Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/07/2024

Merito e cultura

Intervista di Maria Luigia Pace a Italo Calvino su “Panorama” del 30 luglio 1979

Lei sostiene il ritorno a una scuola severa, selettiva?

Ogni cosa che conta ha una sola regola: puntare sul più difficile. Questo puntare sul più facile va troppo smaccatamente d’accordo con lo spirito delle classi parassitarie e della gente che conosce soltanto la vita facile e che vuole conservare uno spazio di vita facile alle spalle degli altri ... Creare nuovi eserciti di diplomati senz’arte né parte mi pare una cosa senza senso.

Lei vede dunque l’educazione prima di tutto come efficienza tecnica?

No, quelli che mancano sono soprattutto i presupposti culturali e di costume per trovare il senso della propria utilità pubblica in un’epoca di grandi cambiamenti.

Fonte

02/06/2020

Covid, il colpo di grazia per l’aziendalizzazione della scuola. Un’analisi linguistica

Che l’intento delle varie riforme del passato, in ultimo della cosiddetta “Buona scuola” di Renzi, fosse quello di trasformare gradualmente il funzionamento della scuola in un’impianto di tipo aziendale, è purtroppo una cosa risaputa. Il preside è diventato una figura modellata sul manager, mentre i vari docenti e gli stessi alunni sono sempre più considerati come “risorse umane”, anche per mezzo dell’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro. La scuola, come del resto l’università, da luogo di stampo umanistico in cui vengono messi in gioco, in modo sinergico, il sapere e l’apprendimento, è ormai una realtà in cui predominano gli aspetti burocratici e formali, all’interno di un sistema modellato sui meccanismi di produzione capitalistica e asservito all’ostentato utilizzo delle cosiddette ‘nuove tecnologie’.

Sembra proprio che l’emergenza dovuta alla diffusione del Coronavirus abbia rappresentato un significativo colpo di grazia per gli ultimi baluardi di resistenza di qualsiasi forma di sapere autentico all’interno delle strutture scolastiche. La didattica a distanza, ormai considerata come un metodo di insegnamento ‘normalizzato’ (da usarsi, quindi, anche al di fuori dell’emergenza), sta introducendo un nuovo assetto di potere all’interno delle scuole. Essa rafforza infatti l’idea della scuola come azienda, dei docenti come ‘risorse umane’, come figure professionali legate all’universo manageriale molto simili agli impiegati di una grande azienda privata. Il preside, investito del potere di attuare scelte personali che scavalcano le istanze della scuola pubblica, viene sempre più assimilato alla figura del manager, ed è visto come un leader aziendale. Questa graduale trasformazione – che, lo ripetiamo, era già iniziata – si sta accelerando notevolmente grazie all’emergenza e alla conseguente necessità di rivedere praticamente tutta l’organizzazione scolastica, dalla didattica agli spazi fisici delle aule. L’introduzione della didattica a distanza come una pratica pressoché normale non è altro che il definitivo asservimento dell’istruzione alle ‘nuove tecnologie’, le quali mettono in gioco più o meno oscuri rapporti con le grandi lobby dell’informatica, avviando anche una inestricabile dinamica di potere. La scuola altro non sarebbe, quindi, che un’azienda qualsiasi che si affida a giganti industriali dell’informatica che detengono anche un innegabile potere politico ed economico.

Eppure, l’educazione vera è qualcosa di ben diverso da queste interfacce tecnologiche che si trascinano dietro oscure logiche di potere. L’educazione vera è la bellezza del rapporto interpersonale fra docente e allievo, è la profonda umanità insita in questo rapporto. Tutto ciò che sta avvenendo adesso sta cancellando inesorabilmente qualsiasi retaggio umanistico (e, si potrebbe aggiungere, anche umano) nella didattica. Un buon docente, ormai, non è più quello colto e preparato, ma semplicemente quello che sa utilizzare bene le nuove tecnologie. Un tecnico, insomma. Non sono poi troppo lontani i tempi in cui non ci sarà più bisogno di insegnanti in carne ed ossa (inutili risorse umane), i quali saranno sostituiti da macchine e robot.

Una progressiva aziendalizzazione della scuola sta avvenendo anche a livello linguistico. Anche nella scuola si sta ormai introducendo il cosiddetto aziendalese: un misto di gergo aziendale italiano e inglese, linguaggio burocratico e terminologia tecnologico-scientifica. In esso predominano i tecnicismi come, ad esempio, “interfacciarsi” o “monitorare” che molto spesso sono anche prestiti integrali dall’inglese. Qualsiasi corso di formazione per docenti, sia sulla didattica in generale sia sulle nuove tecnologie, è infarcito di questi termini. Ormai, anche nel mondo della scuola, come in una azienda si preferisce team leader o group head a “capogruppo”, feedback a “risposta” o “riscontro”, mission a “obiettivo” e vision a “punto di vista”. L’influsso del burocratese, la lingua giuridico-amministrativa, è evidente invece nella preferenza per le locuzioni preposizionali (“con l’ausilio di”, “a mezzo di”, “nella persona di”) rispetto alle preposizioni semplici.

Ad esempio, possiamo leggere questo brano (Le proposte ANP per la riapertura della scuole a settembre) tratto dal sito ANP (Associazione nazionale dirigenti pubblici), in cui, utilizzando tale gergo, viene resa nota la necessità di aziendalizzare sempre di più la scuola: “I docenti dovranno volgere decisamente la loro attività alla promozione dell’apprendimento autentico, attraverso un approccio di school improvement, ossia attraverso comportamenti di agevolazione del processo di formazione in uno scenario orientato alla cultura della competenza. L’introduzione di un vero middle management di supporto al dirigente non appare più rinviabile”. Altri brani simili si possono leggere nel medesimo articolo a questo link: Le proposte anp per la riapertura delle scuole a settembre.

Sempre nell’articolo citato sono presenti innumerevoli parole inglesi che fanno parte di quella terminologia tecnico-scientifica largamente utilizzata dalle aziende. Le elenco qui in ordine di occorrenza: e-government, media education, school improvement, middle management (tre volte), device (otto volte), governance, web, plafond, ebook, gigabyte, team, repository, feedback, LMS free, flipped classroom, privacy, on line, range, leader, design thinking, setting, tutoring, peer to peer, feedback, team, lunch box, monitor, full HD, document camera, optical, stakeholders. È stato inoltre creato un nuovo acronimo per indicare la didattica in presenza (che dovrebbe essere normale), da contrapporre all’acronimo DAD (didattica a distanza), cioè DIP. La nostra convinzione che l’emergenza del Coronavirus abbia rappresentato un vero e proprio cacio sui maccheroni, come si suol dire, per un’ulteriore aziendalizzazione della scuola, viene ribadita dalle conclusioni del documento: “In conclusione, la minaccia costituita dal Covid-19 può essere un’opportunità per apportare al nostro sistema educativo consistenti miglioramenti strutturali ma il decisore politico deve assumersi rapidamente la responsabilità delle scelte necessarie”.

Il gergo aziendalese si avvicina molto a quella che Italo Calvino, in un suo articolo del 1965 pubblicato su “Il Giorno”, definisce come “antilingua”. Come scrive Calvino, avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e telegiornali scrivono, pensano e parlano in una “antilingua” inesistente. L’antilingua sarebbe inoltre caratterizzata da un vero e proprio “terrore semantico” per il significato, mettendo in atto la volontà di rifuggire da vocaboli che abbiano un chiaro e semplice significato. Calvino afferma che “dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho «fatto», ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa”. L’antilingua esclude sia la comunicazione più semplice sia la profondità espressiva: per questo, secondo Calvino, se trionferà l’antilingua, “l’italiano scomparirà dalla carta geografica d’Europa come uno strumento inservibile”.

Poco prima di Calvino, anche Pier Paolo Pasolini aveva affrontato il tema del mutamento della lingua italiana avvenuto in seguito al boom economico. Secondo Pasolini, a partire dalla fine degli anni cinquanta, all’asse linguistico Roma-Firenze-Napoli si è sostituito quello Torino-Milano, centri irradiatori del nuovo linguaggio tecnologico, una nuova “tecnolingua” dai caratteri fondamentalmente negativi: “La «comunicatività» del mondo della scienza applicata, dell’eternità industriale, si presenta come strettamente pratica. E quindi mostruosa. Nessuna parola avrà senso che non sia funzionale entro l’ambito della necessità: sarà inconcepibile l’espressione autonoma di un sentimento «gratuito»”.

Calvino, riprendendo queste teorie di Pasolini, afferma poi che se tale linguaggio tecnologico si innesta sull’antilingua, “ne subirà immediatamente il contagio mortale e anche i termini «tecnologici» si tingeranno del colore del nulla”.

Ebbene, è proprio quello che è successo e sta succedendo oggi, a ben più di cinquant’anni di distanza dalle teorie di Calvino e Pasolini: l’antilingua aziendalese si è mescolata, in un contagio mortale, con il linguaggio tecnologico relativo alle cosiddette ‘nuove tecnologie’. Il Covid ha contagiato mortalmente anche la lingua, e per di più, la lingua utilizzata dalle scuole, le quali dovrebbero rappresentare gli ultimi baluardi della cultura linguistica di una nazione. Una cultura che sta scivolando inesorabilmente verso il nulla. Ci aspetta un futuro crudele, quasi quanto quello raccontato da Ray Bradbury in Fahrenheit 451, in cui un potere pervasivo e diffuso brucia e distrugge tutti i libri. Ma anche un futuro di lotta per la sopravvivenza dell’idea stessa di cultura.

Guy van Stratten

Riferimenti bibliografici:

Italo Calvino, L’antilingua, ora in Id., Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Mondadori, Milano, 1995.

Pier Paolo Pasolini, Nuove questioni linguistiche, ora in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, Mondadori, Milano, 1999.

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29/10/2017

Scalfari, l’ex fascista rimasto “oligarchico”

Ci ha un po’ sorpreso questa pubblicazione decisamente anti-scalfariana proprio su Repubblica, sebbene nella sua versione online intitolata “Temi”.

Non ci ha invece sorpreso il contenuto, che dà conto in modo decisamente poco encomiastico dei trascorsi giovanili dell’ex padre-padrone del giornale presuntamente “progressista”. Si sapeva, e lo aveva ammesso lo stesso Scalfari, che ai tempi del liceo – più o meno – si era lanciato a corpo morto nelle file del fascismo.

Errore di gioventù, si era sempre pensato. O comunque via obbligata all’interno di un regime, se volevi lavorare. Lo stesso percorso di altri intellettuali importanti, che avevano fatto le prime prove nelle rivistine del fascimo dedicate “alla gioventù”.

Questa pubblicazione, però, ci dà un quadro diverso, un ritratto assai più “entusiasta” del giovane Scalfari nei confronti del regime. Del resto, lavorava con Giuseppe Bottai, gerarca con molti difetti ma non quello dell’ingenuità.

Soprattutto il “compagno di banco” del giovane Eugenio – quell’Italo Calvino spesso citato in questo scomodo ruolo di “certificatore” – si rivela assai poco tenero nei suoi confronti, sottolineandone i vizi di piaggeria, ambizione, falsità, omologazione, arrivismo senza scrupoli e tantomeno ideali. Insomma, “Ti conoscevamo come uno disposto a tutto pur di riuscire, ma cominci a fare un po’ schifo”.

Sia chiaro, l’interesse di questa pubblicazione non sta nella “scoperta” dell’internità del giovane Eugenio al regime fascista, in posizione peraltro estremamente marginale. Né pensiamo che questa sia “prova” di continuità ideologica da 70 anni fa ad oggi. Sta invece proprio nella messa a nudo di questi “vizi caratteriali” che lo descrivono come un disponibile servo per qualsiasi potere (se hai accettato il fascismo come possibile “ascensore personale”, tutto è possibile). Vizi che non si correggono con la maturità, ma semmai si aggravano.

Come ben spiegava il cardinale Talleyrand – vero camaleonte capace di passare da Luigi XIV alla Rivoluzione, da Napoleone di nuovo alla monarchia – “se non sei rivoluzionario a 18 anni, significa che sei senza cuore”. Ovvero senza valori, ideali, struttura morale “verticale”.

Quando leggete con autentica sorpresa il vecchio Scalfari contemporaneo concionare sulla bontà dell’oligarchia, comunque, potete comunque avvertire un sentore della sua cultura giovanile, come questo: “La sintesi corporativa interessa ed investe in pieno i rapporti tra l’individuo e lo Stato e pone improrogabilmente il problema del regolamento di tali rapporti, regolamento che si applica seguendo due principali direttrici vettoriali: responsabilità-gerarchia. Lo Stato moderno, non fosse altro che per ragioni pratiche, deve essere essenzialmente gerarchico e aristocratico, e in esso l’individuo deve sentirsi intimamente responsabile dell’incarico che gli compete.”

Un sentore non proprio ben odorante...

*****

da http://temi.repubblica.it/micromega-online/

Eugenio Scalfari ha sempre sostenuto che il suo impegno giornalistico fascista fosse iniziato nella seconda metà del 1942 su “Roma fascista”. In realtà, diversi mesi prima, con gli articoli su “Gioventù italica” e “Conquiste d’Impero” ora ritrovati dal professore della Statale di Milano Dario Borso. Ne pubblichiamo qui alcuni stralci come contributo importante alla verità storica.

Eugenio Scalfari è una figura centralissima della vita giornalistica, politica e in senso lato culturale dell’intero dopoguerra. Insieme a Arrigo Benedetti, e due anni dopo a Carlo Caracciolo, è il fondatore del gruppo editoriale l’Espresso che oggi si chiama GEDI, cui appartiene anche MicroMega, e di MicroMega è stato anzi per anni uno dei più autorevoli collaboratori. A Scalfari debbono molto i cittadini democratici per tante battaglie di cui l’Espresso prima (a partire dalla famosa inchiesta di Manlio Cancogni del 1955, “Capitale corrotta nazione infetta”) e Repubblica poi, sono stati protagonisti. A Eugenio (e prima ancora al direttore dell’Espresso Livio Zanetti) sono debitore anche sul piano personale, per le occasioni che mi sono state offerte di collaborare a due testate così importanti, mi sento perciò legato a lui da affetto oltre che da riconoscenza.

Ma nella vita democratica la verità storica (le “modeste verità di fatto” di cui parlava Hannah Arendt, rinunciando alle quali si prepara seconda la Arendt la via alla mutazione totalitaria) è un bene più prezioso e irrinunciabile dell’affetto e della riconoscenza.

Il breve testo di Dario Borso che qui presentiamo è un contributo importante alla verità storica. Fa parte di una ricerca più ampia che Borso sta svolgendo sugli intellettuali nel periodo del fascismo che precede il 25 luglio. Scalfari ha sempre sostenuto che il suo impegno giornalistico fascista fosse iniziato nella seconda metà del 1942 su “Roma fascista”. In realtà le lettere scambiate tra Scalfari e Italo Calvino (furono compagni di banco, come più volte ricordato da Scalfari, circostanza nota al grande pubblico per un intervento di Benigni che la sottolineò nella piazza dell’edizione 2014 di “Repubblica delle idee”) già riportavano indicazioni inequivocabili di come Scalfari già dal febbraio 1942 si vantasse con Calvino di essere entrato a far parte di un “vivaio giovanile” scrivendo su “Gioventù italica” e “Conquiste d’Impero”.

Dario Borso è riuscito a ritrovare quegli articoli di difficilissima reperibilità, e ne pubblica qui gli stralci più importanti – che certamente arricchiscono la conoscenza della formazione fascista di tante personalità che avrebbero poi avuto ruoli preminenti nella vita civile e politica dell’Italia democratica – ripromettendosi di ritornarvi nel corso della sua più ampia ricerca, perché passare per tale formazione, riviste, Guf, Littoriali, per molti fu strada quasi “naturale”. Come Borso mi ha scritto nel biglietto di accompagnamento di questa scoperta storico-giornalistica: Quello che mi premerebbe passasse come messaggio, è che tutti sbagliamo, soprattutto in gioventù, ma la maturità dell’adulto, per non dire dell’anziano, sta nell’ammettere i propri errori, e non per se stesso, ma per le generazioni a venire (altrimenti a tramandarsi è la finzione ecc.).

(Paolo Flores D’Arcais)

di Dario Borso

Più volte Eugenio Scalfari ha rimemorato i suoi esordi letterari facendoli invariabilmente risalire ad alcuni articoli usciti nella seconda metà del 1942 su Roma Fascista, settimanale del Gruppo Universitario Fascista1: ma è vero?

Giunto nella capitale da Sanremo verso la fine dell’anno precedente, egli intrattenne regolare corrispondenza con l’ex-compagno di liceo Italo Calvino. Le lettere del primo non sono tuttora disponibili, quelle del secondo sì2. Stralciando limitatamente alla prima metà del 1942:

12 febbraio: «Stai diventando un fanatico, ragazzo mio, stai attento. Ti stai esaltando di queste idee, tanto da montarti la testa. Curati. Distraiti.»

1 marzo: «Dunque tu, Eugenioscalfari, scrivi su riviste letterarie giovanili? Scrivi articoletti sull’arte novissima, eh? Sei capitato in un vivaio giovanile? Ma che bravo! Bravo, bravo, mi compiaccio proprio. Ahahahahahaah!»

7 marzo: «La faccenda del vivaio giovanile non è molto chiara. Scrivi meno balle, racconta fatti e ambienti e persone. Adesso il giornalino non è più del vivaio, è dell’Azione Cattolica. Che casino! […] Quando la finirai di pronunciare al mio cospetto frasi come queste: “tutti i mezzi son buoni pur di riuscire” “seguire la corrente” “adeguarsi ai tempi”? Sono queste le idee di un giovane che dovrebbe affacciarsi alla vita con purezza d’intenti e serenità d’ideali?»

21 aprile: «Mandami, appena vede la luce, il numero di Gioventù Italica che porta il tuo battesimo dell’inchiostro tipografico. Siccome avrai naturalmente scritto delle gran frescate, polemizzerò con te. Quello che rimane per me un gran mistero è come facciano a vivere le varie Gioventù & Progenie, Roma & Ischirogeno, che pullulano dalle tue parti. E, quel che più conta, dove piglino i soldi da dare a degli sciagurati come te.»

29 aprile: «Fa piacere poter dire: sapete, stasera ho da scrivere a Eugenio Scalfari, il noto pubblicista, è mio amico, siamo stati compagni di scuola, sì, proprio lui, il più noto scrittore contemporaneo, quello che scrive nientedimeno che su Conquiste d’Impero. […] Ci scrive anche Giuseppe [Bottai], ma sì, proprio Giuseppe, sono colleghi, “il mio Peppino” lo chiama Scalfari. […] Ho atteso a risponderti alla tua doppia ultima perché attendevo la copia di Gioventù Italica che mi è arrivata oggi. […] Non posso definire il tuo articolo altrimenti che: strano. Strano che tu ti metta a scrivere di queste cose, strano che tu mostri una così sicura cognizione in fatto di tragedie greche che credo conoscerai quanto conosco io, cioè ben poco.»

21 maggio: «Per quanto io aspiri a un “modo di salire” e tu a un “salire ad ogni modo”, l’esempio dell’amico mi sarà certo di sprone. […] Manda roba: Conquiste d’Impero, tua tesi per quell’affare del convegnochesoio, Roma Fascista che – scusa – non ho capito bene che cosa è (un giornaletto del Guf)?»

10 giugno: «Tu che sempre hai vissuto in una sfera lontana dalla vera vita, uniformando il tuo pensiero all’articolo di fondo del giornale tale e talaltro, ignorando completamente uomini fatti cose adesso ti metti a scrivere di economia, di argomenti ai quali sono legati avvenire benessere prosperità di popolazioni. Questa più che faccia tosta mi sembra impudenza. […] Lo so, sono amaro, ma, ragazzo, nella merda fino a quel punto non ti credevo. Il giornale fa pietà, è un vero sconcio che si lasci pubblicare tanta roba idiota e inutile. […] Ti conoscevamo come uno disposto a tutto pur di riuscire, ma cominci a fare un po’ schifo.»

21 giugno: «Me ne frego che tu ti offenda e mi risponda con lettere aspramente risentite (oltre che scemo sei pure diventato permaloso), quello che ho da dirti (e te lo dico per il tuo bene) si compendia in una sola parola: PAGLIACCIO! […] Chiunque ti legga, vedendo uno che fa sfoggio di erudizione ad ogni sillaba, che fa di tutto perché i suoi concetti appaiano il meno chiari e determinati possibile, non può fare a meno di credere che tu sia un IGNORANTE che ripete pappagallescamente frasi e termini raffazzonati a casaccio.»

Ed ora, in prima assoluta, ecco a stralci i due articoli scalfariani in questione:

L’elemento “tragedia” nell’animo umano, n. di marzo-aprile 1942 di Gioventù Italica, organo della Gioventù Cattolica Italiana diretto da Luigi Gedda: «La tragedia nasce dal dubbio e dal dolore non dell’individuo, ma dell’umanità intera, in quanto scaturisce da quei sentimenti di carattere universale e non particolare, che tutta l’umanità interessano. […] Essenzialmente dinamica, essa si evolve parallelamente all’evoluzione della nostra coscienza dei due opposti termini dall’incontro dei quali scaturisce il conflitto tragico: Uomo–Dio. Secondo i tempi, secondo i paesi, secondo la fede dei popoli, varia il risultato del conflitto: ora esso si risolve con un annientamento della volontà dell’uomo di fronte a quella di Dio, ora con un’emancipazione dell’uomo da Dio. Ma v’è una terza fase della tragedia ch’è quasi sintesi delle due precedenti, fase essenzialmente religiosa e corale nella quale su tutto domina il pianto eterno dell’umanità in travaglio […]. “O uomini che preferite restare nel vostro guscio, e frodare la vita come un piccolo Bonturo piuttosto che adorare la morte come un Ulisse ardimentoso!” Questo grida lo spirito tragico in ciascuno di noi, che è ancora e sempre conflitto; conflitto tra l’Uomo e il tempo, che lo schiaccia e lo annulla inesorabilmente; tra la libera volontà dell’Uomo e il Destino che la nega e la distrugge; tra la forza fisica dell’Uomo e le oscure potenze cosmiche scatenate […]. Noi vogliamo un Uomo migliore fra altri Uomini migliori, e fidiamo nella forza della tragedia (s’intenda: della tragedia non del dramma) per giungere a questo risultato. La tragedia come concertazione scenica deve rinascere e rinascerà. Essa sarà essenzialmente religiosa e avrà compito religioso: scoprire Dio nell’Uomo!»3

Spiritualizzare la corporazione, n. di giugno 1942 di Conquiste d’Impero, mensile diretto da Corrado Petrone. Designato nel 1937 presidente del Comitato Nazionale per l’Indipendenza Economica4, docente di Storia e Principi del Diritto Fascista alla Sapienza, cooptato nel 1941 alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, il direttore apre il numero con: «Occorre selezionare i quadri del Partito Nazionale Fascista eliminando le scorie, in modo da dare al Partito un’essenza di aristocrazia di popolo» – dopodiché a ruota Eugenio: «L’ordinamento corporativo, base della politica e del programma del Fascismo, è una di quelle creazioni che, conquistate da una Rivoluzione Vittoriosa, sono destinate poi a rimanere eterno retaggio della società umana quali principi indistruttibili acquisiti sulla via del progresso […]. La sintesi corporativa interessa ed investe in pieno i rapporti tra l’individuo e lo Stato e pone improrogabilmente il problema del regolamento di tali rapporti, regolamento che si applica seguendo due principali direttrici vettoriali: responsabilità-gerarchia. Lo Stato moderno, non fosse altro che per ragioni pratiche, deve essere essenzialmente gerarchico e aristocratico, e in esso l’individuo deve sentirsi intimamente responsabile dell’incarico che gli compete. La civiltà illuministico-liberale deriva l’esistenza dello Stato da un’origine contrattualistica tra singoli e perciò artificiale, e pone l’eguaglianza alla base della società come identità di concessione di libertà che Ognuno fa a Tutti. […] Noi aborriamo da una società tutta allo stesso livello, composta di grandi steli d’erba e di piccole querce; noi vogliamo un’eguaglianza più nobile, quella che purifica tutti davanti alla vita e al lavoro, che rende degni e meritevoli di rispetto il manovale e il filosofo, l’industriale e il poeta. […] Per raggiungere tale risultato non basta auspicarlo: è anzitutto necessario combattere e credere. Il mondo moderno è assetato di fede più che di tutto, di una fede che, dopo tanto scettico relativismo esistenzialistico, rappresenti alfine un punto fermo per ridare all’uomo un metro assoluto per disceverare il bene e il male, per premiare il bene e per punire il male. La battaglia spirituale è già stata iniziata, grazie all’opera e alle direttive precise del DUCE, fin dai primi anni del Fascismo. A noi spetta il condurla a compimento.”5

Il 23 settembre Scalfari, che nel frattempo aveva sfornato una nutrita serie di articoli per Roma Fascista, annunciò a Calvino di esserne divenuto redattore-capo. Lo fu per un trimestre, rimanendo nondimeno fascista fino al 24 luglio 1943 quale collaboratore fisso di Nuovo Occidente, il mensile ultramussoliniano di Giuseppe Attilio Fanelli.

NOTE

1 Cfr. almeno il Racconto biografico inserito nel Meridiano Mondadori del 2012 e l’intervista www.repubblica.it/politica/2016/05/29/news/referendum_1946_scalfari-140836071/.

2 Cfr. I. Calvino, Lettere 1940-1985, a cura di L. Baranelli, Mondadori, Milano 2000.

3 Consultabile alla biblioteca d’ateneo dell’Università Cattolica di Milano (PER-MI-000384). La citazione interna è da Gli ultimi saranno i primi, discorso tenuto da Gabriele D’Annunzio all’Augusteo di Roma il 4 maggio 1919. Coniato dal Carducci e sfruttato da D’Annunzio come sinonimo di politicante corrotto, l’eponimo Bonturo (da Dante, Inferno, XXI) piaceva a Scalfari, che lo reimpiegò tre mesi dopo su Roma Fascista: «Noi siamo pronti a marciare, a costo di qualsiasi sacrificio, contro tutti i Bonturi che tentano di fare mercimonio della nostra passione e della nostra fede. E ancora oggi è la stessa voce del Capo che ci guida.»

4 Carrozzone clientelare su cui cfr. C. Scibilia, L’olimpiade economica: storia del CNIE, Franco Angeli, Milano 2015.

5 Consultabile alla biblioteca centrale dell’Università degli Studi di Milano (PER.G. 00356), l’articolo chiude con: «E dopo la vittoria che ci arriderà senza fallo, perché siamo giovani e vogliamo, potremo assolvere il voto del primo Poeta d’Italia Imperiale, di Gabriele D’Annunzio, consacrando un altare in Campidoglio alla Decima Corporazione» (quella cioè «riservata alle forze misteriose del popolo in travaglio», secondo il dettato della Carta del Carnaro).

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19/09/2017

Cosa si nasconde dietro Pinuccia Ghersi

Il Comune di Noli, decidendo di intitolare una targa in memoria di Giuseppina Ghersi, tredicenne violentata e uccisa da partigiani savonesi dopo la Liberazione, ha di fatto cercato di far passare un atto orrendo commesso in periodo di guerra e vendetta, come “la normalità” del movimento Partigiano.

Una bastardata raccolta da fascisti e reazionari di ogni risma, felici di poter nascondere i propri eccidi dietro un singolo fatto (uno dei pochi in cui i partigiani si sono abbassati al livello del nemico).

Ci sembra dunque necessaria una precisazione, che affidiamo a una penna decisamente migliore della nostra.

*****

“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono.”

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