Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/02/2026

Libano - Israele avvelena le terre del sud per renderle invivibili

Israele sta provando a trasformare il sud del Libano in una zona a tossicità controllata, aggiungendo alle bombe – sganciate in spregio al cessate il fuoco – la guerra chimica per il ridisegno geografico e demografico del territorio. Secondo i rapporti dei caschi blu dell’Unifil, l’aviazione israeliana sta sganciando sostanze non identificate lungo la frontiera, all’interno del territorio libanese, costringendo la missione Onu a una ritirata senza precedenti da un terzo della sua area operativa e alla sospensione di ogni pattugliamento in settori ormai inaccessibili per gli stessi garanti della tregua. È l’accusa mossa dal presidente libanese Joseph Aoun, che ha definito l’irrorazione di glifosato da parte di Israele “un crimine ambientale e sanitario contro i libanesi e la loro terra”.

Non si tratta di una sperimentazione isolata, ma di una fase degli obiettivi militari israeliani, che vede la missione delle Nazioni Unite e l’esercito libanese ridotti a raccogliere campioni di suolo nel tentativo di identificare l’ecocidio. La gravità della situazione era stata subito confermata dalla ministra dell’Ambiente libanese, Tamara Zein, che ha denunciato come gli aerei israeliani abbiano irrorato sostanze simili a pesticidi o agenti chimici non identificati sopra il villaggio di Aita al-Shaab e altre zone limitrofe, ordinando analisi immediate per accertare le tossicità. L’Unifil ha precisato che l’esercito israeliano aveva preavvisato la missione di un’attività aerea per il rilascio di sostanze definite “non tossiche”, intimando però ai soldati Onu di restare al riparo nei bunker, un ordine che ha paralizzato le operazioni internazionali per oltre nove ore. Nonostante la richiesta di spiegazioni, Tel Aviv non ha condiviso alcuna notizia sull’origine delle sostanze chimiche, né sullo scopo del loro utilizzo.

Nel tardo pomeriggio di mercoledì è arrivato l’annuncio congiunto dei Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente, i quali hanno confermato che le sostanze nebulizzate dai velivoli israeliani su diversi centri di confine nella giornata di domenica consistono in concentrazioni abnormi di glifosato. La nota ufficiale precisa che l’analisi dei campioni ha rivelato livelli dell’erbicida superiori tra le venti e le trenta volte rispetto agli standard di tolleranza comunemente accettati, descrivendo quindi una deliberata contaminazione chimica. Aoun ha dichiarato che l’azione non è una semplice violazione della sovranità territoriale, ma un preciso crimine sanitario e sociale ai danni della popolazione libanese. Le operazioni di irrorazione hanno interessato centri nevralgici come Aita al-Shaab, Ramieh e Marwanieh, nel distretto di Bint Jbeil, scatenando l’immediata reazione dei residenti che hanno documentato l’accaduto sollecitando l’intervento delle autorità.

L’obiettivo denunciato dai gruppi ambientalisti come Green Southerners è la neutralizzazione definitiva dei terreni agricoli e la creazione di un ambiente ostile alla vita umana per un tempo indefinito. È la strategia della “terra bruciata”, che trova riscontri anche nel sud della Siria: l’esercito israeliano sta utilizzando le stesse sostanze sui territori siriani che ha dichiarato di voler “svuotare”, e per i quali ha emesso ordini di evacuazione (totalmente illegali).

Trasformare il sud del Libano in una “terra morta” è, insieme, un’arma di pressione utilizzata per ottenere lo sgombero delle Nazioni Unite – evitando un attacco frontale – e rendere fisicamente impossibile il rientro delle decine di migliaia di sfollati libanesi, i quali, al termine delle ostilità, troverebbero ad attenderli solo una terra sterile.

Le autorità hanno avvertito di “potenziali rischi per la salute e l’ambiente che potrebbero colpire l’acqua, il suolo e la catena alimentare”, annunciando azioni legali e diplomatiche per “difendere il diritto dei libanesi alla loro terra e per sfidare l’ecocidio commesso dal nemico israeliano”.

Il Ministero dell’ambiente ha annunciato che effettuerà una raccolta dati precisa sulle sostanze utilizzate da Israele, confrontandole con quelle presenti nella lista delle sostanze non permesse dal diritto internazionale. Tutti risultati, compresi quelli sui danni ambientali, verranno raccolti in una documentazione approfondita che verrà in seguito presentata a corredo di una denuncia ufficiale al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

L’avvelenamento delle falde e la distruzione delle colture mirano a recidere il legame tra la popolazione e il territorio, trasformando tutta l’area di confine del Paese in una fascia morta, dove la vita civile non potrà più mettere radici. Questa tattica, definita dall’Onu come una violazione della risoluzione 1701 e dell’accordo di cessate il fuoco del novembre 2024, non serve alla guerra di Tel Aviv contro a Hezbollah ma a creare una “zona cuscinetto” dove prima esisteva una comunità agricola, imponendo un fatto compiuto, nel silenzio di una diplomazia internazionale incapace di proteggere i propri mandati.

Fonte

10/07/2021

Gli studi sul glifosato in Europa non sono affidabili

Il glifosato è il pesticida più utilizzato al mondo. L’esposizione a erbicidi a base di glifosato è stata collegata ad alcuni tipi di cancro, nonché a effetti negativi sullo sviluppo e sul sistema ormonale.

Prima di proprietà della Monsanto e poi della Bayer, in Europa il prodotto è conosciuto come Roundup e ne è stato autorizzato l’uso fino a dicembre 2022. Sulla sua letalità, lo scomparso prof. Roberto Suozzi aveva scritto ampiamente sul nostro giornale.

Nel 2018, un Tribunale di San Francisco condannò la Monsanto a versare ad un giardiniere invalidato dall’uso di glifosato 289 milioni di dollari di risarcimento danni, di cui 250 a titolo di “danni punitivi” (ridotti in appello a 39, per un risarcimento finale di 78 milioni).

La sentenza del sig. Johnson ha creato un precedente, ripreso da altri provvedimenti analoghi in risposta a migliaia di azioni legali di persone in condizioni più o meno simili a quelle del giardiniere californiano. A finire nel mirino dei risarcimenti è stata la multinazionale tedesca Bayer, che nel frattempo aveva acquisito la multinazionale Usa.

La Bayer, acquisendo la Monsanto nel 2018 (pagata 63 miliardi di dollari) pensava di aver fatto l’affare del secolo. Non solo, in qualche modo la Commissione europea che prima aveva stoppato l’uso del glifosato della Monsanto in Europa, “curiosamente” cambiò opinione quando la proprietà passò nelle mani della tedesca Bayer, giungendo ad autorizzarne l’uso per quindici anni, poi ridotti a cinque su pressioni delle associazioni ambientaliste.

La scadenza dell’autorizzazione europea è fissata per dicembre 2022 e già sono in corso le grandi manovre per rinnovarla.

Ma intanto la Bayer ha dovuto raggiungere, con le vittime che avevano denunciato i danni del glifosato, un pagamento risarcitorio tra gli 8,8 e i 9,6 miliardi. Mentre altri 1,25 miliardi sono destinati a un’intesa per coprire future denunce e a finanziare studi sui rischi associati al glifosato.

Nel marzo 2019 una sentenza della Corte di giustizia europea affermava che l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) avrebbe dovuto pubblicare tutti gli studi (segreti) sui rischi di cancro provocato dal glifosato.

L’Ong SumOfUs ha richiesto all’EFSA 54 studi di genotossicità e ha avviato un’azione di finanziamento pubblico per poter pagare scienziati indipendenti per lo screening di questi studi.

Adesso è stato reso pubblico uno studio denominato “Evaluation of the scientific quality of studies concerning genotoxic properties of glyphosate” condotto da Armen Nersesyan e Siegfried Knasmueller, due noti esperti di genotossicità, dell’Institute of Cancer Research della Medizinische Univerität Wien.

Secondo questo studio “Non meno di 34 dei 53 studi di genotossicità finanziati dall’industria utilizzati per l’attuale autorizzazione dell’Ue del glifosato sono stati identificati come “non affidabili”, a causa di sostanziali deviazioni dalle linee guida per i test dell’OCSE, che potrebbero compromettere la sensibilità e la precisione del sistema di prova. Per quanto riguarda il resto dei 53 studi, 17 erano “parzialmente affidabili” e solo 2 studi “affidabili” da un punto di vista metodologico”.

Sono in molti a chiedere all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) di tenere conto di queste nuove scoperte nella nuova procedura di autorizzazione del glifosato. I risultati appaiono molto preoccupanti dal punto di vista ambientale e sanitario.

La Commissione Europea e gli Stati membri si stanno preparando per rivedere l’attuale autorizzazione al glifosato, in scadenza il 15 dicembre 2022. E le multinazionali che lo producono e lo vendono stanno premendo pesantemente per rinnovarla.

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26/06/2020

Glifosato. Doppio regime per la Bayer tra Usa e Ue

La multinazionale chimico-farmaceutico tedesca Bayer ha reso noto di aver raggiunto un accordo con i querelanti per chiudere le cause in corso negli Stati Uniti relative all’erbicida glifosato.

La questione del glifosato si è aperta dopo l’acquisizione della statunitense Monsanto da parte della Bayer nel 2018. Il diserbante, noto come Roundup, veniva prodotto e venduto diffusamente dalla multinazionale statunitense ed erano state avviate diverse class action contro di essa.

I querelanti ritengono che l’erbicida sia responsabile dei loro tumori, mentre la Bayer, che nega ogni nesso di causalità, ha già perso diverse cause relative al glifosato.

Secondo quanto riferisce il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, la Bayer si è impegnata a versare fino a 9,6 miliardi di dollari, mentre altri 1,25 miliardi di dollari saranno resi disponibili a tutti i futuri querelanti.

L’accordo non chiude però tutte le cause in corso negli Usa contro la Bayer per il glifosato. Vi sono ancora 30 mila casi in cui gli avvocati devono ancora concordare un’intesa. Secondo Bayer, l’accordo avrebbe chiuso i tre quarti di tutti i procedimenti relativi al glifosato, mentre vi sono 125 mila azioni legali intentate e non ancora avviate.

Recentemente, l’azienda aveva reso noto che le cause aperte per il glifosato erano 50 mila. Secondo l’amministratore delegato di Bayer, Werner Baumann, l’accordo “risolve la maggior parte delle cause legali in corso e stabilisce un chiaro meccanismo per affrontare i rischi di possibili controversie future”. Inoltre, l’intesa “ha senso dal punto di vista economico, rispetto ai notevoli rischi finanziari di una disputa legale di vecchia data e ai relativi effetti negativi sulla reputazione e l’attività” del conglomerato industriale.

In Europa la questione del divieto d’utilizzo del glifosato è spaventosamente contraddittoria. Prima – quando era Monsanto – era vietato, poi quando è diventato Bayer, è stato “sdoganato”.

Il primo ottobre del 2019, la Corte di Giustizia Ue ha riaperto il caso sulla base della causa presentata dal Tribunale penale di Foix (Francia) dopo la protesta dei “Mietitori volontari anti ogm dell’Ariège”.

Il gruppo ambientalista era stato accusato di aver danneggiato dei bidoni di Roundup, contenente glifosato, nella città di Pamiers. Da qui è seguita la domanda di chiarimenti alla Corte Ue da parte della giustizia francese sulla validità della normativa europea inerente l’utilizzo dell’erbicida.

Ma il risultato della corte europea è stato quantomeno sconcertante: “Non sussiste alcun elemento capace d’inficiare la liceità dell’uso del glifosato”.

Prodotto dalla Monsanto e introdotto nel 1974, dalla sua immissione nel mercato con il nome di “Roundup”, ne sono state spruzzate sui campi milioni di tonnellate. Si tratta di un prodotto economico e semplice da utilizzare.

Nel 2015, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), che fa parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), inserisce il glifosato nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene”, quindi nel gruppo 2A.

Ma a novembre del 2015 l’agenzia europea EFSA pubblica una valutazione del glifosato che contrasta con la conclusione della IARC: il glifosato non sarebbe genotossico (vale a dire non danneggerebbe il DNA) e non rappresenterebbe un rischio di indurre nell’uomo il cancro.

Nel 2017, il Guardian ha scoperto che molte pagine del rapporto dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) per la valutazione dei rischi dell’uso del glifosato, erano sono state copiate dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione da parte delle aziende che lo producono.

Poi nel 2018, la proprietà e la vendita del Roundup passa da Monsanto a Bayer, cioè da una multinazionale statunitense ad una tedesca. E in Europa per la vendita del Roundup si aprono porte prime chiuse o socchiuse.

A poco più di due anni di distanza dalla decisione sul rinnovo dell’autorizzazione Ue all’erbicida più diffuso al mondo – ma sotto accusa per la potenziale cancerogenicità – gli stati europei si sono mossi decisamente in ordine sparso in vista della sua possibile messa al bando nel 2022, quando scadrà il permesso dimezzato a cinque anni per favorire un compromesso l’agricoltura sarebbe rimasta di fatto senza alternative.

In Italia, il Decreto del 9 agosto 2016 del Ministero della Salute non mette al bando i prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva glifosato. Semplicemente, ne modifica le condizioni d’impiego. Ad oggi, le limitazioni sull’uso dell’erbicida Roundup riguardano:

- l’uso non agricolo su suoli che presentano una percentuale di sabbia superiore all’80%, nelle aree vulnerabili, nelle zone di rispetto e nelle aree frequentate dalla popolazione quali parchi, giardini, campi sportivi e aree ricreative, cortili e aree verdi all’interno di plessi scolastici, aree gioco per bambini e aree adiacenti alle strutture sanitarie;

- l’uso in antecedente la raccolta teso solo a ottimizzare il raccolto o la trebbiatura.

Per tutti gli altri casi, invece, i prodotti fitosanitari contenenti il potente erbicida continuano a essere autorizzati e ampiamente utilizzati.

Fonte

29/05/2019

Germania - Le elezioni europee e le sfide politiche a venire

Le elezioni politiche europee in Germania, confermano i trend delle ultime elezioni regionali in Baviera e in Assia tenutesi l’ottobre scorso ed il quadro emerso con le ultime elezioni politiche di settembre 2017.

Questo passaggio elettorale si è rivelato sostanzialmente irrilevante per la tenuta della coalizione politica che governa la Germania – la Groko (Grosse Koalition) di CDU/CSU da una parte e SPD dall’altra – ma potrebbe essere messa seriamente in discussione con i prossimi appuntamenti elettorali regionali nei più popolosi Land orientali che erano parte della Repubblica Democratica Tedesca, oltre che dall’andamento non certo brillante dell’economia e dalle difficoltà del settore bancario.

La Germania sarà chiamata a fare scelte impegnative per far compiere un reale “balzo in avanti” alla UE come competitor globale e polo imperialista a tutti gli effetti, anche dal punto di vista militare, approfondendo tra l’altro quella deflazione salariale che ne ha caratterizzato lo sviluppo ed approfondito la polarizzazione sociale.

È inimmaginabile pensare che un sistema politico già fragile, vista la tenuta della Groko, non si debba adattare alle esigenze che si profilano, magari appunto “ri-cooptando” i Verdi nella stanza dei bottoni, come in passato con Joshka Fischer, estendendo poi alla UE questa governance “ecologica”.

Le parole dell’editoriale di Le Monde, il giorno dopo le elezioni, dedicato all’exploit continentale delle formazioni ecologiste sembra andare in questa direzione quando afferma:

“Un’ecologia inclusiva e non punitiva, suscettibile di integrare le preoccupazioni delle categorie professionali che si sentono minacciate dai militanti più radicali, s’inscrive perfettamente nell’identità europea”.

Tradotto in termini chiari: il sistema non si tocca, al massimo gli possiamo dare una verniciatina di verde...

Verrebbe da dire, con Brecht, che il peggiore nemico dell’elefante selvaggio è quello addomesticato, considerando la contrapposizione netta che si sta prefigurando tra l’orizzonte di una transizione ecologica che sia anche socialmente “radicale” delle classi subalterne e l’ipotesi del “green deal” patrocinato dal capitalismo verde e dai suoi fiancheggiatori.

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Il primo settembre si terranno le elezioni in Sassonia (attualmente governata dalla CDU) e nel Brandeburgo, e circa due mesi dopo in Turingia, entrambe governate dall’SPD.

Sono territori in cui appare chiaramente una delle più importanti fratture che attraversa la Germania tra Est e Ovest, ed in cui ai mancati risultati dell’unificazione – leggi anschluss (annessione) – della RDT alla RFT si sommano alcune peculiarità, come il decremento demografico e il flusso di “immigrazione” dovuto alla scelta di collocare in quei territori i richiedenti asilo regolarizzati, in un contesto di impoverimento complessivo e marginalizzazione della popolazione “autoctona”.

In Sassonia la popolazione straniera è aumentata del 71% dal 2010 al 2017 (attestandosi attorno poco al di sotto 200.000 presenze); in Brandeburgo, nello stesso periodo, del 72%; mentre in Turingia del 105%, superando le 100.000 presenze, e le previsioni demografiche fino al 2035 danno un calo di circa il 10% per tutte queste regioni.

In queste regioni, l’AfD anche alle elezioni europee si è confermata prima forza politica, mentre ha ottenuto complessivamente un 11% che la pone come quarta forza politica, poco al di sotto dei social-democratici.

Il partito di estrema destra aveva ottenuto 7 deputati nelle scorse elezioni europee del 2014, e ne ottiene 12 in questa tornata elettorale.
Già nelle elezioni politiche del 2017 l’Afd aveva registrato un exploit in queste regioni ottenendo il 27% in Sassonia, il 20,3% nel Brandeburgo, e il 22,7% in Turingia.

Da ricordare che la somma dei voti dell’estrema destra in queste regioni, insieme a Die Linke, era superiore a quella dei partiti che formeranno la Grande Coalizione, suggellando ancora maggiormente questa frattura.

Una possibile co-governo tra conservatori e Afd in Sassonia, provocherebbe una crisi politica a Berlino, vedendo con ogni probabilità l’uscita della SPD dal governo e quindi, verosimilmente, nuove elezioni e magari, come ipotizzato, sopra un’altra configurazione della governance tedesca...

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Vediamo ora i risultati delle elezioni europee.

La CDU-CSU, che aveva come testa di lista il capogruppo dei Popolari Europei, raggiunge il 28,9%.

Manfred Weber, 46enne bavarese dell’ala “moderata” della più conservatrice CSU, che ha svolto la sua carriera politica interamente dentro il parlamento europeo dal 2004 in avanti, è il candidato – fatto proprio anche da Angela Merkel – a capo della commissione europea.

Un ruolo che i tedeschi vogliono tenere per sé, rigettando altre ipotesi di candidati. Ma su questo nome c’è stato immediatamente il veto di Macron...

I verdi ottengono il 20,5% diventando il secondo partito tedesco, prima della SPD che totalizza 15,8% di voti; dopo l’AFD, Die Linke ottiene il 5,5%, cioè solo 0,1% in più dei liberali del FDL.

I verdi raddoppiano i voti presi nella precedente elezione europea, e sono decisi a far valere il loro peso nella nomina del Capo della Commissione, come ha chiaramente detto Skeller, alzando la posta in gioco.

La formazione ecologista ha sottratto 1,2 milioni di voti ai social-democratici, ben 600.000 a Die Linke, 1 milione alla CDU/CSU, mezzo milione ai liberali e addirittura 100.00 all’AfD.

Il loro risultato dimostra la “liquidità” del voto anche in Germania, in un quadro che – dalla loro nascita negli anni '80 – li vede come un elemento rilevante del quadro politico tedesco.

I Grünen catalizzano il voto giovanile – un terzo dei voti della fascia più giovane (18/24) è andata a loro – ed ottengono score assolutamente rilevanti nei grandi centri urbani come Berlino, Amburgo e Monaco.

È un trend registrato anche nelle precedenti elezioni regionali in Baviera ed Assia, implementato dal “successo” dei FFF in Germania, da una efficace propaganda digitale di diversi youtuber che hanno chiamato a boicottare i partiti della Groko, e dall’affermarsi del “cambiamento climatico” come principale preoccupazione dei tedeschi, dopo la “sicurezza” e l’immigrazione.

Nelle regioni occidentali i “verdi” sono visti come gli antagonisti dell’Afd, per la loro politica di integrazione nei confronti dei migranti ed un atteggiamento non ostile nei confronti della UE.

Questa formazione, che via via ha annacquato le proprie spinte iniziali, è divenuta una organizzazione sempre più “centrista” e “compatibilista”, alfiere di quella green economy che declina la transizione ecologica secondo le esigenze di una parte delle oligarchie, che vedono una possibilità di rilancio dell’economia “nel primo mondo” senza mettere in discussione – nel suo assetto di fondo – né i rapporti sociali, né quelli “centro/periferia”.

Uno degli ultimi passaggi in questa direzione è stato il Congresso di Hannover, a gennaio dello scorso anno, in cui alla testa della formazione sono stati posti due “realos” – cioè due figure centriste, come Robert Habeck e Annalena Baerbock – invece che, come in precedenza, un “realos” e un “fundis”, ovvero un esponente dell’ala più radicale, vicina alle posizioni originarie.

I Verdi sono stati coinvolti nelle trattative successive alle ultime elezioni politiche – poi naufragate – per creare una coalizione “Jamaica” insieme agli attuali esponenti della Groko e ai liberali.

Bisogna ricordare che fu Joschka Fischer, figura storica dei verdi proveniente dalla sinistra extra-parlamentare, che fece entrare per la prima volta gli ecologisti in un governo regionale in Assia nel 1985, iniziando “la lunga marcia dentro le istituzioni” della formazione.

Sempre in questa regione si sperimentò per la prima volta una coalizione cosiddetta “Jamaica” (CDU, Verdi, e liberali del FDP) nel 2005.

Una regione ricca, l’Assia, che comprende il centro finanziario di Francoforte e che, se fosse uno stato indipendente, peserebbe quanto l’intera Danimarca.

I Verdi, hanno poi hanno co-governato a livello federale dal 1998 al 2005 con la SPD di G. Shröder, portando pesanti responsabilità politiche per ciò che è successo durante quei sette anni (tra cui l’avallo all’aggressione NATO alla Serbia).

Una tendenza centrista di lungo periodo che li porta nel 2011 ad espugnare il bastione conservatore del Baden-Wurtenberg con Winfried Kretschmann e quindi a diventare “centrali” nei giochi politici, considerando che il Land è la più importante regione industriale della Germania.

Il “pragmatismo” è la cifra politica della formazione, risolutamente pro-UE, con un approccio “integrazionista” rispetto all’immigrazione e una caratterizzazione ecologista che raccoglie consensi grazie allo svilupparsi di una sempre maggiore coscienza ambientale, soprattutto tra le fasce più giovanili istruite ed urbanizzate, generalmente inclini ad una inversione di tendenza rispetto alle riforme del mondo del lavoro come la Hartz IV, di cui i Verdi chiedono l’abolizione.

La creazioni di un consiglio economico all’interno del partito permette incontri regolari con i rappresentanti delle imprese tedesche, secondo lo spirito delle parole del deputato verde Kerstin Andrae: “Noi abbiamo imparato che l’economia non è solo una parte del problema, ma anche una parte della soluzione”.

Con la decisione del definitivo abbandono del nucleare tedesco, presa dopo la catastrofe di Fukushima del 2011, la questione energetica si è posta prepotentemente all’attenzione del dibattito pubblico.

Negli ultimi anni ci sono stati dossier “ecologici” particolarmente rilevanti.

L’affare “Dieselgate” ha dimostrato come le case automobilistiche, a cominciare della Volkswagen, abbiano costantemente mentito sulla capacità inquinante delle proprie vetture, come mostra peraltro l’apertura di numerosi procedimenti giudiziari. Collegato a questo vi è stata una maggiore percezione del livello di inquinamento registrato in una serie di grandi agglomerati urbani tedeschi a causa del traffico, provocata proprio dalle auto a propulsione diesel, che ha portato alla chiusura della circolazione nelle grandi città. L’establishment automobilistico e i suoi referenti politici nella Groko si oppongono ovviamente a soluzioni “radicali” per abbattere l’inquinamento atmosferico.

L’equazione tra patologie provocate dall’inquinamento, universalmente percepite, e interessi delle case automobilistiche difesi dalla GroKo non depone certo a favore del governo.

Il voto tedesco di un anno e mezzo fa, favorevole in sede di Unione Europea al rinnovo per altri cinque anni della possibilità di utilizzare il glifosato – un pesticida prodotto dalla Monsanto/Bayer – che sempre più studi collegano allo sviluppo di forme tumorali e che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato nel 2015 come “probabile cancerogeno per gli esseri umani”, ha sollevato uno scandalo politico.

Il “Roundup” è il pesticida di gran lunga più usato in agricoltura, per la cui messa al bando Greenpeace aveva raccolto un milione e trecentomila firme; si è scoperto poi che la commissione tedesca che doveva giudicare sulla sua possibile applicazione ha “copiato”, nella sua relazione scientifica, gran parte della documentazione “rassicurante” prodotta dalla stessa multinazionale. La quale peraltro continua ad essere condannata in più casi per la sua responsabilità ed ha sollevato ultimamente un nuovo scandalo perché “schedava” scientificamente chi le si opponeva, denunciando pubblicamente la cancerogenicità del proprio prodotto.

A riguardo, non essendo stato raggiunto un accordo tra le forze della GroKo durante l’inverno scorso, il ministro dell’agricoltura – il bavarese Christian Schmidt – invece di astenersi in sede comunitaria, come prevedeva la prassi, ha votato a favore della sua possibilità di utilizzazione, mostrando quantomeno la “scarsa sensibilità” dell’allora costituenda Grande Coalizione per un tema così delicato.

Un terzo elemento importante è l’abbandono del combustibile fossile all’interno della prevista “transizione ecologica”. Un tema che è stato riportato all’attenzione generale dallo sgombero violento di metà settembre scorso – un attivista perse la vita – di coloro che si stanno opponendo all’espansione della miniera a cielo aperto della RWE, con la distruzione della millenaria foresta di Hambach.

Questa importante lotta ambientale ha catalizzato l’opinione di una importante fetta della popolazione tedesca e una forte disapprovazione per quelle forze, tra cui l’SPD, che con maggiore convinzione contrastano la fine dello sfruttamento minerario e il passaggio alla produzione di energia alternativa.

La determinazione e l’organizzazione degli attivisti, l’ultima settimana di ottobre, ha permesso una invasione in massa dell’area su cui dovrebbe estendersi la miniera, mettendo in scacco le forze dell’ordine.

La Germania, come questo fine gennaio auspicato dalla commissione per l’uscita del carbone, dovrebbe terminare lo sfruttamento di questo combustibile fossile al più tardi nel 2038, chiudendo le relative centrali di produzione dell’energia elettrica.

Nel 2018, in Germania, l’elettricità prodotta col carbone era pari al 38% del totale, ed il settore impiega decina di migliaia di operatori.

Un piano per tutelare anche l’occupazione prevede però aiuti federali alle regioni interessati per soli 40 milioni di euro!

Questo piano prevede invece un aiuto di 2 miliardi destinato alle società ed ai consumatori colpiti dall’aumento dei costi dell’elettricità, il cui valore preciso sarà deciso nel 2023.

Il governo tedesco prevede che le energie rinnovabili rappresenteranno il 65% della produzione energetica tedesca da qui al 2030.

Appare qui subito chiaro come queste politiche di riconversione ecologica da fonti inquinanti e tutela occupazionale siano appannaggio solo della Germania e non degli altri paesi, a causa dei vincoli posti dalla UE: in questo caso “il modello tedesco”, applicato pedissequamente in tutta una serie di campi, non può valere!

In sintesi, i Verdi sono riusciti a capitalizzare sul fronte delle mancate scelte ambientale i limiti della coalizione CDU-SPD e la disapprovazione per l’orientamento razzista e xenofobo di una parte della Groko, ostaggio dell’ala destra dei conservatori bavaresi che hanno di fatto propri i temi e gli approcci dell’estrema destra rispetto all’immigrazione.

Fonte

21/10/2018

La rage du peuple: Come e perché Mélenchon vince la guerra dei media


Le reazioni alle spettacolari perquisizioni nelle abitazioni di alcune figure di spicco della France Insoumise, tra cui quella del leader Jean-Luc Mélenchon, oltre alla sede di FI e del Partie de Gauche, formazione organica al movimento politico dell’ex candidato alle presidenziali francesi, hanno molto da insegnarci.

Abbiamo sinteticamente descritto in un contributo precedente la fase politica che sta attraversando l’Esagono, con una forbice che va allargandosi tra il drastico abbassamento della popolarità sia del Presidente Macron, eletto circa un anno e mezzo fa, sia della compagine governativa che ha come perno la sua maggioranza politica (LREM), mentre crescono i consensi verso il leader degli Insoumis.

Ciò che è successo da martedì in poi, non fa che confermare questo trend.

Due sondaggi d’opinione, in realtà probabilmente “confezionati” per accreditare l’ipotesi, nel primo caso, di una generale disapprovazione del comportamento di Mélenchon, e nel secondo di un disaccordo nella base della FI, smentiscono clamorosamente gli intenti dei loro realizzatori.

Il primo è un sondaggio di RTL, da cui risulta che il 57% dei francesi approva la collera del deputato di Marsiglia; il secondo di “20 minutes”, che chiede un commento, non una opinione secca, ai simpatizzanti insoumis su cosa pensino “delle ultime uscite di J.L.Mélenchon”, fa emergere che la base difende a spada tratta il suo operato.

Primo dato: nonostante il tentativo di sfruttare la reazione del leader di FI per screditarlo, che è stato condotto trasversalmente da tutti i media principali, anche da chi in genere mostra una notevole indipendenza di giudizio come “Le Monde”, o da coloro che senza screditarlo, “da sinistra”, l’hanno in questo caso comunque fortemente criticato, come “Libération” o “Mediapart”, la popolazione sembra avere gradito l’atteggiamento di chi che non si fa mettere i piedi in testa e le ragioni che l’hanno portato ad agire in quel modo.

Più precisamente, i media sembrano non aver compreso come, anche in questo caso, il movimento degli insoumis sia riuscito a canalizzare lo sciame d’odio contro lo stato di cose presenti e quindi come sia riuscito, di nuovo, ad interpretare la frattura del “noi” contro “loro” percepita a livello popolare.

“Le Monde”, che è il giornale che ha sollevato l’affaire Benalla, ha dedicato a Mélenchon il proprio editoriale di venerdì, oltre che la vignetta satirica di Plantu in prima pagina, in cui un iracondo Mélenchon urla di fronte a magistrati e poliziotti trasformando le sue parole in un turbine: “je suis le brut et la fureur”, con uno sconsolato poliziotto che piange sul petto di un suo superiore dicendo di non poterne più.

Un “baccano” e un “furore” che piacciono, nonostante – o più probabilmente grazie ai – commenti delle varie figure politiche della maggioranza e delle organizzazioni sindacali della polizia e della magistratura.

L’editoriale del prestigioso giornale francese termina in questo modo: “Ecco, infine, un uomo che ambisce a radunare il “popolo”, cominciando da quello di sinistra, e che perde i suoi nervi (...) in breve, dimostra che non ha il controllo indispensabile per le cariche a cui aspira”.

Ora, il bashing mediatico è la cifra con cui è trattato Mélenchon da quando la sua figura politica ha cominciato ad assumere una certa rilevanza, fin dalla campagna presidenziale dell’anno scorso che l’ha visto aumentare di popolarità, e sfiorare il ballottaggio attestandosi poco sotto il 20%.

Una campagna presidenziale, le cui presunte irregolarità in campo contabile sono al centro di una delle due inchieste per cui sono “scattate” le perquisizioni, su cui è utile fornire qualche numero.

Il leader degli Insoumis è nono, rispetto al “costo di ciascun voto”, cioè la proporzione tra spese sostenute e consensi ottenuti, con 1,51 Euro. Poco di più ha speso in proporzione la Le Pen, che è arrivata al ballottaggio.

Benoit Hamon, vincitore delle primarie del partito socialista, ha speso 6,58 Euro per voto.

Il leader degli Insoumis è quinto per le spese complessive sostenute, dietro Macron che ha speso 16,7 milioni di Euro, Hamon (15,07), F. Fillon della LR (13,78), Le Pen (12,42), mentre lui ne ha spesi solo 10,6, la cui la parte preponderante è stata impiegata per organizzare incontri pubblici, con la sua immagine che veniva proiettata in forma di ologramma contemporaneamente in più comizi.

Ed è proprio da quella sua ascesa nelle preferenze di voto nei sondaggi durante la campagna che i media mainstream non hanno badato a spese e sono ricorsi a qualsiasi mezzo per “screditarlo”, nel mentre conquistava sempre più fette di consenso tra una parte rilavante dell’elettorato.

Ma cosa ha fatto questa volta?

Ha trasmesso una serie di dirette FB in cui, nel corso della perquisizione nella sua abitazione, ne ha denunciato con forza il carattere politico, trattando in malo modo gli agenti; ha invitato i simpatizzanti della FI a recarsi nella sede della FI che stavano perquisendo; ha cercato di “forzare” insieme agli altri deputati il cordone di forze dell’ordine a “protezione” della sede; ha parlato ai media con un atteggiamento che può essere ben sintetizzato da un meme che l’ha paragonato ironicamente a Vincent Cassel nella scena dell’Odio, in cui allo specchio mima l’inizio di un litigio (“l’hai detto a me?!”); ha presidiato la sede con la fascia tricolore con gli altri deputati di fronte alla sede gridando “re-si-stance, re-si-stance” di fronte alle telecamere che lo riprendevano...

In sintesi ha dato una idea di forza e determinazione, anche in una situazione che poteva “metterlo all’angolo”, e rischiava di metterlo sullo stesso piano dei vari esponenti politici e formazioni che sono stati oggetto di perquisizioni ed inchieste.

In poche parole, ha “rivoltato” un macchina messa in campo per indebolire “il suo” movimento.

Per chi conosce la sua biografia, sia personale che politica, sa che prima di indossare i panni del socialista legato a Mitterand, si era fatto le ossa come sindacalista studentesco, affrontando spesso bagarre tipiche del confronto politico “di strada”, ed ancora prima ha dovuto farsi rispettare sin da giovanissimo in ambienti popolari diffidenti e ostili, catapultato con la sua famiglia di pied-noir di umili origini in Madrepatria, dove se cedi alla sopraffazione hai un marchio che ti segna per sempre come vulnerabile, mentre se reagisci ti guadagni il rispetto e spesso un discreto seguito.

Il leader degli insoumis non è un manichino per salotti televisivi, né un prodotto delle istituzioni preposte alla formazione dell’élite, ma conserva un istinto di classe e una volontà di accettare lo scontro politico in tutte le sue forme, alzando i toni quando è necessario, come in questo caso, e predisponendo chi lo vede ad identificarsi in lui, simbolo di un oppositore risoluto ad un potere sempre più sordo alle richieste popolari.

Come lui stesso aveva dichiarato nella sua intervista autobiografica, l’avere alzato i toni l’aveva fatto uscire mediaticamente dall’anonimato, durante la prima campagna presidenziale con il Front de Gauche, catturando l’attenzione e polarizzando il giudizio su di sé.

La ruvidezza dei modi non preclude però la finezza dei ragionamenti.

*****

Abbiamo più volte richiamato, dopo averli seguiti passo passo, i passaggi che hanno portato ad una netta frattura tra Macron e il popolo francese, la nemesi dello storytelling di un potere che si narrava come rivoluzionario, il palese insuccesso sia nel radicare il suo movimento per farlo divenire una vera e propria organizzazione politica, sia la sua incapacità di “sfondare” a livello continentale, nonostante la sua elezione abbia suscitato, ai tempi, l’entusiasmo bipartisan degli “europeisti”.

Vogliamo soffermarci su due aspetti che ha sottolineato Frédéric Dabi, direttore generale aggiunto dell’IFOP, intervistato da “Le Monde” questo venerdì: “Tra le ragioni dell’impopolarità del capo dello stato, i francesi citano massicciamente le dimissioni di Nicolas Hulot e la posizione del governo sul glifosato – dichiara il sondaggista – Questo dà credito all’idea che l’ambiente è relegato in secondo piano e che il potere ha ceduto alla lobby”.

Hulot era il popolare ministro della solidarietà e della transizione ecologica che ha dato improvvisamente le dimissioni alla fine dell’estate, denunciando il nulla di fatto governativo su importanti dossier ecologici per l’opera di pressione delle lobby, tra cui “lo scottante” dossier del nucleare francese.

Il Glifosato è invece il pesticida più usato in Francia, prodotto dalla multinazionale dell’agro-business Monsanto, che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità classifica come probabilmente cancerogeno e che Macron aveva promesso di bandire durante la sua presidenza.

In realtà per due volte un folto gruppo di deputati, tra cui per la stragrande maggioranza appartenenti ad LREM, ha votato contro la sua messa al bando, prima a fine maggio e poi a metà settembre, rigettando un emendamento legislativo (45 contro 35) che ne avrebbe permesso il divieto.

Di quei 42, 34 sono del movimento di Macron.

Da allora si è scatenato un vero e proprio odio popolare contro i “42 salopards”, accusati di essere “avvelenatori” al soldo dell’azienda universalmente famosa per il business degli OGM, e la loro immagine compare in rete insieme al teschio stilizzato, simbolo di morte.

Va detto, per completezza e onestà intellettuale, che l’Unione Europea autorizza il suo uso ancora per 14 anni! Quando si dice essere “accoglienti verso gli investitori”...

Fino al giorno prima dell’Affaire Mélenchon, la France Insoumise era la forza che più rappresentava la prospettiva della transizione ecologica dentro la cornice della trasformazione sociale, quindi l’alternativa concreta ad un governo universalmente considerato ecocida...

La strategia mediatica è stata chiara: screditare il leader degli Insoumis e distogliere l’attenzione da problemi molto più cogenti – solo ieri ci sono state più di 90 manifestazioni unitarie di pensionati contro la mancata indicizzazione delle pensioni ai valori dell’inflazione reale – e permettere a Macron, dopo l’ennesimo rimpasto governativo, di costruire una nuova narrazione, che desse di nuovo slancio e lustro alla sua figura politica (una ritrovata attenzione nei confronti dei territori, una equilibrio governativo più bilanciato verso il centro: i MoDem, ecc.).

Probabilmente, la macchina del fango mediatica si è rivolta in maniera inconsapevole contro se stessa, associando il suo apparato ad un establishment sempre più odiato.

Anche a sinistra c’è chi non ha colto che il caustico atteggiamento del leader della FI, e la determinazione delle sue figure di spicco nel non cedere alla possibilità di “giocare di rimessa” contro una manovra palesemente tesa ad indebolire il principale riferimento delle classi popolari – percepito come unico reale antidoto alla macronie, in grado di cristallizzare la volontà di riscatto di fronte ad un potere sordo alle esigenze dei più – non ha avuto le antenne sensibili a cogliere ciò che una parte sempre più rilevante chiede a gran voce, e non ha saputo quindi comprendere come questo episodio di guerra psicologica fosse un’ennesima arma di distrazione di massa.

Alexis Poulin sull’Huffingtonpost, facendo un breve sintesi dei veri pericoli simboleggiati dal sistema di potere macroniano, ha invece ben colto il dato politico, identificando nella rabbia di Mélenchon “una collera indirizzata contro tutti questi pericoli”.

E la collera di Mèlenchon era in questo caso non era la reazione di colui che si sente intoccabile e sopra le parti, ma semplicemente la rage du peuple...

Fonte

13/08/2018

Condanna Monsanto: a picco le azioni della Bayer, e potrebbero arrivare altre sentenze

Ogni tanto qualche buona notizia arriva, dal fronte dell’impari lotta tra la tutela dei diritti e l’obbligo di massimizzare il profitto. Una battaglia che è sempre più complicato combattere in un mondo a capitalismo avanzato dove sembrano sul punto di crollare tutti i presidi di welfare e di protezione dei più deboli.

Si può leggere così la sentenza di due giorni fa emessa da un giudice di S.Francisco che condanna la Monsanto – multinazionale di biotecnologie agrarie di recente acquisita dalla Bayer – a risarcire un giardiniere che si è ammalato di cancro in seguito all’esposizione prolungata ad un erbicida.

Il Tribunale ha ordinato un risarcimento di 289 milioni di dollari nei confronti di Dewayne Johnson, il giardiniere quarantaseienne che nel 2014 si è ammalato di linfoma. Resosi conto che la sua malattia poteva essere collegata all’utilizzo dell’erbicida commercializzato dalla Monsanto, l’uomo ha sporto denuncia. Il primo risultato è arrivato due giorni fa: per il tribunale di S. Francisco la causa della malattia è proprio l’utilizzo del prodotto e sopratutto l’assenza di adeguate avvertenze circa la sua pericolosità.

L’elemento di cancerogenicità individuato tra i componenti del prodotto è il glifosato, utilizzato da anni come diserbante e recentemente inserito dallo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) tra nell’elenco dei “probabili cangerogeni” per l’uomo.

Inutile sottolineare cosa può rappresentare questa sentenza: un incredibile precedente, l’apripista ad una lunga serie di cause e sentenze simili che darebbero il via ad un effetto domino di enormi proporzioni.

Solo negli USA sono circa cinquemila le cause in corso che vertono sulla pericolosità del glifosato, e valutando la quantificazione che il tribunale di S.Francisco ha attribuito al danno prodotto dalla Monsanto (289 milioni di dollari, appunto) è abbastanza facile immaginare cosa potrebbe avvenire se anche solo il 10% dei processi andassero come sta andando quello di S.Francisco.

La questione è di enorme portata, perchè non riguarda solo la Monsanto, già di per sé una importante multinazionale. La reale protagonista della vicenda è la Bayer, ancora più importante colosso farmaceutico tedesco che ha comprato Monsanto, mettendo sul piatto oltre 60 miliardi di dollari.

Entrambi i management (Monsanto e Bayer) hanno immediatamente annunciato che procederanno ad un ricorso nei confronti della sentenza, affrettandosi a dichiarare che il giudice si è sbagliato e che il glifosato non è realmente pericoloso per la salute umana.

Ma il mercato ha reagito, e questa mattina il titolo Bayer ha registrato una perdita del 10% sulla Borsa di Francoforte.

Vicenda da seguire con attenzione, perchè se regge la sentenza, la questione potrebbe farsi ancora più interessante.

Fonte

18/04/2018

L’avanzata dell’autismo. Genetica, inquinamento, farmaci

Il ruolo dei fattori ambientali nello sviluppo dell’autismo è un punto cruciale degli studi sul tema. La genetica influenza notevolmente il rischio dello sviluppo dei Disturbi dello Spettro Autistico, ma tutto questo non dà completa spiegazione dell’autismo, e l’interesse per i fattori tossici, l’inquinamento da sostanze nocive, hanno acquistato una grande importanza.

Sappiamo, tanto per fare un esempio, che l’esposizione in periodo pre-natale alla talidomide e all’acido valproico (sostanze farmacologiche) sono connesse all’autismo. Un nuovo studio (ricercatori del King’s College London, Karolinska Institutet in Svezia, Mount Sinai negli Stati Uniti) afferma che l’autismo, i Disturbi dello Spettro Autistico, sono dovuti per il 50% a sostanze che inquinano l’ambiente.

Lo SPETTRO AUTISTICO (Autistic Spectrum Disorders: Disturbi dello spettro autistico) è il termine con il quale attualmente si definisce unitariamente e clinicamente l’autismo; e comprende diverse patologie, o sindromi, che presentano, a vari livelli o gradi, disturbi neuro-psichiatrici.

Diversi studi hanno già “suggerito” che, tra le sostanze che inquinano l’ambiente, il mercurio, ossia l’intossicazione da mercurio, può essere la causa o fattore favorevole all’instaurarsi della patologia cerebrale dovuta allo Spettro Autistico. Non va dimenticato che il mercurio è un metallo pesante molto tossico e può devastare il Sistema Nervoso Centrale.

Altri studi scientifici, sebbene prevalentemente focalizzati sul mercurio (Hg), hanno dimostrato l’associazione di vari metalli tossici come Cadmio (Cd), Piombo (Pb) e Arsenico (As). Tracce di sostanze tossiche sono state ritrovate in bambini autistici; vi è inoltre correlazione tra la concentrazione di mercurio nei capelli e la gravità dell’Autistic Spectrum Disorders.

L’autismo è considerato “multicausale” e i fattori ambientali hanno una notevole importanza; in particolare, la discussione – a livello internazionale – è focalizzata sulle neurotossine, come mercurio e piombo. Environmental Health Perspectives (Agosto 2013) riporta che l’inquinamento dell’aria contiene molte sostanze tossiche che colpiscono le funzioni neurologiche e che hanno effetti sul feto nell’utero.

Studi recenti pongono in rilievo l’associazione tra l’esposizione pre-natale all’aria inquinata e lo Spettro Autistico nei bambini. L’esposizione pre-natale, il vivere in luoghi inquinati, quindi può aumentare il rischio di autismo nei bambini che nasceranno. Sono proprio le sostanze neurotossiche, presenti nell’ambiente, che possono aumentare l’incidenza nei bambini di casi di Disturbi dello Spettro Autistico. Una delle prime sostanze imputate è la Diossina.

Studi scientifici, pubblicati dall’EPA/NIEHS Children’s Center negli Stati Uniti, affermano che il PCBs (Policlorinobifenile: una diossina) può aumentare il rischio di autismo in bambini geneticamente “suscettibili”. L’EPA è l’agenzia per la protezione dell’ambiente statunitense, l’U.S Enviromental Protection Agency. Altri studi – University of California-Davis e Washington State University – “suggeriscono” che l’esposizione al PCBs può aumentare la probabilità, in alcuni bambini, di Disordini dello Spettro Autistico. L’autorevole giornale scientifico Environmental Health Perspectives ritiene che il PCBs, anche se tale sostanza non è ritenuta “causa”, possa essere aggiunto al rischio di autismo.

Altri studi, effettuati negli Stati Uniti, affermano che i Disturbi dello Spettro Autistico, ma anche tumori e malformazioni, possono essere conseguenza, nei bambini, dell’agente Orange (contente diossina) usato durante la guerra in Vietnam come defoliante, e che ha colpito milioni di bambini vietnamiti e migliaia di soldati americani.

Su Molecular Psychiatry (2014) è stato pubblicato uno studio che valuta e investiga l’associazione tra l’esposizione perinatale alla diossina e i “tratti” autistici in bambini, di circa tre anni, in aree contaminate del Vietnam. Va specificato che per perinatalità si intende il periodo che precede e segue la nascita, e che va dalla ventinovesima settimana di gestazione e a sette giorni dopo il parto.

Livelli elevati di diossina nel latte materno sono stati ritrovati in madri residenti in aree contaminate vicine a basi aeree in Vietnam; si è pensato perciò a un’esposizione perinatale per i loro bambini. Questo studio evidenzia uno specifico impatto perinatale della tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD) sui “tratti” autistici dei bambini.

La rivista scientifica PLOS COMPUTATIONAL BIOLOGY JOURNAL ha pubblicato (2014) dei dati, raccolti su più di 100 milioni di cittadini americani, in cui si evidenzia come lo Spettro Autistico sia una patologia che, oltre a fattori genetici, includa anche fattori ambientali. La forte influenza dell’inquinamento ambientale, come l’esposizione prenatale ai pesticidi, è attualmente dimostrata, anche se c’è ancora molto da studiare e valutare.

Per i ricercatori autori dello studio (Università di Chicago negli Stati Uniti) l’esposizione della madre durante il periodo della gravidanza, e quindi del feto, a sostanze inquinanti come i pesticidi, può rappresentare un grave rischio di contrarre l’autismo. Il professor Andrey Rzhetsky, Department of Medicine Section of Genetic Medicine and Department of Human Genetics, University of Chicago, ha spiegato nel programma statunitense Fox News che alcune molecole, microscopiche particelle “[...] come quelle di farmaci, di prodotti plastificanti, di pesticidi, possono alterare il normale sviluppo del feto”.

Non solo piombo, mercurio e arsenico dunque, ma i pesticidi. Pochi giorni fa, negli Stati Uniti, lo U.S. Center for Disease Control and Prevention afferma che risulta colpito dai Disordini dello Spettro Autistico un bambino su 68. Una “pandemia silenziosa”; questo è il nome che i ricercatori del Mount Sinai School of Medicine di New York usano per gli “avvelenamenti” da piombo, mercurio, arsenico e pesticidi.

Nel 2012 il Mount Sinai Chldren’s Environmental Health Center ha pubblicato una lista, delle dieci sostanze più sospettate di essere causa di Autismo e altri problemi di intelligenza e apprendimento nei bambini. Le sostanze sono:

1) Piombo

2) Metilmercurio

3) PCBs

4) Pesticidi organofosforici

5) Pesticidi organoclorurati

6) Endocrine disruptors

7) Automotive exhaust

8) Idrocarburi policiclici aromatici

9) Brominated flame retardans

10) Composti Perfluorurati (PCF)

Come Endocrine disruptors – interferenti e distruttori endocrini – che si riferiscono al sistema endocrino e agli ormoni, si indicano le sostanze artificiali e non. Queste sostanze possono provocare gravi danni alle popolazioni esposte e non hanno una tossicità acuta. Tra i possibili danni vi sono i problemi legati allo sviluppo, tumori, deformazioni corporee, problemi nello sviluppo sessuale, del cervello, seri deficit dell’attenzione, disturbi dell’attenzione. Queste sostanze includono anche gli idrocarburi policiclici aromatici, tra gli inquinanti ambientali.

Gli Automotive Exhaust sono, detto molto schematicamente, i gas di scarico delle autovetture che producono numerosi effetti avversi alla nostra salute; tra questi vi sono il monossido di Carbonio, il diossido di Azoto e di Zolfo, le particelle sospese PM-10 (particelle di meno di 10 micron), il Benzene, la Formaldeide, gli Idrocarburi Policiclici.

Brominated flame retardans sono, in pratica, i ritardanti di fiamma e vengono commercializzati come ritardanti chimici; i brominati sono la varietà più usata e sono comunemente usati nei prodotti elettrici e elettronici (computer, telefoni cellulari) e riducono la loro infiammabilità. I brominati (BRFs) sono composti organo-bromidici, con componente plastica, adoperati anche in molti oggetti di uso comune e sono presenti anche in mobili e vestiti, cuscini, materassi. Il brominato è potenzialmente neurotossico.

Il Glifosato, che negli ultimi anni viene correlato all’autismo e quindi allo Spettro autistico (Autistic Spectrum Disorder, Disturbi Persuasivi dello Sviluppo) è il protagonista di numerosi studi che vengono incentrati su questo erbicida molto adoperato in agricoltura. Uno studio scientifico pubblicato nel 2018 afferma che “Oggigiorno, sembra esserci un consenso sulla natura multifattoriale dei disturbi dello spettro autistico (ASD).”

Pesticidi e agrotossici sono inclusi nella lunga lista di fattori di stress ambientali correlati all’ASD. L’ingestione di glifosato (GLY), erbicida sistemico ad ampio spettro, può ridurre i batteri benefici nel microbiota del tratto gastrointestinale senza esercitare alcun effetto sulla popolazione di Clostridium, che è altamente resistente al glifosato. Nello studio è stata effettuata una revisione sistematica per valutare la relazione tra i batteri di Clostridium e la probabilità di sviluppare e/o aggravare l’autismo nei bambini.(2).

Come affermano numerosi scienziati e ricercatori, in particolare quelli del MIT (il Massachusetts Institute of Techonology), negli Stati Uniti, nel 2025 un bambino su due sarà autistico; un autentico disastro!

Stephanie Seneff ricercatrice del MIT (non specializzata in epidemiologia) in un articolo (2014) afferma che, oltre agli organismi geneticamente modificati (OGM), “Le prove evidenziano la tossicità del glifosato derivante dall’uso eccessivo dell’erbicida Roundup della Monsanto”. Più recentemente, in una Tavola Rotonda sugli OGM, ha rimarcato che l’autismo è correlato alla tossicità del Glifosato. Affermazioni che meritano sicuramente una grande attenzione e una seria discussione scientifica.

Sappiamo che dal 1980 il numero dei bambini affetti dai disturbi dello Spettro Autistico (ADS) è drammaticamente aumentato e questo non solamente per i progressi e gli avanzamenti delle pratiche diagnostiche; “È noto che il rischio di autismo è associato con l’età paterna avanzata e con il diabete nella madre durante la gravidanza [2]. Esiste una ben nota preponderanza maschile nei casi di ASD [1]. Sebbene l’autismo sia ritenuto, da molti esperti, causato da fattori ereditari, nessuna singola specifica alterazione della sequenza del DNA è stata trovata per spiegare un certo numero di casi.

Un recente rapporto di Yuen et alii [3] ha sollevato interrogativi sull’argomento dei difetti ereditari del gene in relazione alla causalità dell’autismo; poiché l’autismo spesso è già presente nelle famiglie, gli esperti hanno ipotizzato che i fratelli affetti da autismo ereditassero i geni, che predispongono all’autismo, dai loro genitori. Negli ultimi studi effettuati, invece, sembra che potrebbe non essere così.

In uno studio di Koller et alii [4], cellule epiteliali buccali umane sono state esposte solo al glifosato in un test; mentre, separatamente, in un altro test è stata utilizzata la formulazione contenente glifosato nota come Roundup®. Ogni test aveva concentrazioni con una diluizione di 450 volte superiore alle concentrazioni utilizzate nelle irrorazioni di colture in agricoltura.

In ciascuno dei due test effettuati, è stato riscontrato che il danno al DNA si verifica nelle cellule epiteliali esposte. Gli esperti, quando analizzano le cause che potrebbero provocare l’autismo, spesso invocano cambiamenti epigenetici, citando reazioni non specificate, o influenze ambientali. Tali cambiamenti epigenetici, pur non modificando il codice di sequenza del DNA, sono ritenuti ereditari e causali, e potrebbero influenzare il neurosviluppo precoce/fetale. Le cause ambientali quindi non sono state escluse e l’esposizione all’inquinamento atmosferico, soprattutto particolato e metalli pesanti, è riconosciuta come elemento di maggior rischio per l’autismo...” 3)

E’ quanto si riporta in un lavoro scientifico del 2015 sulle cause ambientali o “contributive” dell’autismo; vi è dunque una correlazione, direi consistente, tra il Glifosato (ma anche altri diserbanti) e l’Autismo.

L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC o CIRC, International Agency for Research on Cancer, o Centre international de Recherche sur le Cancer), che fa parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha classificato, nel 2015, il Glifosato come probabile cancerogeno negli esseri umani.

Nello studio di The Great Plains Laboratory, si evidenzia come il Glifosato sia, come già detto, correlato ai Disturbi dello Spettro Autistico: “Lo studio è anche significativo perché dimostra un potenziale meccanismo attraverso il quale il glifosato potrebbe causare danni al cervello. Le persone sono esposte a quantità elevate di glifosato quando consumano cibi geneticamente modificati che sono progettati per sopravvivere alla tossicità del glifosato...” 4)

Altra questione, molto importante, è la correlazione tra l’uso di alcune sostanze farmacologiche e l’Autismo; in particolare il Paracetamolo, o Acetominofene, e l’antibiotico a uso orale quale l’amoxicillina + acido clavulanico, cioè l’Augmentin.

“Il riconoscimento che i fattori ambientali influenzano l’espressione genica ha portato a sintesi di questo tipo: una ‘epidemia epigenetica’, provocata da agenti ambientali pervasivi che alterano l’espressione di geni vulnerabili, inducono biochimiche autistiche in molte madri e bambini. Due tossine più implicate nell’epidemia di autismo, negli Stati Uniti, sono il paracetamolo analgesico/antipiretico (Tylenol) e l’antibiotico orale amoxicillina/clavulanato (Augmentin). Recentemente il glifosato da erbicida (Roundup) è stato implicato in modo esponenziale…” E’ quanto riportato, molto recentemente, in uno studio scientifico sul Paracetamolo che afferma: “L’acetaminofene è uno dei pochissimi antidolorifici considerati generalmente sicuri da usare durante la gravidanza. Un nuovo studio, tuttavia, suggerisce che potrebbe non essere così sicuro dopo aver identificato un legame tra esposizione prenatale al farmaco e sintomi di autismo e disturbo da deficit di attenzione e iperattività”.

I ricercatori sostengono che le donne incinte, che usano il paracetamolo, hanno maggiori probabilità di avere bambini con sintomi di autismo o ADHD. Lo studio che lo dimostra è condotto da ricercatori del Centro di ricerca sull’epidemiologia ambientale (CREAL) di Barcellona, in Spagna, ed è pubblicato sull’International Journal of Epidemiology.

Il paracetamolo è uno dei farmaci da banco più comunemente usati durante la gravidanza, circa il 65% delle donne incinte, negli Stati Uniti, lo usa; dovrebbero invece consultare un medico, ma per la maggior parte delle future mamme, l’uso di acetaminofene è ancora considerato “sicuro”.

Uno studio del 2010 condotto dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) non ha rilevato un aumento del rischio di difetti alla nascita con l’uso di paracetamolo nel primo trimestre di gravidanza. Ci sono state prove che l’uso di acetaminofene durante la gravidanza possa interferire con lo sviluppo cerebrale dei feti. Nel 2014, uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics ha evidenziato che le future mamme che usavano il paracetamolo avevano maggiori probabilità di avere bambini con comportamenti associati al disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD)...”

Alcuni esperti sostengono invece che non ci sono prove della correlazione tra paracetamolo e autismo nei ragazzi; uno studio scientifico del 2017, pubblicato sul Journal of International Medical Research, dimostrerebbe però il contrario: “L’ampia gamma di fattori associati all’induzione dell’autismo è inevitabilmente collegata a entrambi, infiammazione o stress ossidativo. L’autismo può essere associato maggiormente all’uso di paracetamolo nei bambini che durante la gravidanza; forse a causa di ben note carenze nella degradazione metabolica dei farmaci durante lo sviluppo iniziale.

L’uso di paracetamolo quindi potrebbe essere una delle cause maggiori di aumento dei casi di autismo, con presenza di infiammazione e stress ossidativo; si nota neurotossicità in neonati e bambini. Tutto questo impone un’estrema urgenza nel sondare gli effetti a lungo termine sull’uso di paracetamolo nei bambini e la possibilità che molti casi di autismo infantile possano effettivamente essere indotti dall’esposizione al paracetamolo poco dopo la nascita.”

Sul fronte opposto, il Sulforafano è un composto del gruppo degli isotiocinati che si ritrova in diversi vegetali come quelli appartenenti alla famiglia delle Crucifere come, a esempio, broccoli, cavoli e cavoletti di Bruxelles, cavolfiori, rafano, rucola, cavoli rapa, senape, ravanello, crescione.

Il Sulforafano ha oggi una grande attenzione scientifica soprattutto per quanto riguarda la sua capacità anticancerogena; è molto importante sapere che il Sulforafano ha una biodisponibilità (la quantità sufficiente di un farmaco che raggiunge un organo bersaglio per produrre un’attività terapeutica) nettamente più elevata ad altre sostanze vegetali quali la curcumina, la silimarina e il resveratrolo 9).

Le capacità terapeutiche di questo gruppo di piante come antitumorali, erano note da tempo e, per quanto riguarda il cavolo nero, o nero crespo di Toscana, si conoscono numerose varietà. Il cavolo nero, assieme ad altri cavoli, rappresenta un cibo funzionale (functional food); è cioè un cibo che, oltre al valore nutritivo, può dare benefici riducendo il rischio di insorgenza di diverse malattie (cuore, tumori).

Si ritiene che i cavoli siano antitumorali per il loro contenuto in polifenoli, ma anche per il contenuto di glucosinolati: gruppo di sostanze fitochimiche precursori naturali degli isotiocinati. Non bisogna dimenticare che il sulforafano, secondo uno studio, potrebbe agire contro le cellule tumorali della leucemia linfoblastica acuta; ossia il tumore delle cellule sanguigne più diffuso nell’età pediatrica e potrebbe essere d’aiuto nei ragazzi con spettro autistico 10). Alcuni anni fa un piccolo studio clinico, apparso online sugli atti della National Academy of Science, suggeriva che ragazzi in età compresa tra i 13 e 27 anni avevano, nella maggioranza dei casi, un miglioramento sostanziale dopo la somministrazione di sulforafano. Miglioramenti che riguardavano la letargia, movimenti ripetitivi, insoliti manierismi, iperattività, consapevolezza e comunicazione.

Farmacologi del Department of Pharmacology and Molecular Sciences, Johns Hopkins University, Baltimore, I carichi sociali, medici ed economici di ASD (Sindrome dello Spettro Autistico) su famiglie e operatori sanitari sono profondi. Recentemente abbiamo dimostrato in una piccola sperimentazione clinica che il sulforafano (SF) dei germogli di broccoli potrebbe ridurre significativamente i sintomi comportamentali dell’ASD.

Molti genitori e assistenti hanno articolato gli effetti positivi del SF, sia durante la fase di intervento sia nei successivi 3 anni; queste osservazioni possono contribuire alla comprensione dell’ASD e ai trattamenti che possono alleviare alcuni dei suoi sintomi. Le terapie a base di dieta e integratori meritano un’attenta considerazione perché potrebbero fornire informazioni cliniche e biochimiche sull’ASD. Saranno necessari ulteriori studi per confermare l’utilizzo del Sulforafano nei Disturbi dello Spettro Autistico.

Alcuni studi “osservazionali” danno conferma che bambini con autismo migliorano con l’insorgenza di “effetto febbrile” e il Sulforafano potrebbe avere degli effetti metabolici che in qualche modo assomigliano a quelli della febbre 12).

Si continua a discuterne.

Prof. Roberto Suozzi
Medico e Farmacologo Clinico
Suozziroberto.altervista.org

Note:
1) Un mondo di veleni, diffusi e invisibili | Contropiano

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29 nov 2016 – Crateva era il medico di Mitridate VI, il re del Ponto, tra il secondo e il primo secolo avanti Cristo. Crateva sapeva che, se si assumono con costanza dosi non mortali di un veleno, il corpo vi si abitua perciò quel veleno diventa non mortale. Mitridate, fiero combattente e avversario di Roma, nel timore di.

Fertilità e interferenti endocrini | Contropiano

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3 ago 2017 – Non dimentichiamo che lo Spettro Autistico – l’Autismo e il ruolo dei fattori ambientali nello sviluppo dell’autismo è – un punto cruciale negli studi effettuati su …. J Endocrinol. 2017 Jun;233(3):R109-R129. doi: 10.1530/JOE-17-0023. Epub 2017 Mar 29. Review. Prof. Roberto Suozzi

Il ruolo dell’inquinamento nella diffusione dell’autismo – Mujeres Libres

mujeres_libres.blog.tiscali.it/…/il-ruolo-dellinquinamento-nella-diffusione-dellautismo/

29 mag 2014 – da contropiano.org. 29 Maggio 2014. Roberto Suozzi. Il ruolo dei fattori ambientali nello sviluppo dell’autismo è un punto cruciale negli studi effettuati su questo problema. La genetica influenza notevolmente il rischio dello sviluppo dei Disturbi dello Spettro Autistico, ma tutto questo non dà una spiegazione

2) Clostridium Bacteria and Autism Spectrum Conditions: A Systematic Review and Hypothetical Contribution of Environmental Glyphosate Levels.

Argou-Cardozo I1, Zeidán-Chuliá F

3) The Possible Link between Autism and Glyphosate Acting as Glycine Mimetic – A Review of Evidence from the Literature with Analysis Beecham JE and Stephanie Seneff *

Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory, Massachusetts Institute of Technology, Cambridge MA 02139, USA

Corresponding Author: Stephanie Seneff, Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory
Massachusetts Institute of Technology, Cambridge MA 02139, USA
E-mail: seneff@csail.mit.edu

Received Date: August 26, 2015 Accepted Date: October 06, 2015 Published Date: October 13, 2015

4) Integrative Medicine: A Clinician’s Journal).,studio di The Great Plains Laboratory, Inc. nel numero di febbraio / marzo 2017.
https://www.greatplainslaboratory.com/articles-1/2017/2/13/elevated-urinary-glyphosate-and-clostridia-metabolites-with-altered-dopamine-metabolism-in-triplets-with-autistic-spectrum- disturbo-o-sospetto-sequestro-disordine-a-case-study
William Shaw, Ph.D. di The Great Plains Laboratory, Inc a Lenexa, KS.

5) Evidence the U.S. autism epidemic initiated by acetaminophen …

https://www.sciencedirect.com/science/…/S240545771730102X i P Good – ‎2017 – ‎Articoli correlati

Two toxins most implicated in the U.S. autism epidemic are analgesic/antipyretic acetaminophen (Tylenol) and oral antibiotic amoxicillin/clavulanate (Augmentin). Recently herbicide glyphosate (Roundup) was exponentially implicated. What do these toxins have in common? Acetaminophen depletes sulfate and glutathione …

6) Acetaminophen use in pregnancy linked to autism, ADHD in offspring Published Monday 4 July 2016

By Honor Whiteman

Acetaminophen is one of the very few painkillers considered generally safe to use during pregnancy. A new study, however, suggests it may not be so safe after all, after identifying a link between prenatal exposure to the drug and symptoms of autism and attention deficit hyperactivity disorder.

Researchers suggest pregnant women who use acetaminophen are more likely to have children with symptoms of autism or ADHD.

The study – led by researchers from the Center for Research in Environmental Epidemiology (CREAL) in Barcelona, Spain – is published in the International Journal of Epidemiology.

7) Experts Dismiss Acetaminophen/Paracetamol Link to Autism Study, Peter Russell, 5 lug 2016 – Scientific experts are dismissing claims that taking paracetamol is strongly associated with autism spectrum symptoms in boys. A study in the International Journal of Epidemiology also found that paracetamol (known as acetaminophen in the United States) use in pregnancy was also

8) The role of oxidative stress, inflammation and acetaminophen exposure from birth to early childhood in the induction of autism William Parker 1, Chi Dang Hornik 2, Staci Bilbo 3, Zoie E. Holzknecht 1, Lauren Gentry 1, Rasika Rao 1, Shu S. Lin.

9) Oxid Med Cell Longev. 2016; 2016: 7857186. Published online 2016 Jan 6. doi: 10.1155/2016/7857186 PMCID: PMC4736808 PMID: 26881038 Sulforaphane and Other Nutrigenomic Nrf2 Activators: Can the Clinician’s Expectation Be Matched by the Reality? Christine A. Houghton, Robert G. Fassett, and Jeff S. Coombes * Christine A. Houghton, School of Human Movement and Nutrition Science, The University of Queensland, Brisbane, Australia

10) LEUCEMIE E AUTISMO I BENEFICI DEL CAVOLO NERO – la …ricerca.repubblica.it › la Repubblica.it › 2014 › 11 › 18 18 nov 2014 – ROBERTO SUOZZI DEL cavolo nero, o nero crespo di Toscana, famiglia botanica delle Brassicacee o Crocifere, si conoscono numerose varietà. Il cavolo nero, assieme ad altri cavoli, rappresenta un cibo funzionale (functional food); è cioè un cibo che, oltre al valore nutritivo, può dare benefici.

11) Sulforaphane from Broccoli Reduces Symptoms of Autism: A Follow-up Case Series from a Randomized Double-blind Study. Article first published online: October 26, 2017; Issue published: January 1, 2017

12) CNS Neurol Disord Drug Targets. 2016;15(5):597-601. Sulforaphane Treatment of Young Men with Autism Spectrum Disorder. Singh K, Zimmerman AW1.

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08/12/2017

L’Unione Europea dei veleni e delle multinazionali. Il caso del glifosato

Alla fine di novembre, la multinazionale tedesca Bayer, che nel 2016 si era fusa con la statunitense Monsanto e che produce il glifosato, è riuscita ad ottenerne l’autorizzazione all’uso in agricoltura ed in altri settori da parte della #CommissioneEuropea per altri cinque lunghi anni.

Ma già a settembre l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), competente a valutare i rischi per la salute, aveva dato il proprio assenso all’uso del glifosato copiando pari pari il dossier presentato da Monsanto. Dal confronto tra la richiesta di rinnovo dell’autorizzazione che Monsanto aveva presentato nel maggio 2012 per conto della Glyphosate Task Force (un consorzio di oltre 20 aziende che commercializzano prodotti a base di glifosato in Europa) e la relazione dell’EFSA è emerso, infatti, che le sezioni del rapporto dell’EFSA che riesaminavano gli studi pubblicati sul potenziale impatto del glifosato sulla salute umana sono stati copiati di sana pianta dal dossier presentato da Monsanto. Peraltro, le 100 pagine copiate di peso sono proprio quelle relative alle sezioni più controverse: quelle sulla potenziale genotossicità, la cancerogenicità e la tossicità riproduttiva del glifosato.

La stessa Commissione Europea, tuttavia, ad agosto di quest’anno era stata costretta ad aprire un’indagine su quella repentina fusione tra la tedesca Bayer e la statunitense Monsanto a seguito del parere negativo dell’Antitrust comunitario che aveva ritenuto il nuovo colosso, nato in seguito ad una maxifusione da 59 miliardi di dollari, “dannoso per la concorrenza” nei settori interessati.

Ecco, è questo il punto che merita tutta la nostra attenzione: la Commissione interviene puntualmente se solo esiste il sospetto di una minima lesione di uno dei princìpi cardini della UE, cioè , la “concorrenza”, ovvero, il cosiddetto “libero mercato”. Quando invece c’è in gioco la tutela ed il diritto alla salute delle persone, in ambito comunitario, le cose vanno assai diversamente.

Ma innanzitutto, cos’è il glifosato? È un diserbante non selettivo, cioè, una molecola che elimina tutte le erbe infestanti, in uso dal 1974, e che è oggi l’erbicida più utilizzato in agricoltura, al mondo, perchè molto economico ed il più semplice da utilizzare. La Monsanto ha scoperto la sua azione come erbicida ad ampio spettro nel 1994 e lo ha, pertanto, brevettato e commercializzato con il nome di “Roundup”. Da allora l’uso del glifosato è aumentato globalmente di 15 volte. Dal 2001 il brevetto è scaduto, e il glifosato viene utilizzato da molte aziende nella formulazione di diserbanti utilizzati soprattutto in agricoltura.

Nel 2015, un gruppo di esperti dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione ha reso pubblici i risultati dell’indagine sugli effetti che il glifosato produce sugli esseri umani e sugli animali. In esito a quell’analisi, lo IARC ha deciso di inserire il glifosato nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene” (categoria 2A). Inoltre, gli studi epidemiologici sulla possibile attività del glifosato negli esseri umani hanno segnalato un aumento del rischio di linfomi non-Hodgkin tra gli agricoltori che ne fanno uso e gli studi di laboratorio in cellule isolate hanno dimostrato che la sostanza provoca danni genetici e stress ossidativo.

Come ampiamente documentato in un articolo del Prof. Roberto Suozzi, pubblicato su questo giornale il 16 febbraio 2017, un recentissimo studio condotto dagli scienziati del King College di Londra, i cui esiti sono stati resi noti il 9 gennaio 2017, ha dimostrato che, sperimentalmente nei ratti, a un dosaggio bassissimo, il glifosato provoca una steatosi epatica: cioè un fegato grasso su base non-alcolica (NAFLD). Questa situazione non solo può portare alla cirrosi epatica, ma può indurre anche altre patologie tra cui quelle cardiovascolari, come infarti e ictus. Si tratta del primo studio che dimostra, in maniera inequivocabile, il collegamento tra glifosato e gravi malattie.

Eppure sul glifosato, lo scorso settembre l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) non ci ha pensato due volte ad approvarne l’uso copiando pari pari il dossier presentato da Monsanto proprio sulle questioni più controverse. E non è bastato nemmeno quell’importante studio degli scienziati del King College di Londra a fermare la #CommissioneEuropea che a fine novembre ha votato a favore dell’autorizzazione all’uso del glifosato con il voto decisivo della Germania. Quella stessa Germania che nelle precedenti votazioni si era sempre astenuta ma che, a dicembre, per mezzo del suo ministro Schmdit, ha dato il suo voto positivo risultato determinante al rinnovo dell’autorizzazione. Certo, la cancelliera Angela Merkel si è subito affrettata a smentire l’operato del suo ministro dichiarando che “questa non era la decisione del governo” e, tuttavia, si è ben guardata dal chiederne le dimissioni.

E la salute dei cittadini comunitari? Se ne riparla fra 5 anni. Manco fosse la “concorrenza”.

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30/11/2017

Veleni: Germania decisiva in Commissione Europea per autorizzare il Glifosato. La Bayer ringrazia

La Commissione Europea ha approvato l’autorizzazione all’uso del glifosato. Altri cinque anni, dunque, prima della messa al bando a partire dal 2022. Il Glifosato (in sigla C3H8NO5P) più correttamente definito Roundup, viene considerato un erbicida totale. Il maggiore produttore mondiale è la multinazionale statunitense Monsanto che però nel settembre 2016 è stata acquisita dalla multinazionale tedesca Bayer.

In Italia c’è il divieto di usarlo sul grano in pre-raccolta, diversamente da quanto avviene per quello straniero proveniente da Usa e Canada, dove – nella stessa fase produttiva – viene invece intensivamente impiegato per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato. La rivista Nature ha pubblicato uno studio scientifico, condotto su ratti, che fa molta chiarezza sul Glifosato (Roundup) il quale provoca un aumento di incidenza di patologie del fegato e del rene in particolare. E’ uno studio molto importante, condotto per molto tempo, che sta provocando nella comunità scientifica grandi discussioni sull’uso dell’erbicida, del diserbante Roundup sulla salute umana. Su questo il nostro giornale ha già documentato ampiamente.

Gli scienziati del King College di Londra hanno dimostrato che, sperimentalmente nei ratti, a un dosaggio bassissimo, il Roundup provocava una steatosi epatica: cioè un fegato grasso su base non-alcolica (NAFLD). Questa situazione non solo può portare alla cirrosi epatica, ma può indurre anche altre patologie tra cui quelle cardiovascolari, come infarti e ictus. Questo è il primo studio che dimostra, in maniera inequivocabile, il collegamento tra Roundup e gravi malattie.

Per l’approvazione è stato determinante il parere positivo della Germania, che ha di fatto spostato l’equilibrio dei paesi della Ue riuniti per decidere. Impossibile non individuare il nesso tra questa posizione del governo tedesco – decisivo per la scelta della Commissione Europea – e il fatto che il maggior produttore mondiale di Glifosato sia adesso la multinazionale tedesca Bayer.

La maggioranza qualificata si espressa con 18 paesi a favore della proroga di cinque anni, 9 i paesi contrari (Italia, Francia, Belgio, Grecia, Ungheria, Cipro, Malta, Lussemburgo e Lettonia), 1 astenuto (Portogallo). La Germania, si era sempre astenuta negli scorsi tentativi nel Comitato permanente Ue di poter applicare il glifosato su piante, cibi e mangimi (Comitato Paff) facendo così mancare la maggioranza qualificata sia pro che contro la proposta della Commissione Europea. Questa volta si è invece espressa a favore. Per altri cinque anni la Monsanto potrà vendere il veleno con cui irrorare le coltivazioni, anche in una Europa dove a fare la differenza sono gli interessi di multinazionali come la tedesca Bayer.

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25/02/2017

Roundup, il glifosato che ci entra in corpo

Ancora oggetto di discussioni scientifiche, in pratica una questione non risolta, è la compromissione della funzionalità del fegato di coloro che si alimentano con cibi i quali, anche a bassi dosaggi, contengono sostanze erbicide a base di Glifosato, cioè di Roundup. La prestigiosa rivista Nature pubblica uno studio scientifico ¹, condotto su ratti, che fa molta chiarezza sul Glifosato (Roundup) che provoca un aumento di incidenza di patologie del fegato e del rene in particolare. E’ uno studio molto importante, condotto per molto tempo, che sta provocando nella comunità scientifica grandi discussioni sull’uso dell’erbicida, del diserbante Roundup sulla salute umana.

Questi scienziati (King College, Londra) hanno dimostrato che, sperimentalmente nei ratti, a un dosaggio bassissimo, il Roundup provocava una steatosi epatica: cioè un fegato grasso su base non-alcolica (NAFLD). Questa situazione non solo può portare alla cirrosi epatica, ma può indurre anche altre patologie tra cui quelle cardiovascolari, come infarti e ictus. Questo è il primo studio che dimostra, in maniera inequivocabile, il collegamento tra Roundup e gravi malattie.

Nel 2005 avevo scritto che “L'epatocita, la cellula epatica, è tutto per il fegato, è la sua struttura più elementare, ma è anche la sua essenza che capta il sangue arterioso e quello venoso. Senza gli epatociti, piccoli e sofisticatissimi laboratori, al tempo stesso, quella unica e fondamentale struttura ghiandolare del nostro organismo, il fegato, sarebbe poca cosa. Insieme «di laboratori» per un peso di 1500 grammi, il fegato gioca un ruolo centrale nei processi metabolici dell'organismo, detossica e produce bile.

Soluzione acquosa prodotta dall'epatocita, la bile, che permette anche l'assorbimento intestinale dei grassi alimentari e delle vitamine liposolubili (A, D, E, K), svolge anche un importante ruolo nella eliminazione del colesterolo, di sostanze tossiche e di farmaci. La ormai antica notizia è che la soya roundup ready, una soya geneticamente modificata, secondo uno studio (pubblicato molti anni fa) sperimentale, condotto dall'istituto di Istologia dell'Università di Urbino e del Dipartimento di Biologia animale dell'università di Pavia, provoca gravi alterazioni delle cellule del fegato, del pancreas e dei testicoli di piccoli animali alimentati con soya roundup ready².

Ricordo che la Francia ha già fortemente limitato l’ utilizzo del Roundup, cioè del Glifosato che è prodotto dalla Monsanto, la stessa azienda che aveva prodotto l’erbicida tristemente famoso chiamato Agent Orange. La Monsanto Company produsse l’Agent Orange, uno dei molti erbicidi utilizzati, dai soldati degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, come sostanza defoliante e definita “Orange” perché sui contenitori dove c’erano le due sostanze erbicide (2,4-D acido diclorofenossiacetico e 2,4,5-T o 2,4,5, triclorofenossiacetico) era dipinta una larga striscia arancione.

L’Agent Orange ancora oggi non smette di colpire sia gli abitanti che risiedono in Vietnam, sia i militari americani reduci dalla guerra, i veterani, che spesso presentano tumore della prostata. E importanti sono le ricerche della National Academy of Sciences che ha effettuato studi e ricerche che hanno permesso di dimostrare l'associazione positiva tra cancro della prostata ed esposizione agli erbicidi utilizzati nella guerra del Vietnam.³ Mi limito semplicemente a dire (per il momento) che molte altre patologie sono connesse all’uso di erbicidi, che sono stati utilizzati anche nella guerra in Vietnam, come a esempio il diabete mellito di tipo 2, l’amiloidosi, la cardiopatia ischemica, la malattia di Parkinson, la neuropatia periferica a esordio precoce, la malattia acneiforme simile o cloracne, tumori quali la malattia di Hodking, il linfoma non-Hodking, il mieloma multiplo, tumori delle ghiandole linfatiche, della laringe delle vie respiratorie (polmone compreso) dei tessuti molli, e altro 4 .

Volete seguire questo “stile di morte”, o iniziare finalmente a seguire uno stile di vita, partendo dall’alimentazione, veramente corretto, con tutto quello che comporta? La scelta riguarda tutti, così come la questione salute; è giunto il momento di parlarne e discutere, pubblicamente, sia con tutte le figure professionali del settore che si occupano di ciò sia con tutti i cittadini. Non è più il momento di aspettare o tergiversare.

Prof. Roberto Suozzi
Medico e Farmacologo Clinico
Suozziroberto.altervista.org

Note
1) Multiomics reveal non-alcoholic fatty liver disease in rats following chronic exposure to an ultra-low dose of Roundup herbicide (09 gennaio 2017)
2) La soya made in Monsanto che spappola il fegato ROBERTO SUOZZI (Il Manifesto 3 Luglio 2005)
3) VA Public Health Home – US Department of Veterans Affairs www.publichealth.va.gov/
4) Agent Orange and Cancer – American Cancer Society https://www.cancer.org/cancer/cancer…/agentoran… 13 mag 2016 –

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