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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/12/2024

Germania in crisi di fiducia

Il pilastro più credibile della “stabilità europea” è da decenni la Germania. Una situazione sociale interna faticosamente tenuta sotto controllo tramite una riduzione dei salari e del welfare molto minore di quanto preteso dai partner europei, un basso debito pubblico che ha consentito per anni di rifinanziarlo a costo praticamente zero, una lunga consuetudine di buoni rapporti con la Russia (fornitrice di gas e altre materie prime a basso costo) e con la Cina (uno dei principali mercati di sbocco per la propria produzione industriale).

Crisi economica e guerra, “di comune accordo”, hanno demolito questo assetto, destabilizzando il consenso sociale. Gruppi industriali multinazionali (Volkswagen, Bmw, Mercedes, ThyssenKrupp, Siemens, ecc.), per la prima volta in 70 anni, stanno chiudendo stabilimenti in patria e pianificano decine di migliaia di licenziamenti.

La guerra alle porte ha spinto l'aumento della spesa militare, mentre quasi un milione di ucraini si è rovesciato sul paese, stressando una struttura di accoglienza già logorata da altre ondate di immigrazione d’emergenza (un milione di siriani, negli ultimi dieci anni) e dal crescere di un razzismo mai completamente domato.

Inevitabile dunque che la coalizione “semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) finisse stritolata e divisa tra “austeri economici” (i liberali), guerrafondai idioti (i verdi) e “prudenti” che vivevano alla giornata (Scholz e l’Spd).

Le elezioni nei land dell’est hanno certificato l’esplosione delle forze considerate “anti-sistema”, come i nazisti dell’AfD (in versione “no war”) e la sinistra radicale di Sarah Wagenknecht (ma con pessime posizioni sugli immigrati). E il rafforzarsi del conservatorismo guerrafondaio dei democristiani guidati da Merz.

Un quadro parecchio confuso che non lasciava intravedere soluzioni “stabili” quanto a programma e identità. Quindi l’unica strada praticabile sono diventate le elezioni anticipate (una rarità nella tradizione politica tedesca). Le quali, però, devono arrivare costituzionalmente dopo un percorso piuttosto lungo, costruito per evitare tracolli rapidi in stile Repubblica di Weimar.

Quindi domani ci sarà il primo passaggio formale: il voto di fiducia chiesto dal cancelliere Scholz al Reichstag. E qui comincia la serie dei paradossi.

Scholz, infatti, non vuole avere la maggioranza per poter fissare le elezioni politiche al 23 febbraio. L’AfD – che stando ai sondaggi dovrebbe diventare il secondo partito dietro la Cdu di Merz – potrebbe invece votare a favore, perché ritiene che Merz porterebbe la Germania ad un coinvolgimento molto più diretto nel “sostegno” a Kiev, con rischi di guerra molto più alti. Ma neanche i neonazisti vanno tutti d’accordo, e una parte potrebbe comunque votare contro.

I Verdi, guerrafondai da sbarco, si sono avvicinati alla Cdu, puntando a creare una nuova coalizione. Dunque potrebbero astenersi dal dare la fiducia al governo di cui fanno parte per “compensare” l’indesiderato voto a favore dei nazisti. Ma neanche i democristiani vanno d’accordo tra loro: Merz ha lasciato intendere che con i Verdi si potrebbe anche fare, ma la Csu bavarese (il partito “gemello” del sud) lo esclude assolutamente. Dunque potrebbe astenersi o votare la fiducia per aver più tempo per risolvere le contraddizioni interne.

In teoria, dunque, il governo potrebbe addirittura restare in piedi, ma senza più alcun potere reale “grazie” alla necessità di contrattare continuamente ogni scelta con maggioranze variabili. Un po’ come cercherà di fare Bayrou in Francia, insomma...

Un caos molto “italiano”, come si vede, che probabilmente non verrebbe risolto neanche dal voto di febbraio. E che lascia “l’Europa” senza più baricentro, in balia dei suprematisti “atlantici” dell’est europeo (preoccupa il ruolo di “ministro degli esteri” assegnato da von der Leyen all’estone Kaja Kallas, discendente di un comandante “antisovietico” negli anni ’20) e delle turbolenze promesse da un Trump più nettamente “America first”.

Buon anno!

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04/10/2024

Berlino - Manifestazione contro la guerra, migliaia in piazza

È stata grande la protesta contro la guerra e il riarmo auspicata dagli organizzatori. Quante persone abbiano preso parte alla manifestazione per la pace di giovedì a Berlino è una questione di interesse politico.

La polizia, abituata al conteggio creativo, ha parlato di un massimo di 10.000 partecipanti, mentre gli organizzatori dell’iniziativa “Mai più la guerra – Deponete le armi” hanno parlato di almeno 40.000, il che corrisponde anche alla valutazione degli osservatori dei telegiornali.

Dopo le corrispondenti manifestazioni di febbraio e novembre 2023, questa è stata la terza grande manifestazione contro la progressiva militarizzazione nella Repubblica Federale da quando le truppe russe hanno invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022.

Tutti i relatori all’evento di chiusura della Colonna della Vittoria di Berlino hanno convenuto che il riarmo del paese e un’ulteriore escalation della guerra devono cessare nelle azioni dei paesi della NATO e che la smilitarizzazione e la diplomazia devono prendere il loro posto. Ma quando Ralf Stegner della Spd ha parlato, sono risuonati dei fischi. Il membro dell’SPD del Bundestag aveva definito consentite le consegne di armi all’Ucraina, a condizione che il Paese le usi solo per difendersi. Con una certa presunzione, ha descritto il suo partito come il partito del movimento per la pace.

La relatrice di chiusura, Sahra Wagenknecht del BSW, si è detta in disaccordo e ha dichiarato che: “L’SPD di Olaf Scholz e Boris Pistorius non fa certamente parte del movimento per la pace”. Ma è contenta che ci siano persone nel partito che chiedono un corso diverso. Nel “Giorno dell’Unità Tedesca”, ha detto Wagenknecht, si dovrebbe pensare con gratitudine a Mikhail Gorbaciov, che ha reso possibile la “riunificazione” e ha teso la mano alla pace. Ha avvertito che la guerra in Ucraina potrebbe trasformarsi in una grande guerra europea e, in questo contesto, ha definito la ministra degli Esteri Annalena Baerbock “un rischio per la sicurezza della Germania”.

Il veterano della CSU Peter Gauweiler ha parlato prima della leader della BSW, si è lamentato del fatto che la Bundeswehr ha infranto la sua promessa fondante con la guerra contro la Jugoslavia, vale a dire che le forze armate dovevano essere utilizzate solo per la difesa nazionale. Gesine Lötzsch, membro del Bundestag per Die Linke, ha ricordato il lato imprenditoriale di ogni guerra: “In guerra, i ricchi vincono sempre. C’è sempre chi fa soldi con la guerra, dobbiamo dirlo forte e chiaro”.

L’evento principale era iniziato a mezzogiorno con tre raduni iniziali nella zona ovest di Berlino, a cui avevano già partecipato migliaia di persone. I relatori hanno richiamato l’attenzione sulla connessione tra il riarmo e i tagli sociali, hanno chiesto la fine immediata delle consegne di armi all’Ucraina e a Israele e hanno ripetutamente sottolineato il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.

Oppositori dell’evento con un punto di vista decisamente filo-ucraino e/o filo-israeliano hanno affiancato i cortei dimostrativi in alcuni casi isolati. Un’alleanza di ucraini in Germania, chiamata Vitsche, aveva indetto una protesta. L’oratore di questo evento è stato il membro SPD del Bundestag Michael Roth, uno dei più zelanti sostenitori della consegna di materiale bellico all’Ucraina. Di fronte a circa 300 contro-manifestanti nelle immediate vicinanze della manifestazione contro la guerra, ha dichiarato: “Sono di sinistra. Ma io sono un emancipatore di sinistra”. Secondo la polizia, non ci sono stati incidenti significativi.

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01/03/2022

La Bundeswehr ringrazia. 100mila in piazza per la pace, 100miliardi di spese militari

Questa coreografia può essere definita cinica: mentre oltre 100.000 persone manifestavano per la pace e contro la guerra in Ucraina, a Berlino domenica pomeriggio, il governo federale “rosso-verde-giallo” ha usato l’invasione russa dell'Uraina come pretesto per annunciare un programma di riarmo globale senza precedenti nella storia della Repubblica federale.

Nel 2022, ci sarà un “fondo speciale” una tantum per la Bundeswehr pari a 100 miliardi di euro, ha detto il cancelliere Olaf Scholz in una sessione speciale del Bundestag.

Si tratta di più di due ulteriori bilanci annuali aggiunti all’attuale bilancio del ministero della Difesa di 46,9 miliardi di euro. I fondi sarebbero usati “per investimenti necessari e progetti di armamento”, ha detto il politico della SPD.

Inoltre, il governo vuole aumentare permanentemente la spesa annuale per la difesa a “più del due per cento del prodotto interno lordo”. Il dibattito sulla presunta incapacità della Bundeswehr di agire era stato innescato giovedì dall’ispettore dell’esercito, Alfons Mais, con l’affermazione che l’esercito era “più o meno spoglio”. Quasi tutta la stampa tedesca ha approvato questo slogan.

Scholz ha condannato con forza l’attacco russo all’Ucraina. Stiamo vivendo “una svolta nel tempo”. Ha accusato il presidente russo Vladimir Putin di voler riportare indietro gli orologi all’era della politica delle grandi potenze nel XIX secolo e stabilire un “impero russo”.

Scholz non ha fatto altri commenti sui retroscena di questa guerra. Ha cercato di convincere i partecipanti alla manifestazione per la pace a seguire la rotta del governo. Ha ringraziato tutti coloro “che stanno dando l’esempio in questi giorni”. Ciò che è sostenuto da un ampio consenso sociale e politico durerà.

Nel suo discorso, Scholz ha anche annunciato la costruzione accelerata di due terminali per il gas liquido. Ha indicato come località Brunsbüttel e Wilhelmshaven. L’obiettivo è ovviamente quello di ridurre drasticamente la quota di importazioni di gas dalla Russia. Gli Stati Uniti, che si sono opposti per anni al gasdotto Nord Stream 2, sono particolarmente interessati all’esportazione di gas liquefatto.

Già sabato, Berlino aveva annunciato che avrebbe iniziato a fornire armi a una delle due parti in guerra: l’Ucraina. Domenica, questo intervento militare indiretto è stato sostenuto da una politica simbolica: molti deputati hanno salutato l’ambasciatore ucraino Andrij Melnyk, seduto nella tribuna degli ospiti, con un applauso.

L’ex presidente tedesco Joachim Gauck ha abbracciato l’ambasciatore. La bandiera ucraina sventolava davanti al palazzo del Reichstag. Scholz ha detto nel suo discorso che bisogna “sostenere l’Ucraina in questa situazione disperata”. La nuova situazione richiede una risposta chiara. Pertanto, ha detto, è stato deciso che la Germania “fornirà all’Ucraina armi per difendere il paese”.

Friedrich Merz, leader del gruppo parlamentare CDU/CSU, ha assicurato al governo il sostegno della CDU e della CSU. Se Scholz vuole un “aggiornamento” completo della Bundeswehr, la CDU/CSU lo seguirà “anche contro ogni resistenza”.

Vogliono anche aiutare a riorientare la politica energetica. Allo stesso tempo, ha chiesto che i dettagli del fondo speciale siano discussi “con calma e in dettaglio”. Ha definito il presidente russo un “criminale di guerra”.

Kochefin Amira Mohamed Ali ha parlato a nome del gruppo di sinistra (Linke). Ha sottolineato che nulla può relativizzare o giustificare l’attacco russo. La sinistra, ha detto apertamente, aveva “giudicato male le intenzioni del governo russo”. Per molti aspetti, ha detto, erano d’accordo con i partiti di governo nella loro valutazione degli eventi. Tuttavia, il partito rifiuta il riarmo annunciato, così come la consegna di armi alla zona di guerra.

da Junge Welt

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04/10/2021

Elezioni federali tedesche 2021, un’analisi dall’interno

Come Contropiano abbiamo offerto un commento alle elezioni parlamentari tedesche, prima “a caldo”, quando i risultati non erano ancora definitivi, e poi una ricognizione più ragionata, potendo accedere ai dati definitivi e alle stime sulla distribuzione geografica del voto, le sue fasce anagrafiche, ed i travasi degli elettori. La Germania si afferma come un sistema multipartitico con una cordone sanitario nei confronti dell’estrema destra dell’AFD – ormai con un consolidato consenso specie ad Est – ed una marginalizzazione della “sinistra radicale” della Die Linke, in drastico calo.

In realtà, la parte più a destra dei Conservatori, soprattutto ad Est, non è sorda alle sirene di una alleanza con l’AFD e non è detto che tale ipotesi non si affacci in futuro come extrema ratio, considerato che nella variegata famiglia europea dei Popolari l’alleanza con l’estrema destra è già abbondantemente praticata e sdoganata.

In più, come ricorda Kahrs parlando dei leader della CDU. «Quello che non avevano previsto però, era il fatto che per formare una maggioranza contrapposta ad un governo di centrosinistra guidato da SPD, con Verdi e Die Linke, avrebbero avuto bisogno del sostegno del AfD. Un sommesso messaggio venuto fuori già la sera delle elezioni era proprio che, se fosse stato necessario affondare i ‘rossi’, la CDU si sarebbe alleato anche con l’AfD».

Ma questa ipotesi non si è verificata, più a causa della deludente performance di Die Linke che per una volontà contraria da parte della dirigenza della CDU, non certo per una sorta di credo “anti-populista”, come blaterano gli opinion maker di casa nostra.

Questo voto è stato caratterizzato da una forte affluenza alle urne e dal voto per corrispondenza, l’estrema incertezza dei votanti rispetto alle scelte da fare e la grande volatilità del voto, che ha prodotto paradossalmente un risultato per cui i partiti, ed i loro gruppi parlamentari, ridiventano il centro gravitazionale della decisione sulla futura coalizione governativa, qualunque essa sia, e che può trarre ispirazione dalle differenti combinazioni attuate a livello di Stati Federali.

Il successo, molto relativo, della SPD è interpretabile anche come un parziale recupero di voti dei tradizionali votanti socialdemocratici in là con l’età, che avevano sostenuto la Merkel, grazie anche all’abile rivendicazione dell’eredità della cancelleria da parte di Olaf Scholz e nel sapere catalizzare il “voto utile” da parte anche di ex elettori della Die Linke, strizzando l’occhio a misure più progressiste che verrebbero azzerate (o quasi) in caso di governo con i Liberi Democratici.

È chiaro che la parte del leone la faranno i Verdi e proprio i liberal-liberisti della FDL.

Una parte degli elettori che avevano in cima alle proprie preoccupazioni il cambiamento climatico – la preoccupazione della maggioranza dei votanti – ha preferito dare il voto alla traduzione “centrista” dell’istanza, nonostante la rassicurante affidabilità che l’attuale dirigenza dei Die Grünen ha garantito all’establishment.

E questo la dice lunga sull’aspirazione alla “stabilità” della propria popolazione, nonostante gli evidenti disastri ambientali che hanno colpito il territorio tedesco.

L’FDP, il partito del rigore di bilancio e della rigidità fiscale, di cui gli elettori condividono molte preoccupazioni simili a quello conservatore, sarà probabilmente l’ago della bilancia e detterà la linea su alcuni aspetti della politica economica in senso fortemente ordo-liberista.

La coalizione che andrà al governo dovrà affrontare una serie di questioni, in parte ricordate nell’articolo che abbiamo tradotto, insieme ad altre, in un quadro in evoluzione.

Il rapporto economico con la Russia, che alimenta ed alimenterà il fabbisogno energetico tedesco anche grazie al completamento del Nord Stream 2, e la dipendenza delle esportazioni verso la Cina, costantemente in crescita a livello percentuale (circa l’8% di quelle complessive nel 2020), sono due dati strutturali che cozzano frontalmente con il clima da “Nuova Guerra Fredda” che gli USA vorrebbero imporre ai propri alleati atlantici contro quelle due potenze.

La concorrenza nel settore digitale, ed in generale dell’innovazione, vede la Germania indietro rispetto agli investimenti attuati da altri Paesi. Sebbene sia la quarta economia del mondo, il Global Innovation Index Ranking la dà solo al decimo posto in questo settore strategico; una posizione che dovrà essere colmata pena la perdita del suo status economico.

Questa esigenza stride con l’imposizione della rigidità fiscale, se si vuole mantenere una spesa sociale che bilanci la polarizzazione, universalmente percepita, e che legittimi l’azione delle élite politiche di fronte ai propri elettori.

Un altro aspetto critico è quello della concorrenza nel mercato mondiale dell’auto elettrica, e le sue ricadute occupazionali.

Il livello di capitalizzazione delle tre maggiori produttrici di auto tedesche (Volkswagen, Mercedes-Daimler e BMW) è inferiore ai 200 miliardi di dollari, un quarto dei 766 miliardi di Tesla.

Il settore auto impiega direttamente in Germania più di 800mila addetti, e circa ¼ di questi posti lavoro potrebbero andare persi in seguito alla ristrutturazione produttiva imposta dall’elettrico (tutta la motoristica scomparirebbe).

Per il Sistema-Paese si tratta di trovare una difficile quadratura del cerchio: come essere competitivi, senza perdere la pace sociale o gravare i conti dello stato con più di 200 mila disoccupati in più?

Vi sono poi alcuni nodi che la politica tedesca non ha affrontato nel campo delle scelte strategiche, ma che saranno nell’agenda del governo a venire: politica energetica, il futuro dell’Unione Monetaria e della Difesa Europea, la riforma delle pensioni, ecc.

Un quadro complesso, quindi, che moltiplica le criticità dell’azione di governo tedesca all’interno, così come la governance del processo di integrazione europeo, fin qui nelle sue mani.

Buona lettura

*****

L’elezione del ventesimo Parlamento della Germania, il Bundestag, ha segnato la fine della cancelleria di Angela Merkel, durata ben 16 anni.

Insieme alla sua amministrazione, è arrivato a compimento anche lo sconvolgimento del sistema dei partiti: infatti, i Social Democratici della SPD, i Cristiani Democratici e il loro partito gemello, l’Unione dei Social Cristiani, rispettivamente CDU e CSU – ultimi “partiti vecchio stile del popolo” rimasti – non riescono più a superare la soglia del 30 percento e aspirare ad un ruolo dominante nel governo. Il sistema dei partiti si è ampliato.

Come ci si poteva aspettare, dopo le recenti elezioni, il partito antidemocratico Alternative für Deutschland (AfD) ha consolidato la sua posizione. Finora erano presenti diversi partiti democratici, impegnati contro una forza politica che ignora ripetutamente le leggi costituzionali per innestare conflitti politici di interesse. Quanto resisterà questa barricata contro gli antidemocratici dipende da CDU e CSU.

In terzo luogo, la cancelleria Merkel delinea la fine di una decade di riluttante “ritorno dello Stato”. Nei vari scenari di crisi, dal 2008 in poi, lo stato tedesco si è posto come un’autorità salvatrice e protettiva dalle catastrofi (generate dalla mano dell’uomo) naturali e del commercio.

Dall’inizio della crisi da COVID-19 è diventato chiaro a tutti che le istituzioni pubbliche, come anche gli stati, hanno bisogno di modernizzarsi. Il nuovo governo dovrà decidere che piega far prendere alla trasformazione del “capitalismo verde”: se con piena fiducia nelle “illimitate” capacità del mercato, oppure guidata dagli investimenti e dalle regole imposte da uno stato democratico moderno? I risultati delle elezioni indicano che non c’è una strada prediletta dalla popolazione.

È probabile che il prossimo governo federale venga guidato da tre partiti o quattro (escludendo CDU e CSU nel primo caso, includendoli nel secondo). Il candidato per la cancelleria del CDU, Armin Laschet, ha suggerito già la notte delle elezioni che nuovi modelli di governo, come il “modello austriaco” (coalizione tra conservatori e Verdi), potrebbero avere il loro peso.

Dopo l’era Merkel gli equilibri di potere in Germania saranno ribaltati. La trasformazione in un sistema multipartitico sembra essersi completata, con tre partiti che vincono il 15-25 percento e diversi altri che guadagnano il 5-10 percento (senza escludere la possibilità che emergano nuovi partiti e spariscano i vecchi). Incertezza e mutevolezza continuano a crescere tra i votanti tedeschi.

Partecipazione elettorale e circostanze straordinarie

Complessivamente, l’affluenza è stata lievemente più alta rispetto al 2017. Il numero indefinito di voti ha ovviamente incoraggiato la partecipazione. Sembra che l’SPD abbia eccelso nella mobilitazione dei non votanti. C’erano lunghe file fuori dai seggi elettorali, nonostante il record storico delle votazioni per posta.

Le circostanze in cui i votanti hanno deciso la composizione del Bundestag sono per molti aspetti rilevanti rispetto a quelle delle precedenti elezioni. Particolarmente importanti sono le conseguenze della pandemia e le restrizioni legate a questa, che hanno stravolto la routine quotidiana e promosso l’isolamento sociale.

Dopo la terza ondata, il desiderio di stabilità e sicurezza ha avvolto la società tedesca. In molti stanno facendo fatica a tornare alla normalità, ed hanno percepito la stessa campagna come un evento “distante ed astratto”, come l’ha definita Stephan Grünewald del Rheingold Institute.

Queste elezioni sono state caratterizzate da diversi fattori:

- il cancelliere uscente non è andato alla caccia di una rielezione. Dunque, era chiaro che almeno in termini di gestione ci sarebbe stato un nuovo inizio. L’elezione è girata intorno al quesito di quanto sarebbe stato ingente questo “nuovo inizio”.

- Per la prima volta non erano due, ma bensì tre le persone a compere per la cancelleria. Solamente Annalena Baerbock dei Verdi veniva dall’opposizione, mentre gli altri due candidati, Olaf Scholz ed Armin Laschet, rappresentavano la coalizione che ha governato la Germania duranti gli ultimi otto anni.

- Durante l’ultima settimana di elezioni, nessun partito prevaleva totalmente sugli altri. Per la prima volta dal 2005 è stato impossibile prevedere chi avrebbe vinto. Questo è un chiaro indizio del cambiamento nell’organizzazione dei partiti.

- Per la prima volta nella storia del dopoguerra, una coalizione con tre partiti è l’esito più probabile delle elezioni. Sono state testate quattro forme di coalizioni tripartitiche all’interno di stati federali, e tutte sembrano possibili.

- Data la molteplicità di opzioni, è cambiato il carattere delle elezioni: l’elezione serviva a decidere la composizione del Bundestag, non il governo. Saranno i partiti ed i gruppi parlamentari a decidere chi governerà il paese. Ciò rinforza un aspetto della democrazia parlamentare che il presidente federale si è sentito costretto ad enfatizzare a seguito della scorsa elezione: i partiti sono obbligati a formare un governo dopo le elezioni.

Riorganizzazione del Centro

I Cristian Democratici e la loro controparte bavarese hanno ottenuto il peggior risultato della loro storia. Il CDU è sceso sotto il 20 percento (con il 18.9 percento), mentre il CSU ha superato a malapena la soglia per entrare in parlamento (con il 5,2 percento), totalmente sconfitte dal SPD per la prima volta dal 2002. I due partiti CDU/CSU non solo hanno proposto candidati non in grado di far avanzare il partito, ma hanno anche perso credibilità di fronte all’elettorato negli ultimi mesi e anni.

Nonostante ciò, la loro elezione è stata inaspettata rispetto ai pochi voti ricevuti – probabilmente grazie alla mobilitazione dei loro sostenitori più fedeli, terrorizzati all’idea di una “svolta a sinistra”. Avendo previsto questa dinamica, i leader politici di questi partiti hanno rivendicato la vittoria la sera stessa delle elezioni.

Quello che non avevano previsto però, era il fatto che per formare una maggioranza contrapposta ad un governo di centro sinistra guidato da SPD, con Verdi e Die Linke, avrebbero avuto bisogno del sostegno del AfD. Un sommesso messaggio venuto fuori già la sera delle elezioni era proprio che, se fosse stato necessario affondare i “rossi”, il CDU si sarebbe alleato anche con l’AfD.

Se riuscissero a trovare un accordo di governo con Verdi e FDP, CDU e CSU potrebbero ancora mantenere la cancelleria. Inoltre, è necessario che il cancelliere torni ad essere cristiano democratico, per alimentare il conflitto interno del partito ripetutamente messo in scena fino alle ultime elezioni del Bundestag, tenuto sotto controllo quanto bastava per evitare l’imminente disgregazione del partito. Dall’altra parte però, lo scontro rispetto alla linea strategica per il futuro era inevitabile.

L’SPD è il vero vincitore di queste elezioni. Olaf Scholz può aspirare alla carica da cancelliere e formare un governo di maggioranza. È impressionante – rispetto alle scorse tre elezioni – l’implementazione della strategia del SPD. Negli stati dell’est della Germania, l’SPD è chiaramente favorito rispetto al CDU. Ha riscosso il maggiore successo a Brandeburgo con il 29,5 percento. È il secondo partito, dietro all’AfD nella Turingia, con il 23,4 percento, ed in Sassonia con il 19,3 percento.

Il partito Socialdemocratico ha adottato fin da subito una strategia offensiva che ha mantenuto nonostante tutte le previsioni negative. Quando un anno fa Olaf Scholz ha annunciato la sua candidatura a cancelliere, i sondaggi riportavano l’SPD come nettamente sfavorito rispetto a CDU/CSU e Verdi. In molti si sono chiesti: come mai il partito aveva bisogno di un candidato alla cancelleria, se non per il proprio ego? Con chi potrebbe Scholz formare un governo?

L’SPD però, è stato l’unico partito a capire già in fase iniziale cosa avrebbero significato le dimissioni di Angela Merkel. Come ho scritto a settembre dello scorso anno, “se l’SPD vuole espandersi ed entrare effettivamente nella cancelleria, deve conquistare più elettori che preferiscano votare per Scholz piuttosto che per la CDU“.

Il fatto che altre crisi – il disastro delle inondazioni, gli incendi boschivi e il ritiro dell’Afghanistan – siano state virulente in prossimità delle elezioni potrebbe aver ulteriormente rafforzato lo slancio del “quasi-incombente”.

Politicamente, Olaf Scholz ha fatto affidamento sulla riconquista dei sostenitori socialdemocratici della Merkel con tre temi, tutti concreti e che potevano servire da schermo per tutti i tipi di proiezioni: “rispetto” e “dignità” per le persone che lavorano sodo, un aumento significativo del salario minimo insieme a moderati aumenti delle tasse per le persone che “guadagnano tanto quanto me o più”, e una politica industriale rispettosa del clima.

Cosa può ottenere un cancelliere SPD ed in quale costellazione politica e cosa Olaf Scholz rappresenta “veramente”, sono questioni aperte al dibattito. Ciò che è indiscutibile, tuttavia, è che è riuscito a dare alla SPD ciò di cui il suo partito aveva più urgente bisogno dopo una lunga fase di declino: la prospettiva di poter vincere e prendere di nuovo decisioni strategiche. Resta da vedere quanto questo durerà oltre il giorno delle elezioni.

I Verdi possono celebrare uno storico successo elettorale – il loro miglior risultato in un’elezione federale di sempre – anche se sono stati ben al di sotto delle aspettative, alimentate dai buoni numeri dei sondaggi fino all’inizio dell’estate.

Con ogni probabilità, faranno parte del prossimo governo federale e potrebbero avere a che fare con Christian Linder come ministro delle finanze, che non solo è impegnato a mantenere lo “zero nero” (un bilancio federale in pareggio) senza aumentare le tasse, ma ha anche una comprensione fondamentalmente diversa del ruolo dello stato nella vita pubblica.

Per molto tempo, i Verdi sono stati in cima ai sondaggi. Allo stesso tempo, l’esperienza ha insegnato che più si avvicinava il giorno delle elezioni, più gli elettori si sono chiesti se sono davvero d’accordo con i cambiamenti che i Verdi hanno proposto e come hanno pianificato di attuarli.

I Verdi, con la loro immagine di partito ambientalista e climatico, sono stati in più occasioni politicamente graditi, ma quando è arrivato il momento di impegnarsi nelle loro politiche, gli indici di approvazione sono diminuiti. Se i sondaggi devono essere creduti, non sono gli elettori più giovani ma quelli più anziani che tendono a optare per la trasformazione più rilassata verso il capitalismo verde con la CDU o l’SPD.

I sondaggi indicano che una netta maggioranza della popolazione è aperta al cambiamento quando si tratta di politica climatica, senza dubbio a vari livelli. Ma ciò che travolge e disturba molti è la sensazione che, come consumatori e cittadini, solo loro dovrebbero essere responsabili di evitare la catastrofe climatica.

Al di là delle linee di partito, si è parlato di responsabilità personale in molte aree della società per decenni. La paura di essere spinti in una spirale così sovraccarica dalle politiche dei Verdi, porta molte persone il cui umore politico è più o meno rispettoso del clima e verde, a votare altrove.

Consolidamento a destra, Catastrofe a sinistra

Die Linke ha ottenuto un risultato disastroso. Lontano dal suo obiettivo di un risultato a due cifre e dalla partecipazione al governo, con il 4,9% non è riuscito a raggiungere la soglia per entrare in parlamento e ha perso oltre 2 milioni di voti, quasi la metà del suo voto del 2017. Secondo le stime preliminari di Infratest dimap, ancora una volta, circa la metà dei voti persi è andata ai suoi due partner di coalizione, l’SPD e i Verdi.

Tuttavia, poiché il partito è stato in grado di difendere tre mandati diretti a Lipsia (Sören Pellmann) e Berlino (Gesine Lötzsch e Gregor Gysi), dopo tutto entrerà nel Bundestag con un gruppo e i diritti parlamentari presumibilmente limitati, grazie alla “clausola del mandato di base”. Il caso peggiore in assoluto è stato quindi evitato per un pelo.

Nei cinque stati della Germania orientale, Die Linke ha ottenuto risultati a due cifre solo in Turingia (11,4%) e Meclemburgo-Pomerania occidentale (11,1%). Nel Brandeburgo, con l’8,5 per cento, è addirittura dietro i Verdi (9,0 per cento). La media per tutti e cinque gli stati era solo del 9,8%.

Sono prevedibili dure lotte interne al partito sulla direzione futura. In superficie, le debolezze tattiche possono essere lette come ragioni per il risultato elettorale. In realtà, queste debolezze tattiche elettorali sono solo la conseguenza di problemi più profondi e persistenti debolezze strategiche.

Come la CDU, anche Die Linke non è stata in grado di cambiare la sua leadership in tempo per le elezioni a causa della pandemia. Così, la nuova direzione del partito non ha avuto il tempo di stabilire i propri accenti positivi e quindi distinguersi.

Dal crollo del governo di minoranza di Hannelore Kraft nella Renania Settentrionale-Vestfalia e dal successivo fallimento di Die Linke nel vincere la rielezione al parlamento statale nel 2012, il partito si è trovato di fronte al compito di sviluppare una strategia degna di questo nome.

Le strategie sono rivolte a orizzonti temporali a medio termine. Includono promesse elettorali programmatiche su principi politici generali e normativi, risposte a domande su quale ruolo dovrebbe svolgere la massimizzazione del voto e/o il potere contrattuale politico e quali promesse elettorali possono essere soddisfatte dato l’equilibrio di forze tra i diversi partiti.

Tali considerazioni probabilmente non mancano in Die Linke, al contrario. Ciò che manca, tuttavia, è un centro strategico che possa radunare gli attivisti del partito dietro una strategia che consenta loro di convincere gli elettori a sostenere il programma del partito. Questo è il compito che la leadership del partito dovrà svolgere nei prossimi due anni: riconoscere e lavorare attraverso gli “errori degli ultimi anni” e “riqualificare il partito”, come ha dichiarato domenica sera la co-presidente del partito Susanne Hennig-Wellsow.

I Liberi Democratici (FDP) entrano nel nuovo Bundestag con un solido risultato a due cifre. Ancora una volta, devono la propria vittoria a una campagna incentrata sul leader del partito Christian Lindner. È sorprendente che gli elettori attribuiscano al partito una notevole competenza nella “digitalizzazione”, in particolare i giovani elettori (maschi).

Allo stesso tempo, una piccola “ala” social-liberale è emersa negli ultimi anni come antitesi a una comprensione dello stato e della libertà che Christian Lindner promuove: lo stato come un mostro burocratico che deve essere ridotto e domato.

L’FDP è riuscito a presentarsi come una voce della società civile moderata critica delle misure introdotte contro la pandemia. Nel far ciò, ha oltrepassato la sottile linea rossa tra i diritti civili liberal democratici e il risentimento libertario contro lo stato che considera tutte le attività dello stato come una minaccia nei confronti delle libertà del libero mercato.

Tuttavia, l’FDP di Lindner ha approfittato principalmente della debolezza della CDU/CSU e della forza della SPD: la CDU/CSU non sembrava più forte abbastanza da poter nominare un cancelliere in un’alleanza a due partiti (con i Verdi), mentre l’SPD si è rafforzata talmente tanto nei voti da poter nominare un cancelliere in un’alleanza a tre partiti.

In entrambi i casi, L’FDP giocherà un ruolo centrale: assieme ai Verdi, potrebbe far nominare Armin Laschet cancelliere e prevenire un “governo di sinistra” con a capo Olaf Scholz. Era da un po’ di tempo che al partito del libero mercato non veniva data così tanta importanza dopo un’elezione. Lindner ha spinto su ciò chiedendo per sé il posto da ministro delle finanze. Nel 2021, è meglio governare male che non farlo proprio.

Con pochi voti persi, l’AfD entra nel Bundestag per la seconda volta. Non sarà probabilmente più il più grande partito d’opposizione, a meno che SPD e CDU/CSU non formino un governo di coalizione di nuovo. In Turingia, dove il partito è guidato dall’estremista di destra Bjorn Hocke, è diventato il primo partito con il 24% (e 5 seggi diretti), così come in Sassonia con il 24,6% (e 10 seggi). In tre altri stati tedeschi dell’Est, i suoi risultati sono tra il 18 e il 19,6%.

I risultati dell’AfD, assieme ai risultati delle elezioni statali, che hanno permesso un ritorno nelle istituzioni parzialmente più debole, dimostrano che il partito si è finalmente cementato nel sistema elettorale ed ha una base elettorale.

Questo elettorato di base sembra essere collegato, in molte regioni del paese, alla formazioni di ambienti politici propri, che, chiudendosi al flusso delle informazioni sui social e al dibattito pubblico, ha creato dei propri canali informativi, convinzioni di gruppo e realtà.

Dopo le elezioni del Bundestag, il partito deciderà il proprio percorso futuro: la trasformazione in un partito parlamentare che cerca di diventare parte di un blocco conservatore, o continuare con un movimento spinto contro ogni forma di politica statale come mezzo per la radicalizzazione e l’ostilità nei confronti della democrazia.

Quando agli elettori è stato chiesto il giorno delle elezioni di cosa fossero “preoccupati”, gli sono stati dati una serie di questioni che si dividevano chiaramente lungo la faglia dei partiti: la preoccupazione secondo cui troppi immigrati stessero arrivando in Germania era condivisa dagli elettori dell’FDP e dell’AfD; l’idea che l’Islam abbia troppa influenza era condivisa dalla maggioranza degli elettori dell’AfD e un po’ meno da quelli dell’FDP e della CDU/CSU e anche in parte da quelli dell’SPD.

Preoccupazioni riguardo gli standard di vita erano concentrate principalmente tra gli elettori dell’AfD, così come l’idea che la Germania stesse cambiando troppo. Preoccupazioni riguardo il cambiamento climatico erano condivise dagli elettori della Linke fino a quelli della CDU ed era di poco prominente tra quelli della FDP ma non più tra quelli dell’AfD.

Nonostante il dibattito riguardo le crescenti divisioni sociali tra ricchi e poveri e le minacce al centro politico, la maggioranza degli elettori pensano che le cose siano “più giuste” che ingiuste in Germania. Più dei ⅔ degli elettori della CDU, dei Verdi e dell’FDP erano di questa opinione, assieme a una sottile maggioranza di quelli dell’SPD. Solo i sostenitori della Linke e dell’AfD vedono le cose in maniera radicalmente differente. Un futuro governo federale, dominato dalla CDU o dalla SPD, sarebbe un governo i cui sostenitori considerano l’attuale situazione sociale come “abbastanza giusta”.

La situazione però è differente quando si parla di distribuzione della ricchezza. Il 77% degli elettori, che va da un minimo del 57% tra quelli della CDU e un 96% di quelli della Linke, dice che la ricchezza economica non è distribuita equamente. Com’è possibile che solo il 45% degli elettori (tra cui il 19% di quelli della CDU) pensano che le cose siano ingiuste in Germania, ma il 77% di loro (tra il 57% di quelli della CDU) dicono che la ricchezza sia mal distribuita? Ricchezza non redistribuita non scuote la visione secondo cui l’ordine sociale sia giusto (e quindi legittimo).

Queste contraddizioni apparenti nella coscienza di tutti i giorni continuano quando viene chiesto all'elettorato se volesse vedere qualche “cambiamento di sistema” (51%), un “cambiamento fondamentale” (40%), o che “tutto rimanga essenzialmente com’è” (6%), per il futuro del Paese. Mentre il 21% in più vorrebbe vedere un “cambiamento fondamentale” rispetto al 2017, questo tema è allo stesso livello del 1998 e del 2009, ma più basso del 2005.

Attualmente, il desiderio per un cambiamento fondamentale è polarizzato fortemente lungo le linee di divisione politiche: i sostenitori della Linke, dei Verdi e dell’AfD vorrebbero che questo accadesse per più dei ⅔ ma solo una minoranza degli elettori degli altri partiti.

Comunque, le ragioni di queste decisioni elettorali non sono da ritrovarsi in queste visioni, preoccupazioni e desideri necessariamente. Secondo Infratest, il 48% degli elettori dell’SPD dicono che senza Olaf Scholz non avrebbero votato il partito. Questo corrisponde più o meno ai sondaggi di fine 2020/inizio 2021.

Aldilà di chi finirà per formare il prossimo governo in Germania, dovrà affrontare una serie di problemi che sono stati trattati come elefanti nella stanza durante la campagna elettorale:

- rifugiati e immigrazione: l’immigrazione di lavoratori (professionisti), la loro integrazione, e il loro status legale stanno prorompendo sempre di più nel dibattito politico alla luce della struttura di età della forza lavoro domestica, dell’immigrazione nel mercato del lavoro e la politica sui rifugiati mai risolta.

- La democrazia come stile di vita: i toni sempre più accesi della politica di tutti i giorni e le minacce a politici locali fino ad arrivare a insinuare omicidi mettono in pericolo la risoluzione del conflitto democratico nella società e, assieme a bolle di comunicazione identitaria, promuovo esclusione reciproca invece che compromessi. Il principio democratico e deliberativo secondo cui l’avversario potrebbe aver ragione è sempre meno condiviso, e si stanno abbandonando le basi per un dibattito democratico e il riconoscimento di una realtà comune.

- Il futuro delle pensioni e il finanziamento del welfare: la generazione dei baby boomer ha appena iniziato ad andare in pensione. In connessione con l’avanzamento della digitalizzazione nel mondo del lavoro da una parte e la politica sul clima dall’altra, i conflitti lungo l’asse temporale “per oggi/per dopodomani” arriveranno ad un apice. In altre parole, sempre più cittadini dovranno essere convinti da progetti politici nei prossimi dieci anni, dei cui frutti non gusteranno mai il sapore.

- L’Europa e l’Unione Europea come contesto per l’azione: non ci sono opinioni discordanti al fatto che problemi centrali quali i rifugiati e le migrazioni, l’energia e la politica climatica, e l’infrastruttura pubblica digitale possono essere risolti solo all’interno del contesto europeo. Ma questioni centrali nel futuro sviluppo dell’Unione Europea – una comunità di investimenti, un’unione di trasferimenti, la politica di contrattazione collettiva europea etc – sono state evitate nella campagna elettorale.

- La politica estera tedesca: il dibattito sulle lezioni da imparare dalla guerra della NATO in Afghanistan (con un mandato ONU) con la partecipazione della Germania è stato posticipato, nonostante sia ovvio che gli Stati Uniti manterranno la propria attitudine stravolta riguardo la NATO, iniziata sotto Obama e inasprita sotto Trump, così come sotto l’attuale presidente Biden. Cosa significa questo per il ruolo della Germania nel mondo e per la politica estera strategica della Germania?

Il governo futuro avrà subito il compito di tirar fuori riforme importanti per i prossimi quattro anni, il che avrà ripercussioni sugli standard di vita tra 20 o 30 anni. Perfino se queste questioni saranno affrontate coraggiosamente, non c’è nulla che possa suggerire che il bilancio politico del potere si stabilizzerà sotto condizioni intensificate di trasformazione. Infatti, è possibile che il prossimo governo sia semplicemente un governo di transizione.

Fonte

24/07/2019

Germania - C’è aria di crisi, sociale e politica

La crisi tedesca non sembra più di tanto interessare i media mainstream nel nostro Paese, forse perché pone delle questioni che mettono in discussione le narrazioni dominanti sulla costruzione dell’Unione Europea e le sue sorti.

Mettiamo subito in chiaro che si tratta di una crisi sistemica, che produce una congiuntura economica negativa così come uno stravolgimento del quadro della rappresentanza politica come conseguenze di un modello complessivo che anche acuti osservatori dell’establishment tedesco vorrebbero mettere in soffitta, almeno per alcuni aspetti – o meglio “dogmi” – come l’equilibrio di bilancio (che ha penalizzato le spese per l’istruzione e le infrastrutture) o il non-intervento pubblico nell’economia in termini di investimenti.

È stato addirittura un conservatore della CDU a proporre una “strategia industriale nazionale” che abbia come orizzonte il 2030, in linea con una delle priorità franco-tedesche dell’Europa carolingia.

Sostiene Peter Almair: “Affinché la Germania e l’Europa restino competitive, lo stato deve sostenere la formazione di campioni dotati di una taglia critica sufficiente per affrontare i gruppi cinesi e americani, e proteggere le tecnologie strategiche dagli acquisti ostili”.

Allo stesso tempo questo “passaggio di fase”, dominato da una sempre più accesa competizione inter-imperialistica che ha precisi riflessi militari, impone alla Germania un salto di qualità in grado di farla diventare da global player economico e primattore politico – anche se in crisi – a co-attore della proiezione di potenza dell’Unione. Già oggi il budget della difesa, Ministero a cui è stata destinata la “delfina” di Angela Merkel – Annegret Kramp-Karenbauer – ammonta a 40 miliardi di Euro, e colei che l’ha preceduta – Ursula Von Der Leyen – ora a capo della Commissione della UE, l’ha aumentato nel corso del suo incarico del 40%, per altro finanziando ben remunerati consulenti esterni, per un ammontare “sospetto” di 200 milioni di Euro, che saranno verificati da una apposita commissione d’inchiesta del Bundestag (la “camera bassa” del parlamento tedesco).

Iniziamo da un dato: la crescita economica tedesca

L'aspettativa di crescita per la primavera di quest’anno si è ulteriormente ridotta attestandosi attorno allo 0,5%, rispetto a una stima dello scorso ottobre che la attestava all’1,8%!

Una economia votata alle esportazioni che ha integrato “verticalmente” un ampia filiera produttiva ad Est ed a Sud, all’interno di una catena del valore che la vede come pivot, non può che trascinare con sé nella declino coloro a cui è legata, tra cui l’Italia. Ma la vocazione esportatrice della Germania si è legata ad una “deflazione salariale” imposta a tutto il continente, con il risultato di comprimere i consumi non solo all’interno dei propri perimetri (in questo caso i confini tedeschi) ma appunto a tutta l’Unione.

La Germania non solo non ha “sanato” il divario est-ovest in questi anni, ma ha aumentato la polarizzazione sociale al suo interno, non solo lungo l’asse dei “vecchi” e “nuovi” Land ma nell’ovest stesso, aumentando la frammentazione territoriale nella distribuzione della ricchezza.

Soffermiamoci su questo dato: la frattura est-ovest, anche tenendo conto del fatto che tra settembre ed ottobre si svolgeranno le elezioni in tre Land dell’ex Germania orientale rispettivamente in Sassonia e nel Brandeburgo il primo di settembre e il 27 ottobre in Turingia.

Se i risultati dovessero confermare i trend elettorali delle elezioni parlamentari del settembre del 2017 e di quelle europee di questo maggio, la barcollante “Grosse Koalition” entrerebbe definitivamente in crisi, proprio alla vigilia del 30° anniversario della “caduta del muro” il 9 novembre.

Uno spettro sembra impensierire non poco gli eredi degli architetti dell’unificazione, la coscienza dei cittadini orientali rispetto all’operato della Treuhand – l’agenzia chiamata a “privatizzare” l’economia della Germania Orientale – che dal 1990 al 1994 (prima sotto presidenza socialdemocratica poi democratico-cristiana) ha distrutto la RDT.

A metà aprile, Dietmar Baertsch, capogruppo di “Die Linke” alla Bundestag ed eletto nella regione orientale del Meclemburgo, ha chiesto la costituzione di una commissione di inchiesta parlamentare proprio su questa agenzia, appoggiato dall’incaricato per partito di estrema-destra AFD delle questioni legate all’est Jürgen Pohl, eletto in Turingia, consapevole di quanto sia sentita la questione tra le file dell’elettorato popolare che queste due formazioni si contendono.

Nel 2016 il Delegato del Governo Federale per l’Est del Paese (in tedesco: Ostbeauftragte), ha incaricato due ricercatori della regione della Ruhr-Bochum di condurre una indagine, resa pubblica l’anno successivo e che arriva nelle sue 140 pagine a conclusioni lapidarie sul “mito fondatore negativo” dell’agenzia, vista come “simbolo centrale e negativo della presa in mano dell’est da parte dell’ovest”.

Una percezione alterata della realtà?

In quattro anni di vita la Treuhand ha privatizzato circa 13.000 aziende, per un totale di 45 miliardi di marchi, riuscendo a “conservare” solo 1,5 milioni di posti di lavoro sui 4 milioni che queste imprese davano precedentemente ai cittadini della RDT, facendo schizzare la disoccupazione dal 10% del 1991 al 15% del 1995 a lavoro completato.

I due ricercatori che hanno lavorato sulla percezione attuale della Treuhand per i cittadini dell’Est scrivono che si è trattato: “della liquidazione radicale e incontrollata di una RDT completamente svalutata, sia per le sue vecchie imprese pubbliche che, più largamente, per la società, la sua cultura e la sua identità”.

Sono anche interessanti le loro annotazioni rispetto al “lavoro di rilettura critica” (Aufarbeitung in tedesco) che sarebbe possibile solo con l’apertura degli archivi del Governo Federale relativi al periodo, ma che non sono consultabili.

Non proprio campione di trasparenza la politica tedesca, quindi, alla luce del fatto che sia la il centro-destra che il centro-sinistra si sono opposti all’apertura della suddetta commissione d’inchiesta.

I risultati di quel processo sono sotto gli occhi di tutti: deindustrializzazione, disoccupazione elevata, spopolamento, invecchiamento della popolazione e non ultimo – per “gettare benzina sul fuoco” – una politica di collocazione nella ridistribuzione straniera che l’ha fatta raddoppiare nel giro di sette anni o più (più 105% in Turingia, e più 148% in Sassonia-Anhalt) in alcuni Land orientali, mentre per le altre regioni dell’Est il dato oscilla tra il 70 e il 90% circa...

In Aprile, due Fondazioni (Bertlsmann e Hans-Böckler) hanno tracciato un quadro impietoso della ridistribuzione della ricchezza in Germania.

Per restare alle differenze Est-Ovest: solo 6 circoscrizioni su 77 all’Est hanno un reddito medio netto superiore ai 20.000 euro, contro le 284 su 324 ad Ovest.

Le ricerche mappano anche il disagio sociale che raggiunge il suo picco in ex-regioni industriali come la Ruhr, con il paese di Gelsenkirchen a cui spetta il triste primato del reddito medio più basso: 16.203 contro i 35.000 del sud di Monaco di Baviera.

E la povertà picchia duro nei tredici centri con più di 100.000 di questo ex-bacino industriale ed estrattivo: un abitante su cinque a Essen, Dortmund, Duisburg, ha bisogno di aiuti sociali per sopravvivere, con Brema che ha il 19% del tasso di abitanti poveri...

Fissiamo bene due concetti: il primato della povertà non è solo nell’Est e la differenza tra i territori è tale (“lo sviluppo ineguale” direbbe Samir Amin) per cui in alcune zone della Baviera si sta meglio del ricco Lussemburgo, mentre altre zone sono al livello dell’Italia. Questo vuol dire lo sfarinamento della coesione sociale che ha precisi riflessi sul piano della rappresentanza politica.

Si pensi che la social-democrazia nel suo drastico declino – il risultato del 15,8% alle europee parla chiaro – dopo le dimissioni della sua segretaria Andrea Nahls il 2 giugno e la co-dirigenza del trio Schvesig/Dreyer/Schäfer-Gümbel in attesa del congresso anticipato che si terrà probabilmente dopo le elezioni dei Land orientali – sta puntando oltre che sulla legge per la protezione del clima, all’introduzione della “pensione minima”, una manovra che riguarderebbe 3-4 milioni di pensionati “poveri”, con un esborso previsto di 4 miliardi l’anno...

Stando ai sondaggi, la percezione delle priorità del paese è cambiata alquanto ed ha orientato le scelte politiche dell’elettorato.

Prendiamo il Forschungsgruppe Wahlen, per cui gli elettori intervistati che nel 2016 affermavano per il 90% essere prioritaria la questione immigrazione-rifugiati, e che è stata in cima alle preoccupazioni fino a metà del 2018, e che ora è ritenuta tale da poco più del 25%, mentre ambiente e clima (rispettivamente 1 e 10 % nel 2013) quest’anno sono saliti oltre il 40%, distaccando pensioni, diseguaglianza, disoccupazione...

Altri sondaggi rivelano lo stesso trend, in specie rispetto all’immigrazione, mettendo in evidenza come la questione dell’alloggio sia diventata una preoccupazione principale per una buona fetta della popolazione, a causa della speculazione edilizia: a Berlino per esempio il valore a metro quadro degli immobili è raddoppiato dal 2005!

Il rompicapo di un nuovo sistema di governance sta seriamente preoccupando l’establishment tedesco.

L’ufficio studi di DeutschBank ha redatto un rapporto “visionario” sul possibile co-governo Cdu/Csu e Verdi dal titolo: “compromessi dolorosi cercasi”, mettendo a confronto le proposte di queste due formazioni politiche che hanno alcuni punti di convergenza: filo-europeismo spinto e potenziamento della difesa sulla scala europea, ma molte differenze.

Un gioco di fanta-politica? Non più di tanto.

Verdi e centro-destra hanno già sperimentato un governo comune in due diversi Land: Assia e Baden-Württenberg, ma il governo Federale è comunque uno scoglio più grosso.

Le elezioni di settembre e ottobre probabilmente scriveranno la parola fine sulla “Groko”, il probabile consolidamento dell’AFD che in quei Land che già nel settembre del 2017 aveva ricevuto poco più del 20% in Brandeburgo ed in Turingia ed il 27% in Sassonia e una scommessa per la “Die Linke” che in Turingia conserva l’unica presidenza di una regione.

Il blocco di potere dominante ha bisogno in questo delicato passaggio di fase di un governo più stabile di quello attuale e che goda di un maggior consenso: orami da tempo la fine della “Groko” è data come ineludibile per una buona parte degli elettori dell’SPD – molto oltre la metà secondo un sondaggio di Civey – e da un quarto di quelli del centro-destra: l’ancora maggiore “compatibilizzazione” dei Verdi cooptati in un progetto governativo inedito sembra una delle poche chance, per realizzare il progetto.

È chiaro però che le contraddizioni, sempre più laceranti e l’obbligo dei salti di qualità imposti dalla fase, sono ineludibili...

Fonte

29/05/2019

Germania - Le elezioni europee e le sfide politiche a venire

Le elezioni politiche europee in Germania, confermano i trend delle ultime elezioni regionali in Baviera e in Assia tenutesi l’ottobre scorso ed il quadro emerso con le ultime elezioni politiche di settembre 2017.

Questo passaggio elettorale si è rivelato sostanzialmente irrilevante per la tenuta della coalizione politica che governa la Germania – la Groko (Grosse Koalition) di CDU/CSU da una parte e SPD dall’altra – ma potrebbe essere messa seriamente in discussione con i prossimi appuntamenti elettorali regionali nei più popolosi Land orientali che erano parte della Repubblica Democratica Tedesca, oltre che dall’andamento non certo brillante dell’economia e dalle difficoltà del settore bancario.

La Germania sarà chiamata a fare scelte impegnative per far compiere un reale “balzo in avanti” alla UE come competitor globale e polo imperialista a tutti gli effetti, anche dal punto di vista militare, approfondendo tra l’altro quella deflazione salariale che ne ha caratterizzato lo sviluppo ed approfondito la polarizzazione sociale.

È inimmaginabile pensare che un sistema politico già fragile, vista la tenuta della Groko, non si debba adattare alle esigenze che si profilano, magari appunto “ri-cooptando” i Verdi nella stanza dei bottoni, come in passato con Joshka Fischer, estendendo poi alla UE questa governance “ecologica”.

Le parole dell’editoriale di Le Monde, il giorno dopo le elezioni, dedicato all’exploit continentale delle formazioni ecologiste sembra andare in questa direzione quando afferma:

“Un’ecologia inclusiva e non punitiva, suscettibile di integrare le preoccupazioni delle categorie professionali che si sentono minacciate dai militanti più radicali, s’inscrive perfettamente nell’identità europea”.

Tradotto in termini chiari: il sistema non si tocca, al massimo gli possiamo dare una verniciatina di verde...

Verrebbe da dire, con Brecht, che il peggiore nemico dell’elefante selvaggio è quello addomesticato, considerando la contrapposizione netta che si sta prefigurando tra l’orizzonte di una transizione ecologica che sia anche socialmente “radicale” delle classi subalterne e l’ipotesi del “green deal” patrocinato dal capitalismo verde e dai suoi fiancheggiatori.

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Il primo settembre si terranno le elezioni in Sassonia (attualmente governata dalla CDU) e nel Brandeburgo, e circa due mesi dopo in Turingia, entrambe governate dall’SPD.

Sono territori in cui appare chiaramente una delle più importanti fratture che attraversa la Germania tra Est e Ovest, ed in cui ai mancati risultati dell’unificazione – leggi anschluss (annessione) – della RDT alla RFT si sommano alcune peculiarità, come il decremento demografico e il flusso di “immigrazione” dovuto alla scelta di collocare in quei territori i richiedenti asilo regolarizzati, in un contesto di impoverimento complessivo e marginalizzazione della popolazione “autoctona”.

In Sassonia la popolazione straniera è aumentata del 71% dal 2010 al 2017 (attestandosi attorno poco al di sotto 200.000 presenze); in Brandeburgo, nello stesso periodo, del 72%; mentre in Turingia del 105%, superando le 100.000 presenze, e le previsioni demografiche fino al 2035 danno un calo di circa il 10% per tutte queste regioni.

In queste regioni, l’AfD anche alle elezioni europee si è confermata prima forza politica, mentre ha ottenuto complessivamente un 11% che la pone come quarta forza politica, poco al di sotto dei social-democratici.

Il partito di estrema destra aveva ottenuto 7 deputati nelle scorse elezioni europee del 2014, e ne ottiene 12 in questa tornata elettorale.
Già nelle elezioni politiche del 2017 l’Afd aveva registrato un exploit in queste regioni ottenendo il 27% in Sassonia, il 20,3% nel Brandeburgo, e il 22,7% in Turingia.

Da ricordare che la somma dei voti dell’estrema destra in queste regioni, insieme a Die Linke, era superiore a quella dei partiti che formeranno la Grande Coalizione, suggellando ancora maggiormente questa frattura.

Una possibile co-governo tra conservatori e Afd in Sassonia, provocherebbe una crisi politica a Berlino, vedendo con ogni probabilità l’uscita della SPD dal governo e quindi, verosimilmente, nuove elezioni e magari, come ipotizzato, sopra un’altra configurazione della governance tedesca...

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Vediamo ora i risultati delle elezioni europee.

La CDU-CSU, che aveva come testa di lista il capogruppo dei Popolari Europei, raggiunge il 28,9%.

Manfred Weber, 46enne bavarese dell’ala “moderata” della più conservatrice CSU, che ha svolto la sua carriera politica interamente dentro il parlamento europeo dal 2004 in avanti, è il candidato – fatto proprio anche da Angela Merkel – a capo della commissione europea.

Un ruolo che i tedeschi vogliono tenere per sé, rigettando altre ipotesi di candidati. Ma su questo nome c’è stato immediatamente il veto di Macron...

I verdi ottengono il 20,5% diventando il secondo partito tedesco, prima della SPD che totalizza 15,8% di voti; dopo l’AFD, Die Linke ottiene il 5,5%, cioè solo 0,1% in più dei liberali del FDL.

I verdi raddoppiano i voti presi nella precedente elezione europea, e sono decisi a far valere il loro peso nella nomina del Capo della Commissione, come ha chiaramente detto Skeller, alzando la posta in gioco.

La formazione ecologista ha sottratto 1,2 milioni di voti ai social-democratici, ben 600.000 a Die Linke, 1 milione alla CDU/CSU, mezzo milione ai liberali e addirittura 100.00 all’AfD.

Il loro risultato dimostra la “liquidità” del voto anche in Germania, in un quadro che – dalla loro nascita negli anni '80 – li vede come un elemento rilevante del quadro politico tedesco.

I Grünen catalizzano il voto giovanile – un terzo dei voti della fascia più giovane (18/24) è andata a loro – ed ottengono score assolutamente rilevanti nei grandi centri urbani come Berlino, Amburgo e Monaco.

È un trend registrato anche nelle precedenti elezioni regionali in Baviera ed Assia, implementato dal “successo” dei FFF in Germania, da una efficace propaganda digitale di diversi youtuber che hanno chiamato a boicottare i partiti della Groko, e dall’affermarsi del “cambiamento climatico” come principale preoccupazione dei tedeschi, dopo la “sicurezza” e l’immigrazione.

Nelle regioni occidentali i “verdi” sono visti come gli antagonisti dell’Afd, per la loro politica di integrazione nei confronti dei migranti ed un atteggiamento non ostile nei confronti della UE.

Questa formazione, che via via ha annacquato le proprie spinte iniziali, è divenuta una organizzazione sempre più “centrista” e “compatibilista”, alfiere di quella green economy che declina la transizione ecologica secondo le esigenze di una parte delle oligarchie, che vedono una possibilità di rilancio dell’economia “nel primo mondo” senza mettere in discussione – nel suo assetto di fondo – né i rapporti sociali, né quelli “centro/periferia”.

Uno degli ultimi passaggi in questa direzione è stato il Congresso di Hannover, a gennaio dello scorso anno, in cui alla testa della formazione sono stati posti due “realos” – cioè due figure centriste, come Robert Habeck e Annalena Baerbock – invece che, come in precedenza, un “realos” e un “fundis”, ovvero un esponente dell’ala più radicale, vicina alle posizioni originarie.

I Verdi sono stati coinvolti nelle trattative successive alle ultime elezioni politiche – poi naufragate – per creare una coalizione “Jamaica” insieme agli attuali esponenti della Groko e ai liberali.

Bisogna ricordare che fu Joschka Fischer, figura storica dei verdi proveniente dalla sinistra extra-parlamentare, che fece entrare per la prima volta gli ecologisti in un governo regionale in Assia nel 1985, iniziando “la lunga marcia dentro le istituzioni” della formazione.

Sempre in questa regione si sperimentò per la prima volta una coalizione cosiddetta “Jamaica” (CDU, Verdi, e liberali del FDP) nel 2005.

Una regione ricca, l’Assia, che comprende il centro finanziario di Francoforte e che, se fosse uno stato indipendente, peserebbe quanto l’intera Danimarca.

I Verdi, hanno poi hanno co-governato a livello federale dal 1998 al 2005 con la SPD di G. Shröder, portando pesanti responsabilità politiche per ciò che è successo durante quei sette anni (tra cui l’avallo all’aggressione NATO alla Serbia).

Una tendenza centrista di lungo periodo che li porta nel 2011 ad espugnare il bastione conservatore del Baden-Wurtenberg con Winfried Kretschmann e quindi a diventare “centrali” nei giochi politici, considerando che il Land è la più importante regione industriale della Germania.

Il “pragmatismo” è la cifra politica della formazione, risolutamente pro-UE, con un approccio “integrazionista” rispetto all’immigrazione e una caratterizzazione ecologista che raccoglie consensi grazie allo svilupparsi di una sempre maggiore coscienza ambientale, soprattutto tra le fasce più giovanili istruite ed urbanizzate, generalmente inclini ad una inversione di tendenza rispetto alle riforme del mondo del lavoro come la Hartz IV, di cui i Verdi chiedono l’abolizione.

La creazioni di un consiglio economico all’interno del partito permette incontri regolari con i rappresentanti delle imprese tedesche, secondo lo spirito delle parole del deputato verde Kerstin Andrae: “Noi abbiamo imparato che l’economia non è solo una parte del problema, ma anche una parte della soluzione”.

Con la decisione del definitivo abbandono del nucleare tedesco, presa dopo la catastrofe di Fukushima del 2011, la questione energetica si è posta prepotentemente all’attenzione del dibattito pubblico.

Negli ultimi anni ci sono stati dossier “ecologici” particolarmente rilevanti.

L’affare “Dieselgate” ha dimostrato come le case automobilistiche, a cominciare della Volkswagen, abbiano costantemente mentito sulla capacità inquinante delle proprie vetture, come mostra peraltro l’apertura di numerosi procedimenti giudiziari. Collegato a questo vi è stata una maggiore percezione del livello di inquinamento registrato in una serie di grandi agglomerati urbani tedeschi a causa del traffico, provocata proprio dalle auto a propulsione diesel, che ha portato alla chiusura della circolazione nelle grandi città. L’establishment automobilistico e i suoi referenti politici nella Groko si oppongono ovviamente a soluzioni “radicali” per abbattere l’inquinamento atmosferico.

L’equazione tra patologie provocate dall’inquinamento, universalmente percepite, e interessi delle case automobilistiche difesi dalla GroKo non depone certo a favore del governo.

Il voto tedesco di un anno e mezzo fa, favorevole in sede di Unione Europea al rinnovo per altri cinque anni della possibilità di utilizzare il glifosato – un pesticida prodotto dalla Monsanto/Bayer – che sempre più studi collegano allo sviluppo di forme tumorali e che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato nel 2015 come “probabile cancerogeno per gli esseri umani”, ha sollevato uno scandalo politico.

Il “Roundup” è il pesticida di gran lunga più usato in agricoltura, per la cui messa al bando Greenpeace aveva raccolto un milione e trecentomila firme; si è scoperto poi che la commissione tedesca che doveva giudicare sulla sua possibile applicazione ha “copiato”, nella sua relazione scientifica, gran parte della documentazione “rassicurante” prodotta dalla stessa multinazionale. La quale peraltro continua ad essere condannata in più casi per la sua responsabilità ed ha sollevato ultimamente un nuovo scandalo perché “schedava” scientificamente chi le si opponeva, denunciando pubblicamente la cancerogenicità del proprio prodotto.

A riguardo, non essendo stato raggiunto un accordo tra le forze della GroKo durante l’inverno scorso, il ministro dell’agricoltura – il bavarese Christian Schmidt – invece di astenersi in sede comunitaria, come prevedeva la prassi, ha votato a favore della sua possibilità di utilizzazione, mostrando quantomeno la “scarsa sensibilità” dell’allora costituenda Grande Coalizione per un tema così delicato.

Un terzo elemento importante è l’abbandono del combustibile fossile all’interno della prevista “transizione ecologica”. Un tema che è stato riportato all’attenzione generale dallo sgombero violento di metà settembre scorso – un attivista perse la vita – di coloro che si stanno opponendo all’espansione della miniera a cielo aperto della RWE, con la distruzione della millenaria foresta di Hambach.

Questa importante lotta ambientale ha catalizzato l’opinione di una importante fetta della popolazione tedesca e una forte disapprovazione per quelle forze, tra cui l’SPD, che con maggiore convinzione contrastano la fine dello sfruttamento minerario e il passaggio alla produzione di energia alternativa.

La determinazione e l’organizzazione degli attivisti, l’ultima settimana di ottobre, ha permesso una invasione in massa dell’area su cui dovrebbe estendersi la miniera, mettendo in scacco le forze dell’ordine.

La Germania, come questo fine gennaio auspicato dalla commissione per l’uscita del carbone, dovrebbe terminare lo sfruttamento di questo combustibile fossile al più tardi nel 2038, chiudendo le relative centrali di produzione dell’energia elettrica.

Nel 2018, in Germania, l’elettricità prodotta col carbone era pari al 38% del totale, ed il settore impiega decina di migliaia di operatori.

Un piano per tutelare anche l’occupazione prevede però aiuti federali alle regioni interessati per soli 40 milioni di euro!

Questo piano prevede invece un aiuto di 2 miliardi destinato alle società ed ai consumatori colpiti dall’aumento dei costi dell’elettricità, il cui valore preciso sarà deciso nel 2023.

Il governo tedesco prevede che le energie rinnovabili rappresenteranno il 65% della produzione energetica tedesca da qui al 2030.

Appare qui subito chiaro come queste politiche di riconversione ecologica da fonti inquinanti e tutela occupazionale siano appannaggio solo della Germania e non degli altri paesi, a causa dei vincoli posti dalla UE: in questo caso “il modello tedesco”, applicato pedissequamente in tutta una serie di campi, non può valere!

In sintesi, i Verdi sono riusciti a capitalizzare sul fronte delle mancate scelte ambientale i limiti della coalizione CDU-SPD e la disapprovazione per l’orientamento razzista e xenofobo di una parte della Groko, ostaggio dell’ala destra dei conservatori bavaresi che hanno di fatto propri i temi e gli approcci dell’estrema destra rispetto all’immigrazione.

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31/10/2018

Le elezioni in Assia e la crisi politica tedesca

Dopo le elezioni svoltesi in Baviera il 14 ottobre, le elezioni in Assia confermano le tendenze emerse e grosso modo le previsioni effettuate dai sondaggi. I due partiti che formano la GroKo perdono circa undici punti percentuali, rispetto alle elezioni di 5 anni fa, la CDU della cancelleria Angela Merkel – che rinuncia alla leadership del partito e non si candiderà alle elezioni del 2021 – passa dal 38,3% al 27%, rimanendo il primo partito della regione, mentre la SPD diviene il terzo partito, con appena 98 voti in meno dei Verdi.

I Verdi, che co-governavano questo Land, divengono il secondo partito, caratterizzandosi per il loro elettorato giovanile (il 25% dei giovani ha votato per questa formazione), e divenendo la maggior forza politica nelle grandi città.

La forza di estrema destra dell’AFD, dopo avere fatto il suo ingresso nel parlamento bavarese, entra anche in quello dell’Assia, realizzando un risultato leggermente inferiore alle aspettative ma che comunque, con il 13,1% diviene la quarta forza politica della regione, aumentando di 9 punti percentuali rispetto al 2013, ed essendo ormai presente con una propria rappresentanza in quasi tutte le 16 regioni tedesche, dopo appena cinque anni dalla sua formazione.

I liberali guadagnano un più 2,1%, realizzando il 7,1%, mentre Die Linke avanza di un punto percentuale ottenendo il 6,3%.

Le prossime scadenze elettorali – in Sassonia la prossima estate, in Turingia in Autunno e in Brandeburgo il primo settembre – saranno i prossimi test che dovrebbero svolgersi prima della valutazione del lavoro governativo di metà mandato programmato per inizio del 2020.

Non è affatto detto che di qui in avanti le contraddizioni all’interno della Groko non raggiungano un punto di non ritorno, e che le elezioni europee del maggio prossimo non fungano da detonatore dei conflitti interni alle singole formazioni e tra le varie forze che compongono la coalizione.

Il prossimo Congresso della CDU che si svolgerà ad Amburgo questo 7 e 8 dicembre, deciderà se i Cristiano Democratici sceglieranno per la continuità della politica della Merkel con la 56enne Annegret Kramp-Karrembauer – la “mini-Merkel” come l’hanno ribattezzata i media tedeschi – o una rottura con il 38enne Jans Spahn, oppositore della Merkel rispetto alla sua politica sui rifugiati dal 2015, cattolico e gay dichiarato che vanta una amicizia con l’ambasciatore USA a Berlino, Richard Grenell; oppure con l’“outsider” Friedrich Merz, avvocato di 62 anni dell’ala conservatrice del partito, che fa parte del board di differenti società (la più importante è il gigantesco fondo di investimenti Blackrock).

Allo stesso tempo, risulterà significativa la piega che assumerà il dibattito dentro la SPD: Andrea Nahles, a capo dei social-democratici, ha posto un ultimantum ai suoi partner di coalizione, dichiarando che se le cose da qui a metà mandato non miglioreranno, verrà posta la questione della partecipazione dell’SPD al governo.

Anche nella CSU bavarese – che ad ottobre ha fatto registrare il suo risultato storico più basso, calando di 10 punti percentuali – è già cominciata la guerra di successione per il dopo Seehofer, in vista del congresso che dovrebbe tenersi l’autunno prossimo; da una parte il più moderato Manfred Weber, attuale capofila dei conservatori a Strasburgo e possibile candidato per la presidenza della Commissione Europea per i popolari europei, dall’altra Alexander Dobrindt, capofila dei deputati bavaresi della CDU-CSU al Bundestag, che ha posizioni politiche più a destra del suo rivale.

Nonostante i due partiti “storici” tedeschi abbiano ancora un corpo militante considerevole – rispettivamente 450.000 per la SPD e 420.000 per la CDU – sono in crisi da tempo, e al di là delle costellazioni regionali, l’emorragia di voti è una reazione all’immagine desolante del governo federale.

Come ha sottolineato lo studioso Stefan Seidendorf, in un intervento sul “Le Monde” di martedì 30 ottobre: “Al di là delle persone, il disincanto degli elettori proviene da evoluzioni strutturali. Gli ambienti storici che strutturavano la società tedesca si sono disaggregati”.

I tradizioni centri gravitazionali della società tedesca, che fungevano da aggregatori di profili che ruotavano attorno a questi punti fermi, non svolgono più la stessa funzione, mentre i cittadini della Germania orientale non hanno mai sviluppato un vero e proprio attaccamento alle organizzazioni politiche della ex RFT.

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Vediamo più da vicino il successo dei Verdi.

Bisogna ricordare che fu Joschka Fischer, figura storica dei verdi proveniente dalla sinistra extra-parlamentare, che fece entrare per la prima volta gli ecologisti in un governo regionale, proprio in Assia nel 1985.

Sempre in questa regione si sperimentò per la prima volta una coalizione cosiddetta “Jamaica”(CDU, Verdi, e liberali del FDP) nel 2005.

Una regione ricca, l’Assia, che comprende il centro finanziario di Francoforte e, se fosse uno stato indipendente, peserebbe quanto l’intera Danimarca.

I Verdi, hanno poi co-governato a livello federale dal 1998 al 2005 con la SPD.

Una tendenza centrista di lungo periodo, quindi, che li porta nel 2011 ad espugnare il bastione conservatore del Baden-Wurtenberg con Winfried Kretschmann, e quindi a diventare “centrali” nei giochi politici, considerando che il Land è la più importante regione industriale della Germania.

Il “pragmatismo” è la cifra politica della formazione risolutamente pro-UE, con un approccio “integrazionista” rispetto all’immigrazione e una caratterizzazione ecologista che raccoglie consensi grazie allo svilupparsi di una sempre maggiore coscienza ambientale, soprattutto tra le fasce più giovanili istruite ed urbanizzate, generalmente inclini ad una inversione di tendenza rispetto alle riforme del mondo del lavoro come la Hartz IV, di cui i Verdi chiedono l’abolizione.

Con un ricambio di ceto politico dirigenziale e una notevole capacità comunicativa, i Verdi si stanno ponendo “al centro” del gioco politico della Germania occidentale, dentro la compatibilità di una “transizione ecologica” che non vede la netta contrapposizione tra l’attuale sistema e la tutela dell’ambiente.

La creazioni di un consiglio economico all’interno del partito permette incontri regolari con i rappresentanti delle imprese tedesche, con lo spirito delle parole del deputato verde Kerstin Andrae: “Noi abbiamo imparato che l’economia non è solo una parte del problema, ma anche una parte della soluzione”.

Con la decisione del definitivo abbandono del nucleare tedesco, presa dopo la catastrofe di Fukushima del 2011, la questione energetica si è posta prepotentemente all’attenzione del dibattito pubblico.

Negli ultimi anni ci sono stati dossier “ecologici” particolarmente rilevanti.

L’affare “dieselgate” ha mostrato come le case automobilistiche, a cominciare da Volkswagen, hanno mentito sulla capacità inquinante delle proprie vetture e stanno subendo l’apertura dei vari procedimenti giudiziari; vi è stata quindi una maggiore attenzione sociale al livello di inquinamento registrato in una serie di grandi agglomerati urbani tedeschi a causa del traffico, provocato in prevalenza dalle macchine con propulsione diesel. L’establishment automobilistico e i suoi referenti politici nella Groko si oppongono a soluzioni “radicali” per abbattere l’inquinamento atmosferico, mentre sono attese otto sentenze giudiziarie che da qui alla fine dell’anno dovrebbero decidere del divieto o meno della circolazione di veicoli inquinanti in differenti centri cittadini, vista la sostanziale inazione del governo.

L’equazione tra patologie provocate dall’inquinamento, universalmente riconosciute, e interessi delle case automobilistiche, difesi dalla GroKo, non depone certo a favore di quest’ultima.

Il voto tedesco di un anno fa, in sede dell’Unione Europea, favorevole al rinnovo per altri cinque anni della possibilità di utilizzare il Glifosato – un pesticida prodotto dalla Monsanto/Bayer, che sempre più studi collegano allo sviluppo di forme tumorali e classificato nel 2015 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “probabile cancerogeno per gli esseri umani” – ha sollevato uno scandalo politico.

Il Roundup è il pesticida di gran lunga più usato, e Greenpeace aveva raccolto un milione e trecentomila firme per chiederne il bando.

Non essendo stato raggiunto un accordo a riguardo tra le forze che andavano componendo la GroKo, durante l’inverno scorso, il ministro dell’agricoltura – il bavarese Christian Schmidt – invece di astenersi in sede comunitaria, come prevedeva la prassi, ha votato a favore della sua possibilità di utilizzazione, mostrando così la scarsa “sensibilità” per un tema tanto delicato della Grande Coalizione in via di formazione.

Un terzo elemento importante è l’abbandono del combustibile fossile all’interno della prevista transizione ecologica, riportato all’attenzione popolare dallo sgombero violento di metà settembre – un attivista vi ha perso la vita – di coloro che si stanno opponendo all’espansione della miniera a cielo aperto della RWE, con la distruzione della foresta millenaria di Hambach.

Questa importante lotta ambientale ha catalizzato l’opinione di una importante fetta della popolazione tedesca e una forte disapprovazione per quelle forze, tra cui l’SPD, che con più forza si oppongono alla cessazione dello sfruttamento minerario e al passaggio alle energie alternative.

La determinazione e l’organizzazione degli attivisti, quest’ultima settimana, ha permesso una invasione in massa dell’area su cui dovrebbe estendersi la miniera, mettendo in scacco le forze dell’ordine.

In sintesi, i Verdi sono riusciti a capitalizzare i limiti di questa Coalizione sul fronte delle mancate scelte ambientali, ma anche la disapprovazione per l’orientamento razzista e xenofobo di una parte della Groko, ostaggio dell’ala destra dei conservatori bavaresi che hanno in pratica fatto propri i temi e gli approcci dell’estrema destra rispetto all’immigrazione.

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15/10/2018

Baviera. Crollano democristiani e Spd, avanzano Verdi e destre

Di sorpresa non si può proprio parlare, stavolta. Le elezioni regionali nel più grande e ricco Land tedesco, la Baviera, consegnano il risultato ampiamente atteso: la rilevante sconfitta dei cristiano-sociali guidati dal ministro dell’interno Horst Seehofer. Perdono infatti per la prima volta la maggioranza assoluta che detenevano fin dal 1950, crollando dall’oltre 47 al 37,3%.

Raddoppiano invece i Verdi, in versione decisamente “moderata”, che diventano la seconda forza del Land e arrivano a sfiorare il 18%. A picco i socialdemocratici dell’Spd, che pagano l’ennesima partecipazione subordinata alla “Grosse Koalition” con Cdu-Csu, guidata da Angela Merkel.

Anche qui avanza l’ultradestra, con l’ingresso nel parlamento regionale di Alternative fur Deutschland, che supera il 10%, ma non sfonda come si era temuto.

Prova vedere il bicchiere mezzo pieno Markus Soeder, candidato presidente della Csu, che ha comunque rivendicato il diritto al governo: “Non è una giornata facile e abbiamo avuto un risultato doloroso. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare”. Soeder ha anche annunciato di “voler parlare con tutti i partiti, ma non con l’Afd”.

I democristiani bavaresi, in effetti, si era posti come soglia-limite quella del 35%, e l’hanno superata, seppur di poco.

Importante, in ottica governo regionale, anche l’affermazione dei Freie Waehler, conservatori abbastanza simili alla Csu, che conquistano l’l’11,6% (+2,6) e potrebbero dunque partecipare a un governo di coalizione con la Csu. I voti non bastano, ma se i liberali (intorno alla soglia del 5%) riusciranno ad avere consiglieri nel Landtag, allora si potrebbe formare un governo locale dal taglio non troppo diverso da quelli precedenti, monocolore.

In alternativa, si potrebbe formare una coalizione con i Verdi. Ma probabilmente questo segnerebbe la fine dell’ascesa di questa formazione, guidata in Baviera dalla 33enne Katharina Schulze.

Sulla situazione tedesca e le possibili conseguenze politiche nazionali – e dunque europee – di questo voto, abbiamo pubblicato ieri una articolata analisi di Giacomo Marchetti.

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14/10/2018

Germania Anno Zero: la questione tedesca e le elezioni bavaresi

Per comprendere l’attuale contesto tedesco e i rapidi cambiamenti del quadro politico, occorre tenere conto di tre fattori assolutamente rilevanti: il mancato processo di “integrazione” tra l’ex-Germania dell’Est e l'ovest; il rallentamento della “locomotiva” tedesca sul piano della performance economica; la rilevanza delle dinamiche politiche regionali bavaresi nel determinare il quadro della rappresentanza politica complessiva della Germania “post-unitaria”.

È interessante notare come una delle con-cause di questo arretramento economico stia nella diminuzione della domanda interna (minori consumi), che ha nell’immiserimento crescente della popolazione uno dei fattori principali.

La forbice si sta “divaricando” e la questione sociale re-inizia ad essere una delle questioni centrali a cui bisogna rivolgere lo sguardo, pena il condannarsi all’ascesa delle forze dell’estrema destra, come l’AFD – che nei sondaggi ha “superato” in alcune regioni orientali il partito della Merkel – e di Pegida, nonché di rinvigoriti gruppi dichiaratamente neo-nazisti.

Al di là del giudizio complessivo sul movimento politico di Sahra Wagenknecht, il gradimento riscontrato dal lancio di “Aufstehen” è da attribuirsi proprio a questo: la centralità assunta dalla questione sociale, rispetto ai temi “più tradizionali” di una parte della sinistra tedesca.

Secondo ciò che ha anticipato la Reuters questa settimana rispetto alle prospettive di crescita, il surplus della bilancia commerciale tedesca dovrebbe calare nel 2020 al 6,7% del PIL dal 7,9% del 2017.

E se le previsioni sui fondamentali dell’economia differiscono – a seconda di chi le effettua – un dato comune emerge dalle nude cifre: una frenata generale come orizzonte prossimo venturo e il moltiplicarsi delle incognite per il “cuore” dell’economia dell’Unione.

Come vedremo nel dettaglio, la situazione che si è creata in Baviera è utile a comprendere il modo in cui una crisi di consenso a livello regionale metta in discussione un modello di governance, che però è stato una guida per il processo di integrazione europeo.

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Se un giornale prestigioso come la Faz (Frankfurter Allgemeine Zeitung) si è interrogato, in un lungo articolo ad inizio ottobre, se non ci sia stata un’umiliazione nel processo di riunificazione che si è trasformata in rabbia, vuol dire che l’establishment tedesco dev’essere seriamente preoccupato per come stanno andando le cose.

Mettiamo in fila i numeri.

Dopo 28 anni i salari reali tra est ed ovest non sono stati parificati, essendo quelli dei lavoratori nell’ex Germania dell’est pari all’82% di quelli dell’ovest.

Particolare non trascurabile, nonostante il differenziale consistente, la parte orientale della Germania non è stata il luogo di investimento privilegiato del capitale tedesco, in quanto la produzione industriale pro-capite risulta tutt’ora pari al 52%, a differenza dei paesi della Mitteleuropa come vedremo.

La disoccupazione – il dato andrebbe decostruito spiegando i criteri di elaborazione di questa cifra – è a pari al 7,6% all’est contro il 5,3% dell’ovest, mentre quella giovanile è il doppio attestandosi nella Germania orientale al 8,4%.

Il prodotto interno lordo orientale (compresa Berlino!) è il 73% rispetto a quello generato in occidente.

L’immissione dei finanziamenti tramite il “Patto di Solidarietà”, per il quale sono stati stanziati 156 miliardi di Euro dal 2005 al 2019, non sembra avere sortito gli effetti sperati.

“Negli ultimi dieci anni – riporta Roberta Miraglia nell’articolo pubblicato il 4 ottobre da IlSole24Ore – a 28 anni dall’unità la Germania è ancora divisa dall’economia, il riavvicinamento ha rallentato e la riduzione della disparità nel PIL pro-capite è stata di 4,2 percentuali. La differenza nel reddito disponibile è più o meno invariata dal 2000.”

Questo vuol dire che “l’integrazione” si è fermata 20 anni fa, nonostante il ciclo economico della locomotiva tedesca, e se si considera l’immiserimento complessivo crescente, vuol dire che le condizioni sono peggiorate.

Questi sono dati che danno un quadro definito della situazione del blocco sociale ad Est, ma ne esiste un altro che è fondamentale: la quasi totale assenza di tedeschi dell’est nell’establishment del paese; che si tratti della politica, dell’economia o dei ranghi dell’esercito. I cittadini dell’Est, sia coloro che sono rimasti nei Länder orientali ma anche quelli che sono emigrati ad Ovest non sono solo semplicemente sotto-rappresentati nella sfera delle élites, ma ne sono di fatto esclusi.

Nel governo Merkel, insieme alla Cancelliera, solo la ministra della famiglia, Franziska Giffey, è nata nella RDT, nel 1979.

Solo l’1,6% dei top manager sono dell’Est, e solo l’1% degli ammiragli e dei generali, mentre da un sondaggio dell’Università di Lipsia, citato nell’articolo sopramenzionato, emerge che: “a Est i due terzi delle posizioni di vertice nelle amministrazioni, in politica, giustizia ed economia risultavano occupati da cittadini nati e cresciuti ad ovest”.

Un ultimo dato sull’immigrazione rende esplicito come il personale politico che governa la Germania abbia “giocato con il fuoco”, e di fatto contribuito a creare la situazione propizia per l’ascesa dell’estrema destra esacerbando le contraddizioni nel corpo sociale.

Lo spopolamento è un dato che ha caratterizzato le regioni della Germania orientale: mentre nel 1991 i cittadini dell’Est erano il 18,3% della popolazione totale oggi sono il 15,2%.

Tra il 2015 e 2016 la Germania ha accolto 1,2 milioni di rifugiati, distribuiti tra i land in proporzione alla popolazione e alla ricchezza. Ma nell’Est, meno densamente popolato, abbondavano gli spazi, devono aver pensato a Berlino.

Nelle regioni orientali, esclusa la Capitale, è arrivato il 20,7% dei richiedenti asilo.

L’Est è stata usato come “valvola di sfogo” per quelle figure escluse dalla fascia medio-alta delle qualifiche professionali che servivano al capitale tedesco ad ovest, relegando ad Est quelle inquadrabili per mansioni “a basso valore” aggiunto che hanno caratterizzato il “non-sviluppo” industriale orientale dopo l’unificazione, spesso con contratti d’apprendistato, come ha messo in evidenza un’inchiesta condotta da Le Monde successiva alle mobilitazioni dell’estrema destra nella Germania orientale.

Se abbiamo cercato di dare un quadro della situazione attuale ad Est, Anschluss di Vladimiro Giacché rimane tutt’ora un punto di riferimento obbligato per capire più approfonditamente le dinamiche del processo di “annessione” della ex Repubblica Democratica Tedesca.

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Da settimane la stampa economica ha messo in evidenza lo stato tutt’altro che salutare dell’economia nazionale, sia sotto il punto di vista della produzione industriale sia per ciò che concerne i livelli di indebitamento del sistema bancario.

Diversi cause concorrono a questa “stagnazione”, per cui non si intravedono fattori in grado di invertire la tendenza e marcano a tinte piuttosto fosche le previsioni economiche per gli anni che verranno: la competizione globale dovuta alla guerra dei dazi, che tocca direttamente la Germania, l’incertezza di fronte all’esito delle trattative sulla Brexit – il direttore esecutivo della Bdi (la Confindustria tedesca), Joachim Lang, ha dichiarato che “una hard brexit sarebbe un disastro”, la fine prossima ventura del quantitave easing con l’inizio di una politica monetaria più restrittiva con un probabile impatto su i conti pubblici e dunque sul costo del rifinanziamento del debito pubblico, gli incerti equilibri politici della Grande Coalizione...

In sintesi, se l’economia non cresce o non crescerà quanto previsto, le stime variavano da una previsione iniziale di un più 2,1-2,2% del PIL (e qualche mese fa le stime erano ancora più ottimistiche), a quelle attuali pari a + 1,7%-1,8% per quest’anno e il prossimo (nel 2017 l’aumento è stato pari al 2,2%), vuol dire che il giocattolo si è rotto, ed è tutto un modello che entra in crisi.

Ciò che sta avvenendo in Baviera non fa che contribuire a questa incrinatura.

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“La Baviera vota, Berlino trema”, ha detto una delle più popolari conduttrici televisive tedesche, Sandra Maischberger, mercoledì 10 ottobre, restituendo la cifra dell’attuale situazione politica.

Partiamo da un dato: la Baviera è per importanza economica la seconda regione della Germania, con i suoi quasi 600 miliardi d’Euro di Pil, e di conseguenza una delle più importanti dell’Unione Europea (più di 22 dei 28 stati che la compongono); in pratica è il cuore della Mitteleuropa economica.

Questo Land è al centro dell’espansione ad Est dell’economia tedesca, per cui ha svolto un ruolo da pivot con una relativa autonomia in particolare rispetto all’Ungheria e alla Repubblica Ceca, formando insieme all’Austria una macro-regione economica in cui i rapporti politici sono una conseguenza di quelli economici.

La filiera economica che ha il cuore produttivo in Baviera ha le sue estensioni ad Est: l’Ungheria realizza poco meno di un terzo del suo commercio estero con la Germania, di cui metà con il Land bavarese, mentre la metà di quello ceco, di cui un quarto con la Baviera, è realizzato con la Germania.

Circa 4.000 imprese tedesche di media dimensione sono presenti in Ungheria...

Il settore automotive (Audi, Mercedes, BMW), la produzione di macchine utensili e i prodotti elettronici sono al centro di questa dinamica, in cui nelle fabbriche delocalizzate sono prodotti i componenti che vengono poi assemblati in Germania; questi settori hanno avuto come volano l’allargamento ad est del mercato comune, con un differenziale salariale tale per cui un operaio in Ungheria guadagna un quarto di un operaio in Germania, mentre un operaio nella Repubblica ceca guadagna un terzo di quello tedesco.

Come ha dichiarato in una intervista a “Le Monde” Bernard Bauer, presidente della Camera di commercio bavarese a Praga: “la Repubblica ceca è divenuta un sito di produzione high-tech. Molte imprese tedesche localizzate qui, essenzialmente in Boemia occidentale, hanno dei siti di ricerca e sviluppo”.

Veniamo ora alle dinamiche più propriamente politiche.

La CSU bavarese, alleata della CDU di Angela Merkel, è storicamente un modello per le formazioni conservatrici della Mitteleuropa, ed ha accresciuto la sua importanza con la fine della Guerra Fredda, in ragione dell’autonomia di relazioni che realizzava nella sua Ostpolitik, grazie alla stabile occupazione del potere nel Land, dovuta ad una maggioranza assoluta reiterata quasi per sessant’anni, riuscendo ad essere un VolksPartei che raccoglieva il consenso di un ampio blocco sociale – nelle campagne come nelle città – in grado di coniugare un conservatorismo nei valori dell’Heimat con il dinamismo economico che contraddistingue la società bavarese.

La sua parabola politica l’ha portata ad infittire i rapporti con Viktor Orbàn, che a gennaio è stato l’invitato speciale del tradizionale incontro invernale dei deputati della CSU, e con il premier austriaco Sebastien Kurz, che ha annunciato la sua presenza al fianco di M. Söder nella birreria di Monaco dove il candidato della CSU concluderà la sua campagna elettorale. Mentre la frattura con Berlino è tale che per la prima volta Angela Merkel non è stata invitata al meeting finale della CSU prima dello scrutinio, come tradizionalmente avveniva per rimarcare il sostegno della CDU al suo alleato bavarese.

La campagna elettorale del partito conservatore bavarese è stata condotta quasi integralmente sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, facendo propria la retorica dell’estrema destra in un contesto in cui il trattamento dei richiedenti asilo è andato, ed andrà, peggiorando.

Ma il dissanguamento elettorale della CSU non sembra essersi arrestato, travasando consensi verso i Verdi, che nel Land hanno una forte vocazione centrista, e verso l’AFD, che è la “versione originale” di ciò che la CSU sembra voler copiare, e con cui la CSU ha più volte ribadito non volersi alleare, anche se i toni della sua politica migratoria stanno portando ad un divorzio con una parte importante della sua base di consenso, come il clero protestante.

L’emergenza migrazione in Baviera è frutto di una “narrazione tossica” che elude i dati più banali e che serve ad inasprire la condizione dei richiedenti asilo, che dal 1 agosto sono rinchiusi – insieme a chi è in attesa di espulsione perché ha visto rigettata la sua richiesta – in sette “centri” (Anker-Einrichtung) che si estenderanno in altre città della Federazione: sono strutture segregative tese a disincentivare i richiedenti a rimanere in Germania, che in molti casi è stata l’agognata meta finale in cui erano risposte le speranze di chi migrava.

Una recente inchiesta di Mediapart ha svelato la natura di “campo” di tale tipologia di struttura, intervistando alcuni “ospiti” e alcuni volontari che esternamente ad essa promuovono l’integrazione anche grazie all’insegnamento della lingua tedesca.

“Ghetti mentali” li ha definiti un richiedente.

“A livello Federale, la Baviera è insieme al Brandeburgo, il Land meno generoso per ciò che concerne l’asilo: nel 2017, il 31,8% delle 27647 richieste formulate sono state accettate, quando la media nazionale si situa al 43,3%”, riporta Donatien Huet in La questione migratoire met à mal la sempiternelle stabilité politique de la Bavière, in cui indaga in profondità sulle mutazioni della politica bavarese.

Intanto la Germania, che passa per “paese d’accoglienza”, in realtà ha iniziato a rinchiudere in strutture del tutto simili a quelle create dal sistema della “non accoglienza” in Italia, che i recenti provvedimenti legislativi del governo, trasformano in perno della strategia riguardo all’immigrazione.

Come suol dirsi: è il pesce che puzza dalla testa e l’Europa “liberale” di Macron e di frau Merkel non è molto dissimile di quella voluta da Salvini e soci.

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Anche in Germania il ceto politico che ha rappresentato il processo di integrazione europea, persino nel suo bastione di stabilità più consolidato come la Baviera, è in profonda crisi.

Il Land tedesco ci offre un punto di vista privilegiato per capire come le forze che stanno portando ad un “bilanciamento a destra” della politica dell’Unione Europea tutta possono essere tranquillamente cooptate all’interno di una nuova strategia di governance; sia che si tratti di sussumere in toto le tematiche proposte dal populismo di destra, sia che si tratti di stabilire alleanze con queste forze.

Resta il fatto che i segnali di una non ripresa economica data da vari fattori, in Germania come altrove, non significano automaticamente che il crescente malessere sociale possa essere capitalizzato solo dalle forze xenofobe e razziste, raccogliendo i frutti di una narrazione costruita ad hoc per depistare il blocco sociale dai responsabili della crisi.

Occorre tessere insieme, come nel famoso componimento di Heine, la maledizione dell’Unione Europea, per un riscatto degli ultimi:

“Una maledizione alla falsa patria,
in cui fioriscono solo onta ed infamia,
dove ogni fiore è precocemente spezzato,
dove marciume e muffa ristorano il verme –
Noi Tessiamo – Tessiamo”

Fonte