Ci sono voluti sette anni ma ieri Harald Espenhahn, amministrazione delegato della tedesca ThyssenKrupp all’epoca della strage di operai a Torino, ha varcato i cancelli del carcere, dove dovrà scontare una condanna a cinque anni per omicidio colposo.
La sentenza definitiva era stata pronunciata sin dal 2016, ma non era ancora stata eseguita a causa di alcuni ricorsi che lo stesso Espenhahn aveva presentato al tribunale tedesco. Sconterà la pena in regime di semi-libertà.
L’incendio nello stabilimento torinese della ThyssenKrupp, si verificò nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 e causò la morte di sette operai: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi. All’una di notte alla linea 5 dell’acciaieria Thyssen di Torino, sette operai vennero travolti da un getto di olio bollente. Gli estintori e i sistemi antincendio risultarono smantellati o scarichi.
“Un incidente sul lavoro” che se li porterà via tutti: alcuni in poche ore, altri dopo giorni di agonia. Alla strage sopravvive come unico testimone oculare, Antonio Boccuzzi, un altro operaio.
L’interminabile iter giudiziario, fu avviato dal giudice Raffaele Guariniello, grande esperto di sicurezza sul lavoro. Nel mirino, le mancate misure di sicurezza dell’impianto che era destinato alla chiusura. Sono stati cinque i gradi di giudizio del procedimento penale che ne sono seguiti.
Sul banco degli imputati finiscono l’amministratore delegato della multinazionale tedesca, Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale. Imputati anche l’azienda come persona giuridica e altri cinque dirigenti, accusati di omicidio colposo aggravato: Cosimo Cafueri, Daniele Moroni, Gerald Prigneitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno.
Nel 2016 l’ex ad Harald Espenhahn è stato condannato a nove anni e otto mesi; i dirigenti Marco Pucci e Gerald Priegnitz a sei anni e dieci mesi, il membro del comitato esecutivo dell’azienda Daniele Moroni a sette anni e sei mesi, l’ex direttore dello stabilimento Raffaele Salerno a otto anni e sei mesi e il responsabile della sicurezza Cosimo Cafuer a sei anni e otto mesi.
Ma la Procura giudicante in questo caso era la famosa Procura di Torino, ragione per cui il procuratore generale aveva chiesto l’annullamento con rinvio della sentenza, perché le pene sarebbero state troppo alte.
Quelli condannati erano dirigenti e manager mica attivisti No Tav o anarchici.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/10/2017
Vertici Thyssen-Krupp. Condanna definitiva, ma liberi in Germania
Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007 un terribile incendio distrusse lo stabilimento ThyssenKrupp di Torino condannando ad una morte orribile 7 operai.
Grazie al lavoro instancabile e minuzioso del procuratore Guariniello i colpevoli di quella strage furono individuati, incriminati, condannati. E, caso raro per gli omicidi sul lavoro, le sentenze, pur attenuate, hanno retto fino alla Corte di Cassazione. Che pochi giorni fa ha voluto anche sottolineare la gravità del non rispetto delle norme di sicurezza, che proprio per la sua dimensione assegna la responsabilità della strage ai manager aziendali. Di essi quelli italiani stanno già scontando la pena, ma i due principali responsabili – l’amministratore delegato Harald Espenhahn (condannato a nove anni di reclusione) e il direttore generale Gerald Priegnitz (condannato a sei anni) – sono liberi in Germania.
Attenzione non si tratta di ritardi o sviste, perché, già nel 2016, dopo la prima conferma delle condanne, la magistratura italiana aveva spiccato un mandato di cattura europeo per i due manager. Mandato di cattura che le autorità tedesche hanno semplicemente ignorato. Del resto in Italia i due manager avevano ricevuto persino gli applausi, nel 2011 dall’assemblea di Confindustria a Bergamo. Di quegli applausi poi la dirigenza confindustriale si era scusata, ma non delle indecenti parole della sua presidente contro la prima condanna. Emma Marcegaglia aveva detto:
“È un unicum in Europa. Una cosa di questo tipo se dovesse prevalere allontanerebbe investimenti esteri mettendo a repentaglio la sopravvivenza del sistema produttivo.”
Perché il governo tedesco dovrebbe consegnare alla nostra giustizia le vittime di così palesi ed antieconomici soprusi?
Ora il ministro Orlando dice che chiederà la consegna dei colpevoli al suo collega di Germania. Buffonate. La verità è che il governo dovrebbe fare una campagna contro l’impunità dei manager tedeschi e far valere con tutti i mezzi le regole di giustizia europee. Che però come al solito valgono solo per i paesi deboli, con una classe politica e imprenditoriale asservita come la nostra. Questa è la realtà della Unione Europea, un sistema autoritario e truffaldino di diseguali, ove se sei manager tedesco sei automaticamente immune dalla giustizia di uno dei paesi che in Germania chiamano PIGS.
Fonte
Grazie al lavoro instancabile e minuzioso del procuratore Guariniello i colpevoli di quella strage furono individuati, incriminati, condannati. E, caso raro per gli omicidi sul lavoro, le sentenze, pur attenuate, hanno retto fino alla Corte di Cassazione. Che pochi giorni fa ha voluto anche sottolineare la gravità del non rispetto delle norme di sicurezza, che proprio per la sua dimensione assegna la responsabilità della strage ai manager aziendali. Di essi quelli italiani stanno già scontando la pena, ma i due principali responsabili – l’amministratore delegato Harald Espenhahn (condannato a nove anni di reclusione) e il direttore generale Gerald Priegnitz (condannato a sei anni) – sono liberi in Germania.
Attenzione non si tratta di ritardi o sviste, perché, già nel 2016, dopo la prima conferma delle condanne, la magistratura italiana aveva spiccato un mandato di cattura europeo per i due manager. Mandato di cattura che le autorità tedesche hanno semplicemente ignorato. Del resto in Italia i due manager avevano ricevuto persino gli applausi, nel 2011 dall’assemblea di Confindustria a Bergamo. Di quegli applausi poi la dirigenza confindustriale si era scusata, ma non delle indecenti parole della sua presidente contro la prima condanna. Emma Marcegaglia aveva detto:
“È un unicum in Europa. Una cosa di questo tipo se dovesse prevalere allontanerebbe investimenti esteri mettendo a repentaglio la sopravvivenza del sistema produttivo.”
Perché il governo tedesco dovrebbe consegnare alla nostra giustizia le vittime di così palesi ed antieconomici soprusi?
Ora il ministro Orlando dice che chiederà la consegna dei colpevoli al suo collega di Germania. Buffonate. La verità è che il governo dovrebbe fare una campagna contro l’impunità dei manager tedeschi e far valere con tutti i mezzi le regole di giustizia europee. Che però come al solito valgono solo per i paesi deboli, con una classe politica e imprenditoriale asservita come la nostra. Questa è la realtà della Unione Europea, un sistema autoritario e truffaldino di diseguali, ove se sei manager tedesco sei automaticamente immune dalla giustizia di uno dei paesi che in Germania chiamano PIGS.
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21/08/2015
Agente unico sui treni? E' contro la sicurezza. Indagate Trenitalia e Siv
Il procuratore della Repubblica di Torino, Raffaele Guariniello, ha iscritto nel registro degli indagati l'amministratore delegato di Trenitalia Vincenzo Soprano. L'accusa è quella di violazione del Testo Unico sulla Sicurezza e di omissione colposa delle norme anti-infortunio. Il motivo è l'introduzione dell'agente unico sui treni (cioè un solo macchinista alla guida).
Il giudice torinese da mesi sta coordinando le verifiche sui treni condotti da un solo macchinista ossia l'agente unico imposto dall'azienda. Per lo stesso reato è stato chiamato a rispondere l'amministratore delegato della Svi (Società Viaggiatori Italia), Frédéric Fhal. Entrambe le aziende, secondo il magistrato torinese, sarebbero responsabili di mettere a rischio l’incolumità del macchinista del treno, da quando hanno eliminato, ormai da quasi tutti i convogli, la figura del secondo ferroviere, fino ad alcuni anni fa presenza fondamentale e obbligatoria su tutti i treni.
Sia Trenitalia che Svi avevano ricevuto, alcuni mesi fa, delle prescrizioni da parte degli ispettori inviati dal dott. Guariniello, prescrizioni che avrebbero dovuto rispettare per minimizzare i rischi. Ma, secondo quanto risulta alla procura di Torino, queste indicazioni non sarebbero state rispettate. Per questo motivo il pm ha indagato formalmente entrambi gli amministratori.
Le indagini sono state effettuate su diverse linee ferroviarie del Piemonte - ma il caso è nazionale - soprattutto nei tratti in galleria. Dai test è emerso che nei treni con un uomo solo al comando, in caso di infortunio o malore, con l’arresto del mezzo in galleria, non sarebbero garantite le tempistiche adeguate per il soccorso sanitario da effettuare nei tempi più rapidi possibili. In una simulazione in galleria nei pressi di Cuneo, con blocco del convoglio, il tempo calcolato per l’arrivo del soccorso è stato stimato oltre i 40 minuti. Al momento l'unica società che si è adeguata è la Captrain, società che però si occupa del trasporto merci. I sindacati, in particolare quelli base, avevano presentato numerosi esposti contro l’accordo tra Trenitalia e le organizzazioni sindacali ufficiali che ha introdotto l'agente unico sui treni.
Fonte
Il giudice torinese da mesi sta coordinando le verifiche sui treni condotti da un solo macchinista ossia l'agente unico imposto dall'azienda. Per lo stesso reato è stato chiamato a rispondere l'amministratore delegato della Svi (Società Viaggiatori Italia), Frédéric Fhal. Entrambe le aziende, secondo il magistrato torinese, sarebbero responsabili di mettere a rischio l’incolumità del macchinista del treno, da quando hanno eliminato, ormai da quasi tutti i convogli, la figura del secondo ferroviere, fino ad alcuni anni fa presenza fondamentale e obbligatoria su tutti i treni.
Sia Trenitalia che Svi avevano ricevuto, alcuni mesi fa, delle prescrizioni da parte degli ispettori inviati dal dott. Guariniello, prescrizioni che avrebbero dovuto rispettare per minimizzare i rischi. Ma, secondo quanto risulta alla procura di Torino, queste indicazioni non sarebbero state rispettate. Per questo motivo il pm ha indagato formalmente entrambi gli amministratori.
Le indagini sono state effettuate su diverse linee ferroviarie del Piemonte - ma il caso è nazionale - soprattutto nei tratti in galleria. Dai test è emerso che nei treni con un uomo solo al comando, in caso di infortunio o malore, con l’arresto del mezzo in galleria, non sarebbero garantite le tempistiche adeguate per il soccorso sanitario da effettuare nei tempi più rapidi possibili. In una simulazione in galleria nei pressi di Cuneo, con blocco del convoglio, il tempo calcolato per l’arrivo del soccorso è stato stimato oltre i 40 minuti. Al momento l'unica società che si è adeguata è la Captrain, società che però si occupa del trasporto merci. I sindacati, in particolare quelli base, avevano presentato numerosi esposti contro l’accordo tra Trenitalia e le organizzazioni sindacali ufficiali che ha introdotto l'agente unico sui treni.
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09/08/2015
Torino - Fermato dai vigili per un Tso arriva morto in ospedale
Torino. Un nuovo caso mortale per un ricovero coatto. Le modalità con cui agenti o vigili urbani, in questo caso, applicano i Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio) lasciano dietro di sè più di qualche dubbio, soprattutto quando ci scappa il morto.
Infatti, è omicidio colposo il reato ipotizzato nei confronti dei tre vigili urbani e dello psichiatra coinvolti nel caso di Andrea Soldi, un uomo di 45 anni, morto a Torino dopo essere stato caricato a forza su un'ambulanza e portato in ospedale per un trattamento sanitario obbligatorio. Sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura, che sta coordinando le indagini.
Il ricovero forzato, e il decesso, sono avvenuti mercoledì scorso. La vittima, dal 1990 soffriva di schizofrenia, aveva dato in escandescenza per strada. Il centro di salute mentale dell'Asl 2 aveva ordinato un Tso (trattamento sanitario obbligatorio) e una pattuglia di vigili urbani lo aveva eseguito. Molte persone hanno riferito che per immobilizzare l'uomo, 150 chili di stazza, sono state utilizzate maniere troppo forti. Ma le testimonianze raccolte finora non sembrano coincidere.
E' dura la denuncia di Maria Cristina Soldi, la sorella di Andrea: "Andrea era lì disteso, scurissimo in volto. Aveva le orecchie nere, tre cicatrici sul volto, una collana di lividi attorno al collo e dei segni bianchi ai polsi. Mi sono chiesta: che cosa è successo? Poi ho capito che me l'avevano ucciso. Morto soffocato, con la testa in giù sulla barella". C'è poi un pensionato che avrebbe scattato nove fotografie dell'intervento dei vigili sul proprio telefonino ora a disposizione dei magistrati.
Del caso si occupa il pm Raffaele Guariniello. "La dinamica dell'episodio sta venendo fuori, ma continuiamo a lavorarci", ha spiegato il dott. Guariniello all'ANSA. "Il lavoro non è finito - sottolinea - potrebbe emergere ancora qualcosa". Guariniello ha disposto l'autopsia che verrà eseguita domani dal medico legale.
Fonte
Infatti, è omicidio colposo il reato ipotizzato nei confronti dei tre vigili urbani e dello psichiatra coinvolti nel caso di Andrea Soldi, un uomo di 45 anni, morto a Torino dopo essere stato caricato a forza su un'ambulanza e portato in ospedale per un trattamento sanitario obbligatorio. Sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura, che sta coordinando le indagini.
Il ricovero forzato, e il decesso, sono avvenuti mercoledì scorso. La vittima, dal 1990 soffriva di schizofrenia, aveva dato in escandescenza per strada. Il centro di salute mentale dell'Asl 2 aveva ordinato un Tso (trattamento sanitario obbligatorio) e una pattuglia di vigili urbani lo aveva eseguito. Molte persone hanno riferito che per immobilizzare l'uomo, 150 chili di stazza, sono state utilizzate maniere troppo forti. Ma le testimonianze raccolte finora non sembrano coincidere.
E' dura la denuncia di Maria Cristina Soldi, la sorella di Andrea: "Andrea era lì disteso, scurissimo in volto. Aveva le orecchie nere, tre cicatrici sul volto, una collana di lividi attorno al collo e dei segni bianchi ai polsi. Mi sono chiesta: che cosa è successo? Poi ho capito che me l'avevano ucciso. Morto soffocato, con la testa in giù sulla barella". C'è poi un pensionato che avrebbe scattato nove fotografie dell'intervento dei vigili sul proprio telefonino ora a disposizione dei magistrati.
Del caso si occupa il pm Raffaele Guariniello. "La dinamica dell'episodio sta venendo fuori, ma continuiamo a lavorarci", ha spiegato il dott. Guariniello all'ANSA. "Il lavoro non è finito - sottolinea - potrebbe emergere ancora qualcosa". Guariniello ha disposto l'autopsia che verrà eseguita domani dal medico legale.
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25/06/2015
Come ammazzare i malati e far ricche le multinazionali del farmaco
Il dottor Mengele forse starà sorridendo. Oppure sarà incazzato perché lui certi esperimenti li faceva per "la causa" (nazista), non per soldi. Però la storia del farmaco miracoloso contro l'epatite C, ma troppo costoso per poter essere pagato dallo Stato, se non ai malati allo stadio terminale, è troppo importante per essere lasciata sotto silenzio.
Il Sofosbuvir, il superfarmaco contro l’epatite C, è stato scoperto da Pharmasset e poi acquisito per lo sviluppo da Gilead Sciences, quindi commercializzato come Sovaldi e Virunon. La sua efficacia è determinata dal fatto che "inibisce la RNA polimerasi che il virus dell'epatite C usa per replicare il suo RNA".
Un ciclo di terapia costa alla sanità italiana ben 45.000 euro; ed è questo il motivo per cui il ministero della salute ne ha autorizzato l'acquisto e l'uso solo nei casi disperati. Anche perché il farmaco non dà garanzie di guarigione, ma solo una “presunzione di guarigione”; l’effettiva eradicazione del virus non è stata infatti provata sul lungo termine.
La Procura di Torino - il prezioso Raffaele Guariniello - ha cominciato un'indagine sulla base di una classica notizia di reato da brividi: 24 pazienti morti e a cui era stato negato il farmaco super (in tutti i sensi). Indagando indagando (per omicidio colposo), chiedendo informazioni e raffrontando i prezzi, il suo gruppo ha scoperto che in India la stessa sostanza (naturalmente con un altro nome commerciale, come avviene per tutti i farmaci "generici" ma equivalenti) costa decisamente meno: un euro a pasticca. Diciamo che se se lo può permettere la sanità indiana, o addirittura quella egiziana (risultano diversi pazienti che se lo sono andati a comprare di persona in quel paese), forse poteva fare altrettanto anche quella in corso di demolizione nel nostro paese...
Il problema, dal nostro punto di vista, non sta nell'efficacia o meno del farmaco. E probabilmente è vero che ci sono oggi terapie che danno risultati migliori, o promettono di farlo. La medicina è una disciplina in progress, che va avanti per prove ed errori, che nessun epistemologo classificherebbe come "scienza".
Il problema è il prezzo mostruoso che viene o veniva richiesto in Italia, mentre una banale ricerca delle alternative esistenti sul mercato - talmente banale che hanno potuta effettuarla anche pazienti a digiuno di conoscenze mediche o esperienze commerciali internazionali - avrebbe facilmente messo a disposizione un equivalente dal costo risibile. Forse alcune di quelle 24 vittime accertate - non sappiamo far numeri su quante altre possano essere non censite - sarebbero decedute lo stesso, forse sarebbe rimaste in vita più a lungo tutte. Per un pugno di spiccioli.
Ma se si deve obbedire alle multinazionali di Big Pharma, nessun sacrificio umano è mai abbastanza...
Fonte
Come diceva Gaber "mi fa male, anzi mi fa SCHIFO" chi specula sulla vita della gente".
Il Sofosbuvir, il superfarmaco contro l’epatite C, è stato scoperto da Pharmasset e poi acquisito per lo sviluppo da Gilead Sciences, quindi commercializzato come Sovaldi e Virunon. La sua efficacia è determinata dal fatto che "inibisce la RNA polimerasi che il virus dell'epatite C usa per replicare il suo RNA".
Un ciclo di terapia costa alla sanità italiana ben 45.000 euro; ed è questo il motivo per cui il ministero della salute ne ha autorizzato l'acquisto e l'uso solo nei casi disperati. Anche perché il farmaco non dà garanzie di guarigione, ma solo una “presunzione di guarigione”; l’effettiva eradicazione del virus non è stata infatti provata sul lungo termine.
La Procura di Torino - il prezioso Raffaele Guariniello - ha cominciato un'indagine sulla base di una classica notizia di reato da brividi: 24 pazienti morti e a cui era stato negato il farmaco super (in tutti i sensi). Indagando indagando (per omicidio colposo), chiedendo informazioni e raffrontando i prezzi, il suo gruppo ha scoperto che in India la stessa sostanza (naturalmente con un altro nome commerciale, come avviene per tutti i farmaci "generici" ma equivalenti) costa decisamente meno: un euro a pasticca. Diciamo che se se lo può permettere la sanità indiana, o addirittura quella egiziana (risultano diversi pazienti che se lo sono andati a comprare di persona in quel paese), forse poteva fare altrettanto anche quella in corso di demolizione nel nostro paese...
Il problema, dal nostro punto di vista, non sta nell'efficacia o meno del farmaco. E probabilmente è vero che ci sono oggi terapie che danno risultati migliori, o promettono di farlo. La medicina è una disciplina in progress, che va avanti per prove ed errori, che nessun epistemologo classificherebbe come "scienza".
Il problema è il prezzo mostruoso che viene o veniva richiesto in Italia, mentre una banale ricerca delle alternative esistenti sul mercato - talmente banale che hanno potuta effettuarla anche pazienti a digiuno di conoscenze mediche o esperienze commerciali internazionali - avrebbe facilmente messo a disposizione un equivalente dal costo risibile. Forse alcune di quelle 24 vittime accertate - non sappiamo far numeri su quante altre possano essere non censite - sarebbero decedute lo stesso, forse sarebbe rimaste in vita più a lungo tutte. Per un pugno di spiccioli.
Ma se si deve obbedire alle multinazionali di Big Pharma, nessun sacrificio umano è mai abbastanza...
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Come diceva Gaber "mi fa male, anzi mi fa SCHIFO" chi specula sulla vita della gente".
24/02/2015
La strage "impunibile" dell'Eternit
Abbiamo atteso che sbollisse la rabbia dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza con cui la Cassazione ha azzerato anni di processi e condanne nei confronti dei vertici e dei proprietari dell'Eternit.
Ora la vicenda assume davvero tutte le caratteristiche della tragedia greca, con tutti i diversi protagonisti inchiodati al loro ruolo, pronti a dire "la parte che il sistema mi assegna è questa". Di più non posso.
In una storia come quella dell'Eternit, sul piano sociale e della giustizia, non c'è nulla da discutere. I padroni svizzeri sapevano benissimo che stavano producendo materiale cancerogeno e che dipendenti, familiari, popolazione circostante sarebbero stati falcidiati a migliaia dai tumori, nel corso dei decenni.
Sul piano processuale, della "legge positiva" concretamente esistente, i giudici di Cassazione - inchiodati al loro ruolo di controllori della procedura - hanno gioco facile nel dimostrare (leggi esistenti alla mano) che il processo torinese per le morti da amianto era prescritto prima ancora del rinvio a giudizio dell'imprenditore svizzero Schmideiny.
La loro sentenza di prescrizione del 19 novembre 2014 ha, tra l'altro, annullato i risarcimenti alle vittime. Formalmente inoppugnabile, pare. Il processo non si doveva fare (perlomeno con quel tipo di imputazioni), quindi nessun risarcimento è dovuto. Agghiacciante, perché si può anche sospettare un'intenzione assolutoria in giudici che spesso hanno a che fare con processi inestricabili sul piano normativo quando coinvolgono interessi economici multinazionali. Ma loro stessi - inchiodati a quel ruolo - hanno un'altra volta gioco facile nell'indicare come responsabili "i politici" che in tanti decenni non hanno mai approvato una legge efficace in grado di sanzionare il disastro ambientale provocato dalle industrie. Una "dimenticanza" certamente complice, così come avviene per il reato di tortura (unico paese europeo a non prevederlo).
Una volta stabilito che è "il sistema legislativo" a essere squinternato dalla difesa preventiva degli interessi aziendali, il resto viene - tragicamente - da sé. E quindi i giudici di Cassazione possono tranquillamente scrivere che "Il Tribunale (di Torino, con pm Raffaele Guariniello, ndr) ha confuso la permanenza del reato con la permanenza degli effetti del reato, la Corte di Appello ha inopinatamente aggiunto all'evento costitutivo del disastro eventi rispetto ad esso estranei ed ulteriori, quali quelli delle malattie e delle morti, costitutivi semmai di differenti delitti di lesioni e di omicidio".
Argomentazioni da cercatori di cavilli seminati ad arte in un labirinto di norme contraddittorie, a vole addirittura semanticamente sconclusionate (con annessi, infiniti, problemi di interpretazione).
Diventa,quindi, addirittura possibile una critica "da sinistra" all'operato del magistrato inquirente: l'imputazione di "disastro" a carico dell'imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny non era infatti la più adatta da applicare per il rinvio a giudizio, perché la condanna massima sarebbe stata troppo bassa (12 anni di reclusione, per chi miete morti e malati) e quindi anche i tempi della prescrizione. Scrivono i supremi giudici: in pratica "colui che dolosamente provoca, con la condotta produttiva di disastro, plurimi omicidi, ovverosia, in sostanza, una strage" verrebbe punito con solo 12 anni di carcere e questo è "insostenibile dal punto di vista sistematico, oltre che contrario al buon senso".
Secondo la Cassazione "a far data dall'agosto dell'anno 1993" era ormai acclarato l'effetto nocivo delle polveri di amianto la cui lavorazione, in quell'anno, era stata "definitivamente inibita, con comando agli Enti pubblici di provvedere alla bonifica dei siti". "E da tale data - prosegue il verdetto - a quella del rinvio a giudizio (2009) e della sentenza di primo grado (13/02/2012) sono passati ben oltre i 15 anni previsti" per "la maturazione della prescrizione in base alla legge 251 del 2005".
"Per effetto della constatazione della prescrizione del reato, intervenuta anteriormente alla sentenza di I grado", cadono "tutte le questioni sostanziali concernenti gli interessi civili e il risarcimento dei danni".
Sarebbe insomma servito un intero altro codice, oppure l'imputazione di omicidio volontario (che non va in prescrizione). Ma dubitiamo che questo sia anche il consiglio che la Cassazione rivolge al "legislatore". In ogni caso, ce lo vedete voi Renzi a proporre una legge "che danneggia le imprese"?
Fonte
Ora la vicenda assume davvero tutte le caratteristiche della tragedia greca, con tutti i diversi protagonisti inchiodati al loro ruolo, pronti a dire "la parte che il sistema mi assegna è questa". Di più non posso.
In una storia come quella dell'Eternit, sul piano sociale e della giustizia, non c'è nulla da discutere. I padroni svizzeri sapevano benissimo che stavano producendo materiale cancerogeno e che dipendenti, familiari, popolazione circostante sarebbero stati falcidiati a migliaia dai tumori, nel corso dei decenni.
Sul piano processuale, della "legge positiva" concretamente esistente, i giudici di Cassazione - inchiodati al loro ruolo di controllori della procedura - hanno gioco facile nel dimostrare (leggi esistenti alla mano) che il processo torinese per le morti da amianto era prescritto prima ancora del rinvio a giudizio dell'imprenditore svizzero Schmideiny.
La loro sentenza di prescrizione del 19 novembre 2014 ha, tra l'altro, annullato i risarcimenti alle vittime. Formalmente inoppugnabile, pare. Il processo non si doveva fare (perlomeno con quel tipo di imputazioni), quindi nessun risarcimento è dovuto. Agghiacciante, perché si può anche sospettare un'intenzione assolutoria in giudici che spesso hanno a che fare con processi inestricabili sul piano normativo quando coinvolgono interessi economici multinazionali. Ma loro stessi - inchiodati a quel ruolo - hanno un'altra volta gioco facile nell'indicare come responsabili "i politici" che in tanti decenni non hanno mai approvato una legge efficace in grado di sanzionare il disastro ambientale provocato dalle industrie. Una "dimenticanza" certamente complice, così come avviene per il reato di tortura (unico paese europeo a non prevederlo).
Una volta stabilito che è "il sistema legislativo" a essere squinternato dalla difesa preventiva degli interessi aziendali, il resto viene - tragicamente - da sé. E quindi i giudici di Cassazione possono tranquillamente scrivere che "Il Tribunale (di Torino, con pm Raffaele Guariniello, ndr) ha confuso la permanenza del reato con la permanenza degli effetti del reato, la Corte di Appello ha inopinatamente aggiunto all'evento costitutivo del disastro eventi rispetto ad esso estranei ed ulteriori, quali quelli delle malattie e delle morti, costitutivi semmai di differenti delitti di lesioni e di omicidio".
Argomentazioni da cercatori di cavilli seminati ad arte in un labirinto di norme contraddittorie, a vole addirittura semanticamente sconclusionate (con annessi, infiniti, problemi di interpretazione).
Diventa,quindi, addirittura possibile una critica "da sinistra" all'operato del magistrato inquirente: l'imputazione di "disastro" a carico dell'imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny non era infatti la più adatta da applicare per il rinvio a giudizio, perché la condanna massima sarebbe stata troppo bassa (12 anni di reclusione, per chi miete morti e malati) e quindi anche i tempi della prescrizione. Scrivono i supremi giudici: in pratica "colui che dolosamente provoca, con la condotta produttiva di disastro, plurimi omicidi, ovverosia, in sostanza, una strage" verrebbe punito con solo 12 anni di carcere e questo è "insostenibile dal punto di vista sistematico, oltre che contrario al buon senso".
Secondo la Cassazione "a far data dall'agosto dell'anno 1993" era ormai acclarato l'effetto nocivo delle polveri di amianto la cui lavorazione, in quell'anno, era stata "definitivamente inibita, con comando agli Enti pubblici di provvedere alla bonifica dei siti". "E da tale data - prosegue il verdetto - a quella del rinvio a giudizio (2009) e della sentenza di primo grado (13/02/2012) sono passati ben oltre i 15 anni previsti" per "la maturazione della prescrizione in base alla legge 251 del 2005".
"Per effetto della constatazione della prescrizione del reato, intervenuta anteriormente alla sentenza di I grado", cadono "tutte le questioni sostanziali concernenti gli interessi civili e il risarcimento dei danni".
Sarebbe insomma servito un intero altro codice, oppure l'imputazione di omicidio volontario (che non va in prescrizione). Ma dubitiamo che questo sia anche il consiglio che la Cassazione rivolge al "legislatore". In ogni caso, ce lo vedete voi Renzi a proporre una legge "che danneggia le imprese"?
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21/11/2014
Eternit. Guariniello procede per "omicidio volontario"
Inchiesta bis della Procura di Torino, che indaga per omicidio volontario su 256 morti. Il giorno dopo la sentenza della Cassazione, che ha annullato la condanna a 18 anni del magnate elvetico Stephan Schmidheiny. Il giudice Raffaele Guariniello ha chiuso l'inchiesta parallela, chiedendo dunque il rinvio a giudizio degli stessi imputati ma per un altro reato.
Secondo i giudici della Cassazione, infatti, la prescrizione è potuta scattare perché il processo dichiarato prescritto si è occupato solo delle questioni ambientali. E su questo punto la colpevolezza degli imputati era acclarata, ma il reato non sarebbe stato più commesso dal momento della chiusura dello stabilimento di Casale Monferrato, nel 1986.
Per omicidio volontario invece non esiste termine di prescrizione. Quindi Schmidheiny e i dirigenti dell'Eternit sono perseguibili finché sono in vita.
Non si tratta di una forzatura giuridica, almeno a nostro avviso, perché è stato processualmente accertato che patron e dirigenti dell'Eternit erano perfettamente consapevoli - almeno a far data dagli anni '70 - che l'amianto con cui venivano costruiti i manufatti Eternit (dalle lastre sottotetto ai cassoni per l'acqua potabile) era il fattore scatenante del mesotellioma pleurico. Ne erano così consapevoli da promuovere e sollecitare più volte autentiche "campagne di disinformazione" tendenti a tranquillizzare sia i dipendenti sia la popolazione residente nel territorio circostante.
Da non prendere neanche in considerazione, invece, la battuta cinicamente furbastra di Matteo Renzi, secondo cui il problema sarebbe facilmente risolvibile con una velocizzazione dei processi.Su questo punto, Marco Travaglio su Il Fatto quotidiano di oggi, lo massacra a ragione e senza alcuno sconto.
Un dato è certo: a Casale Monferrato, 36 mila abitanti in provincia di Alessandria, dove fino al 1986 c'era uno dei quattro stabilimenti italiani della Eternit (dal 1907), i morti accertati per mesotelioma da amianto sono stati 2.154. E altri ancora ce ne saranno, perché il "picco" è previsto dagli esperti per il 2020. Gli altri stabilimenti coinvolti nei processi sono quelli di Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).
Sulle conoscenze in materia di pericolosità dell'amianto, riportiamo qui i passi più significativi tratti da due articoli firmati dal prof. Roberto Suozzi. Il primo apparso su Repubblica il 12/06/2012 e il secondo su Contropiano:
*****
Quei primi passi per battere un killer silenzioso e paziente
“Balangè” in piemontese, Balangero in italiano, è un paese in provincia di Torino posto all’imbocco della Val di Lanzo che, per circa 80 anni, è stata sede di una cava di amianto, la più grande d’Europa, dove vi sono morti e ammalati di amianto. Italo Calvino ne raccontò in un lungo reportage e Primo Levi, che vi lavorò come chimico, scrisse il racconto autobiografico “nichel”.
L’amianto non è solo un problema italiano, ma di altri luoghi del mondo, come in Australia. Secondo l’associazione Britannica Cancer Research, gli uomini, che negli anni 60 non avevano trenta anni, hanno maggiori probabilità di ammalarsi di tumore provocato dall’amianto. Molto attivi anche i ricercatori americani che hanno presentato un nuovo esame diagnostico, basato su delle proteine secrete dalle cellule tumorali, per individuare il mesotelioma pleurico, il tumore provocato dall’amianto.
Le fibre dell’amianto infatti, molto sottili, possono penetrare attraverso le vie respiratorie, non solamente nei polmoni, ma raggiungere l’alveolo polmonare e formare, col tempo, degli essudati della pleura inguaribili. Sono morti annunciate, che avverranno anche a distanza di trent’anni. Si ammalano di mesotelioma anche i pastori e i contadini della Lucania; secondo uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità effettuato nella regione, la causa risiederebbe negli ofioliti, cosiddetti “pietre verdi” (presenti a Balangero, ma anche in Toscana, in Emilia Romagna, Calabria), o meglio nella tremolite: sostanza fibrosa che rientra negli amianti. Le pietre verdi, nella terminologia popolare, od ofioliti, sono rocce ignee di origine magmatica ampiamente utilizzate nel settore delle costruzioni. I marittimi, cioè tutti coloro che sono stati imbarcati o hanno lavorato su navi civili e commerciali, ma anche quelle militari, sono a rischio amianto, alcuni hanno già contratto un tumore d’amianto, soprattutto il mesotelioma pleurico.
A tutto questo si unisce il problema delle discariche abusive di rifiuti tossici, velenosi o nocivi; non solo delle zone corrispondenti, ma anche in quelle limitrofe dove l’eternit, (amianto più cemento) è presente. A Napoli, con la più alta incidenza di carcinoma polmonare, importante è il lavoro scientifico dell’Ospedale Monadi e dell’Istituto Pascale dove i ricercatori, presso il Centro Oncologico di Mercogliano, hanno trovato nuove potenziali sostanze antitumorali (studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Oncogene) che potrebbero risultare utili in questo tipo di tumore; è un vero e proprio disastro ambientale, un attentato alla salute delle popolazioni. La respirazione (l’ingestione è ancora controversa) delle fibre di amianto, o asbesto, può determinare gravi malattie che si manifestano dopo molto tempo in base a una predisposizione individuale. L’amianto, responsabile di quella infiammazione ai polmoni chiamata asbestosi, è stato classificato sostanza che può provocare il cancro negli esseri umani, tumore ai polmoni e mesotelioma; alcuni studi però hanno anche suggerito l’associazione tra esposizione ad amianto e tumori gastrointestinali e colonrettali. E sembra esserci un elevato rischio di cancro anche per trachea, laringe, reni, esofago e cistifellea.
Il mesotelio è simile a una finissima pellicola, un sottile tessuto, che ricopre la parte interna del torace (pleura), dello spazio attorno al cuore (pericardio) e dell’addome (peritoneo). Quando un tumore nasce dalle cellule del mesotelio prende il nome di mesotelioma, e non sempre è maligno ma è in progressivo aumento; quando lo è, è uno dei più pericolosi che si conosca poiché la comparsa della sintomatologia si può avere dopo lungo tempo (anche quarantacinque-cinquanta anni). Il mesotelioma può coinvolgere i polmoni, il peritoneo, fegato, cistifellea, milza, intestino e la tunica vaginale del testicolo.
Anche la zeolite, che ha caratteristiche simili all’amianto, sia pur molto raramente, può provocare il mesotelioma e così il diossido di torio usato in medicina fino agli anni cinquanta. Non esiste la cosiddetta dose-soglia (soglia di rischio) per l’amianto, può bastare una sola fibra per ammalarsi; ma il rischio aumenta con il tempo di esposizione e con la quantità inalata, ciò vale soprattutto per i lavoratori a diretto, o indiretto, contatto con la sostanza.
Le donne possono essere colpite da tumore dell’ovaio dovuto ad amianto anche stando in casa, scuotendo gli abiti da lavoro prima di lavarli, inalano così le pericolose fibrille di amianto. In uno studio, pubblicato su Occupational and Enviromental Medicine ricercatori britannici hanno evidenziato che l’amianto può aumentare ictus, crisi cardiache e infarti. Va affermato con forza che la battaglia contro l’amianto riguarda la salute degli operai, dei lavoratori, delle donne, ma anche del territorio e dell’ambiente.
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...Altra sostanza che attualmente costituisce una vera emergenza, è l’amianto che provoca circa mille morti ogni anno e che può provocare tumore ai polmoni e mesotelioma del pericardio (spazio attorno al cuore), la trachea, laringe. Ma l’amianto può colpire anche l’apparato gastrointestinale, il fegato e cistifellea, la milza, i reni, l’ovaio e, molto raramente, la tunica vaginale del testicolo. Il mesotelioma peritoneale, rappresenta circa il 20-30% dei mesoteliomi, è un tumore che origina dal mesotelio, cioè dalle cellule parietali del peritoneo, membrana sierosa che tappezza le pareti della cavità addominale e pelvica. Anche le donne che hanno lavato indumenti da lavoro, tute, contaminate da polveri da amianto possono inalare le pericolose fibrille e ammalarsi. Fibrille che ancora sono disperse nell’aria a Bucaletto, quartiere popolare della periferia di Potenza, costruito subito dopo il terremoto del 1980, dove la gente ancora vive in diversi prefabbricati, che contengono amianto, e che col tempo si sbriciolano sempre più. Va detto che amianto è stato ritrovato sugli elicotteri militari e che militari e meccanici che si sono ammalati affermano che non sono mai stati informati dei rischi che correvano in seguito all’ esposizione dell’amianto. Fiorella Belpoggi, biologa e direttrice del Centro di Ricerche per il Cancro “ Cesare Maltoni”, dell’Istituto Ramazzini di Bologna, afferma che l’amianto nell’ambiente è un vero problema e “ l’amianto ritrovato nell’acqua non è da ritenersi meno pericoloso di quello disperso nell’aria”. Per quel che riguarda la Lucania occorre tener presente che l’incidenza dei tumori è nettamente superiore a quella che si registra nelle altre regioni del nord Italia, dove vi sono fabbriche ed un alto inquinamento ambientale. Lo studio, con le relative prove che descrive il fenomeno è in “Current Cancer profiles of the italian regions” che indica una curva, destinata ad aumentare, in cui vi sono i tumori della popolazione. Né vanno dimenticato, sempre in Lucania, il problema dell’inquinamento legato alle estrazioni petrolifere in Val d’Agri ed anche alla ricerca petrolifera dell’ENI nella zona di San Fele e sul fatto che questo territorio è classificato come zona 1, ad alta pericolosità sismica e che quest’area è ad alto rischio idrogeologico.
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23/12/2013
Stamina. Il giudice Guariniello rompe gli indugi
Il pm di Torino Raffaele Guariniello ha ipotizzato il reato di associazione per delinquere finalizzata alla somministrazione di farmaci imperfetti e pericolosi per la salute pubblica, nonché alla truffa, contro Davide Vannoni e alcuni medici (tredici in tutto gli indagati per ora), per i quali è già stato chiesto il rinvio a giudizio. Le vittime sarebbero una settantina, tra quelle che hanno sporto denuncia e quelle identificate dai carabinieri. Secondo il magistrato torinese la Stamina Foundation avrebbe chiesto ai pazienti e alle loro famiglie tra i 25 mila e i 50 mila euro, che sarebbero stati versati con un bonifico a titolo di donazione, perché i trattamenti in sé non erano permessi in quanto non riconosciuti dall'Istituto Superiore di Sanità e dall'Agenzia Italiana del Farmaco.
Trasmissione di virus, insorgenza di tumori ed altri effetti: sono numerosi i rischi per la salute del metodo Stamina secondo l'inchiesta aperta dal pm Guariniello alla procura di Torino. L'elenco completo è contenuto in un documento redatto dal pm e dai suoi collaboratori già dal 2012. Gli effetti negativi collaterali delle cure con il metodo Stamina erano legati anche al fatto che lo staff di Davide Vannoni operava in "locali di cui non erano certificate la sterilità e l'adeguatezza". Quanto ai rischi potenziali, l'elenco è particolarmente lungo ed è suddiviso in base ai vari passaggi del procedimento. La biopsia midollare, la manipolazione delle cellule staminali, le reintroduzioni mediante puntura lombare, i "medicinali imperfetti", viste anche le condizioni di lavoro, non erano esenti da controindicazioni anche gravissime: si parte da "nausea e cefalea" per arrivare alle meningiti batteriche, dagli ematomi ai traumi midollari, fino alle "localizzazioni cellulari atipiche e incontrollate" e al "rischio di insorgenza di tumori dovuti alla possibile selezione/trasformazione di cellule preneoplastiche durante le manipolazioni in vitro".
La "terapia" Stamina di Davide Vannoni spesso veniva effettuata negli scantinati di edifici di varie località italiane ed anche nella Repubblica di San Marino, è scritto nelle carte dell'indagine della procura di Torino. L'Ordine dei medici aveva bocciato come inidonee le strutture già nel 2008. L'indagine della procura di Torino, era stata chiusa nel 2012, ma è stata quasi subito riaperta e integrata con altri elementi.
La terapia con il metodo “Stamina Foundation” è stata definita 'Pericolosa' e 'scadente' nei verbali del tavolo tecnico composto da Nas, Istituto Superiore di Sanità, Centro Nazionale Trapianti e Agenzia del Farmaco (Aifa). In modo particolare si valuta come ''Preoccupante la pratica di utilizzare cellule provenienti da un paziente e infuse in un altro paziente''. ''Per quanto riguarda la dose di infusione, la si potrebbe definire 'omeopatica'', si legge nel documento elaborato dai quattro organismi.
Il settimanale L’Espresso riferisce che il presidente della Fondazione Stamina, Davide Vannoni, ha conferito "i diritti mondiali esclusivi" per l'utilizzo della sua discussa cura in una società svizzera. La società si chiama Biogenesis Research ed ha sede a Lugano, al pari di un'entità gemella battezzata Biogenesis Tech, che ha invece il compito di realizzare delle "cell factories", come vengono definite nei documenti ufficiali, in giro per il mondo, a cominciare proprio dalla Svizzera, da Hong Kong e dal Messico. Il business della speranza, soprattutto per chi non vede più possibilità di cura, continua a macinare.
Fonte
Trasmissione di virus, insorgenza di tumori ed altri effetti: sono numerosi i rischi per la salute del metodo Stamina secondo l'inchiesta aperta dal pm Guariniello alla procura di Torino. L'elenco completo è contenuto in un documento redatto dal pm e dai suoi collaboratori già dal 2012. Gli effetti negativi collaterali delle cure con il metodo Stamina erano legati anche al fatto che lo staff di Davide Vannoni operava in "locali di cui non erano certificate la sterilità e l'adeguatezza". Quanto ai rischi potenziali, l'elenco è particolarmente lungo ed è suddiviso in base ai vari passaggi del procedimento. La biopsia midollare, la manipolazione delle cellule staminali, le reintroduzioni mediante puntura lombare, i "medicinali imperfetti", viste anche le condizioni di lavoro, non erano esenti da controindicazioni anche gravissime: si parte da "nausea e cefalea" per arrivare alle meningiti batteriche, dagli ematomi ai traumi midollari, fino alle "localizzazioni cellulari atipiche e incontrollate" e al "rischio di insorgenza di tumori dovuti alla possibile selezione/trasformazione di cellule preneoplastiche durante le manipolazioni in vitro".
La "terapia" Stamina di Davide Vannoni spesso veniva effettuata negli scantinati di edifici di varie località italiane ed anche nella Repubblica di San Marino, è scritto nelle carte dell'indagine della procura di Torino. L'Ordine dei medici aveva bocciato come inidonee le strutture già nel 2008. L'indagine della procura di Torino, era stata chiusa nel 2012, ma è stata quasi subito riaperta e integrata con altri elementi.
La terapia con il metodo “Stamina Foundation” è stata definita 'Pericolosa' e 'scadente' nei verbali del tavolo tecnico composto da Nas, Istituto Superiore di Sanità, Centro Nazionale Trapianti e Agenzia del Farmaco (Aifa). In modo particolare si valuta come ''Preoccupante la pratica di utilizzare cellule provenienti da un paziente e infuse in un altro paziente''. ''Per quanto riguarda la dose di infusione, la si potrebbe definire 'omeopatica'', si legge nel documento elaborato dai quattro organismi.
Il settimanale L’Espresso riferisce che il presidente della Fondazione Stamina, Davide Vannoni, ha conferito "i diritti mondiali esclusivi" per l'utilizzo della sua discussa cura in una società svizzera. La società si chiama Biogenesis Research ed ha sede a Lugano, al pari di un'entità gemella battezzata Biogenesis Tech, che ha invece il compito di realizzare delle "cell factories", come vengono definite nei documenti ufficiali, in giro per il mondo, a cominciare proprio dalla Svizzera, da Hong Kong e dal Messico. Il business della speranza, soprattutto per chi non vede più possibilità di cura, continua a macinare.
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