di Alessandro Volpi
Esiste un perimetro inviolabile per i principali esponenti del capitalismo italiano.
Si tratta della ferma ostilità verso ogni ipotesi di imposta sui grandi patrimoni, di riforma fiscale in grado di tassare le rendite finanziarie e gli extra profitti da monopoli, di limitazione del finanziamento pubblico delle testate giornalistiche nelle mani degli stessi capitalisti, di riduzione degli incentivi statali alle grandi società, di concepimento di forme di indicizzazione salariale, di ripubblicizzazione dei servizi essenziali, di norme che limitino la possibilità di trasferire le sedi legali in paradisi fiscali.
A difesa di questo perimetro, i grandi capitalisti italiani allevano nuovi leader che devono tacciare di comunismo tutti coloro che provano a violarlo.
Piersilvio Berlusconi loda il grande comunicatore Vannacci, che non a caso è una presenza fissa delle Reti Mediaset, Confindustria coltiva il fenomeno Cruciani per renderlo il vate del Generale, mentre La7 sforna trasmissioni edificate sulla retorica del politicamente corretto per far brillare il rude ex militare.
Ma, naturalmente, i difensori del perimetro, a cui dare massima visibilità, sono anche altri; l’onnipresente Renzi, irriducibile battutista contro il fisco, il liberale da guerra Calenda, secondo uno schema in cinemascope dove si marcia divisi per colpire uniti.
Poi, il perimetro ha dei veri e propri legionari nelle coorti di Paolo Mieli, Federico Rampini, Aldo Cazzullo, Galli Della Loggia e numerosi altri combattenti in nome della difesa della “fortezza”.
Tutto ciò mi ricorda un precedente storico, quando una parte significativa della “nuova” politica, dai reduci, ai conservatori, alle gerarchie ecclesiastiche, ai giornalisti e agli intellettuali si schierò a difesa dello Stato monarchico contro la Rivoluzione.
Era il 1922, anno a cui seguirono vent’anni di assoluto predominio di un capitalismo “italiano”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/07/2026
15/04/2026
“Alle imprese più vincoli su salari, salute e ambiente: sul caro-bollette interventi del governo regressivi”
Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio
“Prebende. Sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato: si sfonda la soglia del 150mld all’anno. Questa ideologia delle “regalie” pubbliche ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo”.
Dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni e il suo governo si presentano in Parlamento in affanno. Le opposizioni intravedono l’occasione di una svolta, ma quale può essere il programma, quali i concreti obiettivi di una possibile alternativa al governo delle destre? Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica alla Federico II, autore del volume Libercomunismo, uscito con Feltrinelli, e di un editoriale sul Manifesto che sta facendo discutere.
“Prebende. Sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato: si sfonda la soglia del 150mld all’anno. Questa ideologia delle “regalie” pubbliche ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo”.
Dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni e il suo governo si presentano in Parlamento in affanno. Le opposizioni intravedono l’occasione di una svolta, ma quale può essere il programma, quali i concreti obiettivi di una possibile alternativa al governo delle destre? Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica alla Federico II, autore del volume Libercomunismo, uscito con Feltrinelli, e di un editoriale sul Manifesto che sta facendo discutere.
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Professor Brancaccio, come giudica l’informativa della premier in Parlamento?
Ricordo che fino a poco tempo fa Meloni sponsorizzava Trump per il Nobel per la pace e il vicepremier Salvini si dichiarava orgoglioso di stringere la mano a Netanyahu durante il massacro di Gaza. Se oggi gli Stati Uniti e Israele insistono con le loro azioni devastatrici, è anche a causa di queste forme di subalternità da parte dell’Italia e di altri paesi compiacenti.
Al di là della questione giustizia, il referendum ha lanciato un messaggio contro questa disastrosa politica estera, che sta avendo pesanti ricadute anche sulla politica economica. Un’autocritica da parte di Meloni sarebbe stata opportuna. Non è arrivata.
In effetti, il nodo della politica economica si annuncia il più difficile di tutti. Meloni dice che ha fatto tutto il possibile contro il caro-bollette.
Gli interventi del governo sono regressivi, aiutano ricchi e poveri allo stesso modo e quindi in proporzione favoriscono i ricchi. Così non va bene.
Meloni però dice che le opposizioni non hanno un programma alternativo. In effetti già litigano sulla patrimoniale, Giuseppe Conte non la vuole.
Le opposizioni dovrebbero partire dalla realtà dei fatti. L’80 percento del gettito Irpef è a carico di lavoratori dipendenti e pensionati, solo il 10 percento è a carico dei redditi da capitale. Sono squilibri da paradiso fiscale. Una patrimoniale dovrebbe esser considerata un correttivo minimo di partenza, che dia inizio a una riforma più generale che sgravi salari e pensioni e aumenti il gettito fiscale da profitti e rendite.
Tra l’altro, il ministero dell’economia segnala che le risorse pubbliche scarseggiano. C’è il rischio che una possibile alternativa di sinistra sia subito soffocata da un ritorno dell’austerity?
Siamo al cospetto di un tipo di austerità anche più insidioso del passato. Ricordo che il ministro Giorgetti diede il consenso al nuovo Patto di stabilità europeo e subito dopo ammise che avevano approvato “il caos totale”. Una confessione imbarazzante, ma a ben vedere si sta rivelando anche peggio di un “caos”. È un quadro da “austerity di guerra”, che prosciuga le risorse statali per ecologia, sanità, istruzione, e invece lascia a briglie sciolte la spesa per il riarmo. Dovremmo iniziare a chiamarlo per quello che è: un “patto di instabilità bellica”.
È possibile cambiare le regole europee?
Persino Mario Draghi dichiara che l’Unione europea sopravvive a questi tempi di ferro e di fuoco solo se cambia radicalmente. Lui però non pone la questione chiave: il bilancio Ue cresce solo se cresce la legittimazione democratica. Se non si parte da una lotta per dare potere effettivo al parlamento Ue, è inutile iniziare qualsiasi discussione.
Intanto, che facciamo?
Se le regole Ue non vengono sospese di nuovo, ci tocca operare tra le loro crepe. In Commissione bilancio ho spiegato che il nuovo Patto di stabilità europeo apre a una trattativa sul concetto controverso di “Pil potenziale”. Questione tecnica da cui tuttavia possono uscire 10 miliardi di margine all’anno. Giorgetti non ha fatto nulla in tema.
Non c’è il rischio che questo margine venga comunque assorbito dalle spese per il riarmo?
No, perché il Consiglio Ue ha addirittura escluso le spese militari dai vincoli di bilancio europei. È un’interpretazione guerresca dell’articolo 26 del nuovo Patto, che in realtà parla genericamente di “circostanze eccezionali”. Perché mai la spesa per soddisfare intenti bellici sarebbe una circostanza “eccezionale” e invece non lo sarebbero, per esempio, i disastri idrogeologici o gli effetti dell’IA sulla disoccupazione tecnologica? La decisione del Consiglio Ue si può impugnare.
Quanti sono i miliardi per il riarmo dell’Italia?
Per il 2028, il governo vorrebbe salire a 50 miliardi, per arrivare a un boom nominale di oltre il 60 percento in sei anni. Un tale incremento non si giustifica con meri obiettivi di “difesa”. La verità è che si tratta di un programma di “espansione” militare, sostenuto dal ministro Crosetto e da tutto l’esecutivo. È un tentativo di intrupparsi nei progetti di quegli spezzoni rilevanti del capitalismo europeo che nella crisi del vecchio “ordine” americano sperano di crearsi un proprio spazio egemonico, aprendo varchi per i loro capitali all’estero anche con l’uso di truppe e cannoni. Se si vuole intercettare il No referendario alla guerra, bisogna opporsi a questi cenni di nuovo imperialismo europeo. Si possono spostare almeno 15 miliardi verso il welfare e altre voci di bilancio sofferenti.
Così però andiamo contro l’aumento delle spese militari chiesto dagli Stati Uniti e dalla NATO...
Quella richiesta va respinta. Piuttosto, bisognerebbe lavorare per l’apertura di una trattativa con la Cina e con tutti gli altri paesi, che affronti il nodo chiave di questo tempo: far capire agli americani che sarà meglio accettare la realtà del declino economico dell’impero USA indebitato, e coordinarsi a livello internazionale per governare la tendenza, prima che porti allo scoppio di una guerra su vasta scala. La partita dei prossimi anni è questa.
Lei rievoca l’appello su “le condizioni economiche per la pace”, che avete pubblicato sul Financial Times e Le Monde. È ancora attuale?
Più che mai. L’Italia ha un ruolo non trascurabile nello scacchiere mondiale. Dovrebbe prender posizione su questo crocevia decisivo tra guerra e pace.
Tornando alla questione del bilancio pubblico, lei insiste anche sulla necessità di tagliare le “regalie” alle imprese inefficienti. Cosa intende?
Da decenni l’ideologia prevalente alimenta una lotta senza quartiere contro i famigerati “sprechi” della spesa pubblica. Siamo stati persuasi a tagliare di tutto, dalle spese per la tutela del territorio al reddito di cittadinanza. Il non detto è che nello stesso periodo i sussidi, le prebende e i regali pubblici al capitale privato sono aumentati a dismisura. Sarebbe ora di rimediare a questa ipocrisia.
A quanto ammontano i sussidi al capitale privato?
Se sommiamo i dati ufficiali su prebende alle imprese, aiuti per crisi, sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato ai privati senza contropartita, eccetera, arriviamo a sfondare la soglia dei 150 miliardi all’anno. Tutto questo senza contare altre forme subdole di “sussidi”, come la storica tolleranza sull’evasione d’impresa. Sommando tutte queste “regalie” pubbliche al capitale privato, l’Italia si trova prima assoluta in Europa: viaggiamo complessivamente sull’8 percento del Pil, ben al di sopra di Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e altri. Il margine per cambiare musica è enorme.
Però, quelli che lei chiama “sussidi”, di solito vengono definiti “incentivi”, per innovare e altro.
La verità è che spesso i cosiddetti incentivi non incentivano nulla di virtuoso. Al contrario, si rivelano regali pubblici a fondo perduto che garantiscono una tranquilla sopravvivenza a grosse sacche di capitalismo parassitario. Sarebbe ora di sostituire questa controproducente politica di “incentivi” al capitale con una nuova politica di “comando” sul capitale: le imprese dovrebbero competere tra loro sotto il vincolo di leggi semplici e stringenti, a tutela dei salari, del lavoro, dell’ambiente, della salute, del bilancio pubblico, senza più lassismo. È questa la porta verso il futuro.
Lei dice che così finalmente “costringiamo l’imbolsito capitalismo italiano a innovare”. Ma non rischiamo piuttosto di farlo morire?
Questa è la solita litania dei più retrivi imprenditori italiani. Ci dicono che riescono a stare sul mercato solo se siamo disposti a tollerare il più pesante schiacciamento dei salari a livello europeo, se chiudiamo gli occhi sulle violazioni dei vincoli ambientali, sanitari e di sicurezza del lavoro, se ammicchiamo agli evasori e se continuiamo a regalare quantità spropositate di denari pubblici al capitale privato. Ma il vero risultato di questa politica quale è stato? Imprenditori senza progetto che aprono attività, prendono i soldi pubblici e poi comunque svaniscono nel nulla tra fughe e fallimenti, una produttività del lavoro che continua a stagnare, investimenti privati nell’innovazione del tutto insoddisfacenti, nessuna concorrenza virtuosa tra capitali e un livello drammatico di frammentazione e disorganizzazione del capitalismo nazionale. Abbiamo assecondato il pianto greco dei proprietari italiani e così li abbiamo resi sempre più parassiti, sempre meno capaci di innovare per competere. Diciamolo chiaramente: questa ideologia delle “regalie” pubbliche al capitale privato ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo.
Professore, messo così, il suo “libercomunismo” sembra anche più drastico del vecchio liberismo...
Il mio “libercomunismo” non fa altro che aggiornare la gloriosa tradizione di quei comunisti che sapevano analizzare il capitalismo nazionale in modo più onesto dei padroni. L’opposto dei liberisti nostrani, che sono stati feroci coi lavoratori e compiacenti coi proprietari del capitale più antiquato dell’Europa occidentale. Se si vuole modernizzare il paese, bisogna invertire la tendenza. Si possono spostare almeno 45 miliardi, dalle prebende alle imprese inefficienti verso un piano di investimenti pubblici per la diffusione gratuita delle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche. Si può liberare un enorme potenziale di sviluppo, a beneficio della collettività e non più dei soliti noti.
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25/01/2026
Dallo sviluppo al declino: la parabola dell’economia italiana
È dagli inizi del XXI secolo che si parla insistentemente di declino economico dell’Italia. E con ragione: dal punto di vista del tasso di crescita economica, il nostro paese nell’ultimo trentennio è stato il fanalino di coda dell’UE. Si tratta di un fenomeno straordinario (in negativo), considerato che nel 1991 eravamo arrivati ad essere la quarta potenza economica mondiale, con un PIL secondo in Europa solo a quello tedesco.
Come si spiega questa débâcle?
Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira ed altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali.
Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza.
Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?
Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese. La sua evoluzione in senso democratico, in atto dopo la prima guerra mondiale, fu bloccata da quelle stesse classi sociali, che sostennero l’ascesa del fascismo. Fu pertanto solo dopo il 1945 che l’Italia divenne stabilmente una democrazia. Anche in questo nuovo contesto istituzionale, tuttavia, la grande imprenditoria costituitasi nell’ottantennio precedente riuscì a mantenere una notevole influenza sul ceto di governo. In principio, ciò dipese dall’immaturità politica di tanta parte dell’elettorato italiano, che consentì a una dirigenza politica di orientamento conservatore (la DC delle origini) di ottenere il voto popolare in virtù dell’appoggio della Chiesa, che in quel contesto aveva una forte capacità di condizionamento sociale.
In seguito si ebbe tanto una maturazione dell’elettorato quanto un’evoluzione della classe politica, con l’emersione di una fazione progressista in seno alla Democrazia Cristiana e lo stabilirsi di un’alleanza fra DC e PSI; ma a quel punto le lobby imprenditoriali avevano acquisito una salda presa sui partiti di governo tramite la propria capacità di finanziarne l’attività, mentre questi ultimi avevano acquisito a loro volta una forte presa sulla società civile (potendo procacciarsi molti voti tramite attività di mediazione di risorse pubbliche), ragion per cui da una parte gli esecutivi dovettero continuare a tenere in gran conto i voleri della maggiore imprenditoria e dall’altra moltissimi elettori si mantennero fedeli ai partiti di governo, malgrado questi agissero in rispondenza più agli interessi di tale imprenditoria che a quelli dei ceti popolari.
I due fenomeni indicati avevano la stessa ragion d’essere. Sin dall’inizio della fase repubblicana, tutti i partiti italiani avevano puntato a espandere il più possibile i propri apparati, allo scopo di penetrare capillarmente la società civile e di poter così stabilire dei legami molto stretti con l’elettorato (anche dando vita a pratiche assistenziali e clientelari). All’origine di questo atteggiamento dovette esserci la citata immaturità politica degli italiani, che fece apparire necessario ricercare più il voto di appartenenza che quello di opinione. Tale espansione delle strutture partitiche fu favorita dall’arrivo di cospicui finanziamenti da parte americana e sovietica. Nel corso degli anni Sessanta, tuttavia, i contributi americani ai partiti di governo vennero meno. Questi ultimi, pertanto, si trovarono a dipendere fortemente dai finanziamenti imprenditoriali. Si stabilì in tal modo la situazione prima descritta, in cui da una parte i governanti dovevano agire nell’interesse di chi forniva loro risorse e dall’altra potevano servirsi delle medesime per mantenere ugualmente un elevato livello di consensi.
Questo cattivo funzionamento della democrazia italiana si rifletté sull’evoluzione della nostra economia, in quanto fece sì che venissero poste in essere politiche che per tutelare gli interessi immediati delle grandi imprese nazionali sacrificavano non soltanto quelli delle classi lavoratrici, ma anche l’interesse generale e di lungo periodo del paese.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la condizione di debolezza dell’apparato manifatturiero nazionale avrebbe reso necessaria, per consentirne la piena affermazione a livello internazionale, un’invasiva presenza dello stato nell’economia quale soggetto imprenditoriale e pianificatore dell’attività dei privati. Una strategia di tal fatta, che in Francia venne seguita con ottimi risultati, in Italia invece non risultò praticabile, in quanto contraria agli interessi dei più influenti gruppi imprenditoriali, che a causa di essa avrebbero sofferto una perdita di spazi e di libertà d’azione. Di conseguenza, la portata e le forme dell’intervento pubblico nell’economia subirono un’autolimitazione tale da conferire ad esso soltanto una funzione di supporto e supplenza delle attività dei grandi operatori privati: lo stato, insomma, si espanse in quei settori che occorreva far progredire per rendere più competitive queste ultime, ma che richiedevano investimenti superiori a quelli che i privati erano in grado di porre in essere (settori quali la siderurgia e le forniture energetiche, che dovevano rendere disponibili a basso costo acciaio e idrocarburi). L’industria privata andò così sviluppandosi nel modo più profittevole per i suoi titolari, ma a scapito del rafforzamento complessivo dell’economia nazionale. La competitività del nostro comparto manifatturiero si trovò pertanto a dipendere in misura determinante da fattori esterni.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli imprenditori si avvantaggiarono di un basso costo del lavoro, reso possibile dall’elevata disoccupazione che caratterizzò la società italiana per tutto quel periodo (tranne che nei primi anni Sessanta, quando il “miracolo economico” accelerò l’industrializzazione del Nord). Al mantenimento di tale situazione concorse l’atteggiamento degli stessi imprenditori, i quali impiegarono parte cospicua dei loro profitti in investimenti finanziari all’estero anziché nell’espansione delle loro strutture produttive (ciò si verificò in particolare negli anni 1964-69, quando ebbero la necessità di far risalire la disoccupazione a livelli tali da far venir meno l’inedita combattività operaia che si era manifestata nel periodo precedente). È questo un punto meritevole di sottolineatura, poiché il contenimento degli investimenti ebbe ovviamente l’effetto di limitare ulteriormente le possibilità di sviluppo della nostra struttura industriale. La difesa della competitività di prezzo dei manufatti venne dunque perseguita a scapito dell’espansione della capacità produttiva.
La prolungata compressione delle retribuzioni, tuttavia, finì per determinare un’esplosione delle rivendicazioni operaie, che si ebbe a partire dal tardo 1969. Negli anni Settanta, pertanto, il fattore di vantaggio rappresentato dal basso costo del lavoro venne meno. Le nostre produzioni, comunque, si mantennero competitive anche in questo decennio: ciò perché la forte inflazione dell’epoca, causata dagli aumenti dei prezzi decisi dagli imprenditori per recuperare i margini di guadagno erosi dalla crescita salariale, causò una svalutazione della lira che incise positivamente sul prezzo dei nostri manufatti sui mercati esteri e negativamente su quello dei beni d’importazione sul mercato nazionale.
L’inflazione, però, erodeva redditi e risparmi del ceto medio, che costituiva la base elettorale dei partiti di governo. Questi, pertanto, negli anni Ottanta si decisero a contrastarla. Per vincere l’opposizione del potere economico a tale svolta politica, essi gli offrirono una compensazione, consistente nella possibilità di acquistare titoli di debito pubblico dall’elevato rendimento. Questa strategia ebbe tuttavia l’effetto di incentivare l’imprenditoria a dirottare i propri capitali dagli investimenti produttivi all’acquisizione di rendite finanziarie. Ebbe inizio così il ridimensionamento della grande industria italiana. Paradossalmente questo decennio, che va dunque considerato la fase iniziale del nostro declino economico, è invece ricordato come l’ultimo in cui si ebbe un forte sviluppo; ma ciò dipende dal fatto che nel medesimo tempo si ebbe un’espansione della piccola impresa, espansione che compensò almeno in parte il ridursi della capacità della grande industria di creare occupazione e ricchezza. Fenomeni quali la tendenziale specializzazione di tale impresa in settori tradizionali a bassa tecnologia o il contributo non trascurabile alla sua ascesa che provenne dalle possibilità ad essa concesse di eludere le normative fiscali e di altro genere, tuttavia, fanno comprendere come l’affermazione di questa componente dell’apparato manifatturiero nazionale poggiasse su basi assai fragili.
Giunti a questo punto, possiamo rispondere alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: nei decenni di forte sviluppo economico, abbiamo davvero vissuto al di sopra dei nostri mezzi?
La risposta è negativa se ci riferiamo all’insieme della popolazione italiana, ma... diventa affermativa se ci riferiamo alle famiglie e alle cerchie proprietarie che hanno gestito le nostre maggiori aziende private. Queste non avevano i mezzi per competere ad armi pari con i maggiori imprenditori degli altri paesi avanzati, ma hanno voluto ugualmente “giocare a fare i grandi capitani d’industria”, e per riuscirci hanno dovuto imporre ai governanti di orientare il complesso della politica economica nazionale in una direzione ad esse favorevole, anche quando ciò comportava una rinuncia a sviluppare appieno le potenzialità del paese: quindi niente ingerenze dello stato nell’attività dei privati (se non quando si trattava di liberarli dai debiti accumulati da loro aziende in difficoltà: allora persino le nazionalizzazioni erano benviste!), niente controlli sulle esportazioni di capitali, niente tutela dell’attività sindacale (col risultato che la nostra classe operaia, per farsi valere, dovette intraprendere azioni di lotta particolarmente incisive, con effetti destabilizzanti sull’economia)... E quando infine lo stato non ha più avuto la possibilità di sostenere artificialmente la competitività delle loro imprese, hanno preteso di continuare a incassare elevati profitti, col risultato che il primo ha dovuto coprirsi di debiti per garantire loro delle ingenti rendite finanziarie.
A pagare il conto della loro inettitudine e del loro parassitismo, però, sono poi stati i lavoratori.
All’inizio degli anni Novanta la politica d’indebitamento, così com’era avvenuto per quella inflazionistica, parve non più sostenibile. Il ceto di governo, allora, si orientò verso una politica di risanamento fondata sulla partecipazione dell’Italia al progetto della moneta unica comunitaria, che gli avrebbe consentito di emettere debito in una valuta più forte della lira, e quindi di offrirlo a interessi più modesti senza allontanare i potenziali acquirenti. Per i titolari delle grandi aziende si profilò uno scenario catastrofico, contemplante da una parte una riduzione delle possibilità di procurarsi rendite finanziarie e dall’altra il venir meno di una moneta gestita in autonomia dallo stato italiano (e quindi suscettibile di essere svalutata per consentire un recupero di competitività delle produzioni nazionali). La via di salvezza che essi individuarono in questo difficile frangente consistette nell’appropriazione del patrimonio industriale, bancario e infrastrutturale dello stato e, più in generale, nel proprio inserimento nelle attività sino a quel momento condotte da operatori a questo facenti capo: dunque in una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni dei pubblici servizi. In tal modo, avrebbero potuto radicarsi in settori (quali finanza, telecomunicazioni, forniture energetiche e gestione di infrastrutture) che garantivano il conseguimento di profitti certi e cospicui. I partiti di governo, però, non erano disposti a rinunciare al controllo di società che contribuivano in misura importante al loro potere (in ragione dei finanziamenti che assicuravano loro e della possibilità di orientarne le strategie d’investimento e l’assunzione di personale secondo logiche di creazione di consenso): si determinò in tal modo un’inusuale situazione di tensione fra questi e i rappresentanti del potere economico.
Di questa situazione approfittarono alcuni magistrati, che con il supporto dei mezzi d’informazione controllati dalle grandi imprese sferrarono un attacco ai suddetti partiti, “scoprendo” la pratica sistematica del finanziamento illecito dei secondi da parte delle prime ed estromettendo per via giudiziaria le dirigenze di tali partiti dalle posizioni di potere che occupavano (mentre i titolari delle aziende vennero prudentemente tenuti fuori dalle inchieste). Tale estromissione risultò definitiva, in quanto comportò la perdita della possibilità di praticare, tramite le leve di comando cui esse avevano avuto accesso sino ad allora, quelle forme di assistenzialismo e di clientelismo che nel tempo avevano assunto un ruolo fondamentale ai fini della conservazione del consenso elettorale, in ragione del fatto che la conduzione di politiche miranti ad assicurare il benessere della collettività tramite il perseguimento dello sviluppo aveva trovato un limite nella necessità di tutelare in via prioritaria gli interessi delle oligarchie imprenditoriali.
Si affermò pertanto un nuovo ceto di governo, costituito dalle seconde file dei partiti colpiti dalle inchieste giudiziarie (molti componenti delle quali si aggregarono intorno alla figura di Silvio Berlusconi, imprenditore fattosi politico per far sì che i propri interessi continuassero ad essere tutelati anche dopo la caduta del leader socialista che sino al 1992 era stato suo protettore), dagli eredi dei vecchi partiti d’opposizione e da una nuova formazione, sedicente antisistema, portatrice di istanze localiste. Prendendo il potere in una fase storica segnata dalla crescente sottomissione della politica alle forze economiche, fu inevitabile che i nuovi governanti (inclusi quelli provenienti dalle formazioni di sinistra) risultassero allineati ai voleri di queste ultime ancor più di quanto lo erano stati i vecchi. Oltretutto, nei decenni passati l’Italia aveva sofferto anche di un cattivo funzionamento della democrazia interna ai partiti, che aveva inciso negativamente sulle modalità di selezione delle nuove generazioni di dirigenti, favorendo l’affermazione di personalità scadenti per qualità intellettuali e morali; e infine va considerato che la carenza di legittimazione popolare di cui soffriva il ceto di governo emerso dalla tempesta giudiziaria (dovuta alle circostanze della sua ascesa al potere) lo rendeva particolarmente dipendente da quella che poteva essergli conferita da altri centri di potere, quali gli Stati Uniti, l’Unione Europea o, per l’appunto, la grande imprenditoria nazionale (la quale era in grado di svolgere un simile ruolo tramite i mezzi d’informazione di cui aveva il controllo).
Nel nostro paese, dunque, a partire dagli anni Novanta il potere politico risultò ancora più sottomesso al potere economico di quanto lo fosse stato in precedenza. Ciò spiega le misure antipopolari che le maggioranze di centro-destra e di centro-sinistra, alternatesi al potere da allora in poi, hanno posto in essere: non soltanto le privatizzazioni e liberalizzazioni di pubblici servizi, ma anche gli alleggerimenti fiscali per i più abbienti, i tagli alla spesa sociale e le politiche di precarizzazione del lavoro.
Da queste misure è scaturita un’accelerazione del nostro declino industriale, sia perché l’impoverimento dei lavoratori da esse causato ha compresso la domanda interna, sia perché l’abbattimento del costo del lavoro, tutelando i profitti imprenditoriali anche in assenza di investimenti volti a sostenere la produttività delle aziende e il valore aggiunto delle loro attività, ha disincentivato il compimento dei medesimi, sia perché l’inserimento nei servizi ex-pubblici ha indotto chi ne ha beneficiato a rarefare – prima ancora che gli investimenti – la propria stessa presenza nelle attività industriali di provenienza, sia infine perché si è avuta una penetrazione di attori stranieri nel nostro sistema economico (figlia delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione, nonché delle cessioni da parte di privati delle attività manifatturiere cui i medesimi non erano più interessati) che ne ha ridotto delle componenti di rilievo a rami periferici di società aventi i loro interessi principali al fuori dell’Italia.
Il rallentamento della crescita economica che da tale declino è derivato, impattando sulle entrate fiscali, ha inoltre impedito il riassorbimento del debito pubblico immesso sui mercati finanziari. Si è quindi mantenuto elevato il trasferimento di ricchezza pubblica ai detentori di titoli di stato, però con una differenza importante rispetto al passato: fra di essi hanno assunto un’importanza assai maggiore i soggetti stranieri, in qualità di diretti acquirenti del nostro debito o di azionisti di istituzioni finanziarie italiane. Il pagamento degli interessi sul debito è divenuto, così, un ulteriore veicolo di trasferimento di risorse dall’Italia ad altri paesi (“ulteriore”, poiché si aggiunge all’estrazione di profitti dalle aziende passate in mani straniere).
Un elemento distintivo del nuovo indirizzo politico è stato rappresentato dall’abbondanza di decisioni favorevoli a soggetti economici stranieri. Come detto, si è consentito che investitori esteri beneficiassero delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e acquisissero ingenti rendite finanziarie. Al riguardo, va inoltre specificato che questa penetrazione del capitale straniero in Italia è stata consentita anche quando i suoi protagonisti appartenevano a paesi non egualmente aperti ad acquisizioni estere, e che si è tollerato che l’Unione Europea facesse pressioni su di noi perché dismettessimo il nostro patrimonio pubblico e aprissimo il nostro mercato, ma non avesse un atteggiamento analogo nei confronti di altri paesi membri. Contrarie all’interesse nazionale sono state anche l’adozione dell’euro, la quale, equivalendo a una rivalutazione della lira e ad una svalutazione delle monete continentali più forti (in particolare del marco), ha penalizzato le nostre esportazioni e reso più convenienti sul mercato interno i beni d’importazione; l’accettazione dell’espansione a Est dell’Unione, che ha fatto accedere i paesi ex-comunisti al mercato europeo e ha procurato loro ingenti aiuti finanziari (pagati anche dall’Italia, dato il nostro ruolo di contributore netto in seno all’UE), ponendoli così in condizione di attrarre imprese dall’Italia (con conseguente distruzione di posti di lavoro nel nostro paese) e da altre nazioni (in particolare dalla Germania, il cui sistema industriale ha ricavato da queste delocalizzazioni in paesi dal basso costo del lavoro una maggiore capacità di fare concorrenza al nostro); e la sottomissione alle regole comunitarie che ci imponevano di perseguire una politica di rigore finanziario, la quale ha penalizzato la nostra economia senza neppure migliorare lo stato dei conti pubblici. Sembra quindi che i nostri politici si siano macchiati di un vero e proprio “tradimento”, scegliendo di porsi al servizio di un progetto di distruzione della potenza economica nazionale concepito dai nostri principali competitori (Francia e Germania, padrone di fatto dell’Unione Europea).
La realtà è tuttavia più complessa. Certamente, il nuovo sistema partitico ha avvertito la necessità di servire centri di potere esteri, per compensare la carenza di legittimazione interna di cui si è detto; ma se le lobby imprenditoriali nazionali hanno tollerato che si sottomettesse alle mire colonialistiche franco-tedesche è stato perché esse, evidentemente, erano interessate alla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea anche a fronte di un atteggiamento ostile di quest’ultima nei nostri riguardi. Ciò peraltro risulta del tutto comprensibile qualora si consideri che dall’UE è provenuta una spinta importante in direzione della privatizzazione e della liberalizzazione del settore pubblico. Vero è che la politica comunitaria ha favorito l’inserimento in quest’ultimo non soltanto dell’imprenditoria nostrana, ma anche del capitale straniero; tuttavia, la stessa intraprendenza del secondo è risultata nell’interesse della prima, la quale ha potuto realizzare in partecipazione con esso delle iniziative che da sola non avrebbe avuto i mezzi per effettuare. Non meno importante è il fatto che l’opera normativa dell’Unione abbia contribuito ad alterare i rapporti di forza tra padronato e lavoratori in favore del primo. Essa difatti, tutelando la libera circolazione dei capitali, delle merci e della manodopera entro i confini dell’Unione, gli ha consentito sia di delocalizzare le proprie produzioni manifatturiere in paesi dal più basso costo del lavoro senza perdere la possibilità di commercializzarle in patria, sia di ridurre il costo del lavoro nella stessa Italia (in virtù del potere di ricatto conferitogli proprio dalla possibilità di trasferire altrove i propri impianti, nonché della possibilità di porre una cospicua manodopera immigrata in competizione con quella autoctona). L’Unione Europea ha insomma costituito una fonte di vincoli esterni utili a rendere più agevole la conduzione di politiche favorevoli all’imprenditoria (dal momento che il nostro ceto politico ha potuto scaricare su di essa la responsabilità delle medesime).
Bisogna inoltre tenere presente che i nostri principali operatori economici, una volta divenuti fornitori di servizi, sono divenuti interessati in misura preponderante a tutelare non le proprie attività industriali (oramai oggetto di disinvestimenti e quindi condannate in ogni caso al declino), bensì le rendite garantite da quelle attività terziarie e le possibilità di reinvestimento delle medesime nei circuiti finanziari internazionali. Ciò per un verso ha attenuato l’impatto negativo che avevano per essi le politiche comunitarie tese a deindustrializzare l'Italia, e per l’altro ha esaltato l’importanza dei benefici che ricavavano dall’appartenenza all’Unione in termini di libertà di movimento dei capitali. Questo loro riorientamento dall’industria alla finanza ha avuto anche l’effetto di rendere meno grave la ricaduta negativa dell’adozione dell’euro (consistente nella perdita di competitività di prezzo dei nostri manufatti) e di accrescerne quella positiva (rappresentata dalla possibilità di effettuare investimenti all’estero in una valuta più forte della lira, ossia dotata di un maggiore potere d’acquisto).
In conclusione, possiamo affermare che i detentori del potere economico hanno accettato l’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea in una posizione subordinata, comportante quindi l’imposizione di politiche ad essa sfavorevoli, in quanto tale integrazione procurava comunque loro più vantaggi che svantaggi.
In fondo, questo atteggiamento non ha rappresentato altro che l’esasperazione della mentalità che hanno sempre dimostrato di avere: la disponibilità a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare del loro sacro interesse particolare. Possiamo dare per certo che tale mentalità continuerà a informare le loro strategie imprenditoriali e le richieste che indirizzeranno al potere politico. Sino alla distruzione totale della nostra struttura industriale, ovvero della nostra prosperità (chi crede che l’Italia possa vivere di turismo si prepari spiritualmente a mantenere i figli con la propria pensione... se gliela lasceranno). Oppure, se vogliamo dare ancora un minimo di credito ai nostri connazionali e a noi stessi, sino al momento in cui questa élite di parassiti e distruttori non verrà posta in condizione di non potere mai più nuocere.
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Come si spiega questa débâcle?
Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira ed altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali.
Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza.
Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?
Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese. La sua evoluzione in senso democratico, in atto dopo la prima guerra mondiale, fu bloccata da quelle stesse classi sociali, che sostennero l’ascesa del fascismo. Fu pertanto solo dopo il 1945 che l’Italia divenne stabilmente una democrazia. Anche in questo nuovo contesto istituzionale, tuttavia, la grande imprenditoria costituitasi nell’ottantennio precedente riuscì a mantenere una notevole influenza sul ceto di governo. In principio, ciò dipese dall’immaturità politica di tanta parte dell’elettorato italiano, che consentì a una dirigenza politica di orientamento conservatore (la DC delle origini) di ottenere il voto popolare in virtù dell’appoggio della Chiesa, che in quel contesto aveva una forte capacità di condizionamento sociale.
In seguito si ebbe tanto una maturazione dell’elettorato quanto un’evoluzione della classe politica, con l’emersione di una fazione progressista in seno alla Democrazia Cristiana e lo stabilirsi di un’alleanza fra DC e PSI; ma a quel punto le lobby imprenditoriali avevano acquisito una salda presa sui partiti di governo tramite la propria capacità di finanziarne l’attività, mentre questi ultimi avevano acquisito a loro volta una forte presa sulla società civile (potendo procacciarsi molti voti tramite attività di mediazione di risorse pubbliche), ragion per cui da una parte gli esecutivi dovettero continuare a tenere in gran conto i voleri della maggiore imprenditoria e dall’altra moltissimi elettori si mantennero fedeli ai partiti di governo, malgrado questi agissero in rispondenza più agli interessi di tale imprenditoria che a quelli dei ceti popolari.
I due fenomeni indicati avevano la stessa ragion d’essere. Sin dall’inizio della fase repubblicana, tutti i partiti italiani avevano puntato a espandere il più possibile i propri apparati, allo scopo di penetrare capillarmente la società civile e di poter così stabilire dei legami molto stretti con l’elettorato (anche dando vita a pratiche assistenziali e clientelari). All’origine di questo atteggiamento dovette esserci la citata immaturità politica degli italiani, che fece apparire necessario ricercare più il voto di appartenenza che quello di opinione. Tale espansione delle strutture partitiche fu favorita dall’arrivo di cospicui finanziamenti da parte americana e sovietica. Nel corso degli anni Sessanta, tuttavia, i contributi americani ai partiti di governo vennero meno. Questi ultimi, pertanto, si trovarono a dipendere fortemente dai finanziamenti imprenditoriali. Si stabilì in tal modo la situazione prima descritta, in cui da una parte i governanti dovevano agire nell’interesse di chi forniva loro risorse e dall’altra potevano servirsi delle medesime per mantenere ugualmente un elevato livello di consensi.
Questo cattivo funzionamento della democrazia italiana si rifletté sull’evoluzione della nostra economia, in quanto fece sì che venissero poste in essere politiche che per tutelare gli interessi immediati delle grandi imprese nazionali sacrificavano non soltanto quelli delle classi lavoratrici, ma anche l’interesse generale e di lungo periodo del paese.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la condizione di debolezza dell’apparato manifatturiero nazionale avrebbe reso necessaria, per consentirne la piena affermazione a livello internazionale, un’invasiva presenza dello stato nell’economia quale soggetto imprenditoriale e pianificatore dell’attività dei privati. Una strategia di tal fatta, che in Francia venne seguita con ottimi risultati, in Italia invece non risultò praticabile, in quanto contraria agli interessi dei più influenti gruppi imprenditoriali, che a causa di essa avrebbero sofferto una perdita di spazi e di libertà d’azione. Di conseguenza, la portata e le forme dell’intervento pubblico nell’economia subirono un’autolimitazione tale da conferire ad esso soltanto una funzione di supporto e supplenza delle attività dei grandi operatori privati: lo stato, insomma, si espanse in quei settori che occorreva far progredire per rendere più competitive queste ultime, ma che richiedevano investimenti superiori a quelli che i privati erano in grado di porre in essere (settori quali la siderurgia e le forniture energetiche, che dovevano rendere disponibili a basso costo acciaio e idrocarburi). L’industria privata andò così sviluppandosi nel modo più profittevole per i suoi titolari, ma a scapito del rafforzamento complessivo dell’economia nazionale. La competitività del nostro comparto manifatturiero si trovò pertanto a dipendere in misura determinante da fattori esterni.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli imprenditori si avvantaggiarono di un basso costo del lavoro, reso possibile dall’elevata disoccupazione che caratterizzò la società italiana per tutto quel periodo (tranne che nei primi anni Sessanta, quando il “miracolo economico” accelerò l’industrializzazione del Nord). Al mantenimento di tale situazione concorse l’atteggiamento degli stessi imprenditori, i quali impiegarono parte cospicua dei loro profitti in investimenti finanziari all’estero anziché nell’espansione delle loro strutture produttive (ciò si verificò in particolare negli anni 1964-69, quando ebbero la necessità di far risalire la disoccupazione a livelli tali da far venir meno l’inedita combattività operaia che si era manifestata nel periodo precedente). È questo un punto meritevole di sottolineatura, poiché il contenimento degli investimenti ebbe ovviamente l’effetto di limitare ulteriormente le possibilità di sviluppo della nostra struttura industriale. La difesa della competitività di prezzo dei manufatti venne dunque perseguita a scapito dell’espansione della capacità produttiva.
La prolungata compressione delle retribuzioni, tuttavia, finì per determinare un’esplosione delle rivendicazioni operaie, che si ebbe a partire dal tardo 1969. Negli anni Settanta, pertanto, il fattore di vantaggio rappresentato dal basso costo del lavoro venne meno. Le nostre produzioni, comunque, si mantennero competitive anche in questo decennio: ciò perché la forte inflazione dell’epoca, causata dagli aumenti dei prezzi decisi dagli imprenditori per recuperare i margini di guadagno erosi dalla crescita salariale, causò una svalutazione della lira che incise positivamente sul prezzo dei nostri manufatti sui mercati esteri e negativamente su quello dei beni d’importazione sul mercato nazionale.
L’inflazione, però, erodeva redditi e risparmi del ceto medio, che costituiva la base elettorale dei partiti di governo. Questi, pertanto, negli anni Ottanta si decisero a contrastarla. Per vincere l’opposizione del potere economico a tale svolta politica, essi gli offrirono una compensazione, consistente nella possibilità di acquistare titoli di debito pubblico dall’elevato rendimento. Questa strategia ebbe tuttavia l’effetto di incentivare l’imprenditoria a dirottare i propri capitali dagli investimenti produttivi all’acquisizione di rendite finanziarie. Ebbe inizio così il ridimensionamento della grande industria italiana. Paradossalmente questo decennio, che va dunque considerato la fase iniziale del nostro declino economico, è invece ricordato come l’ultimo in cui si ebbe un forte sviluppo; ma ciò dipende dal fatto che nel medesimo tempo si ebbe un’espansione della piccola impresa, espansione che compensò almeno in parte il ridursi della capacità della grande industria di creare occupazione e ricchezza. Fenomeni quali la tendenziale specializzazione di tale impresa in settori tradizionali a bassa tecnologia o il contributo non trascurabile alla sua ascesa che provenne dalle possibilità ad essa concesse di eludere le normative fiscali e di altro genere, tuttavia, fanno comprendere come l’affermazione di questa componente dell’apparato manifatturiero nazionale poggiasse su basi assai fragili.
Giunti a questo punto, possiamo rispondere alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: nei decenni di forte sviluppo economico, abbiamo davvero vissuto al di sopra dei nostri mezzi?
La risposta è negativa se ci riferiamo all’insieme della popolazione italiana, ma... diventa affermativa se ci riferiamo alle famiglie e alle cerchie proprietarie che hanno gestito le nostre maggiori aziende private. Queste non avevano i mezzi per competere ad armi pari con i maggiori imprenditori degli altri paesi avanzati, ma hanno voluto ugualmente “giocare a fare i grandi capitani d’industria”, e per riuscirci hanno dovuto imporre ai governanti di orientare il complesso della politica economica nazionale in una direzione ad esse favorevole, anche quando ciò comportava una rinuncia a sviluppare appieno le potenzialità del paese: quindi niente ingerenze dello stato nell’attività dei privati (se non quando si trattava di liberarli dai debiti accumulati da loro aziende in difficoltà: allora persino le nazionalizzazioni erano benviste!), niente controlli sulle esportazioni di capitali, niente tutela dell’attività sindacale (col risultato che la nostra classe operaia, per farsi valere, dovette intraprendere azioni di lotta particolarmente incisive, con effetti destabilizzanti sull’economia)... E quando infine lo stato non ha più avuto la possibilità di sostenere artificialmente la competitività delle loro imprese, hanno preteso di continuare a incassare elevati profitti, col risultato che il primo ha dovuto coprirsi di debiti per garantire loro delle ingenti rendite finanziarie.
A pagare il conto della loro inettitudine e del loro parassitismo, però, sono poi stati i lavoratori.
All’inizio degli anni Novanta la politica d’indebitamento, così com’era avvenuto per quella inflazionistica, parve non più sostenibile. Il ceto di governo, allora, si orientò verso una politica di risanamento fondata sulla partecipazione dell’Italia al progetto della moneta unica comunitaria, che gli avrebbe consentito di emettere debito in una valuta più forte della lira, e quindi di offrirlo a interessi più modesti senza allontanare i potenziali acquirenti. Per i titolari delle grandi aziende si profilò uno scenario catastrofico, contemplante da una parte una riduzione delle possibilità di procurarsi rendite finanziarie e dall’altra il venir meno di una moneta gestita in autonomia dallo stato italiano (e quindi suscettibile di essere svalutata per consentire un recupero di competitività delle produzioni nazionali). La via di salvezza che essi individuarono in questo difficile frangente consistette nell’appropriazione del patrimonio industriale, bancario e infrastrutturale dello stato e, più in generale, nel proprio inserimento nelle attività sino a quel momento condotte da operatori a questo facenti capo: dunque in una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni dei pubblici servizi. In tal modo, avrebbero potuto radicarsi in settori (quali finanza, telecomunicazioni, forniture energetiche e gestione di infrastrutture) che garantivano il conseguimento di profitti certi e cospicui. I partiti di governo, però, non erano disposti a rinunciare al controllo di società che contribuivano in misura importante al loro potere (in ragione dei finanziamenti che assicuravano loro e della possibilità di orientarne le strategie d’investimento e l’assunzione di personale secondo logiche di creazione di consenso): si determinò in tal modo un’inusuale situazione di tensione fra questi e i rappresentanti del potere economico.
Di questa situazione approfittarono alcuni magistrati, che con il supporto dei mezzi d’informazione controllati dalle grandi imprese sferrarono un attacco ai suddetti partiti, “scoprendo” la pratica sistematica del finanziamento illecito dei secondi da parte delle prime ed estromettendo per via giudiziaria le dirigenze di tali partiti dalle posizioni di potere che occupavano (mentre i titolari delle aziende vennero prudentemente tenuti fuori dalle inchieste). Tale estromissione risultò definitiva, in quanto comportò la perdita della possibilità di praticare, tramite le leve di comando cui esse avevano avuto accesso sino ad allora, quelle forme di assistenzialismo e di clientelismo che nel tempo avevano assunto un ruolo fondamentale ai fini della conservazione del consenso elettorale, in ragione del fatto che la conduzione di politiche miranti ad assicurare il benessere della collettività tramite il perseguimento dello sviluppo aveva trovato un limite nella necessità di tutelare in via prioritaria gli interessi delle oligarchie imprenditoriali.
Si affermò pertanto un nuovo ceto di governo, costituito dalle seconde file dei partiti colpiti dalle inchieste giudiziarie (molti componenti delle quali si aggregarono intorno alla figura di Silvio Berlusconi, imprenditore fattosi politico per far sì che i propri interessi continuassero ad essere tutelati anche dopo la caduta del leader socialista che sino al 1992 era stato suo protettore), dagli eredi dei vecchi partiti d’opposizione e da una nuova formazione, sedicente antisistema, portatrice di istanze localiste. Prendendo il potere in una fase storica segnata dalla crescente sottomissione della politica alle forze economiche, fu inevitabile che i nuovi governanti (inclusi quelli provenienti dalle formazioni di sinistra) risultassero allineati ai voleri di queste ultime ancor più di quanto lo erano stati i vecchi. Oltretutto, nei decenni passati l’Italia aveva sofferto anche di un cattivo funzionamento della democrazia interna ai partiti, che aveva inciso negativamente sulle modalità di selezione delle nuove generazioni di dirigenti, favorendo l’affermazione di personalità scadenti per qualità intellettuali e morali; e infine va considerato che la carenza di legittimazione popolare di cui soffriva il ceto di governo emerso dalla tempesta giudiziaria (dovuta alle circostanze della sua ascesa al potere) lo rendeva particolarmente dipendente da quella che poteva essergli conferita da altri centri di potere, quali gli Stati Uniti, l’Unione Europea o, per l’appunto, la grande imprenditoria nazionale (la quale era in grado di svolgere un simile ruolo tramite i mezzi d’informazione di cui aveva il controllo).
Nel nostro paese, dunque, a partire dagli anni Novanta il potere politico risultò ancora più sottomesso al potere economico di quanto lo fosse stato in precedenza. Ciò spiega le misure antipopolari che le maggioranze di centro-destra e di centro-sinistra, alternatesi al potere da allora in poi, hanno posto in essere: non soltanto le privatizzazioni e liberalizzazioni di pubblici servizi, ma anche gli alleggerimenti fiscali per i più abbienti, i tagli alla spesa sociale e le politiche di precarizzazione del lavoro.
Da queste misure è scaturita un’accelerazione del nostro declino industriale, sia perché l’impoverimento dei lavoratori da esse causato ha compresso la domanda interna, sia perché l’abbattimento del costo del lavoro, tutelando i profitti imprenditoriali anche in assenza di investimenti volti a sostenere la produttività delle aziende e il valore aggiunto delle loro attività, ha disincentivato il compimento dei medesimi, sia perché l’inserimento nei servizi ex-pubblici ha indotto chi ne ha beneficiato a rarefare – prima ancora che gli investimenti – la propria stessa presenza nelle attività industriali di provenienza, sia infine perché si è avuta una penetrazione di attori stranieri nel nostro sistema economico (figlia delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione, nonché delle cessioni da parte di privati delle attività manifatturiere cui i medesimi non erano più interessati) che ne ha ridotto delle componenti di rilievo a rami periferici di società aventi i loro interessi principali al fuori dell’Italia.
Il rallentamento della crescita economica che da tale declino è derivato, impattando sulle entrate fiscali, ha inoltre impedito il riassorbimento del debito pubblico immesso sui mercati finanziari. Si è quindi mantenuto elevato il trasferimento di ricchezza pubblica ai detentori di titoli di stato, però con una differenza importante rispetto al passato: fra di essi hanno assunto un’importanza assai maggiore i soggetti stranieri, in qualità di diretti acquirenti del nostro debito o di azionisti di istituzioni finanziarie italiane. Il pagamento degli interessi sul debito è divenuto, così, un ulteriore veicolo di trasferimento di risorse dall’Italia ad altri paesi (“ulteriore”, poiché si aggiunge all’estrazione di profitti dalle aziende passate in mani straniere).
Un elemento distintivo del nuovo indirizzo politico è stato rappresentato dall’abbondanza di decisioni favorevoli a soggetti economici stranieri. Come detto, si è consentito che investitori esteri beneficiassero delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e acquisissero ingenti rendite finanziarie. Al riguardo, va inoltre specificato che questa penetrazione del capitale straniero in Italia è stata consentita anche quando i suoi protagonisti appartenevano a paesi non egualmente aperti ad acquisizioni estere, e che si è tollerato che l’Unione Europea facesse pressioni su di noi perché dismettessimo il nostro patrimonio pubblico e aprissimo il nostro mercato, ma non avesse un atteggiamento analogo nei confronti di altri paesi membri. Contrarie all’interesse nazionale sono state anche l’adozione dell’euro, la quale, equivalendo a una rivalutazione della lira e ad una svalutazione delle monete continentali più forti (in particolare del marco), ha penalizzato le nostre esportazioni e reso più convenienti sul mercato interno i beni d’importazione; l’accettazione dell’espansione a Est dell’Unione, che ha fatto accedere i paesi ex-comunisti al mercato europeo e ha procurato loro ingenti aiuti finanziari (pagati anche dall’Italia, dato il nostro ruolo di contributore netto in seno all’UE), ponendoli così in condizione di attrarre imprese dall’Italia (con conseguente distruzione di posti di lavoro nel nostro paese) e da altre nazioni (in particolare dalla Germania, il cui sistema industriale ha ricavato da queste delocalizzazioni in paesi dal basso costo del lavoro una maggiore capacità di fare concorrenza al nostro); e la sottomissione alle regole comunitarie che ci imponevano di perseguire una politica di rigore finanziario, la quale ha penalizzato la nostra economia senza neppure migliorare lo stato dei conti pubblici. Sembra quindi che i nostri politici si siano macchiati di un vero e proprio “tradimento”, scegliendo di porsi al servizio di un progetto di distruzione della potenza economica nazionale concepito dai nostri principali competitori (Francia e Germania, padrone di fatto dell’Unione Europea).
La realtà è tuttavia più complessa. Certamente, il nuovo sistema partitico ha avvertito la necessità di servire centri di potere esteri, per compensare la carenza di legittimazione interna di cui si è detto; ma se le lobby imprenditoriali nazionali hanno tollerato che si sottomettesse alle mire colonialistiche franco-tedesche è stato perché esse, evidentemente, erano interessate alla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea anche a fronte di un atteggiamento ostile di quest’ultima nei nostri riguardi. Ciò peraltro risulta del tutto comprensibile qualora si consideri che dall’UE è provenuta una spinta importante in direzione della privatizzazione e della liberalizzazione del settore pubblico. Vero è che la politica comunitaria ha favorito l’inserimento in quest’ultimo non soltanto dell’imprenditoria nostrana, ma anche del capitale straniero; tuttavia, la stessa intraprendenza del secondo è risultata nell’interesse della prima, la quale ha potuto realizzare in partecipazione con esso delle iniziative che da sola non avrebbe avuto i mezzi per effettuare. Non meno importante è il fatto che l’opera normativa dell’Unione abbia contribuito ad alterare i rapporti di forza tra padronato e lavoratori in favore del primo. Essa difatti, tutelando la libera circolazione dei capitali, delle merci e della manodopera entro i confini dell’Unione, gli ha consentito sia di delocalizzare le proprie produzioni manifatturiere in paesi dal più basso costo del lavoro senza perdere la possibilità di commercializzarle in patria, sia di ridurre il costo del lavoro nella stessa Italia (in virtù del potere di ricatto conferitogli proprio dalla possibilità di trasferire altrove i propri impianti, nonché della possibilità di porre una cospicua manodopera immigrata in competizione con quella autoctona). L’Unione Europea ha insomma costituito una fonte di vincoli esterni utili a rendere più agevole la conduzione di politiche favorevoli all’imprenditoria (dal momento che il nostro ceto politico ha potuto scaricare su di essa la responsabilità delle medesime).
Bisogna inoltre tenere presente che i nostri principali operatori economici, una volta divenuti fornitori di servizi, sono divenuti interessati in misura preponderante a tutelare non le proprie attività industriali (oramai oggetto di disinvestimenti e quindi condannate in ogni caso al declino), bensì le rendite garantite da quelle attività terziarie e le possibilità di reinvestimento delle medesime nei circuiti finanziari internazionali. Ciò per un verso ha attenuato l’impatto negativo che avevano per essi le politiche comunitarie tese a deindustrializzare l'Italia, e per l’altro ha esaltato l’importanza dei benefici che ricavavano dall’appartenenza all’Unione in termini di libertà di movimento dei capitali. Questo loro riorientamento dall’industria alla finanza ha avuto anche l’effetto di rendere meno grave la ricaduta negativa dell’adozione dell’euro (consistente nella perdita di competitività di prezzo dei nostri manufatti) e di accrescerne quella positiva (rappresentata dalla possibilità di effettuare investimenti all’estero in una valuta più forte della lira, ossia dotata di un maggiore potere d’acquisto).
In conclusione, possiamo affermare che i detentori del potere economico hanno accettato l’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea in una posizione subordinata, comportante quindi l’imposizione di politiche ad essa sfavorevoli, in quanto tale integrazione procurava comunque loro più vantaggi che svantaggi.
In fondo, questo atteggiamento non ha rappresentato altro che l’esasperazione della mentalità che hanno sempre dimostrato di avere: la disponibilità a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare del loro sacro interesse particolare. Possiamo dare per certo che tale mentalità continuerà a informare le loro strategie imprenditoriali e le richieste che indirizzeranno al potere politico. Sino alla distruzione totale della nostra struttura industriale, ovvero della nostra prosperità (chi crede che l’Italia possa vivere di turismo si prepari spiritualmente a mantenere i figli con la propria pensione... se gliela lasceranno). Oppure, se vogliamo dare ancora un minimo di credito ai nostri connazionali e a noi stessi, sino al momento in cui questa élite di parassiti e distruttori non verrà posta in condizione di non potere mai più nuocere.
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14/07/2024
Merito e cultura
Intervista di Maria Luigia Pace a Italo Calvino su “Panorama” del 30 luglio 1979
Lei sostiene il ritorno a una scuola severa, selettiva?
Ogni cosa che conta ha una sola regola: puntare sul più difficile. Questo puntare sul più facile va troppo smaccatamente d’accordo con lo spirito delle classi parassitarie e della gente che conosce soltanto la vita facile e che vuole conservare uno spazio di vita facile alle spalle degli altri ... Creare nuovi eserciti di diplomati senz’arte né parte mi pare una cosa senza senso.
Lei vede dunque l’educazione prima di tutto come efficienza tecnica?
No, quelli che mancano sono soprattutto i presupposti culturali e di costume per trovare il senso della propria utilità pubblica in un’epoca di grandi cambiamenti.
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Lei sostiene il ritorno a una scuola severa, selettiva?
Ogni cosa che conta ha una sola regola: puntare sul più difficile. Questo puntare sul più facile va troppo smaccatamente d’accordo con lo spirito delle classi parassitarie e della gente che conosce soltanto la vita facile e che vuole conservare uno spazio di vita facile alle spalle degli altri ... Creare nuovi eserciti di diplomati senz’arte né parte mi pare una cosa senza senso.
Lei vede dunque l’educazione prima di tutto come efficienza tecnica?
No, quelli che mancano sono soprattutto i presupposti culturali e di costume per trovare il senso della propria utilità pubblica in un’epoca di grandi cambiamenti.
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28/05/2024
La metamorfosi della “razza ladrona” e i costi della corruzione
L’inchiesta condotta dalla magistratura genovese mostra quali mutamenti siano intervenuti nella mappa della corruzione dopo Tangentopoli. Anche se è ovviamente difficile acquisire dati precisi sulle esatte dimensioni del fenomeno, per sua natura solo parzialmente visualizzabile in termini statistici, la percezione che si ricava dalla lettura degli estratti, forniti dalla stampa cartacea e digitale, della enorme documentazione su cui i giudici genovesi stanno lavorando, conferma non solo che la situazione è grave, ma che è in via di peggioramento.
La corruzione è peraltro solo un lato della questione concernente la diffusa illegalità dell’amministrazione pubblica in Italia. Basti pensare alla commistione tra amministrazioni locali e criminalità mafiosa, che investe non solo il Sud ma l’intero Paese e, segnatamente, quel Nord-Ovest in cui, come indicano la Liguria e la Lombardia, si trova oggi l’epicentro della corruzione.
Gli studiosi del fenomeno della corruzione parlano infatti di una metamorfosi della “razza ladrona”, che si è imposta dopo “Mani Pulite” e che ha visto tale “razza” radicarsi su un terreno differente da quello che alimentò il fenomeno di Tangentopoli. E invero, il territorio di caccia prediletto del politico disonesto non sono più i ministeri e il Parlamento, ma gli assessorati comunali e i consigli regionali. Parimenti, è cambiato l’obiettivo a cui si rivolge l’azione di tale politico, che non è più quello di finanziare le segreterie nazionali dei partiti, bensì quello di arricchire la sua camarilla personale. Dunque, una “razza ladrona” che, nei primi decenni di questo secolo, è tornata a proliferare nel Meridione e in parte nel Nord-Ovest, mentre sembra decrescere nelle “vecchie regioni rosse e bianche”, dove si è conservata, in qualche misura, una tradizione di efficienza e di correttezza nell’amministrazione della cosa pubblica.
Così, se è vero che i politici che delinquono per profitto personale costituiscono oggi la “maggioranza silenziosa” del ladrocinio e della malversazione, è altrettanto vero che la questione morale resta, comunque, un problema di tutti. Nella fase successiva a Tangentopoli giocano pertanto un ruolo significativo le figure di nuovi “notabili” provenienti dal mondo delle libere professioni, che si collocano in prevalenza nel centrodestra ma sono ben presenti anche nel centrosinistra.
Costoro si muovono per finalità di arricchimento privato piuttosto che di sostegno ai partiti, e non agiscono in modo isolato. Rappresentano piuttosto i punti nodali di reti ampie e strutturate, che a volte vedono coinvolta direttamente la criminalità organizzata. Non a caso, risulta dalle indagini sulla criminalità che i mafiosi implicati nelle collusioni politiche aumentano e compaiono, come accade nel “modello Liguria”, in un numero crescente di casi.
Sennonché tanti politici disonesti adesso si vendono non per denaro ma per favori d’altro genere: case, auto, assunzioni o promozioni di parenti, pacchetti di voti. Del resto, anche il mercato della corruzione si è sbriciolato. Ormai le prede più attraenti si trovano nei Comuni e nelle Regioni, che, a partire dalla sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione, hanno ereditato quote di potere e di spesa pubblica sempre più ricche a danno del governo centrale, talché un assessore, un sindaco o un presidente di Regione ha più occasioni di appropriarsi delle risorse pubbliche rispetto ad un sottosegretario o a un ministro. In tal modo, si è venuto affermando nella Costituzione materiale del paese un federalismo (non democratico ma) cleptocratico fondato sulla depredazione, a fini personali e di gruppo, delle risorse fornite dai contribuenti.
I dati, sia pure interpretati con le dovute cautele, suggeriscono una certa continuità nella classe politica coinvolta in fatti di corruzione durante i decenni successivi a Tangentopoli. Tali dati suffragano una diagnosi chiara: le amputazioni operate dalla magistratura sono riuscite solo a rallentare il male, che in breve volgere di tempo ha ripreso a crescere, diffuso spesso dagli stessi untori. La metà di questi opera nel Sud, però a livello di regioni, dopo la Campania, ci sono la Liguria e la Lombardia.
D’altra parte, la corruzione è anch’essa lo specchio della società e ciò è dimostrato dalle differenze di stile dei mariuoli. Nella pianura padana prevale un’impronta imprenditoriale, nel Meridione avvocati e medici seguono invece la tradizione dei notabili e delle clientele. Ma il risultato è identico: la devastazione delle risorse pubbliche, l’azzeramento della produttività, la negazione del merito a vantaggio dei raccomandati. E il prezzo di questo sistema è pagato da tutti i cittadini.
Come è difficile misurare con precisione quanto sia estesa la corruzione nella pubblica amministrazione, così è ancora più complesso valutarne i costi. Questo soprattutto perché ai costi diretti devono aggiungersi enormi costi indiretti quando la corruzione si fa diffusa. In un appalto truccato il contribuente finisce col pagare beni e servizi ad un prezzo che comprende le tangenti agli amministratori e una rendita all’impresa (la quale, pagando, si garantisce il privilegio di non avere competizione). Questi sono i costi diretti.
Ma quando la corruzione diventa un “sistema”, è l’intero sistema economico che ne paga le conseguenze. Se gli appalti sono truccati, le imprese che li ottengono sono quelle che riescono a mantenere rapporti con la politica o con la criminalità organizzata. Accade allora che imprese più efficienti ma meno “connesse” siano scalzate dal mercato. Come indica il caso da manuale, posto in luce dall’inchiesta genovese, del rapporto tra Spinelli e Toti, gli imprenditori di successo sono quelli in grado di fornire vantaggi privati al politico di turno, non quelli in grado di produrre beni e servizi di qualità a basso prezzo per l’amministrazione pubblica.
I casi di imprenditori che guadagnano i favori del mondo politico organizzando feste, festini e incontri intimi rappresentano uno squallido esempio dei meccanismi corruttivi posti in essere dalla triangolazione eticamente perversa e giuridicamente illecita tra politici, imprenditori e funzionari, così come degli antieconomici “costi della corruzione” che ne discendono.
Ma anche il fatto che i giovani più brillanti si iscrivano soprattutto a legge e non a ingegneria, in controtendenza col resto del mondo sviluppato, segnala il grado di degenerazione parassitaria di un sistema economico e sociale in cui ha successo l’azzeccagarbugli, vale a dire chi si sa muovere con abilità e spregiudicatezza nella giungla di leggi, leggine, istituzioni, commissioni e stanze del potere.
Va poi annoverato tra i costi indiretti della corruzione anche il disincentivo agli investimenti diretti esteri. Una delle ragioni, infatti, per cui l’Italia ne riceve la metà della Francia è che le imprese straniere sanno che entrerebbero in un mercato distorto in cui faticherebbero a reggere una concorrenza disonesta, e quindi preferiscono starne fuori. Dopodiché, un’altra categoria di costi indiretti della corruzione va addebitata alla distorsione della competizione politica ed elettorale.
Tale distorsione consiste nel fatto che la classe politica, in un sistema di questo tipo, compete a livello locale attraverso il controllo economico del territorio. I politici locali sono di conseguenza selezionati non sulla base delle loro capacità o della loro onestà, ma al contrario sulla base della loro abilità a convogliare fondi dal sistema centrale verso la propria regione e a controllarne la distribuzione sul territorio. Ed è in questo controllo della distribuzione di fondi ed appalti sul territorio che spesso i rapporti con la criminalità organizzata assumono una notevole importanza.
Concludendo, a coloro che, come Salvini e Crosetto, temono la “destabilizzazione del sistema” ad opera dell’attività giudiziaria è doveroso rispondere sottolineando che è proprio questo “sistema” che condanna il Paese alla stagnazione e lo confina ai margini del mondo sviluppato. Ma non meno doveroso è evitare di illudersi che bastino le azioni giudiziarie a contrastare e ridurre un fenomeno che trae origine dai caratteri regressivi del blocco dominante nel nostro Paese, fondato, a livello economico, sulla ferrea alleanza tra il profitto e la rendita e, a livello politico, sul connubio trasformista fra il centrodestra e il centrosinistra.
Fonte
La corruzione è peraltro solo un lato della questione concernente la diffusa illegalità dell’amministrazione pubblica in Italia. Basti pensare alla commistione tra amministrazioni locali e criminalità mafiosa, che investe non solo il Sud ma l’intero Paese e, segnatamente, quel Nord-Ovest in cui, come indicano la Liguria e la Lombardia, si trova oggi l’epicentro della corruzione.
Gli studiosi del fenomeno della corruzione parlano infatti di una metamorfosi della “razza ladrona”, che si è imposta dopo “Mani Pulite” e che ha visto tale “razza” radicarsi su un terreno differente da quello che alimentò il fenomeno di Tangentopoli. E invero, il territorio di caccia prediletto del politico disonesto non sono più i ministeri e il Parlamento, ma gli assessorati comunali e i consigli regionali. Parimenti, è cambiato l’obiettivo a cui si rivolge l’azione di tale politico, che non è più quello di finanziare le segreterie nazionali dei partiti, bensì quello di arricchire la sua camarilla personale. Dunque, una “razza ladrona” che, nei primi decenni di questo secolo, è tornata a proliferare nel Meridione e in parte nel Nord-Ovest, mentre sembra decrescere nelle “vecchie regioni rosse e bianche”, dove si è conservata, in qualche misura, una tradizione di efficienza e di correttezza nell’amministrazione della cosa pubblica.
Così, se è vero che i politici che delinquono per profitto personale costituiscono oggi la “maggioranza silenziosa” del ladrocinio e della malversazione, è altrettanto vero che la questione morale resta, comunque, un problema di tutti. Nella fase successiva a Tangentopoli giocano pertanto un ruolo significativo le figure di nuovi “notabili” provenienti dal mondo delle libere professioni, che si collocano in prevalenza nel centrodestra ma sono ben presenti anche nel centrosinistra.
Costoro si muovono per finalità di arricchimento privato piuttosto che di sostegno ai partiti, e non agiscono in modo isolato. Rappresentano piuttosto i punti nodali di reti ampie e strutturate, che a volte vedono coinvolta direttamente la criminalità organizzata. Non a caso, risulta dalle indagini sulla criminalità che i mafiosi implicati nelle collusioni politiche aumentano e compaiono, come accade nel “modello Liguria”, in un numero crescente di casi.
Sennonché tanti politici disonesti adesso si vendono non per denaro ma per favori d’altro genere: case, auto, assunzioni o promozioni di parenti, pacchetti di voti. Del resto, anche il mercato della corruzione si è sbriciolato. Ormai le prede più attraenti si trovano nei Comuni e nelle Regioni, che, a partire dalla sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione, hanno ereditato quote di potere e di spesa pubblica sempre più ricche a danno del governo centrale, talché un assessore, un sindaco o un presidente di Regione ha più occasioni di appropriarsi delle risorse pubbliche rispetto ad un sottosegretario o a un ministro. In tal modo, si è venuto affermando nella Costituzione materiale del paese un federalismo (non democratico ma) cleptocratico fondato sulla depredazione, a fini personali e di gruppo, delle risorse fornite dai contribuenti.
I dati, sia pure interpretati con le dovute cautele, suggeriscono una certa continuità nella classe politica coinvolta in fatti di corruzione durante i decenni successivi a Tangentopoli. Tali dati suffragano una diagnosi chiara: le amputazioni operate dalla magistratura sono riuscite solo a rallentare il male, che in breve volgere di tempo ha ripreso a crescere, diffuso spesso dagli stessi untori. La metà di questi opera nel Sud, però a livello di regioni, dopo la Campania, ci sono la Liguria e la Lombardia.
D’altra parte, la corruzione è anch’essa lo specchio della società e ciò è dimostrato dalle differenze di stile dei mariuoli. Nella pianura padana prevale un’impronta imprenditoriale, nel Meridione avvocati e medici seguono invece la tradizione dei notabili e delle clientele. Ma il risultato è identico: la devastazione delle risorse pubbliche, l’azzeramento della produttività, la negazione del merito a vantaggio dei raccomandati. E il prezzo di questo sistema è pagato da tutti i cittadini.
Come è difficile misurare con precisione quanto sia estesa la corruzione nella pubblica amministrazione, così è ancora più complesso valutarne i costi. Questo soprattutto perché ai costi diretti devono aggiungersi enormi costi indiretti quando la corruzione si fa diffusa. In un appalto truccato il contribuente finisce col pagare beni e servizi ad un prezzo che comprende le tangenti agli amministratori e una rendita all’impresa (la quale, pagando, si garantisce il privilegio di non avere competizione). Questi sono i costi diretti.
Ma quando la corruzione diventa un “sistema”, è l’intero sistema economico che ne paga le conseguenze. Se gli appalti sono truccati, le imprese che li ottengono sono quelle che riescono a mantenere rapporti con la politica o con la criminalità organizzata. Accade allora che imprese più efficienti ma meno “connesse” siano scalzate dal mercato. Come indica il caso da manuale, posto in luce dall’inchiesta genovese, del rapporto tra Spinelli e Toti, gli imprenditori di successo sono quelli in grado di fornire vantaggi privati al politico di turno, non quelli in grado di produrre beni e servizi di qualità a basso prezzo per l’amministrazione pubblica.
I casi di imprenditori che guadagnano i favori del mondo politico organizzando feste, festini e incontri intimi rappresentano uno squallido esempio dei meccanismi corruttivi posti in essere dalla triangolazione eticamente perversa e giuridicamente illecita tra politici, imprenditori e funzionari, così come degli antieconomici “costi della corruzione” che ne discendono.
Ma anche il fatto che i giovani più brillanti si iscrivano soprattutto a legge e non a ingegneria, in controtendenza col resto del mondo sviluppato, segnala il grado di degenerazione parassitaria di un sistema economico e sociale in cui ha successo l’azzeccagarbugli, vale a dire chi si sa muovere con abilità e spregiudicatezza nella giungla di leggi, leggine, istituzioni, commissioni e stanze del potere.
Va poi annoverato tra i costi indiretti della corruzione anche il disincentivo agli investimenti diretti esteri. Una delle ragioni, infatti, per cui l’Italia ne riceve la metà della Francia è che le imprese straniere sanno che entrerebbero in un mercato distorto in cui faticherebbero a reggere una concorrenza disonesta, e quindi preferiscono starne fuori. Dopodiché, un’altra categoria di costi indiretti della corruzione va addebitata alla distorsione della competizione politica ed elettorale.
Tale distorsione consiste nel fatto che la classe politica, in un sistema di questo tipo, compete a livello locale attraverso il controllo economico del territorio. I politici locali sono di conseguenza selezionati non sulla base delle loro capacità o della loro onestà, ma al contrario sulla base della loro abilità a convogliare fondi dal sistema centrale verso la propria regione e a controllarne la distribuzione sul territorio. Ed è in questo controllo della distribuzione di fondi ed appalti sul territorio che spesso i rapporti con la criminalità organizzata assumono una notevole importanza.
Concludendo, a coloro che, come Salvini e Crosetto, temono la “destabilizzazione del sistema” ad opera dell’attività giudiziaria è doveroso rispondere sottolineando che è proprio questo “sistema” che condanna il Paese alla stagnazione e lo confina ai margini del mondo sviluppato. Ma non meno doveroso è evitare di illudersi che bastino le azioni giudiziarie a contrastare e ridurre un fenomeno che trae origine dai caratteri regressivi del blocco dominante nel nostro Paese, fondato, a livello economico, sulla ferrea alleanza tra il profitto e la rendita e, a livello politico, sul connubio trasformista fra il centrodestra e il centrosinistra.
Fonte
16/05/2023
La rendita immobiliare è la maledizione di questo paese
Pubblichiamo la prefazione al libro “Prigionieri del mattone” (Armadillo editore) di prossima uscita.
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La contraddizione della questione abitativa continua a pesare come un macigno sulla realtà in cui viviamo, e non solo per milioni di famiglie indebitate dai mutui, sottoposte o minacciate di sfratto, strozzate da affitti impossibili.
Una questione abitativa irrisolta è un macigno piantato a ostacolare anche lo sviluppo, la mobilità sociale e il progredire del nostro paese.
Il pensiero liberale è uso denunciare i “lacci e lacciuoli” che ostacolano la flessibilità selvaggia nel lavoro e nei salari, ma tace sistematicamente su una vera e propria “garrota” che strangola una gran parte della società in cui viviamo e della maggioranza dei settori sociali che la compongono.
Il problema è che questa garrota incombe ed agisce nello stesso modo da tempo, se senza che – se non per brevi periodi – si sia riusciti a scardinarla impedendogli di fare danni, enormi.
“Quel che oggi s’intende per crisi degli alloggi non è che un particolare acutizzarsi delle già cattive condizioni abitative dei lavoratori, provocato dall’improvviso afflusso demografico verso le grandi città: un enorme aumento dei canoni d’affitto, un ancor più pronunciato pigiarsi di inquilini in ogni singolo caseggiato, e per taluni l’impossibilità di trovare un alloggio qualsiasi. E questa penuria di abitazioni fa parlare tanto di sé per la sola ragione che non è limitata alla classe operaia, ma colpisce altresì la piccola borghesia”.
Sulle pagine del giornale Volkstaat, ben 150 anni fa, Engels in una serie di articoli ha affrontato “La questione delle abitazioni” con parole e descrizioni del problema che sembrano scritte oggi. Ciò sta a significare che la questione abitativa è rimasta in campo ed intatta come lacerante contraddizione di classe – soprattutto nelle grandi aree metropolitane – come già veniva rilevato due secoli indietro.
Già questo dovrebbe dare la dimensione del problema e l’urgenza delle soluzioni, né più né meno come quelle richieste per mettere fine allo sfruttamento del lavoro e dei bassi salari. Anzi vi si intreccia profondamente ma proprio la questione abitativa mette in evidenza uno degli aspetti più insopportabili e distruttivi del modello capitalista: la rendita.
Un industriale produce merci, un commerciante vende beni o servizi, un operaio, un impiegato vendono la propria capacità lavorativa. Nei decenni passati si è parlato dell’Italia come di un paese fondato su un “Patto tra produttori” a cui tutti contribuivano dando qualcosa, magari in modo disuguale. Ma la proprietà immobiliare, grande o piccola che sia, che cosa mette nel “patto tra produttori”? Niente. Affitta o vende un bene – le abitazioni – che non ha prodotto ma molto spesso ha solo ereditato oppure acquisito per via finanziaria.
Il valore di questo bene aumenta senza che i suoi proprietari facciano nulla, solo in base ai parametri del mercato o alle torsioni imposte – spesso con la corruzione – sulle scelte urbanistiche di una città. È rendita pura non ricchezza sociale. È speculazione non sviluppo economico. La rendita immobiliare – così come quella fondiaria ad essa strettamente collegata – non produce infatti ricchezza e soprattutto non la distribuisce, ma la concentra in modo crescente, disuguale e insopportabile.
Questo libro offre una delle analisi più complete e spietate della contraddizione abitativa nel nostro paese. Lo fa sotto molti punti di vista e consente, finalmente, di rimettere la “questione abitativa” non solo al centro del conflitto sociale e sindacale ma anche di un programma di trasformazione e avanzamento complessivo del paese, perché di questo si tratta.
La questione abitativa pesa da decenni come un macigno sullo sviluppo sociale del nostro paese.
Fino agli anni Ottanta potevamo parlare dei danni provocati dalla rendita fondiaria sulla vita delle famiglie bisognose di casa e sulle scelte urbanistiche nelle città.
Dalla fine degli anni Novanta – e in particolare dopo la crisi della Net Economy nel 2001 negli Usa – la casa e le città sono diventate oggetto di scorribande e investimenti malsani di capitali finanziari che fuggivano dalla caduta della bolla speculativa cresciuta intorno ai titoli tecnologici all’inizio di questo secolo. Tanto è vero che solo sei anni dopo, la nuova bolla finanziaria è scoppiata proprio sui mutui subprime per l’acquisto di abitazioni disseminati dalle banche per investire la loro liquidità in eccesso.
Ma sul terreno della speculazione finanziaria, quello che accadeva negli Stati Uniti ha avuto ripercussioni immediate anche in Europa e in Italia.
Come documenta il libro, in molte città italiane ed europee sono state costruite più abitazioni di quanti siano gli abitanti e, nonostante una domanda di case a prezzi accessibili (per l’acquisto o in affitto) le abitazioni continuavano a costare molto, troppo sia per viverci in affitto che per comprarle. E spesso queste nuove case sono rimaste vuote, invendute, le famose “case abitate dal vento”.
Le società di costruzioni edificano interi complessi non con la preoccupazione di venderli, o meno ancora di affittarli, ma solo per avere un bene di valore da mettere a garanzia per ottenere altri finanziamenti dalle banche da investire a loro volta in attività finanziarie e non in attività industriali, edilizie o in nuovi investimenti.
Parallelamente assistiamo negli ultimi anni ad una escalation di sfratti, sgomberi, di famiglie messe in mezzo alla strada perché non più in grado di pagare l’affitto o le rate del mutuo oppure di famiglie giovani o famiglie già sfrattate che non riescono a trovare una abitazione con prezzi accessibili ai bassi redditi da lavoro che oggi il mercato mette a disposizione.
Non solo. Quando trova una abitazione i suoi costi (affitto o rate del mutuo) sono talmente alti da mangiarsi gran parte del reddito da lavoro (o da pensione), sottraendo così risorse economiche agli altri capitoli di una vita sociale degna e pienamente compiuta.
Quella orrenda contraddizione di “case senza gente e gente senza casa” perseguita e ipoteca da decenni il mancato sviluppo sociale del nostro paese, che in molti settori – e quello abitativo è tra questi – è diventato un vero e proprio “regresso sociale”.
Tra le ragioni di questo regresso sociale, il libro individua e analizza bene quella che è stata la maggiore delle mistificazioni: la casa di proprietà.
La scarsità o il costo esagerato di case in affitto, ha visto milioni di famiglie italiane costrette a indebitarsi per anni con i mutui. Questo non ha portato solo a distorsioni economiche (la metà della ricchezza privata delle famiglie italiane è infatti immobiliare, quindi rendita e non ricchezza) ma anche a devastanti cambiamenti di condizione e mentalità.
Se più del 70% delle famiglie italiane vive in una casa di proprietà e la rendita immobiliare delle famiglie ammonta a quasi 6mila miliardi di euro, possiamo dire che l’Italia da paese fondato sul “Patto tra produttori” è diventato un paese fondato su un “ Patto tra proprietari”, né più né meno come gli Stati Uniti, ma con una mobilità sociale assai inferiore.
Questo cambiamento nel patto costitutivo sociale – da produttori a proprietari – che in qualche modo era alla base del patto costituzionale (Repubblica fondata sul lavoro e non sulla rendita), ha prodotto danni a cascata e su molti aspetti.
In primo luogo la mentalità “proprietaria”, alimentando una illusione di indipendenza (“padroni a casa nostra”), crea in realtà una nuova forma di subalternità e una cultura dell’individualismo che spezza il senso collettivo alla base dei cambiamenti sociali.
In secondo luogo, il combinato disposto tra alti costi degli affitti e dei mutui e bassi redditi da lavoro/precarietà lavorativa, non solo aumenta a dismisura la fascia di disagio sociale intorno alla questione abitativa, ma ostacola e ritarda l’autonomizzazione dei giovani dalle famiglie di nascita, la creazione di nuovi nuclei familiari, lo stesso incremento demografico del Paese. In pratica è un ostacolo al progresso complessivo e alle aspettative sul futuro della società stessa.
Si può ben parlare di un “micidiale combinato disposto” perché le scelte dei governi degli ultimi trenta anni sulla questione abitativa, sono alla base dell’emergenza permanente, delle strozzature e delle accresciute disuguaglianze che ne sono derivate.
La decisione di non costruire più case popolari o di edilizia sociale, aver eliminato la tassa di scopo sulla casa (la Gescal) inglobandola nella fornace della fiscalità generale, la totale liberalizzazione del regime degli affitti, l’aver affidato ai privati (e alla speculazione di costruttori e cooperative) l’edilizia agevolata e convenzionata sulle aree della 167, il via libera agli sfratti senza passaggi da casa a casa, l’aver consentito un regime fiscale agevolato alla rendita immobiliare, ha non solo trasformato l’emergenza abitativa in una costante che si riproduce continuamente – nelle aree metropolitane ma non solo – ma ha contribuito anche, come abbiamo visto, a quel complessivo regresso sociale del nostro paese.
Dalla fine degli anni Sessanta, i movimenti di lotta per la casa sono stati una istanza che ha affiancato il movimento operaio sui luoghi di lavoro. Sia nella loro forma spontanea (i comitati di lotta per la casa) che in quella sindacale vera e propria (come l’Asia-Usb ed altri), i movimenti sociali sulla questione abitativa, con ondate e fasi diverse, hanno scandito la storia sociale del paese e di molte città.
Dalle occupazioni di case portate avanti dai baraccati fino agli anni ’70 (determinati dalla immigrazione interna dal Meridione verso Roma o le città del Nord), si è passati alle occupazioni degli anni ’80 che vedevano come protagoniste le famiglie sfrattate e giovani coppie, fino alle nuove ondate di occupazioni abitative portate avanti nel nuovo secolo dai nuovi immigrati, questa volta non più provenienti dal Meridione ma da altri paesi.
Ma la lotta per il diritto alla casa si è estesa molto al di là delle sole occupazioni abitative. Non casualmente oggi viene definito come “Diritto all’abitare”, esprimendo con esso una visione più complessiva della questione abitativa.
Agli occupanti di case e agli inquilini delle case popolari (per lo più proletari) si sono via via aggiunti gli inquilini delle case degli enti previdenziali privatizzate e dismesse nel quadro della “finanza creativa” dei governi di Maastricht, coinvolgendo così anche settori di ceti medi che mai avrebbero immaginato di finire nel calvario dell’emergenza abitativa.
Infine sono arrivati anche altri segmenti di ceto medio come gli inquilini e i proprietari truffati da cooperative e società private con i cosiddetti Piani di Zona costruiti sulle aree 167, costretti a pagare affitti o prezzi d’acquisto superiori a quelli legali che rischiano, nonostante affitti pagati o rate di mutuo in regola, di vedersi sfrattare dalle loro case.
Oggi possiamo e dobbiamo affermare che la lotta e i movimenti per il diritto all’abitare agiscono su una contraddizione divenuta dirimente come quella tra salari e profitti. Anzi prendono di petto il terzo fattore che lo stesso Marx evidenziava come soggetto della lotta tra interessi di classe diversi: la rendita.
E quest’ultima è decisamente la peggiore delle maledizioni che il sistema capitalista ha innestato nella e sulla società. È peggiore del profitto perché slegata sia dall’attività di impresa che dal lavoro salariato, è parassitismo allo stadio superiore e spesso cresce e sopravvive proprio uccidendo i primi due.
Sulla questione abitativa la rendita, dopo i tentativi di limitarla e regolamentarla messi in piedi nel dopoguerra e nella fase costituzionale del paese, dagli anni Novanta in poi ha potuto approfittarsi della deregulation più totale per espandersi e determinare le priorità sociali del paese.
I danni derivanti da queste scelte iperliberiste, tutte ben denunciate, documentate e argomentate in questo libro, sono sotto gli occhi di tutti, incluse le leggi introdotte dai governi più recenti per criminalizzare e reprimere quei movimenti per il diritto all’abitare che questa maledizione la denunciano e la contrastano da anni, tutti i giorni.
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