di Alessandro Volpi
Esiste un perimetro inviolabile per i principali esponenti del capitalismo italiano.
Si tratta della ferma ostilità verso ogni ipotesi di imposta sui grandi patrimoni, di riforma fiscale in grado di tassare le rendite finanziarie e gli extra profitti da monopoli, di limitazione del finanziamento pubblico delle testate giornalistiche nelle mani degli stessi capitalisti, di riduzione degli incentivi statali alle grandi società, di concepimento di forme di indicizzazione salariale, di ripubblicizzazione dei servizi essenziali, di norme che limitino la possibilità di trasferire le sedi legali in paradisi fiscali.
A difesa di questo perimetro, i grandi capitalisti italiani allevano nuovi leader che devono tacciare di comunismo tutti coloro che provano a violarlo.
Piersilvio Berlusconi loda il grande comunicatore Vannacci, che non a caso è una presenza fissa delle Reti Mediaset, Confindustria coltiva il fenomeno Cruciani per renderlo il vate del Generale, mentre La7 sforna trasmissioni edificate sulla retorica del politicamente corretto per far brillare il rude ex militare.
Ma, naturalmente, i difensori del perimetro, a cui dare massima visibilità, sono anche altri; l’onnipresente Renzi, irriducibile battutista contro il fisco, il liberale da guerra Calenda, secondo uno schema in cinemascope dove si marcia divisi per colpire uniti.
Poi, il perimetro ha dei veri e propri legionari nelle coorti di Paolo Mieli, Federico Rampini, Aldo Cazzullo, Galli Della Loggia e numerosi altri combattenti in nome della difesa della “fortezza”.
Tutto ciò mi ricorda un precedente storico, quando una parte significativa della “nuova” politica, dai reduci, ai conservatori, alle gerarchie ecclesiastiche, ai giornalisti e agli intellettuali si schierò a difesa dello Stato monarchico contro la Rivoluzione.
Era il 1922, anno a cui seguirono vent’anni di assoluto predominio di un capitalismo “italiano”.
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