Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/06/2018
Morto dopo una notte in caserma. Tutti assolti!
Giuseppe Uva è la terza faccia, da sinistra, di queste che vedete sorrette da sorelle, combattenti. Può essere che non l’abbiate mai sentito nominare. D’altronde questo è un paese in cui, quando la responsabilità di abusi e morti ricade sulle istituzioni di polizia, si insabbia la verità e la si depista continuamente.
Peppe era un operaio 43enne ed ebbe la sfortuna, una sera di 10 anni fa, di essere fermato dai carabinieri. Era giugno 2008.
Venne trattenuto, portato in caserma senza alcun motivo plausibile. Morì nel giro di una notte, dopo essere stato sottoposto a tso (trattamento sanitario obbligatorio), all’ospedale di Varese.
Il primo grado della sentenza è stato confermato oggi: tutti assolti i carabinieri e gli ufficiali coinvolti, perchè “il fatto non sussiste”.
Non sussistevano le urla di Giuseppe in caserma e riportate dal testimone Biggiogero, fermato insieme a lui.
Non sussistevano le testimonianze della guardia giurata e della dottoressa in pronto soccorso, a cui Giuseppe aveva detto di essere stato picchiato e dolorante per quello.
Non sussistevano i traumi sulla testa riscontrati sul cadavere di Peppe dai medici legali.
Non sussistevano le macchie di sangue trovategli sul cavallo del jeans a scendere.
Quanto pesa la vita di un operaio, forse ubriaco, per le istituzioni di questo paese? Se uno entra in una caserma con le sue gambe e ne esce in una bara, possibile che non sia mai responsabilità di nessuno?
Alla sorella di Giuseppe, che da 10 anni battaglia perchè chiarezza e verità vengano fatte su quella notte, il nostro sostegno più vivo. Forza Lucia Uva.
Fonte
20/04/2016
Lucia Uva: quando la vittima siede al banco degli accusati
Lucia Uva è stata, alla fine, assolta dall’accusa di aver diffamato le forze dell’ordine perché «il fatto non costituisce reato». La sentenza, pronunciata dalla giudice Cristina Marzagalli nel pomeriggio di ieri a Varese, è arrivata una manciata di minuti dopo che la procura aveva chiesto una condanna a un anno e due mesi e una multa di 458 euro per la sorella di Giuseppe, morto nel 2008 dopo essere stato arrestato e condotto nella locale caserma dei Carabinieri.
L’imputazione riguardava delle dichiarazioni rese da Lucia nell’ottobre del 2011 alla trasmissione televisiva Le Iene e un’intervista inserita nel documentario «Nei secoli fedele» realizzato da Adriano Chiarelli (autore anche del libro ‘Malapolizia’): in entrambi i casi si sosteneva che Giuseppe Uva sia stato riempito di botte e stuprato nella caserma di via Saffi, dove era stato portato nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008, dopo essere stato beccato ubriaco mentre spostava delle transenne in mezzo alla strada, nel centro di Varese. Secondo i pm, queste ipotesi sarebbero «frutto di una congettura non supportata da alcun elemento di riscontro oggettivo». La tesi della difesa invece era tutta incentrata sullo stato emotivo di Lucia Uva durante una fase complicata delle indagini sulla morte di suo fratello. «Quelle dichiarazioni – ha detto l’avvocato Fabio Ambrosetti – erano giustificate da quanto emerso nelle perizie. Lei ha tutto il diritto di pensare che suo fratello sia stato picchiato, e continuerà nella sua battaglia per la verità». Il tribunale ha accolto in pieno questa versione, e Lucia Uva incassa così una piccola vittoria sul piano giudiziario dopo la batosta arrivata venerdì sera con l’assoluzione dei due carabinieri e dei sei poliziotti che erano finiti alla sbarra con l’accusa di omicidio preterintenzionale in relazione alla morte di Giuseppe Uva.
I legali delle divise, dopo la sentenza di ieri, hanno fatto sapere che in futuro non cercheranno alcuna rivalsa nei confronti della sorella della vittima, «nonostante le sue pesanti e incaute affermazioni contro poliziotti e carabinieri risultati poi estranei alla morte del suo congiunto, ma comunque amplificate dai mass media e divenute una gogna ingiusta per chi svolge ogni giorno una pubblica funzione». Sette anni di indagini, tre pubblici ministeri diversi e due processi (uno ai medici dell’ospedale di Varese e un altro, più noto, ai poliziotti e ai carabinieri) conclusi con due assoluzioni piene, non sono riusciti a spiegare come sia morto Giuseppe Uva. La battaglia per la verità andrà ancora avanti, anche se è chiaro che, almeno a livello legale, la faccenda sia finita venerdì scorso con l’assoluzione delle divise: l’ipotesi che ad otto anni dai fatti possano emergere nuovi elementi tali da poter riaprire l’inchiesta è più impossibile che improbabile. Le indagini non hanno portato prove, e comunque la si voglia pensare, è chiaro che ad aver perso in questa storia è soprattutto la giustizia italiana, ancora una volta incapace di venire a capo di un caso di malapolizia.
Semplicemente ieri il tribunale di Varese ha riconosciuto a una donna – una vittima finita per l’ennesima volta sul banco degli accusati – il diritto a gridare il proprio dolore. Non era affatto scontato.
Fonte
L’imputazione riguardava delle dichiarazioni rese da Lucia nell’ottobre del 2011 alla trasmissione televisiva Le Iene e un’intervista inserita nel documentario «Nei secoli fedele» realizzato da Adriano Chiarelli (autore anche del libro ‘Malapolizia’): in entrambi i casi si sosteneva che Giuseppe Uva sia stato riempito di botte e stuprato nella caserma di via Saffi, dove era stato portato nella notte tra il 13 e il 14 giugno del 2008, dopo essere stato beccato ubriaco mentre spostava delle transenne in mezzo alla strada, nel centro di Varese. Secondo i pm, queste ipotesi sarebbero «frutto di una congettura non supportata da alcun elemento di riscontro oggettivo». La tesi della difesa invece era tutta incentrata sullo stato emotivo di Lucia Uva durante una fase complicata delle indagini sulla morte di suo fratello. «Quelle dichiarazioni – ha detto l’avvocato Fabio Ambrosetti – erano giustificate da quanto emerso nelle perizie. Lei ha tutto il diritto di pensare che suo fratello sia stato picchiato, e continuerà nella sua battaglia per la verità». Il tribunale ha accolto in pieno questa versione, e Lucia Uva incassa così una piccola vittoria sul piano giudiziario dopo la batosta arrivata venerdì sera con l’assoluzione dei due carabinieri e dei sei poliziotti che erano finiti alla sbarra con l’accusa di omicidio preterintenzionale in relazione alla morte di Giuseppe Uva.
I legali delle divise, dopo la sentenza di ieri, hanno fatto sapere che in futuro non cercheranno alcuna rivalsa nei confronti della sorella della vittima, «nonostante le sue pesanti e incaute affermazioni contro poliziotti e carabinieri risultati poi estranei alla morte del suo congiunto, ma comunque amplificate dai mass media e divenute una gogna ingiusta per chi svolge ogni giorno una pubblica funzione». Sette anni di indagini, tre pubblici ministeri diversi e due processi (uno ai medici dell’ospedale di Varese e un altro, più noto, ai poliziotti e ai carabinieri) conclusi con due assoluzioni piene, non sono riusciti a spiegare come sia morto Giuseppe Uva. La battaglia per la verità andrà ancora avanti, anche se è chiaro che, almeno a livello legale, la faccenda sia finita venerdì scorso con l’assoluzione delle divise: l’ipotesi che ad otto anni dai fatti possano emergere nuovi elementi tali da poter riaprire l’inchiesta è più impossibile che improbabile. Le indagini non hanno portato prove, e comunque la si voglia pensare, è chiaro che ad aver perso in questa storia è soprattutto la giustizia italiana, ancora una volta incapace di venire a capo di un caso di malapolizia.
Semplicemente ieri il tribunale di Varese ha riconosciuto a una donna – una vittima finita per l’ennesima volta sul banco degli accusati – il diritto a gridare il proprio dolore. Non era affatto scontato.
Fonte
07/01/2016
Ilaria, Lucia, Patrizia e le altre: le parole contro la malapolizia
Dopo il caos mediatico e il fuoco incrociato di stampa mainstream e politicanti di destra su Ilaria Cucchi, è stato il Tg3 a fare l'ultimo scoop, intervistando Anna Carino, la ex moglie del carabiniere Raffaele D'Alessandro, indagato per la morte di Stefano Cucchi nella seconda inchiesta aperta dalla procura di Roma sul caso: «Quello che lui mi ha raccontato – ha detto la donna parlando del carabiniere – è che loro quella sera gliene hanno date tante, questo il termine che ha usato». D'Alessandro ne parlava «quasi vantandosene, divertito, forse si sentiva intoccabile» dice la signora Carino che adesso è pronta anche a testimoniare «perché quella famiglia deve avere giustizia» e perché «ho incontrato Ilaria e le ho chiesto scusa per non aver parlato prima».
Un altro tassello pesante, dunque, si aggiunge al mosaico accusatorio che vede, dopo sei anni abbondanti, gli agenti che arrestarono Stefano come indagati, tra nuove perizie e tante testimonianze rimaste inedite.
Testimonianze di solidarietà sono arrivate domenica anche dai tifosi della Roma, che allo stadio di Verona hanno intonato cori ed esibito uno striscione con scritto «Con Ilaria per Stefano».
Vicinanza è stata espressa anche da Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi: «A suo tempo non ho pubblicato le foto degli agenti, ma con l'esperienza di oggi lo avrei fatto anche io».
Chi invece lo ha proprio fatto è stata Lucia Uva, sorella di Giuseppe, che pure ha pubblicato su Facebook le foto di un poliziotto sotto processo per la morte di suo fratello: l'uomo, Francesco Tedesco, «la notte del 14/6/2008 era presente nella caserma quando hanno preso Giuseppe. Ha un profilo di Facebook, io che colpa ne ho se come Ilaria Cucchi voglio farmi del male per vedere in faccia chi ha passato gli ultimi attimi di vita di mio fratello? Questo soggetto a Giuseppe lo conosceva molto bene... Mettetevi bene in testa noi vittime dello Stato vogliamo solo la verità e non ci fermeremo fin quando i colpevoli non verranno tutti fuori».
«Il fatto di non concentrarsi su temi complessi ma di focalizzarsi tanto su questi episodi, sfalsa la realtà e deforma la vista – questo il commento del senatore del Pd Luigi Manconi, intervistato dal portale Articolo 21 –. Prendiamo il caso di Lucia Uva: quasi certamente non verrà soddisfatto il suo bisogno di giustizia dal momento che sono prescritti tutti i reati. Ha affrontato una situazione disperata praticamente da sola, in una città come Varese che le è stata sempre ostile. Noi abbiamo fatto iniziative a Varese cui venivano solo 30 persone. Posso dirle come si è comportata l’informazione in quella situazione: il giornale locale, dopo avermelo chiesto, non ha pubblicato un articolo in cui spiegavo questa problematica alla città. Solo adesso la cittadinanza mostra finalmente solidarietà a Lucia. Rispetto a queste tragedie, ripeto, noi invece siamo qui a discettare sullo stile di Ilaria Cucchi. Come vi permettete mi viene da dire?».
La risposta a tutto questo da parte degli agenti coinvolti è una sfilza di denunce fatte o promesse, con tanto di giustificazione teorica fornita ora dal Corriere della Sera (l'articolo di Aldo Cazzullo che ha paragonato il gesto di Ilaria Cucchi alle schedature degli Anni di Piombo) ora da Repubblica (Carlo Bonini ha paragonato la pubblicazione delle foto alla stessa morte di Stefano).
Da citare infine il Tweet del fumettista Zerocalcare, che ha riassunto così i termini della polemica: «Fammi prende appunti: foto di barbone che piscia pe strada sì, perché è degrado. Foto guardia che t'ammazza il fratello no, perché è galateo».
Fonte
Un altro tassello pesante, dunque, si aggiunge al mosaico accusatorio che vede, dopo sei anni abbondanti, gli agenti che arrestarono Stefano come indagati, tra nuove perizie e tante testimonianze rimaste inedite.
Testimonianze di solidarietà sono arrivate domenica anche dai tifosi della Roma, che allo stadio di Verona hanno intonato cori ed esibito uno striscione con scritto «Con Ilaria per Stefano».
Vicinanza è stata espressa anche da Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi: «A suo tempo non ho pubblicato le foto degli agenti, ma con l'esperienza di oggi lo avrei fatto anche io».
Chi invece lo ha proprio fatto è stata Lucia Uva, sorella di Giuseppe, che pure ha pubblicato su Facebook le foto di un poliziotto sotto processo per la morte di suo fratello: l'uomo, Francesco Tedesco, «la notte del 14/6/2008 era presente nella caserma quando hanno preso Giuseppe. Ha un profilo di Facebook, io che colpa ne ho se come Ilaria Cucchi voglio farmi del male per vedere in faccia chi ha passato gli ultimi attimi di vita di mio fratello? Questo soggetto a Giuseppe lo conosceva molto bene... Mettetevi bene in testa noi vittime dello Stato vogliamo solo la verità e non ci fermeremo fin quando i colpevoli non verranno tutti fuori».
«Il fatto di non concentrarsi su temi complessi ma di focalizzarsi tanto su questi episodi, sfalsa la realtà e deforma la vista – questo il commento del senatore del Pd Luigi Manconi, intervistato dal portale Articolo 21 –. Prendiamo il caso di Lucia Uva: quasi certamente non verrà soddisfatto il suo bisogno di giustizia dal momento che sono prescritti tutti i reati. Ha affrontato una situazione disperata praticamente da sola, in una città come Varese che le è stata sempre ostile. Noi abbiamo fatto iniziative a Varese cui venivano solo 30 persone. Posso dirle come si è comportata l’informazione in quella situazione: il giornale locale, dopo avermelo chiesto, non ha pubblicato un articolo in cui spiegavo questa problematica alla città. Solo adesso la cittadinanza mostra finalmente solidarietà a Lucia. Rispetto a queste tragedie, ripeto, noi invece siamo qui a discettare sullo stile di Ilaria Cucchi. Come vi permettete mi viene da dire?».
La risposta a tutto questo da parte degli agenti coinvolti è una sfilza di denunce fatte o promesse, con tanto di giustificazione teorica fornita ora dal Corriere della Sera (l'articolo di Aldo Cazzullo che ha paragonato il gesto di Ilaria Cucchi alle schedature degli Anni di Piombo) ora da Repubblica (Carlo Bonini ha paragonato la pubblicazione delle foto alla stessa morte di Stefano).
Da citare infine il Tweet del fumettista Zerocalcare, che ha riassunto così i termini della polemica: «Fammi prende appunti: foto di barbone che piscia pe strada sì, perché è degrado. Foto guardia che t'ammazza il fratello no, perché è galateo».
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