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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/10/2018

Baviera. Crollano democristiani e Spd, avanzano Verdi e destre

Di sorpresa non si può proprio parlare, stavolta. Le elezioni regionali nel più grande e ricco Land tedesco, la Baviera, consegnano il risultato ampiamente atteso: la rilevante sconfitta dei cristiano-sociali guidati dal ministro dell’interno Horst Seehofer. Perdono infatti per la prima volta la maggioranza assoluta che detenevano fin dal 1950, crollando dall’oltre 47 al 37,3%.

Raddoppiano invece i Verdi, in versione decisamente “moderata”, che diventano la seconda forza del Land e arrivano a sfiorare il 18%. A picco i socialdemocratici dell’Spd, che pagano l’ennesima partecipazione subordinata alla “Grosse Koalition” con Cdu-Csu, guidata da Angela Merkel.

Anche qui avanza l’ultradestra, con l’ingresso nel parlamento regionale di Alternative fur Deutschland, che supera il 10%, ma non sfonda come si era temuto.

Prova vedere il bicchiere mezzo pieno Markus Soeder, candidato presidente della Csu, che ha comunque rivendicato il diritto al governo: “Non è una giornata facile e abbiamo avuto un risultato doloroso. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare”. Soeder ha anche annunciato di “voler parlare con tutti i partiti, ma non con l’Afd”.

I democristiani bavaresi, in effetti, si era posti come soglia-limite quella del 35%, e l’hanno superata, seppur di poco.

Importante, in ottica governo regionale, anche l’affermazione dei Freie Waehler, conservatori abbastanza simili alla Csu, che conquistano l’l’11,6% (+2,6) e potrebbero dunque partecipare a un governo di coalizione con la Csu. I voti non bastano, ma se i liberali (intorno alla soglia del 5%) riusciranno ad avere consiglieri nel Landtag, allora si potrebbe formare un governo locale dal taglio non troppo diverso da quelli precedenti, monocolore.

In alternativa, si potrebbe formare una coalizione con i Verdi. Ma probabilmente questo segnerebbe la fine dell’ascesa di questa formazione, guidata in Baviera dalla 33enne Katharina Schulze.

Sulla situazione tedesca e le possibili conseguenze politiche nazionali – e dunque europee – di questo voto, abbiamo pubblicato ieri una articolata analisi di Giacomo Marchetti.

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04/07/2018

Pastori tedeschi. Accordo politico in Germania. S’arrabbia l’Austria, cresce la destra

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha raggiunto alle 3,21 della notte di lunedì un accordo politico con i ribelli della CSU della Baviera (il partito regionale e democristiano di destra, ndr), guidati dal ministro degli interni Horst Seehofer e decisivi per la sua maggioranza di governo. La questione in gioco era il come chiudere ulteriormente le porte all’ingresso di richiedenti asilo in Germania.

L’accordo tra CDU e CSU, ossia tra la cancelliere Angela Merkel e il suo ministro degli Interni Horst Seehofer, prevede la costruzione di campi di transito ai confini tedeschi. Gli immigrati senza autorizzazione saranno rinviati nel paese di primo sbarco, come prevede il Trattato di Dublino, sulla base di accordi bilaterali tra paesi membri. Nel caso di una mancata intesa, l’accordo prevede in ultima analisi il respingimento verso l’Austria, se questi migranti giungono da Sud.

I “centri di transito” sono stati fino ad oggi respinti dalla Spd, altro partner della coalizione di governo della Merkel. La leader della SPD Andrea Nahles ha detto che il nuovo piano, che riguarda numeri assai più contenuti dell’emergenza rifugiati del 2015, “non è la stessa cosa” del culmine della crisi dei migranti, quando gli arrivi erano decine di migliaia al giorno. I socialdemocratici sono divisi internamente tra difesa dei principi umanitari e la netta percezione che anche molti elettori della Spd vogliono controlli più severi e rigidi sull’immigrazione. Far saltare la coalizione sul tema migratorio così presto probabilmente danneggerebbe la Spd in caso di voto anticipato.

L’intesa raggiunta dalla Merkel con Seehofer, che dovrebbe servire a mettere fine a una grave crisi politica nel governo federale tedesco, è però di difficile applicazione. La Germania ha infatti un accordo bilaterale con l’Austria; ma non lo ha con l’Italia, da cui potrebbero in realtà provenire molti dei migranti irregolari, i cosiddetti movimenti secondari nell’Area Schengen. Il rischio che si tocca con mano è di assistere al respingimento a catena alla frontiera con l’Austria e a un successivo respingimento alla frontiera con l’Italia.

Vienna però ha fatto subito sapere che se l’accordo raggiunto sarà convalidato dal governo tedesco, “saremo obbligati ad adottare misure per evitare svantaggi per l’Austria e la sua popolazione”. L’Austria è inoltre “pronta a prendere misure per proteggere i confini meridionali in particolare”, quelli con l’Italia e la Slovenia.

I richiedenti asilo in Germania sono diminuiti nettamente: da gennaio a maggio di quest’anno sono stati appena 78.026. Dei nuovi arrivi in questi mesi, 18.349, quasi uno su quattro, aveva già aperto un procedimento di richiesta asilo in un altro Paese. Nonostante il calo dei flussi immigratori in Germania (così come in Italia), la CSU è decisa a premere per una politica restrittiva sulla quale punta dal 2015, e con cui ambisce a vincere le elezioni in Baviera il prossimo ottobre.

Ma l’irrigidimento della CSU bavarese sulla questione immigrati, fino a rischiare la rottura della coalizione di governo adesso rientrata, non sembra affatto premiare i conservatori ma il movimento di destra AFD (Alternativa per la Germania, ndr) che continua a crescere nei sondaggi, anche in Baviera.

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20/06/2018

Un bavarese di traverso et voilà, la Ue sposa l’estrema destra

Sembrava un dispositivo così perfetto, l’Unione Europea... Un bel numero di trattati economici, che assumono come “ottimali” alcuni parametri estrapolati da una teoria fasulla (“l’austerità espansiva”, come dire “ingrassare non mangiando”), con un contorno di vincoli e sanzioni affidate a un pool di tecnocrati nominati dai singoli Stati ma rapidamente convertiti al verbo comunitario.

Sembrava perfino funzionare, visto che ogni crisi veniva risolta con nuovi trattati più vincolanti, nuovi poteri di governance centrali, rigorosamente sottratti a qualsiasi verifica democratica e a qualsiasi cambio di governo nazionale (l’esperimento dal vivo, decisamente sanguinolento, l’hanno fatto con la Grecia). “I mercati” al centro delle preoccupazioni, “gli investitori” l’unica categoria da tutelare, il lavoro la principale fonte da depauperare.

Poi, improvvisamente, la crisi su come gestire i flussi migratori, paradossalmente nel momento in cui sono in calo. La libera circolazione delle merci e dei capitali – dovrebbero saperlo anche gli asini di Bruxelles – trascina con sé quella delle persone. Soltanto che a Bruxelles si erano convinti che “persone” fossero soltanto i cittadini comunitari, quelli nati e cresciuti nei 28 paesi Ue (da cui l’accordo di Schengen).

E invece no, le persone reali sono un po’ di più, vengono da altre parti del mondo, proprio come le merci e i capitali. Ma, al contrario di questi ultimi due, “si vedono”. Hanno altri colori di pelle, altre lingue, altre religioni e tradizioni. Il melting pot, l’integrazione di masse rilevanti di popolazione, richiede tempi lunghi – al contrario di merci e capitali – e l’attivazione di politiche specifiche. Che presuppongono delle voci di spesa comuni per politiche comuni. Che non sono state neanche pensate.

Il regolamento di Dublino era un pastrocchio che affidava sostanzialmente ai paesi di primo ingresso degli immigrati (dunque a Grecia, Spagna, Italia e Malta) il compito di registrarli e gestirli. Ma le persone si muovono anche senza spedizioniere, e sono tracimate in tutta Europa, con scene bibliche come la lunga marcia attraverso i Balcani, in direzione del paradiso Germania.

La quale si pensava al sicuro da ogni pericolo, non avendo frontiere a rischio e potendo contare su potenti strumenti di persuasione (i trattati) e filiere produttive altamente selettive, in grado di individuare la manodopera utile per sé (laureati e tecnici, ecc.) e quella da lasciare altrove (nei campi, a raccogliere frutta e pomodori).

Proprio la Germania, pilastro portante dell’Unione Europea fatta a sua immagine e somiglianza (e interessi), è ora l’epicentro della crisi. Disturbati dal vociare salviniano, amplificato stolidamente dalla “sinistra liberal-liberista, qui in Italia non si nota troppo quel che avvenendo ai piani alti della costruzione comunitaria.

In sintesi. Per la fine di questo mese è previsto da tempo un vertice di capi di stato e di governo che avrebbe dovuto – secondo le intenzioni di Macron e Merkel – segnare un passaggio deciso verso una maggiore integrazione continentale, con trattati più stringenti, anche a costo di istituire due aree diverse, una “doppia velocità”.

E invece no. La tradizionale “prudenza tedesca” – così viene chiamato sui media il rifiuto di condividere i rischi finanziari con gli altri paesi – si era già incaricata di derubricare l’atteso “passaggio storico” a semplice messa a punto di alcuni “ritocchi” all’architettura europea. Il precipitare della crisi all’interno del governo tedesco sta ora rimettendo tutto in discussione.

Il ministro dell’interno e leader della Csu bavarese – Horst Seehofer, inferocito per la perdita di voti del suo partito a favore dei razzisti dell’Afd – ha dato “15 giorni di tempo” ad Angela Merkel per raggiungere un accordo con gli altri partner europei... sui migranti. Altrimenti apre una crisi di governo, dopo che ci sono voluti oltre sei mesi per formarlo. Cosa vuole? Vuole rispedire nei paesi di primo ingresso quei migranti che si sono spostati poi in Germania; ossia in Italia, Spagna, Greca, ecc.

Sorvoliamo per un attimo sulla stolidità del razzista italico che plaude a una posizione tedesca che per lui – per lui! – sarebbe un problema piuttosto serio.

La questione fondamentale è infatti la tenuta o meno del governo tedesco, sotto la guida di frau Merkel. Una Germania ancora più “severa” e nazionalistica, infatti, destabilizzerebbe l’attuale Unione molto di più degli strilli salviniani, aprendo scenari decisamente imprevedibili nei dettagli, ma sicuramente densi di problemi rilevanti.

L’incontro di ieri tra Macron e Merkel, a Meseberg, è stato di fatto un mettere a punto misure e retorica con cui provare a disinnescare la bomba a orologeria posta da Seenhofer. Sul piano economico verrà proposto un compromesso al ribasso: “Siamo a favore di un budget dell’eurozona e della trasformazione del Meccanismo di solidarietà europeo Esm in un fondo monetario europeo”, ha spiegato al Merkel a fine incontro. Ma niente ministro dell’economia continentale (come voleva Macron) e niente garanzia europea sui conti correnti in caso di dissesto bancario.

Ma è sul controllo dell’immigrazione che i due hanno fissato paletti ampiamente soddisfacenti per le destre “populiste” di tutti i paesi. “La migrazione la concepiamo come sfida comune” e “il nostro obiettivo resta una risposta europea. Vogliamo evitare che l’Europa si divida. Noi sosteniamo le proposte della Commissione e il rafforzamento di Frontex”.

Per essere ancora più esplicita, Merkel ha aggiunto che “Accoglieremo le valutazioni dell’Italia sulla migrazione”. E quindi, rivolta indirettamente al suo ministro Seenhofer, “Concordiamo sul fatto che quei migranti che vengono registrati in un Paese e vanno in un altro devono essere rimandati indietro al più presto.”

Il bavarese che si è messo di traverso, alla fine, dovrebbe poter raggiungere il suo obbiettivo senza far crollare il governo di cui fa parte e con esso l’architrave della “stabilità europea”.

Il compromesso tra i vari paesi, insomma, verrà raggiunto in direzione della trasformazione dell’Europa in fortezza militare, controllata da truppe comuni, incaricate di respingere i migranti verso i paesi del Nord Africa, sui cui territori la Ue costruirà hotspot dove selezionare i richiedenti asilo (in calo) dai “migranti economici”. E’ il modello degli accordi con Turchia e Libia, ma più in grande: vi diamo un po’ di soldi, ma teneteveli e fatene ciò che volete. Razzismo violento, ma lontano dagli occhi (e dai testimoni).

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17/06/2018

L’austriaco Kurz invoca un “asse Roma-Vienna-Berlino” sui migranti



Il Cancelliere austriaco mercoledì ha difeso la formazione di un “asse Roma-Vienna-Berlino” in materia di migrazione, insieme con il ministro tedesco degli Interni tedesco e il supporto a distanza di quello italiano, Matteo Salvini. Mentre l’Austria assumerà la presidenza dell’UE il 1° luglio, Kurz cerca di emarginare Angela Merkel, considerata troppo “tenera”.

Da Berlino, durante una visita di due giorni, e alla presenza del ministro degli Interni tedesco – il capo dei conservatori bavaresi (CSU) Horst Seehofer – il cancelliere L’austriaco Sebastian Kurz mercoledì 13 giugno ha accolto con favore la formazione di un “asse di coloro che vogliono agire” (Achse der Willigen, o “coalizione dei volenterosi”) per rispondere alla crisi migratoria che sta mettendo in tensione l’Europa.

I due uomini politici hanno menzionato un nuovo asse di cooperazione “Roma-Vienna-Berlino” in corso di costituzione. Di proposito, probabilmente, per non spaventare i sostenitori di un insediamento meno securitario e più umanitario, questi due rappresentanti della destra più dura non hanno menzionato la presenza di Budapest e dell leader ungherese Viktor Orbán in questo “asse”. Ma nessuno si fa ingannare.

Il bavarese Seehofer ha anche spiegato che aveva avuto una conversazione telefonica positiva sulla questione con il Ministro degli Interni italiano Matteo Salvini, che è anche capo politico della Lega, all’estrema destra. Quest’ultimo ha anche citato l’iniziativa austro-tedesco-italiano sulla questione in un discorso sull’immigrazione davanti al senato, mercoledì: “L’accordo di Dublino sul diritto d’asilo [che prevede che migrante deve presentare la domanda di asilo nel primo paese di ingresso nell’UE – ndr] deve essere superato. Abbiamo cercato di imporre le regole italiane che hanno reso la situazione ancora più ingestibile. Con austriaci e tedeschi, proporremo la nostra iniziativa all’UE“.

Secondo Sebastian Kurz, che a Vienna governa con il sostegno del partito di estrema destra FPÖ, è necessario consolidare e rafforzare ulteriormente il controllo alle frontiere dell’Unione europea, ma anche “premere l’acceleratore”. Il Cancelliere austriaco ei suoi amici sono favorevoli a un rapido aumento delle risorse finanziarie e umane di Frontex, l’agenzia europea che gestisce la “cooperazione operativa ai confini dell’Europa”. Il piano attuale prevede che lo staff di Frontex aumenti da 1.500 a 10.000 uomini entro il 2027. Questo però è ancora un tempo troppo lungo agli occhi di “coloro che vogliono agire”.

Mercoledì mattina, Sebastian Kurz ha anche confermato sulla televisione pubblica austriaca (ORF) che stava lavorando con “un piccolo gruppo di paesi” su un piano per istituire centri di protezione dei rifugiati al di fuori dell’Europa. Ma ha spiegato di voler mantenere segreti questi progetti in modo da “aumentare le loro possibilità di vedere la luce del giorno”. Kurz e Seehofer hanno anche menzionato la possibilità di inviare agenti di polizia nei paesi balcanici – al di fuori dell’UE – per aiutare i paesi che si considerano sopraffatti dall’arrivo dei rifugiati.

Come avremo notato, il grande assente, e probabilmente la vittima politica dell’operazione, è il cancelliere tedesco Angela Merkel. Martedì sera, arrivato a Berlino, Sebastian Kurz si è trovato nel bel mezzo di una crisi del governo che si oppone specificamente ad Angela Merkel a Horst Seehofer sulla questione migratoria. Ci si aspettava che Horst Seehofer presentasse martedì pomeriggio un grande “Masterplan sull’immigrazione” incentrato sulla questione dell’espulsione dei rifugiati cui è stato negato l’asilo. Ma questa presentazione è stata annullata a causa di una disputa tra i due leader.

Il punto su cui nessuno dei due vuole rinunciare è l’atteggiamento da adottare nei confronti dei migranti durante gli arrivi al confine tedesco. Horst Seehofer vuole reintegrare la regola di Dublino che afferma si possa rimandare qualsiasi richiedente asilo nel suo paese di arrivo e di registrazione nell’UE. Molto spesso la Grecia o l’Italia.

Angela Merkel, da parte sua, respinge questa soluzione che, nello stato attuale delle cose, e in assenza di confini della Germania con la Grecia e l’Italia, porterebbe i profughi a vagare pericolosamente per il continente e potrebbe portare ad altri paesi dell’UE a chiudere le loro frontiere interne. Tuttavia, il cancelliere tedesco continua a ripetere: solo una soluzione europea globale è fattibile, ai suoi occhi. Qualsiasi altra opzione che favorisca le singole azioni “ha il potenziale di arrecare gravi danni all’Europa”, ha spiegato.

Il ministro dell’Interno tedesco ha nel frattempo spiegato che non cederà su questo punto, che considera essenziale. Normalmente, una tale ribellione potrebbe portare al licenziamento del ministro. Ma questa volta, è quasi impossibile. Horst Seehofer è anche il capo del “partito gemello” di Angela Merkel in Baviera e un membro chiave della coalizione di governo. La sua determinazione è tanto maggiore visto che il suo partito, che governa la Baviera, ha ottenuto risutati molto negativi nelle elezioni parlamentari di settembre 2017 e deve difendere la sua posizione nelle elezioni regionali del settembre 2018.

Queste difficoltà sono per molti dovute all’apparizione sullo scacchiere politico del partito di estrema destra Alternative fur Deutschland (AfD). Quest’ultimo, che è entrato nel Bundestag con grande clamore, è stabilmente accreditato dal 12% al 15% delle intenzioni di voto. Paralizza tutta la destra tedesca in generale, e in particolare i conservatori bavaresi. Di fronte a questo, gli strateghi della CSU fanno esattamente lo stesso calcolo della destra francese di LR di fronte al Rassemblement Nationale di Marine Le Pen. Hanno intrapreso una gara sulla “sicurezza”, di cui fa parte il “Masterplan” di Seehofer. Questa strategia ha sedotto molti membri della CDU al punto che, in una riunione a porte chiuse tenutasi martedì, molti di loro hanno fatto pressione sul Cancelliere per sposi le posizioni del suo ministro.

Approfittando del fatto che Angela Merkel è stata sconfessata da gran parte delle sue truppe, e con l’aiuto del suo “cavallo di Troia” bavarese, Sebastian Kurz cerca di neutralizzare in qualche modo la “Germania della Merkel” e sostituirla con “la Germania di Seehofer”. Il Cancelliere, che non ha ancora trovato un compromesso con il suo ministro e potrebbe aspettare a lungo per l’arrivo della “cavalleria francese”, non può fare molto adesso. È probabile che esca fuori straordinariamente indebolita da quella che sembra un’enorme trappola.

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