Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/10/2018

La catena di comando, il caso Cucchi e altre domande

“Chi sa parli”: così ha affermato il Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, generale Giovanni Nistri, intervenendo alla trasmissione Porta a Porta sulla morte di Stefano Cucchi.

Il generale si è detto “lieto che uno dei militari presenti quella sera (il brigadiere Tedesco, n.d.r) abbia detto la sua verità: questo vuol dire che questa verità adesso potrà entrare a pieno titolo nel processo insieme con tutte le altre evenienze che sono state accertate nel frattempo dall’autorità giudiziaria, e dunque questo sarà un passo in più verso una definizione della vicenda”.

Alla domanda di Bruno Vespa se l’istruttoria disciplinare nell’Arma andrà avanti ad ogni livello il generale Nistri ha risposto che: “Questo è poco ma sicuro. Intanto siamo lieti che l’autorità giudiziaria stia procedendo perché infine si avrà una perimetrazione completa delle responsabilità. Che si tratti di responsabilità commissive piuttosto che di responsabilità omissiva nei controlli eventualmente piuttosto che in altre ipotesi anche diciamo di disattenzione o di agevolazione”.

Come sta emergendo nel processo per la brutale uccisione di Stefano Cucchi, ad essere indagati ora non sono solo i carabinieri “fuori servizio” che lo pestarono, provocandone poi la morte, ma anche i carabinieri che ebbero a che fare con la trascrizione nei rapporti ufficiali sullo stato di salute di Cucchi. Tra loro Francesco Di Sano, in servizio alla stazione di Tor Sapienza – dove fu trattenuto Stefano successivamente al pestaggio nella caserma dell’Appio – e il luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stessa caserma.

Colombo sarà presto interrogato e l’atto istruttorio punta ad individuare eventuali comunicazioni sulla vicenda tra lui e i suoi superiori dell’epoca. In particolare, si tratta di sapere chi fosse l’interlocutore di una telefonata avvenuta alla presenza del carabiniere Tedesco, nella quale il maresciallo Mandolini (nella caserma dei carabinieri dell’Appio e non di quella di Tor Sapienza) chiede di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio presso la stazione di Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre 2009, quando fu fermato Cucchi. Atti che in effetti furono riscritti togliendo dettagli rivelatori sulle condizioni di salute di Stefano.

Ad ammettere che fossero state apportate modifiche era stato in aula il carabiniere in servizio alla stazione di Tor Sapienza, Di Sano, precisando che si era trattato di “un ordine gerarchico”. Le indagini vogliono capire se e fino a quale livello è stata coinvolta la scala gerarchica dell’Arma dei Carabinieri nella attuazione di falsi documenti e omissioni. E chi partecipò ad una riunione sul caso Cucchi, convocata “da un Alto ufficiale dell’Arma”, dopo la morte di Stefano, così come raccontato dal carabiniere Tedesco.

Una cosa da chiarire, ad esempio, è quella sorta di calvario tra la caserma di via Appia e quella di Tor Sapienza messa bene in evidenza anche nel film “Sulla mia pelle”. Perché hanno dovuto trasferire Stefano Cucchi da una caserma all’altra prima di portarlo in carcere? Una specie di scaricabarile per non avere rogne o un modo per disperdere in più luoghi le tracce di quello che era avvenuto?

Alla fine la determinazione di una giovane donna e del suo avvocato ha incrinato il “muro”. Eppure c’è ancora moltissimo da picconare per far si che quel muro venga giù non solo per la morte di Stefano Cucchi. E’ decisivo, in tal senso, non dimenticare le parole di uno dei carabinieri inquisiti per i misfatti della caserma di Aulla: “Quello che succede all’interno della macchina... rimane all’interno della macchina, non deve scoprirlo nessuno, specialmente dai gradi che vanno dopo il brigadiere”.

Un’affermazione che sembrerebbe mettere la parte “alta” della catena di comando al riparo dalle conseguenze delle azioni dei loro sottoposti. Ma, vorremmo chiedere al generale Nistri, se la sente di affermare che è proprio così?

*****

C’è poi un secondo filone di domande che sorge a seguito di quanto rivelato sul Corriere della Sera da Giovanni Bianconi, ieri mattina.

Giosuè Bruno Naso, 71 anni, noto penalista romano, “legale di Massimo Carminati nelle sue lunghe peripezie giudiziarie fino a «Mafia capitale»”, ha accusato un suo collega di essere un “traditore”. Si tratta dell’avvocato Francesco Petrelli, difensore del “carabiniere pentito” – Francesco Tedesco – che ha confessato di essere stato presente al pestaggio mortale di Stefano Cucchi, indicando i nomi degli autori e la scomparsa dagli archivi dell’Arma di una sua relazione in cui raccontava la verità.

In cosa consisterebbe il “tradimento” di un avvocato che cura – com’è normale – gli interessi del suo cliente? Lasciamo la parola a Bianconi:

Una mossa (la confessione di Tedesco, ndr) che ha una sola ragione «inconfessabile ma assolutamente chiara», ha scritto Naso a Petrelli, di cui è (anzi era, a giudicare dalla lettera) amico di vecchia data: «La promessa derubricazione dell’imputazione nei confronti del tuo cliente in favoreggiamento, reato già prescritto, anche a costo di aggravare la posizione di tutti gli altri imputati». Un patto occulto col pm, insomma, siglato sulla pelle degli altri carabinieri alla sbarra. Con una aggravante: «Non hai avvertito il bisogno, la necessità, la opportunità di informare i colleghi, tutti i colleghi e me in particolare!».

Qui c’è, involontariamente, una confessione dell’avvocato Naso: i processi contro carabinieri o poliziotti imputati di violenze o omicidi avvenuti in una caserma (commissariato, ecc) “normalmente” sono gestiti collettivamente dagli avvocati degli agenti. Che si coordinano, si avvertono delle mosse che faranno, fino a “combinare il processo”, presentando al magistrato una versione blindata e minimizzatrice delle responsabilità degli agenti.

Anche gli “accordi inconfessabili con il pubblico ministero”, in questo scenario, una pratica ovvia, scontata, abituale. “Si fa così, tra noi, no?”

L’avvocato Petrelli non è un avvocaticchio che non conosca le regole di quel mondo, visto che è il segretario uscente dell’Unione camere penali. E infatti ricorda subito dopo a Naso che «È inaccettabile sovrapporre indebitamente la figura del difensore a quella dell’assistito, e confondere i rapporti personali e professionali fra colleghi con le scelte processuali degli imputati».

Anche qui una confessione involontaria, dietro la semplice conferma di una ovvietà che dovrebbe essere nel dna di qualsiasi avvocato: c’è un mondo opaco in cui i “rapporti professionali tra avvocati” e “le scelte processuali degli imputati” (miranti all’assoluzione o alla pena minore) sono da tempo immemorabile assolutamente “sovrapposti”. Al punto da far dimenticare un principio cardine della deontologia professionale degli avvocati.

Naturalmente questo mondo è quello in cui forze dell’ordine, alcuni avvocati e fascisti giocano di sponda l’uno con l’altro. Non è un’illazione, visto che – per esempio – Carminati era riuscito (e l’ha ammesso) a scassinare nientepopodimeno che le cassette di sicurezza della banca interna al Tribunale di Roma, il ben noto “bunker di Piazzale Clodio”. Sorvegliato 24 su 24 dai carabinieri, “distratti” soltanto in quell’occasione. Così come si potrebbe ricordare che i terroristi fascisti dei Nar, ai tempi, circolavano con documenti di identità da ufficiali dei carabinieri...

Solo dentro un mondo cosiffatto si può tirar fuori l’epiteto di “traditore” per un avvocato che difende il suo cliente senza “concertare” con gli altri avvocati una linea comune. Un mondo chiuso, dove “chi è dentro è dei nostri, chi è fuori è nemico”. Come nelle bande o nelle cosche, nelle confraternite massoniche, o anche nei gruppi politici illegali (di destra o rivoluzionari).

Tutto normale, quando ci si misura con le culture storiche dell’antagonismo al sistema o con le subculture della malavita.

Solo che qui, ufficialmente, abbiamo a che fare con il funzionamento dello Stato. Non con combattenti politici o sottoproletariato criminale.

E abbiamo a che fare con un intreccio davvero osceno, per quanto “abituale” nell’Italia delle stragi di Stato e dell’impunità per il potere (e dunque anche per gli uomini che lo difendono). Avvocati, carabinieri violenti ed omicidi, a volte anche magistrati con cui si possono fare “accordi innominabili”. Tutto già visto, certo, un sistema antico. Ma ancora in gran forma.

Si capiscono, a valle di questa vicenda, il modo in cui maturano certe incredibili assoluzioni, sentenze di due anni per omicidio, torturatori che restano in servizio e vengono promossi anche quando sono sotto processo.

E’ uno spaccato dell’Italia. Quella che tutti vorremmo veder scomparire per sempre. E ogni giorno che passa è un giorno di troppo.

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11/10/2018

Processo Cucchi. Confessa uno dei carabinieri e accusa due “colleghi”

A colpi di testardaggine, competenza giuridica e volontà di arrivare alla verità, il processo a cinque carabinieri per l’uccisione di Stefano Cucchi è arrivato al momento decisivo.

Stamattina, all’inizio dell’udienza, il pm Giovanni Musarò ha reso nota “un’attività integrativa di indagine” nata dalla denuncia di Francesco Tedesco, uno degli imputati. Il militare – evidentemente ormai convinto di non avere più scampo – ha deciso qualche tempo fa di “cantarsela” e cercare di cavarsela con il minimo della pena per i “collaboratori di giustizia”. Il carabiniere Francesco Tedesco ha infatti accusato i colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo del pestaggio che ha provocato le lesioni fatali per Stefano.

I due erano coimputati di Francesco Tedesco per l’identico reato (omicidio preterintenzionale e abuso di autorità), mentre Roberto Mandolini è sotto processo per calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi solo per calunnia.

Tedesco, il 20 giugno scorso, ha presentato una denuncia in procura sulla vicenda. Per questo è stato poi sentito tre volte dai magistrati. Il magistrato ha spiegato che il carabiniere sostiene che “quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio”. Come accade quasi sempre nelle casi di omicidio in caserma o commissariato, quella nota è poi scomparsa.

“In sintesi – ha spiegato il pm – Tedesco ha ricostruito i fatti di quella notte e chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, quali autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto”. La procura non si è ovviamente limitata a registrare la confessione, ma ha svolto indagini al termine delle quali ha potuto verificare che “è stata redatta una notazione di servizio, che è stata sottratta, e il comandante di stazione dell’epoca non ha saputo spiegare la mancanza”.

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13/07/2017

Stefano Cucchi, “finalmente un processo che cerca la verità”

La vicenda processuale relativa all’uccisione di Stefano Cucchi ha segnato questa settimana una novità importante. L’intervista a Fabio Anselmo, avvocato della famiglia, permette di chiarire cosa è avvenuto ed è stata realizzata da Radio Città Aperta.

Buongiorno avvocato

Buongiorno a voi.

A otto anni di distanza dalla morte di Stefano Cucchi finalmente qualcosa si muove. Possiamo dire questo?

Beh, direi che si muove non qualcosa... Direi che siamo in un momento assolutamente decisivo, che è stato il rinvio a giudizio dei responsabili del gravissimo pestaggio su Stefano, subito dopo il suo arresto. L’inchiesta, assolutamente mirabile, che inchioda alle proprie responsabilità gli imputati, è esitata nel doveroso rinvio a giudizio che, devo dire, era dato per scontato anche dagli stessi difensori degli imputati, da quello che ho capito...

In effetti noi ci siamo sentiti alcuni mesi fa, quando fu resa nota l’ultima perizia; e già in quell’occasione in effetti lei ci aveva detto che c’era ottimismo rispetto ad un rinvio a giudizio per i carabinieri coinvolti. Ricordiamo sono cinque persone, tre – mi corregga se sbaglio – con l’accusa di omicidio preterintenzionale, mentre due per aver testimoniato il falso durante gli altri processi.

Sì. Mi pare tre, perché uno dei tre accusati del pestaggio è accusato anche di avere detto il falso. Se ricordo bene a memoria, è così. Comunque non c’è differenza. Leggendosi le carte, studiando le carte del processo, si capisce chiaramente come è andata. Credo che le prove raccolte dalla procura di Roma siano formidabili rispetto agli autori del pestaggio. Infatti gli avvocati, da quello che ho capito, puntano molto l’attenzione sul contestare il nesso causale tra questo pestaggio e la morte di Stefano, facendo leva su quelle perizie, quelle consulenze contestatissime, che hanno portato a due annullamenti da parte della Corte di Cassazione per quanto riguarda la causa di morte di Stefano. Ma quelle due perizie, quelle consulenze dell’ufficio di procura, hanno dei nomi e dei cognomi. E noi li citeremo a giudizio come testimoni in questo processo, assolutamente. Io non vedo l’ora. Non vedo l’ora perché la verità è emersa. “Elle tre” (una delle vertebre, la terza lombare, ndr) aveva la sua frattura acuta prodotta dal pestaggio, che nella tac fatta dai periti risulta occultata, perché la vertebra è tagliata. E questo era stato messo nero su bianco dal presidente dell’associazione italiana di radiologia. I periti dell’incidente probatorio, pur nelle varie polemiche e contestazioni, alla fine hanno ammesso che l’unica causa di morte che ha dei riscontri obiettivi. Si parla tanto dell’epilessia, ma gli stessi periti dicono che non hanno nessun riscontro obiettivo. E lo dicono ben precisamente nella loro perizia. Quindi l’unica causa di morte che invece ha riscontri oggettivi è quella della vescica neurologica che si è determinata a seguito del violentissimo pestaggio, ossia delle fratture alla schiena di Stefano, che è esitata in un globo vescicale. Questo è quello che abbiamo sempre sostenuto in questi otto anni durissimi.

Questo è stato un elemento decisivo per il rinvio a giudizio, il fatto che la perizia evidenziasse una relazione tra le percosse e appunto la successiva – cito testualmente – “acuta distensione vescicale” riscontrata poi sul corpo di Stefano. E’ giusto?

Assolutamente. Noi abbiamo finalmente dei giudici in un processo che non è più un processo storto, con imputati sbagliati, con delle forzature evidenti come era quello originario; che ha creato tanti danni e tante polemiche e che non a caso ha subito due annullamenti da parte della Suprema corte di Cassazione. Noi finalmente abbiamo un processo dritto, fisiologico, naturale. Gli autori del violentissimo pestaggio dovranno risponderne al processo. Avranno tutti i loro diritti di difesa, li eserciteranno più che legittimamente. Ci misureremo, finalmente, in un’aula di Corte d’Assise con un processo impostato in maniera corretta.

E questa è sicuramente una buona notizia. Il processo dovrebbe avere il via il 13 ottobre prossimo, giusto?

Sì, esatto.

Secondo lei quali potrebbero essere i tempi, se esiste la possibilità di prevederlo?

Questo no. La possibilità di prevedere i tempi noi non ce l’abbiamo... Io vedo che però lo Stato vuole fare questo processo e lo vuole fare senza perdere tempo, senza pregiudicare i diritti di difesa, ma senza perdere tempo.

E questo sarebbe importante...

E’ molto importante, non scherziamo; di tempo ne abbiamo già perso troppo.

Sono passati otto anni... Un’ultima domanda. Non ha molto a che fare con il campo giuridico, però so che lei è ovviamente in contatto con Ilaria. Come sta Ilaria, come ha preso questo notizia?

Ilaria è una donna meravigliosa, è una donna stupenda, devo dire che non finirà mai di stupirmi. E’ una donna che ha saputo, da sola, affrontare tutto e tutti, superare ogni umiliazione, ogni sconfitta, mai – dico mai – perdendo la grande dignità che la contraddistingue e contraddistingue anche la sua famiglia. Ilaria chiaramente è emozionata. Ha una situazione, dal punto di vista emotivo, estremamente delicata perché chiaramente, finalmente, si troverà di fronte, in un’aula di giustizia, i responsabili della morte di suo fratello. E, soprattutto, non sarà più sola insieme a me, ma finalmente ha lo Stato al suo fianco, impersonato dalla Procura della Repubblica di Roma. E finalmente avrà un processo dove si spera non verrà processata lei stessa, la sua famiglia, Stefano, ma verranno processati gli autori di questo violentissimo pestaggio.

Ed è quello che ci auguriamo tutti. Grazie, avvocato, per il suo contributo...

Grazie a voi...

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19/07/2016

Caso Cucchi, confermate le assoluzioni. Facebook censura Ilaria

Tutti assolti, sentenza confermata. La corte d’Appello di Roma ha ribadito ieri, dopo una camera di consiglio durata circa tre ore, che i cinque medici che hanno avuto in cura Stefano Cucchi nel reparto carcerario dell’ospedale Pertini nell’ottobre del 2009 non sono responsabili della sua morte. Si tratta del primario Aldo Fierro e dei medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo.

Il procuratore generale Eugenio Rubolino aveva chiesto di ribaltare la sentenza assolutoria di tutti gli imputati e condannarli invece per omicidio colposo a quattro anni di reclusione il primario, e a tre anni e mezzo ciascuno gli altri medici. Condannati in primo grado il 5 giugno 2013 per omicidio colposo, i medici furono poi assolti in appello con la formula che richiama la vecchia insufficienza di prove. Lo scorso dicembre, però, la Corte di Cassazione annullò quelle assoluzioni, disponendo un appello-bis.

“Cucchi è stato pestato, ucciso quando era in mano dello Stato, ucciso da servitori dello Stato in camice bianco. Occorre – aveva detto il rappresentante dell’accusa – restituire dignità a Stefano e all’intero Paese. Bisogna evitare che muoia una terza volta”. Ma il magistrato è stato di altro avviso.

«Ciao Stefano, tu eri già così – questo il commento di Ilaria Cucchi su Facebook –. Lo sei sempre stato. Noi non ce ne siamo mai accorti ma non abbiamo colpe perché in fin dei conti tu eri già così. Eri già morto quando stavi con noi alla tua ultima festa di compleanno, eri già morto quando ti hanno visto il giorno prima del tuo arresto varcare la soglia degli uffici del comune e della provincia. Eri già morto quando ti hanno visto correre ed allenarti 4 ore prima del tuo arresto. Eri già morto quando ti hanno arrestato. Non se ne era accorto nessuno. Magari sei deperito e dimagrito dopo morto. Magari diranno così. Ma tu sei sempre stato morto».

Intanto però Facebook ha cancellato la pagina pubblica di Ilaria Cucchi: il motivo sarebbe da ricercare in alcune foto del cadavere di suo fratello pubblicate qualche giorno fa. Per il popolare social network quelle immagini violavano gli standard della comunità. «Eh sì – dice ancora Ilaria Cucchi –. Quella foto fa vergognare. Perché quella foto racconta la verità. Senza bisogno di parole. È quello che ho avuto davanti agli occhi sette anni fa, in quella sala dell’obitorio dove ho dato l’addio a mio fratello. Quella foto dice come è morto Stefano. Tutto il resto conta poco».

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06/01/2016

Ilaria Cucchi, la gogna e la fogna mediatica

C'è qualcosa di misterioso nella cronaca. Al netto dei dubbi e delle certezze, come una notizia poi riesca a diventare un pezzo e poi un titolo, spesso, è una dinamica che sfugge persino ai giornalisti: semplicemente le cose si fanno così e poi il giorno dopo escono stampate in edicola.

Basta aprire una qualsiasi cronaca locale: per fatti anche non rilevanti si tende a pubblicare nomi, cognomi e foto dei coinvolti. A volte non ci si fanno molti scrupoli nemmeno a pubblicare intercettazioni uscite non si sa bene come dagli uffici giudiziari – magari a indagini aperte –, parole su parole la cui rilevanza penale talvolta è tutta da dimostrare. Eppure si pubblica tutto lo stesso. Perché gli arresti e le indagini sono fatti pubblici e la gente deve sapere (anche se forse non vuole, ma non ci sono prove di questo), perché li sappiamo e dobbiamo farlo vedere, perché sì, perché è uguale.

A volte però certi casi sono più uguali degli altri. Ne sa qualcosa Ilaria Cucchi, che si è limitata a postare sulla sua bacheca di Facebook la foto (già pubblica a tutti gli effetti) di uno dei carabinieri indagati nella seconda inchiesta sulla morte di suo fratello Stefano.

Il Corriere della Sera per primo ha parlato di un'Ilaria Cucchi «diversa» rispetto al solito, incline alla gogna, capace di utilizzare le armi che di solito venivano usate contro di lei. Il discorso sarebbe già discutibile – ci arriviamo –, ma la cosa più grave è la malafede di fondo: perché esporre la foto di un carabiniere è una gogna mentre invece va bene sparare quelle del ragazzino che ha mandato l'sms con bestemmia annessa al programma di capodanno della Rai? Perché Ilaria è inopportuna mentre quelli che invocano lo sterminio degli immigrati perché sono tutti ladri sono la voce del popolo che comunque va raccolta? Ah, i misteri della cronaca. Oltre alla gogna, occorre prendere atto che esiste anche la fogna mediatica.

Ilaria ha pubblicato quella foto perché sono sei anni che suo fratello è morto e le istituzioni ancora non hanno dato una risposta che sia una alla richiesta di giustizia e verità proveniente dalla famiglia. Perché, alla faccia del senso del pericolo, di quello del ridicolo, del buonsenso e pure dello stato di diritto, nella repubblica penale italiana è possibile che su un singolo fatto ci siano un processo in corso (il nuovo giudizio di Appello per i medici) e un'inchiesta aperta (quella sui carabinieri). Perché, come ha detto lei stessa, ha voluto farsi del male, e in fondo c'è da capirla.

Alla fine di questa storia – se mai questa storia finirà – forse una verità giudiziaria uscirà pure fuori. Parziale, sfuggente e contraddittoria com'è sempre la verità giudiziaria: quella porzione di fatti scritta sua una sentenza rappresenta soltanto il risvolto della realtà che ha una rilevanza penale, non la realtà in sé e per sé.

La verità storica sul caso Cucchi, in compenso, è ormai chiara a tutti: Stefano è stato preso vivo dallo Stato e ne è uscito morto. E questo è quanto.

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15/12/2015

Botte e depistaggi... il caso Cucchi si chiude (e si riapre)

Mattinata di martedì 15 dicembre. Mentre in Corte di Cassazione si chiude il primo processone per la morte di Stefano Cucchi, in procura si lavora alla nuova indagine. Situazione paradossale: la prima tranche vede protagonisti al Palazzaccio i sei medici e i tre infermieri che ''accolsero'' il ragazzo nell'ottobre del 2009 all'ospedale Sandro Pertini di Roma e tre agenti di polizia penitenziaria. La V Sezione dovrà decidere se confermare le assoluzioni arrivate in Appello oppure se annullare quella sentenza e ordinare la ripetizione del processo. In serata se ne saprà qualcosa di più.

L'inchiesta bis avviata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone e condotta dal sostituto Giovanni Musarò, intanto, ha già prodotto ben cinque indagati: si tratta di carabinieri e i reati ipotizzati nei loro confronti sono quelli di lesioni personali aggravate, abuso d'autorità e falsa testimonianza. «Tutti i carabinieri che ebbero modo di vedere Stefano Cucchi nella mattinata del 16 ottobre nei locali del comando di Tor Sapienza hanno concordemente riferito che il giovane geometra era sofferente, aveva il viso gonfio ed evidenti difficoltà di deambulazione», sostiene la procura nella sua richiesta di incidente probatorio fatta al Gip. Nelle carte vengono anche elencati i nomi di 20 carabinieri che sono stati sentiti come testimoni. I particolari più inquietanti, poi, vengono fuori dalle intercettazioni.

L'ex moglie di uno degli indagati, ad esempio, nel settembre scorso diceva al telefono: «Non ti preoccupare... Che poco alla volta ci arriveranno perché tu come mi hai raccontato a me... Lo hai raccontato a tanta gente quello che hai fatto... Hai raccontato la perquisizione... Hai raccontato di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda». L'indagato, a questo punto, avrebbe perso «totalmente il controllo, urlando in modo forsennato e ripetendo la frase “cosa vuoi da me?”».

Sempre secondo l'accusa, il pestaggio sarebbe avvenuto in un arco temporale successivo alla perquisizione avvenuta nell'abitazione dei genitori di Stefano. Il perché è presto detto: «Il pestaggio fu originato da una condotta da resistenza posta in essere dall'arrestato al momento del fotosegnalamento presso i locali della compagnia carabinieri Roma Casilina», dove il ragazzo era stato condotto in un primo momento. Musarò affonda ancora il colpo: «Fu scientificamente orchestrata una strategia finalizzata a ostacolare l'esatta ricostruzione dei fatti e l'identificazione dei responsabili per allontanare i sospetti dai carabinieri appartenenti al comando stazione Appia», e ancora: «il nominativo dei due militari [che parteciparono all'arresto, ndr] non compariva nel verbale d'arresto di Cucchi pur avendo partecipato a tutti gli atti successivi». Un comportamento quantomeno strano, e l'ipotesi del tentativo di cancellare le prove viene sottolineata ancora una volta dalla procura: «Fu cancellata inoltre ogni traccia di passaggio di Cucchi dalla compagnia Casilina per gli accertamenti fotosegnaletici e dattiloscopici al punto che fu contraffatto con bianchetto il registro delle persone sottoposte a fotosegnalamento».

Nel verbale d'arresto, infine, non si parlava proprio del mancato fotosegnalamento: Cucchi «non fu arrestato in flagranza per il delitto di resistenza a pubblico ufficiale perpetrato presso i locali della compagnia carabinieri di Roma Casilina» e «non fu denunciato per tale delitto, omissione che può ragionevolmente spiegarsi solo con il fine di non fornire agli inquirenti alcun elemento che potesse spostare l'attenzione investigativa sui militari del comando stazione carabinieri di Roma Appia».

In pratica, i fatti della Casilina furono «taciuti agli altri carabinieri che avevano partecipato all'arresto di Stefano Cucchi». Di materia per riaprire il processo ce ne sarebbe, e parecchia.

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15/10/2015

Indagati quattro carabinieri, "pestarono loro Stefano Cucchi"

Si chiamano Alessio Di Bernardo, Raffaela D'Alessandro, Francesco Tedesco e Vincenzo Nicolardi. Sono i quattro nomi nuovi inseriti nel registro degli indagati per il caso di Stefano Cucchi. I reati ipotizzati dalla procura di Roma è quello di lesioni aggravate per i primi tre, e di falsa testimonianza per il quarto.

Sono tutti carabinieri: Di Bernardo, D'Alessandro e Tedesco parteciparono all'arresto del geometra romano, alla perquisizione di casa sua e al trasferimento nella caserma Appia. L'inchiesta bis, nata poche settimane fa, mira a chiarire quello che sarebbe accaduto dal momento in cui furono messe le manette attorno ai polsi del ragazzo fino all'arrivo nelle celle dei tribunali. Cioè, i momenti precedenti rispetto a quelli presi in esame nel primo processo, terminato in Appello con l'assoluzione di tutti i medici condannati in primo grado: l'ultimo capitolo verrà scritto a metà dicembre, in Cassazione.

Adesso, però, secondo le nuove accuse, Cucchi «fu sottoposto ad una azione di percosse e non può essere definita una astratta congettura l'ipotesi prospettata in primo grado, secondo cui l'azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri che lo hanno avuto in custodia nella fase successiva alla perquisizione domiciliare».

Nel fascicolo bis sono presenti numerose testimonianze raccolte dall'avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo: tra gli altri, spiccano due carabinieri che avrebbero deciso di collaborare con la procura per questa nuova inchiesta sulla morte della vittima di 'malapolizia'. Agli atti anche una perizia del professore Carlo Masciocchi che confermerebbe l'ipotesi del pestaggio.

Inoltre, sempre per falsa testimonianza, risulta indagato anche Roberto Mandolini, allora vicecomandante della stazione dei carabinieri di Tor Sapienza.

Cucchi morì nell'ottobre del 2009 nel reparto detenuti dell'ospedale Sandro Pertini di Roma, una settimana dopo essere stato arrestato per droga.

“Come avevamo detto fin da subito, la procura di Roma è andata ben oltre il primo contributo alle indagini che noi abbiamo dato”, commenta il legale della famiglia Cucchi. “Questi successivi passi - aggiunge Anselmo - confermano quanto da noi detto al trapelare delle prime indiscrezioni. Ora abbiamo altri indagati e tra di essi alcuni sono accusati di lesioni dolose aggravate. Loro ma non solo sono i veri responsabili della morte di Stefano. Questa contestazione, che riteniamo essere provvisoria, interromperà la prescrizione. Ma, lo ribadiamo con forza e lo stiamo provando, senza quel o quei pestaggi Stefano sarebbe ancora vivo. Questo è certo ed ormai tutti lo hanno capito”.

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18/09/2015

Stefano Cucchi, perché quei due carabinieri occultati?

di  Luigi Manconi, Valentina Calderone - Il manifesto

Que­sta che stiamo per rac­con­tare rap­pre­senta una novità tutt’altro che tra­scu­ra­bile — e forse qual­cosa di più — rela­ti­va­mente alla morte di Ste­fano Cuc­chi. Non pos­siamo dire se sarà deci­siva per le inda­gini, ma che si tratti di un ele­mento rile­vante è indub­bio. La sto­ria è que­sta. Ste­fano Cuc­chi viene fer­mato davanti al parco di San Poli­carpo nell’atto di vendere dell’hashish a un cono­scente. Men­tre stanno effet­tuando lo scam­bio, ven­gono sor­presi da due cara­bi­nieri in divisa, Tede­sco e Ari­sto­demo, sup­por­tati da altri mili­tari, Bazzica­lupo, D’Alessandro e Di Ber­nardo, che stanno svol­gendo ser­vi­zio in bor­ghese nelle vicinanze.

Ste­fano Cuc­chi viene por­tato nella caserma Appia, e il ver­bale d’arresto, com­pi­lato dal supe­riore in grado mare­sciallo Man­do­lini (finora unico inda­gato per falsa testi­mo­nianza nell’inchiesta bis), viene fir­mato solo da Tede­sco, Ari­sto­demo e Baz­zi­ca­lupo. Ecco la Prima Omis­sione. Già qui, due dei mili­tari, D’Alessandro e Di Ber­nardo, comin­ciano a spa­rire. A eva­po­rare, quasi: pre­senti ma non fir­ma­tari di un atto uffi­ciali, evo­cati ma, come vedremo, mai sen­titi come testimoni.

Ma tor­niamo a quella notte. Intorno all’1.30, Cuc­chi viene por­tato a casa dei geni­tori per effet­tuare la per­qui­si­zione domi­ci­liare. Il tra­sporto dalla caserma all’abitazione di Tor Pignat­tara avviene come segue: Tede­sco e Ari­sto­demo (insieme a un altro cara­bi­niere, che pare pren­dere il posto di Baz­zi­ca­lupo) sono in mac­china insieme a Ste­fano, die­tro di loro, a bordo di un Defen­der, si tro­vano D’Alessandro e Di Ber­nardo. Tutti i mili­tari appena citati (que­sta volta, pro­prio tutti) fir­me­ranno il ver­bale di per­qui­si­zione domi­ci­liare, che, com’è noto, darà esito nega­tivo. Usciti da casa di Ste­fano, la com­po­si­zione delle auto cam­bia: Ari­sto­demo e l’altro col­lega andranno a Tor Ver­gata a pren­dere il nar­co­test; men­tre Tedesco, D’Alessandro e Di Ber­nardo tor­ne­ranno alla caserma Appia con Cuc­chi. Quest’ultimo vi rimarrà per oltre un’ora prima di essere tra­sfe­rito alla caserma di Tor Sapienza (luogo in cui, solo un’ora e mezza dopo il suo arrivo, sarà chia­mata una ambulanza per­ché il fer­mato denun­ciava malori). Notiamo come, pre­su­mi­bil­mente in questa fase, il gio­vane si rifiu­terà di fir­mare tutti i ver­bali redatti dai mili­tari a suo carico.

Ste­fano Cuc­chi muore il 22 otto­bre 2009. Il mare­sciallo Man­do­lini, respon­sa­bile dei carabinieri ope­ranti quella notte, tra il 26 e il 27 otto­bre riceve ordine dai suoi supe­riori di inviare delle anno­ta­zioni di ser­vi­zio, per meglio chia­rire lo svol­gi­mento dei fatti. Il maresciallo chiede quelle anno­ta­zioni a Tede­sco, Ari­sto­demo e Baz­zi­ca­lupo (che hanno firmato l’arresto), ai cara­bi­nieri pian­toni della caserma di Tor Sapienza (dove Cuc­chi ha pas­sato la notte), ai cara­bi­nieri che hanno effet­tuato il tra­sfe­ri­mento dalla caserma Appia a quella di Tor Sapienza e, in un eccesso di zelo, richiede anche il ver­bale di inter­vento del 118. Manca qual­cuno? Sì, man­cano D’Alessandro e Di Ber­nardo (Seconda Omis­sione), che hanno effet­tuato la per­qui­si­zione domi­ci­liare e che sono stati insieme a Ste­fano Cuc­chi per più di un’ora, da quando cioè sono usciti dalla casa di Tor Pignat­tara fino al momento in cui è stato tra­sfe­rito a Tor Sapienza. Magari Man­do­lini, nella con­ci­ta­zione di quei giorni, si è dimen­ti­cato di chie­dere ai due le loro infor­ma­tive circa i fatti di quella notte.

Sarà. Ma siamo solo all’inizio di que­sta sin­go­la­ris­sima vicenda di spa­ri­zione (meglio: semi spa­ri­zione) di due degli attori prin­ci­pali della tra­ge­dia di quella notte: o comun­que di una sorta di loro dile­guarsi, restare in disparte, finire nell’ombra. Così bene occul­tati, indi­stinti, quasi invi­si­bili, che la Pro­cura non si è mai accorta della loro pre­senza e dun­que non li ha mai ascol­tati durante la fase d’indagine (Terza Omis­sione). E ancora dopo, in un dibattimento in cui sono stati sen­titi oltre cen­to­cin­quanta testi­moni, e pur se citati da molti di que­sti, due pos­si­bili testi bril­lano per la loro acce­cante assenza. Sì, avete indo­vi­nato, ancora loro: D’Alessandro e Di Ber­nardo (Quarta Omissione).

Che cosa rica­vare dalla con­si­de­ra­zione di que­sta sequenza di assenze? Tirare le fila non tocca a noi, ma è cer­ta­mente degna dell’interesse di chi con­duce l’inchiesta bis que­sta affet­tuosa sol­le­ci­tu­dine pro­tet­tiva che ha cir­con­dato due cara­bi­nieri pro­ta­go­ni­sti delle diverse fasi di arre­sto di Cuc­chi. E che ha sfu­mato la loro fisio­no­mia, ridi­men­sio­nan­done il ruolo fino a ren­derlo insi­gni­fi­cante. Noi ci fer­miamo qui: il nostro inos­si­da­bile e irri­du­ci­bile garan­ti­smo ci impe­di­sce di andare oltre. Secondo il Cor­riere della Sera, i due «rischiano l’iscrizione nel regi­stro degli inda­gati per lesioni col­pose». Noi non sap­piamo. Ci auguriamo, tut­ta­via, che quanto abbiamo evi­den­ziato non costi­tui­sca un ulte­riore ed estremo mistero, bensì l’occasione per accer­tare infine che cosa ha por­tato alla morte di Ste­fano Cucchi.

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14/09/2015

Caso Cucchi, a che punto è la nuova indagine

C'è chi parla di scandalo, ma per la verità, la storia di Stefano Cucchi a molti è parsa chiara sin dall'inizio: morto di botte dopo essere stato arrestato. L'iter giudiziario su questa storia si chiuse però con delle clamorose assoluzioni e solo la settimana scorsa la procura di Roma è tornata ad affrontare la questione, mettendo sotto inchiesta tre carabinieri per falsa testimonianza.

Per ora l'inchiesta riguarda i particolari emersi durante l'ultima udienza del processo, ma non è detto che a breve ricominceranno gli interrogatori e si rimetterà in moto la macchina investigativa vera e propria. Staremo a vedere.

Il primo punto di partenza riguarda una nuova perizia medica, realizzata dai periti indicati dalla famiglia Cucchi. Le fratture alla colonna vertebrale di Stefano, comunque, erano già finite al centro del processo, con l'assoluzione in appello di sei medici, tre infermieri e tre agenti della penitenziaria. Ilaria Cucchi e il suo avvocato Fabio Anselmo però, qualche tempo fa, si sono presentati in procura con una nuova consulenza tecnica, firmata dal presidente della Società Italiana di Radiologia Carlo Masciocchi. Secondo questo documento, all'attenzione dei periti sarebbe sfuggita una frattura lombare più recente rispetto a quelle prese in esame in sede di giudizio: una prova del pestaggio? «Le fratture riscontrate – si legge nella perizia – sembrano essere assolutamente contestuali e possono essere definite, in modo temporale, come 'recenti'», cioè in un periodo che «dal momento del trauma all'esecuzione dell'indagine radiologica o di diagnostica per immagini è compreso entro 7-15 giorni». Attenzione alle date: se questo fosse vero, dimostrerebbe che tra la notte dell'arresto (15 ottobre 2009) e quella della morte del giovane (22 ottobre) c'è stato un pestaggio che ha lasciato dei traumi pesanti. Ma l'errore a cosa sarebbe dovuto? Scrive Masciocchi: «C'è la forte sensazione che sia stato esaminato un tratto di colonna che include solo metà soma di L3 fino alla limitante somatica di L5», ovvero: «è stato tagliato il soma di L3».

L'ultima novità riguarda poi le deposizioni dei carabinieri che stanno collaborando con la procura di Roma alla nuova inchiesta. Secondo Il Fatto Quotidiano, in una di queste, un militare avrebbe tirato in ballo due figure: il comandate della stazione di Tor Vergata, Enrico Mastronardi (mai indagato) e il maresciallo Roberto Mandolini, finito nell'inchiesta bis per falsa testimonanza. «Mondolini s'è presentato che glie sta a strigne il sederino. Lo volevano sacricà come se fosse 'na valiggetta»: questa una descrizione di quanto successo durante l'arresto di Stefano Cucchi. E ancora: «Ero in corridoio con il comandante – il racconto è di una carabiniere donna –. Arrivò Mandolini, che non conoscevo, in evidente stato di agitazione e disse a Mastronardi che i carabinieri avevano massacrato di botte un ragazzo».

La base dell'inchiesta è questa, adesso però bisognerà capire se nascerà davvero qualcosa o se tutto finirà, ancora una volta, in un buco nell'acqua.

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11/09/2015

Nuova inchiesta sul caso Cucchi: occhi puntati sulla notte dell'arresto

Il percorso è lungo e difficile, le indagini che rinascono di solito tendono a perdersi nel nulla dopo pochi passaggi, sommersi da un dibattito pubblico sempre più tossico, in cui realtà, opinioni e fantasia si mischiano in un discorso che alla fine diventa assurdo.

La storia di Stefano Cucchi è quella di un ragazzo affidato vivo alle cure dello Stato e uscito morto dal repartino del Sandro Pertini di Roma dopo pochi giorni. Questo è, questo dovrebbe bastare.

Invece anni e anni di travaglio giudiziario hanno portato soltanto alla confusione più totale. «Stefano Cucchi è morto di freddo» è la battuta più abusata ma anche più adatta per descrivere quello che è successo nel corso di ben tre gradi di giudizio. Adesso la nuova speranza è un'accusa di falsa testimonianza nei confronti di un carabiniere la cui deposizione in Appello è stata valutata in conflitto con i fatti accertati dalla procura. Ad occuparsi del caso è il pm Giovanni Musarò, attivato in seguito alla presentazione di un esposto da parte della famiglia di Stefano.

L'inchiesta sta scavando soprattutto nelle prime ventiquattr'ore di detenzione di Cucchi, tra il 22 e il 23 settembre del 2009: un tempo piuttosto lungo in cui al giovane geometra non venne scattata nemmeno una foto segnaletica, né gli vennero prese le impronte digitali, né fu effettuato alcun controllo nel database degli arrestati. Questione di procedura: quando in seguito Cucchi entrò a Regina Coeli tutti questi passaggi sarebbero stati fatti. Questo vuol dire che l'arresto di Stefano fu effettuato in condizioni di illegalità? Troppo presto per dirlo, ma a questo punto il sospetto risulta più che fondato.

Gli occhi della procura sono puntati sul maresciallo Roberto Mandolini e sugli appuntati Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, gli uomini che misero le manette intorno ai polsi di Cucchi. Ancora più nello specifico, il pm Musarò vuole scoprire cosa sia successo tra l'una e le tre della notte in cui Stefano venne arrestato. Con una domanda su tutte: perché non venne portato al comando provinciale dei carabinieri per eseguire gli accertamenti di rito? Altra ipotesi investigativa: il pestaggio cominciò sull'auto di servizio: tra l'arresto e l'arrivo a Tor Sapienza ci fu anche la perquisizione domiciliare in casa dei genitori di Cucchi. Un viaggio dalla durata di un quarto d'ora per andare e un quarto d'ora per tornare. Stefano era agitato, secondo gli investigatori lui non voleva far sapere ai suoi dell'arresto.

I carabinieri hanno reagito con violenza alle sue proteste? Altra domanda alla quale bisognerà trovare una risposta. «Prendiamo atto con soddisfazione della notizia che ci sarebbero carabinieri sotto inchiesta – ha detto l'avvocato dei Cucchi, Fabio Anselmo –. Stefano è stato pestato probabilmente più volte, e in conseguenza di quei pestaggi è morto».

Le domande ancora senza risposta sono tante, e sono anche destinate ad aumentare: più si scava e più il caso Cucchi sembra offrire nuovi spunti investigativi. Se l'inchiesta rinascerà o meno, però, è ancora tutto da vedere.

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13/01/2015

La Corte d’Assise: “Cucchi pestato dopo l’arresto, riaprire le indagini”

Nuovo stop and go in uno dei casi più rappresentativi di ‘malapolizia’ degli ultimi anni nel nostro paese. Nelle motivazioni della sentenza con la quale il 31 ottobre la Prima Corte d’Assise d’Appello assolveva i dodici imputati accusati di aver causato le condizioni che portarono alla morte di Stefano Cucchi nel reparto carcerario dell’ospedale Pertini di Roma, e rese note ieri, il presidente Mario Lucio D’Andria, il giudice a latere Agatella Giuffrida e i componenti della giuria popolare puntano il dito contro chi aveva in custodia e picchiò il geometra procurandogli numerose fratture prima del suo arrivo in ospedale.

Scrivono i magistrati nelle 67 pagine diffuse ieri: «le lesioni subite dal Cuc­chi (...) deb­bono essere neces­sa­ria­mente col­le­gate a un’azione di per­cosse; e comun­que da un’azione volon­ta­ria, anche una spinta, che abbia pro­vo­cato la caduta a terra, con impatto sia del coc­cige che della testa con­tro una parete o con­tro il pavi­mento».

Se la colpa del suo decesso non fu dei sei medici e dei tre infer­mieri del nosocomio della capitale dove fu ricoverato dopo l’arresto e neanche dei tre agenti di poli­zia peni­ten­zia­ria imputati e assolti, è ora sui Carabinieri che occorre indagare. Le motivazioni sottolineano che «non può essere definita un’astratta congiuntura l’ipotesi emersa in primo grado secondo la quale l’azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri che hanno avuto in custodia Cucchi nella fase successiva alla perquisizione domiciliare»

Per i giudici il trentunenne romano arrestato per detenzione di sostanze stupefacenti il 15 ottobre del 2009 e morto una settimana dopo sarebbe stato picchiato all’interno di un limitato periodo di tempo che va dall’inizio della perquisizione dei carabinieri nell’abitazione dei genitori fino a quando, il giorno seguente, quando il medico di Regina Coeli, dove Cucchi era stato condotto dopo l’udienza di con­va­lida del fermo, riscontrò sul suo corpo delle lesioni così evidenti da prescrivergli delle radio­gra­fie urgenti al cra­nio e alla regione sacrale, oltre a una visita neu­ro­lo­gica.

Di qui la decisione da parte del col­le­gio giu­di­cante di rinviare tutti gli atti alla pro­cura romana «per­ché valuti la pos­si­bi­lità di svol­gere ulte­riori inda­gini al fine di accer­tare even­tuali respon­sa­bi­lità di per­sone diverse dagli agenti di poli­zia peni­ten­zia­ria giu­di­cati da que­sta Corte». Di fatto ordinando la riapertura di un’inchiesta nata male e continuata anche peggio con evidenti omissioni e buchi neri.

Ad esempio il non aver considerato importante la testimonianza di Samura Yaya, un detenuto che denunciò da subito di aver ascoltato dalla sua cella le urla di Cucchi e rumori che lasciavano intendere un pestaggio nei confronti del geometra romano all’interno delle camere di sicurezza del Tribunale di Roma. Ciò spiegherebbe perché, essendo appena avvenuto il pestaggio, il gip incaricato dell’udienza di convalida non si accorse di nulla.

I giudici mettono anche in dubbio i motivi della morte di Stefano Cucchi, scrivendo che “le quattro diverse ipotesi avanzate al riguardo, da parte dei periti d’ufficio (morte per sindrome da inanizione), dai consulenti del pubblico ministero (morte per insufficienza cardio-circolatoria acuta per brachicardia), delle parti civili (morte per esiti di vescica neurologica) e degli imputati (morte cardiaca improvvisa), tutti esperti di chiara fama non hanno fornito una spiegazione esaustiva e convincente del decesso di Stefano Cucchi. Dalla mancanza di certezze, non può che derivare il dubbio sulla sussistenza di un nesso di causalità tra le condotte degli imputati e l’evento”.

Come dire che, anche se si scoprisse che il detenuto fu picchiato dopo l’arresto, non è detto che quell’azione debba essere necessariamente essere ritenuta come causante della sua morte.

Non è ancora la svolta che la famiglia e gli avvocati chiedono da tempo nella vicenda, ma la sorella della vittima Ila­ria Cuc­chi non nasconde la sua soddisfazione; «la Corte, rinviando gli atti in procura, ha accolto il nostro invito a non voltarsi dall’altra parte» spiega, anche se secondo lei sussiste il rischio che «ulte­riori inda­gini ser­vano solo a dimo­strare che i due pm del primo pro­cesso hanno fatto tutto benissimo».

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07/11/2014

"Io, poliziotto, chiedo scusa alla famiglia Cucchi per l'oltraggio infinito"

Servo lo Stato da 26 anni soltanto grazie a un prudente disincanto che mi permette ancora di sopravvivere tra le pieghe di quel medesimo nulla costituito per lo più da ingiustizie, bugie, miserie umane, silenzi, paure, sofferenze.

Oggi intendo rompere quel silenzio cui si è condannati quasi contrattualmente da regolamenti di servizio che impongono e mitizzano l’obbedire tacendo, perché le parole pronunciate dal Segretario nazionale del Sap all’esito della pronuncia di assoluzione non restino consegnate anch’esse al fenomeno di cui sopra.

Il diritto di parola consentito al Segretario nazionale del Sap gli ha permesso di esprimere ”La piena soddisfazione per l’assoluzione di tutti gli imputati” con una disinvoltura che abitualmente può trovare applicazione esclusivamente in uno stadio dove l’unica forma di dolore può derivare abitualmente da un goal mancato e non già dalla morte violenta di un giovane celebrata in un’aula di Giustizia.

“Bisogna finirla in questo Paese di scaricare sui servitori dello Stato la responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo della condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze”.

Queste parole, in un contesto democratico che ne apprezzasse il loro peso, sortirebbero reazioni, conseguenze, interrogativi e dibattiti sul loro senso, sull’utilità e gli effetti di questa allegra scampagnata lessicale sul dolore di una famiglia nonché una minima inchiesta semantica sul concetto di vita dissoluta e al limite della legalità. Sarebbe da attendersi dal Segretario la spiegazione su quanto realmente produca paura in questo Paese e se l’abuso di alcol e droghe sia causa di morte per lesioni e se vi sia qualcosa di più dissoluto di un diritto calpestato.

Andrebbe preteso che ci chiarisse se quelle parole siano rappresentative di tutto l’universo della Polizia o invece siano la personale interpretazione di un dramma o la recensione di un abominio. E ancora gli andrebbe richiesto se il silenzio seguito alle sue parole sia l’indicatore di un Paese dove domina sul diritto l’incertezza, sulla complessità della vita l’omologazione, sui drammi umani l’assenza di indignazione e l’ignavia.

Per questo chiedo scusa alla famiglia Cucchi per questo oltraggio infinito, per questa deriva che non può rappresentare la totalità degli appartenenti alle forze di polizia neppure quelli a cui per regolamento è precluso il diritto di indignarsi e di affrancarsi dalla convivenza col divieto di opinione.

Nel dubbio, semplicemente nel dubbio.

Francesco Nicito, agente della Questura di Bologna

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02/11/2014

Stefano Cucchi. Il "garantismo" dei feroci e le prove sparite

Non c'è limite alla ferocia, è risaputo. Le prese di posizione dopo la sentenza d'appello sull'uccisione di Stefano Cucchi stanno facendo salire a galla i liquami mentali peggiori. Sempre esistiti, naturalmente, ma per alcuni decenni confinati al "foro interno" o alla pelosa omertà tra "colleghi".

Prendiamo quest'altro sindacatino corporativo di polizia, che evidentemente ha temuto di essere scavalcato a destra dal Sap (http://contropiano.org/malapolizia/item/27255-sentenza-cucchi-il-sap-pretende-l-impunita-perenne).

Il suo segretario, Franco Maccari, ha emesso la dichiarazione che segue:
«Basta con questa illogica ed insostenibile ricerca del colpevole ad ogni costo, perché a dire la vera verità le morti realmente violente che oltre tutto non hanno trovato giustizia né responsabili a cui far pagare il conto sono ben altre. Basta con questa non più sopportabile cantilena dell'inspiegabilità di un evento sia pur triste e luttuoso, se si vogliono sondare le ragioni di certe sciagure si guardi prima di tutto altrove, magari in famiglia». «È ora che le persone che normalmente cercano attorno a sé i capri espiatori per spiegare tutto quello che non funziona nella loro vita comincino ad assumersi le proprie responsabilità».
La prosa è scomposta in modo imbarazzante, ma il senso si capisce egualmente. In pratica, dopo un appello al necessario "garantismo" ("Basta con questa illogica ed insostenibile ricerca del colpevole ad ogni costo"), il signore in questione ripete quel che già aveva detto il Sap (Stefano Cucchi sarebbe morto perché tossicodipendente, non perché pestato dalle guardie e mal soccorso dai sanitari), aggiungendovi quel "tocco personale" utile a farsi notare di più: "se si vogliono sondare le ragioni di certe sciagure si guardi prima di tutto altrove, magari in famiglia"

La sequenza logica - riconosciamo che scomodare la logica può sembrare eccessivo - è dunque la seguente: Cucchi è morto perché si drogava, e se si drogava è colpa della famiglia, noi sbirri non c'entriamo niente. Anzi, non ci sono neanche dei "colpevoli da cercare". Punto e basta.

Quindi, quel corpo stracolmo di lividi non starebbe ad indicare - su questo ci sono certezze sia giudiziarie sia mediche (http://contropiano.org/malapolizia/item/26734-la-morte-di-stefano-cucchi-un-testimone-e-una-perizia) - un pestaggio selvaggio "ad opera di ignoti" (comunque agenti delle varie polizie che lo hanno avuto in custodia finché era in vita, in quanto detenuto), ma soltanto imprecisati "problemi familiari". Non consiglieremmo a nessuno di rivolgersi a uno psicologo formato in questa scuola di pensiero...

Ma lasciamo da parte la pretesa di esercitare liberamente la ferocia sui prigionieri più deboli (qualcuno ha mai sentito parlare di botte in carcere a Totò Riina?), e ritorniamo per un attimo sulla sentenza d'appello.

Il presidente della Corte d'Appello di Roma, Luciano Panzani, ha chiesto di fermare la "gogna mediatica" dei giudici sotto la sua direzione, responsabili dell'assoluzione generale degli imputati, perché:
«Il giudice penale deve accertare se vi sono prove sufficienti di responsabilità individuali e in caso contrario deve assolvere. È quello che i miei giudici hanno fatto anche questa volta».
Nulla da eccepire in linea di principio. Però, senza voler mettere alla gogna i giudici d'appello, tutta la vicenda processuale sull'uccisione di Stafano Cucchi è giudiziariamente e amministrativamente uno scandalo.

Vediamo perché. Stefano Cucchi era detenuto. L'amministrazione penitenziaria conosce gli "stati di servizio" di tutti gli agenti entrati in contatto con Stefano in ogni ora della sua detenzione (peraltro breve, nel periodo che ha preceduto la morte; insomma, non è un'indagine troppo complicata da fare). Altrettanto vale per l'amministrazione dell'ospedale Pertini, che oltretutto ha dedicato un piccolissimo reparto isolato proprio al trattamento dei detenuti; pochi medici e pochi infermieri, insomma. E anche qui con orari, date, firme sulle cartelle cliniche, medicinali somministrati, analisi e interventi effettuati, ecc.

Qualcuno potrebbe ricordare l'ipotesi che Stefano sia stato picchiato nelle celle d'attesa del tribunale di Roma. Ma anche in questo caso hanno avuto a che fare con lui soltanto carabinieri e agenti di polizia penitenziaria. Di cui l'Arma e l'amministrazione penitenziaria conoscono nomi, orari di servizio, turni, rapporti.

Cosa vogliamo dire? Che in un "ambiente chiuso" e totalmente controllato come un carcere, comprese le limitate "uscite autorizzate" (tribunale e ospedale), non c'è un solo attimo in cui Stefano - come ogni altro detenuto - non sia stato tenuto sotto osservazione. E non c'è "osservatore" che non sia stato a sua volta registrato in ogni attimo.

Ammettiamo dunque, per ipotesi, che i giudici d'appello abbiano le loro ragioni, e non ci siano negli atti sufficienti prove per condannare quei nomi che dovevano giudicare. Ma se i "nomi giusti" o le prove non vengono fuori è perché le amministrazioni di controllo - Ministero di grazia e giustizia e arma dei carabinieri, in primo luogo - si rifiutano di metterli integralmente a disposizione degli inquirenti. Fin dal giorno in cui è stata aperta l'inchiesta.

E nessuno può dire che queste amministrazioni - per potere e pratica storica - non siano in grado di "inquinare le prove".

E' del resto questa la domanda fondamentale che sta ponendo la famiglia di Stefano: "la Procura di Roma ha fatto davvero tutto per raggiungere la verità? E, se ha trovato ostacoli, da quale parte sono stati posti?

Domani mattina, lunedì, tutta la famiglia Cucchi - padre, madre e sorella - si presenterà davanti alla procura di Roma con maxi-cartelloni raffiguranti Stefano. "Andremo solo noi tre - ha detto Ilaria - senza alcun sit-in, presidio o altro. Vogliamo far vedere come Stefano è morto e le condizioni con le quali ce lo hanno riconsegnato".

Chiederanno anche un incontro col Procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone (arrivato soltanto nel 2012, molto dopo i fatti e la prima inchiesta). "Voglio chiedere al dottor Pignatone - dice Ilaria - se è soddisfatto dell'operato del suo ufficio, se quando mi ha detto che non avrebbe potuto sostituire i due pm che continuavano a fare il processo contro di noi, contro il mio avvocato, e contro mio fratello, ha fatto gli interessi del processo e della verità sulla morte di Stefano".

La famiglia Cucchi, infatti, prepara un'azione legale nei confronti del ministero della Giustizia, presumibilmente per la "scarsa collaborazione" offerta durante le indagini e in ogni caso per "responsabilità oggettiva".

L'avvocato Fabio Anselmo ha spiegato infatti che "intraprenderemo anche un'azione legale nei confronti del ministero affinché si possa riconoscerne la responsabilità rispetto alla morte di Stefano". Secondo la difesa, da entrambi i processi emergerebbe che comunque un pestaggio nelle celle del Tribunale c'è stato e quindi si chiama ora in causa il ministero della Giustizia affinché riconosca la sua responsabilità dal punto di vista di un risarcimento danni.

L'altro passo sarà un ricorso alla Corte Europea dei diritti dell'uomo.

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31/10/2014

Stefano Cucchi, non è successo niente

Non è successo niente, e se è successo qualcosa non è colpa di nessuno. Se qualcosa è successo tra l’arresto e la morte di Stefano Cucchi non ci sono prove. E per questa insufficienza di prove nessuno pagherà con un solo giorno di galera. La sentenza di appello sulla morte di Stefano Cucchi è, se possibile, persino peggiore della sentenza di primo grado. Tutti assolti, tutti non colpevoli. Se tra le mura della cella di piazzale Clodio, se nei corridoi delle caserme dei carabinieri dove il corpo esile dello “sporco pusher di Torpignattara” è transitato di milite in milite in maniera non proprio ortodossa, se sul letto del Pertini dove Stefano era detenuto in stato di inanizione i medici non se lo sono filato di striscio finché non è crepato, non lo sapremo mai, perché il giudice della Corte d’Appello di Roma così ha stabilito.

Niente prove, fine della storia. Sarà la cassazione forse a dirci se si dovrà tornare in appello, a replicare per l’ennesima volta la madre di tutte le farse processuali di malapolizia. Quel grande vaffa, quel dito medio del secondino imputato che svettava nell’aula del processo di primo grado, l’aula bunker di Rebibbia, ha stravinto e oggi ha avuto l’avallo di una corte che non ha evidentemente ritenuto di valutare come attendibili le tante prove e i tanti indizi che suggerivano una verità diversa dalle ripetute cadute per le scale e dalle lesioni ossee risalenti al 2006. Quel dito medio è un vaffanculo di stato.
Stefano è morto per motivi sconosciuti, è questa la nuova verità. La grande famiglia delle vittime di malapolizia, nella quale Ilaria Cucchi si è sempre contraddistinta per coraggio e determinazione, incassa forse la sconfitta più pesante, la più difficile da digerire. Ora sì, siamo tutti legittimati a pensare che c’è qualcosa di oscuro e indefinito che disorienta i processi per malapolizia verso l’insoluto. Qualcosa che puntualmente torna ed esercita una forza possente e coercitiva. Chiamiamolo come vogliamo: spirito di corpo, omertà istituzionale, connivenze tra apparati, cecità di stato. Non ha importanza. Ciò che conta è che qualsiasi cosa sia, nelle aule di tribunale dove si vivisezionano a suon di insulti le storie delle vittime e dei morti innocenti e si osannano religiosamente le divise dei vivi colpevoli, trova terreno fertile, piena legittimazione e spazza via la dignità di quelle famiglie che ostinate e ottuse cercano la verità.

Il messaggio è chiaro. Lucia, Claudia, Ilaria, Raimonda, Giuliana, tutte e tutti: non spendete più soldi in avvocati, non affollate le aule di tribunale, state alla larga da telecamere e giornalisti, rinunciate! Questa è una guerra persa, anche se le sporadiche battaglie vinte ci hanno fatto gridare alla vittoria. Fermatevi. Lo stato vi schiaffeggerà, vi offenderà ogni volta che potrà farlo, torturerà i vostri sonni e la vostra dignità. Per i vostri morti il codice penale si trasformerà in un libro di barzellette sconce. I vostri morti non contano niente, sono zero, meno di zero. Sono tossici, drogati, stalker, teppisti, barboni, matti, feccia della feccia di questa società, difesa strenuamente da valorosi uomini in divisa che “rischiano la vita per 1300 euro al mese”.

Non riuscite ancora a coglierlo il messaggio? In questo processo è ancora più chiaro che nei precedenti: più clamore mediatico fate, più articoli scrivete, più inchieste montate sulle colpe di stato e più legittimazione queste ultime avranno. Più coperture. Più sentenze favorevoli. Più vaffanculo e dita medie alzate al cielo, a gridare con la bava alla bocca, a tutti, che la divisa non si processa. È intoccabile. E se si processa può finire in un solo modo: tutti assolti. C’è violenza e violenza, ci sono botte e botte e il rito dell’Inviolabile Divisa oggi ha trovato il massimo livello di celebrazione.

Un morto di malapolizia ha sempre un muro di giustificazioni e prove, quelle escono puntualmente nero su bianco nei verbali, che scagionano, che creano alibi. Lo abbiamo capito tutti: i pugni nei denti diventano testate negli spigoli dei mobili; i lividi nel costato, improvvisi scivoloni sul pavimento delle caserme sempre assai incerato; le ossa rotte, si rompono per quelle maledette scale delle questure che nessuno si decide quantomeno a restaurare. Se muori in caserma, questo sarà il verbale della tua morte.
E comunque saranno tutti contenti, a partire dalle claque dei sindacati di categoria per finire con quel popolo dei social network col culto del fascista in divisa che commentando la notizia sul fatto che il Comune di Roma vuole intitolare una strada a Stefano Cucchi hanno dato il meglio di se con frasi sgrammaticate tipo “una volta le piazze le dedicavamo alle eroi ora ai delinquenti bravi continuiamo cosi”, “Paese di merda! si lo dico da servitore dello stato da quasi 30 anni, paese di merda!!!!”, “E li mortacci tua a te e a quella mercenaria de tu sorella che dalla tua morte se sta a fa li palazzi...”.

E ci fermiamo qui per rispetto e pudore.

Registriamo soltanto una delle tante barriere, di matrice soprattutto politica e culturale, che separa l’Italia in due. Due scuole di pensiero, due modi opposti di concepire la giustizia, le garanzie minime di dignità e salvaguardia dei diritti. Due mondi inconciliabili. La roccaforte delle impunità dovrà crollare. Il binomio sempre più solido tra cultura fascista e oltranzismo della violenza in divisa, dovrà essere spezzato una volta e per sempre.

L’onorabilità della divisa, come urlava il pm Abate nell’interrogatorio ad Alberto Biggiogero nel processo Uva, è un concetto ormai diradato. Di onorabile è rimasto ben poco. Resta la nudità della violenza, la vera anima della repressione di strada e di piazza. Restano divise sporche di sangue e, ancora una volta, le inutili lacrime di una madre, di una sorella, di un padre. Resta l’icona lontana di Stefano Cucchi e la sua smorfia di morte della quale a quanto pare, a certi giudici non importa poi granché.

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24/09/2014

Riparte il processo Cucchi. Il Pg: "condannate tutti"

Il processo di primo grado sulla morte di Stefano Cucchi si concluse con un'immagine emblematica: il dito medio di uno dei tre secondini imputati per lesioni aggravate, rivolto a chi contestava la sentenza di assoluzione a favore dei poliziotti della penitenziaria.

Quel dito medio era un sonoro vaffanculo dedicato al pubblico che protestava, agli avvocati di parte civile, e soprattutto alla famiglia di Stefano Cucchi. Quel dito medio indicava chiaramente la statura morale del poliziotto autore del gesto, oltre che le qualità intellettive e umane medie per essere arruolati nella polizia penitenziaria.

Oggi, presso la prima sezione della corte d'Assise d'appello di Roma si è aperto il processo di secondo grado per stabilire come e per colpa di chi sia morto Stefano Cucchi. E viste le premesse, quel vaffanculo di un poliziotto pieno di tracotanza e sbruffonaggine rischia di essere rispedito al mittente. L'udienza si apre con la revoca delle costituzioni di parte civile contro medici e infermieri, il che vuol dire che la battaglia legale della famiglia Cucchi si concentrerà esclusivamente contro le guardie penitenziarie di Regina Coeli, trasformando il dibattimento in un vero e proprio processo di malapolizia.

A seguire, la relazione del giudice a latere Tiziana Gualtieri, che riassume in estrema sintesi le fasi salienti del processo di primo grado e il relativo esito: Aldo Fierro condannato a due anni per omicidio colposo; per lo stesso reato un anno e quattro mesi a Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo, otto mesi invece per Rosita Caponetti, condannata anche per falso ideologico. La parola passa al procuratore generale Mario Remus che si lancia in una lunga e circostanziata requisitoria, articolata in sei punti, sei quesiti ai quali bisognerà dare una risposta.

Le lesioni personali sono state causate da un fatto accidentale o da una o più aggressioni volontarie? Gli esiti del processo di primo grado non sono soddisfacenti. Si è parlato di caduta per le scale, improvvisi scivoloni nei sotterranei di Piazzale Clodio, ma la quantità abnorme di lesioni interne ed esterne riscontrate sul corpo di Stefano, indicano ben altro. Indicano uno o più pestaggi, perché se solo di scalinate si trattasse, Stefano avrebbe dovuto risalirle e poi caderci “accidentalmente” almeno una decina di volte. La risposta, secondo il procuratore, è “no, nessuna caduta accidentale, Stefano Cucchi è stato aggredito”.

Secondo quesito: chi ha picchiato Stefano Cucchi? Il procuratore Remus, in base alle testimonianze e alla ricostruzione delle fasi trascorse tra arresto, udienza di convalida dell'arresto e traduzione al reparto detentivo dell'ospedale Pertini, stabilisce che Stefano è stato con ogni probabilità picchiato dalle guardie penitenziarie dopo la convalida dell'arresto e prima del trasporto all'ospedale Pertini, dove non sarebbe mai arrivato se qualcuno non lo avesse ridotto al punto da richiedere un ricovero.

Terzo: si pone una questione già sollevata nelle varie convenzioni europee per i diritti umani, tra le quali il CEDU. La domanda che il PG pone alla corte è: la reclusione nel reparto detentivo del Pertini è stata legale o illegale? Anche in questo caso la risposta pare inequivocabile, sostenendo il procuratore che “l'aggressione ha determinato misure di rigore illegali”. Si passa a valutare la posizione di medici e infermieri, e le considerazioni sulle reali cause scientifiche della morte si fanno più incerte e nebulose. Perché incerta e nebulosa è la ricostruzione della permanenza di Stefano presso l'ospedale Pertini. C'è stata negligenza da parte del personale sanitario, forse, ma a fronte di un paziente poco collaborativo, come viene descritto Cucchi. Pertanto, potrebbe essere presa in considerazione un'equa ripartizione delle responsabilità a carico di tutto il personale del Pertini. Il pg parla infatti di cooperazione in delitto colposo. Argomento ancora più spinoso è il nesso di causalità tra lesioni e morte del paziente. Confermando in sostanza quanto acquisito in primo grado, la morte è da imputare esclusivamente alle condizioni di ricovero della vittima, e al sostanziale stato di abbandono in cui versava. Le condizioni psico-fisiche peggioravano velocemente, ma nessuno ha preso in mano la situazione né ha adottato le necessarie contromisure. Né medici né infermieri. Resta in sospeso, lo affermerà a margine dell'udienza anche uno dei legali di parte civile, la vera questione: senza pestaggio, senza aggressione, non ci sarebbe stato ricovero. Senza pestaggio, Stefano sarebbe ancora vivo.

La requisitoria affronta infine l'eventualità o meno di una diffusa omertà corporativa. Possibile che tutti abbiano visto e nessuno abbia parlato? Il giudice dell'udienza di convalida dell'arresto di Stefano, altri agenti della polizia penitenziaria non coinvolti nel processo, i carabinieri che lo hanno arrestato e poi tradotto in diverse caserme, i medici e gli infermieri tutti: nessuno ha visto o sentito nulla? Nessuno ha riscontrato anomalie? Nessuno ha visto i segni sul volto? Nessuno ha visto le chiazze di sangue sul jeans? Nessuno ha registrato l'andatura claudicante di Stefano Cucchi? Nessuno ha notato che si sedeva leggermente reclinato, vista la lesione all'osso sacro? Nessuno, mentre lentamente Stefano moriva, ha notato che era arrivato a pesare 37 chili? Evidentemente no. Nessuno ha visto o sentito. Almeno fino a prova contraria. La requisitoria si chiude con la richiesta delle condanne: tre anni per omicidio colposo al medico Fierro, responsabile del reparto, due per gli altri medici coinvolti, due anni ai secondini per lesioni volontarie personali e aggravate, un anno agli infermieri.

Ci sono tutte le premesse per un grado di giudizio più equilibrato rispetto al primo.
L'avvocato Fabio Anselmo si dichiara soddisfatto: “si è respirata un'aria diversa. Non condividiamo completamente la linea del procuratore generale, ma apprezziamo l'apertura alla questione delle lesioni gravi commesse dalle guardie penitenziarie. Potrebbe aprire le porte anche a un'ipotesi di omicidio preterintenzionale”. Ilaria Cucchi, presente in aula con i genitori apprezza “la linea adottata dal procuratore. In quest'aula non ci sentiamo soli. Per la prima volta ho trovato rispetto per la figura di mio fratello Stefano”. In aula erano presenti Claudia Budroni, la sorella di Dino Budroni ucciso dalla polizia sul Grande Raccordo Anulare, e Andrea Magherini fratello di Riccardo Magherini, il quarantenne morto mentre veniva “arrestato” dai carabinieri.

La prossima udienza è fissata per l'8 ottobre. Parleranno i legali di parte civile.

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05/09/2013

I giudici: “Stefano Cucchi vittima di malasanità”

Sono arrivate ieri, a distanza di quasi tre mesi dalla sentenza emessa dalla corte lo scorso 5 giugno, le motivazioni dei giudici incaricati di far luce sulla morte del giovane romano, arrestato il 15 ottobre del 2009 e morto una settimana dopo all’ospedale Sandro Pertini. Per i magistrati, confermano le 187 pagine, Stefano Cucchi sarebbe morto per malnutrizione, abbandonato di fatto a sè stesso dai medici del reparto penitenziario del nosocomio romano, ma senza che vi sia stato dolo.

Scrivono i giudici, e questa in parte è una novità, che seppure a causare la morte “di fame” del ragioniere romano fu l’imperizia dei sanitari, forse la vittima fu pestata da chi lo aveva in custodia, probabilmente dai Carabinieri. Sarebbe «legittimo il dubbio che Stefano Cucchi, arrestato con gli occhi lividi e che lamentava di avere dolore, fosse stato già malmenato dai carabinieri», scrive la Corte che però non decide di rispedire gli atti in procura affinché il sospetto venga confermato o fugato da una nuova e approfondita inchiesta. D’altronde la sentenza evita di prendere in considerazione le tesi proposte dagli avvocati e dai consulenti della famiglia Cucchi, giudicandoli ‘non attendibili scientificamente’ ma senza prendersi il disturbo di spiegare perché.
Sul resto niente di nuovo dalla sentenza del 5 giugno, che trasformando una vicenda di Malapolizia in una di Malasanità aveva portato alla condanna – lieve, per carità – di Aldo Fierro – primario del reparto incriminato - e i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite, Silvia Di Carlo e Rosita Caponetti, assolvendo invece gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe, oltre naturalmente agli agenti della polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici. I condannati sono stati giudicati colpevoli di aver provocato alla vittima una ''sindrome da inanizione'' mentre i giudici hanno respinto la tesi delle difese degli imputati, secondo le quali invece il ragazzo era morto a causa di una improvvisa crisi cardiaca.
La famiglia si dice indignata di una sentenza omissiva e che non prende in considerazione una gran quantità di elementi della vicenda, trasformandola in una banale vicenda di malasanità e salvando non solo i Carabinieri che pure sospetta di aver pestato Stefano Cucchi, ma soprattutto la Polizia Penitenziaria.

Di seguito il commento di Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano.

Proviamo in questi momenti tanta speranza quanta, altrettanta, amarezza.
Speranza perché se avessimo voluto immaginare una sentenza debole e carente non avremmo potuto arrivare a tanto.
La sentenza riconosce il pestaggio ma lo attribuisce ai carabinieri con tanto di movente.
Quella mattina Stefano è stato oltre tre ore in attesa di essere giudicato. La Corte dice che si lamentava per la mancanza del rivotril, o del metadone.
Ma non per la dolorosissima frattura al sacro o per le lesioni al viso, alla testa, e su tutto il corpo.
La Corte sostiene che le aveva già ma, stranamente, Stefano inizia a lamentarsi solo dopo l'udienza di convalida. Si vede che prima non si era accorto di avere la schiena rotta.
La Corte omette di prendere in considerazione temi sui quali il processo si è a lungo soffermato e dice di fidarsi dei Periti senza usare un solo argomento scientifico per superare le numerose critiche loro rivolte da tutti i consulenti delle parti.
È una dichiarazione di fede. Di principio.
La Corte dice che lo hanno picchiato i carabinieri.
Ma il sangue trovato sui pantaloni ha data certa, era fresco.
Ma la Corte si dimentica comunque di restituire gli atti alla procura per procedere contro di loro. Così la prescrizione avanza.
La Corte demolisce la Procura di Roma sul pestaggio affermandolo a dispetto di arbarello e c. La Corte demolisce la procura attribuendo il pestaggio ai CC e non agli agenti.
La Corte demolisce la Procura smantellando ogni idea di complotto.
La Corte demolisce la Procura affermando gravi carenze di indagini come per esempio il non aver consentito a Samura Yaya di effettuare una ricognizione formale davanti ai tre imputati.
La Corte demolisce la Procura smantellando ogni idea di omicidio come conseguenza del grave reato di abbandono di incapace.
Si è trattato, insomma di una banalissima colpa medica. Questa è la nostra grande amarezza. Tre anni di processo spesi per questo.
Siamo indignati.
Non molleremo andremo avanti.

Ilaria Cucchi



Di seguito invece un articolo di Popoff sul coinvolgimento nella vicenda dei Carabinieri:

Cucchi, i dubbi della Corte sui Carabinieri

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