Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/03/2026

Cuba chiama, i comunisti rispondono con una raccolta farmaci e fondi

In seguito al lancio della campagna di solidarietà internazionalista con Cuba, strozzata dall’assedio statunitense, la Rete dei Comunisti, Cambiare Rotta e OSA hanno organizzato vari presidi fissi, oltre a diverse iniziative, per raccogliere medicinali e fondi, dal nord al sud del paese. L’obiettivo è quello di inviare un sostegno concreto alla resistenza antimperialista dell’isola.

Il sostegno a L’Avana cresce giorno dopo giorno a livello internazionale, con la dura condanna della crisi umanitaria che Washington sta creando volontariamente per “punire” la strenua difesa che della propria sovranità e della propria autodeterminazione fa il popolo cubano. Così come per il Venezuela, Cuba rappresenta una concreta alternativa nel pieno di quello che gli States considerano il proprio “cortile di casa”.

Per di più, rappresentano un’alternativa generale di modello, nel pieno della crisi sistemica del capitale. Cuba ha ad esempio mostrato la distanza abissale tra il “capofila” del mondo capitalistico, che ha appena dato avvio a un’ennesima guerra, già esplosa in un conflitto regionale, e il socialismo cubano, che esporta medici invece di bombe, e che ancora oggi sostiene la sanità calabrese.

La consapevolezza del fatto che, intorno alla rottura dell’assedio a cui è sottoposta Cuba, ci si gioca anche un pezzo della battaglia per un Mondo Nuovo, deve caratterizzare le varie forme di solidarietà. E deve preparare il terreno alla sensibilizzazione e al sostegno internazionalista da mettere in campo anche nel nostro paese a ridosso dell’arrivo sull’isola del Nuestra América Convoy, previsto per il 21 marzo.

Qui di seguito trovate la lista delle città (con luoghi e orari) dove potete partecipare alla solidarietà con Cuba. In fondo a questo articolo, trovare anche la lista di medicinali che si stanno raccogliendo.

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24/03/2020

Lo strano caso del farmaco Avigan

Coronavirus, ad oggi oltre 63.000 contagiati e 6.077 morti (!). Il che, tuttavia, rappresenta una leggera flessione della curva. Ovvero, un primo prezioso segnale “positivo”, anche se per avere conferme su un’eventuale inversione di tendenza tocca attendere i dati dei prossimi giorni.

Quel che però è certo è il fatto che, fra un po’, l’Italia avrà avuto il doppio delle morti dichiarate in tutta la Cina (1miliardo e 400 milioni di abitanti). E così resta da capire il perché di così tanti morti in Italia rispetto alla Cina, alla Germania o alla Corea del Sud e al Giappone.

Il Favipiravir, noto anche come T-705, Avigan o Favilavir, è un farmaco antivirale sviluppato dalla Toyama Kagaku Kōgyō, una consociata della Fujifilm Holdings giapponese che possiede un’attività diretta contro molti virus a RNA. Chimicamente è un 6-fluoro-3-idrossi-2-pirazinecarbossammide.

E proprio questo farmaco usato in Giappone per curare l’influenza sta dando ottimi risultati nel trattamento del nuovo coronavirus che causa COVID-19. Il farmaco antivirale, chiamato Favipiravir o Avigan, ha mostrato risultati positivi in studi clinici che hanno coinvolto 340 persone a Wuhan e Shenzhen e ha inoltre dimostrato un alto grado di sicurezza, secondo quanto riferito da Zhang Xinmin, del ministero della scienza e della tecnologia cinese (The Guardian).

I raggi X hanno confermato miglioramenti delle condizioni polmonari in circa il 91% dei pazienti trattati con Favipiravir, rispetto al 62% in quelli senza farmaco e sono diventati negativi per il virus dopo una media di quattro giorni. Nello studio di Wuhan anche la durata della febbre si riduce sensibilmente passando da una media di poco più di 4 giorni a 2 giorni e mezzo.

Ombre riguardo all’efficacia del farmaco paiono, invece, esserci “quando il virus si è già moltiplicato”, per cui i medici stanno usando lo stesso farmaco per trattare i pazienti con sintomi da lievi a moderati (fonte Mainichi Shimbun).

Inoltre,  il Favipiravir potrebbe causare deformità fetali e non dovrebbe essere usato da donne in gravidanza o da coloro che stanno tentando di concepire. Favipiravir avrebbe bisogno dell’approvazione del governo per l’uso su vasta scala su pazienti Covid-19, poiché inizialmente era destinato a trattare l’influenza.

Un funzionario della sanità cinese ha detto al Mainichi che il farmaco potrebbe essere approvato già a maggio. “Ma se i risultati della ricerca clinica vengono ritardati, anche l’approvazione potrebbe essere ritardata”.

Si prevede inoltre che un’azienda farmaceutica cinese produca in serie il farmaco e garantisca un approvvigionamento stabile.

Il Giappone (120 milioni di abitanti) ha avuto, fin qui, solo 44 morti da o con corona virus. Nel frattempo, il paese del sol levante ha accumulato una scorta di circa due milioni di pillole di Avigan, secondo quanto riferito da The Mainichi. E a Tokyo, ormai, “la vita comincia a riprendere”.

La stampa italiana ne sta scrivendo in modo assai contorto. È il caso del Corriere della Sera che ha pubblicato un articolo assai ambiguo. Non fatevi ingannare dal titolo (che poi se cliccate sul pezzo vi accorgerete che è stato cambiato) dell’articolo che mette insieme Avigan e Abidol (bufala comprovata) annoverando ambedue i nomi di farmaci alla categoria “bufale”.

Nello stesso vi si scrive, tuttavia, quanto segue “...Il farmaco Avigan, secondo quanto riporta il Guardian, sarebbe stato utilizzato con successo nel trattamento di 340 pazienti a Wuhan e Shenzhen, in Cina. I malati sarebbero risultati negativi, in media, a 4 giorni dalla positività. I pazienti non trattati, invece, avrebbero impiegato 11 giorni per arrivare allo stesso risultato. Nessun commento dalla Fujifilm Toyama Chemical, che produce il medicinale. Secondo Zhang Xinmin, direttore del Centro nazionale cinese per lo sviluppo della biotecnologia, il farmaco «ha un livello elevato di sicurezza ed è chiaramente efficace nel trattamento» di Covid-19. Toyama Chemical (divisione farmaceutica della Fujifilm) ha sviluppato il farmaco nel 2014 e il Giappone lo starebbe utilizzando per il trattamento dei pazienti positivi a Sars-CoV-2 da febbraio.”

Intanto, ieri è arrivato l’ok dell’AIFA (Agenzia italiana del farmaco, istituzione pubblica competente per l’attività regolatoria dei farmaci) con l’annuncio del ministro della Salute, Roberto Speranza. “Il direttore generale di Aifa, Nicola Magrini, mi ha comunicato che la riunione del Comitato Tecnico–Scientifico di questa mattina, dopo una prima analisi sui dati disponibili relativi ad Avigan, sta sviluppando un programma di sperimentazione e ricerca per valutare l’impatto del farmaco nelle fasi iniziali della malattia. Nei prossimi giorni i protocolli saranno resi operativi, come già avvenuto per le altre sperimentazioni in corso”.

Appena ieri, il presidente della regione Veneto, Luca Zaia, aveva dichiarato di voler procedere con la sperimentazione dell’Avigan per studiarne l’efficacia contro il Coronavirus ed anche il Piemonte ha annunciato di voler valutare la possibilità di sperimentare questo farmaco.

L’improvviso interesse italiano nei confronti del farmaco giapponese si spiega con un video girato in un quartiere centrale di Tokio che, in due giorni, sta diventando virale. Nelle immagini che scorrono, si vedono passeggini, famiglie e tantissime persone (solo alcune di queste con la mascherina) in un clima di assoluta tranquillità.

A girarlo e postarlo sul proprio profilo Faceboook, è stato un farmacista romano, Cristiano Aresu, il quale, mentre riprende quelle scene di un sabato pomeriggio normale di gente che pare appena sfiorata dal problema coronavirus, spiega come ”in Giappone si stiano salvando tantissime vite grazie all’uso di un farmaco antinfluenzale, l’Avigan, per l’appunto, che avrebbe la capacità di bloccare il progredire della malattia, se somministrato per tempo“.

Secondo il farmacista romano: ”L’Avigan è un antinfluenzale fino a poco tempo fa venduto in farmacia: qui hanno scoperto che somministrato ai primi sintomi di coronavirus, accertati con il tampone, blocca il progredire della malattia nel 91% dei casi”. Vero è che, in Giappone, ad oggi, ci sono state molte meno persone contagiate e solo poche decine di vittime. Ma ovviamente ciò non basta a dare evidenza scientifica all’efficacia del farmaco giapponese.

E allora non ci resta che attendere pazienti il responso dell’AIFA, ben consapevoli, tuttavia, degli enormi appetiti che possono essersi scatenati, da parte dei grandi gruppi farmaceutici mondiali intorno ad un farmaco che riesca ad intervenire con una qualche efficacia contro il COVID-19.

Interessi ed appetiti, che forse, spiegano – in parte o del tutto – perché gli sconcertanti dati del Giappone e quelli relativi alle sperimentazioni che comunque hanno già registrato una qualche efficacia, in Giappone come in Cina, siano stati presi in seria considerazione solo dopo la “viralizzazione” in rete del video del giovane farmacista romano Aresu.

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03/10/2018

Il business dei farmaci sotto inchiesta. Undici arresti tra medici e manager

La Procura di Parma ha indagato 36 persone – di cui per 11 è stata chiesta la custodia cautelare – rivelando un sistema corruttivo per la vendita di farmaci che coinvolgeva medici e aziende farmaceutiche. Tra gli indagati e gli arrestati figurano dirigenti, medici, universitari e rappresentanti del settore farmaceutico.

Le aziende coinvolte nelle attività illecite sono sette, al momento non sono stati resi noti i nomi. Nell’operazione sono stati sequestrati 335.000 euro ritenuti i proventi dei reato di corruzione e truffa. Nell’operazione, che i carabinieri hanno chiamato “Conquibus”, sono coinvolte persone residenti in Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Lazio.

L’ordinanza di misure cautelari è stata richiesta dalla Procura della Repubblica di Parma ed emessa dal Gip, che ha disposto l’arresto di un dirigente medico e di un imprenditore e l’applicazione di misure interdittive a carico di altri 9 indagati tra medici universitari e rappresentanti del settore farmaceutico. Sono in corso oltre 40 perquisizioni presso le abitazioni dei professionisti coinvolti e presso le sedi di società e di note aziende farmaceutiche. I reati contestati agli indagati sono corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, comparaggio farmaceutico, abuso d’ufficio, falso ideologico e truffa aggravata.

L’operazione di oggi sembra essere la prosecuzione di una analoga realizzata sempre a Parma, nel maggio dello scorso anno, dove c’era già stata una inchiesta sul medesimo settore – il connubio tra business, medici e aziende farmaceutiche – che aveva portato all’arresto di 19 persone tra cui luminari della sanità parmense e gli amministratori delegati di aziende come Spindial spa e della Appmed srl.

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18/04/2018

L’avanzata dell’autismo. Genetica, inquinamento, farmaci

Il ruolo dei fattori ambientali nello sviluppo dell’autismo è un punto cruciale degli studi sul tema. La genetica influenza notevolmente il rischio dello sviluppo dei Disturbi dello Spettro Autistico, ma tutto questo non dà completa spiegazione dell’autismo, e l’interesse per i fattori tossici, l’inquinamento da sostanze nocive, hanno acquistato una grande importanza.

Sappiamo, tanto per fare un esempio, che l’esposizione in periodo pre-natale alla talidomide e all’acido valproico (sostanze farmacologiche) sono connesse all’autismo. Un nuovo studio (ricercatori del King’s College London, Karolinska Institutet in Svezia, Mount Sinai negli Stati Uniti) afferma che l’autismo, i Disturbi dello Spettro Autistico, sono dovuti per il 50% a sostanze che inquinano l’ambiente.

Lo SPETTRO AUTISTICO (Autistic Spectrum Disorders: Disturbi dello spettro autistico) è il termine con il quale attualmente si definisce unitariamente e clinicamente l’autismo; e comprende diverse patologie, o sindromi, che presentano, a vari livelli o gradi, disturbi neuro-psichiatrici.

Diversi studi hanno già “suggerito” che, tra le sostanze che inquinano l’ambiente, il mercurio, ossia l’intossicazione da mercurio, può essere la causa o fattore favorevole all’instaurarsi della patologia cerebrale dovuta allo Spettro Autistico. Non va dimenticato che il mercurio è un metallo pesante molto tossico e può devastare il Sistema Nervoso Centrale.

Altri studi scientifici, sebbene prevalentemente focalizzati sul mercurio (Hg), hanno dimostrato l’associazione di vari metalli tossici come Cadmio (Cd), Piombo (Pb) e Arsenico (As). Tracce di sostanze tossiche sono state ritrovate in bambini autistici; vi è inoltre correlazione tra la concentrazione di mercurio nei capelli e la gravità dell’Autistic Spectrum Disorders.

L’autismo è considerato “multicausale” e i fattori ambientali hanno una notevole importanza; in particolare, la discussione – a livello internazionale – è focalizzata sulle neurotossine, come mercurio e piombo. Environmental Health Perspectives (Agosto 2013) riporta che l’inquinamento dell’aria contiene molte sostanze tossiche che colpiscono le funzioni neurologiche e che hanno effetti sul feto nell’utero.

Studi recenti pongono in rilievo l’associazione tra l’esposizione pre-natale all’aria inquinata e lo Spettro Autistico nei bambini. L’esposizione pre-natale, il vivere in luoghi inquinati, quindi può aumentare il rischio di autismo nei bambini che nasceranno. Sono proprio le sostanze neurotossiche, presenti nell’ambiente, che possono aumentare l’incidenza nei bambini di casi di Disturbi dello Spettro Autistico. Una delle prime sostanze imputate è la Diossina.

Studi scientifici, pubblicati dall’EPA/NIEHS Children’s Center negli Stati Uniti, affermano che il PCBs (Policlorinobifenile: una diossina) può aumentare il rischio di autismo in bambini geneticamente “suscettibili”. L’EPA è l’agenzia per la protezione dell’ambiente statunitense, l’U.S Enviromental Protection Agency. Altri studi – University of California-Davis e Washington State University – “suggeriscono” che l’esposizione al PCBs può aumentare la probabilità, in alcuni bambini, di Disordini dello Spettro Autistico. L’autorevole giornale scientifico Environmental Health Perspectives ritiene che il PCBs, anche se tale sostanza non è ritenuta “causa”, possa essere aggiunto al rischio di autismo.

Altri studi, effettuati negli Stati Uniti, affermano che i Disturbi dello Spettro Autistico, ma anche tumori e malformazioni, possono essere conseguenza, nei bambini, dell’agente Orange (contente diossina) usato durante la guerra in Vietnam come defoliante, e che ha colpito milioni di bambini vietnamiti e migliaia di soldati americani.

Su Molecular Psychiatry (2014) è stato pubblicato uno studio che valuta e investiga l’associazione tra l’esposizione perinatale alla diossina e i “tratti” autistici in bambini, di circa tre anni, in aree contaminate del Vietnam. Va specificato che per perinatalità si intende il periodo che precede e segue la nascita, e che va dalla ventinovesima settimana di gestazione e a sette giorni dopo il parto.

Livelli elevati di diossina nel latte materno sono stati ritrovati in madri residenti in aree contaminate vicine a basi aeree in Vietnam; si è pensato perciò a un’esposizione perinatale per i loro bambini. Questo studio evidenzia uno specifico impatto perinatale della tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD) sui “tratti” autistici dei bambini.

La rivista scientifica PLOS COMPUTATIONAL BIOLOGY JOURNAL ha pubblicato (2014) dei dati, raccolti su più di 100 milioni di cittadini americani, in cui si evidenzia come lo Spettro Autistico sia una patologia che, oltre a fattori genetici, includa anche fattori ambientali. La forte influenza dell’inquinamento ambientale, come l’esposizione prenatale ai pesticidi, è attualmente dimostrata, anche se c’è ancora molto da studiare e valutare.

Per i ricercatori autori dello studio (Università di Chicago negli Stati Uniti) l’esposizione della madre durante il periodo della gravidanza, e quindi del feto, a sostanze inquinanti come i pesticidi, può rappresentare un grave rischio di contrarre l’autismo. Il professor Andrey Rzhetsky, Department of Medicine Section of Genetic Medicine and Department of Human Genetics, University of Chicago, ha spiegato nel programma statunitense Fox News che alcune molecole, microscopiche particelle “[...] come quelle di farmaci, di prodotti plastificanti, di pesticidi, possono alterare il normale sviluppo del feto”.

Non solo piombo, mercurio e arsenico dunque, ma i pesticidi. Pochi giorni fa, negli Stati Uniti, lo U.S. Center for Disease Control and Prevention afferma che risulta colpito dai Disordini dello Spettro Autistico un bambino su 68. Una “pandemia silenziosa”; questo è il nome che i ricercatori del Mount Sinai School of Medicine di New York usano per gli “avvelenamenti” da piombo, mercurio, arsenico e pesticidi.

Nel 2012 il Mount Sinai Chldren’s Environmental Health Center ha pubblicato una lista, delle dieci sostanze più sospettate di essere causa di Autismo e altri problemi di intelligenza e apprendimento nei bambini. Le sostanze sono:

1) Piombo

2) Metilmercurio

3) PCBs

4) Pesticidi organofosforici

5) Pesticidi organoclorurati

6) Endocrine disruptors

7) Automotive exhaust

8) Idrocarburi policiclici aromatici

9) Brominated flame retardans

10) Composti Perfluorurati (PCF)

Come Endocrine disruptors – interferenti e distruttori endocrini – che si riferiscono al sistema endocrino e agli ormoni, si indicano le sostanze artificiali e non. Queste sostanze possono provocare gravi danni alle popolazioni esposte e non hanno una tossicità acuta. Tra i possibili danni vi sono i problemi legati allo sviluppo, tumori, deformazioni corporee, problemi nello sviluppo sessuale, del cervello, seri deficit dell’attenzione, disturbi dell’attenzione. Queste sostanze includono anche gli idrocarburi policiclici aromatici, tra gli inquinanti ambientali.

Gli Automotive Exhaust sono, detto molto schematicamente, i gas di scarico delle autovetture che producono numerosi effetti avversi alla nostra salute; tra questi vi sono il monossido di Carbonio, il diossido di Azoto e di Zolfo, le particelle sospese PM-10 (particelle di meno di 10 micron), il Benzene, la Formaldeide, gli Idrocarburi Policiclici.

Brominated flame retardans sono, in pratica, i ritardanti di fiamma e vengono commercializzati come ritardanti chimici; i brominati sono la varietà più usata e sono comunemente usati nei prodotti elettrici e elettronici (computer, telefoni cellulari) e riducono la loro infiammabilità. I brominati (BRFs) sono composti organo-bromidici, con componente plastica, adoperati anche in molti oggetti di uso comune e sono presenti anche in mobili e vestiti, cuscini, materassi. Il brominato è potenzialmente neurotossico.

Il Glifosato, che negli ultimi anni viene correlato all’autismo e quindi allo Spettro autistico (Autistic Spectrum Disorder, Disturbi Persuasivi dello Sviluppo) è il protagonista di numerosi studi che vengono incentrati su questo erbicida molto adoperato in agricoltura. Uno studio scientifico pubblicato nel 2018 afferma che “Oggigiorno, sembra esserci un consenso sulla natura multifattoriale dei disturbi dello spettro autistico (ASD).”

Pesticidi e agrotossici sono inclusi nella lunga lista di fattori di stress ambientali correlati all’ASD. L’ingestione di glifosato (GLY), erbicida sistemico ad ampio spettro, può ridurre i batteri benefici nel microbiota del tratto gastrointestinale senza esercitare alcun effetto sulla popolazione di Clostridium, che è altamente resistente al glifosato. Nello studio è stata effettuata una revisione sistematica per valutare la relazione tra i batteri di Clostridium e la probabilità di sviluppare e/o aggravare l’autismo nei bambini.(2).

Come affermano numerosi scienziati e ricercatori, in particolare quelli del MIT (il Massachusetts Institute of Techonology), negli Stati Uniti, nel 2025 un bambino su due sarà autistico; un autentico disastro!

Stephanie Seneff ricercatrice del MIT (non specializzata in epidemiologia) in un articolo (2014) afferma che, oltre agli organismi geneticamente modificati (OGM), “Le prove evidenziano la tossicità del glifosato derivante dall’uso eccessivo dell’erbicida Roundup della Monsanto”. Più recentemente, in una Tavola Rotonda sugli OGM, ha rimarcato che l’autismo è correlato alla tossicità del Glifosato. Affermazioni che meritano sicuramente una grande attenzione e una seria discussione scientifica.

Sappiamo che dal 1980 il numero dei bambini affetti dai disturbi dello Spettro Autistico (ADS) è drammaticamente aumentato e questo non solamente per i progressi e gli avanzamenti delle pratiche diagnostiche; “È noto che il rischio di autismo è associato con l’età paterna avanzata e con il diabete nella madre durante la gravidanza [2]. Esiste una ben nota preponderanza maschile nei casi di ASD [1]. Sebbene l’autismo sia ritenuto, da molti esperti, causato da fattori ereditari, nessuna singola specifica alterazione della sequenza del DNA è stata trovata per spiegare un certo numero di casi.

Un recente rapporto di Yuen et alii [3] ha sollevato interrogativi sull’argomento dei difetti ereditari del gene in relazione alla causalità dell’autismo; poiché l’autismo spesso è già presente nelle famiglie, gli esperti hanno ipotizzato che i fratelli affetti da autismo ereditassero i geni, che predispongono all’autismo, dai loro genitori. Negli ultimi studi effettuati, invece, sembra che potrebbe non essere così.

In uno studio di Koller et alii [4], cellule epiteliali buccali umane sono state esposte solo al glifosato in un test; mentre, separatamente, in un altro test è stata utilizzata la formulazione contenente glifosato nota come Roundup®. Ogni test aveva concentrazioni con una diluizione di 450 volte superiore alle concentrazioni utilizzate nelle irrorazioni di colture in agricoltura.

In ciascuno dei due test effettuati, è stato riscontrato che il danno al DNA si verifica nelle cellule epiteliali esposte. Gli esperti, quando analizzano le cause che potrebbero provocare l’autismo, spesso invocano cambiamenti epigenetici, citando reazioni non specificate, o influenze ambientali. Tali cambiamenti epigenetici, pur non modificando il codice di sequenza del DNA, sono ritenuti ereditari e causali, e potrebbero influenzare il neurosviluppo precoce/fetale. Le cause ambientali quindi non sono state escluse e l’esposizione all’inquinamento atmosferico, soprattutto particolato e metalli pesanti, è riconosciuta come elemento di maggior rischio per l’autismo...” 3)

E’ quanto si riporta in un lavoro scientifico del 2015 sulle cause ambientali o “contributive” dell’autismo; vi è dunque una correlazione, direi consistente, tra il Glifosato (ma anche altri diserbanti) e l’Autismo.

L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC o CIRC, International Agency for Research on Cancer, o Centre international de Recherche sur le Cancer), che fa parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha classificato, nel 2015, il Glifosato come probabile cancerogeno negli esseri umani.

Nello studio di The Great Plains Laboratory, si evidenzia come il Glifosato sia, come già detto, correlato ai Disturbi dello Spettro Autistico: “Lo studio è anche significativo perché dimostra un potenziale meccanismo attraverso il quale il glifosato potrebbe causare danni al cervello. Le persone sono esposte a quantità elevate di glifosato quando consumano cibi geneticamente modificati che sono progettati per sopravvivere alla tossicità del glifosato...” 4)

Altra questione, molto importante, è la correlazione tra l’uso di alcune sostanze farmacologiche e l’Autismo; in particolare il Paracetamolo, o Acetominofene, e l’antibiotico a uso orale quale l’amoxicillina + acido clavulanico, cioè l’Augmentin.

“Il riconoscimento che i fattori ambientali influenzano l’espressione genica ha portato a sintesi di questo tipo: una ‘epidemia epigenetica’, provocata da agenti ambientali pervasivi che alterano l’espressione di geni vulnerabili, inducono biochimiche autistiche in molte madri e bambini. Due tossine più implicate nell’epidemia di autismo, negli Stati Uniti, sono il paracetamolo analgesico/antipiretico (Tylenol) e l’antibiotico orale amoxicillina/clavulanato (Augmentin). Recentemente il glifosato da erbicida (Roundup) è stato implicato in modo esponenziale…” E’ quanto riportato, molto recentemente, in uno studio scientifico sul Paracetamolo che afferma: “L’acetaminofene è uno dei pochissimi antidolorifici considerati generalmente sicuri da usare durante la gravidanza. Un nuovo studio, tuttavia, suggerisce che potrebbe non essere così sicuro dopo aver identificato un legame tra esposizione prenatale al farmaco e sintomi di autismo e disturbo da deficit di attenzione e iperattività”.

I ricercatori sostengono che le donne incinte, che usano il paracetamolo, hanno maggiori probabilità di avere bambini con sintomi di autismo o ADHD. Lo studio che lo dimostra è condotto da ricercatori del Centro di ricerca sull’epidemiologia ambientale (CREAL) di Barcellona, in Spagna, ed è pubblicato sull’International Journal of Epidemiology.

Il paracetamolo è uno dei farmaci da banco più comunemente usati durante la gravidanza, circa il 65% delle donne incinte, negli Stati Uniti, lo usa; dovrebbero invece consultare un medico, ma per la maggior parte delle future mamme, l’uso di acetaminofene è ancora considerato “sicuro”.

Uno studio del 2010 condotto dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) non ha rilevato un aumento del rischio di difetti alla nascita con l’uso di paracetamolo nel primo trimestre di gravidanza. Ci sono state prove che l’uso di acetaminofene durante la gravidanza possa interferire con lo sviluppo cerebrale dei feti. Nel 2014, uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics ha evidenziato che le future mamme che usavano il paracetamolo avevano maggiori probabilità di avere bambini con comportamenti associati al disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD)...”

Alcuni esperti sostengono invece che non ci sono prove della correlazione tra paracetamolo e autismo nei ragazzi; uno studio scientifico del 2017, pubblicato sul Journal of International Medical Research, dimostrerebbe però il contrario: “L’ampia gamma di fattori associati all’induzione dell’autismo è inevitabilmente collegata a entrambi, infiammazione o stress ossidativo. L’autismo può essere associato maggiormente all’uso di paracetamolo nei bambini che durante la gravidanza; forse a causa di ben note carenze nella degradazione metabolica dei farmaci durante lo sviluppo iniziale.

L’uso di paracetamolo quindi potrebbe essere una delle cause maggiori di aumento dei casi di autismo, con presenza di infiammazione e stress ossidativo; si nota neurotossicità in neonati e bambini. Tutto questo impone un’estrema urgenza nel sondare gli effetti a lungo termine sull’uso di paracetamolo nei bambini e la possibilità che molti casi di autismo infantile possano effettivamente essere indotti dall’esposizione al paracetamolo poco dopo la nascita.”

Sul fronte opposto, il Sulforafano è un composto del gruppo degli isotiocinati che si ritrova in diversi vegetali come quelli appartenenti alla famiglia delle Crucifere come, a esempio, broccoli, cavoli e cavoletti di Bruxelles, cavolfiori, rafano, rucola, cavoli rapa, senape, ravanello, crescione.

Il Sulforafano ha oggi una grande attenzione scientifica soprattutto per quanto riguarda la sua capacità anticancerogena; è molto importante sapere che il Sulforafano ha una biodisponibilità (la quantità sufficiente di un farmaco che raggiunge un organo bersaglio per produrre un’attività terapeutica) nettamente più elevata ad altre sostanze vegetali quali la curcumina, la silimarina e il resveratrolo 9).

Le capacità terapeutiche di questo gruppo di piante come antitumorali, erano note da tempo e, per quanto riguarda il cavolo nero, o nero crespo di Toscana, si conoscono numerose varietà. Il cavolo nero, assieme ad altri cavoli, rappresenta un cibo funzionale (functional food); è cioè un cibo che, oltre al valore nutritivo, può dare benefici riducendo il rischio di insorgenza di diverse malattie (cuore, tumori).

Si ritiene che i cavoli siano antitumorali per il loro contenuto in polifenoli, ma anche per il contenuto di glucosinolati: gruppo di sostanze fitochimiche precursori naturali degli isotiocinati. Non bisogna dimenticare che il sulforafano, secondo uno studio, potrebbe agire contro le cellule tumorali della leucemia linfoblastica acuta; ossia il tumore delle cellule sanguigne più diffuso nell’età pediatrica e potrebbe essere d’aiuto nei ragazzi con spettro autistico 10). Alcuni anni fa un piccolo studio clinico, apparso online sugli atti della National Academy of Science, suggeriva che ragazzi in età compresa tra i 13 e 27 anni avevano, nella maggioranza dei casi, un miglioramento sostanziale dopo la somministrazione di sulforafano. Miglioramenti che riguardavano la letargia, movimenti ripetitivi, insoliti manierismi, iperattività, consapevolezza e comunicazione.

Farmacologi del Department of Pharmacology and Molecular Sciences, Johns Hopkins University, Baltimore, I carichi sociali, medici ed economici di ASD (Sindrome dello Spettro Autistico) su famiglie e operatori sanitari sono profondi. Recentemente abbiamo dimostrato in una piccola sperimentazione clinica che il sulforafano (SF) dei germogli di broccoli potrebbe ridurre significativamente i sintomi comportamentali dell’ASD.

Molti genitori e assistenti hanno articolato gli effetti positivi del SF, sia durante la fase di intervento sia nei successivi 3 anni; queste osservazioni possono contribuire alla comprensione dell’ASD e ai trattamenti che possono alleviare alcuni dei suoi sintomi. Le terapie a base di dieta e integratori meritano un’attenta considerazione perché potrebbero fornire informazioni cliniche e biochimiche sull’ASD. Saranno necessari ulteriori studi per confermare l’utilizzo del Sulforafano nei Disturbi dello Spettro Autistico.

Alcuni studi “osservazionali” danno conferma che bambini con autismo migliorano con l’insorgenza di “effetto febbrile” e il Sulforafano potrebbe avere degli effetti metabolici che in qualche modo assomigliano a quelli della febbre 12).

Si continua a discuterne.

Prof. Roberto Suozzi
Medico e Farmacologo Clinico
Suozziroberto.altervista.org

Note:
1) Un mondo di veleni, diffusi e invisibili | Contropiano

contropiano.org › Contropiano.org › Aerosol

29 nov 2016 – Crateva era il medico di Mitridate VI, il re del Ponto, tra il secondo e il primo secolo avanti Cristo. Crateva sapeva che, se si assumono con costanza dosi non mortali di un veleno, il corpo vi si abitua perciò quel veleno diventa non mortale. Mitridate, fiero combattente e avversario di Roma, nel timore di.

Fertilità e interferenti endocrini | Contropiano

contropiano.org › Contropiano.org › Aerosol

3 ago 2017 – Non dimentichiamo che lo Spettro Autistico – l’Autismo e il ruolo dei fattori ambientali nello sviluppo dell’autismo è – un punto cruciale negli studi effettuati su …. J Endocrinol. 2017 Jun;233(3):R109-R129. doi: 10.1530/JOE-17-0023. Epub 2017 Mar 29. Review. Prof. Roberto Suozzi

Il ruolo dell’inquinamento nella diffusione dell’autismo – Mujeres Libres

mujeres_libres.blog.tiscali.it/…/il-ruolo-dellinquinamento-nella-diffusione-dellautismo/

29 mag 2014 – da contropiano.org. 29 Maggio 2014. Roberto Suozzi. Il ruolo dei fattori ambientali nello sviluppo dell’autismo è un punto cruciale negli studi effettuati su questo problema. La genetica influenza notevolmente il rischio dello sviluppo dei Disturbi dello Spettro Autistico, ma tutto questo non dà una spiegazione

2) Clostridium Bacteria and Autism Spectrum Conditions: A Systematic Review and Hypothetical Contribution of Environmental Glyphosate Levels.

Argou-Cardozo I1, Zeidán-Chuliá F

3) The Possible Link between Autism and Glyphosate Acting as Glycine Mimetic – A Review of Evidence from the Literature with Analysis Beecham JE and Stephanie Seneff *

Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory, Massachusetts Institute of Technology, Cambridge MA 02139, USA

Corresponding Author: Stephanie Seneff, Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory
Massachusetts Institute of Technology, Cambridge MA 02139, USA
E-mail: seneff@csail.mit.edu

Received Date: August 26, 2015 Accepted Date: October 06, 2015 Published Date: October 13, 2015

4) Integrative Medicine: A Clinician’s Journal).,studio di The Great Plains Laboratory, Inc. nel numero di febbraio / marzo 2017.
https://www.greatplainslaboratory.com/articles-1/2017/2/13/elevated-urinary-glyphosate-and-clostridia-metabolites-with-altered-dopamine-metabolism-in-triplets-with-autistic-spectrum- disturbo-o-sospetto-sequestro-disordine-a-case-study
William Shaw, Ph.D. di The Great Plains Laboratory, Inc a Lenexa, KS.

5) Evidence the U.S. autism epidemic initiated by acetaminophen …

https://www.sciencedirect.com/science/…/S240545771730102X i P Good – ‎2017 – ‎Articoli correlati

Two toxins most implicated in the U.S. autism epidemic are analgesic/antipyretic acetaminophen (Tylenol) and oral antibiotic amoxicillin/clavulanate (Augmentin). Recently herbicide glyphosate (Roundup) was exponentially implicated. What do these toxins have in common? Acetaminophen depletes sulfate and glutathione …

6) Acetaminophen use in pregnancy linked to autism, ADHD in offspring Published Monday 4 July 2016

By Honor Whiteman

Acetaminophen is one of the very few painkillers considered generally safe to use during pregnancy. A new study, however, suggests it may not be so safe after all, after identifying a link between prenatal exposure to the drug and symptoms of autism and attention deficit hyperactivity disorder.

Researchers suggest pregnant women who use acetaminophen are more likely to have children with symptoms of autism or ADHD.

The study – led by researchers from the Center for Research in Environmental Epidemiology (CREAL) in Barcelona, Spain – is published in the International Journal of Epidemiology.

7) Experts Dismiss Acetaminophen/Paracetamol Link to Autism Study, Peter Russell, 5 lug 2016 – Scientific experts are dismissing claims that taking paracetamol is strongly associated with autism spectrum symptoms in boys. A study in the International Journal of Epidemiology also found that paracetamol (known as acetaminophen in the United States) use in pregnancy was also

8) The role of oxidative stress, inflammation and acetaminophen exposure from birth to early childhood in the induction of autism William Parker 1, Chi Dang Hornik 2, Staci Bilbo 3, Zoie E. Holzknecht 1, Lauren Gentry 1, Rasika Rao 1, Shu S. Lin.

9) Oxid Med Cell Longev. 2016; 2016: 7857186. Published online 2016 Jan 6. doi: 10.1155/2016/7857186 PMCID: PMC4736808 PMID: 26881038 Sulforaphane and Other Nutrigenomic Nrf2 Activators: Can the Clinician’s Expectation Be Matched by the Reality? Christine A. Houghton, Robert G. Fassett, and Jeff S. Coombes * Christine A. Houghton, School of Human Movement and Nutrition Science, The University of Queensland, Brisbane, Australia

10) LEUCEMIE E AUTISMO I BENEFICI DEL CAVOLO NERO – la …ricerca.repubblica.it › la Repubblica.it › 2014 › 11 › 18 18 nov 2014 – ROBERTO SUOZZI DEL cavolo nero, o nero crespo di Toscana, famiglia botanica delle Brassicacee o Crocifere, si conoscono numerose varietà. Il cavolo nero, assieme ad altri cavoli, rappresenta un cibo funzionale (functional food); è cioè un cibo che, oltre al valore nutritivo, può dare benefici.

11) Sulforaphane from Broccoli Reduces Symptoms of Autism: A Follow-up Case Series from a Randomized Double-blind Study. Article first published online: October 26, 2017; Issue published: January 1, 2017

12) CNS Neurol Disord Drug Targets. 2016;15(5):597-601. Sulforaphane Treatment of Young Men with Autism Spectrum Disorder. Singh K, Zimmerman AW1.

Fonte

26/03/2018

La nimesulide (Aulin). Vietata altrove, vendibile in Italia

La Nimesulide è un farmaco antinfiammatorio non steroideo (FANS); in Italia il nome commerciale più noto è Aulin, anche se sono disponibili alcuni farmaci equivalenti. La Nimesulide attualmente è utilizzata in Italia come “farmaco NON di prima scelta”, ma in diversi paesi europei tale farmaco non è più commercializzato.

In Spagna e Finlandia è bandito dal 2002, in Irlanda dal 2007, mentre nel Regno Unito e in Germania non è mai stato autorizzato al commercio. In altri paesi europei, prima della decisione della Commissione Europea del gennaio del 2010, per i gravi danni che provoca il farmaco a livello epatico e dell’apparato gastroenterico, avevano ritenuto opportuno ritiralo dal commercio. Belgio, Danimarca, Olanda, Svezia avevano provveduto al ritiro, mentre la Francia decideva di eliminarne la rimborsabilità. Negli Stati Uniti non è stata mai approvata la commercializzazione della Nimesulide.

L’European Medicines Agency (Agenzia Europea del Farmaco) raccomanda il non utilizzo della Nimesulide nei “[...] pazienti con problemi di fegato, è indicata solo per il trattamento del dolore acuto (mentre prima veniva usata anche in caso di dolore cronico) e dei dolori mestruali, deve essere utilizzata solo per brevi periodi, al massimo per quindici giorni, la dose massima è di duecento milligrammi (pari a due bustine, o a due compresse).”

Sarà compito del medico curante valutare scrupolosamente il rischio-beneficio della somministrazione di questo farmaco e, quando avrà compiuto la sua valutazione, scriverà la ricetta medica la cui prescrizione sarà NON RIPETIBILE. I farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) vengono associati a epatossicità, con un meccanismo molecolare non perfettamente chiarito. La Nimesulide viene associata a frequenti reazioni avverse gravi e imprevedibili nel fegato 1).

I FANS presentano un ampio spettro di danni al fegato che vanno da asintomatico, transitorio, iper-transaminasemia, a insufficienza epatica fulminante. Tuttavia, la mancata segnalazione di casi asintomatici, lievi, così come di quelli con alterazione transitoria del test del fegato, insieme a segnalazioni non conformi ai criteri di farmacovigilanza e studi epidemiologici viziati, mettono a repentaglio la possibilità di accertare il rischio reale di Epatotossicità dei FANS.

Diversi FANS, vale a dire bromfenac, ibufenac e benoxaprofen, sono stati ritirati dal mercato a causa dell’epatotossicità; altri come la nimesulide non sono mai stati commercializzati in alcuni paesi e ritirati in altri. In effetti, la controversia relativa al rischio reale di una grave malattia del fegato persiste nella ricerca sui FANS... Nonostante questo, la commercializzazione del nimesulide è ancora mantenuta in diversi paesi europei, sebbene i rapporti dell’EMEA raccomandino una durata della terapia limitata a 15 giorni e un dosaggio massimo di 100 mg/giorno [13].

La polemica riguardante la nimesulide persiste perché le serie cliniche, e gli studi epidemiologici, continuano a dimostrare come la nimesulide sia responsabile dei gravi danni recati al fegato [19,89,90]. D’altra parte, le istituzioni sanitarie concludono che il danno epatico causato da nimesulide è statisticamente comparabile a quello del resto dei FANS.

Riconoscere il vero impatto della nimesulide sul fegato non è un compito facile 2).

Uno studio, fatto molto bene, condotto da farmacologi e medici italiani evidenziava che la Nimesulide è associata ad alti rischi di acuti e seri problemi epatici; e l’ibuprofene, e alte dosi di ketoprofene, sono associati a modesti rischi di epatossicità (3)

Prof. Roberto Suozzi
Medico e Farmacologo Clinico
Suozziroberto.altervista.org

Note
1) Mechanisms of NSAID-induced hepatotoxicity: focus on nimesulide.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12137558 1. Simili UA Boelsterli – ‎2002 – ‎Articoli correlati Mechanisms of NSAID-induced hepatotoxicity: focus on nimesulide. Boelsterli UA(1). Author information: (1)HepaTox Consulting, Pfeffingen, and Institute of Clinical Pharmacy, University of Basel, Basel, Switzerland. boelterli@hepatox.ch. Nonsteroidal anti-inflammatory drugs (NSAIDs) have been associated with…• Send to Drug Saf. 2002; 25(9):633-48. Mechanisms of NSAID-induced hepatotoxicity: focus on nimesulide. Boelsterli UA1.

2) Non-steroidal anti-inflammatory drugs: What is the actual risk of liver …
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2997980/1 di F Bessone – ‎2010 – ‎Articoli correlati 7 dic 2010 – Several NSAIDs, namely bromfenac, ibufenac and benoxaprofen, have been withdrawn from the market due to hepatotoxicity; others like nimesulide were …. From the clinical stand point NSAIDs induced hepatotoxicity is associated with different patterns of clinical presentation, several mechanisms of liver …

3) British Journal of Clinical Pharmacology (2016) 82
Pharmacoloepidemiology Risk of acute and serious liver injury associated to nimesulide and other NSAIDs: data from drug-induced liver injury case-control study in Italy.
Corrispondence Prof Roberto Leone Pharmacology Unit, Department of Diagnostic and Pubblic Health, University of Verona. 13 March 2016.

Fonte

24/01/2018

Come morire di farmaci

Michele, sessantacinque anni, sofferente di ipertensione che gli ha procurato nel passato un ictus emorragico, da molto tempo prende farmaci per controllare la sua pressione. Michele più volte è stato visitato da cardiologi per aggiustare la sua terapia, ma nessuno lo ha fatto; occorre tenere presente che Michele è medico e farmacologo, ma alle varie visite cardiologiche (in cui gli elettrocardiogrammi non mostravano problemi di sorta) si presentava in veste di paziente, si affidava perciò completamente all’esperienza dei suoi colleghi.

Ramipril, Ramipril e idroclortiazide, Carvedilolo e Doxazina erano i farmaci che Michele prendeva da sette anni. Dalla fine dell’estate del 2017 Michele ha cominciato a presentare fenomeni bronchiali e tussigeni, difficoltà respiratorie, sintomatologia asmatica dopo alcuni passi, sonnolenza, sintomatologia gastrica ed esofagea, gonfiore abnorme dell’addome ed edema di ambedue le gambe e cosce, edema notevole delle caviglie, ipotensione posturale. E tutto ciò altro non era che gli effetti collaterali dovuta alla somministrazione dei farmaci sopracitati.

Nessun collega (medico) consultato ha saputo attribuire tutti gli elementi di fastidio ai farmaci della terapia prescritta, o per mancata conoscenza, o per non volersi assumere la responsabilità di un cambio di terapia.

Così, qualche settimana fa, Michele ha avuto gli effetti indesiderati più gravi. Una notte, rapidamente e all’improvviso, un angioedema della bocca, delle labbra, della lingua (specie la base linguale), impossibilità a parlare con notevole perdita di saliva, respirazione a bocca aperta con glottide libera (per fortuna, perché può avere esiti mortali). Michele come terapia applicò, per via esterna, olio di elicriso (che nei giorni precedenti aveva fatto lui stesso, per dei suoi pazienti) nella regione sottomandibolare e alla base della lingua.

Successivamente, applicò a livello sub-linguale due compresse di bentelan solubile da 0,5 mg e, dopo circa quattro ore, la sintomatologia si risolse quasi completamente con grande sollievo. Vista la pericolosità, in questo caso, del trattamento farmacologico Michele prese a trattare l’ipertensione con le erbe medicinali adoperando olivo in foglie, biancospino e mais, in forma di estratto, e tintura alcolica. Rispetto al mais, ottimo ipotensore, faccio una ulteriore considerazione importante anche per le persone sofferenti di diabete che lo possono utilizzare per trattarlo.

Il Mais (Zea mays) possiede un’importante azione contro la cataratta soprattutto come prevenzione. 1). La capacità, l’efficacia terapeutica di molti farmaci non si discute, ma bisogna sempre tener conto (compito in particolare dei medici) dei loro effetti indesiderati (che, come si evince dall’aggettivo, sono negativi), della capacità di interferire con altri farmaci (con piante medicinali, con alimenti) e della possibilità di una differente azione nei due sessi.

Vi ricordo quanto avevo scritto sulle “differenze di genere”, su ciò che accade nelle malattie cardiovascolari, ipertensione, obesità, diabete, sindromi depressive, dolore, artrosi, calcolosi, allergie, osteoporosi (stesso discorso vale per i maschi che soffrono inconsapevolmente di questa patologia), alle malattie autoimmuni ai tumori e altre patologie.

Da questa vicenda emergono due importanti considerazioni:


a) Spesso vi sono dei medici (colleghi) che pur essendo capaci lo sono in maniera incompleta, non rendendosi conto degli effetti avversi delle sostanze farmacologiche, alcune volte affermando in maniera incauta, quando un paziente, o un altro collega, gli riferiscono degli effetti negativi di un farmaco, che tutto ciò è impossibile. Emblematico è il caso di molti anni fa quando una donna (che era un medico), in terapia con farmaci beta-bloccanti per ipertensione, si rivolse all’oculista per un persistente bruciore e arrossamento alla congiuntiva.

L’oculista trovò una estrema fragilità del film lacrimale come causa dei disturbi. In assenza di altre patologie oculari e generali l’oculista ipotizzò come possibile causa l’uso dei beta-bloccanti e ne informò il cardiologo che negò vigorosamente questo effetto.

Dopo anni questo effetto avverso sta scritto nel “bugiardino” di questi farmaci. Un’altra paziente affetta da diabete, un anno fa, in cura presso un grande ospedale pubblico romano, ebbe dei gravi effetti collaterali (dermatite atopica) da un farmaco anti-ipertensivo composto da due sostanze. La persona (paziente) informò il medico che le disse che questa cosa “era impossibile”. Come vedete è assolutamente necessario, per qualcuno, ripetere tutti gli esami di chimica, farmacologia e farmacia.


b) Le erbe, le piante medicinali sono ricche di sostanze chimiche che hanno azione e validità farmacologica (anche secondo la ”forma farmaceutica” la modalità di somministrazione, considerando anche l’intero Fitocomplesso.

In un rapporto del Botanic Gardens Conservation International (BGCI), la più grande organizzazione mondiale che si occupa della protezione e conservazione della diversità delle piante, è a dir poco preoccupante il pericolo di estinzione, sull’intero pianeta, di erbe, piante e alberi utilizzabili a scopo medicinale. La distruzione dell’ambiente, degli ecosistemi, i cambiamenti climatici, la deforestazione selvaggia, la sovrappopolazione in diverse aree geografiche, la crescente urbanizzazione, la raccolta indiscriminata e non sostenibile delle piante medicinali, l’eccessivo sfruttamento commerciale, rappresentano alcune delle cause che conducono all’estinzione delle piante.

Molti anni fa, la dottoressa Belinda Hawkin (assieme al suo gruppo di collaboratori) scrisse un rapporto, basato sulle informazioni provenienti dai giardini botanici di 120 paesi sparsi nel mondo, Secondo questo rapporto sarebbero ben 15000 le specie di piante medicinali minacciate nel pianeta e, alcune di queste, potrebbero scomparire definitivamente nel giro di dieci anni.

Fortunatamente alcune di queste piante “resistono” La questione rimane però serissima e non riguarda solamente le enormi problematiche legate all’ambiente, al suo inquinamento, alla perdita dei saperi culturali-medici legati alle conoscenze dei guaritori tradizionali, delle donne, ma investe tutta la medicina e la ricerca scientifica. Secondo molti esperti (ed è anche l’opinione dello scrivente) l’estinzione delle piante medicinali metterebbe a rischio la salute di milioni di persone e potrebbe instaurare una vera e propria crisi sanitaria mondiale.

Ben il 50% dei farmaci correntemente usati in terapia derivano dal mondo vegetale ed è ben noto che piante ed erbe rappresentano un’importante fonte dalla quale isolare ed estrarre nuove e più sosfisticate molecole farmacologie utilizzabili nella cura di molte patologie; antitumorali e antivirale in particolare. Va anche detto che, nonostante gli enormi progressi della biochimica, che ha permesso l’isolamento di moltissime molecole di origine vegetale, in un’ampia maggioranza dei casi la complessità (e l’efficacia) dell’insieme di tutte le sostanze, presenti nelle piante medicinali, non possono essere riprodotte sinteticamente. Secondo quel rapporto della BGCI circa il 70% di tutti i nuovi farmaci sviluppati negli Stati Uniti deriva da fonti naturali (anche non vegetali ristabilimento della salute delle persone è ancora molto “dipendente” dalle piante del pianeta.)

Prof Roberto Suozzi
Medico e Farmacologo Clinico

Suozziroberto.altervista.org

Note

1) Preventive Effect of Zea mays L. (Purple Waxy Corn) on … – Hindawi https://www.hindawi.com/journals/bmri/2014/507435 di P Thiraphatthanavong – ‎2014 – ‎Citato da 19 – ‎Articoli correlati

29 ott 2013 – Recently, substances possessing antioxidant can prevent cataractogenesis of diabetic cataract. Therefore, this study was carried out to determine the anticataract effect of Zea mays L. (purple waxy corn), a flavonoids rich plant, in experimental diabetic cataract. Enucleated rat lenses were incubated in...

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25/11/2016

Egitto - Giornalisti e farmacie svelano le crepe nel regime di al-Sisi

Chiara Cruciati – Il Manifesto

A 10 mesi dalla scomparsa di Giulio Regeni al Cairo il 25 gennaio 2016, nella notte che più rappresenta la spinta egiziana verso la democrazia, il regime di al-Sisi traballa. Le crepe si moltiplicano nella apparentemente granitica macchina militare che lo sostiene, la responsabile politica della morte del giovane ricercatore. Le manifestazioni anti-governative compaiono a sprazzi, ancora limitate, ma per molti sono segno di una prossima esplosione. Mercoledì sono stati i giornalisti ad alzare la voce come accaduto a primavera quando il sindacato della stampa fece da calamita e diffusore delle proteste. E come accade da anni, una porta aperta alle proteste di studenti e dipendenti pubblici come ai meeting dei familiari dei prigionieri politici.

Centinaia di giornalisti si sono ritrovati per manifestare contro la condanna a due anni del presidente Yehia Qalash e di due membri della segreteria, Abdel-Reheem e El-Balshy. Due anni per «aver nascosto fuggitivi», due giornalisti ricercati per diffusione di notizie false e che il primo maggio avevano trovato rifugio negli uffici dell’organizzazione attaccata dalla polizia. Un’aggressione senza precedenti che fa il paio con la condanna al carcere del presidente del sindacato, mai successo in 100 anni di attività.

Durante l’assemblea i giornalisti hanno formato tre comitati per seguire gli sviluppi del caso (che il presidente al-Sisi ieri ha bollato come mero evento giudiziario, senza legami con la libertà di stampa), non far calare l’attenzione sulla repressione e intervenire contro gli effetti drammatici che la crisi economica ha anche sul giornalismo indipendente.

Solo poche ore prima del sit-in Mahmoud Abu Zeid, noto come Shawkan, fotoreporter in prigione dal 14 agosto del 2013, veniva insignito a distanza dell’International Press Freedom Award. Non è solo: sono 28 i giornalisti tuttora in carcere per mano del regime. Che però trema: lo scontento dilaga insieme alla miseria, quotidianità per oltre un quarto degli egiziani. Con la sterlina in caduta libera, i tagli ai sussidi e la carenza di beni di prima necessità, ora si deve far fronte ad una nuova crisi: le farmacie sono quasi vuote. I prezzi sono così alti che produrre o importare non conviene, dicono le compagnie farmaceutiche: «Non siamo un ente di beneficienza – ha commentato Said Ibrahim, direttore di Eipico, una delle maggiori aziende farmaceutiche egiziane – Abbiamo spese e costi di produzione e, se non facciamo profitto, interrompiamo la produzione».

Una situazione drammatica che colpisce i più vulnerabili, prima le classi più basse e ora i malati. I farmacisti denunciano l’impossibilità di rifornire i malati di cancro e diabete, i dottori il dolore di rimandare i pazienti a casa dagli ospedali per mancanza di medicinali. Negli ultimi mesi 1.600 medicine sono quasi scomparse dal mercato, ma il Ministero della Salute non pare intenzionato ad intervenire e attribuisce la carenza agli egiziani stessi che avrebbero comprato troppe confezioni per paura di restare senza.

Da parte sua la Banca Centrale, dopo aver svalutato la sterlina, ha deciso all’inizio di novembre di lasciare che fluttui, con il valore determinato dal mercato. Una scelta dettata dall’insufficienza di riserve di moneta straniera e oro nelle proprie casse ed espressamente richiesta dal Fondo Monetario Internazionale in cambio del prestito da 12 miliardi in tre anni, per attirare investimenti. Ma in poche ore la sterlina è crollata tanto da far perdere agli egiziani il 65% del valore dei soldi che hanno tra le mani. Quelli poveri, perché ricchi e uomini d’affari proprietari di valuta straniera li vedono lievitare.

Ma Al-Sisi non può permettersi sollevazioni e prova a metterci una pezza. Ed ecco che 10 giorni fa è stata cancellata la condanna a morte del deposto presidente Morsi e 4 giorni fa l’ergastolo nel caso di spionaggio a favore di Hamas. A monte sta la paura di proteste guidate dai Fratelli Musulmani, che godono di un ampio bacino di consenso, in un periodo di gravissima crisi. Tanto che si vocifera – scrive al-Shorouq – di un negoziato in corso tra Fratellanza e regime: rilascio dei prigionieri, migliaia, in cambio dell’abbandono della vita politica per 5 anni.

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23/06/2016

Farmaci antitumore? Solo per ultra ricchi, e non a lungo

Quando i problemi diventano giganteschi, anche in ambito mainstream si comincia a ragionare in modo più serio sulle soluzioni. Ovvero: gli uomini si pongono solo i problemi che possono essere risolti, ma solo quando sono con le spalle al muro.

Un ottimo e sintetico articolo apparso sul Corriere della Sera, dal titolo inequivocabile, centra uno dei problemi-chiave del mondo contemporaneo: quale rapporto c’è tra necessità del capitale e risoluzione dei bisogni? Nessuno, è la risposta implicita.

In realtà l’articolo si propone un obiettivo più limitato (Per quanto tempo ancora ci potremo permettere di curare i tumori?, appunto), ma i meccanismi che mette in luce sono identici in qualsiasi settore cui si si rivolga l’attenzione.

Anche volendo restare nel solo ambito sanitario, infatti, scopriamo quel che sapevamo:

a) i prezzi dei farmaci (antitumorali, ma anche gli altri) non hanno alcun rapporto con i costi di produzione. Saltano dunque alcuni dei criteri fondamentali della stessa economia liberale (rapporto domanda-offerta, costi-prezzi-ricavi, ecc). I prezzi negli Usa sono fissati “dirigisticamente” dalle stesse multinazionali del farmaco, lo Stato si preoccupa solo di verificare che il farmaco sia utile per le patologie indicate. Ma negli Usa la sanità è di fatto completamente privata: ti curi se hai i soldi per farlo, sennò crepi. In Europa ci sono ancora dei sistemi sanitari nazionali, c’è un minimo tentativo di calmierare l’arbitrarietà folle di certi prezzi (è lo Stato a dover pagare...), ma i tagli imposti dalle politiche di austerità stanno producendo la stessa situazione Usa: se hai i soldi ti puoi curare, sennò crepi. Il problema è che, anche per chi un po’ di soldi li ha, quei prezzi sempre in rialzo stanno diventando insostenibili. Anche perché le terapie antitumorali sono di lunga durata.

b) la ragione del costante aumento dei prezzi farmaceutici è nella dipendenza dalla finanza: «Le multinazionali hanno bisogno di attrarre investimenti per la ricerca così devono dimostrare che ogni anno fatturano almeno il 10 per cento in più rispetto a quello precedente. Come? Aumentando, appunto, il prezzo dei farmaci». Il meccanismo, dunque, è indipendente dalla materia trattata, ma totalmente dipendente dalla logica del fatturato crescente. Vale per i farmaci come per le automobili, per il cibo, per l’elettronica di consumo (con dinamiche di mercato diverse, ma convergenti). Per i farmaci, ovviamente, c’è in più la potentissima molla della volontà di vivere che rende molto meno attenti ai prezzi...

c) non esistono soluzioni in ambito capitalistico. La pur ottima giornalista si ferma infatti davanti a una realtà immodificabile senza che qualcuno dei protagonisti ci rimetta l’osso del collo: “due considerazioni. La prima: non si può fare a meno dell’industria farmaceutica. La seconda: l’industria deve prendere atto che i sistemi pubblici e privati sono a fine corsa e che occorrono correttivi per cambiare rotta”.

Tradotto in pratica: le industrie dovrebbero diventare “responsabili” e contenere i prezzi in una misura che non devasti i sistemi sanitari nazionali o i patrimoni privati di quanti si possono permettere di pagare alcune cure.

Dov’è l’errore? Nella premessa (“non si può fare a meno dell’industria farmaceutica”), che non contempla il caso – pur esistente in diversi paesi del mondo – di un’industria farmaceutica pubblica. È banale dire che per produrre un farmaco serve ricerca scientifica (con costi che possono essere calcolati solo ex post, a risultati raggiunti) e una struttura industriale. Ma si possono avere le due cose sia in forma privatistica, sia in forma pubblica. La differenza a monte diventa sempre una differenza a valle, ovvero prezzi più bassi.

E paradossalmente sono le stesse industrie farmaceutiche a livello mondiale a render noto, nei loro report, che il tempo di rientro dalla spesa per ricerca arriva mediamente ai 18 mesi, “il resto è solo guadagno”. E invece tutti i farmaci vengono venduti in base a un brevetto dalla durata pluridecennale (a seconda dei vari continenti), con costi spesso crescenti anziché in riduzione.

Il paradosso apparente è palpabile: di questo passo le multinazionali del farmaco arriveranno a produrre antitumorali che pochissimi al mondo potrebbero comprare, in una spirale di prezzi che punta alle stelle perché il mercato solvibile si va riducendo drasticamente man mano che il prezzo sale (se l’aspirina costasse 1.000 euro a pasticca, ben pochi ne farebbero uso). Una follia anche per un capitalista avido...

La “legge” che emerge da questa dinamica può esser nominata in molti modi. Ma è comunque una dimostrazione empirica di come, in questo inizio di terzo millennio, i “rapporti di produzione” capitalistici siano in violento conflitto con lo sviluppo delle “forze produttive”. Ovvero: con le nuove tecnologie (dai robot in fabbrica alla farmaceutica) si può fare praticamente tutto, e a costo sempre più basso; ma quel che si può fabbricare trova un mercato sempre più ristretto, quanto a redditi disponibili. E in ogni caso i bisogni delle popolazioni – stiamo parlando di cure sanitarie per restare in vita – non costituiscono una variabile di cui l’economia capitalistica possa tener conto.

Se hai i soldi ti curi, sennò crepi...

*****

Per quanto tempo ancora ci potremo permettere di curare i tumori?

I prezzi delle terapie oncologiche sono in continua crescita. Le aziende farmaceutiche si appellano alla ricerca, ma i sistemi sanitari sono al collasso. Le ipotesi allo studio per affrontare una crisi annunciata

di Adriana Bazzi (inviata a Chicago dal Corriere della Sera)


C’è un effetto collaterale delle nuove terapie anticancro che gli americani chiamano «financial toxicity», tossicità finanziaria. La sua incidenza è maggiore negli Stati Uniti, ma non risparmia i Paesi europei, Italia compresa. Il problema è che gli antitumorali costano sempre di più e i pazienti rischiano di non avere più accesso alle cure. L’esplosione dei costi è anche dovuta ai nuovissimi immunomodulanti che vanno somministrati a tutti e per sempre, perché non si possono ancora selezionare i pazienti a differenza delle targeted therapy (cioè dei farmaci a bersaglio molecolare, costosi sì, ma che sono prescritti in maniera mirata in base alle caratteristiche genetiche del tumore e ai biomarcatori). Un anno di terapia con queste molecole, negli Usa, costa 100 mila dollari a paziente (circa 90 mila euro).

I parametri degli Stati Uniti

Di nuovi farmaci e di costi si è parlato all’Asco, il Congresso della Società Americana di Oncologia Medica, che ha visto a Chicago la partecipazione di oltre 30 mila esperti da tutto il mondo. Negli Stati Uniti sono le aziende che decidono il prezzo di vendita del prodotto, la sanità è in mano alle assicurazioni e spesso i pazienti devono pagare di tasca propria extra- costi per le medicine. E i medici hanno tutto l’interesse a usare farmaci costosi perché sono loro che li comprano e poi li rivendono ai pazienti, guadagnandoci. «In America esiste un algoritmo — spiega Pierfranco Conte, direttore dell’Oncologia Medica all’Università di Padova — che viene sottoposto ai pazienti e suggerisce loro di dare un voto ad alcuni parametri fra cui: l’efficacia del farmaco antitumorale che viene loro proposto, gli effetti collaterali e, infine, il costo. In base al punteggio ottenuto, il medico prescrive la cura».

Perché il prezzo è alto (ma non sempre è giustificato)

Diverso è il discorso per i Paesi europei con sistemi sanitari pubblici, dove sono le istituzioni a contrattare il prezzo con le aziende e a decidere la rimborsabilità del farmaco. Le terapie sono, comunque, care: oggi curare un malato di cancro costa, in media, cinquantamila euro all’anno. Occorre, perciò, ripensare alle modalità di «pricing» cioè ai parametri attraverso i quali si decide il prezzo di un farmaco e ai correttivi per ridurne i costi. L’industria ha sempre sostenuto che il prezzo dipende dagli elevati investimenti in ricerca e ai fallimenti cui vanno incontro molte molecole prima di arrivare in clinica. Ma oggi sono entrati in gioco altri parametri: quanto, per esempio, un farmaco può far risparmiare su altri interventi terapeutici, quanto aumenta la sopravvivenza di un paziente e a quali condizioni per la qualità della vita. «C’è però un dato di fatto, certificato dai Report delle industrie farmaceutiche a livello mondiale — continua Conte —. Già dopo 18 mesi dall’immissione in commercio di un farmaco l’industria rientra dagli investimenti. Il resto è tutto guadagno».

Ma perché i prezzi sono così elevati? «Le multinazionali — argomenta Conte — hanno bisogno di attrarre investimenti per la ricerca così devono dimostrare che ogni anno fatturano almeno il 10 per cento in più rispetto a quello precedente. Come? Aumentando, appunto, il prezzo dei farmaci». A questo punto due considerazioni. La prima: non si può fare a meno dell’industria farmaceutica. La seconda: l’industria deve prendere atto che i sistemi pubblici e privati sono a fine corsa e che occorrono correttivi per cambiare rotta. «In tutti i Paesi del mondo occidentale la mortalità per molti tumori è diminuita nonostante l’aumento dell’incidenza — commenta Conte —. E questo è in parte attribuibile alle nuove terapie, ma solo l’industria, non l’accademia, ha le risorse finanziarie per svilupparle».

Che cosa si può fare

Quali sono allora i correttivi? «Va ridiscusso tutto il processo di sperimentazione, di approvazione e di accesso ai farmaci — continua Conte —. In primo luogo non ha senso che le autorità regolatorie, come l’Fda americana (la Food and Drug Administration) o l’Ema (l’Agenzia europea per i farmaci), che approvano l’immissione in commercio dei farmaci, non si preoccupino dei costi. Sono loro che dovrebbero fissare il valore del beneficio clinico, come l’aumento di sopravvivenza o il miglioramento della qualità della vita, e includerlo nella valutazione economica». Ma questo aspetto, da solo, non è sufficiente: «Occorre obbligare l’industria a finanziare studi post-marketing — conclude Conte —. In altre parole studi che valutino l’efficacia dei farmaci nel mondo reale e cioè su pazienti non selezionati (come, invece, sono negli studi clinici) che possono avere caratteristiche diverse: essere anziani, per esempio, o seguire altri trattamenti per patologie concomitanti che possono interferire con l’effetto dell’antitumorale. Solo così si può valutare l’effettivo beneficio di una terapia».

Fonte

25/06/2015

Come ammazzare i malati e far ricche le multinazionali del farmaco

Il dottor Mengele forse starà sorridendo. Oppure sarà incazzato perché lui certi esperimenti li faceva per "la causa" (nazista), non per soldi. Però la storia del farmaco miracoloso contro l'epatite C, ma troppo costoso per poter essere pagato dallo Stato, se non ai malati allo stadio terminale, è troppo importante per essere lasciata sotto silenzio.

Il Sofosbuvir, il superfarmaco contro l’epatite C, è stato scoperto da Pharmasset e poi acquisito per lo sviluppo da Gilead Sciences, quindi commercializzato come Sovaldi e Virunon. La sua efficacia è determinata dal fatto che "inibisce la RNA polimerasi che il virus dell'epatite C usa per replicare il suo RNA".

Un ciclo di terapia costa alla sanità italiana ben 45.000 euro; ed è questo il motivo per cui il ministero della salute ne ha autorizzato l'acquisto e l'uso solo nei casi disperati. Anche perché il farmaco non dà  garanzie di guarigione, ma solo una “presunzione di guarigione”; l’effettiva eradicazione del virus non è stata infatti provata sul lungo termine.

La Procura di Torino - il prezioso Raffaele Guariniello - ha cominciato un'indagine sulla base di una classica notizia di reato da brividi: 24 pazienti morti e a cui era stato negato il farmaco super (in tutti i sensi). Indagando indagando (per omicidio colposo), chiedendo informazioni e raffrontando i prezzi, il suo gruppo ha scoperto che in India la stessa sostanza (naturalmente con un altro nome commerciale, come avviene per tutti i farmaci "generici" ma equivalenti) costa decisamente meno: un euro a pasticca. Diciamo che se se lo può permettere la sanità indiana, o addirittura quella egiziana (risultano diversi pazienti che se lo sono andati a comprare di persona in quel paese), forse poteva fare altrettanto anche quella in corso di demolizione nel nostro paese...

Il problema, dal nostro punto di vista, non sta nell'efficacia o meno del farmaco. E probabilmente è vero che ci sono oggi terapie che danno risultati migliori, o promettono di farlo. La medicina è una disciplina in progress, che va avanti per prove ed errori, che nessun epistemologo classificherebbe come "scienza".

Il problema è il prezzo mostruoso che viene o veniva richiesto in Italia, mentre una banale ricerca delle alternative esistenti sul mercato - talmente banale che hanno potuta effettuarla anche pazienti a digiuno di conoscenze mediche o esperienze commerciali internazionali - avrebbe facilmente messo a disposizione un equivalente dal costo risibile. Forse alcune di quelle 24  vittime accertate - non sappiamo far numeri su quante altre possano essere non censite - sarebbero decedute lo stesso, forse sarebbe rimaste in vita più a lungo tutte. Per un pugno di spiccioli.

Ma se si deve obbedire alle multinazionali di Big Pharma, nessun sacrificio umano è mai abbastanza...

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Come diceva Gaber "mi fa male, anzi mi fa SCHIFO" chi specula sulla vita della gente".

19/05/2015

Da Cuba un farmaco contro il tumore ai polmoni

I risultati finali dello studio sulla conferma dell’efficacia del vaccino cubano CIMAvax-EGF, nel cancro del polmone avanzato, sono stati esposti nel V Seminario Internazionale sul tema che si è svolto il 12 e 13 maggio all'Avana. Nel Palazzo delle Convenzioni de L’Avana, l’appuntamento fissato dalla CIMAB S.A., impresa bio farmaceutica cubana dedicata allo sviluppo e commercio dei medicinali per il trattamento dei tumori maligni, ha discusso le nuove indicazioni e le combinazioni terapeutiche del composto. Il Cimavax Egf era stato registrato in Perù nel 2008 e sperimentato nel 2011 e in questi anni le ricerche sono andate avanti. Cubadebate fa parlare il direttore dell'Istituto di Innovazione e Biotecnologia, Fiego Venegas, il quale riferisce che il composto ha aumentato la sopravvivenza e la qualità della vita di un centinaio di pazienti peruviani che hanno usufruito del farmaco.

Tra i vari aspetti vi è l’implementazione della vaccinazione, creata da ricercatori del Centro di Immunologia Molecolare (CIM), nell’assistenza di base della Salute Pubblica, il suo profilo di sicurezza globale e le esperienze post-registrazione in altri paesi, si legge nella convocazione al seminario scientifico.

Considerata come una nuova strategia capace di generare anti corpi dello stesso malato contro il fattore di crescita epidermica (EGF), CIMAvax-EGF è la prima vaccinazione terapeutica registrata per il cancro del polmone. Gli anticorpi generati da questa contro il EGF, inibiscono l’attivazione delEGF e fermano la proliferazione delle cellule tumorali.

In conseguenza si controlla la progressione della malattia, aumenta la sopravvivenza e migliora significativamente la qualità della vita per il paziente trattato, aggiunge il testo.

Dal 2012, il cancro è divenuto la prima causa di morte a Cuba e secondo l’Annuario Statistico di Salute del 2014, quello ai polmoni occupa il tasso più elevato di mortalità nell’Isola, tanto per le donne come per gli uomini.

Gli esperti dell’istituzione sostengono che questo seminario è un’eccellente opportunità per il dibattito su quanto si è appreso nel campo scientifico, per valutare nuove strategie come l’implementazione nella pratica medica, le nuove indicazioni e le combinazioni terapeutiche.

Recentemente, il Centro d’Immunologia Molecolare e l’Istituto Roswell Park contro il Cancro, di New York, hanno firmato un accordo per esportare negli Stati Uniti questa vaccinazione terapeutica contro il cancro del polmone e prossimamente cominceranno i test clinici.

La CIMAVax-EGF, creata nel 2011 dopo 15 anni di ricerca con il diritto di brevetto in tutto il mondo, è registrata a Cuba e in Perù. Brasile, Argentina e Colombia, tra i vari paesi, stanno lavorando alla sua registrazione e il Regno Unito e l’Australia stanno realizzando test clinici.

Fonti Cubadebate e Granma Intercacional. Traduzione Gioia Minuti da Granma Internacional

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02/03/2015

La borsa o la vita. La logica delle multinazionali del farmaco

La borsa o la vita. La logica di “big pharma” – le multinazionali del farmaco – è l'esatto contrario di quanto prescritto dal giuramento di Ippocrate: curare chiunque, al meglio delle proprie capacità.

Ma la logica del profitto e quella della medicina sono separate ormai da tempo. Di più: tutte le innumerevoli “autorità” nazionali e sovranazionali, persino quelle statunitensi o dell'Onu, sono assolutamente impotenti contro imprese “senza nazione” che brutalmente dicono “questo è il prezzo; se ce li avete, bene, se non crepate pure”.

La motivazione avanzata da questi Mengele apolidi è sempre la stessa: “la ricerca costa, senza profitti non possiamo finanziarla, quindi se non facciamo profitti non possiamo neanche fare progressi e trovare nuovi farmaci”. Sorvoliamo sull'esempio storico e concreto di Cuba, che finanzia una ricerca pubblica tale da collocare la sanità della piccola isola ai vertici mondiali dell'efficacia (sia mai detto che “i comunisti” funzionino meglio del “privato”), e concentriamoci sulla domanda: “quanto costa la ricerca per un farmaco?”.

Sappiamo già la risposta retorica: “non si può sapere prima, si investe in ricerca di base, possono passare anni prima che si arrivi a una soluzione da mettere in produzione, ecc”. Verissimo, non si può sapere prima.

Ma dopo sì. A consuntivo, come si dice in gergo aziendale, si sa esattamente quanto si è speso, in quanto tempo, qual'è il mercato potenziale (il numero di malati nel mondo curabili con quel farmaco, e anche i livelli di reddito relativi). Si può dunque agevolmente stabilire un prezzo non diciamo “equo”, ma anche altamente redditizio senza toccare cifre assurde. Quelle che girano di questi tempi per farmaci “innovativi”. Non stiamo parlando di malattie rare, di quelle che colpiscono magari cento persone in tutto il mondo, ma di quelle che stanno devastando e uccidendo decine di milioni di esseri umani: cancro, epatite C, ecc.

Facciamo dunque l'esempio del farmaco rivoluzionario che, a detta di tutti i ricercatori del settore, cancellerà per sempre l'epatite C dal novero delle malattie di massa, com'è stato per vaiolo, lebbra, colera, peste, ecc.

Si chiama sofosbuvir, ma è universalmente noto come Sovaldi, il nome commerciale scelto dalla multinazionale Gilead. La sua scoperta, per ammissione della stessa multinazionale che ha rilevato la società autrice per davvero della ricerca, la Pharmassett, è costata in tutto 62,4 milioni di dollari. Bella cifra, certamente, ma praticamente pari al numero dei malati di epatite C nel mondo. Mettiamoci anche i costi di produzione, impacchettamento, trasporto (quelli della pubblicità no, perché tutti gli interessati sanno di cosa si sta parlando)... diciamo che la Gilead investirà un miliardo? Va bene.

Soltanto in Italia coloro che hanno contratto l'epatite C, a vari stadi di evoluzione della malattia, sono circa un milione e mezzo. Diciamo perciò che se l'intero trattamento per tutti questi malati venisse pagato 1.000 euro a testa, soltanto il mercato italiano garantirebbe a Gilead mezzo miliardo di profitti. Poi c'è il resto del mondo, naturalmente...

Invece la Gilead ha messo un prezzo orientativo alquanto diverso: 80.000 dollari, circa 70.000 euro, a trattamento. Avete letto bene.

Poi, naturalmente, sono cominciate le differenziazioni da paese a paese. Negli Stati Uniti – con una sanità del tutto privatizzata (a parte i pronto soccorso, che ovviamente non curano le malattie croniche) – il prezzo è salito ancora un po', fino a 84.000 dollari. In Egitto invece, con decine di milioni di malati, è sceso a 900. In Italia, il ministero della Sanità è riuscito a “strappare uno sconto”: 37.000 euro a trattamento. Ovvio che a queste cifre, se si dovessero curare soltanto i malati all'ultimo stadio (quello dopo la cirrosi), ovvero 300.000 persone, ci vorrebbe 11 miliardi. Oltre il triplo della spesa per farmaci di tutto il sistema sanitario nazionale. Un'enormità che fa quasi ridere, se la si mette a confronto con la seriosità con cui qui si discute di “ridurre gli sprechi”, ovvero risparmiare qualche decina di milioni sulla spesa farmaceutica attuale.

Il ministero italiano ha risolto il problema... all'italiana. In pratica, il Sovaldi verrà somministrato soltanto a chi è in punto di morte (nel paese muoiono di epatite C circa 10.000 persone l'anno). Ma non è chiaro in quali ospedali è possibile ricevere “il miracolo”. Né ha una qualche logica medica la somministrazione del farmaco insieme all'estrema unzione. Le regole base della medicina vorrebbero che la somministrazione avvenisse soprattutto nelle prime fasi di sviluppo della malattia, quando basterebbe probabilmente un trattamento meno invasivo e ripetuto (quindi meno costoso).

Ma lasciamo perdere gli sragionamenti fatti dallo staff della ministra Lorenzin, che mette mano su problemi di questa complessità senza aver mai neanche ottenuto una laurea qualsiasi.

Concentriamoci sulla dinamica capitalistica che questa forma di “commercializzazione” dei farmaci illumina. C'è una o più multinazionali che hanno concentrato la conoscenza relativa ad alcuni studi e cercano di ottenere da questa conoscenza profitti al di fuori di qualsiasi “saggio” capitalisticamente sensato. Uno schiaffo soprattutto ai “capitalisti normali”, che invece debbono arrabattarsi in settori più esposti alla concorrenza, quindi obbligati a contenere i prezzi verso il limite più basso della profittabilità.

La borsa o la vita. Punto e basta. Io ho qual che vi può tenere in vita, ma se vuoi restare vivo mi devi dare tutti i tuoi averi (per qualcuno, pochi, sarà un po' meno, per la maggioranza degli esseri umani sarà semplicemente una cifra impensabile). Qui siamo già oltre e fuori la “logica di mercato”. Siamo in una situazione di monopolio – garantito da brevetto – che tendenzialmente elimina qualsiasi correttivo al ribasso dei prezzi e quindi delle “plusvalenze”.

Non è possibile alcuna mediazione con questa logica, ma soltanto un conflitto aperto (oltre la “legalità in vigore sui mercati globali”). E infatti diversi paesi, con governi meno vili di quello italiano, hanno immediatamente risposto rifiutandosi di riconoscere il brevetto di Gilead e invitando pubblicamente a “copiare” il Sovaldi, promettendo porte aperte a chiunque sia in grado di riprodurlo – per l'immenso mercato indiano, per esempio – al prezzo di 100 dollari a trattamento. Magari potrebbe riuscirci Cuba...

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