Sarà una coincidenza ma la sindrome delle “mele marce” sembra voler continuare a riempire il cesto.
È passato poco più di una settimana dagli arresti per traffico di droga nella zona del Tufello in cui sono stati arrestati anche tre agenti di polizia che, sempre a Roma, tra le 44 persone iscritte nel registro degli indagati per furto aggravato nello store di Coin alla stazione Termini, quasi la metà di di essi, ben 21, risultano appartenenti alle forze dell’ordine, tra Polfer e carabinieri in servizio alla stazione.
L’indagine della magistratura ruota attorno a presunti furti nel negozio Coin di via Giolitti, a pochi passi da Termini.
Il fascicolo giudiziario prende le mosse da un ammanco di 184mila euro, emerso con l’inventario effettuato dal direttore dello store di Coin nel febbraio 2024. Sarebbe stato lo stesso direttore del punto vendita a segnalare le anomalie contabili che hanno fatto scattare gli approfondimenti investigativi da parte dei carabinieri.
Al centro dell’indagine ci sarebbe una cassiera dello store che viene ritenuta dai magistrati come la talpa interna. La cassiera avrebbe selezionato in anticipo, forse su commissione, i capi di abbigliamento, occultandoli in un armadio del negozio vicino alla propria postazione.
Il sistema ipotizzato prevedeva la rimozione delle placche antitaccheggio, il taglio delle etichette e la preparazione delle buste, così da consentire l’uscita della merce senza pagamento o senza una corretta registrazione in cassa.
Tra gli indagati nove risultano appartenenti alla Polizia Ferroviaria, tra cui una dirigente, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo e un’agente.
Risultano altresì coinvolti anche dodici militari dell’Arma dei carabinieri, tra cui un brigadiere, diversi vice brigadieri e un paio di appuntati scelti in servizio presso la stazione Termini.
L’inchiesta è in corso ed è nella fase delle indagini preliminari, solo dalle sue conclusioni si potranno chiarire le eventuali responsabilità individuali e le modalità di funzionamento del presunto sistema di furti alla Coin.
Ma, sempre a Roma, questa notizia è arrivata quando non era passata neanche una settimana dall’arresto di tre agenti di polizia accusati di complicità nel traffico di droga.
Ci sono infatti anche tre poliziotti tra i 7 arrestati il 17 febbraio scorso dalla Direzione investigativa antimafia nell’ambito di indagini della Dda di Roma su un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.
La Dia ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Roma nei confronti dei 7 indagati, tra cui tre appartenenti alla Polizia di Stato che, secondo quanto ricostruito, in numerose occasioni hanno detenuto e ceduto ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti e hanno fatto accesso abusivamente al sistema di consultazione Sdi delle forze dell’ordine, rivelando notizie d’ufficio e informazioni a un soggetto del quartiere Tufello.
L’indagine, che era stata avviata nel 2024 dal Centro operativo Dia di Roma con il coordinamento della Dda della Procura della Capitale, ha permesso di accertare l’esistenza e l’operatività di un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, i cui componenti si avvalevano di appartenenti alla Polizia di Stato al fine di rifornirsi di stupefacenti.
E dire che negli stessi giorni, tra il 16 e il 17 febbraio, la Questura di Roma riporta nel suo sito che 11 spacciatori (vengono però definiti pusher, ndr) “sono finiti in manette in distinte operazioni messe a segno dagli agenti dei Commissariati di zona dal quartiere Flaminio all’Eur, da Porta Maggiore a via Appia, all’area di Prenestino e Monteverde, fino a Civitavecchia e altri sette sono stati arrestati nelle piazze di spaccio della periferia est della Capitale, fino a Tor Pignattara”. Una dimostrazione di grande efficienza e operatività, ma su quanto avvenuto relativamente alla indagine relativa e agli esiti dell’operazione nella zona del Tufello non si rileva un comunicato. Neanche nei giorni successivi.
Il problema che sta emergendo tra polemiche spesso strumentali è esattamente questo: anche su chi indossa la divisa deve essere possibile per la magistratura poter svolgere le indagini per appurarne se ci siano o meno responsabilità penali, durante o fuori servizio. Lo scudo di impunità proposto dal governo risulta per questo una misura inaccettabile.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/02/2026
24/02/2026
Rogoredo non è un caso isolato
Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto anni, Abdherrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo con un colpo alla testa. Una versione immediata: legittima difesa. Un’arma giocattolo. Una minaccia. Uno sparo inevitabile.
Poi le crepe. L’arma senza impronte. La distanza di venti metri. Il colpo laterale. I soccorsi chiamati in ritardo. L’agente che ha sparato indagato per omicidio e altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Testimonianze dal quartiere che parlano di taglieggiamenti, pressioni, di un agente che “voleva fargliela pagare”. Lo stesso assistente capo è coinvolto in altre inchieste, compresa una per falso ideologico legata a un arresto controverso tra piccolo spaccio e denaro. E non è irrilevante che, secondo ricostruzioni investigative, alcuni colleghi lo avrebbero descritto come un fanatico, abituato a muoversi sul filo dell’opacità nelle operazioni.
Non sono dettagli. È un quadro.
Nel frattempo, ore di talk show a costruire l’assoluzione preventiva. Sindacalisti di polizia a mimare lo sparo in studio. Il “pusher” contro lo “Stato”. La periferia trasformata in zona grigia dove tutto diventa lecito. La narrazione tossica che precede la perizia. Prima la propaganda, poi – forse – l’indagine.
Ma non si è fermata lì.
La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Aveva parlato di scandalo per l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario, mentre – secondo lui – i manifestanti che avevano picchiato un agente a Torino non sarebbero stati incriminati per tentato omicidio. Il solito copione: magistrati troppo severi con le divise, troppo indulgenti con chi protesta.
(Quello nella foto di copertina è il segretario del Siulp, sindacato di polizia, Paolo Macchi, durante una trasmissione televisiva)
La Lega ha addirittura lanciato una raccolta firme al grido di “io sto col poliziotto”. E Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia, già vicesindaco di Milano, ha parlato di «accanimento nei confronti degli uomini in divisa davvero ingiustificato e inaccettabile».
Non un invito alla prudenza. Non un richiamo al rispetto dell’indagine. Non una parola sulla necessità di chiarire i fatti. Solo una linea politica: l’assoluzione preventiva.
Oggi quel racconto non regge più. E proprio per questo diventa evidente la posta in gioco.
Con lo scudo penale già introdotto dalla legge Sicurezza 2026 – che elimina l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa – Rogoredo veniva raccontata come la prova vivente della “necessità” di blindare preventivamente chi usa la forza. La morte di un giovane migrante diventava argomento politico. Un fatto di cronaca trasformato in leva normativa.
Il meccanismo è chiaro: ridurre il controllo giudiziario immediato sull’uso delle armi, rafforzare la presunzione di liceità per chi spara, spostare il baricentro dell’accertamento verso una discrezionalità che rischia di trasformarsi in filtro.
Se oggi emergono contraddizioni, è perché un’indagine è partita. Ma il segnale politico resta: la forza va protetta prima di essere verificata.
Nel frattempo, nelle stesse settimane, si moltiplicano le denunce contro chi manifesta per Gaza. A Genova, a Bologna, in altre città. Il nuovo reato di blocco stradale applicato contro chi si siede per terra. La resistenza non violenta trasformata in reato penale. Centinaia di attivisti trascinati dentro procedimenti giudiziari per aver espresso solidarietà internazionale.
Non sono episodi scollegati. Sono tasselli dello stesso progetto.
Da una parte si amplia l’ombrello di protezione attorno al potere armato. Dall’altra si restringe lo spazio del dissenso. È un doppio movimento coerente: più impunità per chi esercita la forza, più repressione per chi la contesta.
Rogoredo, in questo senso, è una cartina di tornasole. Se la versione iniziale fosse stata accettata senza fratture, oggi staremmo discutendo di altro. Le crepe emerse dimostrano che il controllo democratico non è un fastidio burocratico: è l’argine che separa l’errore dall’abuso, la legittima difesa dall’arbitrio.
E mentre si parla di sicurezza, altrove emergono chat in cui si rivendica di aver “brutalizzato un testimone”, si scrive «Datemi pure del fascista, non mi interessa», si evocano slogan come «Zecche appese a piazzale Loreto». Non folklore. Non eccessi verbali. Indicatori di un clima in cui il dissenso è nemico e la forza è identità.
C’è poi un’altra verità che fatichiamo ad ammettere. Morti come quella di Mansouri provocano disagio. La reazione più comune è distogliere lo sguardo. È troppo imbarazzante riconoscere che persone pagate per difenderci possano talvolta finire per massacrare i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini di casa. È più comodo rifugiarsi nella formula rassicurante delle “poche mele marce”.
Ma questa retorica non regge più. Primo: il sospetto è che quelle mele non siano poi così poche. Secondo: bisogna chiedersi in quale cultura, in quale aspettativa di impunità, in quale clima politico quelle mele marciscano. Le mele non marciscono nel vuoto. Marciscono in un cesto.
La degenerazione democratica non è un concetto astratto. Nasce nelle stanze del potere ma prende forma concreta nelle strade. Ricade a cascata sui rapporti tra persone. È impossibile pensare che le tensioni di un paese attraversato da disuguaglianze sociali, economiche e razziali non si riflettano anche nelle sue forze dell’ordine. I corpi di polizia assorbono il clima politico, lo metabolizzano, talvolta lo radicalizzano.
Quando un poliziotto picchia un ragazzo fermato per pochi grammi di fumo, quando alza il manganello su un manifestante inerme, quando considera “nemico” chi contesta o chi appartiene a una classe marginale, si crea uno strappo. Ogni volta. La società dei diritti è uno schermo che dovrebbe proteggerci. Ma quello schermo oggi appare lacerato. Dietro non c’è un eccesso isolato: c’è una cultura che normalizza l’idea che alcuni siano più controllabili, più colpibili, più sacrificabili.
Il ricorso continuo alla retorica della sicurezza ha messo in secondo piano ogni discorso serio sulla responsabilizzazione e sulla smilitarizzazione dei corpi di polizia. Si è preferito parlare di “guerra allo spaccio”, “guerra al degrado”, “guerra ai blocchi stradali”, fino a trasformare la gestione dell’ordine pubblico in una logica di conflitto permanente. E in questa logica si sedimenta la distinzione tra classi “pericolose” e classi “protette”.
Le disuguaglianze non vengono contrastate: vengono sorvegliate. I poveri non vengono sostenuti: vengono controllati. I migranti non vengono integrati: vengono schedati. Il dissenso non viene ascoltato: viene criminalizzato. Si colpevolizzano i deboli in nome di una presunta sicurezza richiesta dai cittadini, si smantellano strumenti di tutela sociale, si attaccano misure redistributive come fossero il vero nemico. E intanto si chiede più forza, più armi, più protezione e impunità per chi le impugna.
In questo scenario, Rogoredo non è un incidente. È un sintomo.
Quel clima non nasce per caso. Viene alimentato. Viene legittimato. Talvolta viene persino premiato.
Il punto allora non è solo cosa è accaduto a Mansouri. Il punto è la traiettoria politica che attraversa questi mesi. La sicurezza viene trasformata in ideologia. Il conflitto sociale in ordine pubblico. La solidarietà internazionale in minaccia. L’uso della forza in valore identitario.
E tutto questo mentre le cause reali dell’insicurezza – precarietà, esclusione, marginalità, disuguaglianza – restano intatte o peggiorano.
Più armi non significano più sicurezza. Più repressione non significa più ordine. Significa uno Stato che si irrigidisce, che si protegge, che riduce lo spazio del controllo democratico.
La scelta è davanti a noi: o si rompe questa deriva, o la si subisce. Perché quando la forza diventa linguaggio quotidiano del potere, la democrazia non arretra lentamente: viene svuotata, pezzo dopo pezzo, fino a restare solo una parola buona per i comunicati stampa. E a quel punto non si discute più di sicurezza, ma di obbedienza.
Fonte
Poi le crepe. L’arma senza impronte. La distanza di venti metri. Il colpo laterale. I soccorsi chiamati in ritardo. L’agente che ha sparato indagato per omicidio e altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Testimonianze dal quartiere che parlano di taglieggiamenti, pressioni, di un agente che “voleva fargliela pagare”. Lo stesso assistente capo è coinvolto in altre inchieste, compresa una per falso ideologico legata a un arresto controverso tra piccolo spaccio e denaro. E non è irrilevante che, secondo ricostruzioni investigative, alcuni colleghi lo avrebbero descritto come un fanatico, abituato a muoversi sul filo dell’opacità nelle operazioni.
Non sono dettagli. È un quadro.
Nel frattempo, ore di talk show a costruire l’assoluzione preventiva. Sindacalisti di polizia a mimare lo sparo in studio. Il “pusher” contro lo “Stato”. La periferia trasformata in zona grigia dove tutto diventa lecito. La narrazione tossica che precede la perizia. Prima la propaganda, poi – forse – l’indagine.
Ma non si è fermata lì.
La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Aveva parlato di scandalo per l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario, mentre – secondo lui – i manifestanti che avevano picchiato un agente a Torino non sarebbero stati incriminati per tentato omicidio. Il solito copione: magistrati troppo severi con le divise, troppo indulgenti con chi protesta.
(Quello nella foto di copertina è il segretario del Siulp, sindacato di polizia, Paolo Macchi, durante una trasmissione televisiva)
La Lega ha addirittura lanciato una raccolta firme al grido di “io sto col poliziotto”. E Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia, già vicesindaco di Milano, ha parlato di «accanimento nei confronti degli uomini in divisa davvero ingiustificato e inaccettabile».
Non un invito alla prudenza. Non un richiamo al rispetto dell’indagine. Non una parola sulla necessità di chiarire i fatti. Solo una linea politica: l’assoluzione preventiva.
Oggi quel racconto non regge più. E proprio per questo diventa evidente la posta in gioco.
Con lo scudo penale già introdotto dalla legge Sicurezza 2026 – che elimina l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa – Rogoredo veniva raccontata come la prova vivente della “necessità” di blindare preventivamente chi usa la forza. La morte di un giovane migrante diventava argomento politico. Un fatto di cronaca trasformato in leva normativa.
Il meccanismo è chiaro: ridurre il controllo giudiziario immediato sull’uso delle armi, rafforzare la presunzione di liceità per chi spara, spostare il baricentro dell’accertamento verso una discrezionalità che rischia di trasformarsi in filtro.
Se oggi emergono contraddizioni, è perché un’indagine è partita. Ma il segnale politico resta: la forza va protetta prima di essere verificata.
Nel frattempo, nelle stesse settimane, si moltiplicano le denunce contro chi manifesta per Gaza. A Genova, a Bologna, in altre città. Il nuovo reato di blocco stradale applicato contro chi si siede per terra. La resistenza non violenta trasformata in reato penale. Centinaia di attivisti trascinati dentro procedimenti giudiziari per aver espresso solidarietà internazionale.
Non sono episodi scollegati. Sono tasselli dello stesso progetto.
Da una parte si amplia l’ombrello di protezione attorno al potere armato. Dall’altra si restringe lo spazio del dissenso. È un doppio movimento coerente: più impunità per chi esercita la forza, più repressione per chi la contesta.
Rogoredo, in questo senso, è una cartina di tornasole. Se la versione iniziale fosse stata accettata senza fratture, oggi staremmo discutendo di altro. Le crepe emerse dimostrano che il controllo democratico non è un fastidio burocratico: è l’argine che separa l’errore dall’abuso, la legittima difesa dall’arbitrio.
E mentre si parla di sicurezza, altrove emergono chat in cui si rivendica di aver “brutalizzato un testimone”, si scrive «Datemi pure del fascista, non mi interessa», si evocano slogan come «Zecche appese a piazzale Loreto». Non folklore. Non eccessi verbali. Indicatori di un clima in cui il dissenso è nemico e la forza è identità.
C’è poi un’altra verità che fatichiamo ad ammettere. Morti come quella di Mansouri provocano disagio. La reazione più comune è distogliere lo sguardo. È troppo imbarazzante riconoscere che persone pagate per difenderci possano talvolta finire per massacrare i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini di casa. È più comodo rifugiarsi nella formula rassicurante delle “poche mele marce”.
Ma questa retorica non regge più. Primo: il sospetto è che quelle mele non siano poi così poche. Secondo: bisogna chiedersi in quale cultura, in quale aspettativa di impunità, in quale clima politico quelle mele marciscano. Le mele non marciscono nel vuoto. Marciscono in un cesto.
La degenerazione democratica non è un concetto astratto. Nasce nelle stanze del potere ma prende forma concreta nelle strade. Ricade a cascata sui rapporti tra persone. È impossibile pensare che le tensioni di un paese attraversato da disuguaglianze sociali, economiche e razziali non si riflettano anche nelle sue forze dell’ordine. I corpi di polizia assorbono il clima politico, lo metabolizzano, talvolta lo radicalizzano.
Quando un poliziotto picchia un ragazzo fermato per pochi grammi di fumo, quando alza il manganello su un manifestante inerme, quando considera “nemico” chi contesta o chi appartiene a una classe marginale, si crea uno strappo. Ogni volta. La società dei diritti è uno schermo che dovrebbe proteggerci. Ma quello schermo oggi appare lacerato. Dietro non c’è un eccesso isolato: c’è una cultura che normalizza l’idea che alcuni siano più controllabili, più colpibili, più sacrificabili.
Il ricorso continuo alla retorica della sicurezza ha messo in secondo piano ogni discorso serio sulla responsabilizzazione e sulla smilitarizzazione dei corpi di polizia. Si è preferito parlare di “guerra allo spaccio”, “guerra al degrado”, “guerra ai blocchi stradali”, fino a trasformare la gestione dell’ordine pubblico in una logica di conflitto permanente. E in questa logica si sedimenta la distinzione tra classi “pericolose” e classi “protette”.
Le disuguaglianze non vengono contrastate: vengono sorvegliate. I poveri non vengono sostenuti: vengono controllati. I migranti non vengono integrati: vengono schedati. Il dissenso non viene ascoltato: viene criminalizzato. Si colpevolizzano i deboli in nome di una presunta sicurezza richiesta dai cittadini, si smantellano strumenti di tutela sociale, si attaccano misure redistributive come fossero il vero nemico. E intanto si chiede più forza, più armi, più protezione e impunità per chi le impugna.
In questo scenario, Rogoredo non è un incidente. È un sintomo.
Quel clima non nasce per caso. Viene alimentato. Viene legittimato. Talvolta viene persino premiato.
Il punto allora non è solo cosa è accaduto a Mansouri. Il punto è la traiettoria politica che attraversa questi mesi. La sicurezza viene trasformata in ideologia. Il conflitto sociale in ordine pubblico. La solidarietà internazionale in minaccia. L’uso della forza in valore identitario.
E tutto questo mentre le cause reali dell’insicurezza – precarietà, esclusione, marginalità, disuguaglianza – restano intatte o peggiorano.
Più armi non significano più sicurezza. Più repressione non significa più ordine. Significa uno Stato che si irrigidisce, che si protegge, che riduce lo spazio del controllo democratico.
La scelta è davanti a noi: o si rompe questa deriva, o la si subisce. Perché quando la forza diventa linguaggio quotidiano del potere, la democrazia non arretra lentamente: viene svuotata, pezzo dopo pezzo, fino a restare solo una parola buona per i comunicati stampa. E a quel punto non si discute più di sicurezza, ma di obbedienza.
Fonte
19/02/2026
Prove di ICE a Milano. No alla stato di polizia e giustizia per Ramy e Mansour
di Marta Collot - Potere al Popolo
Per mesi abbiamo atteso le evoluzioni del caso di Ramy Elgalm, ucciso al termine di un inseguimento a Milano nel novembre del 2024. All’epoca, io stessa ero finita in un linciaggio mediatico alimentato sapientemente dai media, per perorare la causa di un aumento dei sistemi di controllo e repressione verso ogni forma di dissenso. Chiedevamo semplicemente una cosa: giustizia per Ramy, in un caso che aveva troppe somiglianze con altri di malapolizia a cui ci siamo dovuti purtroppo abituare in Italia.
Ora, mentre le ipotesi di reato contestate a cinque carabinieri vanno dall’omicidio stradale con eccesso colposo fino al favoreggiamento, al depistaggio, al falso ideologico nel verbale d’arresto, nascondendo sia l’urto tra l’auto dei militari e lo scooter su cui si trovava Ramy sia i video di body e dashcam, arriva la voce stessa dei carabinieri a dirci quale giustizia va pretesa. Gli audio, diffusi dal giornale Domani e che sono agli atti del processo, rivelano che i carabinieri speravano nella morte dell’amico di Ramy, anche lui sullo scooter, facevano dichiarazioni razziste e violente contro chi manifestava per la verità.
E poi, c’è un carabiniere che lo dice chiaro e tondo: il testimone che aveva ripreso delle scene dell’accaduto è stato “brutalizzato” (parole sue) per costringerlo a cancellare prove. Il militare si chiede poi da dove sia uscito fuori un nuovo testimone, che lui e i suoi colleghi non hanno visto. Come a dire che l’opera di depistaggio era sistematica, ragionata.
Questi messaggi venivano scambiati in chat con molti altri carabinieri. Perché non sono “mele marce”, ma rappresentano un modo di intendere le “forze dell’ordine” strutturato, profondo, difeso dalle classi dominanti perché gli è utile nello zittire dissenso e manifestazioni. E vale per tutti i loro rappresentanti, dal governo nazionale a quello di centrosinistra di Sala. Il sindaco di Milano, alla fine del 2025, ha consegnato al Nucleo Radiomobile del Comando Provinciale Carabinieri di Milano, quello coinvolto nell’omicidio di Ramy, l’Ambrogino d’Oro, ovvero il massimo riconoscimento civico concesso dal comune di Milano. Un modo per dirgli: “ottimo lavoro”.
Questi carabinieri hanno provato a prendersi da soli uno “scudo penale”, “brutalizzando” un testimone. Scudo che ora, insieme a varie altre misure dal sapore fascista, il governo sta implementando col nuovo decreto Sicurezza. E questo mentre, a Rogoredo, alla periferia di Milano, comincia a emergere la verità anche sul caso di Abderrahim Mansour, ucciso a fine gennaio in un controllo antidroga.
Anche in questo caso, 5 poliziotti sono ora indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, oltre che per omicidio volontario del giovane. Quello che sta emergendo dagli accertamenti è un’azione che ha la stessa logica dei fatti riguardanti Ramy: l’arma (finta) che viene attribuita a Mansour sarebbe stata piazzata dopo accanto al cadavere. Non ci sono, infatti, le sue impronte, e il ritardo nel chiamare i soccorsi, che l’ha condotto alla morte, sarebbe esattamente il tempo che i poliziotti hanno usato per recuperare la pistola giocattolo.
Quando scendevamo in piazza per Ramy e per Mansour, o chiedevamo verità e giustizia in televisione, lo facevamo per combattere questa tendenza all’impunità, all’autoritarismo, alla repressione, che era già forte e che oggi sta facendo un salto di qualità, di fronte all’incancrenirsi della crisi. L’unica “soluzione” pensata, da Roma a Bruxelles, è la guerra, interna ed esterna, con il peggioramento ulteriore delle condizioni di vita delle classi popolari. Delle nostre condizioni di vita e di tutti i fratelli e sorelle come Ramy e Mansour.
Ovviamente, attendiamo la prosecuzione del processo, ma il nodo è politico. Giustizia per Ramy, e lotta per far sì che i diritti di chi vive in questo paese non possano essere “brutalizzati” da guerrafondai che sono nemici nostri e di un futuro di pace e sviluppo.
Fonte
Per mesi abbiamo atteso le evoluzioni del caso di Ramy Elgalm, ucciso al termine di un inseguimento a Milano nel novembre del 2024. All’epoca, io stessa ero finita in un linciaggio mediatico alimentato sapientemente dai media, per perorare la causa di un aumento dei sistemi di controllo e repressione verso ogni forma di dissenso. Chiedevamo semplicemente una cosa: giustizia per Ramy, in un caso che aveva troppe somiglianze con altri di malapolizia a cui ci siamo dovuti purtroppo abituare in Italia.
Ora, mentre le ipotesi di reato contestate a cinque carabinieri vanno dall’omicidio stradale con eccesso colposo fino al favoreggiamento, al depistaggio, al falso ideologico nel verbale d’arresto, nascondendo sia l’urto tra l’auto dei militari e lo scooter su cui si trovava Ramy sia i video di body e dashcam, arriva la voce stessa dei carabinieri a dirci quale giustizia va pretesa. Gli audio, diffusi dal giornale Domani e che sono agli atti del processo, rivelano che i carabinieri speravano nella morte dell’amico di Ramy, anche lui sullo scooter, facevano dichiarazioni razziste e violente contro chi manifestava per la verità.
E poi, c’è un carabiniere che lo dice chiaro e tondo: il testimone che aveva ripreso delle scene dell’accaduto è stato “brutalizzato” (parole sue) per costringerlo a cancellare prove. Il militare si chiede poi da dove sia uscito fuori un nuovo testimone, che lui e i suoi colleghi non hanno visto. Come a dire che l’opera di depistaggio era sistematica, ragionata.
Questi messaggi venivano scambiati in chat con molti altri carabinieri. Perché non sono “mele marce”, ma rappresentano un modo di intendere le “forze dell’ordine” strutturato, profondo, difeso dalle classi dominanti perché gli è utile nello zittire dissenso e manifestazioni. E vale per tutti i loro rappresentanti, dal governo nazionale a quello di centrosinistra di Sala. Il sindaco di Milano, alla fine del 2025, ha consegnato al Nucleo Radiomobile del Comando Provinciale Carabinieri di Milano, quello coinvolto nell’omicidio di Ramy, l’Ambrogino d’Oro, ovvero il massimo riconoscimento civico concesso dal comune di Milano. Un modo per dirgli: “ottimo lavoro”.
Questi carabinieri hanno provato a prendersi da soli uno “scudo penale”, “brutalizzando” un testimone. Scudo che ora, insieme a varie altre misure dal sapore fascista, il governo sta implementando col nuovo decreto Sicurezza. E questo mentre, a Rogoredo, alla periferia di Milano, comincia a emergere la verità anche sul caso di Abderrahim Mansour, ucciso a fine gennaio in un controllo antidroga.
Anche in questo caso, 5 poliziotti sono ora indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, oltre che per omicidio volontario del giovane. Quello che sta emergendo dagli accertamenti è un’azione che ha la stessa logica dei fatti riguardanti Ramy: l’arma (finta) che viene attribuita a Mansour sarebbe stata piazzata dopo accanto al cadavere. Non ci sono, infatti, le sue impronte, e il ritardo nel chiamare i soccorsi, che l’ha condotto alla morte, sarebbe esattamente il tempo che i poliziotti hanno usato per recuperare la pistola giocattolo.
Quando scendevamo in piazza per Ramy e per Mansour, o chiedevamo verità e giustizia in televisione, lo facevamo per combattere questa tendenza all’impunità, all’autoritarismo, alla repressione, che era già forte e che oggi sta facendo un salto di qualità, di fronte all’incancrenirsi della crisi. L’unica “soluzione” pensata, da Roma a Bruxelles, è la guerra, interna ed esterna, con il peggioramento ulteriore delle condizioni di vita delle classi popolari. Delle nostre condizioni di vita e di tutti i fratelli e sorelle come Ramy e Mansour.
Ovviamente, attendiamo la prosecuzione del processo, ma il nodo è politico. Giustizia per Ramy, e lotta per far sì che i diritti di chi vive in questo paese non possano essere “brutalizzati” da guerrafondai che sono nemici nostri e di un futuro di pace e sviluppo.
Fonte
12/02/2023
Crimini di polizia. L’assurda morte di Aldo Bianzino
Tutto ebbe inizio la mattina del 12 ottobre 2007 quando le forze dell’ordine fecero irruzione in un casale a Pietralunga, vicino a Città di Castello.
Al termine delle operazioni di polizia furono sequestrate alcune piantine di marijuana e 30 euro.
Nel casale abitava Aldo Bianzino, falegname, 44 anni, incensurato.
Un uomo tranquillo che viveva con la fidanzata Roberta Radici e il figlio, Rudra.
I genitori condividevano la passione per l’India, motivo per il quale avevano scelto come nome Rudra, ovvero una delle più antiche divinità dell’induismo.
Ritorniamo agli eventi del 12 ottobre 2007. Aldo e Roberta furono portati al commissariato di Città di Castello poi in Questura, a Perugia, ed infine nel carcere di Capanne.
Aldo in isolamento, Roberta nel braccio femminile.
Aldo insistette nel sostenere che si trattava solo di erba per uso personale e terapeutico (la compagna Roberta aveva un tumore che la ucciderà un anno dopo gli eventi qui narrati).
Eppure, malgrado si trattasse solo di “qualche piantina”, Aldo morì.
Il giorno del decesso Roberta Radici fu chiamata a colloquio dal viceispettore del carcere che non la informò della morte del compagno ma le domandò a lungo se Aldo soffrisse di svenimenti, problemi di salute o avesse patologie pregresse. Nel rispondere di no la Radici chiese preoccupata dello stato di salute di Aldo e il dirigente rispose che era stato portato in ospedale, intubato e che gli era stata fatta una lavanda gastrica. Dopo il colloquio Roberta venne riportata in cella e alcune ore dopo fu scarcerata.
Prima di lasciare il carcere incontrò di nuovo il viceispettore e domandò quando avrebbe potuto rivedere il compagno.
La risposta fu lapidaria: “Martedì, dopo l’autopsia”.
È con questa modalità che Roberta venne informata della morte di Aldo.
Quali furono cause della morte?
Secondo la ricostruzione degli agenti, Bianzino fu ritrovato esanime nella sua cella e poi condotto all’infermeria dove gli fu praticata una rianimazione.
Purtroppo fallita.
L’autopsia rilevò ematomi cerebrali, lesioni al fegato e alla milza che vennero collegati a evenienze traumatiche legate al tentativo di rianimazione.
La morte sarebbe stata causata da un aneurisma cerebrale.
Secondo i periti nominati dalla famiglia di Aldo, invece, il corpo presentava ematomi, costole rotte e danni a fegato e milza. Un quadro incompatibile con un semplice malore che ipotizzava, invece, un quadro lesivo derivante da un pestaggio messo in atto con tecniche militari utilizzate per danneggiare gli organi vitali senza lasciare tracce.
Venne inoltre acclarato che la foto inserita nella perizia in cui fu mostrata la zona d’origine dell’aneurisma non fosse riconducibile a Bianzino.
Come si conclusero i procedimenti legali?
Nel 2009 l’indagine contro ignoti per omicidio è stata archiviata e nel 2015 l’agente Gianluca Cantoro è stato condannato in via definitiva a un anno di carcere per omissione di soccorso, perché il processo ha stabilito che i medici sono stati avvertiti in ritardo.
Fonte
Al termine delle operazioni di polizia furono sequestrate alcune piantine di marijuana e 30 euro.
Nel casale abitava Aldo Bianzino, falegname, 44 anni, incensurato.
Un uomo tranquillo che viveva con la fidanzata Roberta Radici e il figlio, Rudra.
I genitori condividevano la passione per l’India, motivo per il quale avevano scelto come nome Rudra, ovvero una delle più antiche divinità dell’induismo.
Ritorniamo agli eventi del 12 ottobre 2007. Aldo e Roberta furono portati al commissariato di Città di Castello poi in Questura, a Perugia, ed infine nel carcere di Capanne.
Aldo in isolamento, Roberta nel braccio femminile.
Aldo insistette nel sostenere che si trattava solo di erba per uso personale e terapeutico (la compagna Roberta aveva un tumore che la ucciderà un anno dopo gli eventi qui narrati).
Eppure, malgrado si trattasse solo di “qualche piantina”, Aldo morì.
Il giorno del decesso Roberta Radici fu chiamata a colloquio dal viceispettore del carcere che non la informò della morte del compagno ma le domandò a lungo se Aldo soffrisse di svenimenti, problemi di salute o avesse patologie pregresse. Nel rispondere di no la Radici chiese preoccupata dello stato di salute di Aldo e il dirigente rispose che era stato portato in ospedale, intubato e che gli era stata fatta una lavanda gastrica. Dopo il colloquio Roberta venne riportata in cella e alcune ore dopo fu scarcerata.
Prima di lasciare il carcere incontrò di nuovo il viceispettore e domandò quando avrebbe potuto rivedere il compagno.
La risposta fu lapidaria: “Martedì, dopo l’autopsia”.
È con questa modalità che Roberta venne informata della morte di Aldo.
Quali furono cause della morte?
Secondo la ricostruzione degli agenti, Bianzino fu ritrovato esanime nella sua cella e poi condotto all’infermeria dove gli fu praticata una rianimazione.
Purtroppo fallita.
L’autopsia rilevò ematomi cerebrali, lesioni al fegato e alla milza che vennero collegati a evenienze traumatiche legate al tentativo di rianimazione.
La morte sarebbe stata causata da un aneurisma cerebrale.
Secondo i periti nominati dalla famiglia di Aldo, invece, il corpo presentava ematomi, costole rotte e danni a fegato e milza. Un quadro incompatibile con un semplice malore che ipotizzava, invece, un quadro lesivo derivante da un pestaggio messo in atto con tecniche militari utilizzate per danneggiare gli organi vitali senza lasciare tracce.
Venne inoltre acclarato che la foto inserita nella perizia in cui fu mostrata la zona d’origine dell’aneurisma non fosse riconducibile a Bianzino.
Come si conclusero i procedimenti legali?
Nel 2009 l’indagine contro ignoti per omicidio è stata archiviata e nel 2015 l’agente Gianluca Cantoro è stato condannato in via definitiva a un anno di carcere per omissione di soccorso, perché il processo ha stabilito che i medici sono stati avvertiti in ritardo.
Fonte
02/02/2023
Vasto come Memphis? Poliziotto con il taser contro un commerciante
Le immagini sembrano mutuate da quelle, più drammatiche, che spesso arrivano dagli Stati Uniti, ma il grave fatto è avvenuto a Vasto, una cittadina sul mare in provincia di Chieti dove un agente di polizia ha utilizzato il taser contro un commerciante durante un fermo nato da un banalissimo diverbio. L’utilizzo del taser – ripreso in video – è avvenuto in assenza di qualsivoglia “pericolo”, come invece è specificamente indicato nelle regole di utilizzo.
L’abuso di polizia è stato però ripreso da un testimone presente davanti alla pescheria di via Crispi con un telefonino. Guarda il video.
Le immagini mostrano una discussione animata tra un commerciante – Giovanni De Rosa – e un poliziotto che poco prima aveva fermato diversi clienti della pescheria: l’agente avrebbe chiesto all’interlocutore di mostrare i documenti e l’altro gli avrebbe risposto di non averli con sé e di dover tornare a lavorare.
Il poliziotto a quel punto ha intimato al commerciante di seguirlo in commissariato: “Sto lavorando”, è stata la risposta ottenuta. Ne nasce così discussione, ma del tutto pacifica, anche se spesso si sentono pronunciare minacce di arresto.
Ad un certo punto uno dei due poliziotti ha estratto il taser, la pistola elettrica in dotazione alle forze dell’ordine emettendo una scarica (al secondo 37 del video) e minacciando di rivolgere l’arma nei confronti del commerciante e di sua moglie, nel frattempo accorsa in suo aiuto.
“Ti devi mettere giù, ti sparo col taser”, dice l’agente. “Lasciatelo”, urla la donna, prima di cadere a terra. Qualcuno da dentro grida: “Si è appena operato”, mentre la donna dice al poliziotto: “Sei un animale”.
Dopo aver riposto il taser nella custodia l’agente, supportato da un collega, è passato alla “modalità amerikana” scaraventando per terra il commerciante e ammanettandolo. Il commerciante, reduce da un’operazione all’inguine molto recente, ha cercato di spiegare che non poteva mettersi in determinate posizioni.
Paradossalmente uno dei presenti ha chiesto l’intervento dei carabinieri, avvertendo che si stava operando un chiaro abuso. Fin qui quello che è stato possibile documentare attraverso il video.
Ma il calvario del pescivendolo Giovanni De Rosa non è finito qui. Infatti una volta condotto nel commissariato di polizia di Vasto, gli abusi sono proseguiti, nonostante i postumi della recente operazione all’inguine.
Secondo quanto ha dichiarato il commerciante a Fanpage “Mi hanno portato in una stanza. Eravamo io e i due agenti di polizia che mi avevano fermato: mi hanno fatto denudare, poi mi hanno fatto chinare e perquisito anche nelle parti intime. Non ho potuto oppormi. Fortunatamente poco dopo sono arrivati i miei avvocati e hanno calmato gli animi dei poliziotti”.
La versione dei poliziotti è stata affidata al loro legale, l’avvocato Fiorenzo Cieri, il quale secondo quanto riferito dal sito locale ChiaroQuotidiano.it, afferma che “nel video si vede solo ciò che è accaduto dopo, ma si tratta della conseguenza di ciò che era avvenuto in precedenza. Non è stato sparato alcun dardo con il taser, che ha emesso solo un segnale sonoro usato come deterrente. I miei assistiti – aggiunge – quereleranno, persona per persona, tutti coloro che si sono resi autori di commenti offensivi. Mi meraviglio della facilità con cui non si ha rispetto per la divisa”.
Viene da dire che, come in ogni aspetto della vita sociale, il rispetto va meritato.
L’Osservatorio Repressione segnala quanto riporta la pagina web locale Primonumero, la quale rammenta che l’agente di polizia protagonista dell’accaduto a Vasto, non è nuovo a episodi che hanno fatto discutere.
La sera del 7 febbraio 2019 infatti, mentre insieme a un collega dava la caccia a una banda di rapinatori che aveva appena ripulito una gioielleria, l’agente sparò diversi colpi di pistola contro un’auto scambiata per quella dei rapinatori. Uno dei proiettili si fermò a pochi centimetri dal finestrino del lato passeggero e solo per miracolo nessuno restò ferito.
In sede civile le due vittime, due residenti del luogo, sono state risarcite, non si ha notizia invece della conclusione del processo penale.
Le forze dell’ordine, secondo i recenti provvedimenti adottati, adesso possono avvalersi del Taser – una pistola elettrica che rilascia scariche immobilizzanti – ma il suo uso è previsto entro determinati limiti di proporzione rispetto al pericolo in corso e decisamente non è il caso di quanto abbiamo visto a Vasto.
Fonte
L’abuso di polizia è stato però ripreso da un testimone presente davanti alla pescheria di via Crispi con un telefonino. Guarda il video.
Le immagini mostrano una discussione animata tra un commerciante – Giovanni De Rosa – e un poliziotto che poco prima aveva fermato diversi clienti della pescheria: l’agente avrebbe chiesto all’interlocutore di mostrare i documenti e l’altro gli avrebbe risposto di non averli con sé e di dover tornare a lavorare.
Il poliziotto a quel punto ha intimato al commerciante di seguirlo in commissariato: “Sto lavorando”, è stata la risposta ottenuta. Ne nasce così discussione, ma del tutto pacifica, anche se spesso si sentono pronunciare minacce di arresto.
Ad un certo punto uno dei due poliziotti ha estratto il taser, la pistola elettrica in dotazione alle forze dell’ordine emettendo una scarica (al secondo 37 del video) e minacciando di rivolgere l’arma nei confronti del commerciante e di sua moglie, nel frattempo accorsa in suo aiuto.
“Ti devi mettere giù, ti sparo col taser”, dice l’agente. “Lasciatelo”, urla la donna, prima di cadere a terra. Qualcuno da dentro grida: “Si è appena operato”, mentre la donna dice al poliziotto: “Sei un animale”.
Dopo aver riposto il taser nella custodia l’agente, supportato da un collega, è passato alla “modalità amerikana” scaraventando per terra il commerciante e ammanettandolo. Il commerciante, reduce da un’operazione all’inguine molto recente, ha cercato di spiegare che non poteva mettersi in determinate posizioni.
Paradossalmente uno dei presenti ha chiesto l’intervento dei carabinieri, avvertendo che si stava operando un chiaro abuso. Fin qui quello che è stato possibile documentare attraverso il video.
Ma il calvario del pescivendolo Giovanni De Rosa non è finito qui. Infatti una volta condotto nel commissariato di polizia di Vasto, gli abusi sono proseguiti, nonostante i postumi della recente operazione all’inguine.
Secondo quanto ha dichiarato il commerciante a Fanpage “Mi hanno portato in una stanza. Eravamo io e i due agenti di polizia che mi avevano fermato: mi hanno fatto denudare, poi mi hanno fatto chinare e perquisito anche nelle parti intime. Non ho potuto oppormi. Fortunatamente poco dopo sono arrivati i miei avvocati e hanno calmato gli animi dei poliziotti”.
La versione dei poliziotti è stata affidata al loro legale, l’avvocato Fiorenzo Cieri, il quale secondo quanto riferito dal sito locale ChiaroQuotidiano.it, afferma che “nel video si vede solo ciò che è accaduto dopo, ma si tratta della conseguenza di ciò che era avvenuto in precedenza. Non è stato sparato alcun dardo con il taser, che ha emesso solo un segnale sonoro usato come deterrente. I miei assistiti – aggiunge – quereleranno, persona per persona, tutti coloro che si sono resi autori di commenti offensivi. Mi meraviglio della facilità con cui non si ha rispetto per la divisa”.
Viene da dire che, come in ogni aspetto della vita sociale, il rispetto va meritato.
L’Osservatorio Repressione segnala quanto riporta la pagina web locale Primonumero, la quale rammenta che l’agente di polizia protagonista dell’accaduto a Vasto, non è nuovo a episodi che hanno fatto discutere.
La sera del 7 febbraio 2019 infatti, mentre insieme a un collega dava la caccia a una banda di rapinatori che aveva appena ripulito una gioielleria, l’agente sparò diversi colpi di pistola contro un’auto scambiata per quella dei rapinatori. Uno dei proiettili si fermò a pochi centimetri dal finestrino del lato passeggero e solo per miracolo nessuno restò ferito.
In sede civile le due vittime, due residenti del luogo, sono state risarcite, non si ha notizia invece della conclusione del processo penale.
Le forze dell’ordine, secondo i recenti provvedimenti adottati, adesso possono avvalersi del Taser – una pistola elettrica che rilascia scariche immobilizzanti – ma il suo uso è previsto entro determinati limiti di proporzione rispetto al pericolo in corso e decisamente non è il caso di quanto abbiamo visto a Vasto.
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29/11/2018
Caso Marrazzo, condannati quattro carabinieri. Altre mele marce da dimenticare il prima possibile
Quattro carabinieri condannati, per reati che vanno dalla concussione alla rapina: sono quelli coinvolti nell’ “affaire” Marrazzo, l’ennesima eccezione alla regola per quel che riguarda forme di devianza all’interno di apparati dello Stato italiano.
Ricordate la vicenda? L’allora governatore del Lazio sorpreso da quattro militari insieme ad una transessuale e poi ricattato. Una vicenda scabrosa e piena di strani retroscena, che ha avuto il suo esito giudiziario.
Dieci anni di reclusione per i carabinieri Nicola Testini e Carlo Tagliente, sei anni e mezzo a Luciano Simeone, tre anni ad Antonio Tamburrino.
Per Testini, Tagliente e Simeone è scattata anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici; solo di cinque anni quella di Tamburrino. Tutti e quattro dovranno risarcire i ministeri dell’Interno e della Difesa.
La condanna è riferita ai reati di concorso in concussione e rapina; per Tamburrino anche quello di ricettazione.
Quattro criminali in divisa: questo dunque ha dichiarato il Tribunale. Non abbiamo dubbi, nei prossimi giorni leggeremo ed ascolteremo commenti ormai consueti. Ve ne anticipiamo addirittura un paio: “hanno disonorato la divisa che indossano”, “erano mele marce”.
Il che è vero, sia chiaro. Ma non è forse il caso che un numero così alto di “mele marce” faccia venire il dubbio che forse esiste un problema alle radici, tanto per proseguire con le metafore “vegetali”? In un paese normale sarebbe già avviato da tempo un confronto sul modello di selezione e formazione dei membri delle forze dell’ordine. Ma, ormai è chiaro, la normalità è qualcosa di molto distante da noi, purtroppo.
Fonte
Ricordate la vicenda? L’allora governatore del Lazio sorpreso da quattro militari insieme ad una transessuale e poi ricattato. Una vicenda scabrosa e piena di strani retroscena, che ha avuto il suo esito giudiziario.
Dieci anni di reclusione per i carabinieri Nicola Testini e Carlo Tagliente, sei anni e mezzo a Luciano Simeone, tre anni ad Antonio Tamburrino.
Per Testini, Tagliente e Simeone è scattata anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici; solo di cinque anni quella di Tamburrino. Tutti e quattro dovranno risarcire i ministeri dell’Interno e della Difesa.
La condanna è riferita ai reati di concorso in concussione e rapina; per Tamburrino anche quello di ricettazione.
Quattro criminali in divisa: questo dunque ha dichiarato il Tribunale. Non abbiamo dubbi, nei prossimi giorni leggeremo ed ascolteremo commenti ormai consueti. Ve ne anticipiamo addirittura un paio: “hanno disonorato la divisa che indossano”, “erano mele marce”.
Il che è vero, sia chiaro. Ma non è forse il caso che un numero così alto di “mele marce” faccia venire il dubbio che forse esiste un problema alle radici, tanto per proseguire con le metafore “vegetali”? In un paese normale sarebbe già avviato da tempo un confronto sul modello di selezione e formazione dei membri delle forze dell’ordine. Ma, ormai è chiaro, la normalità è qualcosa di molto distante da noi, purtroppo.
Fonte
16/11/2018
Nessuna giustizia per Riccardo Magherini
La Corte di Cassazione ha oggi annullato la condanna ai tre carabinieri per la morte di #RiccardoMagherini perché “il fatto non costituisce reato”.
Nel luglio del 2016 il Tribunale di Firenze aveva condannato i tre carabinieri imputati per omicidio colposo nell’ambito del processo per la morte di Riccardo Magherini, 40enne fiorentino deceduto nella notte tra il 2 e 3 marzo 2014 durante un arresto in una strada del centro di Firenze.
La notte del 3 marzo 2014, a Firenze, in pieno centro storico, Riccardo, padre di un bimbo di due anni, muore stroncato da un arresto cardiaco mentre tre carabinieri lo tengono bloccato a terra. Come Federico Aldrovandi anche ‘Richy’ è morto per ‘asfissia posturale’ mentre gridava: “Aiuto! Ho un figlio!”. Ma i segni sul suo corpo raccontano di violente percosse ricevute proprio mentre era immobilizzato, a terra ed a pancia in giù.
“I carabinieri gli tiravano calci e Riccardo urlava di essere un bravo ragazzo, che non aveva fatto niente e che aveva figli mentre due persone incitavano ‘Dagliene ancora’”. Così il racconto del testimone principale della vicenda di Magherini, Matteo Torretti, che aggiunge “i militari hanno tirato calci a Riccardo: cinque all’addome e due in faccia”.
Torretti racconta l’azione dei militari: “I carabinieri lo hanno accerchiato, poi portato in ginocchio e buttato a terra, dopodiché gli sono saliti sopra fino ad averlo letteralmente schiacciato”. “Il carabiniere più anziano – continua – era su Magherini schiacciandogli la testa con due mani e teneva un ginocchio sul collo”.
Poi descrive l’atteggiamento di Riccardo: “Agitato, ma non aggressivo. Ha anche liberato le braccia – continua il testimone – poteva colpire qualcuno ma non l’ha fatto”. Quando Torretti suggerisce ai carabinieri di non tirare calci, bensì di chiamare un’ambulanza per sedare Magherini, i militari rispondono dicendogli di “non rompere i coglioni”.
Poi prendono le sue generalità, e alla domanda di Torretti “Tutto a posto?”, rispondono: “Se è tutto a posto lo deciderà il maresciallo”. Quando sente arrivare l’ambulanza, Torretti si allontana. Di lì a poco, iniziano le manovre di rianimazione del personale paramedico ma per Riccardo, ormai, non c’è più niente da fare.
Fonte
Nel luglio del 2016 il Tribunale di Firenze aveva condannato i tre carabinieri imputati per omicidio colposo nell’ambito del processo per la morte di Riccardo Magherini, 40enne fiorentino deceduto nella notte tra il 2 e 3 marzo 2014 durante un arresto in una strada del centro di Firenze.
La notte del 3 marzo 2014, a Firenze, in pieno centro storico, Riccardo, padre di un bimbo di due anni, muore stroncato da un arresto cardiaco mentre tre carabinieri lo tengono bloccato a terra. Come Federico Aldrovandi anche ‘Richy’ è morto per ‘asfissia posturale’ mentre gridava: “Aiuto! Ho un figlio!”. Ma i segni sul suo corpo raccontano di violente percosse ricevute proprio mentre era immobilizzato, a terra ed a pancia in giù.
“I carabinieri gli tiravano calci e Riccardo urlava di essere un bravo ragazzo, che non aveva fatto niente e che aveva figli mentre due persone incitavano ‘Dagliene ancora’”. Così il racconto del testimone principale della vicenda di Magherini, Matteo Torretti, che aggiunge “i militari hanno tirato calci a Riccardo: cinque all’addome e due in faccia”.
Torretti racconta l’azione dei militari: “I carabinieri lo hanno accerchiato, poi portato in ginocchio e buttato a terra, dopodiché gli sono saliti sopra fino ad averlo letteralmente schiacciato”. “Il carabiniere più anziano – continua – era su Magherini schiacciandogli la testa con due mani e teneva un ginocchio sul collo”.
Poi descrive l’atteggiamento di Riccardo: “Agitato, ma non aggressivo. Ha anche liberato le braccia – continua il testimone – poteva colpire qualcuno ma non l’ha fatto”. Quando Torretti suggerisce ai carabinieri di non tirare calci, bensì di chiamare un’ambulanza per sedare Magherini, i militari rispondono dicendogli di “non rompere i coglioni”.
Poi prendono le sue generalità, e alla domanda di Torretti “Tutto a posto?”, rispondono: “Se è tutto a posto lo deciderà il maresciallo”. Quando sente arrivare l’ambulanza, Torretti si allontana. Di lì a poco, iniziano le manovre di rianimazione del personale paramedico ma per Riccardo, ormai, non c’è più niente da fare.
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18/10/2018
La catena di comando, il caso Cucchi e altre domande
“Chi sa parli”: così ha affermato il Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, generale Giovanni Nistri, intervenendo alla trasmissione Porta a Porta sulla morte di Stefano Cucchi.
Il generale si è detto “lieto che uno dei militari presenti quella sera (il brigadiere Tedesco, n.d.r) abbia detto la sua verità: questo vuol dire che questa verità adesso potrà entrare a pieno titolo nel processo insieme con tutte le altre evenienze che sono state accertate nel frattempo dall’autorità giudiziaria, e dunque questo sarà un passo in più verso una definizione della vicenda”.
Alla domanda di Bruno Vespa se l’istruttoria disciplinare nell’Arma andrà avanti ad ogni livello il generale Nistri ha risposto che: “Questo è poco ma sicuro. Intanto siamo lieti che l’autorità giudiziaria stia procedendo perché infine si avrà una perimetrazione completa delle responsabilità. Che si tratti di responsabilità commissive piuttosto che di responsabilità omissiva nei controlli eventualmente piuttosto che in altre ipotesi anche diciamo di disattenzione o di agevolazione”.
Come sta emergendo nel processo per la brutale uccisione di Stefano Cucchi, ad essere indagati ora non sono solo i carabinieri “fuori servizio” che lo pestarono, provocandone poi la morte, ma anche i carabinieri che ebbero a che fare con la trascrizione nei rapporti ufficiali sullo stato di salute di Cucchi. Tra loro Francesco Di Sano, in servizio alla stazione di Tor Sapienza – dove fu trattenuto Stefano successivamente al pestaggio nella caserma dell’Appio – e il luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stessa caserma.
Colombo sarà presto interrogato e l’atto istruttorio punta ad individuare eventuali comunicazioni sulla vicenda tra lui e i suoi superiori dell’epoca. In particolare, si tratta di sapere chi fosse l’interlocutore di una telefonata avvenuta alla presenza del carabiniere Tedesco, nella quale il maresciallo Mandolini (nella caserma dei carabinieri dell’Appio e non di quella di Tor Sapienza) chiede di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio presso la stazione di Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre 2009, quando fu fermato Cucchi. Atti che in effetti furono riscritti togliendo dettagli rivelatori sulle condizioni di salute di Stefano.
Ad ammettere che fossero state apportate modifiche era stato in aula il carabiniere in servizio alla stazione di Tor Sapienza, Di Sano, precisando che si era trattato di “un ordine gerarchico”. Le indagini vogliono capire se e fino a quale livello è stata coinvolta la scala gerarchica dell’Arma dei Carabinieri nella attuazione di falsi documenti e omissioni. E chi partecipò ad una riunione sul caso Cucchi, convocata “da un Alto ufficiale dell’Arma”, dopo la morte di Stefano, così come raccontato dal carabiniere Tedesco.
Una cosa da chiarire, ad esempio, è quella sorta di calvario tra la caserma di via Appia e quella di Tor Sapienza messa bene in evidenza anche nel film “Sulla mia pelle”. Perché hanno dovuto trasferire Stefano Cucchi da una caserma all’altra prima di portarlo in carcere? Una specie di scaricabarile per non avere rogne o un modo per disperdere in più luoghi le tracce di quello che era avvenuto?
Alla fine la determinazione di una giovane donna e del suo avvocato ha incrinato il “muro”. Eppure c’è ancora moltissimo da picconare per far si che quel muro venga giù non solo per la morte di Stefano Cucchi. E’ decisivo, in tal senso, non dimenticare le parole di uno dei carabinieri inquisiti per i misfatti della caserma di Aulla: “Quello che succede all’interno della macchina... rimane all’interno della macchina, non deve scoprirlo nessuno, specialmente dai gradi che vanno dopo il brigadiere”.
Un’affermazione che sembrerebbe mettere la parte “alta” della catena di comando al riparo dalle conseguenze delle azioni dei loro sottoposti. Ma, vorremmo chiedere al generale Nistri, se la sente di affermare che è proprio così?
C’è poi un secondo filone di domande che sorge a seguito di quanto rivelato sul Corriere della Sera da Giovanni Bianconi, ieri mattina.
Giosuè Bruno Naso, 71 anni, noto penalista romano, “legale di Massimo Carminati nelle sue lunghe peripezie giudiziarie fino a «Mafia capitale»”, ha accusato un suo collega di essere un “traditore”. Si tratta dell’avvocato Francesco Petrelli, difensore del “carabiniere pentito” – Francesco Tedesco – che ha confessato di essere stato presente al pestaggio mortale di Stefano Cucchi, indicando i nomi degli autori e la scomparsa dagli archivi dell’Arma di una sua relazione in cui raccontava la verità.
In cosa consisterebbe il “tradimento” di un avvocato che cura – com’è normale – gli interessi del suo cliente? Lasciamo la parola a Bianconi:
Una mossa (la confessione di Tedesco, ndr) che ha una sola ragione «inconfessabile ma assolutamente chiara», ha scritto Naso a Petrelli, di cui è (anzi era, a giudicare dalla lettera) amico di vecchia data: «La promessa derubricazione dell’imputazione nei confronti del tuo cliente in favoreggiamento, reato già prescritto, anche a costo di aggravare la posizione di tutti gli altri imputati». Un patto occulto col pm, insomma, siglato sulla pelle degli altri carabinieri alla sbarra. Con una aggravante: «Non hai avvertito il bisogno, la necessità, la opportunità di informare i colleghi, tutti i colleghi e me in particolare!».
Qui c’è, involontariamente, una confessione dell’avvocato Naso: i processi contro carabinieri o poliziotti imputati di violenze o omicidi avvenuti in una caserma (commissariato, ecc) “normalmente” sono gestiti collettivamente dagli avvocati degli agenti. Che si coordinano, si avvertono delle mosse che faranno, fino a “combinare il processo”, presentando al magistrato una versione blindata e minimizzatrice delle responsabilità degli agenti.
Anche gli “accordi inconfessabili con il pubblico ministero”, in questo scenario, una pratica ovvia, scontata, abituale. “Si fa così, tra noi, no?”
L’avvocato Petrelli non è un avvocaticchio che non conosca le regole di quel mondo, visto che è il segretario uscente dell’Unione camere penali. E infatti ricorda subito dopo a Naso che «È inaccettabile sovrapporre indebitamente la figura del difensore a quella dell’assistito, e confondere i rapporti personali e professionali fra colleghi con le scelte processuali degli imputati».
Anche qui una confessione involontaria, dietro la semplice conferma di una ovvietà che dovrebbe essere nel dna di qualsiasi avvocato: c’è un mondo opaco in cui i “rapporti professionali tra avvocati” e “le scelte processuali degli imputati” (miranti all’assoluzione o alla pena minore) sono da tempo immemorabile assolutamente “sovrapposti”. Al punto da far dimenticare un principio cardine della deontologia professionale degli avvocati.
Naturalmente questo mondo è quello in cui forze dell’ordine, alcuni avvocati e fascisti giocano di sponda l’uno con l’altro. Non è un’illazione, visto che – per esempio – Carminati era riuscito (e l’ha ammesso) a scassinare nientepopodimeno che le cassette di sicurezza della banca interna al Tribunale di Roma, il ben noto “bunker di Piazzale Clodio”. Sorvegliato 24 su 24 dai carabinieri, “distratti” soltanto in quell’occasione. Così come si potrebbe ricordare che i terroristi fascisti dei Nar, ai tempi, circolavano con documenti di identità da ufficiali dei carabinieri...
Solo dentro un mondo cosiffatto si può tirar fuori l’epiteto di “traditore” per un avvocato che difende il suo cliente senza “concertare” con gli altri avvocati una linea comune. Un mondo chiuso, dove “chi è dentro è dei nostri, chi è fuori è nemico”. Come nelle bande o nelle cosche, nelle confraternite massoniche, o anche nei gruppi politici illegali (di destra o rivoluzionari).
Tutto normale, quando ci si misura con le culture storiche dell’antagonismo al sistema o con le subculture della malavita.
Solo che qui, ufficialmente, abbiamo a che fare con il funzionamento dello Stato. Non con combattenti politici o sottoproletariato criminale.
E abbiamo a che fare con un intreccio davvero osceno, per quanto “abituale” nell’Italia delle stragi di Stato e dell’impunità per il potere (e dunque anche per gli uomini che lo difendono). Avvocati, carabinieri violenti ed omicidi, a volte anche magistrati con cui si possono fare “accordi innominabili”. Tutto già visto, certo, un sistema antico. Ma ancora in gran forma.
Si capiscono, a valle di questa vicenda, il modo in cui maturano certe incredibili assoluzioni, sentenze di due anni per omicidio, torturatori che restano in servizio e vengono promossi anche quando sono sotto processo.
E’ uno spaccato dell’Italia. Quella che tutti vorremmo veder scomparire per sempre. E ogni giorno che passa è un giorno di troppo.
Fonte
Il generale si è detto “lieto che uno dei militari presenti quella sera (il brigadiere Tedesco, n.d.r) abbia detto la sua verità: questo vuol dire che questa verità adesso potrà entrare a pieno titolo nel processo insieme con tutte le altre evenienze che sono state accertate nel frattempo dall’autorità giudiziaria, e dunque questo sarà un passo in più verso una definizione della vicenda”.
Alla domanda di Bruno Vespa se l’istruttoria disciplinare nell’Arma andrà avanti ad ogni livello il generale Nistri ha risposto che: “Questo è poco ma sicuro. Intanto siamo lieti che l’autorità giudiziaria stia procedendo perché infine si avrà una perimetrazione completa delle responsabilità. Che si tratti di responsabilità commissive piuttosto che di responsabilità omissiva nei controlli eventualmente piuttosto che in altre ipotesi anche diciamo di disattenzione o di agevolazione”.
Come sta emergendo nel processo per la brutale uccisione di Stefano Cucchi, ad essere indagati ora non sono solo i carabinieri “fuori servizio” che lo pestarono, provocandone poi la morte, ma anche i carabinieri che ebbero a che fare con la trascrizione nei rapporti ufficiali sullo stato di salute di Cucchi. Tra loro Francesco Di Sano, in servizio alla stazione di Tor Sapienza – dove fu trattenuto Stefano successivamente al pestaggio nella caserma dell’Appio – e il luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stessa caserma.
Colombo sarà presto interrogato e l’atto istruttorio punta ad individuare eventuali comunicazioni sulla vicenda tra lui e i suoi superiori dell’epoca. In particolare, si tratta di sapere chi fosse l’interlocutore di una telefonata avvenuta alla presenza del carabiniere Tedesco, nella quale il maresciallo Mandolini (nella caserma dei carabinieri dell’Appio e non di quella di Tor Sapienza) chiede di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio presso la stazione di Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre 2009, quando fu fermato Cucchi. Atti che in effetti furono riscritti togliendo dettagli rivelatori sulle condizioni di salute di Stefano.
Ad ammettere che fossero state apportate modifiche era stato in aula il carabiniere in servizio alla stazione di Tor Sapienza, Di Sano, precisando che si era trattato di “un ordine gerarchico”. Le indagini vogliono capire se e fino a quale livello è stata coinvolta la scala gerarchica dell’Arma dei Carabinieri nella attuazione di falsi documenti e omissioni. E chi partecipò ad una riunione sul caso Cucchi, convocata “da un Alto ufficiale dell’Arma”, dopo la morte di Stefano, così come raccontato dal carabiniere Tedesco.
Una cosa da chiarire, ad esempio, è quella sorta di calvario tra la caserma di via Appia e quella di Tor Sapienza messa bene in evidenza anche nel film “Sulla mia pelle”. Perché hanno dovuto trasferire Stefano Cucchi da una caserma all’altra prima di portarlo in carcere? Una specie di scaricabarile per non avere rogne o un modo per disperdere in più luoghi le tracce di quello che era avvenuto?
Alla fine la determinazione di una giovane donna e del suo avvocato ha incrinato il “muro”. Eppure c’è ancora moltissimo da picconare per far si che quel muro venga giù non solo per la morte di Stefano Cucchi. E’ decisivo, in tal senso, non dimenticare le parole di uno dei carabinieri inquisiti per i misfatti della caserma di Aulla: “Quello che succede all’interno della macchina... rimane all’interno della macchina, non deve scoprirlo nessuno, specialmente dai gradi che vanno dopo il brigadiere”.
Un’affermazione che sembrerebbe mettere la parte “alta” della catena di comando al riparo dalle conseguenze delle azioni dei loro sottoposti. Ma, vorremmo chiedere al generale Nistri, se la sente di affermare che è proprio così?
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C’è poi un secondo filone di domande che sorge a seguito di quanto rivelato sul Corriere della Sera da Giovanni Bianconi, ieri mattina.
Giosuè Bruno Naso, 71 anni, noto penalista romano, “legale di Massimo Carminati nelle sue lunghe peripezie giudiziarie fino a «Mafia capitale»”, ha accusato un suo collega di essere un “traditore”. Si tratta dell’avvocato Francesco Petrelli, difensore del “carabiniere pentito” – Francesco Tedesco – che ha confessato di essere stato presente al pestaggio mortale di Stefano Cucchi, indicando i nomi degli autori e la scomparsa dagli archivi dell’Arma di una sua relazione in cui raccontava la verità.
In cosa consisterebbe il “tradimento” di un avvocato che cura – com’è normale – gli interessi del suo cliente? Lasciamo la parola a Bianconi:
Una mossa (la confessione di Tedesco, ndr) che ha una sola ragione «inconfessabile ma assolutamente chiara», ha scritto Naso a Petrelli, di cui è (anzi era, a giudicare dalla lettera) amico di vecchia data: «La promessa derubricazione dell’imputazione nei confronti del tuo cliente in favoreggiamento, reato già prescritto, anche a costo di aggravare la posizione di tutti gli altri imputati». Un patto occulto col pm, insomma, siglato sulla pelle degli altri carabinieri alla sbarra. Con una aggravante: «Non hai avvertito il bisogno, la necessità, la opportunità di informare i colleghi, tutti i colleghi e me in particolare!».
Qui c’è, involontariamente, una confessione dell’avvocato Naso: i processi contro carabinieri o poliziotti imputati di violenze o omicidi avvenuti in una caserma (commissariato, ecc) “normalmente” sono gestiti collettivamente dagli avvocati degli agenti. Che si coordinano, si avvertono delle mosse che faranno, fino a “combinare il processo”, presentando al magistrato una versione blindata e minimizzatrice delle responsabilità degli agenti.
Anche gli “accordi inconfessabili con il pubblico ministero”, in questo scenario, una pratica ovvia, scontata, abituale. “Si fa così, tra noi, no?”
L’avvocato Petrelli non è un avvocaticchio che non conosca le regole di quel mondo, visto che è il segretario uscente dell’Unione camere penali. E infatti ricorda subito dopo a Naso che «È inaccettabile sovrapporre indebitamente la figura del difensore a quella dell’assistito, e confondere i rapporti personali e professionali fra colleghi con le scelte processuali degli imputati».
Anche qui una confessione involontaria, dietro la semplice conferma di una ovvietà che dovrebbe essere nel dna di qualsiasi avvocato: c’è un mondo opaco in cui i “rapporti professionali tra avvocati” e “le scelte processuali degli imputati” (miranti all’assoluzione o alla pena minore) sono da tempo immemorabile assolutamente “sovrapposti”. Al punto da far dimenticare un principio cardine della deontologia professionale degli avvocati.
Naturalmente questo mondo è quello in cui forze dell’ordine, alcuni avvocati e fascisti giocano di sponda l’uno con l’altro. Non è un’illazione, visto che – per esempio – Carminati era riuscito (e l’ha ammesso) a scassinare nientepopodimeno che le cassette di sicurezza della banca interna al Tribunale di Roma, il ben noto “bunker di Piazzale Clodio”. Sorvegliato 24 su 24 dai carabinieri, “distratti” soltanto in quell’occasione. Così come si potrebbe ricordare che i terroristi fascisti dei Nar, ai tempi, circolavano con documenti di identità da ufficiali dei carabinieri...
Solo dentro un mondo cosiffatto si può tirar fuori l’epiteto di “traditore” per un avvocato che difende il suo cliente senza “concertare” con gli altri avvocati una linea comune. Un mondo chiuso, dove “chi è dentro è dei nostri, chi è fuori è nemico”. Come nelle bande o nelle cosche, nelle confraternite massoniche, o anche nei gruppi politici illegali (di destra o rivoluzionari).
Tutto normale, quando ci si misura con le culture storiche dell’antagonismo al sistema o con le subculture della malavita.
Solo che qui, ufficialmente, abbiamo a che fare con il funzionamento dello Stato. Non con combattenti politici o sottoproletariato criminale.
E abbiamo a che fare con un intreccio davvero osceno, per quanto “abituale” nell’Italia delle stragi di Stato e dell’impunità per il potere (e dunque anche per gli uomini che lo difendono). Avvocati, carabinieri violenti ed omicidi, a volte anche magistrati con cui si possono fare “accordi innominabili”. Tutto già visto, certo, un sistema antico. Ma ancora in gran forma.
Si capiscono, a valle di questa vicenda, il modo in cui maturano certe incredibili assoluzioni, sentenze di due anni per omicidio, torturatori che restano in servizio e vengono promossi anche quando sono sotto processo.
E’ uno spaccato dell’Italia. Quella che tutti vorremmo veder scomparire per sempre. E ogni giorno che passa è un giorno di troppo.
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16/10/2018
Davide Bifolco, una sentenza che è un insulto e una provocazione
Si è celebrato stamattina il processo d’appello presso il tribunale di Napoli contro il carabiniere Gianni Macchiarolo, che nel settembre del 2014 uccise, dopo un inseguimento in piena notte, il diciasettenne Davide Bifolco sparandogli alle spalle.
In primo grado la condanna era stata di 4 anni e 4 mesi per omicidio colposo. Ovvero quasi il massimo per un reato del genere. Già allora si reputò clamoroso che non fosse processato per omicidio volontario. Eppure tante erano le testimonianze contro di lui. I carabinieri nell’inseguimento speronarono il motorino facendo cadere i ragazzi fuggitivi e poi il carabiniere oggi imputato si piegò sulle ginocchia per meglio mirare e colpì Davide alle spalle ammazzandolo.
I giudici preferirono credere alla versione dell’inciampo e del colpo che accidentalmente parte e colpisce il ragazzo. La forte mobilitazione del quartiere dove viveva il ragazzo, il rione Traiano di Napoli Ovest, e dei centri sociali napoletani – Mensa Occupata in testa – caricò però di pressione il dibattimento e i giudici allora decisero per quasi il massimo della pena. L’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che difende la famiglia Cucchi, al tempo reputò quella condanna una netta vittoria della difesa e il massimo ottenibile.
Ricordo personalmente che cercava di calmare il padre del ragazzo che non poteva credere che per un omicidio la pena fosse tanto lieve. Il povero genitore ricordava all’avvocato l’assurdità di avere un figlio da 2 anni in carcere per avere rubato un motorino e poi vedere un omicida avere una condanna del genere.
Oggi però si è veramente esagerato. La pena è più che dimezzata. Da 4anni e 4 mesi si riduce tutto a 2 anni e pena sospesa per la condizionale.
Difficile commentare. Nessuno ha voglia di fare il giustizialista ossessionato dall’entità della pena. Però qui siamo al ridicolo. Quello che appare come un chiaro omicidio volontario (pur con tutte le attenuanti possibili) viene prima derubricato ad omicidio colposo e poi addirittura si dimezza la pena.
Inutile a questo punto aspettarsi qualcosa dai giudici di Cassazione. Certo che da oggi sarà più difficile spiegare ai ragazzi dei disastrati quartieri napoletani di fidarsi delle cosiddette forze dell’ordine. Non sarà lo Stato che ti proteggerà anzi dovrai guardarti da lui perché se sei di un quartiere popolare sei un potenziale criminale e verrai inseguito, speronato e poi ammazzato anche quando la tua unica “colpa” è di andare in motorino in 3 senza casco nelle strade del tuo quartiere.
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11/10/2018
Processo Cucchi. Confessa uno dei carabinieri e accusa due “colleghi”
A colpi di testardaggine, competenza giuridica e volontà di arrivare alla verità, il processo a cinque carabinieri per l’uccisione di Stefano Cucchi è arrivato al momento decisivo.
Stamattina, all’inizio dell’udienza, il pm Giovanni Musarò ha reso nota “un’attività integrativa di indagine” nata dalla denuncia di Francesco Tedesco, uno degli imputati. Il militare – evidentemente ormai convinto di non avere più scampo – ha deciso qualche tempo fa di “cantarsela” e cercare di cavarsela con il minimo della pena per i “collaboratori di giustizia”. Il carabiniere Francesco Tedesco ha infatti accusato i colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo del pestaggio che ha provocato le lesioni fatali per Stefano.
I due erano coimputati di Francesco Tedesco per l’identico reato (omicidio preterintenzionale e abuso di autorità), mentre Roberto Mandolini è sotto processo per calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi solo per calunnia.
Tedesco, il 20 giugno scorso, ha presentato una denuncia in procura sulla vicenda. Per questo è stato poi sentito tre volte dai magistrati. Il magistrato ha spiegato che il carabiniere sostiene che “quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio”. Come accade quasi sempre nelle casi di omicidio in caserma o commissariato, quella nota è poi scomparsa.
“In sintesi – ha spiegato il pm – Tedesco ha ricostruito i fatti di quella notte e chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, quali autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto”. La procura non si è ovviamente limitata a registrare la confessione, ma ha svolto indagini al termine delle quali ha potuto verificare che “è stata redatta una notazione di servizio, che è stata sottratta, e il comandante di stazione dell’epoca non ha saputo spiegare la mancanza”.
Fonte
Stamattina, all’inizio dell’udienza, il pm Giovanni Musarò ha reso nota “un’attività integrativa di indagine” nata dalla denuncia di Francesco Tedesco, uno degli imputati. Il militare – evidentemente ormai convinto di non avere più scampo – ha deciso qualche tempo fa di “cantarsela” e cercare di cavarsela con il minimo della pena per i “collaboratori di giustizia”. Il carabiniere Francesco Tedesco ha infatti accusato i colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo del pestaggio che ha provocato le lesioni fatali per Stefano.
I due erano coimputati di Francesco Tedesco per l’identico reato (omicidio preterintenzionale e abuso di autorità), mentre Roberto Mandolini è sotto processo per calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi solo per calunnia.
Tedesco, il 20 giugno scorso, ha presentato una denuncia in procura sulla vicenda. Per questo è stato poi sentito tre volte dai magistrati. Il magistrato ha spiegato che il carabiniere sostiene che “quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio”. Come accade quasi sempre nelle casi di omicidio in caserma o commissariato, quella nota è poi scomparsa.
“In sintesi – ha spiegato il pm – Tedesco ha ricostruito i fatti di quella notte e chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, quali autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto”. La procura non si è ovviamente limitata a registrare la confessione, ma ha svolto indagini al termine delle quali ha potuto verificare che “è stata redatta una notazione di servizio, che è stata sottratta, e il comandante di stazione dell’epoca non ha saputo spiegare la mancanza”.
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18/07/2018
Federico Aldrovandi, un omicidio senza prezzo
Federico Aldrovandi oggi avrebbe compiuto 31 anni. Se 4 agenti non lo avessero ammazzato di botte quando di anni ne aveva appena 18.
Ammazzato dalle forze dell’ordine con 54 lesioni in tutto il corpo, alcune devastanti anche nella parte anatomica genitale maschile.
Dopo anni di lotte della famiglia le sentenze portano ai quattro poliziotti solo pene di tre anni e otto mesi. “Che poi furono ridotte, attraverso l’indulto e mai scontate in maniera definitiva. Nel luglio del 2013 la corte di appello chiese per “danno erariale e danno di immagine” 467.000 euro a ogni poliziotto che quella mattina incontrò la giovane vita di Federico. Ma queste sentenze furono diminuite drasticamente, tanto che ad oggi i poliziotti devono pagare solamente i 128 euro di giudizio. 128 euro. Ecco che cosa rimane di quei 18 anni che invece volevano vivere.”
Fonte
Ammazzato dalle forze dell’ordine con 54 lesioni in tutto il corpo, alcune devastanti anche nella parte anatomica genitale maschile.
Dopo anni di lotte della famiglia le sentenze portano ai quattro poliziotti solo pene di tre anni e otto mesi. “Che poi furono ridotte, attraverso l’indulto e mai scontate in maniera definitiva. Nel luglio del 2013 la corte di appello chiese per “danno erariale e danno di immagine” 467.000 euro a ogni poliziotto che quella mattina incontrò la giovane vita di Federico. Ma queste sentenze furono diminuite drasticamente, tanto che ad oggi i poliziotti devono pagare solamente i 128 euro di giudizio. 128 euro. Ecco che cosa rimane di quei 18 anni che invece volevano vivere.”
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27/06/2018
USA: solo nel 2018, già 466 vittime della polizia
Mapping Police Violence è un sito che monitora il livello di violenza espresso dalla polizia statunitense: il primo dato utilizzato, ovviamente, è il numero delle vittime.
Aprendo la home page, la prima informazione che arriva è il numero dei morti: solo nel 2018 sono 466. “Police have killed 466 people in 2018”.
Sono tanti, considerato il fatto che siamo a fine giugno. Di questo passo, a fine anno si sfiorerebbe quota mille.
Sarebbe comunque andata meglio che nel 2017, quando – sempre secondo il sito mappingpoliceviolence.org, – le vittime sono state 1147.
Approfondendo i vari dati proposti (sono molti, diversificati e classificati in modo chiaro), emerge uno scenario quasi surreale nella sua drammaticità, ben noto a chi segue le vicende di politica interna statunitense con attenzione, ma forse meno evidente a chi si limita ad intercettare le notizie che ogni tanto l’informazione mainstream italiana riporta sulle vicende di “malapolizia” americane.
Per spiegare meglio di cosa stiamo parlando, partiamo dall’ultima vicenda di cronaca che è arrivata in Italia: la scorsa settimana, a Pittsburgh in Pennsylvania, un agente di polizia ha ucciso Antwon Rose jr, un diciassettenne afroamericano che stava fuggendo a piedi in seguito ad un controllo della vettura su cui si trovava insieme ad altre persone.
C’era stata una sparatoria, e la polizia aveva installato dei posti di blocco.
Ad uno di questi gli agenti hanno intercettato la macchina con a bordo il giovane che si è dato alla fuga.
Circola sulla rete un video della sparatoria: si vede il diciassettenne che inizia a correre, e immediatamente si sentono i colpi esplodere. Il ragazzo cade a terra.
Pochi secondi che raccontano quella che, nei fatti, è stata una sorta di esecuzione. Antwon Rose jr era disarmato e non rappresentava una minaccia. Il fatto che nella vettura siano state trovate due pistole diventa, nel migliore dei casi, una scusa per “ammorbidire” il senso della vicenda.
Viene alla mente un altro recente episodio, quello relativo alla morte di Stephon Clark, ventiduenne padre di famiglia ammazzato con venti colpi di pistola nel retro della casa dei nonni: gli agenti erano intervenuti in seguito ad una segnalazione di atti di vandalsimo, hanno scambiato Clark per un vandalo, e sopratutto hanno scambiato il suo smartphone per una pistola. Freddato.
A questo tipo di notizie ne affianchiamo altre due, utili a tirare qualche conclusione. La prima: nel 2014 due agenti sparano al 37enne Alton Sterling, afroamericano di Baton Rouge. L’uomo era stato fermato e bloccato a terra, e poi colpito a bruciapelo. I due agenti si erano difesi sostenendo che Sterling stava provando ad estrarre un arma, anche se i molti video realizzati non chiariscono il particolare. I due agenti sono stati scagionati.
Sempre nello stesso anno muore Gregory Vaughn Hill jr, afroamericano di 30 anni, anche lui freddato dalla polizia. Era ubriaco ed in possesso di un’arma scarica.
Un tribunale della Florida ha sentenziato che il risarcimento che spetta alla famiglia è di quattro euro, e che gli agenti non hanno ecceduto nell’uso della forza.
Torniamo al sito Mapping Police Violence: tra i vari dati riportati ce n’è uno particolarmente interessante. Nel 2015, tra le vittime della polizia, ben 100 erano persone disarmate. Esattamente come Antwon Rose jr, il diciassettenne ammazzato una settimana fa.
Di cosa parliamo, dunque? Di un paese in cui è legale detenere armi, in cui la polizia interviene spesso in modo letale, a prescindere dal fatto che la vittima sia armata o meno. Gli agenti coinvolti, infine, non vengono quasi mai ritenuti colpevoli di nulla.
Tre giorni fa è uscita in Italia la notizia del risarcimento di 60 mila euro che lo Stato italiano ha concesso ad un rom colpito alla schiena da un agente (condannato per questo a nove mesi) nel corso di un inseguimento e rimasto per questo semiparalizzato.
Il rom per quel furto è stato condannato ad undici mesi di carcere.
Nel clima che stiamo vivendo nel nostro paese di questi tempi la notizia è di quelle “succulente”, è stata riportata ed enfatizzata persino nel corso della seguitissima trasmissione radiofonica “La Zanzara” su Radio24.
Un agente di polizia nel corso di un inseguimento può essere autorizzato a sparare: un po’ come avvenne nella circostanza in cui morì Gabriele Sandri, ad esempio.
Abbiamo un metro di paragone che può aiutarci a riflettere: esiste un paese, gli Stati Uniti, in cui è legittimo detenere armi, in cui gli agenti sparano nel corso di interventi anche di routine, e lo fanno a prescindere dalla reale pericolosità della vittima. E non vengono mai condannati per questo.
E’ un paese in cui, sulla base di queste dinamiche, crepano mille persone all’anno, più – ad esempio – delle vittime civili (per anno) della guerra in Donbass. Che è, appunto, una guerra.
Fonte
Aprendo la home page, la prima informazione che arriva è il numero dei morti: solo nel 2018 sono 466. “Police have killed 466 people in 2018”.
Sono tanti, considerato il fatto che siamo a fine giugno. Di questo passo, a fine anno si sfiorerebbe quota mille.
Sarebbe comunque andata meglio che nel 2017, quando – sempre secondo il sito mappingpoliceviolence.org, – le vittime sono state 1147.
Approfondendo i vari dati proposti (sono molti, diversificati e classificati in modo chiaro), emerge uno scenario quasi surreale nella sua drammaticità, ben noto a chi segue le vicende di politica interna statunitense con attenzione, ma forse meno evidente a chi si limita ad intercettare le notizie che ogni tanto l’informazione mainstream italiana riporta sulle vicende di “malapolizia” americane.
Per spiegare meglio di cosa stiamo parlando, partiamo dall’ultima vicenda di cronaca che è arrivata in Italia: la scorsa settimana, a Pittsburgh in Pennsylvania, un agente di polizia ha ucciso Antwon Rose jr, un diciassettenne afroamericano che stava fuggendo a piedi in seguito ad un controllo della vettura su cui si trovava insieme ad altre persone.
C’era stata una sparatoria, e la polizia aveva installato dei posti di blocco.
Ad uno di questi gli agenti hanno intercettato la macchina con a bordo il giovane che si è dato alla fuga.
Circola sulla rete un video della sparatoria: si vede il diciassettenne che inizia a correre, e immediatamente si sentono i colpi esplodere. Il ragazzo cade a terra.
Pochi secondi che raccontano quella che, nei fatti, è stata una sorta di esecuzione. Antwon Rose jr era disarmato e non rappresentava una minaccia. Il fatto che nella vettura siano state trovate due pistole diventa, nel migliore dei casi, una scusa per “ammorbidire” il senso della vicenda.
Viene alla mente un altro recente episodio, quello relativo alla morte di Stephon Clark, ventiduenne padre di famiglia ammazzato con venti colpi di pistola nel retro della casa dei nonni: gli agenti erano intervenuti in seguito ad una segnalazione di atti di vandalsimo, hanno scambiato Clark per un vandalo, e sopratutto hanno scambiato il suo smartphone per una pistola. Freddato.
A questo tipo di notizie ne affianchiamo altre due, utili a tirare qualche conclusione. La prima: nel 2014 due agenti sparano al 37enne Alton Sterling, afroamericano di Baton Rouge. L’uomo era stato fermato e bloccato a terra, e poi colpito a bruciapelo. I due agenti si erano difesi sostenendo che Sterling stava provando ad estrarre un arma, anche se i molti video realizzati non chiariscono il particolare. I due agenti sono stati scagionati.
Sempre nello stesso anno muore Gregory Vaughn Hill jr, afroamericano di 30 anni, anche lui freddato dalla polizia. Era ubriaco ed in possesso di un’arma scarica.
Un tribunale della Florida ha sentenziato che il risarcimento che spetta alla famiglia è di quattro euro, e che gli agenti non hanno ecceduto nell’uso della forza.
Torniamo al sito Mapping Police Violence: tra i vari dati riportati ce n’è uno particolarmente interessante. Nel 2015, tra le vittime della polizia, ben 100 erano persone disarmate. Esattamente come Antwon Rose jr, il diciassettenne ammazzato una settimana fa.
Di cosa parliamo, dunque? Di un paese in cui è legale detenere armi, in cui la polizia interviene spesso in modo letale, a prescindere dal fatto che la vittima sia armata o meno. Gli agenti coinvolti, infine, non vengono quasi mai ritenuti colpevoli di nulla.
Tre giorni fa è uscita in Italia la notizia del risarcimento di 60 mila euro che lo Stato italiano ha concesso ad un rom colpito alla schiena da un agente (condannato per questo a nove mesi) nel corso di un inseguimento e rimasto per questo semiparalizzato.
Il rom per quel furto è stato condannato ad undici mesi di carcere.
Nel clima che stiamo vivendo nel nostro paese di questi tempi la notizia è di quelle “succulente”, è stata riportata ed enfatizzata persino nel corso della seguitissima trasmissione radiofonica “La Zanzara” su Radio24.
Un agente di polizia nel corso di un inseguimento può essere autorizzato a sparare: un po’ come avvenne nella circostanza in cui morì Gabriele Sandri, ad esempio.
Abbiamo un metro di paragone che può aiutarci a riflettere: esiste un paese, gli Stati Uniti, in cui è legittimo detenere armi, in cui gli agenti sparano nel corso di interventi anche di routine, e lo fanno a prescindere dalla reale pericolosità della vittima. E non vengono mai condannati per questo.
E’ un paese in cui, sulla base di queste dinamiche, crepano mille persone all’anno, più – ad esempio – delle vittime civili (per anno) della guerra in Donbass. Che è, appunto, una guerra.
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01/06/2018
Morto dopo una notte in caserma. Tutti assolti!
Giuseppe Uva è la terza faccia, da sinistra, di queste che vedete sorrette da sorelle, combattenti. Può essere che non l’abbiate mai sentito nominare. D’altronde questo è un paese in cui, quando la responsabilità di abusi e morti ricade sulle istituzioni di polizia, si insabbia la verità e la si depista continuamente.
Peppe era un operaio 43enne ed ebbe la sfortuna, una sera di 10 anni fa, di essere fermato dai carabinieri. Era giugno 2008.
Venne trattenuto, portato in caserma senza alcun motivo plausibile. Morì nel giro di una notte, dopo essere stato sottoposto a tso (trattamento sanitario obbligatorio), all’ospedale di Varese.
Il primo grado della sentenza è stato confermato oggi: tutti assolti i carabinieri e gli ufficiali coinvolti, perchè “il fatto non sussiste”.
Non sussistevano le urla di Giuseppe in caserma e riportate dal testimone Biggiogero, fermato insieme a lui.
Non sussistevano le testimonianze della guardia giurata e della dottoressa in pronto soccorso, a cui Giuseppe aveva detto di essere stato picchiato e dolorante per quello.
Non sussistevano i traumi sulla testa riscontrati sul cadavere di Peppe dai medici legali.
Non sussistevano le macchie di sangue trovategli sul cavallo del jeans a scendere.
Quanto pesa la vita di un operaio, forse ubriaco, per le istituzioni di questo paese? Se uno entra in una caserma con le sue gambe e ne esce in una bara, possibile che non sia mai responsabilità di nessuno?
Alla sorella di Giuseppe, che da 10 anni battaglia perchè chiarezza e verità vengano fatte su quella notte, il nostro sostegno più vivo. Forza Lucia Uva.
Fonte
20/07/2017
Il faticoso processo per i fatti di Genova. Intervista all’avv. Sabattini
Nell’anniversario di Genova 2001, proprio mentre Repubblica e l’attuale capo della polizia provano a imbastire una “memoria condivisa” su uno dei tanti eventi – certo, uno dei più sanguinosi di questo inizio di millennio, perlomeno in Italia – è importante ripercorre il filo di questi anni, gli innumerevoli ostacoli incontrati dalle inchieste giudiziarie, le “ritrosie” (non sempre sapienti, per fortuna) messe in opera da funzionari di polizia e ministri, la compiacenza dei media e la determinazione delle vittime.
Radio Città Aperta ha intervistato l’avv. Simone Sabattini, che ha fatto parte del team di legali impegnati nel lungo e tortuoso processo per individuare i responsabili di pestaggi, torture e falsificazioni nei verbali.
Buongiorno avvocato...
Buongiorno.
16 anni dall’inizio del G8, ma la notizia più attuale è che all’inizio del mese di luglio sono scaduti i cinque anni di interdizione comminati come pena accessoria ad alcuni dei dirigenti e dei capireparto della celere condannati per i pestaggi e per i falsi verbali relativi all’irruzione nella scuola Diaz. Questo significa che queste persone potrebbero, potranno, rientrare in servizio e tornare a svolgere il servizio nelle forze dell’ordine, presso la polizia di stato. E’ qualcosa che fa male a 16 anni di distanza da quelle giornate...
Diciamo che per chi ha fatto quei processi, e quindi conosce molto nel dettaglio quali erano le accuse, quali sono stati i tipi di condanna... evidentemente non è una notizia che può essere presa con leggerezza. Dall’altra parte, naturalmente, per chi sa come funzionano i meccanismi giudiziari, in realtà la loro pena accessoria è scaduta, il tempo di interdizione è scaduto, quindi è “normale” che loro abbiano questo interesse. Devo dire che non è vero che ci sia la responsabilità principalmente della giustizia penale, perché in realtà c’è un grosso problema legato ai meccanismi interni della polizia disciplinare; se loro rientreranno a soli 5 anni da questo fatto, magari con ruoli di responsabilità, o addirittura con ruoli di coordinamento rispetto all’ordine pubblico in situazioni in cui ci sono dei cittadini che stanno manifestando, vuol dire che il meccanismo interno della polizia è disastroso. Nel senso che è evidente che loro stessi, al loro interno, sarebbero quelli deputati a poter valutare quali sono i passaggi successivi rispetto alle pene che vengono comminate. Questo in realtà succede in tutti i casi in cui ci sono gravi reati commessi da funzionari di polizia ed è previsto che ci sia un intervento. D’altra parte, oggi la notizia in questo senso è sicuramente l’intervista del capo della polizia a Repubblica, che in qualche modo fa ben sperare in merito a quello che andranno a fare questi reintegrati.
Per i nostri ascoltatori, brevemente, citiamo l’intervista a cui fa riferimento lei. Un’intervista in cui il capo attuale della polizia, Gabrielli, fondamentalmente definisce “disastrosa” la gestione dell’ordine pubblico di Genova e garantisce che “non accadranno più fatti simili”; dicendo però anche che è arrivato il momento di mettere un punto rispetto a quanto accaduto. Ma non crede, proprio per questo, che in quanto capo della polizia forse poteva dire qualcosa rispetto al probabile ritorno in servizio di questi agenti?
Io penso questo: è eccessivo pensare che il capo della polizia entrasse nel merito dei singoli casi. Secondo me, se le cose hanno un senso – e, devo dire la verità, non sempre le cose lo hanno – questa intervista è chiaramente un segnale di quello che il capo della polizia intenderà fare una volta che ci saranno stati i reintegri. Perché non hanno senso parole così violente nei confronti della gestione di quell’ordine pubblico, che in realtà è anche peggio di come lui lo ha descritto, e dall’altra parte, invece, quando i poliziotti rientreranno, ricollocarli in posizione nelle quali potrebbero ricommettere gli errori gravissimi che hanno fatto. Questo, secondo me, è un segnale di speranza che ci siano procedimenti interni... In realtà è un segnale di speranza che ha subito già una grossa delusione rispetto a quando sono stati fatti i procedimenti disciplinari interni alla polizia, perché io ho notizia, giornalistica, che quei procedimenti disciplinari furono fatti ricostruendo le ipotesi di accusa mosse dalla procura genovese in maniera molto edulcorata; e questo ha permesso delle sanzioni disciplinari non troppo gravose per questi soggetti. Però erano notizie giornalistiche. Se così è, e credo che sia tuttavia vero, diciamo si attende un segnale di forte discontinuità rispetto a quel è stato fino ad oggi il comportamento della polizia al suo interno. Segnale di discontinuità che, da quello che si legge, potrebbe essere imputato al cambio del capo della polizia. Cioè, da De Gennaro in poi, in mezzo ci sono stati gli inframmezzi di altri due funzionari... Ma Gabrielli, direi in maniera molto evidente, cerca di segnare un cambio di rotta...
Lei faceva riferimento a De Gennaro. Una delle vicende di tutta questa storia che, personalmente, mi colpiscono di più, riguarda proprio Gianni De Gennaro, capo della polizia all’epoca dei fatti. Magari non possiamo stabilire sue eventuali responsabilità dirette in tutte le cose che sicuramente “non hanno funzionato” in quei giorni... Eppure la carriera di Gianni De Gennaro poi è proseguita brillantemente e oggi è a capo di Leonardo Finmeccanica. Anche questo, forse, è un po’ discutibile...
La figura di De Gennaro è una figura complicatissima, nel senso che lui era il capo della polizia, ed è evidente che lui non ha dato nessun tipo di ascolto quando intervenne la commissione di inchiesta, ecc. ecc. E’ evidentissimo che lui non ha mai ritenuto che la gestione dell’ordine pubblico sia stata sbagliata. Non l’ha mai detto, né nelle sedi istituzionali e neanche al processo... Poi, però, bisogna ricordare che si dimise proprio perché era stato indagato per “induzione alla falsa testimonianza” di uno dei soggetti implicati dall’allora questore di Genova, per cui lui subì un procedimento penale dal quale tra l’altro è uscito perfettamente assolto. Per cui bisogna guardare non solo De Gennaro, ma anche la realtà che gli si è creata intorno, cioè un soggetto che ha difeso i suoi funzionari a Genova, che è stato inquisito perché aveva lavorato per fare in modo che le posizioni dei suoi funzionari [fossero alleggerite, ndr]... Però è stato assolto. Assolto e oggi fa un lavoro nell’ambito privatistico... Io sono contrario alla mitizzazione di questo soggetto. E’ uno che adesso ricopre un ruolo importantissimo, però in un ambito non dello Stato.
Si occupa di altro, diciamo...
Si occupa di altro, non direttamente nello Stato... E’ evidente che lui è stato malamente sconfitto nel punto fondamentale. Cioè, lui politicamente e giudiziariamente, in ogni luogo, difese l’operato della polizia di quella vicenda, non solo di alcuni personaggi legati a lui... Non dimentichiamoci che lui non è stato attivo al processo principale e quindi non aveva una posizione di imputato nel processo principale; lo ha avuto rispetto a quella situazione della falsa testimonianza... E’ fondamentale ricordarsi, con le parole di Gabrielli ora – ma era già intervenuto un capo della polizia, anche se non in termini così netti, ma in maniera molto chiara, con la sentenza della Cassazione, con la sentenza della Corte Europea... – che quello che sosteneva De Gennaro non è vero, E’ uscita sconfitta la sua idea che quella fosse stata una gestione quantomeno “limitativa dei danni”. E’ stata invece una gestione drammatica, e questo è venuto fuori da tutte le parti, e quello che aveva detto lui è risultato non vero. Dopo di che, lui non ha responsabilità penali; questo è un punto di verità su di lui. E’ vero che lui non ha fatto il buon capo della polizia non perché, tra virgolette, si è dimesso da prefetto, ecc. Ma si dimise quando arrivò l’avviso di garanzia...
Chiaro. Ultima cosa. Lei ha fatto riferimento ad alcune sentenze della Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha in più occasioni condannato l’Italia per i fatti della scuola Diaz e anche perché il nostro paese non si è dotato per anni di una legge che punisse il reato di tortura. Probabilmente parleremo di un altro processo se avessimo avuto una legge del genere? La seconda è: ha un’opinione rispetto al testo che è stato varato recentemente e che è giudicato molto debole da più parti?
E’ sicuro che per la vicenda di Bolzaneto – se ci fosse stata la legge sulla tortura – ci sarebbero state delle pene molto molto più gravi... Ma la cosa che mi interesserebbe sapere è: se ci fosse stato il reato di tortura, quelli li, l’avrebbero commesse lo stesso? Perché poi il punto vero non è solo punire le persone, ma è il fatto che c’è una certa forza deterrente di una norma. Se io so che potrei essere punito fino a 10 anni, forse prima di fare quelle cose mostruose che hanno fatto dentro quella caserma ci penso due volte. Quindi è sicuro che, se ci fosse stato il reato, non solo i colpevoli sarebbero stati puniti più gravemente, ma forse non l’avrebbero proprio fatto o almeno non tutti l’avrebbero fatto. E questo è un primo passaggio. La norma nuova, sì, è deludente, su questo non c’è dubbio. E’ deludente dal mio punto di vista, ma incrocia una questione molto chiara: nel senso che è del tutto evidente che la polemica sul fatto che si potesse solo apparentemente pensare che quella norme erano state pensate per punire quello che era stato fatto – sulla base di quello che era stato fatto a Bolzaneto, per punire qualche poliziotto nel futuro – questa cosa, anche solo dal punto di vista politico, è risultata inammissibile e inimmaginabile. Perché la forza d’urto delle forze dell’ordine, quando hanno un provvedimento legislativo che li può in qualche modo “danneggiare”, è una forza d’urto molto importante. Quindi la norma è deludente, sì. Sono però anche uno che pensa che la norma comunque c’è e quindi si dovrà fare i conti col fatto che esiste.
Quindi prendiamola perlomeno come un piccolo passo in avanti...
Prendiamola come un inizio...
...sperando che poi troverà un seguito all’altezza...
...e magari non dopo che 200 persone sono state torturate...
Certo, l’idea è scongiurare altri episodi del genere. Grazie avvocato per il suo intervento.
Prego, arrivederci.
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La Genova “normalizzata” di Gabrielli
Sedici anni dopo il G8 di Genova, dopo la “macelleria messicana” messa in opera dalle varie polizie in campo, dopo il massacro nella scuola Diaz, dopo le torture a Bolzaneto, dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, ci sono molti punti fermi che distruggono la “credibilità democratica” di uno Stato, dei suoi governi in tutto questo tempo, degli organi repressivi a partire dai massimi gradi.
1) L’Italia è stata più volte condannata, per quei fatti, dalla Corte europea di Strasburgo; molti dei torturati erano infatti cittadini stranieri incensurati nel loro paese, almeno uno (Lorenzo Guadagnucci) era un giornalista professionista nell’esercizio del suo mestiere. Impossibile dipingerli come black bloc.
2) Diversi agenti di polizia e funzionari sono stati condannati anche dalla magistratura italiana per alcuni dei fatti lì accaduti, sotto gli occhi delle telecamere e nel segreto delle stanze di caserma. Non tutti e non per i reati maggiori effettivamente commessi, come fu subito evidente.
3) Questi poliziotti condannati hanno ormai terminato il periodo di “interdizione dai pubblici uffici” e stanno per rientrare nei ruoli; quindi ricominciare a trattare questioni di “ordine pubblico” con uno spirito che – anche nel migliore dei casi – non potrebbe davvero esser definito “equilibrato e sereno”. Oltretutto con a disposizione i poteri quasi assoluti che affida loro, come a tutte le forze di polizia, il “decreto Minniti sul decoro urbano”, poi trasformato in legge da un Parlamento inqualificabile.
4) Il risarcimento delle vittime, per quanto tardivo e in generale inferiore al giusto, è in via di erogazione; per uno Stato – e i suoi corpi militarizzati – che non riconosce mai i propri torti è già questa una esplicita ammissione di colpevolezza.
Questo Stato tortura oggi esattamente come lo faceva allora. E gestisce la piazza con la logica criminale del “pattuglione” proprio come faceva allora. Più di allora – la prassi repressiva divenuta abituale ha in questi decenni colpito figure e ceti sociali di ogni tipo – il consenso intorno alle forze di polizia è ridotto ai minimi termini. E non bastano le innumerevoli fiction televisive a rovesciate questo sentimento...
Repubblica e il capo della polizia, Franco Gabrielli, hanno perciò tentato l’operazione politica a prima vista impossibile: ammettere tutto (o quasi) e descrivere i corpi militarizzati come complessivamente “sani” (“oggi come in quel luglio del 2001”!). Due pagine di intervista certamente riempite con abilità e complicità, tra giornalista e funzionario, per riproporre al livello più alto e politicamente impegnativo la solita storia delle “poche mele marce in un cesto sano”.
Gioco difficile, che richiede per esempio la sconfessione di Gianni Di Gennaro – allora nel ruolo che oggi è di Gabrielli, poi presidente di Leonardo-Finmeccanica, dove ha assunto anche il fido Gilberto Calderozzi, uno dei condannati che oggi potrebbe tornare a vestire la divisa – ma solo perché non si era dimesso, facendo così “sentire le migliaia di uomini e donne poliziotto come dei fusibili sacrificabili per la difesa di dinamiche e assetti interni all’apparato”, fino ad “imprigionare il dibattito pubblico tra un’irricevibile rappresentazione per cui il Paese sarebbe diviso tra un partito della polizia e un partito dell’anti-polizia”.
Gioco difficilissimo, che richiede il riconoscimento delle torture di Bolzaneto per quel che sono state – torture, senza altri sinonimi – e dunque anche l’approvazione di una legge qualsiasi sul tema (“buona o cattiva che sia”, non a caso) che, par di intuire, dovrà servire a stilare la lista delle “pratiche di caserma” ammissibili, in modo da evitare quelle violenze fai-da-te che sconfinano rapidamente e irreversibilmente in segni di tortura difficili da occultare ad un perito legale esperto.
Gioco difficilissimo, gattopardesco, che dichiara di voler cambiare tutto (“la gestione del G8 fu una catastrofe, ma non ci sarà più un’altra Genova”) per lasciare tutto esattamente com’è, dal punto di vista dell’intoccabilità delle forze di polizia (ricordiamo che poche settimane fa un avvocato è stato identificato in piazza e poi denunciato per aver osato criticare il “decreto Minniti”).
Significativi, in questo senso, due passaggi dell’intervista. Nel primo Gabrielli prova a smontare l’interpretazione della gestioni di piazza del G8 come “nuova gestione dell’ordine pubblico orientata dal nascente berlusconismo”, visto che “in marzo, a Napoli” c’erano state “retate negli ospedali alla ricerca dei feriti in piazza; e governava il centrosinistra”. Indipendentemente dal colore esterno del governo, insomma, si conferma che la politica repressiva dell’ultimo ventennio – almeno – è stata rigorosamente bipartisan, senza nessuna differenza effettiva per quanto attiene agli “ordini di servizio interni”. Destra e sinistra, nel Parlamento italiano, sono indicativi soltanto della posizione della poltrona rispetto al seggio del presidente, il resto sono chiacchiere per la stampa.
Per Gabrielli, naturalmente, questa convergenza parallela è determinante per assicurare la protezione legale di ogni singolo funzionario o agente, “eccessi a parte”.
Perché possa realizzarsi appieno è per lui – per lo Stato – necessario “che questo perverso incantesimo durato sedici anni si spezzi”, ossia che finisca “il senso di oltraggio nell’opinione pubblica” (per quello che i poliziotti quotidianamente fanno, per l’impunità di cui godono) e allo stesso tempo “il riflesso istintivo di ogni apparato di polizia: rifiutare di farsi processare, immaginare o peggio vedersi come corpo separato”.
Obiettivo e gioco difficilissimi da realizzare. Più realistico, secondo noi, che questo tipo di operazioni tendano a “rassicurare” una parte dell’opinione pubblica “impressionata” da mille casi Cucchi, Aldrovandi, Uva, Magherini, ecc. E a lasciare gli agenti della repressione nel loro confortevole “istinto”, che pretende come sempre l’impunità.
Un esorcismo mediatico, come le campagne contro la Brexit o per il “sì” al referendum costituzionale. Non funzionerà neanche questo...
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13/07/2017
Stefano Cucchi, “finalmente un processo che cerca la verità”
La vicenda processuale relativa all’uccisione di Stefano Cucchi ha segnato questa settimana una novità importante. L’intervista a Fabio Anselmo, avvocato della famiglia, permette di chiarire cosa è avvenuto ed è stata realizzata da Radio Città Aperta.
Buongiorno avvocato
Buongiorno a voi.
A otto anni di distanza dalla morte di Stefano Cucchi finalmente qualcosa si muove. Possiamo dire questo?
Beh, direi che si muove non qualcosa... Direi che siamo in un momento assolutamente decisivo, che è stato il rinvio a giudizio dei responsabili del gravissimo pestaggio su Stefano, subito dopo il suo arresto. L’inchiesta, assolutamente mirabile, che inchioda alle proprie responsabilità gli imputati, è esitata nel doveroso rinvio a giudizio che, devo dire, era dato per scontato anche dagli stessi difensori degli imputati, da quello che ho capito...
In effetti noi ci siamo sentiti alcuni mesi fa, quando fu resa nota l’ultima perizia; e già in quell’occasione in effetti lei ci aveva detto che c’era ottimismo rispetto ad un rinvio a giudizio per i carabinieri coinvolti. Ricordiamo sono cinque persone, tre – mi corregga se sbaglio – con l’accusa di omicidio preterintenzionale, mentre due per aver testimoniato il falso durante gli altri processi.
Sì. Mi pare tre, perché uno dei tre accusati del pestaggio è accusato anche di avere detto il falso. Se ricordo bene a memoria, è così. Comunque non c’è differenza. Leggendosi le carte, studiando le carte del processo, si capisce chiaramente come è andata. Credo che le prove raccolte dalla procura di Roma siano formidabili rispetto agli autori del pestaggio. Infatti gli avvocati, da quello che ho capito, puntano molto l’attenzione sul contestare il nesso causale tra questo pestaggio e la morte di Stefano, facendo leva su quelle perizie, quelle consulenze contestatissime, che hanno portato a due annullamenti da parte della Corte di Cassazione per quanto riguarda la causa di morte di Stefano. Ma quelle due perizie, quelle consulenze dell’ufficio di procura, hanno dei nomi e dei cognomi. E noi li citeremo a giudizio come testimoni in questo processo, assolutamente. Io non vedo l’ora. Non vedo l’ora perché la verità è emersa. “Elle tre” (una delle vertebre, la terza lombare, ndr) aveva la sua frattura acuta prodotta dal pestaggio, che nella tac fatta dai periti risulta occultata, perché la vertebra è tagliata. E questo era stato messo nero su bianco dal presidente dell’associazione italiana di radiologia. I periti dell’incidente probatorio, pur nelle varie polemiche e contestazioni, alla fine hanno ammesso che l’unica causa di morte che ha dei riscontri obiettivi. Si parla tanto dell’epilessia, ma gli stessi periti dicono che non hanno nessun riscontro obiettivo. E lo dicono ben precisamente nella loro perizia. Quindi l’unica causa di morte che invece ha riscontri oggettivi è quella della vescica neurologica che si è determinata a seguito del violentissimo pestaggio, ossia delle fratture alla schiena di Stefano, che è esitata in un globo vescicale. Questo è quello che abbiamo sempre sostenuto in questi otto anni durissimi.
Questo è stato un elemento decisivo per il rinvio a giudizio, il fatto che la perizia evidenziasse una relazione tra le percosse e appunto la successiva – cito testualmente – “acuta distensione vescicale” riscontrata poi sul corpo di Stefano. E’ giusto?
Assolutamente. Noi abbiamo finalmente dei giudici in un processo che non è più un processo storto, con imputati sbagliati, con delle forzature evidenti come era quello originario; che ha creato tanti danni e tante polemiche e che non a caso ha subito due annullamenti da parte della Suprema corte di Cassazione. Noi finalmente abbiamo un processo dritto, fisiologico, naturale. Gli autori del violentissimo pestaggio dovranno risponderne al processo. Avranno tutti i loro diritti di difesa, li eserciteranno più che legittimamente. Ci misureremo, finalmente, in un’aula di Corte d’Assise con un processo impostato in maniera corretta.
E questa è sicuramente una buona notizia. Il processo dovrebbe avere il via il 13 ottobre prossimo, giusto?
Sì, esatto.
Secondo lei quali potrebbero essere i tempi, se esiste la possibilità di prevederlo?
Questo no. La possibilità di prevedere i tempi noi non ce l’abbiamo... Io vedo che però lo Stato vuole fare questo processo e lo vuole fare senza perdere tempo, senza pregiudicare i diritti di difesa, ma senza perdere tempo.
E questo sarebbe importante...
E’ molto importante, non scherziamo; di tempo ne abbiamo già perso troppo.
Sono passati otto anni... Un’ultima domanda. Non ha molto a che fare con il campo giuridico, però so che lei è ovviamente in contatto con Ilaria. Come sta Ilaria, come ha preso questo notizia?
Ilaria è una donna meravigliosa, è una donna stupenda, devo dire che non finirà mai di stupirmi. E’ una donna che ha saputo, da sola, affrontare tutto e tutti, superare ogni umiliazione, ogni sconfitta, mai – dico mai – perdendo la grande dignità che la contraddistingue e contraddistingue anche la sua famiglia. Ilaria chiaramente è emozionata. Ha una situazione, dal punto di vista emotivo, estremamente delicata perché chiaramente, finalmente, si troverà di fronte, in un’aula di giustizia, i responsabili della morte di suo fratello. E, soprattutto, non sarà più sola insieme a me, ma finalmente ha lo Stato al suo fianco, impersonato dalla Procura della Repubblica di Roma. E finalmente avrà un processo dove si spera non verrà processata lei stessa, la sua famiglia, Stefano, ma verranno processati gli autori di questo violentissimo pestaggio.
Ed è quello che ci auguriamo tutti. Grazie, avvocato, per il suo contributo...
Grazie a voi...
Fonte
Buongiorno avvocato
Buongiorno a voi.
A otto anni di distanza dalla morte di Stefano Cucchi finalmente qualcosa si muove. Possiamo dire questo?
Beh, direi che si muove non qualcosa... Direi che siamo in un momento assolutamente decisivo, che è stato il rinvio a giudizio dei responsabili del gravissimo pestaggio su Stefano, subito dopo il suo arresto. L’inchiesta, assolutamente mirabile, che inchioda alle proprie responsabilità gli imputati, è esitata nel doveroso rinvio a giudizio che, devo dire, era dato per scontato anche dagli stessi difensori degli imputati, da quello che ho capito...
In effetti noi ci siamo sentiti alcuni mesi fa, quando fu resa nota l’ultima perizia; e già in quell’occasione in effetti lei ci aveva detto che c’era ottimismo rispetto ad un rinvio a giudizio per i carabinieri coinvolti. Ricordiamo sono cinque persone, tre – mi corregga se sbaglio – con l’accusa di omicidio preterintenzionale, mentre due per aver testimoniato il falso durante gli altri processi.
Sì. Mi pare tre, perché uno dei tre accusati del pestaggio è accusato anche di avere detto il falso. Se ricordo bene a memoria, è così. Comunque non c’è differenza. Leggendosi le carte, studiando le carte del processo, si capisce chiaramente come è andata. Credo che le prove raccolte dalla procura di Roma siano formidabili rispetto agli autori del pestaggio. Infatti gli avvocati, da quello che ho capito, puntano molto l’attenzione sul contestare il nesso causale tra questo pestaggio e la morte di Stefano, facendo leva su quelle perizie, quelle consulenze contestatissime, che hanno portato a due annullamenti da parte della Corte di Cassazione per quanto riguarda la causa di morte di Stefano. Ma quelle due perizie, quelle consulenze dell’ufficio di procura, hanno dei nomi e dei cognomi. E noi li citeremo a giudizio come testimoni in questo processo, assolutamente. Io non vedo l’ora. Non vedo l’ora perché la verità è emersa. “Elle tre” (una delle vertebre, la terza lombare, ndr) aveva la sua frattura acuta prodotta dal pestaggio, che nella tac fatta dai periti risulta occultata, perché la vertebra è tagliata. E questo era stato messo nero su bianco dal presidente dell’associazione italiana di radiologia. I periti dell’incidente probatorio, pur nelle varie polemiche e contestazioni, alla fine hanno ammesso che l’unica causa di morte che ha dei riscontri obiettivi. Si parla tanto dell’epilessia, ma gli stessi periti dicono che non hanno nessun riscontro obiettivo. E lo dicono ben precisamente nella loro perizia. Quindi l’unica causa di morte che invece ha riscontri oggettivi è quella della vescica neurologica che si è determinata a seguito del violentissimo pestaggio, ossia delle fratture alla schiena di Stefano, che è esitata in un globo vescicale. Questo è quello che abbiamo sempre sostenuto in questi otto anni durissimi.
Questo è stato un elemento decisivo per il rinvio a giudizio, il fatto che la perizia evidenziasse una relazione tra le percosse e appunto la successiva – cito testualmente – “acuta distensione vescicale” riscontrata poi sul corpo di Stefano. E’ giusto?
Assolutamente. Noi abbiamo finalmente dei giudici in un processo che non è più un processo storto, con imputati sbagliati, con delle forzature evidenti come era quello originario; che ha creato tanti danni e tante polemiche e che non a caso ha subito due annullamenti da parte della Suprema corte di Cassazione. Noi finalmente abbiamo un processo dritto, fisiologico, naturale. Gli autori del violentissimo pestaggio dovranno risponderne al processo. Avranno tutti i loro diritti di difesa, li eserciteranno più che legittimamente. Ci misureremo, finalmente, in un’aula di Corte d’Assise con un processo impostato in maniera corretta.
E questa è sicuramente una buona notizia. Il processo dovrebbe avere il via il 13 ottobre prossimo, giusto?
Sì, esatto.
Secondo lei quali potrebbero essere i tempi, se esiste la possibilità di prevederlo?
Questo no. La possibilità di prevedere i tempi noi non ce l’abbiamo... Io vedo che però lo Stato vuole fare questo processo e lo vuole fare senza perdere tempo, senza pregiudicare i diritti di difesa, ma senza perdere tempo.
E questo sarebbe importante...
E’ molto importante, non scherziamo; di tempo ne abbiamo già perso troppo.
Sono passati otto anni... Un’ultima domanda. Non ha molto a che fare con il campo giuridico, però so che lei è ovviamente in contatto con Ilaria. Come sta Ilaria, come ha preso questo notizia?
Ilaria è una donna meravigliosa, è una donna stupenda, devo dire che non finirà mai di stupirmi. E’ una donna che ha saputo, da sola, affrontare tutto e tutti, superare ogni umiliazione, ogni sconfitta, mai – dico mai – perdendo la grande dignità che la contraddistingue e contraddistingue anche la sua famiglia. Ilaria chiaramente è emozionata. Ha una situazione, dal punto di vista emotivo, estremamente delicata perché chiaramente, finalmente, si troverà di fronte, in un’aula di giustizia, i responsabili della morte di suo fratello. E, soprattutto, non sarà più sola insieme a me, ma finalmente ha lo Stato al suo fianco, impersonato dalla Procura della Repubblica di Roma. E finalmente avrà un processo dove si spera non verrà processata lei stessa, la sua famiglia, Stefano, ma verranno processati gli autori di questo violentissimo pestaggio.
Ed è quello che ci auguriamo tutti. Grazie, avvocato, per il suo contributo...
Grazie a voi...
Fonte
06/07/2017
Polizia violenta. Ci va di mezzo Morissey degli Smiths
Qualche sprovveduto ancora crede che gli agenti delle “forze dell’ordine” siano dei bravi ragazzi sempre pronti ad aiutare il prossimo e a difenderci dai “delinquenti”. Ce ne saranno anche, non vogliamo metterlo in dubbio, ma ci sembra sicuro che i vari “decreti Minniti” e anche la fine ingloriosa della proposta di legge sulla tortura abbiano scatenato – nelle suddette forze dell’ordine – istinti mai troppo repressi. Ma inquietanti.
Quando la violenza poliziesca si sfoga su “antagonisti” o dropout marginali risulta abbastanza semplice derubricare certi atti a “eccesso di zelo” o addirittura a “scontri” (se dieci menano e uno le prende, secondo la Crusca, si chiama ancora “pestaggio”). Sono dunque gli episodi che coinvolgono cittadini normali quelli che consentono di far venire alla luce quelle pulsioni violente nascoste nell’ombra.
Ancora più chiaro se quello preso di mira è addirittura un Vip internazionale, nella strada più centrale e shoppingara di Roma, Via del Corso.
Le cronache di questi giorni narrano che Steven Patrick Morrissey, cantante dei disciolti The Smiths, si è ritrovato sotto il naso la canna di una pistola. “Mi sono ritrovato con una pistola puntata addosso senza alcun motivo”, ha dichiarato l’artista sul suo profilo facebook. Il tutto davanti a testimoni (il cantante era insieme al nipote, Sam Esty Rayner) e sulla porta di un negozio trendy come quello della Nike.
Morrissey dichiara di esser stato trattenuto per 35 minuti da un poliziotto che gli ha richiesto i documenti. Ma, per sfortuna di Morissey, questi erano rimasti nella stanza d’albergo. Il cantante assicura che “Non ho in alcun modo violato la legge o assecondato un comportamento sospettoso”. Anche perché, a quell’ora e in quel luogo, molti passanti si sono fermati per solidarizzare con “il fermato” e contestare ridendo “l’agente”.
Il poliziotto è così finito al volo sui social network (arma a doppio taglio, vero boys?), mentre apostrofava con voce rabbiosa il povero Morissey: “So chi sei”. Forse non gli piaceva la sua musica...
Tutto è poi finito, ovviamente, in un nulla di fatto. Ma il buon Morissey ci ha tenuto a chiudere il post con un consiglio rivolto a tutti noi, sventurati cittadini italiani: “Metto in guardia le persone, perché il poliziotto ha avuto un atteggiamento esageratamente aggressivo. Potrebbe uccidervi”.
Fonte
Quando la violenza poliziesca si sfoga su “antagonisti” o dropout marginali risulta abbastanza semplice derubricare certi atti a “eccesso di zelo” o addirittura a “scontri” (se dieci menano e uno le prende, secondo la Crusca, si chiama ancora “pestaggio”). Sono dunque gli episodi che coinvolgono cittadini normali quelli che consentono di far venire alla luce quelle pulsioni violente nascoste nell’ombra.
Ancora più chiaro se quello preso di mira è addirittura un Vip internazionale, nella strada più centrale e shoppingara di Roma, Via del Corso.
Le cronache di questi giorni narrano che Steven Patrick Morrissey, cantante dei disciolti The Smiths, si è ritrovato sotto il naso la canna di una pistola. “Mi sono ritrovato con una pistola puntata addosso senza alcun motivo”, ha dichiarato l’artista sul suo profilo facebook. Il tutto davanti a testimoni (il cantante era insieme al nipote, Sam Esty Rayner) e sulla porta di un negozio trendy come quello della Nike.
Morrissey dichiara di esser stato trattenuto per 35 minuti da un poliziotto che gli ha richiesto i documenti. Ma, per sfortuna di Morissey, questi erano rimasti nella stanza d’albergo. Il cantante assicura che “Non ho in alcun modo violato la legge o assecondato un comportamento sospettoso”. Anche perché, a quell’ora e in quel luogo, molti passanti si sono fermati per solidarizzare con “il fermato” e contestare ridendo “l’agente”.
Il poliziotto è così finito al volo sui social network (arma a doppio taglio, vero boys?), mentre apostrofava con voce rabbiosa il povero Morissey: “So chi sei”. Forse non gli piaceva la sua musica...
Tutto è poi finito, ovviamente, in un nulla di fatto. Ma il buon Morissey ci ha tenuto a chiudere il post con un consiglio rivolto a tutti noi, sventurati cittadini italiani: “Metto in guardia le persone, perché il poliziotto ha avuto un atteggiamento esageratamente aggressivo. Potrebbe uccidervi”.
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21/06/2017
Chi ci difende dalla polizia?
Torino, Roma, Aulla. Tre punti segnano un cerchio. E in questo paese i “punti critici” che si vanno accumulando sono così tanti che ormai ci si potrebbero tracciare molti cerchi concentrici. Insomma, un bersaglio da poligono...
Mettiamo in fila solo i fatti degli ultimi giorni, con al centro le varie polizie operanti sul territorio e tralasciando tutti i casi in cui ad essere coinvolti sono stati gli attivisti sociali o sindacali.
In Lunigiana, territorio da decenni privo di qualsiasi serio problema di criminalità o conflitto sociale, due intere stazioni dei carabinieri sono state messe sotto inchiesta – con arresti, sospensioni dal servizio, avvisi di garanzie e intercettazioni – perché da anni angariavano chiunque capitasse loro a tiro: piccoli spacciatori, immigrati, tossicodipendenti e persino una sarta “rea” di aver chiesto troppo per un lavoro. Un caso, un bel cesto di “mele marcite”, ma non confondete la parte con il tutto, le forze di polizia sono sane...
A Roma, martedì, per la giornata internazionale del migrante – iniziativa dell’Onu, tramite l’Unhcr (presieduta a lungo da Laura Boldrini...) – si teneva al Pantheon una tranquillissima chiacchierata pubblica sul tema, con ovvie critiche all’“Europa dei muri e dei respingimenti”, in linea con quanto andava dicendo in quei minuti Papa Bergoglio. Un giovane avvocato che ha seguito diversi casi giudiziari è intervenuto criticando – sul piano tecnico-giuridico – l’impianto del famigerato “decreto Minniti” in materia di immigrazione (ora diventato legge grazie anche ai voti dei bersanian-dalemiani...). La polizia è allora scattata in modo molto minaccioso, forzando l’avvocato a mostrare i documenti per l’identificazione. Alle proteste degli astanti, il folto plotone di poliziotti li ha circondati e identificati tutti (compreso forse qualche turista di passaggio).
A Torino ieri sera, una folle carica contro tutti i cittadini che in piazza Santa Giulia stavano passando una normale serata d’estate. Pretesto: alcuni agenti, poco prima, era stati allontanati dalla folla dopo una lunga serie di “accertamenti” condotti in modo decisamente invadente. Il “pattuglione” (diversi blindati pieni di uomini in assetto da battaglia) che sembrava essersi allontanato è ricomparso a quel punto all’improvviso scatenandosi in un pestaggio di massa che ha lasciato di stucco anche La Stampa (mentre trovava l’infame plauso di Repubblica).
“Che cosa scateni la piazza e la violenza è un mistero. Davanti ad un locale volano i primi spintoni, e i poliziotti vengono allontanati. Cade a terra un oggetto. I filmati lo mostrano. Sembra una radio. Gli agenti in borghese tornano indietro per riprenderselo. Chi li insegue cerca di appropriarsene. Ed è il delirio. Volano calci, pugni, spintoni. I 100 o forse più che protestano si scatenano. È un attimo e la scena cambia ancora. In piazza ripiombano gli agenti del reparto anti-sommossa. Entrano in massa da via Giulia di Barolo e travolgono tutto. Vanno a dare la caccia a chi ha aggredito i colleghi in borghese. Manganelli e gente in fuga. Tavolini e sedie travolti. Botte davanti ai bar e bottiglie che volano, la tranquilla movida di Vanchiglia diventa battaglia, e non è un’esagerazione. Volano sedie e si schiantano piatti, bicchieri caraffe e bottiglie. Chi cena fugge terrorizzato. Ancora botte davanti ai locali. Urla, pianti, e sirene e altri agenti.Ci scuserete la lunghissima citazione da La Stampa, ma bisognava lasciar parlare un cronista che certo non è accusabile di pregiudizi nei confronti degli agenti. Solo così, infatti, emerge la logica spietata della rappresaglia messa in pratica dal “pattuglione”. Che a sua volta era una invenzione di quel Mario Scelba, negli anni ‘50-’60, eredità diretta delle squadracce fasciste inquadrate nella Milizia.
Nel bar dove fanno l’aperitivo, dove ci sono mamme con i piccoli in braccio, papà che giocano e scherzano, la gente si rifugia nel locale. Manganellate anche lì. E la gente scappa. Sono dieci minuti di delirio. Che lasciano un tappeto di rottami.
E che questa sia una reazione isterica della piazza lo si è visto qualche attimo prima che gli agenti in borghese e la dottoressa che dirigeva il servizio fossero assaliti. Lo si è visto quando dei ragazzi «normali» si sono messi ad urlare insulti e minacce in faccia ad una incolpevole poliziotta senza divisa: «Vai via p…! Devi andare via da qui. Vai via».
E’ una logica che inquadra la popolazione – tutta la popolazione – come potenziale nemico, oppure come mandria da guidare e disciplinare a colpi di frusta, contando sul banale principio militare per cui uno squadrone sottoposto a un comando centralizzato, addestrato a tecniche e tattiche militari anche elementari (da coorte romana, per capirci), è comunque più forte di una massa di persone prese a caso, davanti al pericolo costretta ad agire istintivamente come un branco.
Due sono gli elementi politici che ci sembra emergano da questi e ormai molti, troppi, altri episodi.
Nel governo centrale e ai vertici delle varie polizie si è preso atto di non avere più molti margini di mediazione sociale. I tagli alla spesa pubblica, imposti dall’Unione Europea e dalla Troika, impediscono di affrontare il conflitto (o anche solo il malessere) sociale con i classici strumenti del soft power riformista (compra, rassicura, sopisci, elargisci). Il decreto Minniti sull’ordine pubblico – gemello di quello contro i migranti, firmato anche dal ministro Orlando – formalizza nero su bianco l’impossibilità di usare altri strumenti al di fuori della forza della repressione. E dunque affida alle varie polizie poteri e margini d’azione prima impensabili, sottraendoli – nella misura del possibile (Aulla è troppo oltre...) – al vaglio della magistratura.
Non è una novità. Esattamente come il Jobs Act ha legalizzato forme di sfruttamento del lavoro prima illegali (ma non perseguite), così i “decreti Minniti” legalizzano comportamenti delle cosiddette “forze dell’ordine” prima perennemente a rischio di inchiesta penale.
Una decisione politica che prova ad anticipare il momento in cui il prevedibile conflitto sociale prossimo venturo potrebbe andare “fuori controllo” (se non c’è più mediazione possibile, sono incerti solo tempi e modalità).
Il secondo elemento è derivato, e pericolosissimo. Dalla massa degli uomini in arme e divisa, questo “legalizzazione” è stata assimilata come autorizzazione ad annullare i residui freni inibitori. Le scene di Torino raccontano di un apparato legalizzato che agisce largamente con motivazioni proprie e non istituzionali. Lo stesso precedente invocato a scusante (vedi qui) è in realtà è una conferma piena di questa deriva in stile combattente.
E’ uno squarcio aperto sul futuro prossimo più infame. Quello in cui i “corpi intermedi” (partiti, sindacati, associazioni, ecc.) vengono sostituiti dalle guardie dello sceriffo di Nottingham.
Un “mondo nuovo”, come si intuisce dalle immagini di Torino, che troppo somigliano a quelle viste a Genova nel luglio 2001.
Fonte
17/06/2017
Il lato oscuro della “forza”. Il Pd, il sindaco difensore e i carabinieri torturatori
Aulla, il sindaco del Pd è l’avvocato di alcuni dei carabinieri indagati per i pestaggi in caserma e il Pd, già a marzo, aveva organizzato una manifestazione di solidarietà con l’Arma.
Sembrano increduli i residenti di Aulla (Massa Carrara) per gli sviluppi dell’inchiesta sui pestaggi nelle caserme dei carabinieri venuti alla luce durante un’inchiesta della procura di Carrara.
Increduli e imbarazzati perché il difensore di alcuni dei 9 carabinieri è un potente avvocato della zona ed è appena diventato sindaco di questa città al confine tra Toscana e Liguria, 12mila abitanti, finora nota solo per le bizzarrie di un suo vecchio sindaco socialista, Lucio Barani, che ha spaccato a metà una piazza per intitolarla a Craxi mentre il rimanente continua a chiamarsi Piazza Gramsci. Socialista, quindi, nel controverso significato assunto in Italia dopo gli anni della Milano da bere, agli albori del saccheggio liberista di risorse e diritti.
Allora quel sindaco vietò l’ingresso in città a chiunque avesse a che fare con mani pulite proclamando Aulla «comune dedipetrizzato». Ora quel sindaco è senatore eletto con il Popolo della libertà e ha appena festeggiato l’elezione a sindaco di Roberto Valettini, del Pd, che giusto un mese prima di lanciarsi nella corsa alle amministrative, ha assunto la difesa dei militari coinvolti nell’inchiesta secondo un’impressionante lista di 104 reati ipotizzati dai pm.
Era il mese di marzo e il Pd si fece carico di raccogliere i boatos della rete, la retorica agghiacciante di chi sta con le forze dell’ordine senza se e senza ma, promuovendo una manifestazione cittadina a sostegno dell’Arma in perfetto stile Coisp, il sindacatino di polizia famoso per le sue controverse dichiarazioni contro le vittime di malapolizia, contro i loro familiari e contro i giornalisti che osino fare cronaca e contro i migranti di fede islamica.
Il territorio fu tappezzato di manifesti mentre nei social circolavano post a sfondo razzista su una presunta emergenza sicurezza che questa città non ha mai vissuto. Nelle cronache recenti, piuttosto, si registrano episodi di vandalismo e bullismo commessi da rampolli giovanissimi di famiglie perbene e se di degrado si deve parlare va piuttosto riferito alle criminali e dissennate politiche urbanistiche che hanno consentito che si cementificasse l’impossibile finché il fiume Magra non ha detto stop con la spaventosa alluvione del 2011 che uccise due persone e cacciò di casa decine di famiglie delle case popolari costruite dove non doveva succedere. Da allora c’è un viavai di emissari di Striscia la notizia perché le scuole sono ancora ospitate nei container.
L’emergenza sicurezza, come spesso succede, anche ad Aulla si declina nel suo contrario: si è insicuri perché scorazzano militari e agenti che si sentono al di sopra della legge e commettono abusi come se l’illegalità fosse la normalità. E’ quello che scrivono i magistrati pur sottolineando che sarebbero solo mele marce, che la fiducia nell’Arma è intatta eccetera eccetera.
Quell’11 marzo, il Pd portò decine di persone, complice anche il passaggio dal mercato settimanale, nella piazza del Comune e potrebbe farlo ancora dopo gli arresti di ieri. Allora furono distribuiti volantini di vicinanza all’Arma dando anche la possibilità ai passanti di lasciare un messaggio di solidarietà per i carabinieri, scrivendo un biglietto da inserire in una teca. «La Procura sta mal interpretando la realtà della strada – si leggeva su un volantino – penalizzando l’esecuzione della nostra sicurezza». «Conosciamo bene quei ragazzi in divisa – avevano spiegato alcuni nella piazza – e conosciamo anche coloro che li hanno accusati, sono quelli da cui ci proteggevano».
Durante la manifestazione era stata fatta suonare anche una sirena simile a quella delle auto dei carabinieri in servizio, seguita da un lungo applauso e dal grido «Viva i nostri carabinieri». E in rete giravano frasi fatte come “Loro fanno tanto per noi, e noi per loro?“. Nessun dubbio, ad Aulla come a Roma, da parte del Pd, sui frutti avvelenati di un’emergenza sicurezza costruita ad arte proprio da chi ha governa i processi mostruosi dell’austerità e del neoliberismo.
La guerra dei penultimi contro gli ultimi è lo strumento più pratico per distrarre i poveri dalle responsabilità di chi li deruba di futuro.
Il Pd non è solo il partito che difende i carabinieri di Aulla e Albiano Magra, ma è il partito dei decreti Minniti-Orlando, i suoi padri nobili – Napolitano e Veltroni – hanno inventato i “lager” per migranti e il primo pacchetto sicurezza.
Non esisteva ancora ai tempi di Genova 2001 ma i suoi soci fondatori, Ds e Margherita, non hanno mai voluto una vera inchiesta parlamentare sulle violenze di quel luglio preparate dalla sanguinosa anteprima della mattanza di Napoli, il 17 marzo del 2001, dall’allora ministro degli Interni Enzo Bianco, oggi sindaco Pd a Catania. Dopo l’11 marzo, ad Aulla, anche Forza Italia volle fare un security day in una rincorsa che, anche a livello nazionale, vede impegnati i rispettivi partiti in gara a chi è più razzista, autoritario, sicuritario, anticostituzionale.
Intanto la cronaca si arricchisce di dettagli: c’erano le microspie anche sulle auto di servizio dei carabinieri della Lunigiana finiti sotto inchiesta, una ventina. Uno di loro è in carcere, tre sono agli arresti domiciliari e quattro hanno il divieto di dimora nella provincia di Massa Carrara. Tra questi ultimi un maresciallo, sospeso dal servizio perchè aveva anche funzioni di comando. «Si, abbiamo utilizzato anche le intercettazioni ambientali e telefoniche e sono emerse tante situazioni di illegalità», conferma il procuratore Aldo Giubilaro titolare dell’indagine assieme al sostituto Alessia Iacopini.
I reati contestati a vario titolo sono lesioni, falso in atto pubblico, sequestro di persona, violenza sessuale. Il gip De Mattia che ha firmato l’ordinanza di misure cautelari ha accolto le richieste della procura contestando ben 104 capi di imputazioni. C’è la storia del ragazzo marocchino violentato durante una perquisizione antidroga, il caso di un clochard caricato a forza sull’auto di servizio e manganellato, lo stupro di una giovane prostituta. Poi altri pestaggi in caserma dove, sempre secondo le accuse, venivano falsificati i verbali. Sei carabinieri erano in servizio alla stazione di Aulla, due ad Albiano Magra, tutti in provincia di Massa Carrara.
L’inchiesta dimostra, secondo il presidente di Amnesty Italia Antonio Marchesi, che «il problema degli abusi delle forze di polizia in Italia esiste e va affrontato con strumenti adeguati, che nel nostro ordinamento ancora mancano. Emergono particolari sconcertanti, soprattutto riguardo alla riferita sistematicità dei presunti comportamenti criminali. Rimuovere, far calare il silenzio non è mai la soluzione. È nell’interesse delle forze di polizia, del loro buon nome, della loro autorevolezza e della loro efficacia, accertare fatti e responsabilità e poi sanzionare con pene adeguate alla gravità dei fatti accertati chi fra i propri appartenenti compie violazioni dei diritti umani».
«Speriamo che l’inchiesta per i fatti della caserma di Aulla veda la piena partecipazione dell’Arma dei Carabinieri. Confidiamo che ciò avvenga», dice Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone. «Si tratta – dice – di fatti gravi che richiedono la collaborazione di tutte le istituzioni affinché si arrivi a verità e giustizia. Dunque ci affidiamo ai pm e alle loro indagini senza avere presunzioni di colpevolezza». «Comunque – aggiunge Gonnella – sarebbe importante che se mai si arrivasse a processo, lo Stato si costituisse parte civile. Chi ha compiti di ordine pubblico ha un dovere in più di muoversi nella legalità. Deve esserne esempio». Secondo Gonnella, «le violenze sistematiche evocano la parola tortura. Parola impronunciabile nelle aule di giustizia italiane perché la tortura non è reato nel nostro paese nonostante obblighi internazionali vecchi di trent’anni».
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Sembrano increduli i residenti di Aulla (Massa Carrara) per gli sviluppi dell’inchiesta sui pestaggi nelle caserme dei carabinieri venuti alla luce durante un’inchiesta della procura di Carrara.
Increduli e imbarazzati perché il difensore di alcuni dei 9 carabinieri è un potente avvocato della zona ed è appena diventato sindaco di questa città al confine tra Toscana e Liguria, 12mila abitanti, finora nota solo per le bizzarrie di un suo vecchio sindaco socialista, Lucio Barani, che ha spaccato a metà una piazza per intitolarla a Craxi mentre il rimanente continua a chiamarsi Piazza Gramsci. Socialista, quindi, nel controverso significato assunto in Italia dopo gli anni della Milano da bere, agli albori del saccheggio liberista di risorse e diritti.
Allora quel sindaco vietò l’ingresso in città a chiunque avesse a che fare con mani pulite proclamando Aulla «comune dedipetrizzato». Ora quel sindaco è senatore eletto con il Popolo della libertà e ha appena festeggiato l’elezione a sindaco di Roberto Valettini, del Pd, che giusto un mese prima di lanciarsi nella corsa alle amministrative, ha assunto la difesa dei militari coinvolti nell’inchiesta secondo un’impressionante lista di 104 reati ipotizzati dai pm.
Era il mese di marzo e il Pd si fece carico di raccogliere i boatos della rete, la retorica agghiacciante di chi sta con le forze dell’ordine senza se e senza ma, promuovendo una manifestazione cittadina a sostegno dell’Arma in perfetto stile Coisp, il sindacatino di polizia famoso per le sue controverse dichiarazioni contro le vittime di malapolizia, contro i loro familiari e contro i giornalisti che osino fare cronaca e contro i migranti di fede islamica.
Il territorio fu tappezzato di manifesti mentre nei social circolavano post a sfondo razzista su una presunta emergenza sicurezza che questa città non ha mai vissuto. Nelle cronache recenti, piuttosto, si registrano episodi di vandalismo e bullismo commessi da rampolli giovanissimi di famiglie perbene e se di degrado si deve parlare va piuttosto riferito alle criminali e dissennate politiche urbanistiche che hanno consentito che si cementificasse l’impossibile finché il fiume Magra non ha detto stop con la spaventosa alluvione del 2011 che uccise due persone e cacciò di casa decine di famiglie delle case popolari costruite dove non doveva succedere. Da allora c’è un viavai di emissari di Striscia la notizia perché le scuole sono ancora ospitate nei container.
L’emergenza sicurezza, come spesso succede, anche ad Aulla si declina nel suo contrario: si è insicuri perché scorazzano militari e agenti che si sentono al di sopra della legge e commettono abusi come se l’illegalità fosse la normalità. E’ quello che scrivono i magistrati pur sottolineando che sarebbero solo mele marce, che la fiducia nell’Arma è intatta eccetera eccetera.
Quell’11 marzo, il Pd portò decine di persone, complice anche il passaggio dal mercato settimanale, nella piazza del Comune e potrebbe farlo ancora dopo gli arresti di ieri. Allora furono distribuiti volantini di vicinanza all’Arma dando anche la possibilità ai passanti di lasciare un messaggio di solidarietà per i carabinieri, scrivendo un biglietto da inserire in una teca. «La Procura sta mal interpretando la realtà della strada – si leggeva su un volantino – penalizzando l’esecuzione della nostra sicurezza». «Conosciamo bene quei ragazzi in divisa – avevano spiegato alcuni nella piazza – e conosciamo anche coloro che li hanno accusati, sono quelli da cui ci proteggevano».
Durante la manifestazione era stata fatta suonare anche una sirena simile a quella delle auto dei carabinieri in servizio, seguita da un lungo applauso e dal grido «Viva i nostri carabinieri». E in rete giravano frasi fatte come “Loro fanno tanto per noi, e noi per loro?“. Nessun dubbio, ad Aulla come a Roma, da parte del Pd, sui frutti avvelenati di un’emergenza sicurezza costruita ad arte proprio da chi ha governa i processi mostruosi dell’austerità e del neoliberismo.
La guerra dei penultimi contro gli ultimi è lo strumento più pratico per distrarre i poveri dalle responsabilità di chi li deruba di futuro.
Il Pd non è solo il partito che difende i carabinieri di Aulla e Albiano Magra, ma è il partito dei decreti Minniti-Orlando, i suoi padri nobili – Napolitano e Veltroni – hanno inventato i “lager” per migranti e il primo pacchetto sicurezza.
Non esisteva ancora ai tempi di Genova 2001 ma i suoi soci fondatori, Ds e Margherita, non hanno mai voluto una vera inchiesta parlamentare sulle violenze di quel luglio preparate dalla sanguinosa anteprima della mattanza di Napoli, il 17 marzo del 2001, dall’allora ministro degli Interni Enzo Bianco, oggi sindaco Pd a Catania. Dopo l’11 marzo, ad Aulla, anche Forza Italia volle fare un security day in una rincorsa che, anche a livello nazionale, vede impegnati i rispettivi partiti in gara a chi è più razzista, autoritario, sicuritario, anticostituzionale.
Intanto la cronaca si arricchisce di dettagli: c’erano le microspie anche sulle auto di servizio dei carabinieri della Lunigiana finiti sotto inchiesta, una ventina. Uno di loro è in carcere, tre sono agli arresti domiciliari e quattro hanno il divieto di dimora nella provincia di Massa Carrara. Tra questi ultimi un maresciallo, sospeso dal servizio perchè aveva anche funzioni di comando. «Si, abbiamo utilizzato anche le intercettazioni ambientali e telefoniche e sono emerse tante situazioni di illegalità», conferma il procuratore Aldo Giubilaro titolare dell’indagine assieme al sostituto Alessia Iacopini.
I reati contestati a vario titolo sono lesioni, falso in atto pubblico, sequestro di persona, violenza sessuale. Il gip De Mattia che ha firmato l’ordinanza di misure cautelari ha accolto le richieste della procura contestando ben 104 capi di imputazioni. C’è la storia del ragazzo marocchino violentato durante una perquisizione antidroga, il caso di un clochard caricato a forza sull’auto di servizio e manganellato, lo stupro di una giovane prostituta. Poi altri pestaggi in caserma dove, sempre secondo le accuse, venivano falsificati i verbali. Sei carabinieri erano in servizio alla stazione di Aulla, due ad Albiano Magra, tutti in provincia di Massa Carrara.
L’inchiesta dimostra, secondo il presidente di Amnesty Italia Antonio Marchesi, che «il problema degli abusi delle forze di polizia in Italia esiste e va affrontato con strumenti adeguati, che nel nostro ordinamento ancora mancano. Emergono particolari sconcertanti, soprattutto riguardo alla riferita sistematicità dei presunti comportamenti criminali. Rimuovere, far calare il silenzio non è mai la soluzione. È nell’interesse delle forze di polizia, del loro buon nome, della loro autorevolezza e della loro efficacia, accertare fatti e responsabilità e poi sanzionare con pene adeguate alla gravità dei fatti accertati chi fra i propri appartenenti compie violazioni dei diritti umani».
«Speriamo che l’inchiesta per i fatti della caserma di Aulla veda la piena partecipazione dell’Arma dei Carabinieri. Confidiamo che ciò avvenga», dice Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone. «Si tratta – dice – di fatti gravi che richiedono la collaborazione di tutte le istituzioni affinché si arrivi a verità e giustizia. Dunque ci affidiamo ai pm e alle loro indagini senza avere presunzioni di colpevolezza». «Comunque – aggiunge Gonnella – sarebbe importante che se mai si arrivasse a processo, lo Stato si costituisse parte civile. Chi ha compiti di ordine pubblico ha un dovere in più di muoversi nella legalità. Deve esserne esempio». Secondo Gonnella, «le violenze sistematiche evocano la parola tortura. Parola impronunciabile nelle aule di giustizia italiane perché la tortura non è reato nel nostro paese nonostante obblighi internazionali vecchi di trent’anni».
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