Lo aveva già annunciato nel 2018, il reato di tortura “impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro” e per questo andava abolito. Oggi che è presidente del Consiglio, Giorgia Meloni mantiene la promessa in merito a quell’annuncio.
Fratelli d’Italia ha presentato una proposta di legge per annullare il provvedimento introdotto nell’ordinamento italiano nel 2017, dopo un tormentato iter parlamentare.
La necessità di introdurre tale reato emerse dopo i drammatici fatti del G8 di Genova del 2001: l’Italia fu sanzionata nel 2015 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per la mancanza di adeguate ed efficaci misure di prevenzione e repressione delle condotte di tortura, contrarie all’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, qualificando le violenze commesse in quei giorni dalle forze di polizia contro i manifestati come tortura.
Il testo, che vede come prima firmataria Imma Vietri (assieme a Amich, Cangiano, Cerreto, Chiesa, Ciaburro, Iaia, La Porta, Longi, Maiorano, Michelotti e Tremaglia), intende di fatto eliminare gli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale che introducevano il reato e si lascia in piedi solo una sorta di aggravante all’articolo 61 del codice.
Una proposta a sole 24 ore dalla notizia della sospensione di 23 agenti di polizia penitenziaria del carcere di Biella, accusati proprio di tortura ai danni di tre detenuti che sarebbero stati “colpiti con calci pugni e schiaffi mentre erano ammanettati e denudati”, come da accusa del pubblico ministero.
La risposta della maggioranza è un liberi tutti perché, nella logica meloniana, se non si abrogassero gli articoli 613-bis e 613-ter “potrebbero finire nelle maglie del reato in esame comportamenti chiaramente estranei al suo ambito d’applicazione classico, tra cui un rigoroso uso della forza da parte della polizia durante un arresto o in operazioni di ordine pubblico particolarmente delicate o la collocazione di un detenuto in una cella sovraffollata”.
La proposta di legge fa proprio il caso delle carceri, dove sono sorte le principali indagini e processi proprio in merito alla tortura. Secondo Fratelli d’Italia “gli appartenenti alla polizia penitenziaria rischierebbero quotidianamente denunce per tale reato a causa delle condizioni di invivibilità delle carceri e della mancanza di spazi detentivi, con conseguenze penali molto gravi e totalmente sproporzionate”.
“Alla luce di tali considerazioni, per tutelare adeguatamente l’onorabilità e l’immagine delle Forze di polizia, che ogni giorno si adoperano per garantire la sicurezza pubblica rischiando la loro stessa vita e per evitare le pericolose deviazioni che l’applicazione delle nuove ipotesi di reato potrebbe determinare, la presente proposta di legge – si sottolinea ancora nella relazione – prevede l’introduzione di una nuova aggravante comune per dare attuazione agli obblighi internazionali” e “la contestuale abrogazione delle fattispecie penali della tortura e dell’istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura di cui rispettivamente agli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale“.
Immediata le razioni delle opposizioni. La più dura è quella della senatrice Ilaria Cucchi, che si è spinta ad un appello al capo dello Stato Sergio Mattarella affinché non si cancelli dall’ordinamento l’aggravante del reato di tortura “come invece intende fare Fratelli d’Italia”.
“Sostenere che la tortura in Italia non esista è una bugia. Far finta di niente e voltarsi dall’altra parte è già questa una violazione dei diritti umani e lo so perché l’ho provata sulla mia pelle – ha affermato la senatrice –. Più di un giudice, prima dell’introduzione di questa legge si è trovato a non poter procedere perché la legge non esisteva. Abbiamo lottato per la sua introduzione e ora rivolgo un appello a tutte le forze politiche soprattutto al Presidente della Repubblica: giù le mani dalla legge che punisce la tortura. Chi ha paura del reato di tortura legittima la tortura”, l’attacco durissimo di Cucchi.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/03/2023
07/04/2022
Giustizia per Stefano Cucchi, dopo dodici anni
La Cassazione ha condannato in via definitiva a 12 anni – un anno in meno rispetto alla sentenza di appello – i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati di omicidio preterintenzionale per il pestaggio e la morte di Stefano Cucchi.
Per i due carabinieri condannati dovrebbero a questo punto aprirsi le porte del carcere. Per puro caso, le condanne sono della stessa dimensione del tempo passato a combattere i depistaggi che l’Arma dei Carabinieri – a diversi livelli – ha messo in atto, fino a costringere a ben dieci processi per arrivare infine a stabilire questa verità che appariva evidente fin dal primo momento.
Prima della sentenza, il procuratore generale della Cassazione, Tomaso Epidendio ha dichiarato che i carabinieri hanno “voluto infliggere a Cucchi una severa punizione corporale di straordinaria gravità, per il suo comportamento strafottente. Tutto qui è drammaticamente grave ma concettualmente semplice: senza i calci, gli schiaffi, le spinte, ci sarebbe stata la frattura della vertebra? La risposta è palesemente negativa”.
La ricostruzione dei fatti – che riprendiamo per semplicità da Wired – è, nella sua dinamica abbastanza semplice, ex post.
Stefano Cucchi, la sera del 15 ottobre 2009, veniva arrestato da una pattuglia di carabinieri per il possesso di circa 20 grammi di hashish, 2 grammi di cocaina e due pastiglie di ecstasy.
Prima di essere portato in caserma, il giovane deve condurre i carabinieri a casa dei suoi genitori, dove viveva, per la perquisizione dell’alloggio. L’operazione non porta a nulla, tranne alla constatazione da parte della coppia che loro figlio si trova in buone condizioni fisiche e di salute. Un dettaglio che si rivelerà fondamentale nei successivi 13 anni.
Quella notte, Stefano la passa in caserma, da dove viene allertato il 118 per verificare il suo stato di salute. In poche ore, insomma, le sue condizioni passano da “buone” a “critiche”, tanto da dover essere chiamata un’ambulanza (cosa che, in una caserma dei carabinieri, avviene solo in casi davvero estremi).
In base ai resoconti e ai verbali dei carabinieri, Cucchi avrebbe rifiutato la visita medica, cosa che appare comprensibile solo per chi conosce da vicino le dinamiche e i comportamenti “obbligati” della detenzione (“sono caduto per le scale”, si usa dire dopo aver subito un pestaggio).
Il giorno successivo, prima dell’udienza per la conferma dell’arresto, il ragazzo viene consegnato alla polizia penitenziaria. Gli agenti a quel punto pretendono che Stefano sia sottoposto a una visita medica, dalla quale emergono forti lesioni alla regione sacrale, cioè alle vertebre più basse della colonna, e alle gambe.
Di nuovo, i verbali sostengono che Stefano abbia rifiutato una controllo più accurato.
Appare chiaro, insomma, che i “secondini” – vendendolo in condizioni critiche – abbiamo voluto una certificazione sanitaria che escludesse fossero loro gli autori del pestaggio. Un detenuto, in questa trafila, viene trattato come un “pacco”: ogni nuovo “lavorante” che lo prende in carico vuole che siano precisate le condizioni in cui gli arriva...
Durante l’udienza l’arresto viene convalidato, ma Stefano Cucchi, invece che in un ospedale, viene spostato nel carcere di Regina Coeli a Roma.
Segue subito l’ennesima visita medica e, questa volta, il dottore ne richiede l’immediato ricovero presso l’ospedale Fatebenefratelli. I verbali riferiscono che Stefano Cucchi avrebbe rifiutato il ricovero, venendo dimesso con la diagnosi di diverse fratture e numerosi ematomi.
Ufficialmente, i referti sostengono che la causa delle lesioni sarebbe stata una caduta dalle scale.
Passa un altro giorno e Stefano non può non andare in ospedale. Gli viene così imposto il ricovero, presso il reparto di “medicina protetta” del Pertini (in realtà una sezione specifica per detenuti).
Nonostante le sue condizioni precarie, l’amministrazione penitenziaria impedisce ogni visita alla famiglia Cucchi. Tre giorni dopo, alle 6 del mattino del 22 ottobre 2009, Stefano muore da solo, senza aver nemmeno potuto salutare i genitori e la sorella.
Il lunghissimo iter processuale non è però ancora arrivato al punto finale. O almeno non per tutti i carabinieri coinvolti nell’omicidio.
Ci sarà un processo di appello bis per il reato di falso nei confronti dei carabinieri Roberto Mandolini e per Francesco Tedesco, condannati in appello a 4 e a 2 anni e mezzo. Per questo reato però la prescrizione è ormai imminente, a maggio.
Tra pochi giorni, giovedì 7 aprile, è inoltre prevista la sentenza del processo sui presunti depistaggi dopo il decesso di Cucchi, che vede imputati otto carabinieri con diversi gradi – anche alti – accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia e per i quali il pm ha chiesto condanne che vanno da 1 anno e 1 mese fino a 7 anni.
Giustamente soddisfatte, dopo la sentenza definitiva della Cassazione, le dichiarazioni dei familiari e del loro avvocato, Fabio Anselmo, autentico protagonista di questa lunghissima battaglia giudiziaria.
“A questo punto possiamo mettere la parola fine su questa prima parte del processo sull’omicidio di Stefano. Possiamo dire che è stato ucciso di botte, che giustizia è stata fatta nei confronti di coloro che ce l’hanno portato via. Devo ringraziare tante persone, il mio pensiero in questo momento va ai miei genitori che di tutto questo si sono ammalati e non possono essere con noi, va ai miei avvocati Fabio Anselmo e Stefano Maccioni e un grande grazie al dottor Giovanni Musarò che ci ha portato fin qui”, ha detto Ilaria Cucchi dopo la sentenza.
“Finalmente è arrivata giustizia dopo tanti anni almeno nei confronti di chi ha picchiato Stefano causandone la morte“, ha aggiunto Rita Calore, madre di Stefano Cucchi, riportate dal suo legale Stefano Maccioni.
“Questi occhi hanno visto finalmente Giustizia. Stefano Cucchi è stato ucciso dai due carabinieri che lo arrestarono la notte tra il 15 e 16 ottobre 2009. Questa sentenza la dedichiamo ai medici legali Arbarello e Cattaneo che parlarono di caduta probabilmente accidentale e di lesioni lievi. Ora i responsabili dell’omicidio di Stefano saranno incarcerati”.
Così in un post su Facebook l’avvocato Fabio Anselmo, legale di Ilaria Cucchi, dopo la sentenza.
Ma non è finita, dicevamo. I carabinieri – tra cui alcuni alti ufficiali – responsabili dei depistaggi devono subire anche loro, se non altro per la semplice logica degli eventi, una condanna proporzionata.
Fonte
Per i due carabinieri condannati dovrebbero a questo punto aprirsi le porte del carcere. Per puro caso, le condanne sono della stessa dimensione del tempo passato a combattere i depistaggi che l’Arma dei Carabinieri – a diversi livelli – ha messo in atto, fino a costringere a ben dieci processi per arrivare infine a stabilire questa verità che appariva evidente fin dal primo momento.
Prima della sentenza, il procuratore generale della Cassazione, Tomaso Epidendio ha dichiarato che i carabinieri hanno “voluto infliggere a Cucchi una severa punizione corporale di straordinaria gravità, per il suo comportamento strafottente. Tutto qui è drammaticamente grave ma concettualmente semplice: senza i calci, gli schiaffi, le spinte, ci sarebbe stata la frattura della vertebra? La risposta è palesemente negativa”.
La ricostruzione dei fatti – che riprendiamo per semplicità da Wired – è, nella sua dinamica abbastanza semplice, ex post.
Stefano Cucchi, la sera del 15 ottobre 2009, veniva arrestato da una pattuglia di carabinieri per il possesso di circa 20 grammi di hashish, 2 grammi di cocaina e due pastiglie di ecstasy.
Prima di essere portato in caserma, il giovane deve condurre i carabinieri a casa dei suoi genitori, dove viveva, per la perquisizione dell’alloggio. L’operazione non porta a nulla, tranne alla constatazione da parte della coppia che loro figlio si trova in buone condizioni fisiche e di salute. Un dettaglio che si rivelerà fondamentale nei successivi 13 anni.
Quella notte, Stefano la passa in caserma, da dove viene allertato il 118 per verificare il suo stato di salute. In poche ore, insomma, le sue condizioni passano da “buone” a “critiche”, tanto da dover essere chiamata un’ambulanza (cosa che, in una caserma dei carabinieri, avviene solo in casi davvero estremi).
In base ai resoconti e ai verbali dei carabinieri, Cucchi avrebbe rifiutato la visita medica, cosa che appare comprensibile solo per chi conosce da vicino le dinamiche e i comportamenti “obbligati” della detenzione (“sono caduto per le scale”, si usa dire dopo aver subito un pestaggio).
Il giorno successivo, prima dell’udienza per la conferma dell’arresto, il ragazzo viene consegnato alla polizia penitenziaria. Gli agenti a quel punto pretendono che Stefano sia sottoposto a una visita medica, dalla quale emergono forti lesioni alla regione sacrale, cioè alle vertebre più basse della colonna, e alle gambe.
Di nuovo, i verbali sostengono che Stefano abbia rifiutato una controllo più accurato.
Appare chiaro, insomma, che i “secondini” – vendendolo in condizioni critiche – abbiamo voluto una certificazione sanitaria che escludesse fossero loro gli autori del pestaggio. Un detenuto, in questa trafila, viene trattato come un “pacco”: ogni nuovo “lavorante” che lo prende in carico vuole che siano precisate le condizioni in cui gli arriva...
Durante l’udienza l’arresto viene convalidato, ma Stefano Cucchi, invece che in un ospedale, viene spostato nel carcere di Regina Coeli a Roma.
Segue subito l’ennesima visita medica e, questa volta, il dottore ne richiede l’immediato ricovero presso l’ospedale Fatebenefratelli. I verbali riferiscono che Stefano Cucchi avrebbe rifiutato il ricovero, venendo dimesso con la diagnosi di diverse fratture e numerosi ematomi.
Ufficialmente, i referti sostengono che la causa delle lesioni sarebbe stata una caduta dalle scale.
Passa un altro giorno e Stefano non può non andare in ospedale. Gli viene così imposto il ricovero, presso il reparto di “medicina protetta” del Pertini (in realtà una sezione specifica per detenuti).
Nonostante le sue condizioni precarie, l’amministrazione penitenziaria impedisce ogni visita alla famiglia Cucchi. Tre giorni dopo, alle 6 del mattino del 22 ottobre 2009, Stefano muore da solo, senza aver nemmeno potuto salutare i genitori e la sorella.
Il lunghissimo iter processuale non è però ancora arrivato al punto finale. O almeno non per tutti i carabinieri coinvolti nell’omicidio.
Ci sarà un processo di appello bis per il reato di falso nei confronti dei carabinieri Roberto Mandolini e per Francesco Tedesco, condannati in appello a 4 e a 2 anni e mezzo. Per questo reato però la prescrizione è ormai imminente, a maggio.
Tra pochi giorni, giovedì 7 aprile, è inoltre prevista la sentenza del processo sui presunti depistaggi dopo il decesso di Cucchi, che vede imputati otto carabinieri con diversi gradi – anche alti – accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia e per i quali il pm ha chiesto condanne che vanno da 1 anno e 1 mese fino a 7 anni.
Giustamente soddisfatte, dopo la sentenza definitiva della Cassazione, le dichiarazioni dei familiari e del loro avvocato, Fabio Anselmo, autentico protagonista di questa lunghissima battaglia giudiziaria.
“A questo punto possiamo mettere la parola fine su questa prima parte del processo sull’omicidio di Stefano. Possiamo dire che è stato ucciso di botte, che giustizia è stata fatta nei confronti di coloro che ce l’hanno portato via. Devo ringraziare tante persone, il mio pensiero in questo momento va ai miei genitori che di tutto questo si sono ammalati e non possono essere con noi, va ai miei avvocati Fabio Anselmo e Stefano Maccioni e un grande grazie al dottor Giovanni Musarò che ci ha portato fin qui”, ha detto Ilaria Cucchi dopo la sentenza.
“Finalmente è arrivata giustizia dopo tanti anni almeno nei confronti di chi ha picchiato Stefano causandone la morte“, ha aggiunto Rita Calore, madre di Stefano Cucchi, riportate dal suo legale Stefano Maccioni.
“Questi occhi hanno visto finalmente Giustizia. Stefano Cucchi è stato ucciso dai due carabinieri che lo arrestarono la notte tra il 15 e 16 ottobre 2009. Questa sentenza la dedichiamo ai medici legali Arbarello e Cattaneo che parlarono di caduta probabilmente accidentale e di lesioni lievi. Ora i responsabili dell’omicidio di Stefano saranno incarcerati”.
Così in un post su Facebook l’avvocato Fabio Anselmo, legale di Ilaria Cucchi, dopo la sentenza.
Ma non è finita, dicevamo. I carabinieri – tra cui alcuni alti ufficiali – responsabili dei depistaggi devono subire anche loro, se non altro per la semplice logica degli eventi, una condanna proporzionata.
Fonte
13/07/2017
Stefano Cucchi, “finalmente un processo che cerca la verità”
La vicenda processuale relativa all’uccisione di Stefano Cucchi ha segnato questa settimana una novità importante. L’intervista a Fabio Anselmo, avvocato della famiglia, permette di chiarire cosa è avvenuto ed è stata realizzata da Radio Città Aperta.
Buongiorno avvocato
Buongiorno a voi.
A otto anni di distanza dalla morte di Stefano Cucchi finalmente qualcosa si muove. Possiamo dire questo?
Beh, direi che si muove non qualcosa... Direi che siamo in un momento assolutamente decisivo, che è stato il rinvio a giudizio dei responsabili del gravissimo pestaggio su Stefano, subito dopo il suo arresto. L’inchiesta, assolutamente mirabile, che inchioda alle proprie responsabilità gli imputati, è esitata nel doveroso rinvio a giudizio che, devo dire, era dato per scontato anche dagli stessi difensori degli imputati, da quello che ho capito...
In effetti noi ci siamo sentiti alcuni mesi fa, quando fu resa nota l’ultima perizia; e già in quell’occasione in effetti lei ci aveva detto che c’era ottimismo rispetto ad un rinvio a giudizio per i carabinieri coinvolti. Ricordiamo sono cinque persone, tre – mi corregga se sbaglio – con l’accusa di omicidio preterintenzionale, mentre due per aver testimoniato il falso durante gli altri processi.
Sì. Mi pare tre, perché uno dei tre accusati del pestaggio è accusato anche di avere detto il falso. Se ricordo bene a memoria, è così. Comunque non c’è differenza. Leggendosi le carte, studiando le carte del processo, si capisce chiaramente come è andata. Credo che le prove raccolte dalla procura di Roma siano formidabili rispetto agli autori del pestaggio. Infatti gli avvocati, da quello che ho capito, puntano molto l’attenzione sul contestare il nesso causale tra questo pestaggio e la morte di Stefano, facendo leva su quelle perizie, quelle consulenze contestatissime, che hanno portato a due annullamenti da parte della Corte di Cassazione per quanto riguarda la causa di morte di Stefano. Ma quelle due perizie, quelle consulenze dell’ufficio di procura, hanno dei nomi e dei cognomi. E noi li citeremo a giudizio come testimoni in questo processo, assolutamente. Io non vedo l’ora. Non vedo l’ora perché la verità è emersa. “Elle tre” (una delle vertebre, la terza lombare, ndr) aveva la sua frattura acuta prodotta dal pestaggio, che nella tac fatta dai periti risulta occultata, perché la vertebra è tagliata. E questo era stato messo nero su bianco dal presidente dell’associazione italiana di radiologia. I periti dell’incidente probatorio, pur nelle varie polemiche e contestazioni, alla fine hanno ammesso che l’unica causa di morte che ha dei riscontri obiettivi. Si parla tanto dell’epilessia, ma gli stessi periti dicono che non hanno nessun riscontro obiettivo. E lo dicono ben precisamente nella loro perizia. Quindi l’unica causa di morte che invece ha riscontri oggettivi è quella della vescica neurologica che si è determinata a seguito del violentissimo pestaggio, ossia delle fratture alla schiena di Stefano, che è esitata in un globo vescicale. Questo è quello che abbiamo sempre sostenuto in questi otto anni durissimi.
Questo è stato un elemento decisivo per il rinvio a giudizio, il fatto che la perizia evidenziasse una relazione tra le percosse e appunto la successiva – cito testualmente – “acuta distensione vescicale” riscontrata poi sul corpo di Stefano. E’ giusto?
Assolutamente. Noi abbiamo finalmente dei giudici in un processo che non è più un processo storto, con imputati sbagliati, con delle forzature evidenti come era quello originario; che ha creato tanti danni e tante polemiche e che non a caso ha subito due annullamenti da parte della Suprema corte di Cassazione. Noi finalmente abbiamo un processo dritto, fisiologico, naturale. Gli autori del violentissimo pestaggio dovranno risponderne al processo. Avranno tutti i loro diritti di difesa, li eserciteranno più che legittimamente. Ci misureremo, finalmente, in un’aula di Corte d’Assise con un processo impostato in maniera corretta.
E questa è sicuramente una buona notizia. Il processo dovrebbe avere il via il 13 ottobre prossimo, giusto?
Sì, esatto.
Secondo lei quali potrebbero essere i tempi, se esiste la possibilità di prevederlo?
Questo no. La possibilità di prevedere i tempi noi non ce l’abbiamo... Io vedo che però lo Stato vuole fare questo processo e lo vuole fare senza perdere tempo, senza pregiudicare i diritti di difesa, ma senza perdere tempo.
E questo sarebbe importante...
E’ molto importante, non scherziamo; di tempo ne abbiamo già perso troppo.
Sono passati otto anni... Un’ultima domanda. Non ha molto a che fare con il campo giuridico, però so che lei è ovviamente in contatto con Ilaria. Come sta Ilaria, come ha preso questo notizia?
Ilaria è una donna meravigliosa, è una donna stupenda, devo dire che non finirà mai di stupirmi. E’ una donna che ha saputo, da sola, affrontare tutto e tutti, superare ogni umiliazione, ogni sconfitta, mai – dico mai – perdendo la grande dignità che la contraddistingue e contraddistingue anche la sua famiglia. Ilaria chiaramente è emozionata. Ha una situazione, dal punto di vista emotivo, estremamente delicata perché chiaramente, finalmente, si troverà di fronte, in un’aula di giustizia, i responsabili della morte di suo fratello. E, soprattutto, non sarà più sola insieme a me, ma finalmente ha lo Stato al suo fianco, impersonato dalla Procura della Repubblica di Roma. E finalmente avrà un processo dove si spera non verrà processata lei stessa, la sua famiglia, Stefano, ma verranno processati gli autori di questo violentissimo pestaggio.
Ed è quello che ci auguriamo tutti. Grazie, avvocato, per il suo contributo...
Grazie a voi...
Fonte
Buongiorno avvocato
Buongiorno a voi.
A otto anni di distanza dalla morte di Stefano Cucchi finalmente qualcosa si muove. Possiamo dire questo?
Beh, direi che si muove non qualcosa... Direi che siamo in un momento assolutamente decisivo, che è stato il rinvio a giudizio dei responsabili del gravissimo pestaggio su Stefano, subito dopo il suo arresto. L’inchiesta, assolutamente mirabile, che inchioda alle proprie responsabilità gli imputati, è esitata nel doveroso rinvio a giudizio che, devo dire, era dato per scontato anche dagli stessi difensori degli imputati, da quello che ho capito...
In effetti noi ci siamo sentiti alcuni mesi fa, quando fu resa nota l’ultima perizia; e già in quell’occasione in effetti lei ci aveva detto che c’era ottimismo rispetto ad un rinvio a giudizio per i carabinieri coinvolti. Ricordiamo sono cinque persone, tre – mi corregga se sbaglio – con l’accusa di omicidio preterintenzionale, mentre due per aver testimoniato il falso durante gli altri processi.
Sì. Mi pare tre, perché uno dei tre accusati del pestaggio è accusato anche di avere detto il falso. Se ricordo bene a memoria, è così. Comunque non c’è differenza. Leggendosi le carte, studiando le carte del processo, si capisce chiaramente come è andata. Credo che le prove raccolte dalla procura di Roma siano formidabili rispetto agli autori del pestaggio. Infatti gli avvocati, da quello che ho capito, puntano molto l’attenzione sul contestare il nesso causale tra questo pestaggio e la morte di Stefano, facendo leva su quelle perizie, quelle consulenze contestatissime, che hanno portato a due annullamenti da parte della Corte di Cassazione per quanto riguarda la causa di morte di Stefano. Ma quelle due perizie, quelle consulenze dell’ufficio di procura, hanno dei nomi e dei cognomi. E noi li citeremo a giudizio come testimoni in questo processo, assolutamente. Io non vedo l’ora. Non vedo l’ora perché la verità è emersa. “Elle tre” (una delle vertebre, la terza lombare, ndr) aveva la sua frattura acuta prodotta dal pestaggio, che nella tac fatta dai periti risulta occultata, perché la vertebra è tagliata. E questo era stato messo nero su bianco dal presidente dell’associazione italiana di radiologia. I periti dell’incidente probatorio, pur nelle varie polemiche e contestazioni, alla fine hanno ammesso che l’unica causa di morte che ha dei riscontri obiettivi. Si parla tanto dell’epilessia, ma gli stessi periti dicono che non hanno nessun riscontro obiettivo. E lo dicono ben precisamente nella loro perizia. Quindi l’unica causa di morte che invece ha riscontri oggettivi è quella della vescica neurologica che si è determinata a seguito del violentissimo pestaggio, ossia delle fratture alla schiena di Stefano, che è esitata in un globo vescicale. Questo è quello che abbiamo sempre sostenuto in questi otto anni durissimi.
Questo è stato un elemento decisivo per il rinvio a giudizio, il fatto che la perizia evidenziasse una relazione tra le percosse e appunto la successiva – cito testualmente – “acuta distensione vescicale” riscontrata poi sul corpo di Stefano. E’ giusto?
Assolutamente. Noi abbiamo finalmente dei giudici in un processo che non è più un processo storto, con imputati sbagliati, con delle forzature evidenti come era quello originario; che ha creato tanti danni e tante polemiche e che non a caso ha subito due annullamenti da parte della Suprema corte di Cassazione. Noi finalmente abbiamo un processo dritto, fisiologico, naturale. Gli autori del violentissimo pestaggio dovranno risponderne al processo. Avranno tutti i loro diritti di difesa, li eserciteranno più che legittimamente. Ci misureremo, finalmente, in un’aula di Corte d’Assise con un processo impostato in maniera corretta.
E questa è sicuramente una buona notizia. Il processo dovrebbe avere il via il 13 ottobre prossimo, giusto?
Sì, esatto.
Secondo lei quali potrebbero essere i tempi, se esiste la possibilità di prevederlo?
Questo no. La possibilità di prevedere i tempi noi non ce l’abbiamo... Io vedo che però lo Stato vuole fare questo processo e lo vuole fare senza perdere tempo, senza pregiudicare i diritti di difesa, ma senza perdere tempo.
E questo sarebbe importante...
E’ molto importante, non scherziamo; di tempo ne abbiamo già perso troppo.
Sono passati otto anni... Un’ultima domanda. Non ha molto a che fare con il campo giuridico, però so che lei è ovviamente in contatto con Ilaria. Come sta Ilaria, come ha preso questo notizia?
Ilaria è una donna meravigliosa, è una donna stupenda, devo dire che non finirà mai di stupirmi. E’ una donna che ha saputo, da sola, affrontare tutto e tutti, superare ogni umiliazione, ogni sconfitta, mai – dico mai – perdendo la grande dignità che la contraddistingue e contraddistingue anche la sua famiglia. Ilaria chiaramente è emozionata. Ha una situazione, dal punto di vista emotivo, estremamente delicata perché chiaramente, finalmente, si troverà di fronte, in un’aula di giustizia, i responsabili della morte di suo fratello. E, soprattutto, non sarà più sola insieme a me, ma finalmente ha lo Stato al suo fianco, impersonato dalla Procura della Repubblica di Roma. E finalmente avrà un processo dove si spera non verrà processata lei stessa, la sua famiglia, Stefano, ma verranno processati gli autori di questo violentissimo pestaggio.
Ed è quello che ci auguriamo tutti. Grazie, avvocato, per il suo contributo...
Grazie a voi...
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06/10/2016
Ilaria Cucchi: “Avremo un processo per omicidio”
Dopo che è stata depositata la perizia chiesta dal Gip di Roma sulla morte di Stefano Cucchi, tutti i media mainstream – indistintamente, a partire dai telegiornali Rai, ormai ridotti a veline del governo e degli apparati – si sono precipitati a emanare la sentenza: "morto per epilessia, innocenti carabinieri e guardie, non ci fu nessun pestaggio".
Di fronte a un torrente di menzogne sarebbe una fatica di Sisifo smontarle una a una. Preferiamo perciò lasciare la parola a chi segue da anni, con determinazione, costanza, lucidità e passione tutta la vicenda. Dall'inizio alla fine che ancora non c'è. A Ilaria Cucchi, dunque.
Queste sono le conclusioni della Perizia Introna.
Il perito Introna tenta di scrivere la sentenza finale del processo per i responsabili del violentissimo pestaggio a mio fratello.
Riconosce 'bontà sua' la frattura di L3 da noi per sette anni sostenuta e riconosciuta dai PM, poi alza una cortina di fumo dicendo che è impossibile determinare con certezza una causa di morte di Stefano.
Il collegio peritale poi si avventura a formulare due ipotesi di morte.
La prima, per epilessia, che se in un primo momento viene ritenuta forse più probabile, nelle conclusioni la definisce 'priva di riscontri oggettivi'.
La seconda, dopo aver riconosciuto tutte le evidenze cliniche da sempre dai nostri medici legali evidenziate, riconosce il ruolo del globo vescicale come causa di morte in conseguenza delle fratture. A pagina 195 descrive compiutamente 'un'intensa stimolazione vagale produce brachicardia giunzionale', che ovviamente è conseguenza delle fratture, e poi della morte.
Il perito Introna infatti poi fa il giurista e dice in buona sostanza che coloro che lo hanno violentemente pestato rompendogli la schiena in più punti non sono responsabili della sua morte per il fatto che il terribile globo vescicale che ha fermato il suo cuore non si sarebbe formato se non ci fosse stata la responsabilità degli infermieri.
È questa la causa di morte da noi sempre sostenuta in questi anni, che a differenza dell'epilessia ha elementi oggettivi e riscontrati dagli stessi periti.
Raffreddo gli entusiasmi di coloro che si fanno forza di una presunta morte per epilessia facendo notare che i periti non sono nemmeno d'accordo con loro stessi sull'effettiva assunzione della terapia anti epilettica da parte di Stefano, che sarebbe l'elemento centrale per arrivare, a dir loro, a quella causa di morte. Infatti, mentre a pagina 196 della perizia sostengono che 'non è verosimile che Cucchi abbia assunto una terapia anti epilettica', a pagina 186 invece avevano scritto che aveva preso le medicine.
Faccio comunque notare che non è il giurista Introna a definire il nesso causale ma saranno i magistrati della procura ed i giudici. È evidente che se Stefano fosse morto di epilessia, come ipotizzato nella perizia, secondo quanto dicono gli stessi periti ciò sarebbe stato possibile in funzione delle condizioni fortemente debilitate dalla sua magrezza e dalle lesioni subite nel pestaggio.
Gli unici dati oggettivi scientifici che la perizia riconosce sono: il riconoscimento della duplice frattura della colonna e del globo vescicale che ha fermato il cuore.
Con una perizia così ora sappiamo che finalmente abbiamo ottime possibilità di vedere processati gli indagati per omicidio preterintenzionale.
Con buona pace dei medici e degli infermieri che vengono continuamente assolti.
Fonte
Di fronte a un torrente di menzogne sarebbe una fatica di Sisifo smontarle una a una. Preferiamo perciò lasciare la parola a chi segue da anni, con determinazione, costanza, lucidità e passione tutta la vicenda. Dall'inizio alla fine che ancora non c'è. A Ilaria Cucchi, dunque.
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AVREMO UN PROCESSO PER OMICIDIO
Queste sono le conclusioni della Perizia Introna.
Il perito Introna tenta di scrivere la sentenza finale del processo per i responsabili del violentissimo pestaggio a mio fratello.
Riconosce 'bontà sua' la frattura di L3 da noi per sette anni sostenuta e riconosciuta dai PM, poi alza una cortina di fumo dicendo che è impossibile determinare con certezza una causa di morte di Stefano.
Il collegio peritale poi si avventura a formulare due ipotesi di morte.
La prima, per epilessia, che se in un primo momento viene ritenuta forse più probabile, nelle conclusioni la definisce 'priva di riscontri oggettivi'.
La seconda, dopo aver riconosciuto tutte le evidenze cliniche da sempre dai nostri medici legali evidenziate, riconosce il ruolo del globo vescicale come causa di morte in conseguenza delle fratture. A pagina 195 descrive compiutamente 'un'intensa stimolazione vagale produce brachicardia giunzionale', che ovviamente è conseguenza delle fratture, e poi della morte.
Il perito Introna infatti poi fa il giurista e dice in buona sostanza che coloro che lo hanno violentemente pestato rompendogli la schiena in più punti non sono responsabili della sua morte per il fatto che il terribile globo vescicale che ha fermato il suo cuore non si sarebbe formato se non ci fosse stata la responsabilità degli infermieri.
È questa la causa di morte da noi sempre sostenuta in questi anni, che a differenza dell'epilessia ha elementi oggettivi e riscontrati dagli stessi periti.
Raffreddo gli entusiasmi di coloro che si fanno forza di una presunta morte per epilessia facendo notare che i periti non sono nemmeno d'accordo con loro stessi sull'effettiva assunzione della terapia anti epilettica da parte di Stefano, che sarebbe l'elemento centrale per arrivare, a dir loro, a quella causa di morte. Infatti, mentre a pagina 196 della perizia sostengono che 'non è verosimile che Cucchi abbia assunto una terapia anti epilettica', a pagina 186 invece avevano scritto che aveva preso le medicine.
Faccio comunque notare che non è il giurista Introna a definire il nesso causale ma saranno i magistrati della procura ed i giudici. È evidente che se Stefano fosse morto di epilessia, come ipotizzato nella perizia, secondo quanto dicono gli stessi periti ciò sarebbe stato possibile in funzione delle condizioni fortemente debilitate dalla sua magrezza e dalle lesioni subite nel pestaggio.
Gli unici dati oggettivi scientifici che la perizia riconosce sono: il riconoscimento della duplice frattura della colonna e del globo vescicale che ha fermato il cuore.
Con una perizia così ora sappiamo che finalmente abbiamo ottime possibilità di vedere processati gli indagati per omicidio preterintenzionale.
Con buona pace dei medici e degli infermieri che vengono continuamente assolti.
Fonte
19/07/2016
Caso Cucchi, confermate le assoluzioni. Facebook censura Ilaria
Tutti assolti, sentenza confermata. La corte d’Appello di Roma ha ribadito ieri, dopo una camera di consiglio durata circa tre ore, che i cinque medici che hanno avuto in cura Stefano Cucchi nel reparto carcerario dell’ospedale Pertini nell’ottobre del 2009 non sono responsabili della sua morte. Si tratta del primario Aldo Fierro e dei medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo.
Il procuratore generale Eugenio Rubolino aveva chiesto di ribaltare la sentenza assolutoria di tutti gli imputati e condannarli invece per omicidio colposo a quattro anni di reclusione il primario, e a tre anni e mezzo ciascuno gli altri medici. Condannati in primo grado il 5 giugno 2013 per omicidio colposo, i medici furono poi assolti in appello con la formula che richiama la vecchia insufficienza di prove. Lo scorso dicembre, però, la Corte di Cassazione annullò quelle assoluzioni, disponendo un appello-bis.
“Cucchi è stato pestato, ucciso quando era in mano dello Stato, ucciso da servitori dello Stato in camice bianco. Occorre – aveva detto il rappresentante dell’accusa – restituire dignità a Stefano e all’intero Paese. Bisogna evitare che muoia una terza volta”. Ma il magistrato è stato di altro avviso.
«Ciao Stefano, tu eri già così – questo il commento di Ilaria Cucchi su Facebook –. Lo sei sempre stato. Noi non ce ne siamo mai accorti ma non abbiamo colpe perché in fin dei conti tu eri già così. Eri già morto quando stavi con noi alla tua ultima festa di compleanno, eri già morto quando ti hanno visto il giorno prima del tuo arresto varcare la soglia degli uffici del comune e della provincia. Eri già morto quando ti hanno visto correre ed allenarti 4 ore prima del tuo arresto. Eri già morto quando ti hanno arrestato. Non se ne era accorto nessuno. Magari sei deperito e dimagrito dopo morto. Magari diranno così. Ma tu sei sempre stato morto».
Intanto però Facebook ha cancellato la pagina pubblica di Ilaria Cucchi: il motivo sarebbe da ricercare in alcune foto del cadavere di suo fratello pubblicate qualche giorno fa. Per il popolare social network quelle immagini violavano gli standard della comunità. «Eh sì – dice ancora Ilaria Cucchi –. Quella foto fa vergognare. Perché quella foto racconta la verità. Senza bisogno di parole. È quello che ho avuto davanti agli occhi sette anni fa, in quella sala dell’obitorio dove ho dato l’addio a mio fratello. Quella foto dice come è morto Stefano. Tutto il resto conta poco».
Fonte
Il procuratore generale Eugenio Rubolino aveva chiesto di ribaltare la sentenza assolutoria di tutti gli imputati e condannarli invece per omicidio colposo a quattro anni di reclusione il primario, e a tre anni e mezzo ciascuno gli altri medici. Condannati in primo grado il 5 giugno 2013 per omicidio colposo, i medici furono poi assolti in appello con la formula che richiama la vecchia insufficienza di prove. Lo scorso dicembre, però, la Corte di Cassazione annullò quelle assoluzioni, disponendo un appello-bis.
“Cucchi è stato pestato, ucciso quando era in mano dello Stato, ucciso da servitori dello Stato in camice bianco. Occorre – aveva detto il rappresentante dell’accusa – restituire dignità a Stefano e all’intero Paese. Bisogna evitare che muoia una terza volta”. Ma il magistrato è stato di altro avviso.
«Ciao Stefano, tu eri già così – questo il commento di Ilaria Cucchi su Facebook –. Lo sei sempre stato. Noi non ce ne siamo mai accorti ma non abbiamo colpe perché in fin dei conti tu eri già così. Eri già morto quando stavi con noi alla tua ultima festa di compleanno, eri già morto quando ti hanno visto il giorno prima del tuo arresto varcare la soglia degli uffici del comune e della provincia. Eri già morto quando ti hanno visto correre ed allenarti 4 ore prima del tuo arresto. Eri già morto quando ti hanno arrestato. Non se ne era accorto nessuno. Magari sei deperito e dimagrito dopo morto. Magari diranno così. Ma tu sei sempre stato morto».
Intanto però Facebook ha cancellato la pagina pubblica di Ilaria Cucchi: il motivo sarebbe da ricercare in alcune foto del cadavere di suo fratello pubblicate qualche giorno fa. Per il popolare social network quelle immagini violavano gli standard della comunità. «Eh sì – dice ancora Ilaria Cucchi –. Quella foto fa vergognare. Perché quella foto racconta la verità. Senza bisogno di parole. È quello che ho avuto davanti agli occhi sette anni fa, in quella sala dell’obitorio dove ho dato l’addio a mio fratello. Quella foto dice come è morto Stefano. Tutto il resto conta poco».
Fonte
07/01/2016
Ilaria, Lucia, Patrizia e le altre: le parole contro la malapolizia
Dopo il caos mediatico e il fuoco incrociato di stampa mainstream e politicanti di destra su Ilaria Cucchi, è stato il Tg3 a fare l'ultimo scoop, intervistando Anna Carino, la ex moglie del carabiniere Raffaele D'Alessandro, indagato per la morte di Stefano Cucchi nella seconda inchiesta aperta dalla procura di Roma sul caso: «Quello che lui mi ha raccontato – ha detto la donna parlando del carabiniere – è che loro quella sera gliene hanno date tante, questo il termine che ha usato». D'Alessandro ne parlava «quasi vantandosene, divertito, forse si sentiva intoccabile» dice la signora Carino che adesso è pronta anche a testimoniare «perché quella famiglia deve avere giustizia» e perché «ho incontrato Ilaria e le ho chiesto scusa per non aver parlato prima».
Un altro tassello pesante, dunque, si aggiunge al mosaico accusatorio che vede, dopo sei anni abbondanti, gli agenti che arrestarono Stefano come indagati, tra nuove perizie e tante testimonianze rimaste inedite.
Testimonianze di solidarietà sono arrivate domenica anche dai tifosi della Roma, che allo stadio di Verona hanno intonato cori ed esibito uno striscione con scritto «Con Ilaria per Stefano».
Vicinanza è stata espressa anche da Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi: «A suo tempo non ho pubblicato le foto degli agenti, ma con l'esperienza di oggi lo avrei fatto anche io».
Chi invece lo ha proprio fatto è stata Lucia Uva, sorella di Giuseppe, che pure ha pubblicato su Facebook le foto di un poliziotto sotto processo per la morte di suo fratello: l'uomo, Francesco Tedesco, «la notte del 14/6/2008 era presente nella caserma quando hanno preso Giuseppe. Ha un profilo di Facebook, io che colpa ne ho se come Ilaria Cucchi voglio farmi del male per vedere in faccia chi ha passato gli ultimi attimi di vita di mio fratello? Questo soggetto a Giuseppe lo conosceva molto bene... Mettetevi bene in testa noi vittime dello Stato vogliamo solo la verità e non ci fermeremo fin quando i colpevoli non verranno tutti fuori».
«Il fatto di non concentrarsi su temi complessi ma di focalizzarsi tanto su questi episodi, sfalsa la realtà e deforma la vista – questo il commento del senatore del Pd Luigi Manconi, intervistato dal portale Articolo 21 –. Prendiamo il caso di Lucia Uva: quasi certamente non verrà soddisfatto il suo bisogno di giustizia dal momento che sono prescritti tutti i reati. Ha affrontato una situazione disperata praticamente da sola, in una città come Varese che le è stata sempre ostile. Noi abbiamo fatto iniziative a Varese cui venivano solo 30 persone. Posso dirle come si è comportata l’informazione in quella situazione: il giornale locale, dopo avermelo chiesto, non ha pubblicato un articolo in cui spiegavo questa problematica alla città. Solo adesso la cittadinanza mostra finalmente solidarietà a Lucia. Rispetto a queste tragedie, ripeto, noi invece siamo qui a discettare sullo stile di Ilaria Cucchi. Come vi permettete mi viene da dire?».
La risposta a tutto questo da parte degli agenti coinvolti è una sfilza di denunce fatte o promesse, con tanto di giustificazione teorica fornita ora dal Corriere della Sera (l'articolo di Aldo Cazzullo che ha paragonato il gesto di Ilaria Cucchi alle schedature degli Anni di Piombo) ora da Repubblica (Carlo Bonini ha paragonato la pubblicazione delle foto alla stessa morte di Stefano).
Da citare infine il Tweet del fumettista Zerocalcare, che ha riassunto così i termini della polemica: «Fammi prende appunti: foto di barbone che piscia pe strada sì, perché è degrado. Foto guardia che t'ammazza il fratello no, perché è galateo».
Fonte
Un altro tassello pesante, dunque, si aggiunge al mosaico accusatorio che vede, dopo sei anni abbondanti, gli agenti che arrestarono Stefano come indagati, tra nuove perizie e tante testimonianze rimaste inedite.
Testimonianze di solidarietà sono arrivate domenica anche dai tifosi della Roma, che allo stadio di Verona hanno intonato cori ed esibito uno striscione con scritto «Con Ilaria per Stefano».
Vicinanza è stata espressa anche da Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi: «A suo tempo non ho pubblicato le foto degli agenti, ma con l'esperienza di oggi lo avrei fatto anche io».
Chi invece lo ha proprio fatto è stata Lucia Uva, sorella di Giuseppe, che pure ha pubblicato su Facebook le foto di un poliziotto sotto processo per la morte di suo fratello: l'uomo, Francesco Tedesco, «la notte del 14/6/2008 era presente nella caserma quando hanno preso Giuseppe. Ha un profilo di Facebook, io che colpa ne ho se come Ilaria Cucchi voglio farmi del male per vedere in faccia chi ha passato gli ultimi attimi di vita di mio fratello? Questo soggetto a Giuseppe lo conosceva molto bene... Mettetevi bene in testa noi vittime dello Stato vogliamo solo la verità e non ci fermeremo fin quando i colpevoli non verranno tutti fuori».
«Il fatto di non concentrarsi su temi complessi ma di focalizzarsi tanto su questi episodi, sfalsa la realtà e deforma la vista – questo il commento del senatore del Pd Luigi Manconi, intervistato dal portale Articolo 21 –. Prendiamo il caso di Lucia Uva: quasi certamente non verrà soddisfatto il suo bisogno di giustizia dal momento che sono prescritti tutti i reati. Ha affrontato una situazione disperata praticamente da sola, in una città come Varese che le è stata sempre ostile. Noi abbiamo fatto iniziative a Varese cui venivano solo 30 persone. Posso dirle come si è comportata l’informazione in quella situazione: il giornale locale, dopo avermelo chiesto, non ha pubblicato un articolo in cui spiegavo questa problematica alla città. Solo adesso la cittadinanza mostra finalmente solidarietà a Lucia. Rispetto a queste tragedie, ripeto, noi invece siamo qui a discettare sullo stile di Ilaria Cucchi. Come vi permettete mi viene da dire?».
La risposta a tutto questo da parte degli agenti coinvolti è una sfilza di denunce fatte o promesse, con tanto di giustificazione teorica fornita ora dal Corriere della Sera (l'articolo di Aldo Cazzullo che ha paragonato il gesto di Ilaria Cucchi alle schedature degli Anni di Piombo) ora da Repubblica (Carlo Bonini ha paragonato la pubblicazione delle foto alla stessa morte di Stefano).
Da citare infine il Tweet del fumettista Zerocalcare, che ha riassunto così i termini della polemica: «Fammi prende appunti: foto di barbone che piscia pe strada sì, perché è degrado. Foto guardia che t'ammazza il fratello no, perché è galateo».
Fonte
06/01/2016
Ilaria Cucchi, la gogna e la fogna mediatica
C'è qualcosa di misterioso nella cronaca. Al netto dei dubbi e delle certezze, come una notizia poi riesca a diventare un pezzo e poi un titolo, spesso, è una dinamica che sfugge persino ai giornalisti: semplicemente le cose si fanno così e poi il giorno dopo escono stampate in edicola.
Basta aprire una qualsiasi cronaca locale: per fatti anche non rilevanti si tende a pubblicare nomi, cognomi e foto dei coinvolti. A volte non ci si fanno molti scrupoli nemmeno a pubblicare intercettazioni uscite non si sa bene come dagli uffici giudiziari – magari a indagini aperte –, parole su parole la cui rilevanza penale talvolta è tutta da dimostrare. Eppure si pubblica tutto lo stesso. Perché gli arresti e le indagini sono fatti pubblici e la gente deve sapere (anche se forse non vuole, ma non ci sono prove di questo), perché li sappiamo e dobbiamo farlo vedere, perché sì, perché è uguale.
A volte però certi casi sono più uguali degli altri. Ne sa qualcosa Ilaria Cucchi, che si è limitata a postare sulla sua bacheca di Facebook la foto (già pubblica a tutti gli effetti) di uno dei carabinieri indagati nella seconda inchiesta sulla morte di suo fratello Stefano.
Il Corriere della Sera per primo ha parlato di un'Ilaria Cucchi «diversa» rispetto al solito, incline alla gogna, capace di utilizzare le armi che di solito venivano usate contro di lei. Il discorso sarebbe già discutibile – ci arriviamo –, ma la cosa più grave è la malafede di fondo: perché esporre la foto di un carabiniere è una gogna mentre invece va bene sparare quelle del ragazzino che ha mandato l'sms con bestemmia annessa al programma di capodanno della Rai? Perché Ilaria è inopportuna mentre quelli che invocano lo sterminio degli immigrati perché sono tutti ladri sono la voce del popolo che comunque va raccolta? Ah, i misteri della cronaca. Oltre alla gogna, occorre prendere atto che esiste anche la fogna mediatica.
Ilaria ha pubblicato quella foto perché sono sei anni che suo fratello è morto e le istituzioni ancora non hanno dato una risposta che sia una alla richiesta di giustizia e verità proveniente dalla famiglia. Perché, alla faccia del senso del pericolo, di quello del ridicolo, del buonsenso e pure dello stato di diritto, nella repubblica penale italiana è possibile che su un singolo fatto ci siano un processo in corso (il nuovo giudizio di Appello per i medici) e un'inchiesta aperta (quella sui carabinieri). Perché, come ha detto lei stessa, ha voluto farsi del male, e in fondo c'è da capirla.
Alla fine di questa storia – se mai questa storia finirà – forse una verità giudiziaria uscirà pure fuori. Parziale, sfuggente e contraddittoria com'è sempre la verità giudiziaria: quella porzione di fatti scritta sua una sentenza rappresenta soltanto il risvolto della realtà che ha una rilevanza penale, non la realtà in sé e per sé.
La verità storica sul caso Cucchi, in compenso, è ormai chiara a tutti: Stefano è stato preso vivo dallo Stato e ne è uscito morto. E questo è quanto.
Fonte
Basta aprire una qualsiasi cronaca locale: per fatti anche non rilevanti si tende a pubblicare nomi, cognomi e foto dei coinvolti. A volte non ci si fanno molti scrupoli nemmeno a pubblicare intercettazioni uscite non si sa bene come dagli uffici giudiziari – magari a indagini aperte –, parole su parole la cui rilevanza penale talvolta è tutta da dimostrare. Eppure si pubblica tutto lo stesso. Perché gli arresti e le indagini sono fatti pubblici e la gente deve sapere (anche se forse non vuole, ma non ci sono prove di questo), perché li sappiamo e dobbiamo farlo vedere, perché sì, perché è uguale.
A volte però certi casi sono più uguali degli altri. Ne sa qualcosa Ilaria Cucchi, che si è limitata a postare sulla sua bacheca di Facebook la foto (già pubblica a tutti gli effetti) di uno dei carabinieri indagati nella seconda inchiesta sulla morte di suo fratello Stefano.
Il Corriere della Sera per primo ha parlato di un'Ilaria Cucchi «diversa» rispetto al solito, incline alla gogna, capace di utilizzare le armi che di solito venivano usate contro di lei. Il discorso sarebbe già discutibile – ci arriviamo –, ma la cosa più grave è la malafede di fondo: perché esporre la foto di un carabiniere è una gogna mentre invece va bene sparare quelle del ragazzino che ha mandato l'sms con bestemmia annessa al programma di capodanno della Rai? Perché Ilaria è inopportuna mentre quelli che invocano lo sterminio degli immigrati perché sono tutti ladri sono la voce del popolo che comunque va raccolta? Ah, i misteri della cronaca. Oltre alla gogna, occorre prendere atto che esiste anche la fogna mediatica.
Ilaria ha pubblicato quella foto perché sono sei anni che suo fratello è morto e le istituzioni ancora non hanno dato una risposta che sia una alla richiesta di giustizia e verità proveniente dalla famiglia. Perché, alla faccia del senso del pericolo, di quello del ridicolo, del buonsenso e pure dello stato di diritto, nella repubblica penale italiana è possibile che su un singolo fatto ci siano un processo in corso (il nuovo giudizio di Appello per i medici) e un'inchiesta aperta (quella sui carabinieri). Perché, come ha detto lei stessa, ha voluto farsi del male, e in fondo c'è da capirla.
Alla fine di questa storia – se mai questa storia finirà – forse una verità giudiziaria uscirà pure fuori. Parziale, sfuggente e contraddittoria com'è sempre la verità giudiziaria: quella porzione di fatti scritta sua una sentenza rappresenta soltanto il risvolto della realtà che ha una rilevanza penale, non la realtà in sé e per sé.
La verità storica sul caso Cucchi, in compenso, è ormai chiara a tutti: Stefano è stato preso vivo dallo Stato e ne è uscito morto. E questo è quanto.
Fonte
26/06/2015
"Libertà di tortura", Ilaria Cucchi bacchetta Matteo Salvini
Una legge «sbagliata e pericolosa che rischia di far lavorare in condizioni ancora peggiori gli uomini delle Forze dell’ordine». Se ne è uscito così il leader della Lega Nord - in versione 'legge e ordine' - Matteo Salvini, nel corso di una manifestazione contro il ddl sulla tortura organizzata dal Sindacato autonomo di Polizia (Sap), una delle sigle sindacali più a destra del panorama delle forze dell'ordine. «Il primo delinquente di turno li può denunciare per essere stato arrestato con troppa irruenza o psicologicamente torturato».
«Ci vuole libertà di azione assoluta per polizia e carabinieri - ha detto il segretario del Carroccio - Se devo prendere per il collo un delinquente lo prendo per il collo e se si sbuccia un ginocchio o si rompe una gamba, c... suoi. Poi se qualcuno sbaglia paga, anche doppio, ma parliamo di poche unità». «È ovvio che chi ha sbagliato alla Diaz paghi, ma per l’errore di qualcuno - sottolinea - non possiamo mettere a rischio il lavoro di tutti» ha aggiunto il leader nazileghista con una frase sibillina, ascoltando la quale qualcuno potrebbe intendere che quando Salvini parla di 'errore di qualcuno' si riferisce non alla tortura in sé ma al fatto di essersi lasciati scoprire.
Naturalmente la partecipazione del leader del partito di destra all'iniziativa del sindacato di polizia - i poliziotti hanno volantinato contro il ddl sulla tortura davanti a Palazzo Chigi - e le sue affermazioni contro l'istituzione del reato di tortura in Italia hanno sollevato un vespaio di polemiche.
«La posizione del Sindacato autonomo di Polizia è fuori dalla comunità internazionale. La polizia deve essere un corpo che protegge i diritti umani e non deve aver paura del reato di tortura. Va ricordato che la tortura è considerato dal diritto internazionale un crimine contro l’umanità tanto da essere fra quelli su cui può investigare e giudicare la Corte Penale Internazionale dell’Aia», hanno affermato in una nota congiunta Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, Massimo Corti, presidente di Acat e Franco Corleone, coordinatore dei Garanti dei detenuti.
Dopo poche ore sul profilo facebook di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi morto dopo l'arresto da parte delle forze dell'ordine, è comparso un post che bacchetta pesantemente il leader del Carroccio.
«Ci vuole libertà di azione assoluta per polizia e carabinieri - ha detto il segretario del Carroccio - Se devo prendere per il collo un delinquente lo prendo per il collo e se si sbuccia un ginocchio o si rompe una gamba, c... suoi. Poi se qualcuno sbaglia paga, anche doppio, ma parliamo di poche unità». «È ovvio che chi ha sbagliato alla Diaz paghi, ma per l’errore di qualcuno - sottolinea - non possiamo mettere a rischio il lavoro di tutti» ha aggiunto il leader nazileghista con una frase sibillina, ascoltando la quale qualcuno potrebbe intendere che quando Salvini parla di 'errore di qualcuno' si riferisce non alla tortura in sé ma al fatto di essersi lasciati scoprire.
Naturalmente la partecipazione del leader del partito di destra all'iniziativa del sindacato di polizia - i poliziotti hanno volantinato contro il ddl sulla tortura davanti a Palazzo Chigi - e le sue affermazioni contro l'istituzione del reato di tortura in Italia hanno sollevato un vespaio di polemiche.
«La posizione del Sindacato autonomo di Polizia è fuori dalla comunità internazionale. La polizia deve essere un corpo che protegge i diritti umani e non deve aver paura del reato di tortura. Va ricordato che la tortura è considerato dal diritto internazionale un crimine contro l’umanità tanto da essere fra quelli su cui può investigare e giudicare la Corte Penale Internazionale dell’Aia», hanno affermato in una nota congiunta Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, Massimo Corti, presidente di Acat e Franco Corleone, coordinatore dei Garanti dei detenuti.
Dopo poche ore sul profilo facebook di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi morto dopo l'arresto da parte delle forze dell'ordine, è comparso un post che bacchetta pesantemente il leader del Carroccio.
Caro Salvini,Fonte
Provo grande tenerezza nei suoi confronti.
Dopo averla vista lanciare i suoi anatemi persino nei confronti di Papa Bergoglio, ora la vedo drammaticamente ridicolizzare le forze dell’ordine tutte di fronte a tutto il mondo. Potenza della globalizzazione. Potenza ma anche conseguenza del cosiddetto mondo globale. Il proprio messaggio viene spietatamente diffuso via internet a moltitudini di persone indefinite che lo possono percepire in tutto il suo significato. Nel bene e nel male. Nella sua valenza pregante o nella sua disarmante superficialità. Nella sua illuminante acutezza o nella sua ridicola stupidità. Sempre e comunque.
Ma Lei, caro Matteo Salvini, ha mai studiato o solo letto il disegno di legge sulla tortura che tanto critica per compiacere la pancia di coloro che non possono non preoccupare, con le loro prese di posizione, Colui che ha la responsabilità di garantire la democrazia e la libertà della Costituzione in questo Paese?
Prevengo subito le sue tanto scontate quanto banali repliche.
Ho già avuto modo di criticare questo disegno di legge come è stato modificato per la sua ridottissima applicabilità in concreto. Non può riguardare il caso Aldrovandi, Uva o quello di mio fratello e nemmeno i fatti accaduti alla scuola Diaz o Bolzaneto durante il G8.
Quindi non parlo per motivi personali. Allora lei mi dirà: “a quale titolo questa si rivolge a me intervenendo su questo tema se non la riguarda?”
Capisco che lei abbia difficoltà allora a comprendere il motivo del mio intervento per il solo fatto che non mi riguarda personalmente e che pertanto dovrei “fregarmene”, ma io, come cittadina italiana che si è letta la norma mi chiedo e le chiedo: è sicuro che punire colui che “infligge intenzionalmente sofferenze fisiche e psichiche acute ad una persona che sia sottoposta alla sua custodia, per estorcere dichiarazioni confessioni o per motivi di odio razziale” sia ostacolare l’attività delle forze dell’ordine?
Ma è sicuro? È sicuro di aver letto quella norma? Di averla capita?
Cioè lei vorrebbe dire a tutti i cittadini che le forze dell’ordine debbono poter essere libere di arrecare intenzionalmente sofferenze fisiche e psichiche acute a coloro che sono sotto loro custodia per estorcere confessioni dichiarazioni o per odio razziale per poter fare bene il loro lavoro???
Ma le forze dell’ordine non si comportano mai così!! Giustamente Lei mi obietterà.
Ed allora? Dove sta il problema?
Già. Il problema non esiste.
Ma se lei si scalda tanto insieme ad alcuni suoi compagni d’avventura del Sap, forse il problema esiste. Esiste davvero.
Ilaria Cucchi
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