stili di vita e messo al centro di tutto la proposta di una tassa sulla CO2. Di conseguenza il pacchetto sul clima del governo tedesco ha colpito in maniera sproporzionata il ceto medio-basso e i poveri con l’aumento del prezzo del gasolio, dell’energia elettrica e della benzina. Del resto, lo stesso è accaduto in Francia dove le stesse misure hanno rappresentato la miccia che ha fatto divampare la protesta dei “gilet gialli”.
La paura del domani si va diffondendo in ampie fette della popolazione. I liberali di sinistra contribuiscono alla diffusione di questa paura con le loro battaglie culturali che spaccano una maggioranza che, dal punto di vista socio-economico, è di sinistra, innalzano muri di ostilità tra chi ha una laurea e chi non ce l’ha. L’obiettivo è impedire che maggioranze antiliberiste si trasformino in maggioranze politiche.
Non esiste un’epoca delle destre né derive sociali destrorse. Esistono partiti di destra che stanno acquistando forza e influenza a causa dei comportamenti dei liberali di sinistra. La Wagenknecht conclude la prima parte del suo libro con le seguenti parole: “Ma finché la sinistra non offrirà una narrazione progressista credibile e un programma convincente, che non si rivolga soltanto al numero sempre più grande dei laureati meno abbienti, ma anche agli interessi sociali e ai valori degli operai, di chi lavora nel settore dei servizi nonché della classe media tradizionale, sempre più elettori provenienti da questi ultimi ambienti cercheranno una casa sul lato opposto dello spettro politico. A un certo punto, poi, una parte di questi elettori comincerà anche a parlare e a pensare nel modo in cui si parla da quelle parti.”[i]
Conclusioni
L’Italia, la Francia e altri paesi europei presentano le caratteristiche che Sahra Wagenknecht descrive a proposito della Germania. Un po’ in tutta Europa la sinistra si è fortemente indebolita sul piano elettorale a causa dell’essere stata la principale o tra le principali forze politiche che hanno favorito le modificazioni sociali che si sono tradotte nello smantellamento dello Stato sociale, nella precarizzazione, nell’outsourcing e soprattutto nella globalizzazione che ha fortemente ridotto i salari. Di conseguenza gli elettori, compresi molti di sinistra, si sono o rifugiati nell’astensionismo, che in Italia alle ultime politiche del 2022 è stata del 36% nove punti in più rispetto al 2018, o nel voto per l’estrema destra. Secondo Sahra Wagenknecht i partiti di estrema destra sono diventati i nuovi partiti operai se non per gli iscritti sicuramente per gli elettori. A confermare le parole di Wagenknecht c’è stata in Italia l’affermazione di Fratelli d’Italia, che, unico partito a non aver appoggiato il governo Draghi, ha potuto capitalizzare l’insoddisfazione e la rabbia di una parte importante dell’elettorato. Il PD, come gli altri partiti socialdemocratici europei, per anni ha rappresentato l’espressione di quel liberismo di sinistra che viene denunciato nel libro della Wagenknecht. Mentre il Movimento Cinque Stelle ha rappresentato per qualche tempo la risposta alla insoddisfazione e alla rabbia dell’elettorato. Tuttavia, la mancanza di un programma definito e di un personale politico adeguato e soprattutto la partecipazione al governo Draghi da parte del M5S ne ha minato la credibilità, che può essere ulteriormente ridotta dall’abbraccio con il PD della Schlein e dalla ricostruzione di un centro-sinistra, dominato dal PD, che ripeterebbe le scelte sciagurate del passato prodiano. Del resto, su diverse tematiche Schlein e Meloni non sono così distanti, a partire dalla guerra. Entrambe sono perfettamente allineate alla Nato e al sostegno all’Ucraina, nonché favorevoli all’invio di armi. Anche se il nuovo ceto urbano dei laureati è probabilmente meno diffuso in Italia che in Germania, esso rimane la base sociale e politica anche della sinistra italiana, dal PD ai verdi. Allo stesso modo il liberismo di sinistra rimane l’ideologia dominante nel PD, nonostante il maquillage che la Schlein ha imposto al partito. Per queste ragioni il libro della Wagenknecht è uno strumento utile a orientarsi in una fase confusa in cui la categoria di sinistra, completamente rovesciata rispetto alle sue origini, va ridefinita in modo radicale.
Note
[i] Sahra Wagenknecht, Contro la sinistra liberale, Fazi editore, Roma 2022, p.263.
Fonte
15/12/2024
Germania in crisi di fiducia
Il pilastro più credibile della “stabilità europea” è da decenni la Germania. Una situazione sociale interna faticosamente tenuta sotto controllo tramite una riduzione dei salari e del welfare molto minore di quanto preteso dai partner europei, un basso debito pubblico che ha consentito per anni di rifinanziarlo a costo praticamente zero, una lunga consuetudine di buoni rapporti con la Russia (fornitrice di gas e altre materie prime a basso costo) e con la Cina (uno dei principali mercati di sbocco per la propria produzione industriale).
Crisi economica e guerra, “di comune accordo”, hanno demolito questo assetto, destabilizzando il consenso sociale. Gruppi industriali multinazionali (Volkswagen, Bmw, Mercedes, ThyssenKrupp, Siemens, ecc.), per la prima volta in 70 anni, stanno chiudendo stabilimenti in patria e pianificano decine di migliaia di licenziamenti.
La guerra alle porte ha spinto l'aumento della spesa militare, mentre quasi un milione di ucraini si è rovesciato sul paese, stressando una struttura di accoglienza già logorata da altre ondate di immigrazione d’emergenza (un milione di siriani, negli ultimi dieci anni) e dal crescere di un razzismo mai completamente domato.
Inevitabile dunque che la coalizione “semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) finisse stritolata e divisa tra “austeri economici” (i liberali), guerrafondai idioti (i verdi) e “prudenti” che vivevano alla giornata (Scholz e l’Spd).
Le elezioni nei land dell’est hanno certificato l’esplosione delle forze considerate “anti-sistema”, come i nazisti dell’AfD (in versione “no war”) e la sinistra radicale di Sarah Wagenknecht (ma con pessime posizioni sugli immigrati). E il rafforzarsi del conservatorismo guerrafondaio dei democristiani guidati da Merz.
Un quadro parecchio confuso che non lasciava intravedere soluzioni “stabili” quanto a programma e identità. Quindi l’unica strada praticabile sono diventate le elezioni anticipate (una rarità nella tradizione politica tedesca). Le quali, però, devono arrivare costituzionalmente dopo un percorso piuttosto lungo, costruito per evitare tracolli rapidi in stile Repubblica di Weimar.
Quindi domani ci sarà il primo passaggio formale: il voto di fiducia chiesto dal cancelliere Scholz al Reichstag. E qui comincia la serie dei paradossi.
Scholz, infatti, non vuole avere la maggioranza per poter fissare le elezioni politiche al 23 febbraio. L’AfD – che stando ai sondaggi dovrebbe diventare il secondo partito dietro la Cdu di Merz – potrebbe invece votare a favore, perché ritiene che Merz porterebbe la Germania ad un coinvolgimento molto più diretto nel “sostegno” a Kiev, con rischi di guerra molto più alti. Ma neanche i neonazisti vanno tutti d’accordo, e una parte potrebbe comunque votare contro.
I Verdi, guerrafondai da sbarco, si sono avvicinati alla Cdu, puntando a creare una nuova coalizione. Dunque potrebbero astenersi dal dare la fiducia al governo di cui fanno parte per “compensare” l’indesiderato voto a favore dei nazisti. Ma neanche i democristiani vanno d’accordo tra loro: Merz ha lasciato intendere che con i Verdi si potrebbe anche fare, ma la Csu bavarese (il partito “gemello” del sud) lo esclude assolutamente. Dunque potrebbe astenersi o votare la fiducia per aver più tempo per risolvere le contraddizioni interne.
In teoria, dunque, il governo potrebbe addirittura restare in piedi, ma senza più alcun potere reale “grazie” alla necessità di contrattare continuamente ogni scelta con maggioranze variabili. Un po’ come cercherà di fare Bayrou in Francia, insomma...
Un caos molto “italiano”, come si vede, che probabilmente non verrebbe risolto neanche dal voto di febbraio. E che lascia “l’Europa” senza più baricentro, in balia dei suprematisti “atlantici” dell’est europeo (preoccupa il ruolo di “ministro degli esteri” assegnato da von der Leyen all’estone Kaja Kallas, discendente di un comandante “antisovietico” negli anni ’20) e delle turbolenze promesse da un Trump più nettamente “America first”.
Buon anno!
Fonte
Crisi economica e guerra, “di comune accordo”, hanno demolito questo assetto, destabilizzando il consenso sociale. Gruppi industriali multinazionali (Volkswagen, Bmw, Mercedes, ThyssenKrupp, Siemens, ecc.), per la prima volta in 70 anni, stanno chiudendo stabilimenti in patria e pianificano decine di migliaia di licenziamenti.
La guerra alle porte ha spinto l'aumento della spesa militare, mentre quasi un milione di ucraini si è rovesciato sul paese, stressando una struttura di accoglienza già logorata da altre ondate di immigrazione d’emergenza (un milione di siriani, negli ultimi dieci anni) e dal crescere di un razzismo mai completamente domato.
Inevitabile dunque che la coalizione “semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) finisse stritolata e divisa tra “austeri economici” (i liberali), guerrafondai idioti (i verdi) e “prudenti” che vivevano alla giornata (Scholz e l’Spd).
Le elezioni nei land dell’est hanno certificato l’esplosione delle forze considerate “anti-sistema”, come i nazisti dell’AfD (in versione “no war”) e la sinistra radicale di Sarah Wagenknecht (ma con pessime posizioni sugli immigrati). E il rafforzarsi del conservatorismo guerrafondaio dei democristiani guidati da Merz.
Un quadro parecchio confuso che non lasciava intravedere soluzioni “stabili” quanto a programma e identità. Quindi l’unica strada praticabile sono diventate le elezioni anticipate (una rarità nella tradizione politica tedesca). Le quali, però, devono arrivare costituzionalmente dopo un percorso piuttosto lungo, costruito per evitare tracolli rapidi in stile Repubblica di Weimar.
Quindi domani ci sarà il primo passaggio formale: il voto di fiducia chiesto dal cancelliere Scholz al Reichstag. E qui comincia la serie dei paradossi.
Scholz, infatti, non vuole avere la maggioranza per poter fissare le elezioni politiche al 23 febbraio. L’AfD – che stando ai sondaggi dovrebbe diventare il secondo partito dietro la Cdu di Merz – potrebbe invece votare a favore, perché ritiene che Merz porterebbe la Germania ad un coinvolgimento molto più diretto nel “sostegno” a Kiev, con rischi di guerra molto più alti. Ma neanche i neonazisti vanno tutti d’accordo, e una parte potrebbe comunque votare contro.
I Verdi, guerrafondai da sbarco, si sono avvicinati alla Cdu, puntando a creare una nuova coalizione. Dunque potrebbero astenersi dal dare la fiducia al governo di cui fanno parte per “compensare” l’indesiderato voto a favore dei nazisti. Ma neanche i democristiani vanno d’accordo tra loro: Merz ha lasciato intendere che con i Verdi si potrebbe anche fare, ma la Csu bavarese (il partito “gemello” del sud) lo esclude assolutamente. Dunque potrebbe astenersi o votare la fiducia per aver più tempo per risolvere le contraddizioni interne.
In teoria, dunque, il governo potrebbe addirittura restare in piedi, ma senza più alcun potere reale “grazie” alla necessità di contrattare continuamente ogni scelta con maggioranze variabili. Un po’ come cercherà di fare Bayrou in Francia, insomma...
Un caos molto “italiano”, come si vede, che probabilmente non verrebbe risolto neanche dal voto di febbraio. E che lascia “l’Europa” senza più baricentro, in balia dei suprematisti “atlantici” dell’est europeo (preoccupa il ruolo di “ministro degli esteri” assegnato da von der Leyen all’estone Kaja Kallas, discendente di un comandante “antisovietico” negli anni ’20) e delle turbolenze promesse da un Trump più nettamente “America first”.
Buon anno!
Fonte
14/10/2024
L’enigma Wagenknecht
di Giovanni Iozzoli
Dopo le elezioni regionali del Brandeburgo, il partito di Sahra Wagenknecht (BSW) ha confermato di essere una presenza consolidata nel panorama politico tedesco. Il profilo stesso di questa aggregazione non autorizza la sua collocazione nel campo delle performance elettorali effimere o occasionali: le radici sociali sono solide e si collocano dentro un pezzo di storia della sinistra tedesca, con legami sindacali e territoriali radicati nel tempo. Non una forza d’opinione né, si presume, una meteora.
Per la sinistra “alternativa” europea, lo sviluppo impetuoso di questa ipotesi politica, nel cuore geografico ed economico del continente, pone mille interrogativi. Non a caso coincide con lo svuotamento repentino della Linke e la (sacrosanta e meritatissima) eclisse dei Verdi. Ciò che resiste dell’SPD va probabilmente letto dentro la dimensione residuale dei poteri amministrativi e di governo; niente di socialmente vivo e destinato a crescere.
Del resto tutte queste sinistre liberali (le vicende della guerra in Ucraina hanno purtroppo avvicinato anche la Linke a quel versante nefasto), sembrano destinate in qualche modo a diventare un elemento marginale o comunque minoritario delle società europee: approdo naturale per ceti urbani protetti, benestanti o élite acculturate che compiono scelte elettorali “di testa”. Perdere il contatto con le classi operaie, con le periferie, con la sofferenza sociale, orienta ineluttabilmente verso il “centro” anche le migliori intenzioni politiche. Come classificare, dunque, il partito di Sahra Wagenknecht che è un competitor della sinistra “ufficiale” ma anche un argine oggettivo al dilagare dell’AFD? Il rovello sta rovinando i sogni di molti progressisti perplessi.
L’avventura di BSW presenta alcune caratteristiche in comune con La France Insoummise: entrambe le formazioni nascono dalla crisi dei partiti della sinistra tradizionale; entrambe raccolgono consensi nelle periferie territoriali e sociali; entrambe presentano un forte profilo leaderistico. Entrambe non sembrano spaventate dall’accusa di “populismo” e attraversano volentieri il campo tematico che corrisponde a questo stigma perbenista. Le due esperienze si dividono sul tema guerra (intransigente la posizione anti Nato di BSW, mentre Melanchon ha dovuto cedere molto su quel terreno in fase di costruzione del programma elettorale del NFP), oltre che sulla spinosissima questione delle migrazioni.
Addentrarci in questa sede in una discussione su quest’ultimo tema sarebbe impresa impossibile. Il cantiere del dibattito dentro la sinistra sociale e di classe italiana su tali questioni non è stato ancora neanche allestito. Nessuno ha il coraggio di infilarci il naso, la testa e il cuore... Nessuno pare aver elaborato una visione complessiva né sembra avere voglia di farlo. Generalmente ci limitiamo a ripetere le giaculatorie cristiane sul dovere di accoglienza (sacrosanto) mentre la dimensione politica dirompente del tema migrazioni – sicuramente la questione del secolo, che sta incidendo più di qualsiasi altra sugli equilibri politici del nord del mondo – resta letteralmente al di fuori del nostro raggio di attenzione. Con i temi epocali siamo a disagio, mancano gli strumenti di analisi e anche il coraggio della presa di parola.
Il risultato è che qualsiasi cretino di destra – anche il salumiere sotto casa – è in grado di fare un suo discorso sull’immigrazione (conservativo, maligno o paranoico a seconda delle fonti di formazione della sua opinione) mentre a sinistra ci limitiamo a balbettare argomenti sconnessi, sempre difensivi, dando l’idea di intelligenze di corto raggio, che non hanno la minima idea di come affrontare la complessità e la crisi delle società tardo-liberali.
Dal basso della sua inanità politico e sociale, la sinistruccia dell’Italietta è però sempre pronta a sputare su tutto ciò che si muove: rossobrunismo è diventato ormai una categoria dell’animo. Sospetto rossobruno è chiunque si ponga delle domande su temi “sensibili” o controversi; chiunque non si allinei al “washingtonianamente corretto” dell’agenda globale; chiunque non si prefigga il compito di educare i popoli del mondo ai valori scintillanti della modernità liberale. Sono da etichettare come rossobruni in particolare tutti quelli che hanno ancora la capacità di parlare con i proletari: che significa ascoltare, comunicare e organizzare pezzi di società confusi, ostili, ormai refrattari ai ragionamenti collettivi. Le “sinistre” europee sembrano accontentarsi di occupare angolini rassicuranti e disdegnare qualsiasi contatto non solo con il salumiere xenofobo, ma anche con l’operaio preoccupato del prezzo a cui svende la sua forza-lavoro, dentro il nuovo selvaggio mercato del lavoro globale... Ma torniamo alle elezioni tedesche.
Non vivendo in Germania, la maggior parte di noi può informarsi solo attraverso le testimonianze dirette degli osservatori italiani e dei materiali tradotti e pubblicati. E quello si sta cercando di fare in queste settimane: acquisire punti di vista e rielaborarli. Le varianti di cui tener conto, del resto, sono tante, a partire dalle specificità regionali del voto tedesco. Ma cosa si riesce a ricavare, da una lettura generale degli elementi noti?
1) BSW dimostra la oggettiva capacità di aprire canali di dialogo dentro una società fortemente atomizzata. Non è una forza autoreferenziale. Non parla a se stessa. È riuscita a dialettizzarsi con pezzi di società e territorio che si sentono privi di rappresentanza politica.
2) Il suo target è la vasta platea sociale dei perdenti della modernità, che non significa i “poveri” ma larghe masse lavoratrici, a cavallo tra working class e ceto medio, che sentono di subire un arretramento sostanziale e irreversibile della loro condizione, retaggio consunto dei “trenta gloriosi”. La crisi di questi ceti è crisi del patto sociale fordista e dell’imperialismo unipolare a centralità anglosassone.
3) Dentro il concetto di “perdente” va compreso il disorientamento per una società che non riesce a gestire i flussi globali di uomini e capitali da cui è investita (da qui l’immigrazione vista come pericolo) e ha paura di trovarsi in prima linea nella guerra contro la Russia. Da questo punto di vista è una platea che invoca protezione sociale in tutti i sensi: dalla insicurezza quotidiana al terrore di ritrovarsi dentro l’incubo della guerra. Non possiamo dividere le ansie della gente in sane o non sane: la paura è paura e basta – le paure “percepite” sono una invenzione di psicologi e statistici. Si tratta di persone che guardano alle tecnologie con diffidenza, che si sentono ingannate, disorientate, sballottate, in preda ai programmi di centri di comando remoti e invisibili (e non hanno tutti i torti: nella sostanza è quella la loro vita).
4) Quindi non stiamo parlando degli “ultimi”, ma di ceti produttivi, pezzi di classe operaia attivi o in dismissione, segmenti anziani o giovani a bassa scolarizzazione, emarginati a causa delle scarse competenze professionali o da un’appartenenza territoriale penalizzante, ma comunque interni al dispositivo della produzione sociale. Si tratta di larghe masse – tendenzialmente maggioritarie – in libera uscita, culturalmente parlando. È come se la Germania stesse rivivendo un nuovo anno zero: risvegliandosi non più tra le macerie del dopoguerra, ma tra le crepe del modello tedesco e della sua supposta invincibilità. Recessione, chiusure di stabilimenti, continua contrazione del salario reale: e la sensazione di essere rappresentati da un ceto politico che non risponde più alle esigenze di protezione dell’interesse nazionale.
5) Questo humus di massa, non rievoca la drammatica temperie di Weimar – nessun caporaluccio austro-tedesco si intravede all’orizzonte della storia – ma apre comunque a scenari imprevedibili. I vecchi partiti non reggono, non orientano più la maggior parte della società, non rappresentano queste nuove inquietudini di massa. Anche l’evocazione antifascista non funziona più: chi vota AFD non coltiva revanchismo, semplicemente vuole esprimere nel modo più netto possibile la sua distanza dal ceto politico “europeista” e da tutte le sue scelte storiche. Sempre più cittadini europei – soprattutto ceti popolari – votano ormai per le forze identificate come “antisistemiche” – con tutta la fuffa e gli imbrogli che tale attribuzione si porta dietro. Sono isole sociali di livore di massa e di paure in parte reali in parte artificiosamente alimentate. In questa dinamica si possono rintracciare anche i segni di molte gravi rotture maturate durante la stagione dei lockdown, che erano rimaste sottotraccia e aspettavano l’occasione buona per saltare fuori. Voto di protesta, voto di rabbia, voto di stanchezza, voto di sfiducia: tutto si mescola in un calderone acido in cui però è indispensabile mettere le mani. Chi vuole tenersele linde e asettiche, sarà fuori dai giochi.
6) Del resto gli ambienti della sinistra “alternativa” sono pieni di persone di buona volontà che ormai hanno rinunciato a parlare anche coi vicini di casa o con i colleghi di lavoro. Militanti che esibiscono una qualche triste ortodossia, danno a tutti del fascista e non godono della fiducia neanche dei parenti stretti. È da questi ambienti che provengono le peggiori accuse rivolte a Sara Wagenknecht: xenofobia, nazionalismo e riproposizione di “banalità keynesiane”... Qualcuno ha pure scritto che nei programmi di BSW non si parla più di socialismo: sarebbe interessante capire quale forza politica della sinistra europea (al di sopra del 2,5%) cita il socialismo nei suoi programmi elettorali. Quanto alla xenofobia, è curioso che l’accusa provenga da partiti prevalentemente “bianchi e autoctoni”, mentre il gruppo dirigente di BSW è in massima parte composto da cognomi non tedeschi. Cosa che non garantisce di per sé ortodossia e purezza, ma rende perlomeno incongrua l’accusa di “odio verso gli stranieri”.
6) BSW si sta ponendo come unica alternativa praticabile in Germania, in questa fase storica, tra il mondo di Ursula e l’estrema destra liberista. Criticarla sulla base del livore ideologico, oltre che ridicolo è anche controproducente. Significa proprio spingere verso destra un bacino di voti e progettualità che non nascono in quell’alveo e non sembrano volerci finire. Il modello BSW è uno di quelli in cui si articolerà la sinistra europea nei prossimi anni, piaccia o non piaccia. Le cose non vanno come immaginiamo nelle nostre innocue fantasie idealistiche, fatte di iconografie rassicuranti e pugnetti chiusi. Con questo pezzo di realtà bisogna fare i conti: hic et nunc. Questo populismo di sinistra – di cui alcuni segmenti del Movimento 5 Stelle sono stati precursori proprio nel laboratorio Italia – è in grado di parlare con le persone semplici, con gli sfruttati, con i socialmente deboli. È una capacità di dialogo che la sinistra-sinistra non possiede più, a causa della sua insipienza, della sua pigrizia e del suo rifugiarsi in cause ultra-minoritarie, abbandonando i legami di massa e le culture popolari. In Germania – e ovunque se ne creeranno le condizioni – bisogna dialogare con queste esperienze ed evitare che esse finiscano assorbite in un “frontismo” di antifascismo perbenista e istituzionale; o che deraglino verso destra, deriva purtroppo sempre possibile.
Fonte
Dopo le elezioni regionali del Brandeburgo, il partito di Sahra Wagenknecht (BSW) ha confermato di essere una presenza consolidata nel panorama politico tedesco. Il profilo stesso di questa aggregazione non autorizza la sua collocazione nel campo delle performance elettorali effimere o occasionali: le radici sociali sono solide e si collocano dentro un pezzo di storia della sinistra tedesca, con legami sindacali e territoriali radicati nel tempo. Non una forza d’opinione né, si presume, una meteora.
Per la sinistra “alternativa” europea, lo sviluppo impetuoso di questa ipotesi politica, nel cuore geografico ed economico del continente, pone mille interrogativi. Non a caso coincide con lo svuotamento repentino della Linke e la (sacrosanta e meritatissima) eclisse dei Verdi. Ciò che resiste dell’SPD va probabilmente letto dentro la dimensione residuale dei poteri amministrativi e di governo; niente di socialmente vivo e destinato a crescere.
Del resto tutte queste sinistre liberali (le vicende della guerra in Ucraina hanno purtroppo avvicinato anche la Linke a quel versante nefasto), sembrano destinate in qualche modo a diventare un elemento marginale o comunque minoritario delle società europee: approdo naturale per ceti urbani protetti, benestanti o élite acculturate che compiono scelte elettorali “di testa”. Perdere il contatto con le classi operaie, con le periferie, con la sofferenza sociale, orienta ineluttabilmente verso il “centro” anche le migliori intenzioni politiche. Come classificare, dunque, il partito di Sahra Wagenknecht che è un competitor della sinistra “ufficiale” ma anche un argine oggettivo al dilagare dell’AFD? Il rovello sta rovinando i sogni di molti progressisti perplessi.
L’avventura di BSW presenta alcune caratteristiche in comune con La France Insoummise: entrambe le formazioni nascono dalla crisi dei partiti della sinistra tradizionale; entrambe raccolgono consensi nelle periferie territoriali e sociali; entrambe presentano un forte profilo leaderistico. Entrambe non sembrano spaventate dall’accusa di “populismo” e attraversano volentieri il campo tematico che corrisponde a questo stigma perbenista. Le due esperienze si dividono sul tema guerra (intransigente la posizione anti Nato di BSW, mentre Melanchon ha dovuto cedere molto su quel terreno in fase di costruzione del programma elettorale del NFP), oltre che sulla spinosissima questione delle migrazioni.
Addentrarci in questa sede in una discussione su quest’ultimo tema sarebbe impresa impossibile. Il cantiere del dibattito dentro la sinistra sociale e di classe italiana su tali questioni non è stato ancora neanche allestito. Nessuno ha il coraggio di infilarci il naso, la testa e il cuore... Nessuno pare aver elaborato una visione complessiva né sembra avere voglia di farlo. Generalmente ci limitiamo a ripetere le giaculatorie cristiane sul dovere di accoglienza (sacrosanto) mentre la dimensione politica dirompente del tema migrazioni – sicuramente la questione del secolo, che sta incidendo più di qualsiasi altra sugli equilibri politici del nord del mondo – resta letteralmente al di fuori del nostro raggio di attenzione. Con i temi epocali siamo a disagio, mancano gli strumenti di analisi e anche il coraggio della presa di parola.
Il risultato è che qualsiasi cretino di destra – anche il salumiere sotto casa – è in grado di fare un suo discorso sull’immigrazione (conservativo, maligno o paranoico a seconda delle fonti di formazione della sua opinione) mentre a sinistra ci limitiamo a balbettare argomenti sconnessi, sempre difensivi, dando l’idea di intelligenze di corto raggio, che non hanno la minima idea di come affrontare la complessità e la crisi delle società tardo-liberali.
Dal basso della sua inanità politico e sociale, la sinistruccia dell’Italietta è però sempre pronta a sputare su tutto ciò che si muove: rossobrunismo è diventato ormai una categoria dell’animo. Sospetto rossobruno è chiunque si ponga delle domande su temi “sensibili” o controversi; chiunque non si allinei al “washingtonianamente corretto” dell’agenda globale; chiunque non si prefigga il compito di educare i popoli del mondo ai valori scintillanti della modernità liberale. Sono da etichettare come rossobruni in particolare tutti quelli che hanno ancora la capacità di parlare con i proletari: che significa ascoltare, comunicare e organizzare pezzi di società confusi, ostili, ormai refrattari ai ragionamenti collettivi. Le “sinistre” europee sembrano accontentarsi di occupare angolini rassicuranti e disdegnare qualsiasi contatto non solo con il salumiere xenofobo, ma anche con l’operaio preoccupato del prezzo a cui svende la sua forza-lavoro, dentro il nuovo selvaggio mercato del lavoro globale... Ma torniamo alle elezioni tedesche.
Non vivendo in Germania, la maggior parte di noi può informarsi solo attraverso le testimonianze dirette degli osservatori italiani e dei materiali tradotti e pubblicati. E quello si sta cercando di fare in queste settimane: acquisire punti di vista e rielaborarli. Le varianti di cui tener conto, del resto, sono tante, a partire dalle specificità regionali del voto tedesco. Ma cosa si riesce a ricavare, da una lettura generale degli elementi noti?
1) BSW dimostra la oggettiva capacità di aprire canali di dialogo dentro una società fortemente atomizzata. Non è una forza autoreferenziale. Non parla a se stessa. È riuscita a dialettizzarsi con pezzi di società e territorio che si sentono privi di rappresentanza politica.
2) Il suo target è la vasta platea sociale dei perdenti della modernità, che non significa i “poveri” ma larghe masse lavoratrici, a cavallo tra working class e ceto medio, che sentono di subire un arretramento sostanziale e irreversibile della loro condizione, retaggio consunto dei “trenta gloriosi”. La crisi di questi ceti è crisi del patto sociale fordista e dell’imperialismo unipolare a centralità anglosassone.
3) Dentro il concetto di “perdente” va compreso il disorientamento per una società che non riesce a gestire i flussi globali di uomini e capitali da cui è investita (da qui l’immigrazione vista come pericolo) e ha paura di trovarsi in prima linea nella guerra contro la Russia. Da questo punto di vista è una platea che invoca protezione sociale in tutti i sensi: dalla insicurezza quotidiana al terrore di ritrovarsi dentro l’incubo della guerra. Non possiamo dividere le ansie della gente in sane o non sane: la paura è paura e basta – le paure “percepite” sono una invenzione di psicologi e statistici. Si tratta di persone che guardano alle tecnologie con diffidenza, che si sentono ingannate, disorientate, sballottate, in preda ai programmi di centri di comando remoti e invisibili (e non hanno tutti i torti: nella sostanza è quella la loro vita).
4) Quindi non stiamo parlando degli “ultimi”, ma di ceti produttivi, pezzi di classe operaia attivi o in dismissione, segmenti anziani o giovani a bassa scolarizzazione, emarginati a causa delle scarse competenze professionali o da un’appartenenza territoriale penalizzante, ma comunque interni al dispositivo della produzione sociale. Si tratta di larghe masse – tendenzialmente maggioritarie – in libera uscita, culturalmente parlando. È come se la Germania stesse rivivendo un nuovo anno zero: risvegliandosi non più tra le macerie del dopoguerra, ma tra le crepe del modello tedesco e della sua supposta invincibilità. Recessione, chiusure di stabilimenti, continua contrazione del salario reale: e la sensazione di essere rappresentati da un ceto politico che non risponde più alle esigenze di protezione dell’interesse nazionale.
5) Questo humus di massa, non rievoca la drammatica temperie di Weimar – nessun caporaluccio austro-tedesco si intravede all’orizzonte della storia – ma apre comunque a scenari imprevedibili. I vecchi partiti non reggono, non orientano più la maggior parte della società, non rappresentano queste nuove inquietudini di massa. Anche l’evocazione antifascista non funziona più: chi vota AFD non coltiva revanchismo, semplicemente vuole esprimere nel modo più netto possibile la sua distanza dal ceto politico “europeista” e da tutte le sue scelte storiche. Sempre più cittadini europei – soprattutto ceti popolari – votano ormai per le forze identificate come “antisistemiche” – con tutta la fuffa e gli imbrogli che tale attribuzione si porta dietro. Sono isole sociali di livore di massa e di paure in parte reali in parte artificiosamente alimentate. In questa dinamica si possono rintracciare anche i segni di molte gravi rotture maturate durante la stagione dei lockdown, che erano rimaste sottotraccia e aspettavano l’occasione buona per saltare fuori. Voto di protesta, voto di rabbia, voto di stanchezza, voto di sfiducia: tutto si mescola in un calderone acido in cui però è indispensabile mettere le mani. Chi vuole tenersele linde e asettiche, sarà fuori dai giochi.
6) Del resto gli ambienti della sinistra “alternativa” sono pieni di persone di buona volontà che ormai hanno rinunciato a parlare anche coi vicini di casa o con i colleghi di lavoro. Militanti che esibiscono una qualche triste ortodossia, danno a tutti del fascista e non godono della fiducia neanche dei parenti stretti. È da questi ambienti che provengono le peggiori accuse rivolte a Sara Wagenknecht: xenofobia, nazionalismo e riproposizione di “banalità keynesiane”... Qualcuno ha pure scritto che nei programmi di BSW non si parla più di socialismo: sarebbe interessante capire quale forza politica della sinistra europea (al di sopra del 2,5%) cita il socialismo nei suoi programmi elettorali. Quanto alla xenofobia, è curioso che l’accusa provenga da partiti prevalentemente “bianchi e autoctoni”, mentre il gruppo dirigente di BSW è in massima parte composto da cognomi non tedeschi. Cosa che non garantisce di per sé ortodossia e purezza, ma rende perlomeno incongrua l’accusa di “odio verso gli stranieri”.
6) BSW si sta ponendo come unica alternativa praticabile in Germania, in questa fase storica, tra il mondo di Ursula e l’estrema destra liberista. Criticarla sulla base del livore ideologico, oltre che ridicolo è anche controproducente. Significa proprio spingere verso destra un bacino di voti e progettualità che non nascono in quell’alveo e non sembrano volerci finire. Il modello BSW è uno di quelli in cui si articolerà la sinistra europea nei prossimi anni, piaccia o non piaccia. Le cose non vanno come immaginiamo nelle nostre innocue fantasie idealistiche, fatte di iconografie rassicuranti e pugnetti chiusi. Con questo pezzo di realtà bisogna fare i conti: hic et nunc. Questo populismo di sinistra – di cui alcuni segmenti del Movimento 5 Stelle sono stati precursori proprio nel laboratorio Italia – è in grado di parlare con le persone semplici, con gli sfruttati, con i socialmente deboli. È una capacità di dialogo che la sinistra-sinistra non possiede più, a causa della sua insipienza, della sua pigrizia e del suo rifugiarsi in cause ultra-minoritarie, abbandonando i legami di massa e le culture popolari. In Germania – e ovunque se ne creeranno le condizioni – bisogna dialogare con queste esperienze ed evitare che esse finiscano assorbite in un “frontismo” di antifascismo perbenista e istituzionale; o che deraglino verso destra, deriva purtroppo sempre possibile.
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04/10/2024
Berlino - Manifestazione contro la guerra, migliaia in piazza
È stata grande la protesta contro la guerra e il riarmo auspicata dagli organizzatori. Quante persone abbiano preso parte alla manifestazione per la pace di giovedì a Berlino è una questione di interesse politico.
La polizia, abituata al conteggio creativo, ha parlato di un massimo di 10.000 partecipanti, mentre gli organizzatori dell’iniziativa “Mai più la guerra – Deponete le armi” hanno parlato di almeno 40.000, il che corrisponde anche alla valutazione degli osservatori dei telegiornali.
Dopo le corrispondenti manifestazioni di febbraio e novembre 2023, questa è stata la terza grande manifestazione contro la progressiva militarizzazione nella Repubblica Federale da quando le truppe russe hanno invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022.
Tutti i relatori all’evento di chiusura della Colonna della Vittoria di Berlino hanno convenuto che il riarmo del paese e un’ulteriore escalation della guerra devono cessare nelle azioni dei paesi della NATO e che la smilitarizzazione e la diplomazia devono prendere il loro posto. Ma quando Ralf Stegner della Spd ha parlato, sono risuonati dei fischi. Il membro dell’SPD del Bundestag aveva definito consentite le consegne di armi all’Ucraina, a condizione che il Paese le usi solo per difendersi. Con una certa presunzione, ha descritto il suo partito come il partito del movimento per la pace.
La relatrice di chiusura, Sahra Wagenknecht del BSW, si è detta in disaccordo e ha dichiarato che: “L’SPD di Olaf Scholz e Boris Pistorius non fa certamente parte del movimento per la pace”. Ma è contenta che ci siano persone nel partito che chiedono un corso diverso. Nel “Giorno dell’Unità Tedesca”, ha detto Wagenknecht, si dovrebbe pensare con gratitudine a Mikhail Gorbaciov, che ha reso possibile la “riunificazione” e ha teso la mano alla pace. Ha avvertito che la guerra in Ucraina potrebbe trasformarsi in una grande guerra europea e, in questo contesto, ha definito la ministra degli Esteri Annalena Baerbock “un rischio per la sicurezza della Germania”.
Il veterano della CSU Peter Gauweiler ha parlato prima della leader della BSW, si è lamentato del fatto che la Bundeswehr ha infranto la sua promessa fondante con la guerra contro la Jugoslavia, vale a dire che le forze armate dovevano essere utilizzate solo per la difesa nazionale. Gesine Lötzsch, membro del Bundestag per Die Linke, ha ricordato il lato imprenditoriale di ogni guerra: “In guerra, i ricchi vincono sempre. C’è sempre chi fa soldi con la guerra, dobbiamo dirlo forte e chiaro”.
L’evento principale era iniziato a mezzogiorno con tre raduni iniziali nella zona ovest di Berlino, a cui avevano già partecipato migliaia di persone. I relatori hanno richiamato l’attenzione sulla connessione tra il riarmo e i tagli sociali, hanno chiesto la fine immediata delle consegne di armi all’Ucraina e a Israele e hanno ripetutamente sottolineato il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.
Oppositori dell’evento con un punto di vista decisamente filo-ucraino e/o filo-israeliano hanno affiancato i cortei dimostrativi in alcuni casi isolati. Un’alleanza di ucraini in Germania, chiamata Vitsche, aveva indetto una protesta. L’oratore di questo evento è stato il membro SPD del Bundestag Michael Roth, uno dei più zelanti sostenitori della consegna di materiale bellico all’Ucraina. Di fronte a circa 300 contro-manifestanti nelle immediate vicinanze della manifestazione contro la guerra, ha dichiarato: “Sono di sinistra. Ma io sono un emancipatore di sinistra”. Secondo la polizia, non ci sono stati incidenti significativi.
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La polizia, abituata al conteggio creativo, ha parlato di un massimo di 10.000 partecipanti, mentre gli organizzatori dell’iniziativa “Mai più la guerra – Deponete le armi” hanno parlato di almeno 40.000, il che corrisponde anche alla valutazione degli osservatori dei telegiornali.
Dopo le corrispondenti manifestazioni di febbraio e novembre 2023, questa è stata la terza grande manifestazione contro la progressiva militarizzazione nella Repubblica Federale da quando le truppe russe hanno invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022.
Tutti i relatori all’evento di chiusura della Colonna della Vittoria di Berlino hanno convenuto che il riarmo del paese e un’ulteriore escalation della guerra devono cessare nelle azioni dei paesi della NATO e che la smilitarizzazione e la diplomazia devono prendere il loro posto. Ma quando Ralf Stegner della Spd ha parlato, sono risuonati dei fischi. Il membro dell’SPD del Bundestag aveva definito consentite le consegne di armi all’Ucraina, a condizione che il Paese le usi solo per difendersi. Con una certa presunzione, ha descritto il suo partito come il partito del movimento per la pace.
La relatrice di chiusura, Sahra Wagenknecht del BSW, si è detta in disaccordo e ha dichiarato che: “L’SPD di Olaf Scholz e Boris Pistorius non fa certamente parte del movimento per la pace”. Ma è contenta che ci siano persone nel partito che chiedono un corso diverso. Nel “Giorno dell’Unità Tedesca”, ha detto Wagenknecht, si dovrebbe pensare con gratitudine a Mikhail Gorbaciov, che ha reso possibile la “riunificazione” e ha teso la mano alla pace. Ha avvertito che la guerra in Ucraina potrebbe trasformarsi in una grande guerra europea e, in questo contesto, ha definito la ministra degli Esteri Annalena Baerbock “un rischio per la sicurezza della Germania”.
Il veterano della CSU Peter Gauweiler ha parlato prima della leader della BSW, si è lamentato del fatto che la Bundeswehr ha infranto la sua promessa fondante con la guerra contro la Jugoslavia, vale a dire che le forze armate dovevano essere utilizzate solo per la difesa nazionale. Gesine Lötzsch, membro del Bundestag per Die Linke, ha ricordato il lato imprenditoriale di ogni guerra: “In guerra, i ricchi vincono sempre. C’è sempre chi fa soldi con la guerra, dobbiamo dirlo forte e chiaro”.
L’evento principale era iniziato a mezzogiorno con tre raduni iniziali nella zona ovest di Berlino, a cui avevano già partecipato migliaia di persone. I relatori hanno richiamato l’attenzione sulla connessione tra il riarmo e i tagli sociali, hanno chiesto la fine immediata delle consegne di armi all’Ucraina e a Israele e hanno ripetutamente sottolineato il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.
Oppositori dell’evento con un punto di vista decisamente filo-ucraino e/o filo-israeliano hanno affiancato i cortei dimostrativi in alcuni casi isolati. Un’alleanza di ucraini in Germania, chiamata Vitsche, aveva indetto una protesta. L’oratore di questo evento è stato il membro SPD del Bundestag Michael Roth, uno dei più zelanti sostenitori della consegna di materiale bellico all’Ucraina. Di fronte a circa 300 contro-manifestanti nelle immediate vicinanze della manifestazione contro la guerra, ha dichiarato: “Sono di sinistra. Ma io sono un emancipatore di sinistra”. Secondo la polizia, non ci sono stati incidenti significativi.
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26/09/2024
Elezioni nel Brandeburgo, cosa c’è da capire
La prima cosa su cui mi sentirei di attirare l’attenzione è l’alta percentuale di votanti, sopra il 70%. La seconda cosa è la vittoria di Pirro della SPD, che non riesce a formare una maggioranza, una volta che i Verdi sono stati estromessi dal parlamento regionale.
È la seconda volta, dopo la Turingia, che i Verdi non raggiungono la soglia del 5%. E ben gli sta, perché un partito nato sulla protezione dell’ambiente, e quindi sulla pace, si era trasformato in un partito di bellicisti sostenitori di Zelensky. Però è anche una triste constatazione, in quanto il patrimonio costituito dall’ambientalismo tedesco aveva reso l’aria più respirabile nell’Europa neoliberale. Oggi quel patrimonio è stato disperso.
AfD, si dice, ha perso col suo 29,9%. Sì, è arrivata seconda però i numeri in Parlamento regionale sono tali che AfD ha conquistato la «Sperrminorität», ossia può bloccare tutte le decisioni che richiedono la maggioranza di due terzi, per esempio quelle per l’elezione dei giudici costituzionali. Non solo, la AfD è primo partito tra i giovani dai 18 ai 24 anni. Non solo, il candidato di punta della AfD ha ottenuto nel suo collegio il cosiddetto «Direktmandat» con il 39,9% dei voti (!).
La vittoria della SPD viene spiegata con la grande popolarità del Presidente del Land, Dietmar Woidke, che governa da 11 anni, ma stavolta è la prima volta che non riesce ad ottenere il «Direktmandat» (per soli sette voti). È considerato un critico di Scholz ma non ha un profilo da porlo sul piano della politica nazionale, è considerato un’icona regionale. Quindi Scholz ha potuto tirare un sospiro di sollievo ma fino a un certo punto, la SPD va bene se non segue la sua politica (debbo ancora analizzare meglio su quali aspetti i due sono in contrasto).
Stupisce la magra figura della CDU che si fa superare anche dalla new entry BSW (Sahra Wagenknecht). Il suo capo Friedrich Merz, l’ultraatlantista che ha fatto fuori la Merkel, si era comportato bene, addirittura era stato l’unico leader nazionale a tenere un comizio l’ultimo giorno utile per dire che loro con la AfD non volevano avere a che fare e che bisognava isolarla (coerente in questo con la posizione del suo partito in Europa).
Resta da capire cosa succede adesso con il partito BSW. Innanzitutto come collocarlo politicamente. Definito ormai dai media, anzi bollato, come rossobruno (mezzo comunista mezzo fascista), questo partito ha avuto il merito, secondo me, di guardare in faccia la AfD, invece di cancellarla con l’epiteto neonazista e risolvere così la questione (teoria del cordone sanitario ovvero della politica dello struzzo).
Ha cominciato a dire: “vi siete chiesti perché i giovani votano AfD? Noi diciamo perché soffrono il precariato, la disoccupazione, la mancanza di valori, cioè tutto quello che hanno prodotto le politiche neoliberali, ergo bisogna combattere quelle politiche”.
Ha cominciato a dire: “Ma perché tutto quello che dice la AfD deve essere sbagliato? E se per caso dicesse qualche cosa di giusto, non sarebbe il caso di starla ad ascoltare e di intervenire sulle cause della sua protesta?”. Addirittura ha detto che sarebbe disposta a votare delle mozioni di AfD se fossero ragionevoli.
Insomma ha, a mio avviso, messo il dito sulla piaga, denunciando il fatto che spesso l’”antifascismo” [del potere, ndr] è solo immobilismo, se non il modo con il quale si giustifica il persistere di politiche neoliberali.
Ma c’è un altro motivo per cui BSW va forte: per la sua campagna contro la criminalità finanziaria, contro l’evasione fiscale organizzata dalle grandi banche, quella che aveva fatto diventare famosa la procuratrice Anne Brorhilker, che aveva scoperto le colossali truffe fiscali organizzate dalle banche e le aveva portate in giudizio.
Bene, questa donna ha dato in aprile le dimissioni dalla magistratura dicendo che l’apparato statale non ha nessuna intenzione di perseguire fino in fondo l’evasione fiscale ed ha lasciato intendere che il cancelliere Scholz è uno dei primi a voler proteggere la criminalità finanziaria.
BSW ha tra i suoi uomini di punta Fabio De Masi, un oriundo italiano che ha combattuto con grande energia e competenza la criminalità finanziaria. Ma non basta, BSW ha denunciato il modo in cui il Cancelliere ha gestito l’affare dell’attentato al North Stream.
E allora tiriamo le somme: la SPD e la CDU insieme non hanno la maggioranza nel Brandeburgo, hanno bisogno di una stampella, sarebbero stati i Verdi o i Liberali, quelli che formano l’attuale governo federale, ma nessuno dei due ha superato la soglia del 5%, quindi sono fuori.
Che cosa rimane? La BSW, che ha già detto che è disposta a dare una mano ma a certe condizioni, lo ha detto la sua portavoce in Brandeburgo che si chiama Amira Mohamed Ali. Quindi in Brandeburgo si formerebbe una coalizione, comunque traballante, formata da un leader SPD avversario di Scholz e da un partito che considera Scholz un protettore degli evasori fiscali.
Si capisce la Schadenfreude di AfD, che esulta per la sedicente sconfitta pensando alla vittoria nelle prossime elezioni federali (2025) e irride alla possibile coalizione di carta che si potrebbe formare nel Land. I Verdi, invece di fare autocritica, sclerano con dichiarazioni da gente che ha perso il cervello.
Per dire l’aria che tira da quelle parti. Tra i candidati AfD c’era un commerciante di auto che aveva certe cariche riservate ai laici nella chiesa evangelica. La Chiesa gli ha tolto tutte le cariche e l’uomo non è stato eletto.
Una delle cose più interessanti da sapere è a chi sono andati i voti degli ex astensionisti. Insomma, quelli che si sono astenuti nelle elezioni precedenti per chi hanno votato adesso?
Questa, a mio avviso, è la questione politica più scottante oggi in Europa, o si capisce la dinamica dell’astensionismo o si va avanti così tra neoliberalismo, populismi e neofascismo. Fermo restando ovviamente che la questione n. 1 in assoluto è la lotta contro le politiche neoliberali e belliciste.
I conflitti sul terreno del lavoro sono l’unica via d’uscita e l’esperienza del WFP (Working Families Party) negli Stati Uniti mi conforta in questo senso.
Fonte
È la seconda volta, dopo la Turingia, che i Verdi non raggiungono la soglia del 5%. E ben gli sta, perché un partito nato sulla protezione dell’ambiente, e quindi sulla pace, si era trasformato in un partito di bellicisti sostenitori di Zelensky. Però è anche una triste constatazione, in quanto il patrimonio costituito dall’ambientalismo tedesco aveva reso l’aria più respirabile nell’Europa neoliberale. Oggi quel patrimonio è stato disperso.
AfD, si dice, ha perso col suo 29,9%. Sì, è arrivata seconda però i numeri in Parlamento regionale sono tali che AfD ha conquistato la «Sperrminorität», ossia può bloccare tutte le decisioni che richiedono la maggioranza di due terzi, per esempio quelle per l’elezione dei giudici costituzionali. Non solo, la AfD è primo partito tra i giovani dai 18 ai 24 anni. Non solo, il candidato di punta della AfD ha ottenuto nel suo collegio il cosiddetto «Direktmandat» con il 39,9% dei voti (!).
La vittoria della SPD viene spiegata con la grande popolarità del Presidente del Land, Dietmar Woidke, che governa da 11 anni, ma stavolta è la prima volta che non riesce ad ottenere il «Direktmandat» (per soli sette voti). È considerato un critico di Scholz ma non ha un profilo da porlo sul piano della politica nazionale, è considerato un’icona regionale. Quindi Scholz ha potuto tirare un sospiro di sollievo ma fino a un certo punto, la SPD va bene se non segue la sua politica (debbo ancora analizzare meglio su quali aspetti i due sono in contrasto).
Stupisce la magra figura della CDU che si fa superare anche dalla new entry BSW (Sahra Wagenknecht). Il suo capo Friedrich Merz, l’ultraatlantista che ha fatto fuori la Merkel, si era comportato bene, addirittura era stato l’unico leader nazionale a tenere un comizio l’ultimo giorno utile per dire che loro con la AfD non volevano avere a che fare e che bisognava isolarla (coerente in questo con la posizione del suo partito in Europa).
Resta da capire cosa succede adesso con il partito BSW. Innanzitutto come collocarlo politicamente. Definito ormai dai media, anzi bollato, come rossobruno (mezzo comunista mezzo fascista), questo partito ha avuto il merito, secondo me, di guardare in faccia la AfD, invece di cancellarla con l’epiteto neonazista e risolvere così la questione (teoria del cordone sanitario ovvero della politica dello struzzo).
Ha cominciato a dire: “vi siete chiesti perché i giovani votano AfD? Noi diciamo perché soffrono il precariato, la disoccupazione, la mancanza di valori, cioè tutto quello che hanno prodotto le politiche neoliberali, ergo bisogna combattere quelle politiche”.
Ha cominciato a dire: “Ma perché tutto quello che dice la AfD deve essere sbagliato? E se per caso dicesse qualche cosa di giusto, non sarebbe il caso di starla ad ascoltare e di intervenire sulle cause della sua protesta?”. Addirittura ha detto che sarebbe disposta a votare delle mozioni di AfD se fossero ragionevoli.
Insomma ha, a mio avviso, messo il dito sulla piaga, denunciando il fatto che spesso l’”antifascismo” [del potere, ndr] è solo immobilismo, se non il modo con il quale si giustifica il persistere di politiche neoliberali.
Ma c’è un altro motivo per cui BSW va forte: per la sua campagna contro la criminalità finanziaria, contro l’evasione fiscale organizzata dalle grandi banche, quella che aveva fatto diventare famosa la procuratrice Anne Brorhilker, che aveva scoperto le colossali truffe fiscali organizzate dalle banche e le aveva portate in giudizio.
Bene, questa donna ha dato in aprile le dimissioni dalla magistratura dicendo che l’apparato statale non ha nessuna intenzione di perseguire fino in fondo l’evasione fiscale ed ha lasciato intendere che il cancelliere Scholz è uno dei primi a voler proteggere la criminalità finanziaria.
BSW ha tra i suoi uomini di punta Fabio De Masi, un oriundo italiano che ha combattuto con grande energia e competenza la criminalità finanziaria. Ma non basta, BSW ha denunciato il modo in cui il Cancelliere ha gestito l’affare dell’attentato al North Stream.
E allora tiriamo le somme: la SPD e la CDU insieme non hanno la maggioranza nel Brandeburgo, hanno bisogno di una stampella, sarebbero stati i Verdi o i Liberali, quelli che formano l’attuale governo federale, ma nessuno dei due ha superato la soglia del 5%, quindi sono fuori.
Che cosa rimane? La BSW, che ha già detto che è disposta a dare una mano ma a certe condizioni, lo ha detto la sua portavoce in Brandeburgo che si chiama Amira Mohamed Ali. Quindi in Brandeburgo si formerebbe una coalizione, comunque traballante, formata da un leader SPD avversario di Scholz e da un partito che considera Scholz un protettore degli evasori fiscali.
Si capisce la Schadenfreude di AfD, che esulta per la sedicente sconfitta pensando alla vittoria nelle prossime elezioni federali (2025) e irride alla possibile coalizione di carta che si potrebbe formare nel Land. I Verdi, invece di fare autocritica, sclerano con dichiarazioni da gente che ha perso il cervello.
Per dire l’aria che tira da quelle parti. Tra i candidati AfD c’era un commerciante di auto che aveva certe cariche riservate ai laici nella chiesa evangelica. La Chiesa gli ha tolto tutte le cariche e l’uomo non è stato eletto.
Una delle cose più interessanti da sapere è a chi sono andati i voti degli ex astensionisti. Insomma, quelli che si sono astenuti nelle elezioni precedenti per chi hanno votato adesso?
Questa, a mio avviso, è la questione politica più scottante oggi in Europa, o si capisce la dinamica dell’astensionismo o si va avanti così tra neoliberalismo, populismi e neofascismo. Fermo restando ovviamente che la questione n. 1 in assoluto è la lotta contro le politiche neoliberali e belliciste.
I conflitti sul terreno del lavoro sono l’unica via d’uscita e l’esperienza del WFP (Working Families Party) negli Stati Uniti mi conforta in questo senso.
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23/09/2024
Germania - Il Brandeburgo concede una tregua a Sholz
Le elezioni in Brandeburgo – il Land della ex Germania Est che circonda la città-stato di Berlino – erano molto attese per verificare se l’ascesa dei neonazisti era davvero inarrestabile e se questo avrebbe travolto il governo nazionale “semaforo” (socialdemocratici, liberali, verdi), guidato dall’impalpabile Olaf Scholz.
Il risultato delle urne rinvia il momento del redde rationem. L’Spd ha ottenuto circa il 30,7%, con Afd che si è fermata al 29,4%. Tutto merito, però, del governatore locale Dietmar Woidke, ormai al suo quarto mandato, che aveva trasformato le elezioni regionali nel solito referendum su di sè contrapposto ai nazisti.
Ha vinto comunque la scommessa, portando a votare il 74% degli aventi diritto (11% in più della volta precedente; l’astensionismo vola infatti anche in Germania).
Grande respiro di sollievo dell’establishment teutonico (che già da tempo si prepara a tornare alle fanfare hitleriane senza troppi problemi), che però deve registrare come “il problema” sia tutt’altro che superato.
La “resistenza” dell’Spd avviene a scapito della democristianissima Cdu, precipitata al 12,1%, il che allontana anche l’ipotesi di riserva: sostituire Scholz con Friedrich Mez, cambiando radicalmente il panorama governativo (la Cdu è attualmente all’opposizione).
Ma sono anche scomparsi i due alleati nazionali di Scholz, visto che verdi-guerrafondai e liberali-austeri non hanno superato la soglia di sbarramento al 5% (così come Die Linke).
Dunque la formazione del governo del Brandeburgo resta un problema, visto che il movimento di Sahra Wagenknecht – anche qui all’esordio elettorale, dopo Bassa Sassonia e Turingia – prende il 13,4 e aveva preannunciato che in ogni caso non avrebbe partecipato a governi né con i socialdemocratici, né – tanto meno – con l’Afd.
Cantano comunque vittoria i neonazisti, che avanzano di un altro 5% rispetto al passato e possono quindi dire di aver “vinto l’oro una volta e l’argento due volte” in tre elezioni nell’Est questo mese. Se continua così la valanga rischia di diventare fragorosa...
C’è da sottolineare che ai nazisti sono stati regalati una serie di assist veramente succulenti. A parte la questione dell’immigrazione – cavallo di battaglia reazionario in tutta Europa, con il condimento di teorie dietrologiche sulla “sostituzione etnica”, ecc. – i partiti e partitini dell’establishment hanno creato e poi lasciato completamente scoperte le due questioni centrali per lavoratori, studenti, pensionati e popolazione povera in genere: ovvero la miseria salariale (per quanto molto migliori dei salari italiani, quelli tedeschi sono praticamente bloccati dall’inizio del secolo, grazie al “socialdemocratico” Schroeder e ai suoi mini-job) e la paura di entrare in guerra con la Russia.
Non è un caso che l’unica forza politica in grado di affermarsi, contrastando duramente proprio i nazisti dell’Afd, sia il neonato movimento della Wagenknecht (Bsw), che ha fatto di queste due questioni il proprio baricentro, sottraendole almeno in parte al consenso ultra-reazionario.
Mentre i cautelosi iper-tattici della Linke (“mi alleo con l’Spd, ma resto alternativo”) sembrano entrati definitivamente nella fase della dissoluzione.
Sono tempi di crisi e di guerra, anche in Germania. I pilastri dell’industria tedesca (Volkswagen, Mercedes, Bmw) tremano e preparano ristrutturazioni che porteranno a decine di migliaia di licenziamenti; le armi all’Ucraina vengono mandate avvicinando il momento della partecipazione diretta della Nato e quindi delle possibili ritorsioni russe.
E in tempi di crisi e di guerra non hanno più spazio le posizioni “né-né” o troppo incolori. O stai con il potere imperiale o stai contro. E persino chi fa solo finta di essere contro, come i nazisti, ottiene uno spazio spropositato...
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Il risultato delle urne rinvia il momento del redde rationem. L’Spd ha ottenuto circa il 30,7%, con Afd che si è fermata al 29,4%. Tutto merito, però, del governatore locale Dietmar Woidke, ormai al suo quarto mandato, che aveva trasformato le elezioni regionali nel solito referendum su di sè contrapposto ai nazisti.
Ha vinto comunque la scommessa, portando a votare il 74% degli aventi diritto (11% in più della volta precedente; l’astensionismo vola infatti anche in Germania).
Grande respiro di sollievo dell’establishment teutonico (che già da tempo si prepara a tornare alle fanfare hitleriane senza troppi problemi), che però deve registrare come “il problema” sia tutt’altro che superato.
La “resistenza” dell’Spd avviene a scapito della democristianissima Cdu, precipitata al 12,1%, il che allontana anche l’ipotesi di riserva: sostituire Scholz con Friedrich Mez, cambiando radicalmente il panorama governativo (la Cdu è attualmente all’opposizione).
Ma sono anche scomparsi i due alleati nazionali di Scholz, visto che verdi-guerrafondai e liberali-austeri non hanno superato la soglia di sbarramento al 5% (così come Die Linke).
Dunque la formazione del governo del Brandeburgo resta un problema, visto che il movimento di Sahra Wagenknecht – anche qui all’esordio elettorale, dopo Bassa Sassonia e Turingia – prende il 13,4 e aveva preannunciato che in ogni caso non avrebbe partecipato a governi né con i socialdemocratici, né – tanto meno – con l’Afd.
Cantano comunque vittoria i neonazisti, che avanzano di un altro 5% rispetto al passato e possono quindi dire di aver “vinto l’oro una volta e l’argento due volte” in tre elezioni nell’Est questo mese. Se continua così la valanga rischia di diventare fragorosa...
C’è da sottolineare che ai nazisti sono stati regalati una serie di assist veramente succulenti. A parte la questione dell’immigrazione – cavallo di battaglia reazionario in tutta Europa, con il condimento di teorie dietrologiche sulla “sostituzione etnica”, ecc. – i partiti e partitini dell’establishment hanno creato e poi lasciato completamente scoperte le due questioni centrali per lavoratori, studenti, pensionati e popolazione povera in genere: ovvero la miseria salariale (per quanto molto migliori dei salari italiani, quelli tedeschi sono praticamente bloccati dall’inizio del secolo, grazie al “socialdemocratico” Schroeder e ai suoi mini-job) e la paura di entrare in guerra con la Russia.
Non è un caso che l’unica forza politica in grado di affermarsi, contrastando duramente proprio i nazisti dell’Afd, sia il neonato movimento della Wagenknecht (Bsw), che ha fatto di queste due questioni il proprio baricentro, sottraendole almeno in parte al consenso ultra-reazionario.
Mentre i cautelosi iper-tattici della Linke (“mi alleo con l’Spd, ma resto alternativo”) sembrano entrati definitivamente nella fase della dissoluzione.
Sono tempi di crisi e di guerra, anche in Germania. I pilastri dell’industria tedesca (Volkswagen, Mercedes, Bmw) tremano e preparano ristrutturazioni che porteranno a decine di migliaia di licenziamenti; le armi all’Ucraina vengono mandate avvicinando il momento della partecipazione diretta della Nato e quindi delle possibili ritorsioni russe.
E in tempi di crisi e di guerra non hanno più spazio le posizioni “né-né” o troppo incolori. O stai con il potere imperiale o stai contro. E persino chi fa solo finta di essere contro, come i nazisti, ottiene uno spazio spropositato...
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21/09/2024
Germania - Domani si vota nel Brandeburgo. Testa a testa nei sondaggi tra AfD e Spd. Governance impossibile
Dopo Turingia e Sassonia domani, 22 settembre, si vota anche nel land del Brandeburgo per rinnovare il Parlamanto regionale.
L’ultimo sondaggio realizzato dalla rete televisiva tedesca Zdf indica un testa a testa tra due partiti. Da una parte il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) con il 28 per cento delle preferenze, dall’altra il Partito socialdemocratico (Spd) – attualmente alla guida del Brandeburgo – con il 27 per cento.
A seguire, con molto distacco, vengono poi l’Unione cristiano-democratica (Cdu) con il 14 per cento, il partito della sinistra Alleanza Sahra Wagenknecht (Bsw) con il 13 per cento, i Verdi al 4,5 per cento e Die Linke al 4 per cento.
Se oltre che nei sondaggi questo fosse anche il risultato delle elezioni, gli analisti politici si aspettano uno stallo per quanto riguarda la formazione di un nuovo governo nel Brandeburgo.
In caso di vittoria della AfD, escluso fino ad oggi come interlocutore da tutti gli altri partiti tedeschi, questa non troverebbe alleati per formare una coalizione, anche perché il candidato principale, Hans-Christoph Berndt, viene attualmente classificato come estremista di destra dall’Ufficio per la protezione della Costituzione.
Ma sarebbe molto difficile anche riproporre la stessa coalizione attualmente alla guida dello Stato – composta da Spd, Cdu e Verdi – visto che questi ultimi, dato il previsto risultato sotto il 5 per cento, molto probabilmente non otterranno alcun seggio al parlamento del Brandeburgo. Anche una eventuale coalizione a due partiti tra Spd e Cdu, non riuscirebbe a conquistare la maggioranza di 88 seggi necessari per governare e l’unica opzione sarebbe di includere nell’alleanza anche il Bsw di Sara Wagenknecht.
Come condizione per la partecipazione al governo, il candidato principale del BSW Robert Crumbach ha chiesto un chiaro segnale che la Germania intraprenda azioni diplomatiche per porre fine alla guerra in Ucraina.
Diversamente – scrive il giornale Junge Welt – un secondo posto per l’SPD e le dimissioni dell’attuale presidente del Brandeburgo Woidke, potrebbero alimentare il dibattito sull’idoneità o meno di Scholz come candidato cancelliere dell’SPD alle elezioni del Bundestag il prossimo anno. La scorsa settimana, l’ex leader del partito SPD Franz Müntefering ha dichiarato al Tagesspiegel che la questione della candidatura alla cancelleria era aperta ed ha elogiato il ministro della Difesa federale dell’SPD, il “falco” Boris Pistorius. Pochi giorni dopo, il sindaco di Monaco Dieter Reiter ha fatto lo stesso.
Fonte
L’ultimo sondaggio realizzato dalla rete televisiva tedesca Zdf indica un testa a testa tra due partiti. Da una parte il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) con il 28 per cento delle preferenze, dall’altra il Partito socialdemocratico (Spd) – attualmente alla guida del Brandeburgo – con il 27 per cento.
A seguire, con molto distacco, vengono poi l’Unione cristiano-democratica (Cdu) con il 14 per cento, il partito della sinistra Alleanza Sahra Wagenknecht (Bsw) con il 13 per cento, i Verdi al 4,5 per cento e Die Linke al 4 per cento.
Se oltre che nei sondaggi questo fosse anche il risultato delle elezioni, gli analisti politici si aspettano uno stallo per quanto riguarda la formazione di un nuovo governo nel Brandeburgo.
In caso di vittoria della AfD, escluso fino ad oggi come interlocutore da tutti gli altri partiti tedeschi, questa non troverebbe alleati per formare una coalizione, anche perché il candidato principale, Hans-Christoph Berndt, viene attualmente classificato come estremista di destra dall’Ufficio per la protezione della Costituzione.
Ma sarebbe molto difficile anche riproporre la stessa coalizione attualmente alla guida dello Stato – composta da Spd, Cdu e Verdi – visto che questi ultimi, dato il previsto risultato sotto il 5 per cento, molto probabilmente non otterranno alcun seggio al parlamento del Brandeburgo. Anche una eventuale coalizione a due partiti tra Spd e Cdu, non riuscirebbe a conquistare la maggioranza di 88 seggi necessari per governare e l’unica opzione sarebbe di includere nell’alleanza anche il Bsw di Sara Wagenknecht.
Come condizione per la partecipazione al governo, il candidato principale del BSW Robert Crumbach ha chiesto un chiaro segnale che la Germania intraprenda azioni diplomatiche per porre fine alla guerra in Ucraina.
Diversamente – scrive il giornale Junge Welt – un secondo posto per l’SPD e le dimissioni dell’attuale presidente del Brandeburgo Woidke, potrebbero alimentare il dibattito sull’idoneità o meno di Scholz come candidato cancelliere dell’SPD alle elezioni del Bundestag il prossimo anno. La scorsa settimana, l’ex leader del partito SPD Franz Müntefering ha dichiarato al Tagesspiegel che la questione della candidatura alla cancelleria era aperta ed ha elogiato il ministro della Difesa federale dell’SPD, il “falco” Boris Pistorius. Pochi giorni dopo, il sindaco di Monaco Dieter Reiter ha fatto lo stesso.
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14/09/2024
[Contributo al dibattito] - Quando l’estrema destra definisce il quadro politico – La Germania nel suo labirinto
Le elezioni del 1° settembre nei Länder tedeschi di Turingia e Sassonia hanno rappresentato un successo significativo per l’estrema destra tedesca, che potrebbe essere ulteriormente rafforzata nelle prossime elezioni regionali in un terzo Länder, il Brandeburgo.
In Turingia, con quasi 3 milioni di abitanti, l’estrema destra di Alternativa per la Germania (Alternative für Deutschland, AfD ) è diventata la forza trainante con quasi il 33% dell’elettorato e 32 degli 88 seggi in parlamento, 10 in più rispetto a oggi. I suoi nuovi elettori sono, fondamentalmente, ex elettori dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU) e della sinistra radicale (Die Linke), delusi per aver votato nel 2019 per partiti che non avevano la capacità di esercitare un’opposizione frontale all’attuale governo.
In Sassonia, con 4 milioni di abitanti, l’estrema destra è arrivata seconda con quasi il 31% dei voti e 40 consigli regionali su 120, due in più rispetto alla legislatura precedente e appena uno in meno dei democristiani, che restano comunque la prima forza.
La Germania intrappolata in se stessa
Per Beat Wehrle, analista politico, specialista in questioni globali e direttore del Programma internazionale dell’Organizzazione non governativa (ONG) Terre des Hommes/Germania (Terra dell’Umanità), il fatto che “Alternativa per la Germania ottenga una percentuale così alta è scandaloso, ma non sorprendente”. Perché lo consideri uno scandalo? Perché in entrambi i Länder l’Ufficio federale per la protezione costituzionale (Bundesamtfür Verfassungsschutz) definisce l’AfD come decisamente di estrema destra, a causa delle sue dichiarazioni e atteggiamenti chiaramente neonazisti. Secondo Wehrle “Bernd Höcke, candidato di AfD in Turingia, è il miglior esempio e la prova tangibile di tale caratterizzazione. È la figura che concentra sempre più potere all’interno di quella forza e dirige la tendenza interna più reazionaria, chiamata Der Flügel” (Ala o Fazione ).
Il risultato non è una sorpresa, sostiene Wehrle, poiché molti sondaggi diversi lo avevano anticipato. “Tuttavia bisogna riconoscere che le percentuali sono un po’ più alte del previsto”, il che indica un crescente malcontento. Soprattutto nella Germania orientale, dove l’AfD ha sempre ottenuto i suoi risultati più significativi. Secondo questo analista politico, questo malcontento è dovuto “alla disuguaglianza storica tra la Germania occidentale e quella orientale. E in tempi di crisi, data la mancanza di prospettive, la frustrazione e la protesta sociale si accentuano. La Germania sta attraversando un processo accelerato di auto isolamento con la conseguente profonda battuta d’arresto in termini di solidarietà, sia a livello nazionale che nella sua visione internazionale”.
Nella prima settimana di settembre, ad esempio, il colosso automobilistico tedesco Volkswagen ha annunciato che stava studiando la chiusura di almeno due dei suoi stabilimenti nel paese, con la conseguente minaccia a diverse migliaia di posti di lavoro. Niente di simile è mai accaduto negli 87 anni di storia dell’azienda, vero emblema dell’antica forza della nazione europea.
Cordone politico sanitario
Nonostante gli ultimi risultati elettorali, non sarà automatico che l’estrema destra possa governare. La CDU ha anticipato che cercherà di promuovere un cordone sanitario e di costruire un’alleanza contro l’AfD.
Sia in Turingia che in Sassonia i grandi perdenti delle elezioni della prima domenica di settembre sono stati i partiti dell’alleanza di governo nazionale: lo stagnante Partito socialdemocratico del cancelliere Olaf Scholz, i Verdi, che scompaiono in Turingia e restano in minima parte in Sassonia, e il Partito Liberal Democratico (FDP), che perde in entrambe le regioni.
Il segnale che la Turingia e la Sassonia hanno appena lanciato a Berlino, sede del governo nazionale, è chiaro e provocatorio. E potrà rafforzarsi ancora di più nelle prossime elezioni del 22 settembre nello Stato di Brandeburgo, per il momento governato da un ministro-presidente socialdemocratico che nel 2019 è riuscito a prevalere sull’estrema destra con meno di 3 punti percentuali (26,2% al 23,5%). Il Brandeburgo, con quasi 2,5 milioni di abitanti, insieme alla Turingia, alla Sassonia e ad altri due stati, costituiva l’ex Repubblica democratica tedesca fino alla caduta del muro di Berlino e alla “riunificazione” delle due Gemanie.
Il 1° settembre i sondaggi hanno ulteriormente screditato un governo in frantumi. E hanno chiarito che la questione del controllo dell’immigrazione è già un quadro di riferimento per l’attuale dibattito politico dal quale nessuno può prendere le distanze. Neppure lo schiaffo del primo ministro Scholz, che alla fine di agosto ha espulso dal paese 28 cittadini afgani accusati di vari crimini, in un grande spettacolo mediatico, è servito a smorzare il discorso xenofobo che ogni giorno guadagna sempre più terreno in Germania.
Poli distanti e coincidenti
In questo scenario che si va delineando da diversi anni, non sorprende che l’altro grande vincitore della competizione elettorale della scorsa settimana sia un nuovo partito. Di recente formazione e nata dall’estrema sinistra, anche l’Alleanza Sahra Wagenknecht – Per la Ragione e la Giustizia (BSW, il suo acronimo in tedesco) assume come asse programmatico il controllo dell’immigrazione, coincidendo così parzialmente con l’estrema destra radicale. Il nuovo partito di Sahra Wagenknecht, che porta il nome della stessa leader, in una sorprendente espressione di personalismo da uomo forte, è il risultato di una scissione di Die Linke (La Sinistra), che fin dalla sua fondazione nel 2007 ha espresso critiche fondamentali alla socialdemocrazia, chiedendo un progressivo approfondimento delle politiche economico-sociali.
L’Alleanza Sahra Wagenknecht ha appena ottenuto quasi il 16% dei voti in Turingia e quasi il 12% in Sassonia, diventando la prima forza nella storia tedesca a ottenere risultati così elevati a soli nove mesi dalla sua fondazione.
Particolare è la storia di Wagenknecht, che a 55 anni diventa una delle figure politiche più importanti del Paese. Dottoressa in Scienze Economiche e pubblicista, fin da giovane fu attiva in formazioni di sinistra. Ha fatto parte della direzione di Die Linke (divenne vicepresidente) e parlamentare europea per quella formazione tra il 2004 e il 2009. Per anni si è proiettata come personalità di riferimento in campo progressista, anche se recentemente ha esposto argomenti controversi, in particolare la sua critica alla libera migrazione e alla politica delle frontiere aperte. Wagenknecht propone programmi sociali che diano priorità ai lavoratori, sostiene una maggiore giustizia nella ridistribuzione del reddito a beneficio dei meno abbienti e allo stesso tempo sottovaluta le questioni di genere e ambientali, che a suo avviso distolgono l’attenzione dalle priorità sociali. Nella politica internazionale, propone di prendere le distanze dalla NATO (Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico), di cessare il sostegno all’Ucraina e di avviare un negoziato con la Russia per arrivare ad una soluzione negoziata del conflitto ucraino. In modo categorico prende le distanze dalla presenza di missili americani a medio raggio in territorio tedesco.
La sua combinazione retorica anti-immigrazione, pacifista e anti-guerra ucraina – anche se lei insiste di non essere filo-russa – le ha permesso di prendere le distanze dalle logore forze governative. Allo stesso tempo ha definito un proprio profilo politico che si distacca dalla sinistra tradizionale da cui proviene. E scommette di incanalare il voto di una parte di coloro che sono disillusi dal sistema attuale e che non si sentono a proprio agio con l’estrema destra.
Essendo la terza forza nelle due recenti elezioni regionali, la sua Alleanza ha lasciato molto indietro i socialisti, i liberali e i verdi. Le sue percentuali elettorali significative indicano che potrebbe far pendere l’ago della bilancia sia verso l’estrema destra che verso un governo democristiano, diventando così un soggetto politico con grande potere negoziale con entrambi.
Per Wagenknecht, al di là della posta in gioco oggi nei due Länder della Germania orientale, ciò che conta soprattutto è la costruzione politica della sua alleanza nazionale, per la quale l’esercizio elettorale del 1° settembre è stato un laboratorio dai risultati scioccanti.
Crocevia
Secondo Beat Wehrle: “Finora la BSW ha dichiarato che non stringerà un’alleanza con l’estrema destra”. Tuttavia, ricorda Wehrle, Katja Wolf, una personalità chiave della BSW in Turingia, ha affermato di avere “l’intenzione di sostenere le proposte ragionevoli che l’estrema destra fa passare all’Assemblea legislativa”.
Wehrle concorda anche sul fatto che i risultati positivi sia dell’estrema destra che del BSW esprimono “l’attuale forte malcontento nei confronti dei partiti tradizionali”. E sottolinea che la crescita è rapida di BSW rende ancora più complesse le trattative per la formazione del governo in Sassonia e Turingia: “Potrebbe essere un’anticipazione della difficoltà di costituire una futura alleanza di governo l’anno prossimo a livello nazionale dopo le elezioni generali che si terranno nel settembre 2025”.
Il BSW, insiste Wehrle, “è una chiara espressione della frustrazione di una parte dell’elettorato rispetto all’attuale coalizione di governo” nota come AMPEL – la coalizione “semaforo” in tedesco – a causa dei colori rosso del Partito socialdemocratico, giallo del liberale FDP e verde dei Verdi. Naturalmente si può ipotizzare che, dopo le elezioni del prossimo anno, sarà molto difficile che questa alleanza si ripeta perché l’attuale governo, secondo le parole di Wehrle, “è pieno di contraddizioni, in perenne disputa, con un cancelliere Olaf Scholz che manca di carisma e autorità, con i liberali che giocano in modo estremamente sleale e i verdi che si mostrano incapaci di mettere in pratica le loro proposte. Per tutto questo, il malcontento è ampio e profondo”.
I cittadini che in Turingia e Sassonia hanno votato per la BSW, secondo Wehrle “rappresentano un settore che non vuole sostenere il governo nazionale, ma che non si identifica con i democristiani e tanto meno con l’estrema destra”. Sebbene la BSW si presenti con posizioni di sinistra nella politica economica e sociale, sulla questione dell’immigrazione la sua posizione è molto conservatrice.
Tornando all’analisi globale post-elettorale, Wehrle ribadisce “che i risultati dell’AfD sono preoccupanti per la democrazia stessa poiché con il suo discorso fascista sta spingendo tutti i partiti significativamente a destra”.
E sostiene che i democristiani sono diventati ancora più conservatori di prima e che i socialdemocratici sembrano privi di bussola e non si appropriano nemmeno delle loro posizioni storiche. L’estrema destra, sottolinea, definisce e impone già oggi il quadro del dibattito politico e i suoi contenuti prioritari, costringendo l’intera classe politica a una fortissima svolta ideologica a destra. La stessa tendenza che stiamo vedendo in molti paesi europei e anche a livello globale, conclude.
Fonte
In Turingia, con quasi 3 milioni di abitanti, l’estrema destra di Alternativa per la Germania (Alternative für Deutschland, AfD ) è diventata la forza trainante con quasi il 33% dell’elettorato e 32 degli 88 seggi in parlamento, 10 in più rispetto a oggi. I suoi nuovi elettori sono, fondamentalmente, ex elettori dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU) e della sinistra radicale (Die Linke), delusi per aver votato nel 2019 per partiti che non avevano la capacità di esercitare un’opposizione frontale all’attuale governo.
In Sassonia, con 4 milioni di abitanti, l’estrema destra è arrivata seconda con quasi il 31% dei voti e 40 consigli regionali su 120, due in più rispetto alla legislatura precedente e appena uno in meno dei democristiani, che restano comunque la prima forza.
La Germania intrappolata in se stessa
Per Beat Wehrle, analista politico, specialista in questioni globali e direttore del Programma internazionale dell’Organizzazione non governativa (ONG) Terre des Hommes/Germania (Terra dell’Umanità), il fatto che “Alternativa per la Germania ottenga una percentuale così alta è scandaloso, ma non sorprendente”. Perché lo consideri uno scandalo? Perché in entrambi i Länder l’Ufficio federale per la protezione costituzionale (Bundesamtfür Verfassungsschutz) definisce l’AfD come decisamente di estrema destra, a causa delle sue dichiarazioni e atteggiamenti chiaramente neonazisti. Secondo Wehrle “Bernd Höcke, candidato di AfD in Turingia, è il miglior esempio e la prova tangibile di tale caratterizzazione. È la figura che concentra sempre più potere all’interno di quella forza e dirige la tendenza interna più reazionaria, chiamata Der Flügel” (Ala o Fazione ).
Il risultato non è una sorpresa, sostiene Wehrle, poiché molti sondaggi diversi lo avevano anticipato. “Tuttavia bisogna riconoscere che le percentuali sono un po’ più alte del previsto”, il che indica un crescente malcontento. Soprattutto nella Germania orientale, dove l’AfD ha sempre ottenuto i suoi risultati più significativi. Secondo questo analista politico, questo malcontento è dovuto “alla disuguaglianza storica tra la Germania occidentale e quella orientale. E in tempi di crisi, data la mancanza di prospettive, la frustrazione e la protesta sociale si accentuano. La Germania sta attraversando un processo accelerato di auto isolamento con la conseguente profonda battuta d’arresto in termini di solidarietà, sia a livello nazionale che nella sua visione internazionale”.
Nella prima settimana di settembre, ad esempio, il colosso automobilistico tedesco Volkswagen ha annunciato che stava studiando la chiusura di almeno due dei suoi stabilimenti nel paese, con la conseguente minaccia a diverse migliaia di posti di lavoro. Niente di simile è mai accaduto negli 87 anni di storia dell’azienda, vero emblema dell’antica forza della nazione europea.
Cordone politico sanitario
Nonostante gli ultimi risultati elettorali, non sarà automatico che l’estrema destra possa governare. La CDU ha anticipato che cercherà di promuovere un cordone sanitario e di costruire un’alleanza contro l’AfD.
Sia in Turingia che in Sassonia i grandi perdenti delle elezioni della prima domenica di settembre sono stati i partiti dell’alleanza di governo nazionale: lo stagnante Partito socialdemocratico del cancelliere Olaf Scholz, i Verdi, che scompaiono in Turingia e restano in minima parte in Sassonia, e il Partito Liberal Democratico (FDP), che perde in entrambe le regioni.
Il segnale che la Turingia e la Sassonia hanno appena lanciato a Berlino, sede del governo nazionale, è chiaro e provocatorio. E potrà rafforzarsi ancora di più nelle prossime elezioni del 22 settembre nello Stato di Brandeburgo, per il momento governato da un ministro-presidente socialdemocratico che nel 2019 è riuscito a prevalere sull’estrema destra con meno di 3 punti percentuali (26,2% al 23,5%). Il Brandeburgo, con quasi 2,5 milioni di abitanti, insieme alla Turingia, alla Sassonia e ad altri due stati, costituiva l’ex Repubblica democratica tedesca fino alla caduta del muro di Berlino e alla “riunificazione” delle due Gemanie.
Il 1° settembre i sondaggi hanno ulteriormente screditato un governo in frantumi. E hanno chiarito che la questione del controllo dell’immigrazione è già un quadro di riferimento per l’attuale dibattito politico dal quale nessuno può prendere le distanze. Neppure lo schiaffo del primo ministro Scholz, che alla fine di agosto ha espulso dal paese 28 cittadini afgani accusati di vari crimini, in un grande spettacolo mediatico, è servito a smorzare il discorso xenofobo che ogni giorno guadagna sempre più terreno in Germania.
Poli distanti e coincidenti
In questo scenario che si va delineando da diversi anni, non sorprende che l’altro grande vincitore della competizione elettorale della scorsa settimana sia un nuovo partito. Di recente formazione e nata dall’estrema sinistra, anche l’Alleanza Sahra Wagenknecht – Per la Ragione e la Giustizia (BSW, il suo acronimo in tedesco) assume come asse programmatico il controllo dell’immigrazione, coincidendo così parzialmente con l’estrema destra radicale. Il nuovo partito di Sahra Wagenknecht, che porta il nome della stessa leader, in una sorprendente espressione di personalismo da uomo forte, è il risultato di una scissione di Die Linke (La Sinistra), che fin dalla sua fondazione nel 2007 ha espresso critiche fondamentali alla socialdemocrazia, chiedendo un progressivo approfondimento delle politiche economico-sociali.
L’Alleanza Sahra Wagenknecht ha appena ottenuto quasi il 16% dei voti in Turingia e quasi il 12% in Sassonia, diventando la prima forza nella storia tedesca a ottenere risultati così elevati a soli nove mesi dalla sua fondazione.
Particolare è la storia di Wagenknecht, che a 55 anni diventa una delle figure politiche più importanti del Paese. Dottoressa in Scienze Economiche e pubblicista, fin da giovane fu attiva in formazioni di sinistra. Ha fatto parte della direzione di Die Linke (divenne vicepresidente) e parlamentare europea per quella formazione tra il 2004 e il 2009. Per anni si è proiettata come personalità di riferimento in campo progressista, anche se recentemente ha esposto argomenti controversi, in particolare la sua critica alla libera migrazione e alla politica delle frontiere aperte. Wagenknecht propone programmi sociali che diano priorità ai lavoratori, sostiene una maggiore giustizia nella ridistribuzione del reddito a beneficio dei meno abbienti e allo stesso tempo sottovaluta le questioni di genere e ambientali, che a suo avviso distolgono l’attenzione dalle priorità sociali. Nella politica internazionale, propone di prendere le distanze dalla NATO (Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico), di cessare il sostegno all’Ucraina e di avviare un negoziato con la Russia per arrivare ad una soluzione negoziata del conflitto ucraino. In modo categorico prende le distanze dalla presenza di missili americani a medio raggio in territorio tedesco.
La sua combinazione retorica anti-immigrazione, pacifista e anti-guerra ucraina – anche se lei insiste di non essere filo-russa – le ha permesso di prendere le distanze dalle logore forze governative. Allo stesso tempo ha definito un proprio profilo politico che si distacca dalla sinistra tradizionale da cui proviene. E scommette di incanalare il voto di una parte di coloro che sono disillusi dal sistema attuale e che non si sentono a proprio agio con l’estrema destra.
Essendo la terza forza nelle due recenti elezioni regionali, la sua Alleanza ha lasciato molto indietro i socialisti, i liberali e i verdi. Le sue percentuali elettorali significative indicano che potrebbe far pendere l’ago della bilancia sia verso l’estrema destra che verso un governo democristiano, diventando così un soggetto politico con grande potere negoziale con entrambi.
Per Wagenknecht, al di là della posta in gioco oggi nei due Länder della Germania orientale, ciò che conta soprattutto è la costruzione politica della sua alleanza nazionale, per la quale l’esercizio elettorale del 1° settembre è stato un laboratorio dai risultati scioccanti.
Crocevia
Secondo Beat Wehrle: “Finora la BSW ha dichiarato che non stringerà un’alleanza con l’estrema destra”. Tuttavia, ricorda Wehrle, Katja Wolf, una personalità chiave della BSW in Turingia, ha affermato di avere “l’intenzione di sostenere le proposte ragionevoli che l’estrema destra fa passare all’Assemblea legislativa”.
Wehrle concorda anche sul fatto che i risultati positivi sia dell’estrema destra che del BSW esprimono “l’attuale forte malcontento nei confronti dei partiti tradizionali”. E sottolinea che la crescita è rapida di BSW rende ancora più complesse le trattative per la formazione del governo in Sassonia e Turingia: “Potrebbe essere un’anticipazione della difficoltà di costituire una futura alleanza di governo l’anno prossimo a livello nazionale dopo le elezioni generali che si terranno nel settembre 2025”.
Il BSW, insiste Wehrle, “è una chiara espressione della frustrazione di una parte dell’elettorato rispetto all’attuale coalizione di governo” nota come AMPEL – la coalizione “semaforo” in tedesco – a causa dei colori rosso del Partito socialdemocratico, giallo del liberale FDP e verde dei Verdi. Naturalmente si può ipotizzare che, dopo le elezioni del prossimo anno, sarà molto difficile che questa alleanza si ripeta perché l’attuale governo, secondo le parole di Wehrle, “è pieno di contraddizioni, in perenne disputa, con un cancelliere Olaf Scholz che manca di carisma e autorità, con i liberali che giocano in modo estremamente sleale e i verdi che si mostrano incapaci di mettere in pratica le loro proposte. Per tutto questo, il malcontento è ampio e profondo”.
I cittadini che in Turingia e Sassonia hanno votato per la BSW, secondo Wehrle “rappresentano un settore che non vuole sostenere il governo nazionale, ma che non si identifica con i democristiani e tanto meno con l’estrema destra”. Sebbene la BSW si presenti con posizioni di sinistra nella politica economica e sociale, sulla questione dell’immigrazione la sua posizione è molto conservatrice.
Tornando all’analisi globale post-elettorale, Wehrle ribadisce “che i risultati dell’AfD sono preoccupanti per la democrazia stessa poiché con il suo discorso fascista sta spingendo tutti i partiti significativamente a destra”.
E sostiene che i democristiani sono diventati ancora più conservatori di prima e che i socialdemocratici sembrano privi di bussola e non si appropriano nemmeno delle loro posizioni storiche. L’estrema destra, sottolinea, definisce e impone già oggi il quadro del dibattito politico e i suoi contenuti prioritari, costringendo l’intera classe politica a una fortissima svolta ideologica a destra. La stessa tendenza che stiamo vedendo in molti paesi europei e anche a livello globale, conclude.
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