Che il mondo abbia un grosso problema con l’attuale presidente degli Stati Uniti e con le sue trovate roboanti, sconclusionate, pericolose e anche perdenti, è ormai un dato acquisito. Malattia o caratteraccio che sia, l’America e il mondo si trovano adesso nel grosso guaio iraniano, la cui portata finale non riesci neppure ad immaginare, tremando. E allora, Pasqua di speranza per i credenti, le follie storiche del potere da cui l’umanità è comunque sopravvissuta. Mentre la Casa Bianca cerca di smentire le voci – circolate sui social – secondo cui il presidente Trump sarebbe stato ricoverato al Walter Reed National Military Medical Center di Bethesda.
L’imperatore Eliogabalo
Che Caligola fosse arrivato a nominare senatore il proprio cavallo, è un episodio molto noto, ma meno si ricorda invece la figura di Marco Aurelio Antonino Augusto, meglio conosciuto come Eliogabalo, imperatore di Roma dal 218 al 222 d.C. Di origine orientale e precisamente siriana, Eliogabalo era salito al trono sottraendolo a Macrino grazie ad una sollevazione militare suscitata da due false voci: la prima sosteneva che si trattasse di un figlio illegittimo dell’imperatore Caracalla, mentre la seconda, confidando nelle immense ricchezze della famiglia, assicurava premi generosi a chi lo avesse aiutato nell’impresa. Sempre per questioni familiari inoltre il giovane, prima di salire sul trono, aveva ricoperto il ruolo di sommo sacerdote di un culto solare che si celebrava a Emesa (oggi Homs, in Siria), tentando in seguito di portarlo a Roma per sostituire quello dell’antico Giove Capitolino.
L’operazione non riuscì, ma Eliogabalo fece di tutto: ad esempio collocò un proprio ritratto in Senato nelle vesti di sacerdote sopra la raffigurazione di una divinità romana in modo che, onorando la seconda, fosse venerato anche lui e soprattutto – cosa inaudita per i Romani – pretese che la madre assistesse con lui alle sedute del Senato. Un altro aspetto più scabroso riguardò i suoi costumi sessuali: sebbene i Romani ai tempi dell’impero praticassero meno assiduamente la ‘virtus’ repubblicana, riuscì a scandalizzare l’intera città raccogliendo a palazzo intorno a se meretrici di ogni sorta e chiamandole ‘amiche e sorelle’ e senza fare misteri della sua relazione con un auriga.
Non stupisce che l’irritazione della guardia pretoria arrivasse al culmine giungendo a manifestare apertamente a favore del cugino Alessandro: nonostante le minacce indirizzate ai rivoltosi, Eliogabalo alla fine fu assassinato assieme alla madre ed entrambi i corpi furono sfigurati e smembrati, mentre il Senato ribadì alle donne il divieto assoluto di entrarvi.
La ‘quasi’ follia di re Giorgio
Giorgio III, a dispetto della follia che gli fu poi attribuita, in realtà regnò dal 1760 al 1820, periodo piuttosto lungo, ma tutt’altro che facile per un monarca inglese visti gli avvenimenti che lo caratterizzarono. Per prima cosa la Guerra dei Sette anni (1756-1763) con la Francia, poi il distacco e la perdita delle prosperose colonie americane nel 1785 dopo una guerra durata dodici anni e infine le guerre della Rivoluzione Francese e quelle napoleoniche che si conclusero solo a Waterloo nel 1815.
Dopo una prima crisi passeggera intorno al 1765, a partire dal 1789 si parlò apertamente di problemi mentali: in pratica il sovrano parlava ininterrottamente per ore procurandosi seri problemi alla voce e dormiva pochissimo. La medicina del tempo rispondeva alla situazione suggerendo dei salassi per eliminare gli umori nocivi, ma ovviamente senza risolvere nulla. Nel frattempo, di fronte alle difficoltà del governo, si era acceso uno scontro tra il figlio – che rivendicava la reggenza – e il primo ministro che non voleva concederla, tanto più che non mancarono momenti di apparente normalità in cui il sovrano godette dell’appoggio popolare contro i suoi stessi ministri.
Sulla malattia si è discusso a lungo e oggi sembra che la spiegazione sia da ricercare in uno scompenso proteico che provocava gravi alterazioni nel comportamento, in estrema sintesi una malattia genetica. Studi molto recenti hanno infine confermato nei resti esaminati tracce di arsenico, probabile residuo di un farmaco rudimentale somministrato nei momenti di crisi. L’immagine popolare odierna più benevola nei confronti del re sottolinea invece la sua grande passione quasi maniacale per gli strumenti scientifici e in particolare astronomici: del resto senza la misura esatta del tempo e dei moti degli astri la marina di sua maestà britannica non avrebbe ‘misurato’ il globo e fondato l’impero.
Ludovico II di Baviera, tra stravaganze e romanticismo
Il regno di Baviera si trovava in un quadro geopolitico particolare: nel sud della Germania, a maggioranza cattolico e legato all’impero d’Austria, subiva però anche l’influenza del nord protestante e soprattutto della Prussia sempre più determinata a completare l’unificazione tedesca ridimensionando il ruolo austriaco. A metà del XIX secolo la guida della Prussia divenne comunque una realtà, ma rimasero con l’Austria legami politici, culturali e soprattutto familiari: l’imperatrice Elisabetta, principessa bavarese meno stravagante, ma altrettanto ‘originale’, aveva sposato ad esempio Francesco Giuseppe d’Asburgo ed era cugina di re Ludovico e la stessa madre dell’imperatore austriaco era un’altra principessa bavarese.
Sul piano internazionale il re cercò sempre di evitare le guerre, o meglio gli scontri diretti con stati tedeschi godendo per questo di una certa popolarità tra i suoi sudditi. Il vero problema del sovrano furono le spese folli e il mecenatismo. Costruì sontuose residenze ispirandosi alla reggia di Versailles, e al Re Sole che divenne un suo modello personale, ed esaudì tutti i desideri – o quasi – del compositore Richard Wagner che da un punto di vista finanziario si rivelò un pozzo senza fondo. Ad un certo punto, anche di fronte ad altre bizzarrie del sovrano come la passione per Lohengrin – il cavaliere del cigno dell’opera wagneriana – una commissione governativa lo prese ‘sotto tutela’ rinchiudendolo in un castello dal quale però scomparve la sera del 13 giugno 1886.
La sera il re fu trovato morto e le circostanze del ritrovamento diedero origine a diverse ipotesi: il corpo del re, presumibilmente annegato, fu ritrovato a poca distanza da quello dello psichiatra-carceriere von Gudden. Omicidio-suicidio? Il mistero resta, ma ancora oggi in Baviera si festeggia l’anniversario della nascita del re il 25 agosto.
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10/10/2023
Germania - Avanza l'estrema destra
Il terremoto che va scuotendo il mondo e l’Europa a partire dall’accoppiata pandemia da covid-guerra in Ucraina si fa ora sentire con molta evidenza.
Le scosse telluriche, nel Vecchio Continente, vanno destabilizzando anche la Germania, primo motore del “modello mercantilista” e neoliberista che ha affossato il “modello sociale europeo” di stampo socialdemocratico (e democristiano).
I problemi economici creati dalla crisi generale e, in particolare, dal combinato disposto tra sabotaggio del gasdotto North Stream (realizzato dagli “alleati” Usa-Gb-Ucraina) e forti restrizioni all’interscambio con Russia e Cina (primi mercati di sbocco e/o di rifornimento) stanno rovesciandosi inevitabilmente anche sugli equilibri politici. Sconvolgendoli.
Le elezioni regionali di ieri, in Assia e Baviera (due land “occidentali”, ad alto reddito), hanno decretato la crisi dei partiti attualmente al governo (l’impresentabile “coalizione semaforo” tra socialdemocratici, verdi e liberali).
Tutte e tre le formazioni hanno perso terreno in misura traumatica. I liberali del Fdp (in fondo i più “coerenti” con la propria impostazione ufficiale) sono fuori dal “parlamentino” in Baviera e appena sopra la soglia di sbarramento (5%) in Assia.
I Verdi – imitazione quasi abusiva del vecchio movimento ecologista (la loro leader Bearbock è tra i falchi atlantisti più guerrafondai, da ministro degli esteri) – devono registrare un calo al 15,9% in Baviera (nel 2018 il 17,6%), mentre in Assia sono scesi al 15,3% (nel 2018 erano al 19,8%).
Tramortiti soprattutto gli uomini del premier Scholz (Spd). Una bocciatura in particolare per la ministra dell’Interno, Nancy Faeser, principale candidata dell’Spd in Assia. Faeser aveva dichiarato di voler diventare la prima donna a capo del governo regionale dell’Assia, ma non ha convinto l’elettorato.
In Assia i socialdemocratici sono scesi intorno al 15%, uno dei risultati peggiori della loro storia. Ma è in Baviera l’annuncio della catastrofe futura, visto che sono precipitati all’8%.
A “vincere perdendo” è stata la destra democristiana (Cdu e Csu in Baviera), che è arretrata a sua volta in modo consistente. Pur essendo storicamente più di destra rispetto alla gemella federale, la Csu ha preso “solo” il 36,7%, il peggior risultato dal 1958.
In Assia invece ha confermato il primo posto per il primo ministro locale, Boris Rhein, con il 34,5% dei voti.
A trionfare, in questo caso, è stata soprattutto l’estrema destra dell’AfD, non troppo dissimile dalle formazioni neonaziste anche se prova di continuo a darsi un “tono” più “istituzionale”, come sappiamo bene anche in Italia. In entrambi i land si attesta al 18%, risultando così il secondo partito in Assia e il terzo in Baviera.
Soprattutto, però, pone un’ipoteca seria in vista delle elezioni europee e in caso di crisi del governo “semaforo”, visto che nei land orientali i neofascisti sono molto più forti che non dove si è votato ieri.
Sulle ragioni di questa ascesa non ci sono particolari novità. Il generale peggioramento delle condizioni di vita e salariali (avviato venti anni fa con le “riforme Harz”, che hanno legalizzato la precarietà lavorativa), nonostante un salario minimo che ci dovrebbe fare invidia (oltre 12 euro l’ora, ma sarà aumentato presto a 14); la riduzione dell’occupazione di buona qualità (il settore auto, per esempio, va riducendo di continuo il personale, anche solo non sostituendo chi va in pensione).
Il tutto gestito, come in Italia, come una conseguenza dell’immigrazione – soprattutto dai paesi dell’Est e dall’Ucraina, anche se la “narrazione” razzista si concentra soprattutto sui “diversamente colorati” che sono arrivati attraverso la “rotta balcanica” – e della concorrenza salariale al ribasso.
Un quadro che va peraltro peggiorando rapidamente, visto che proprio oggi Destatis, l’agenzia federale di statistica, ha ufficializzato l’ennesimo calo della produzione industriale (-0,2% ad agosto, ma -2% su base annua), rafforzando così il timore per i rischi di recessione piena per la prima economia dell’area euro.
E se la prima vacilla, le altre non possono certo andare meglio (come ottusamente continua a raccontare l’entourage meloniano, forse non consapevole che l’industria italiana residua è in gran parte “contoterzista” delle filiere produttive tedesche).
Quel che è chiaro, però, è che la “marea nera” non si arresta riproponendo gli atteggiamenti e le politiche neoliberiste che la stanno facendo gonfiare. Forse è il caso di rompere i confini stretti in cui è stato rinchiuso il conflitto sociale...
Non è impossibile, in un terremoto di queste dimensioni.
Fonte
Le scosse telluriche, nel Vecchio Continente, vanno destabilizzando anche la Germania, primo motore del “modello mercantilista” e neoliberista che ha affossato il “modello sociale europeo” di stampo socialdemocratico (e democristiano).
I problemi economici creati dalla crisi generale e, in particolare, dal combinato disposto tra sabotaggio del gasdotto North Stream (realizzato dagli “alleati” Usa-Gb-Ucraina) e forti restrizioni all’interscambio con Russia e Cina (primi mercati di sbocco e/o di rifornimento) stanno rovesciandosi inevitabilmente anche sugli equilibri politici. Sconvolgendoli.
Le elezioni regionali di ieri, in Assia e Baviera (due land “occidentali”, ad alto reddito), hanno decretato la crisi dei partiti attualmente al governo (l’impresentabile “coalizione semaforo” tra socialdemocratici, verdi e liberali).
Tutte e tre le formazioni hanno perso terreno in misura traumatica. I liberali del Fdp (in fondo i più “coerenti” con la propria impostazione ufficiale) sono fuori dal “parlamentino” in Baviera e appena sopra la soglia di sbarramento (5%) in Assia.
I Verdi – imitazione quasi abusiva del vecchio movimento ecologista (la loro leader Bearbock è tra i falchi atlantisti più guerrafondai, da ministro degli esteri) – devono registrare un calo al 15,9% in Baviera (nel 2018 il 17,6%), mentre in Assia sono scesi al 15,3% (nel 2018 erano al 19,8%).
Tramortiti soprattutto gli uomini del premier Scholz (Spd). Una bocciatura in particolare per la ministra dell’Interno, Nancy Faeser, principale candidata dell’Spd in Assia. Faeser aveva dichiarato di voler diventare la prima donna a capo del governo regionale dell’Assia, ma non ha convinto l’elettorato.
In Assia i socialdemocratici sono scesi intorno al 15%, uno dei risultati peggiori della loro storia. Ma è in Baviera l’annuncio della catastrofe futura, visto che sono precipitati all’8%.
A “vincere perdendo” è stata la destra democristiana (Cdu e Csu in Baviera), che è arretrata a sua volta in modo consistente. Pur essendo storicamente più di destra rispetto alla gemella federale, la Csu ha preso “solo” il 36,7%, il peggior risultato dal 1958.
In Assia invece ha confermato il primo posto per il primo ministro locale, Boris Rhein, con il 34,5% dei voti.
A trionfare, in questo caso, è stata soprattutto l’estrema destra dell’AfD, non troppo dissimile dalle formazioni neonaziste anche se prova di continuo a darsi un “tono” più “istituzionale”, come sappiamo bene anche in Italia. In entrambi i land si attesta al 18%, risultando così il secondo partito in Assia e il terzo in Baviera.
Soprattutto, però, pone un’ipoteca seria in vista delle elezioni europee e in caso di crisi del governo “semaforo”, visto che nei land orientali i neofascisti sono molto più forti che non dove si è votato ieri.
Sulle ragioni di questa ascesa non ci sono particolari novità. Il generale peggioramento delle condizioni di vita e salariali (avviato venti anni fa con le “riforme Harz”, che hanno legalizzato la precarietà lavorativa), nonostante un salario minimo che ci dovrebbe fare invidia (oltre 12 euro l’ora, ma sarà aumentato presto a 14); la riduzione dell’occupazione di buona qualità (il settore auto, per esempio, va riducendo di continuo il personale, anche solo non sostituendo chi va in pensione).
Il tutto gestito, come in Italia, come una conseguenza dell’immigrazione – soprattutto dai paesi dell’Est e dall’Ucraina, anche se la “narrazione” razzista si concentra soprattutto sui “diversamente colorati” che sono arrivati attraverso la “rotta balcanica” – e della concorrenza salariale al ribasso.
Un quadro che va peraltro peggiorando rapidamente, visto che proprio oggi Destatis, l’agenzia federale di statistica, ha ufficializzato l’ennesimo calo della produzione industriale (-0,2% ad agosto, ma -2% su base annua), rafforzando così il timore per i rischi di recessione piena per la prima economia dell’area euro.
E se la prima vacilla, le altre non possono certo andare meglio (come ottusamente continua a raccontare l’entourage meloniano, forse non consapevole che l’industria italiana residua è in gran parte “contoterzista” delle filiere produttive tedesche).
Quel che è chiaro, però, è che la “marea nera” non si arresta riproponendo gli atteggiamenti e le politiche neoliberiste che la stanno facendo gonfiare. Forse è il caso di rompere i confini stretti in cui è stato rinchiuso il conflitto sociale...
Non è impossibile, in un terremoto di queste dimensioni.
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15/10/2018
Baviera. Crollano democristiani e Spd, avanzano Verdi e destre
Di sorpresa non si può proprio parlare, stavolta. Le elezioni regionali nel più grande e ricco Land tedesco, la Baviera, consegnano il risultato ampiamente atteso: la rilevante sconfitta dei cristiano-sociali guidati dal ministro dell’interno Horst Seehofer. Perdono infatti per la prima volta la maggioranza assoluta che detenevano fin dal 1950, crollando dall’oltre 47 al 37,3%.
Raddoppiano invece i Verdi, in versione decisamente “moderata”, che diventano la seconda forza del Land e arrivano a sfiorare il 18%. A picco i socialdemocratici dell’Spd, che pagano l’ennesima partecipazione subordinata alla “Grosse Koalition” con Cdu-Csu, guidata da Angela Merkel.
Anche qui avanza l’ultradestra, con l’ingresso nel parlamento regionale di Alternative fur Deutschland, che supera il 10%, ma non sfonda come si era temuto.
Prova vedere il bicchiere mezzo pieno Markus Soeder, candidato presidente della Csu, che ha comunque rivendicato il diritto al governo: “Non è una giornata facile e abbiamo avuto un risultato doloroso. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare”. Soeder ha anche annunciato di “voler parlare con tutti i partiti, ma non con l’Afd”.
I democristiani bavaresi, in effetti, si era posti come soglia-limite quella del 35%, e l’hanno superata, seppur di poco.
Importante, in ottica governo regionale, anche l’affermazione dei Freie Waehler, conservatori abbastanza simili alla Csu, che conquistano l’l’11,6% (+2,6) e potrebbero dunque partecipare a un governo di coalizione con la Csu. I voti non bastano, ma se i liberali (intorno alla soglia del 5%) riusciranno ad avere consiglieri nel Landtag, allora si potrebbe formare un governo locale dal taglio non troppo diverso da quelli precedenti, monocolore.
In alternativa, si potrebbe formare una coalizione con i Verdi. Ma probabilmente questo segnerebbe la fine dell’ascesa di questa formazione, guidata in Baviera dalla 33enne Katharina Schulze.
Sulla situazione tedesca e le possibili conseguenze politiche nazionali – e dunque europee – di questo voto, abbiamo pubblicato ieri una articolata analisi di Giacomo Marchetti.
Fonte
Raddoppiano invece i Verdi, in versione decisamente “moderata”, che diventano la seconda forza del Land e arrivano a sfiorare il 18%. A picco i socialdemocratici dell’Spd, che pagano l’ennesima partecipazione subordinata alla “Grosse Koalition” con Cdu-Csu, guidata da Angela Merkel.
Anche qui avanza l’ultradestra, con l’ingresso nel parlamento regionale di Alternative fur Deutschland, che supera il 10%, ma non sfonda come si era temuto.
Prova vedere il bicchiere mezzo pieno Markus Soeder, candidato presidente della Csu, che ha comunque rivendicato il diritto al governo: “Non è una giornata facile e abbiamo avuto un risultato doloroso. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare”. Soeder ha anche annunciato di “voler parlare con tutti i partiti, ma non con l’Afd”.
I democristiani bavaresi, in effetti, si era posti come soglia-limite quella del 35%, e l’hanno superata, seppur di poco.
Importante, in ottica governo regionale, anche l’affermazione dei Freie Waehler, conservatori abbastanza simili alla Csu, che conquistano l’l’11,6% (+2,6) e potrebbero dunque partecipare a un governo di coalizione con la Csu. I voti non bastano, ma se i liberali (intorno alla soglia del 5%) riusciranno ad avere consiglieri nel Landtag, allora si potrebbe formare un governo locale dal taglio non troppo diverso da quelli precedenti, monocolore.
In alternativa, si potrebbe formare una coalizione con i Verdi. Ma probabilmente questo segnerebbe la fine dell’ascesa di questa formazione, guidata in Baviera dalla 33enne Katharina Schulze.
Sulla situazione tedesca e le possibili conseguenze politiche nazionali – e dunque europee – di questo voto, abbiamo pubblicato ieri una articolata analisi di Giacomo Marchetti.
Fonte
14/10/2018
Germania Anno Zero: la questione tedesca e le elezioni bavaresi
Per comprendere l’attuale contesto tedesco e i rapidi cambiamenti del quadro politico, occorre tenere conto di tre fattori assolutamente rilevanti: il mancato processo di “integrazione” tra l’ex-Germania dell’Est e l'ovest; il rallentamento della “locomotiva” tedesca sul piano della performance economica; la rilevanza delle dinamiche politiche regionali bavaresi nel determinare il quadro della rappresentanza politica complessiva della Germania “post-unitaria”.
È interessante notare come una delle con-cause di questo arretramento economico stia nella diminuzione della domanda interna (minori consumi), che ha nell’immiserimento crescente della popolazione uno dei fattori principali.
La forbice si sta “divaricando” e la questione sociale re-inizia ad essere una delle questioni centrali a cui bisogna rivolgere lo sguardo, pena il condannarsi all’ascesa delle forze dell’estrema destra, come l’AFD – che nei sondaggi ha “superato” in alcune regioni orientali il partito della Merkel – e di Pegida, nonché di rinvigoriti gruppi dichiaratamente neo-nazisti.
Al di là del giudizio complessivo sul movimento politico di Sahra Wagenknecht, il gradimento riscontrato dal lancio di “Aufstehen” è da attribuirsi proprio a questo: la centralità assunta dalla questione sociale, rispetto ai temi “più tradizionali” di una parte della sinistra tedesca.
Secondo ciò che ha anticipato la Reuters questa settimana rispetto alle prospettive di crescita, il surplus della bilancia commerciale tedesca dovrebbe calare nel 2020 al 6,7% del PIL dal 7,9% del 2017.
E se le previsioni sui fondamentali dell’economia differiscono – a seconda di chi le effettua – un dato comune emerge dalle nude cifre: una frenata generale come orizzonte prossimo venturo e il moltiplicarsi delle incognite per il “cuore” dell’economia dell’Unione.
Come vedremo nel dettaglio, la situazione che si è creata in Baviera è utile a comprendere il modo in cui una crisi di consenso a livello regionale metta in discussione un modello di governance, che però è stato una guida per il processo di integrazione europeo.
Se un giornale prestigioso come la Faz (Frankfurter Allgemeine Zeitung) si è interrogato, in un lungo articolo ad inizio ottobre, se non ci sia stata un’umiliazione nel processo di riunificazione che si è trasformata in rabbia, vuol dire che l’establishment tedesco dev’essere seriamente preoccupato per come stanno andando le cose.
Mettiamo in fila i numeri.
Dopo 28 anni i salari reali tra est ed ovest non sono stati parificati, essendo quelli dei lavoratori nell’ex Germania dell’est pari all’82% di quelli dell’ovest.
Particolare non trascurabile, nonostante il differenziale consistente, la parte orientale della Germania non è stata il luogo di investimento privilegiato del capitale tedesco, in quanto la produzione industriale pro-capite risulta tutt’ora pari al 52%, a differenza dei paesi della Mitteleuropa come vedremo.
La disoccupazione – il dato andrebbe decostruito spiegando i criteri di elaborazione di questa cifra – è a pari al 7,6% all’est contro il 5,3% dell’ovest, mentre quella giovanile è il doppio attestandosi nella Germania orientale al 8,4%.
Il prodotto interno lordo orientale (compresa Berlino!) è il 73% rispetto a quello generato in occidente.
L’immissione dei finanziamenti tramite il “Patto di Solidarietà”, per il quale sono stati stanziati 156 miliardi di Euro dal 2005 al 2019, non sembra avere sortito gli effetti sperati.
“Negli ultimi dieci anni – riporta Roberta Miraglia nell’articolo pubblicato il 4 ottobre da IlSole24Ore – a 28 anni dall’unità la Germania è ancora divisa dall’economia, il riavvicinamento ha rallentato e la riduzione della disparità nel PIL pro-capite è stata di 4,2 percentuali. La differenza nel reddito disponibile è più o meno invariata dal 2000.”
Questo vuol dire che “l’integrazione” si è fermata 20 anni fa, nonostante il ciclo economico della locomotiva tedesca, e se si considera l’immiserimento complessivo crescente, vuol dire che le condizioni sono peggiorate.
Questi sono dati che danno un quadro definito della situazione del blocco sociale ad Est, ma ne esiste un altro che è fondamentale: la quasi totale assenza di tedeschi dell’est nell’establishment del paese; che si tratti della politica, dell’economia o dei ranghi dell’esercito. I cittadini dell’Est, sia coloro che sono rimasti nei Länder orientali ma anche quelli che sono emigrati ad Ovest non sono solo semplicemente sotto-rappresentati nella sfera delle élites, ma ne sono di fatto esclusi.
Nel governo Merkel, insieme alla Cancelliera, solo la ministra della famiglia, Franziska Giffey, è nata nella RDT, nel 1979.
Solo l’1,6% dei top manager sono dell’Est, e solo l’1% degli ammiragli e dei generali, mentre da un sondaggio dell’Università di Lipsia, citato nell’articolo sopramenzionato, emerge che: “a Est i due terzi delle posizioni di vertice nelle amministrazioni, in politica, giustizia ed economia risultavano occupati da cittadini nati e cresciuti ad ovest”.
Un ultimo dato sull’immigrazione rende esplicito come il personale politico che governa la Germania abbia “giocato con il fuoco”, e di fatto contribuito a creare la situazione propizia per l’ascesa dell’estrema destra esacerbando le contraddizioni nel corpo sociale.
Lo spopolamento è un dato che ha caratterizzato le regioni della Germania orientale: mentre nel 1991 i cittadini dell’Est erano il 18,3% della popolazione totale oggi sono il 15,2%.
Tra il 2015 e 2016 la Germania ha accolto 1,2 milioni di rifugiati, distribuiti tra i land in proporzione alla popolazione e alla ricchezza. Ma nell’Est, meno densamente popolato, abbondavano gli spazi, devono aver pensato a Berlino.
Nelle regioni orientali, esclusa la Capitale, è arrivato il 20,7% dei richiedenti asilo.
L’Est è stata usato come “valvola di sfogo” per quelle figure escluse dalla fascia medio-alta delle qualifiche professionali che servivano al capitale tedesco ad ovest, relegando ad Est quelle inquadrabili per mansioni “a basso valore” aggiunto che hanno caratterizzato il “non-sviluppo” industriale orientale dopo l’unificazione, spesso con contratti d’apprendistato, come ha messo in evidenza un’inchiesta condotta da Le Monde successiva alle mobilitazioni dell’estrema destra nella Germania orientale.
Se abbiamo cercato di dare un quadro della situazione attuale ad Est, Anschluss di Vladimiro Giacché rimane tutt’ora un punto di riferimento obbligato per capire più approfonditamente le dinamiche del processo di “annessione” della ex Repubblica Democratica Tedesca.
Da settimane la stampa economica ha messo in evidenza lo stato tutt’altro che salutare dell’economia nazionale, sia sotto il punto di vista della produzione industriale sia per ciò che concerne i livelli di indebitamento del sistema bancario.
Diversi cause concorrono a questa “stagnazione”, per cui non si intravedono fattori in grado di invertire la tendenza e marcano a tinte piuttosto fosche le previsioni economiche per gli anni che verranno: la competizione globale dovuta alla guerra dei dazi, che tocca direttamente la Germania, l’incertezza di fronte all’esito delle trattative sulla Brexit – il direttore esecutivo della Bdi (la Confindustria tedesca), Joachim Lang, ha dichiarato che “una hard brexit sarebbe un disastro”, la fine prossima ventura del quantitave easing con l’inizio di una politica monetaria più restrittiva con un probabile impatto su i conti pubblici e dunque sul costo del rifinanziamento del debito pubblico, gli incerti equilibri politici della Grande Coalizione...
In sintesi, se l’economia non cresce o non crescerà quanto previsto, le stime variavano da una previsione iniziale di un più 2,1-2,2% del PIL (e qualche mese fa le stime erano ancora più ottimistiche), a quelle attuali pari a + 1,7%-1,8% per quest’anno e il prossimo (nel 2017 l’aumento è stato pari al 2,2%), vuol dire che il giocattolo si è rotto, ed è tutto un modello che entra in crisi.
Ciò che sta avvenendo in Baviera non fa che contribuire a questa incrinatura.
“La Baviera vota, Berlino trema”, ha detto una delle più popolari conduttrici televisive tedesche, Sandra Maischberger, mercoledì 10 ottobre, restituendo la cifra dell’attuale situazione politica.
Partiamo da un dato: la Baviera è per importanza economica la seconda regione della Germania, con i suoi quasi 600 miliardi d’Euro di Pil, e di conseguenza una delle più importanti dell’Unione Europea (più di 22 dei 28 stati che la compongono); in pratica è il cuore della Mitteleuropa economica.
Questo Land è al centro dell’espansione ad Est dell’economia tedesca, per cui ha svolto un ruolo da pivot con una relativa autonomia in particolare rispetto all’Ungheria e alla Repubblica Ceca, formando insieme all’Austria una macro-regione economica in cui i rapporti politici sono una conseguenza di quelli economici.
La filiera economica che ha il cuore produttivo in Baviera ha le sue estensioni ad Est: l’Ungheria realizza poco meno di un terzo del suo commercio estero con la Germania, di cui metà con il Land bavarese, mentre la metà di quello ceco, di cui un quarto con la Baviera, è realizzato con la Germania.
Circa 4.000 imprese tedesche di media dimensione sono presenti in Ungheria...
Il settore automotive (Audi, Mercedes, BMW), la produzione di macchine utensili e i prodotti elettronici sono al centro di questa dinamica, in cui nelle fabbriche delocalizzate sono prodotti i componenti che vengono poi assemblati in Germania; questi settori hanno avuto come volano l’allargamento ad est del mercato comune, con un differenziale salariale tale per cui un operaio in Ungheria guadagna un quarto di un operaio in Germania, mentre un operaio nella Repubblica ceca guadagna un terzo di quello tedesco.
Come ha dichiarato in una intervista a “Le Monde” Bernard Bauer, presidente della Camera di commercio bavarese a Praga: “la Repubblica ceca è divenuta un sito di produzione high-tech. Molte imprese tedesche localizzate qui, essenzialmente in Boemia occidentale, hanno dei siti di ricerca e sviluppo”.
Veniamo ora alle dinamiche più propriamente politiche.
La CSU bavarese, alleata della CDU di Angela Merkel, è storicamente un modello per le formazioni conservatrici della Mitteleuropa, ed ha accresciuto la sua importanza con la fine della Guerra Fredda, in ragione dell’autonomia di relazioni che realizzava nella sua Ostpolitik, grazie alla stabile occupazione del potere nel Land, dovuta ad una maggioranza assoluta reiterata quasi per sessant’anni, riuscendo ad essere un VolksPartei che raccoglieva il consenso di un ampio blocco sociale – nelle campagne come nelle città – in grado di coniugare un conservatorismo nei valori dell’Heimat con il dinamismo economico che contraddistingue la società bavarese.
La sua parabola politica l’ha portata ad infittire i rapporti con Viktor Orbàn, che a gennaio è stato l’invitato speciale del tradizionale incontro invernale dei deputati della CSU, e con il premier austriaco Sebastien Kurz, che ha annunciato la sua presenza al fianco di M. Söder nella birreria di Monaco dove il candidato della CSU concluderà la sua campagna elettorale. Mentre la frattura con Berlino è tale che per la prima volta Angela Merkel non è stata invitata al meeting finale della CSU prima dello scrutinio, come tradizionalmente avveniva per rimarcare il sostegno della CDU al suo alleato bavarese.
La campagna elettorale del partito conservatore bavarese è stata condotta quasi integralmente sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, facendo propria la retorica dell’estrema destra in un contesto in cui il trattamento dei richiedenti asilo è andato, ed andrà, peggiorando.
Ma il dissanguamento elettorale della CSU non sembra essersi arrestato, travasando consensi verso i Verdi, che nel Land hanno una forte vocazione centrista, e verso l’AFD, che è la “versione originale” di ciò che la CSU sembra voler copiare, e con cui la CSU ha più volte ribadito non volersi alleare, anche se i toni della sua politica migratoria stanno portando ad un divorzio con una parte importante della sua base di consenso, come il clero protestante.
L’emergenza migrazione in Baviera è frutto di una “narrazione tossica” che elude i dati più banali e che serve ad inasprire la condizione dei richiedenti asilo, che dal 1 agosto sono rinchiusi – insieme a chi è in attesa di espulsione perché ha visto rigettata la sua richiesta – in sette “centri” (Anker-Einrichtung) che si estenderanno in altre città della Federazione: sono strutture segregative tese a disincentivare i richiedenti a rimanere in Germania, che in molti casi è stata l’agognata meta finale in cui erano risposte le speranze di chi migrava.
Una recente inchiesta di Mediapart ha svelato la natura di “campo” di tale tipologia di struttura, intervistando alcuni “ospiti” e alcuni volontari che esternamente ad essa promuovono l’integrazione anche grazie all’insegnamento della lingua tedesca.
“Ghetti mentali” li ha definiti un richiedente.
“A livello Federale, la Baviera è insieme al Brandeburgo, il Land meno generoso per ciò che concerne l’asilo: nel 2017, il 31,8% delle 27647 richieste formulate sono state accettate, quando la media nazionale si situa al 43,3%”, riporta Donatien Huet in La questione migratoire met à mal la sempiternelle stabilité politique de la Bavière, in cui indaga in profondità sulle mutazioni della politica bavarese.
Intanto la Germania, che passa per “paese d’accoglienza”, in realtà ha iniziato a rinchiudere in strutture del tutto simili a quelle create dal sistema della “non accoglienza” in Italia, che i recenti provvedimenti legislativi del governo, trasformano in perno della strategia riguardo all’immigrazione.
Come suol dirsi: è il pesce che puzza dalla testa e l’Europa “liberale” di Macron e di frau Merkel non è molto dissimile di quella voluta da Salvini e soci.
Anche in Germania il ceto politico che ha rappresentato il processo di integrazione europea, persino nel suo bastione di stabilità più consolidato come la Baviera, è in profonda crisi.
Il Land tedesco ci offre un punto di vista privilegiato per capire come le forze che stanno portando ad un “bilanciamento a destra” della politica dell’Unione Europea tutta possono essere tranquillamente cooptate all’interno di una nuova strategia di governance; sia che si tratti di sussumere in toto le tematiche proposte dal populismo di destra, sia che si tratti di stabilire alleanze con queste forze.
Resta il fatto che i segnali di una non ripresa economica data da vari fattori, in Germania come altrove, non significano automaticamente che il crescente malessere sociale possa essere capitalizzato solo dalle forze xenofobe e razziste, raccogliendo i frutti di una narrazione costruita ad hoc per depistare il blocco sociale dai responsabili della crisi.
Occorre tessere insieme, come nel famoso componimento di Heine, la maledizione dell’Unione Europea, per un riscatto degli ultimi:
“Una maledizione alla falsa patria,
in cui fioriscono solo onta ed infamia,
dove ogni fiore è precocemente spezzato,
dove marciume e muffa ristorano il verme –
Noi Tessiamo – Tessiamo”
Fonte
È interessante notare come una delle con-cause di questo arretramento economico stia nella diminuzione della domanda interna (minori consumi), che ha nell’immiserimento crescente della popolazione uno dei fattori principali.
La forbice si sta “divaricando” e la questione sociale re-inizia ad essere una delle questioni centrali a cui bisogna rivolgere lo sguardo, pena il condannarsi all’ascesa delle forze dell’estrema destra, come l’AFD – che nei sondaggi ha “superato” in alcune regioni orientali il partito della Merkel – e di Pegida, nonché di rinvigoriti gruppi dichiaratamente neo-nazisti.
Al di là del giudizio complessivo sul movimento politico di Sahra Wagenknecht, il gradimento riscontrato dal lancio di “Aufstehen” è da attribuirsi proprio a questo: la centralità assunta dalla questione sociale, rispetto ai temi “più tradizionali” di una parte della sinistra tedesca.
Secondo ciò che ha anticipato la Reuters questa settimana rispetto alle prospettive di crescita, il surplus della bilancia commerciale tedesca dovrebbe calare nel 2020 al 6,7% del PIL dal 7,9% del 2017.
E se le previsioni sui fondamentali dell’economia differiscono – a seconda di chi le effettua – un dato comune emerge dalle nude cifre: una frenata generale come orizzonte prossimo venturo e il moltiplicarsi delle incognite per il “cuore” dell’economia dell’Unione.
Come vedremo nel dettaglio, la situazione che si è creata in Baviera è utile a comprendere il modo in cui una crisi di consenso a livello regionale metta in discussione un modello di governance, che però è stato una guida per il processo di integrazione europeo.
*****
Se un giornale prestigioso come la Faz (Frankfurter Allgemeine Zeitung) si è interrogato, in un lungo articolo ad inizio ottobre, se non ci sia stata un’umiliazione nel processo di riunificazione che si è trasformata in rabbia, vuol dire che l’establishment tedesco dev’essere seriamente preoccupato per come stanno andando le cose.
Mettiamo in fila i numeri.
Dopo 28 anni i salari reali tra est ed ovest non sono stati parificati, essendo quelli dei lavoratori nell’ex Germania dell’est pari all’82% di quelli dell’ovest.
Particolare non trascurabile, nonostante il differenziale consistente, la parte orientale della Germania non è stata il luogo di investimento privilegiato del capitale tedesco, in quanto la produzione industriale pro-capite risulta tutt’ora pari al 52%, a differenza dei paesi della Mitteleuropa come vedremo.
La disoccupazione – il dato andrebbe decostruito spiegando i criteri di elaborazione di questa cifra – è a pari al 7,6% all’est contro il 5,3% dell’ovest, mentre quella giovanile è il doppio attestandosi nella Germania orientale al 8,4%.
Il prodotto interno lordo orientale (compresa Berlino!) è il 73% rispetto a quello generato in occidente.
L’immissione dei finanziamenti tramite il “Patto di Solidarietà”, per il quale sono stati stanziati 156 miliardi di Euro dal 2005 al 2019, non sembra avere sortito gli effetti sperati.
“Negli ultimi dieci anni – riporta Roberta Miraglia nell’articolo pubblicato il 4 ottobre da IlSole24Ore – a 28 anni dall’unità la Germania è ancora divisa dall’economia, il riavvicinamento ha rallentato e la riduzione della disparità nel PIL pro-capite è stata di 4,2 percentuali. La differenza nel reddito disponibile è più o meno invariata dal 2000.”
Questo vuol dire che “l’integrazione” si è fermata 20 anni fa, nonostante il ciclo economico della locomotiva tedesca, e se si considera l’immiserimento complessivo crescente, vuol dire che le condizioni sono peggiorate.
Questi sono dati che danno un quadro definito della situazione del blocco sociale ad Est, ma ne esiste un altro che è fondamentale: la quasi totale assenza di tedeschi dell’est nell’establishment del paese; che si tratti della politica, dell’economia o dei ranghi dell’esercito. I cittadini dell’Est, sia coloro che sono rimasti nei Länder orientali ma anche quelli che sono emigrati ad Ovest non sono solo semplicemente sotto-rappresentati nella sfera delle élites, ma ne sono di fatto esclusi.
Nel governo Merkel, insieme alla Cancelliera, solo la ministra della famiglia, Franziska Giffey, è nata nella RDT, nel 1979.
Solo l’1,6% dei top manager sono dell’Est, e solo l’1% degli ammiragli e dei generali, mentre da un sondaggio dell’Università di Lipsia, citato nell’articolo sopramenzionato, emerge che: “a Est i due terzi delle posizioni di vertice nelle amministrazioni, in politica, giustizia ed economia risultavano occupati da cittadini nati e cresciuti ad ovest”.
Un ultimo dato sull’immigrazione rende esplicito come il personale politico che governa la Germania abbia “giocato con il fuoco”, e di fatto contribuito a creare la situazione propizia per l’ascesa dell’estrema destra esacerbando le contraddizioni nel corpo sociale.
Lo spopolamento è un dato che ha caratterizzato le regioni della Germania orientale: mentre nel 1991 i cittadini dell’Est erano il 18,3% della popolazione totale oggi sono il 15,2%.
Tra il 2015 e 2016 la Germania ha accolto 1,2 milioni di rifugiati, distribuiti tra i land in proporzione alla popolazione e alla ricchezza. Ma nell’Est, meno densamente popolato, abbondavano gli spazi, devono aver pensato a Berlino.
Nelle regioni orientali, esclusa la Capitale, è arrivato il 20,7% dei richiedenti asilo.
L’Est è stata usato come “valvola di sfogo” per quelle figure escluse dalla fascia medio-alta delle qualifiche professionali che servivano al capitale tedesco ad ovest, relegando ad Est quelle inquadrabili per mansioni “a basso valore” aggiunto che hanno caratterizzato il “non-sviluppo” industriale orientale dopo l’unificazione, spesso con contratti d’apprendistato, come ha messo in evidenza un’inchiesta condotta da Le Monde successiva alle mobilitazioni dell’estrema destra nella Germania orientale.
Se abbiamo cercato di dare un quadro della situazione attuale ad Est, Anschluss di Vladimiro Giacché rimane tutt’ora un punto di riferimento obbligato per capire più approfonditamente le dinamiche del processo di “annessione” della ex Repubblica Democratica Tedesca.
*****
Da settimane la stampa economica ha messo in evidenza lo stato tutt’altro che salutare dell’economia nazionale, sia sotto il punto di vista della produzione industriale sia per ciò che concerne i livelli di indebitamento del sistema bancario.
Diversi cause concorrono a questa “stagnazione”, per cui non si intravedono fattori in grado di invertire la tendenza e marcano a tinte piuttosto fosche le previsioni economiche per gli anni che verranno: la competizione globale dovuta alla guerra dei dazi, che tocca direttamente la Germania, l’incertezza di fronte all’esito delle trattative sulla Brexit – il direttore esecutivo della Bdi (la Confindustria tedesca), Joachim Lang, ha dichiarato che “una hard brexit sarebbe un disastro”, la fine prossima ventura del quantitave easing con l’inizio di una politica monetaria più restrittiva con un probabile impatto su i conti pubblici e dunque sul costo del rifinanziamento del debito pubblico, gli incerti equilibri politici della Grande Coalizione...
In sintesi, se l’economia non cresce o non crescerà quanto previsto, le stime variavano da una previsione iniziale di un più 2,1-2,2% del PIL (e qualche mese fa le stime erano ancora più ottimistiche), a quelle attuali pari a + 1,7%-1,8% per quest’anno e il prossimo (nel 2017 l’aumento è stato pari al 2,2%), vuol dire che il giocattolo si è rotto, ed è tutto un modello che entra in crisi.
Ciò che sta avvenendo in Baviera non fa che contribuire a questa incrinatura.
*****
“La Baviera vota, Berlino trema”, ha detto una delle più popolari conduttrici televisive tedesche, Sandra Maischberger, mercoledì 10 ottobre, restituendo la cifra dell’attuale situazione politica.
Partiamo da un dato: la Baviera è per importanza economica la seconda regione della Germania, con i suoi quasi 600 miliardi d’Euro di Pil, e di conseguenza una delle più importanti dell’Unione Europea (più di 22 dei 28 stati che la compongono); in pratica è il cuore della Mitteleuropa economica.
Questo Land è al centro dell’espansione ad Est dell’economia tedesca, per cui ha svolto un ruolo da pivot con una relativa autonomia in particolare rispetto all’Ungheria e alla Repubblica Ceca, formando insieme all’Austria una macro-regione economica in cui i rapporti politici sono una conseguenza di quelli economici.
La filiera economica che ha il cuore produttivo in Baviera ha le sue estensioni ad Est: l’Ungheria realizza poco meno di un terzo del suo commercio estero con la Germania, di cui metà con il Land bavarese, mentre la metà di quello ceco, di cui un quarto con la Baviera, è realizzato con la Germania.
Circa 4.000 imprese tedesche di media dimensione sono presenti in Ungheria...
Il settore automotive (Audi, Mercedes, BMW), la produzione di macchine utensili e i prodotti elettronici sono al centro di questa dinamica, in cui nelle fabbriche delocalizzate sono prodotti i componenti che vengono poi assemblati in Germania; questi settori hanno avuto come volano l’allargamento ad est del mercato comune, con un differenziale salariale tale per cui un operaio in Ungheria guadagna un quarto di un operaio in Germania, mentre un operaio nella Repubblica ceca guadagna un terzo di quello tedesco.
Come ha dichiarato in una intervista a “Le Monde” Bernard Bauer, presidente della Camera di commercio bavarese a Praga: “la Repubblica ceca è divenuta un sito di produzione high-tech. Molte imprese tedesche localizzate qui, essenzialmente in Boemia occidentale, hanno dei siti di ricerca e sviluppo”.
Veniamo ora alle dinamiche più propriamente politiche.
La CSU bavarese, alleata della CDU di Angela Merkel, è storicamente un modello per le formazioni conservatrici della Mitteleuropa, ed ha accresciuto la sua importanza con la fine della Guerra Fredda, in ragione dell’autonomia di relazioni che realizzava nella sua Ostpolitik, grazie alla stabile occupazione del potere nel Land, dovuta ad una maggioranza assoluta reiterata quasi per sessant’anni, riuscendo ad essere un VolksPartei che raccoglieva il consenso di un ampio blocco sociale – nelle campagne come nelle città – in grado di coniugare un conservatorismo nei valori dell’Heimat con il dinamismo economico che contraddistingue la società bavarese.
La sua parabola politica l’ha portata ad infittire i rapporti con Viktor Orbàn, che a gennaio è stato l’invitato speciale del tradizionale incontro invernale dei deputati della CSU, e con il premier austriaco Sebastien Kurz, che ha annunciato la sua presenza al fianco di M. Söder nella birreria di Monaco dove il candidato della CSU concluderà la sua campagna elettorale. Mentre la frattura con Berlino è tale che per la prima volta Angela Merkel non è stata invitata al meeting finale della CSU prima dello scrutinio, come tradizionalmente avveniva per rimarcare il sostegno della CDU al suo alleato bavarese.
La campagna elettorale del partito conservatore bavarese è stata condotta quasi integralmente sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, facendo propria la retorica dell’estrema destra in un contesto in cui il trattamento dei richiedenti asilo è andato, ed andrà, peggiorando.
Ma il dissanguamento elettorale della CSU non sembra essersi arrestato, travasando consensi verso i Verdi, che nel Land hanno una forte vocazione centrista, e verso l’AFD, che è la “versione originale” di ciò che la CSU sembra voler copiare, e con cui la CSU ha più volte ribadito non volersi alleare, anche se i toni della sua politica migratoria stanno portando ad un divorzio con una parte importante della sua base di consenso, come il clero protestante.
L’emergenza migrazione in Baviera è frutto di una “narrazione tossica” che elude i dati più banali e che serve ad inasprire la condizione dei richiedenti asilo, che dal 1 agosto sono rinchiusi – insieme a chi è in attesa di espulsione perché ha visto rigettata la sua richiesta – in sette “centri” (Anker-Einrichtung) che si estenderanno in altre città della Federazione: sono strutture segregative tese a disincentivare i richiedenti a rimanere in Germania, che in molti casi è stata l’agognata meta finale in cui erano risposte le speranze di chi migrava.
Una recente inchiesta di Mediapart ha svelato la natura di “campo” di tale tipologia di struttura, intervistando alcuni “ospiti” e alcuni volontari che esternamente ad essa promuovono l’integrazione anche grazie all’insegnamento della lingua tedesca.
“Ghetti mentali” li ha definiti un richiedente.
“A livello Federale, la Baviera è insieme al Brandeburgo, il Land meno generoso per ciò che concerne l’asilo: nel 2017, il 31,8% delle 27647 richieste formulate sono state accettate, quando la media nazionale si situa al 43,3%”, riporta Donatien Huet in La questione migratoire met à mal la sempiternelle stabilité politique de la Bavière, in cui indaga in profondità sulle mutazioni della politica bavarese.
Intanto la Germania, che passa per “paese d’accoglienza”, in realtà ha iniziato a rinchiudere in strutture del tutto simili a quelle create dal sistema della “non accoglienza” in Italia, che i recenti provvedimenti legislativi del governo, trasformano in perno della strategia riguardo all’immigrazione.
Come suol dirsi: è il pesce che puzza dalla testa e l’Europa “liberale” di Macron e di frau Merkel non è molto dissimile di quella voluta da Salvini e soci.
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Anche in Germania il ceto politico che ha rappresentato il processo di integrazione europea, persino nel suo bastione di stabilità più consolidato come la Baviera, è in profonda crisi.
Il Land tedesco ci offre un punto di vista privilegiato per capire come le forze che stanno portando ad un “bilanciamento a destra” della politica dell’Unione Europea tutta possono essere tranquillamente cooptate all’interno di una nuova strategia di governance; sia che si tratti di sussumere in toto le tematiche proposte dal populismo di destra, sia che si tratti di stabilire alleanze con queste forze.
Resta il fatto che i segnali di una non ripresa economica data da vari fattori, in Germania come altrove, non significano automaticamente che il crescente malessere sociale possa essere capitalizzato solo dalle forze xenofobe e razziste, raccogliendo i frutti di una narrazione costruita ad hoc per depistare il blocco sociale dai responsabili della crisi.
Occorre tessere insieme, come nel famoso componimento di Heine, la maledizione dell’Unione Europea, per un riscatto degli ultimi:
“Una maledizione alla falsa patria,
in cui fioriscono solo onta ed infamia,
dove ogni fiore è precocemente spezzato,
dove marciume e muffa ristorano il verme –
Noi Tessiamo – Tessiamo”
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11/01/2018
Germania. La politica ha un prezzo, e l’industria lo paga volentieri
Nel 2017, le aziende metalmeccaniche ed elettriche del sud della Germania hanno generosamente finanziato, con oltre 1,3 milioni di euro, cinque partiti rappresentati al Bundestag. I finanziamenti, arrivati alla fine dell’anno, sono stati resi pubblici sul sito web del Bundestag. Gran parte della somma viene dalla Confederazione bavarese degli industriali metalmeccanici ed elettrici (VEM), alla quale aderiscono 640 aziende. La prima beneficiaria è la CSU, ala bavarese della Democrazia Cristiana tedesca (CDU) guidata dalla signora Merkel, alla quale sono andati 650.000 euro. Seguono i liberali (FDP), con 150.000 euro, quindi i Verdi e i socialdemocratici (SPD), che hanno dovuto accontentarsi di 60.000 euro ciascuno. La legge obbliga a comunicare subito i nomi dei donatori per cifre superiori a 50.000 euro. L’amministrazione federale provvede alla loro pubblicazione.
E’ ovvio che, all’inizio delle trattative per la formazione del governo, la VEM ha voluto rinfrescare la memoria dei potenziali membri della coalizione. Sembra inoltre che gli industriali guardino alle elezioni bavaresi, che si svolgeranno il 14 ottobre prossimo, con un certo interesse. Negli anni scorsi la Confederazione aveva fatto pervenire finanziamenti consistenti anzitutto alla CSU, che governava da sola, e alla FDP, che aveva raggiunto il governo regionale successivamente. Adesso, tuttavia, secondo i sondaggi le future maggioranze nel governo bavarese non sono chiare. Dopo le elezioni, sembra che non sia possibile escludere una partecipazione della SPD o dei Verdi ad un governo presieduto dalla CSU.
Si tratta di finanziamenti degni di nota anche perché fra gli aderenti alla VEM ci sono, fra gli altri, fabbricanti di armi. Nel rapporto della Confederazione vengono citati come membri della presidenza rappresentanti di Airbus Defence and Space Srl e Diehl Stiftung & Co. Sas. La Airbus SE, che è prima in Europa nella costruzione aeronautica e spaziale e seconda in quella degli armamenti, produce, oltre ad aerei da combattimento, anche elicotteri militari. Diehl è un gruppo di imprese di Norimberga. Una parte, che produce fra l’altro missili aria-aria, è costituita da Diehl Defence, con sede nel Baden-Württemberg. Anche la MTU Engines SpA, con sede a Monaco, che si concentra sull’aeronautica civile e militare, secondo il suo « Rapporto di sostenibilità » del 2016, è legata alla Confederazione delle imprese bavaresi.
L’industria degli armamenti ha un ruolo importante per la Baviera. Vi risiedono quattro dei sei maggiori fabbricanti di armi tedeschi. Oltre ad Airbus, Diehl e MTU, anche Krauss-Maffei Wegmann, con sede a Monaco. Dalla risposta a un’interpellanza del gruppo parlamentare dei Verdi al governo federale risulta che, nel 2016, il 32,8% delle singole autorizzazioni tedesche per l’esportazione di armamenti provengono dalla Baviera. Per le autorizzazioni collettive , la quota sale al 54%. E’ interesse delle aziende che anche il prossimo governo federale contribuisca al riarmo di dittature amiche. La richiesta è in aumento.
Le imprese desiderano, inoltre, che la politica del Land crei le migliori condizioni, anche in termini di localizzazione, per la produzione delle armi. Finora, la CSU è stata un collaboratore più che affidabile. Nel 2013 il governo regionale aveva sostenuto la costruzione del Ludwig-Bolkow-Campus sui terreni dell’Airbus, a Ottobrunn presso Monaco, dove la ricerca civile e quella militare vanno a braccetto. Nei progetti che vi vengono realizzati il Land investe milioni.
Alla fine dell’anno scorso, oltre a quella bavarese, anche la Confederazione degli industriali metalmeccanici del sud-ovest ha finanziato i partiti con centinaia di migliaia di euro. 150.000 sono andati alla CDU, 110.000 ciascuno a FDP e Verdi e 60.000 alla SPD. Anche nella Confederazione del sud-ovest della Germania è presente l’industria degli armamenti. Fra i suoi aderenti ci sono Diehl Defence e i fabbricanti d’armi Heckler und Koch. I rapporti con il presidente del Consiglio dei ministri del Baden-Württemberg, Winfried Kretschmann, sono eccellenti. Kretschmann (uno dei fondatori del partito dei Verdi) aveva confidato alloSpiegel qualche tempo fa che la presenza dell’industria degli armamenti nel Land da lui governato “non gli crea alcun problema”.
Fonte
E’ ovvio che, all’inizio delle trattative per la formazione del governo, la VEM ha voluto rinfrescare la memoria dei potenziali membri della coalizione. Sembra inoltre che gli industriali guardino alle elezioni bavaresi, che si svolgeranno il 14 ottobre prossimo, con un certo interesse. Negli anni scorsi la Confederazione aveva fatto pervenire finanziamenti consistenti anzitutto alla CSU, che governava da sola, e alla FDP, che aveva raggiunto il governo regionale successivamente. Adesso, tuttavia, secondo i sondaggi le future maggioranze nel governo bavarese non sono chiare. Dopo le elezioni, sembra che non sia possibile escludere una partecipazione della SPD o dei Verdi ad un governo presieduto dalla CSU.
Si tratta di finanziamenti degni di nota anche perché fra gli aderenti alla VEM ci sono, fra gli altri, fabbricanti di armi. Nel rapporto della Confederazione vengono citati come membri della presidenza rappresentanti di Airbus Defence and Space Srl e Diehl Stiftung & Co. Sas. La Airbus SE, che è prima in Europa nella costruzione aeronautica e spaziale e seconda in quella degli armamenti, produce, oltre ad aerei da combattimento, anche elicotteri militari. Diehl è un gruppo di imprese di Norimberga. Una parte, che produce fra l’altro missili aria-aria, è costituita da Diehl Defence, con sede nel Baden-Württemberg. Anche la MTU Engines SpA, con sede a Monaco, che si concentra sull’aeronautica civile e militare, secondo il suo « Rapporto di sostenibilità » del 2016, è legata alla Confederazione delle imprese bavaresi.
L’industria degli armamenti ha un ruolo importante per la Baviera. Vi risiedono quattro dei sei maggiori fabbricanti di armi tedeschi. Oltre ad Airbus, Diehl e MTU, anche Krauss-Maffei Wegmann, con sede a Monaco. Dalla risposta a un’interpellanza del gruppo parlamentare dei Verdi al governo federale risulta che, nel 2016, il 32,8% delle singole autorizzazioni tedesche per l’esportazione di armamenti provengono dalla Baviera. Per le autorizzazioni collettive , la quota sale al 54%. E’ interesse delle aziende che anche il prossimo governo federale contribuisca al riarmo di dittature amiche. La richiesta è in aumento.
Le imprese desiderano, inoltre, che la politica del Land crei le migliori condizioni, anche in termini di localizzazione, per la produzione delle armi. Finora, la CSU è stata un collaboratore più che affidabile. Nel 2013 il governo regionale aveva sostenuto la costruzione del Ludwig-Bolkow-Campus sui terreni dell’Airbus, a Ottobrunn presso Monaco, dove la ricerca civile e quella militare vanno a braccetto. Nei progetti che vi vengono realizzati il Land investe milioni.
Alla fine dell’anno scorso, oltre a quella bavarese, anche la Confederazione degli industriali metalmeccanici del sud-ovest ha finanziato i partiti con centinaia di migliaia di euro. 150.000 sono andati alla CDU, 110.000 ciascuno a FDP e Verdi e 60.000 alla SPD. Anche nella Confederazione del sud-ovest della Germania è presente l’industria degli armamenti. Fra i suoi aderenti ci sono Diehl Defence e i fabbricanti d’armi Heckler und Koch. I rapporti con il presidente del Consiglio dei ministri del Baden-Württemberg, Winfried Kretschmann, sono eccellenti. Kretschmann (uno dei fondatori del partito dei Verdi) aveva confidato alloSpiegel qualche tempo fa che la presenza dell’industria degli armamenti nel Land da lui governato “non gli crea alcun problema”.
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12/07/2015
Ridurre il debito? All'Austria si può...
Pecunia non olet, ma il debito puzza sempre. Però ci vuole fiuto per distinguere un debito dall'odore insopportabile e uno che vabbé, non è proprio Chanel numero 5 ma quasi...
Metafore? Mica tanto. Il giornale economico francese La Tribune rivela che lo "Stato federale della Carinzia" (regione austriaca nota anche per aver partorito uno dei primi populisti fascisti dell'ultimo ventennio, Jorg Heider) si ritrova con un debito piuttosto serio nei confronti di un altro stato federale. Non austriaco, come si potrebbe pensare, ma tedesco. E non uno staterello federale minore, ma nientepopodimeno che la Baviera, governata da sempre dalla Csu, ovvero democristiani criptofascisti che sbarrano gli occhi per l'orrore quando sentono parlare di "piani di aiuto" verso la Grecia o altri paesi "meridionali".
La storia di questo debito è assolutamente identica a tante altre: una banca, una gestione clientelare orientata dalla "politica", molta corruzione, investimenti folli, socializzazione delle perdite a carico dello Stato, ecc; ed è stata così efficacemente riassunta dal giornale eunews.it/:
La cifra che si vorrebbe veder tagliata è certo più bassa (la Carinzia conta ancora meno della Grecia, quanto a percentuali del Pil europeo): appena un miliardo e mezzo, euro più euro meno.
La questione, pur riguardando uno stato federale (o una regione, nella nostra terminologia, anche se l'assetto istituzionale è molto diverso), è chiaramente di livello politico nazionale; quindi è stata portata all'attenzione di Angela Merkel e del terribile Wolfgang Schaeuble.
Come pensate che abbiano risposto? Che i debiti sono debiti e vanno ripagati per intero, spremendo la popolazione interna fino a costringerla a emigrare?
Nein. Un austriaco non è un greco, vale di più agli occhi di un tedesco (in fondo un anschluss glielo hanno già imposto una volta, nel 1938, ma quello era più terribile di Schaeuble, forse). Quindi, vabbè, non è proprio una procedura che ci piace, ma in fondo che c'è di male, tra noi che parliamo la stessa lingua?
Siccome al ridicolo dei "due pesi, due misure" non c'è limite, la Merkel ha trovato persino qualcuno "più a sinistra" di lei in questa faccenda. Gli stessi bavaresi che vorrebbero la Grecia appesa per i piedi fuori dalla porta della Ue, hanno immediatamente rilanciato: macché sconto sul debito, ai carinziani glielo abboniamo del tutto!
Fonte
Metafore? Mica tanto. Il giornale economico francese La Tribune rivela che lo "Stato federale della Carinzia" (regione austriaca nota anche per aver partorito uno dei primi populisti fascisti dell'ultimo ventennio, Jorg Heider) si ritrova con un debito piuttosto serio nei confronti di un altro stato federale. Non austriaco, come si potrebbe pensare, ma tedesco. E non uno staterello federale minore, ma nientepopodimeno che la Baviera, governata da sempre dalla Csu, ovvero democristiani criptofascisti che sbarrano gli occhi per l'orrore quando sentono parlare di "piani di aiuto" verso la Grecia o altri paesi "meridionali".
La storia di questo debito è assolutamente identica a tante altre: una banca, una gestione clientelare orientata dalla "politica", molta corruzione, investimenti folli, socializzazione delle perdite a carico dello Stato, ecc; ed è stata così efficacemente riassunta dal giornale eunews.it/:
Protagonista della complicata vicenda è la banca Hypo Group Alpe Adria, una delle più attive dell’Austria a inizio anni 2000. Fino al 2007 le quote di maggioranza dell’istituto erano nelle mani del land austriaco della Carinzia, all’epoca guidato dall’astro nascente della politica di estrema destra Jörg Haider (morto nel 2008 in un incidente stradale). Nel marzo 2007 la Carinzia ha venduto le sue quote alla banca regionale pubblica bavarese Bayerische Landesbank (BayernLB). Lo scoppio della crisi finanziaria mondiale ha poi fatto il resto. La BayernLB si è presto trovata in difficoltà, mentre la Hypo Group Alpe Adria ha cominciato a essere sommersa dai debiti che non è più stata in grado di ripagare. Davanti a una situazione diventata ormai ingestibile, nel dicembre 2009 la Carinzia ha deciso di nazionalizzare la banca comprandola al prezzo simbolico di un euro.Ognuno ha le tasche che ha, e quindi la Carinzia ha chiesto alla Baviera di... ristrutturare il debito. Proprio come Atene con l'Unione Europea.
Poco tempo dopo lo stato federale austriaco ha creato la “bad bank” Heta, per concentrare al suo interno tutti i risultati di una spregiudicata malagestione finanziaria della Hypo Group Alpe Adria durata quasi un decennio. Tutto sembrava avviarsi pian piano verso una soluzione quando, nel marzo scorso, è arrivata l’ennesima cattiva notizia: nei conti dell’Heta viene scovato un nuovo buco da 7,6 miliardi di euro, pari al 2,3% del Pil austriaco. A questo punto la Austrian Financial Market Authority (FMA) non ha potuto fare altro che sospendere qualsiasi pagamento ai creditori fino a marzo 2016, cercando nel frattempo di ottenere una ristrutturazione del debito cresciuto ormai a dismisura.
L’8 maggio l’ennesima tegola cade sulla testa dello Stato austriaco. La Corte regionale di Monaco ha condannato Vienna a pagare 2,75 miliardi di euro alla BayernLB, pari alla cifra (più interessi) che la banca bavarese aveva versato nelle casse della Hypo Group Alpe Adria nel 2009 per tentare di risollevarla dalla tremenda crisi nella quale era piombata. Soldi, ovviamente, mai restituiti. “Ora l’Austria deve assumersi le proprie responsabilità e ripagare i suoi debiti” ha dichiarato dopo la sentenza Johannes-Joerg Riegler, Chief Executive di BayernLB. I legali di Heta hanno subito presentato ricorso alla Corte Suprema e intanto l’Austria ha detto che non pagherà. “Il Governo non butterà un altro euro dei contribuenti nell’Heta” commentò il ministro delle Finanze autriaco, Jörg Schelling. Il rischio era quello di portare al fallimento lo Stato federale della Carinzia.
La cifra che si vorrebbe veder tagliata è certo più bassa (la Carinzia conta ancora meno della Grecia, quanto a percentuali del Pil europeo): appena un miliardo e mezzo, euro più euro meno.
La questione, pur riguardando uno stato federale (o una regione, nella nostra terminologia, anche se l'assetto istituzionale è molto diverso), è chiaramente di livello politico nazionale; quindi è stata portata all'attenzione di Angela Merkel e del terribile Wolfgang Schaeuble.
Come pensate che abbiano risposto? Che i debiti sono debiti e vanno ripagati per intero, spremendo la popolazione interna fino a costringerla a emigrare?
Nein. Un austriaco non è un greco, vale di più agli occhi di un tedesco (in fondo un anschluss glielo hanno già imposto una volta, nel 1938, ma quello era più terribile di Schaeuble, forse). Quindi, vabbè, non è proprio una procedura che ci piace, ma in fondo che c'è di male, tra noi che parliamo la stessa lingua?
Siccome al ridicolo dei "due pesi, due misure" non c'è limite, la Merkel ha trovato persino qualcuno "più a sinistra" di lei in questa faccenda. Gli stessi bavaresi che vorrebbero la Grecia appesa per i piedi fuori dalla porta della Ue, hanno immediatamente rilanciato: macché sconto sul debito, ai carinziani glielo abboniamo del tutto!
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