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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/07/2026

Il prezzo sporco del bel gioco. Così il monopolio del calcio sta danneggiando tifosi e giocatori

Quando Stati Uniti, Messico e Canada hanno presentato la candidatura congiunta per i Mondiali di calcio, gli organizzatori avevano assicurato che i biglietti per la fase a gironi sarebbero partiti da 21 dollari. Dopo le oscure edizioni in Russia e in Qatar, il calcio sarebbe finalmente tornato vicino alle persone, era la promessa. È andata diversamente.

Il 19 luglio si gioca infatti la finale della Coppa del mondo tra Spagna e Argentina e i tifosi che vorranno assistere alla partita dagli spalti del MetLife Stadium non lontano da New York dovranno spendere per un posto ritenuto scadente almeno 4.185 dollari. Mentre il prezzo minimo necessario per vedere dal vivo tutte le partite della competizione si è aggirato intorno ai 6.900 dollari.

Briciole in ogni caso in confronto ai costi raggiunti dai biglietti messi in rivendita sulla piattaforma ufficiale della Fifa, dove i posti più prestigiosi hanno toccato i 2,3 milioni di dollari. Un meccanismo che non riguarda solamente la Coppa del mondo ma che sta trovando sempre più spazio in campionati e competizioni internazionali, rendendo la possibilità di assistere dal vivo a quello che un tempo era lo sport popolare per eccellenza un’esperienza sempre più esclusiva.

Il Balanced economy project, realtà non profit che si batte contro i monopoli e per un’economia realmente democratica, ha messo in fila alcuni numeri sulla crescita esponenziale del costo dei biglietti, collegandola al monopolio della Fifa e all’utilizzo di un sistema di prezzo “dinamico”.

“Lo sport è uno dei settori più redditizi che abbiamo in Europa e il calcio è lo sport più importante in assoluto – ha spiegato Rasmus Andresen, eurodeputato impegnato in diverse iniziative contro il monopolio nel mondo del calcio in un’intervista al Balanced economy project –. Trovo strano che da un lato si parli di determinati settori e si concordi sulla necessità di contrastare i comportamenti anticoncorrenziali ma dall’altro, quando si tratta di calcio, questa consapevolezza sembri mancare”.

Con riferimento ai Mondiali la Fédération internationale de football association guidata da Gianni Infantino ha infatti utilizzato un sistema di “pricing dinamico” in cui i prezzi si adeguano in tempo reale alla domanda e alle disponibilità residue. Di conseguenza con l’avvicinarsi degli eventi la disponibilità si riduce e i prezzi salgono alle stelle. Non solo: la Fifa controlla sia l’assegnazione iniziale dei biglietti sia la piattaforma di rivendita, su cui applica una commissione del 15%, e quindi trae profitto direttamente da questo aumento incontrollato. Il sistema è progettato per creare artificialmente la scarsità e accaparrarsi il sovrapprezzo che ne deriva, è la denuncia del Balanced economy project.

Una pratica che non ha riguardato appunto solo il costo dei biglietti. “Si possono notare molti aspetti del torneo che sono interamente dettati dal profitto: a cominciare dalle ‘pause per l’idratazione’, effettuate indipendentemente dalla temperatura o dalle condizioni meteorologiche all’interno dello stadio, che sono chiaramente pensate per favorire le inserzioni pubblicitarie a scapito delle partite stesse”, ha lamentato ancora Andresen. Una posizione ribadita da Harry Brown, ricercatore presso l’Heat and health research centre dell’Università di Sydney, in un suo editoriale sulla rivista scientifica Nature, dove criticava la mancanza di una solida base scientifica dietro gli “hydration break”.

Qualcosa comunque si è mosso. Nel marzo di quest’anno un gruppo di 23 parlamentari europei ha sollecitato la Commissione von der Leyen a indagare sulle pratiche di vendita dei biglietti della Fifa, denunciando l’abuso di posizione dominante nel mercato. Hanno chiesto inoltre se i consumatori possano prendere decisioni di acquisto informate quando non dispongono di “alcun modo chiaro per conoscere il prezzo finale prima di mettersi in coda”. Questa iniziativa ha fatto seguito a una denuncia presentata sempre nel marzo 2026 da Football supporters Europe (FSE) e dall’organizzazione per i diritti dei consumatori Euroconsumers, che esprimeva le stesse preoccupazioni. Negli Stati Uniti i procuratori generali di New York e del New Jersey hanno avviato un’indagine separata sulle pratiche della Fifa. “La pressione normativa proviene da diverse giurisdizioni e prospettive, con le autorità di regolamentazione sia europee sia statunitensi che si stanno attivando – fa sapere il Balanced economy project –. Questi sforzi dimostrano che esistono i presupposti giuridici e politici per un intervento. La questione è se le autorità di regolamentazione provvederanno a farlo rispettare”.

Tuttavia il monopolio dei padroni del pallone non si limita alla Fifa ma coinvolge anche le leghe nazionali europee. A partire dai cinque maggiori campionati – Inghilterra, Spagna, Francia, Italia e Germania – dove quasi il 42% di tutte le società fa capo a un regime di un multi-club ownership, ovvero un singolo investitore o entità societaria detiene partecipazioni in diverse squadre contemporaneamente. Ad esempio Red Bull possiede l’Rb Leipzig in Germania, l’Rb Salzburg in Austria e i New York Red Bulls negli Stati Uniti. Mentre il City football group controlla il Manchester City, il New York City, il Girona in Spagna e il Melbourne City in Australia.

In questa struttura societaria i club più piccoli vengono utilizzati solamente per “allevare” i talenti per le squadre più blasonate, permettendo a queste ultime di controllare il “calciomercato”. I giovani calciatori, spesso provenienti da Paesi a reddito medio-basso, vengono quindi individuati e convogliati attraverso queste reti, per poi essere rivenduti quando la loro “quotazione di mercato” è al massimo, realizzando così profitti. Uno schema che non solo danneggia la competizione ma mette gli obiettivi finanziari e i profitti a breve termine davanti allo sviluppo dei talenti e ai valori dello sport. “Ritengo che nel calcio non si debbano più consentire le proprietà multiple, perché anche se si regolamentassero questi modelli la competizione non sarebbe più equa, dato che metterebbe a confronto i grandi club con quelli più piccoli che non hanno le stesse possibilità in campo”, è l’opinione di Andresen.

La più evidente conseguenza di questa politica è l’aumento del costo dei biglietti per le partite dei campionati. Un fenomeno che diventa particolarmente evidente per quanto riguarda la massima competizione inglese, la Premier league. Nel 1990 assistere a un incontro del campionato di calcio più antico del mondo ad Anfield, Liverpool, uno dei palcoscenici più prestigiosi per questo sport, aveva un costo minimo di quattro sterline. Dopo 35 anni lo stesso biglietto ha raggiunto le 39 sterline (pari a 46 euro), un aumento dell’859%. Inoltre tra i “big six” della Premier league – Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United e Tottenham Hotspur – il prezzo medio di un biglietto per una partita è ora di 74 sterline (87 euro). Se si aggiungono i costi di cibo e trasporti si arriva a un totale di 500 sterline (quasi 600 euro) per una famiglia di quattro persone, una spesa intorno al reddito settimanale di una famiglia inglese di “fascia bassa”.

In parallelo i diritti di trasmissione della Premier sono stati venduti per cinque miliardi di sterline (quasi sei miliardi di euro) per il ciclo 2022-2025. Un esborso che si riversa sui costi degli abbonamenti: l’emittente Sky sports addebita ad esempio circa 264 sterline (310 euro) all’anno e Tnt sports richiede tariffe simili. Ne consegue che una famiglia della classe operaia che un tempo guardava la propria squadra dagli spalti acquistando un biglietto a prezzi accessibili ora è costretta a seguire le partite da casa pagando abbonamenti televisivi spesso proibitivi.

Per il parlamentare europeo Rasmus Andresen esiste tuttavia un modello positivo da cui prendere esempio. La Bundesliga tedesca applica la “regola del 50+1”, secondo la quale i tifosi devono detenere almeno il 50% più uno dei diritti di voto del club. Riuscendo di conseguenza a mantenere contenuto il costo di biglietti e abbonamenti. Il prezzo medio dei biglietti nella Bundesliga era di 29 euro per la stagione 2024-2025, meno della metà dell’equivalente della Premier league. Il Borussia Dortmund, una delle squadre più titolate, offre un abbonamento in piedi per tutte le partite casalinghe di campionato a 260 euro, una cifra inferiore al costo di tre biglietti medi per una giornata di campionato della Premier league. Un modello che riesce ad attirare numerosi spettatori. La scorsa stagione il calcio professionistico tedesco ha stabilito il suo record storico di affluenza con quasi 21 milioni di biglietti venduti nelle due serie principali. L’affluenza media a partita è stata di 34.288 spettatori, la più alta di tutti i tempi. Anche nella stagione precedente la media delle vendite di biglietti a partita aveva superato i dati della Serie A italiana e della Premier league inglese.

“Credo che l’opzione tedesca sia la migliore. Sarebbe opportuno applicare una norma del genere in tutto il calcio europeo, in modo che gli investitori stranieri non possano acquisire il controllo di una squadra – ha concluso Andresen –. Le squadre di calcio hanno un impatto sulla società e sul territorio. Non si tratta solo di una manciata di calciatori professionisti ma anche dello sviluppo della comunità e del coinvolgimento dei giovani”.

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18/07/2026

Il welfare usato come carburante per la finanza

di Alessandro Volpi

Provo a mettere insieme una considerazione molto generale.

Le politiche europee e dei singoli Stati del Vecchio Continente, Italia in primis stanno privatizzando il sistema pensionistico, quello della sanità e quello dei servizi essenziali.

Privatizzazione significa finanziarizzazione. Tutto ciò che non viene più garantito dallo Stato deve essere oggetto di assicurazione privata, tramite la creazione di fondi, polizze etc.

La finanziarizzazione per funzionare – al di là delle enormi disuguaglianze che genera – ha bisogno di “mercati” finanziari sempre euforici e con rendimenti significativi, in grado di reggere l’inflazione e di ridurre al minimo le scosse.

Ma gli attuali mercati sono davvero capaci di sostituire lo Stato sociale, pur con tutti i suoi limiti?

Per rispondere è necessario tenere presente alcuni elementi.

1) Esiste una bolla gigantesca costruita sull’intelligenza artificiale e sulla tecnologia, che ha bisogno di costante liquidità e di un’enorme quantità di energia.
La liquidità viene raccolta con il risparmio globale che sta però erodendosi per le difficoltà produttive di gran parte del Pianeta.
Soprattutto gli enormi investimenti nelle società dell’IA hanno bisogno, in un arco di tempo ragionevole, di produrre utili e, rispetto a ciò, il limite più grande è l’evidente mancanza di energia.
I data center consumano quantità di energia che non sono compatibili con le esigenze complessive delle società “occidentali”.

2) Esiste un quadro geopolitico non certo favorevole alla stabilità finanziaria.
Le guerre in corso faranno impennare proprio il costo dell’energia (la chiusura di Hormuz, di Bab el Mandeb, la dipendenza dal GNL, le tensioni su Suez e lo Stretto di Malacca, le sanzioni) con conseguenze inflazionistiche pesanti che determineranno un aumento dei tassi e del costo del denaro, rendendo ancora più difficile la tenuta delle società dell’IA perché avranno utili più bassi del debito che devono pagare.

3) La finanziarizzazione del riarmo; l’idea che la finanza sia alimentata dalla spesa pubblica per il riarmo si scontra con le pessime condizioni dei debiti degli Stati, costretti per il rialzo dei tassi a destinare quote crescenti del proprio bilancio in tale direzione.

4) La crisi del debito Usa, diventato spaventoso per dimensioni, e la perdita di credibilità del dollaro come valuta sicura stanno togliendo all’inventario degli strumenti finanziari elementi ritenuti storicamente garantiti.

Allora, pensare di mettere le pensioni, la sanità, l’istruzione sul mercato finanziario, fidando sulle sue capacità miracolistiche, appare davvero una responsabilità politica di cui le classi dirigenti – e non solo quelle politiche – dovrebbero essere chiamate a rispondere.

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11/07/2026

Una ricerca sulla finanziarizzazione del mercato immobiliare nella città di Milano

Per parlare di casa oggi bisogna per forza parlare anche di finanza, soprattutto se ci si trova a Milano. Da questa premessa Alberto Bortolotti, architetto e ricercatore del Politecnico, ha pubblicato sotto la supervisione del professore Gabriele Pasqui lo studio “La finanziarizzazione del mercato urbano. Il caso milanese”, presentato lo scorso 20 aprile nella sede del Centro di competenze territori AntiFragili (Craft). Nel rapporto Bortolotti evidenzia con un approccio quantitativo e qualitativo come il capitale finanziario influenzi lo sviluppo urbano e la gestione del patrimonio edilizio, con effetti sull’economia della città e sulla vita quotidiana di chi la abita.

Bortolotti partiamo dall’inizio. Che cosa si intende per finanziarizzazione?

Parliamo di un concetto ampio che appare nella letteratura già dagli anni Novanta e che vede interfacciarsi soggetti diversi. Possiamo definirlo come il dominio della finanza sull’economia reale: tutto ciò che ha a che vedere con parametri finanziari che influenzano lo stato, dall’economia all’istruzione. Nell’immobiliare questo si traduce nel trattamento di beni immobili come prodotti finanziari. Da questa definizione abbiamo deciso di inquadrare il fenomeno attraverso due mosse pratiche: la prima vedendo come la mobilitazione di strumenti finanziari impatti i grandi progetti e le aree circostanti; la seconda mappando – grazie al supporto del Mapping and urban data lab (Maudlab) e dei suoi Fabio Manfredini e Nilva Aramburu Guevara – tutti quegli immobili utilizzati come asset, cioè raggruppati all’interno di fondi o in società di investimento immobiliare.

Il rendimento di questi beni è dato dall’affitto?

L’affitto è la voce principale che genera un cespite per questo tipo di investimento. Tanto è vero che spesso si parla di build to rent, ovvero operatori che costruiscono immobili sapendo già che ci sarà un locatario che subentrerà per un certo numero di anni. In questi casi l’edificio può venire realizzato stipulando contratti prima della costruzione che servono a finanziare l’immobile, a soddisfare le esigenze dell’affittuario e a definire un rendimento atteso per i quotisti del fondo. Molto dipende dalla scala dell’operazione e dal numero di conduttori: le dinamiche possono variare ma il principio resta lo stesso. La questione dell’affitto è quindi centrale, anche perché alcuni dei primi strumenti della finanza di mercato applicati al settore immobiliare derivano dal mondo delle infrastrutture – come autostrade, ferrovie o grandi opere pubbliche – dove i ricavi sono stabili e prevedibili nel tempo. Alcune di queste tecniche sono poi state impiegate nei mercati immobiliari: pensiamo alla cartolarizzazione in cui si emettono titoli il cui rendimento dipende dagli affitti. In altre parole, non si valuta lo stabile in sé ma la sua capacità di generare reddito dalla locazione.

Nella ricerca si menzionano le prime dieci città europee per costo d’affitto mensile degli uffici prime, ovvero quelli nei business district (che nel caso di Milano sono Cordusio e Porta Nuova). Si parte da Londra, seguita da Parigi e Stoccolma. Milano è quarta, prima di Dublino, Lussemburgo e Francoforte. Quando e come è arrivata la finanziarizzazione nell’immobiliare italiano?

Dall’inizio degli anni Duemila e con la normativa sui fondi alla fine degli anni Novanta. Consideriamo che anche lo stato ha utilizzato tecniche di finanza e riorganizzazione immobiliare: durante i Governi Berlusconi, per esempio, sono state avviate operazioni di cartolarizzazione del patrimonio pubblico sugli immobili Inps, in cui stabili pubblici sono stati trasformati in strumenti finanziari da vendere per generare liquidità. Negli ultimi decenni è cambiato il modo di fare sviluppo immobiliare. Nel secondo Dopoguerra erano soprattutto grandi famiglie milanesi a possedere terreni e a realizzarci quartieri. Successivamente sono entrati in gioco gli sviluppatori, spesso ex costruttori che selezionavano aree strategiche da cui estrarre rendita, pensiamo a Milano 2 e Milano 3 sviluppate da Berlusconi. Per finanziare questi progetti gli operatori chiedevano soldi alle banche con mutui e quello che non riuscivano a vendere veniva cartolarizzato attraverso queste ultime. In Italia la cartolarizzazione nasce quindi come operazione legata ai crediti bancari problematici per trasformare flussi futuri in titoli finanziari assimilabili a obbligazioni. Le tecniche attuali per raccogliere credito sulla base di previsioni di reddito sono arrivate invece più tardi, mutuate dal sistema anglosassone, e come parte di un più ampio processo di finanziarizzazione dell’economia che ha progressivamente spostato il sistema da modello bancocentrico a uno dominato dalla finanza di mercato, anche in un Paese come il nostro che era fondato sulle banche e sulle casse di risparmio di territorio.

Che effetto ha avuto?

Quello a cui si è assistito è stato lo smantellamento progressivo degli istituti bancari. Tanto è vero che se oggi guardiamo le strutture societarie delle banche di territorio e delle casse di credito cooperativo vediamo che fanno riferimento ai tre maggiori gruppi bancari italiani. E questo accorpamento è dovuto, a mio parere, a una volontà della Banca d’Italia e della Banca centrale europea di creare strutture più grandi. In questo modo gli sviluppatori classici e gli spin-off bancari, cioè società di sviluppo legate ad alcuni investitori delle banche, hanno lasciato spazio ad attori più specializzati che lavorano in proprio, svincolati dai grandi intermediari.

Nella ricerca, attraverso i sistemi informativi dell’Agenzia dell’Entrate (Sister), avete individuato circa 4.054 immobili finanziarizzati tra Milano e la sua Città Metropolitana gestiti da 65 attori del mercato urbano. Tra questi spiccano Intesa Sanpaolo (702 beni), Ferrovie dello Stato (656), Arexpo (285), Lendlease (181), Mediobanca (171), EuroMilano (168), Kryalos (165), Investire (144), Generali (137), Redo (131), Bnp Paribas (125) e Prelios (106).

Esatto, anche se sicuramente ci è sfuggito qualcosa perché il catasto ha diversi problemi di affinamento. E poi è stato difficile ricostruire questi attori perché il 90% dei fondi immobiliari in Italia sono di tipo chiuso, quindi con un tempo di vita limitato e non quotati. Poi ci sono attori e attori: alcuni mobilitano capitali “pazienti”, come grandi fondi pensione bancari, che accettano rendimenti più bassi in una logica di diversificazione; altri sono più speculativi e operano nel breve periodo su operazioni più rischiose e ad alto rendimento. A Milano abbiamo entrambi ma forse prevalgono i soggetti ad alto rischio.

Le mappature presentate restituiscono una rappresentazione visiva della finanziarizzazione e la sua “clusterizzazione” nel centro storico e a Porta Nuova.

Nel mappare gli edifici abbiamo rilevato una concentrazione molto significativa. Mi ha sorpreso che tantissimi palazzi del centro storico siano asset dove la gente non vive. Questo porta a una riflessione: la presenza di uffici, hotel, negozi e centri commerciali nel centro ha probabilmente spinto molti abitanti fuori dalla prima cerchia, innescando a cascata altre gentrificazioni verso l’esterno. Anche nelle aree dei grandi progetti gli investimenti si estendono alle zone limitrofe: nell’ex scalo Farini, per esempio, dal 2020 al 2025 il volume d’affari sugli immobili non residenziali è passato da 2,4 a 18,5 milioni di euro, pari a una crescita del 960%.

Dal 2016 al 2023 le compravendite di uffici, negozi e centri commerciali a Milano sono passate da 2.403 a 2.703, mentre il residenziale da 21.978 a 24.832.

Le compravendite del residenziale sono in continuo aumento, probabilmente perché in Italia la casa è ancora un bene rifugio. Al di là che si tratti di soggetti finanziari o di privati, il residenziale è visto come una sicurezza e in un contesto di precarietà del lavoro ed esposizione finanziaria le famiglie più abbienti tendono a investirvi per tutelare il proprio stile di vita e proteggersi dalle turbolenze.

Spesso come giustificazione si dice che la finanziarizzazione c’è sempre stata.

Diciamo che bisogna intendere che cosa c’è sempre stato: il fatto che si realizzino degli immobili con capitale bancario preso a prestito o capitale finanziario, questo c’è sempre stato. Però una presenza così forte di soggetti finanziari all’interno delle società di sviluppo immobiliare mi sembra qualcosa di inedito. In passato abbiamo avuto degli imprenditori che hanno fatto importanti opere di sviluppo ma non avevano alle spalle fondi finanziari internazionali che operano anche nel campo dell’energia o della robotica.

Nella ricerca scrive che la finanziarizzazione ha cambiato il rapporto tra operatori immobiliari e pubblica amministrazione, con una dipendenza di quest’ultima dai primi a scapito della regia comunale.

Uno dei problemi è stato che pur di rigenerare delle parti di città “abbandonate” si è deciso di facilitare l’allocazione di capitali con alto rendimento per gli operatori privati senza richiedere le giuste compensazioni. Ne è conseguito che negli ultimi 40 anni c’è stato uno smantellamento significativo nelle amministrazioni di competenze tecniche – architetti, ingegneri, geologi, strutturisti – che prima c’erano e che invece in questo momento solo il privato può fornire. Il risultato è la tendenza alla dismissione del patrimonio pubblico.

Che cosa si potrebbe fare di diverso?

L’Europa potrebbe intervenire sul regolamento comunitario limitando, per esempio, gli investimenti nel comparto residenziale. Oppure si potrebbe valutare una tassazione progressiva su alcuni tipi di fondi, perché non è chiaro come mai in Italia ci sia un’aliquota fissa mentre la tassazione per le persone è progressiva: si tassa più il lavoro che i rendimenti delle grandi società. E poi si potrebbe decidere di alzare i tabellari degli oneri di urbanizzazione. Basti pensare a quanto è stato fatto di edilizia residenziale sociale negli anni – molto poco – a fronte dei tanti interventi di rigenerazione su vasta scala: è chiaro che c’è un problema. Mi sarei aspettato che l’amministrazione promuovesse strumenti di cattura della rendita più efficaci perché vi fosse un contrappeso non solo sull’edilizia abbordabile ma anche sui servizi carenti, come piscine pubbliche, parchi e strutture sportive. Gli oneri potrebbero essere modulati: aumentati quando il mercato tira – come oggi – e ridotti nelle fasi recessive, in base alla volontà del decisore pubblico.

Nello studio evidenziate che i processi di finanziarizzazione sono stati resi possibili da una politica del Comune iniziata nel 2011, sostenuta da dispositivi giuridici, fiscali e urbanistici abilitanti a livello nazionale ed europeo.

Forze dell’economia hanno progressivamente spinto affinché l’immobiliare divenisse una delle grandi classi di investimento all’interno dei mercati finanziari con la conseguenza che la finanziarizzazione è uno – non l’unico – dei fenomeni che genera la crisi abitativa.

Fonte

06/07/2026

Fondi pensione e gestione privata. Il primo luglio è stato un bel giorno per BlackRock

di Alessandro Volpi

Dal primo luglio entra in vigore la nuova normativa sui fondi pensione. Per gli assunti, nel settore privato, da quella data scatta il silenzio assenso per cui, se entro 60 giorni non viene manifestata una chiara volontà in senso contrario, i contributi finiranno nel fondo pensione della categoria. Se ci sono più fondi, andranno a quello che ha maggiori iscritti e se non ci sono fondi andranno al Fondo Cometa, che riguarda i lavoratori metalmeccanici.

A rendere l’adesione ai fondi privati ancora più incentivata concorre una riduzione del carico fiscale, che si manifesta in termini di deducibilità fino a 5.300 euro e in termini di aliquota più bassa sulle plusvalenze, fissata al 20% invece che al 26%. Vale la pena ricordare che questo beneficio significa per lo Stato una minore entrata di circa sei miliardi di euro l’anno, che vanno a beneficio di meno del 40% dei lavoratori e delle lavoratrici del settore privato. Naturalmente il minor gettito lo pagano tutti gli altri.

Ma a colpire è un altro dato. Chi gestisce i fondi, a cominciare dallo stesso Fondo Cometa dei lavoratori metalmeccanici? Il fondo ha un suo Consiglio di amministrazione e un collegio sindacale che sono composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il 50% da rappresentanti dei datori di lavoro. Il Cda, come è ovvio, non gestisce l’enorme disponibilità finanziaria – stiamo parlando di 13-14 miliardi di euro – che proviene dai contributi, ma la affida ai grandi gestori internazionali che decidono dove impiegare questi stessi contributi.

Il principale è BlackRock che usa come “depositario” e garante State Street Bank in una filiera dove gran parte di quel risparmio finisce nelle società di cui BlackRock è azionista, naturalmente rigorosamente domiciliate in terra Usa e, spesso, con sede in Delaware (a fiscalità agevolata). In questo senso l’automatismo dell’adesione ai fondi privati di categoria determinerà un trasferimento di una fetta rilevante del risparmio italiano, circa 74 miliardi di euro l’anno, verso le Borse Usa, ridurrà le disponibilità dell’Inps e sottrarrà risorse al sistema produttivo del nostro Paese.

La finanziarizzazione, tuttavia, non finisce qui perché dal 31 ottobre entrerà in vigore la piena “portabilità” dei fondi negoziali di categoria che potranno essere affidati dal singolo lavoratore a una banca o a una assicurazione, mutandone la natura da fondi chiusi in veri fondi aperti dove il peso dei grandi gestori, come BlackRock, sarà ancora maggiore. La recente riforma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 (la 199/2025) ha effettivamente segnato un punto di svolta nel sistema della previdenza complementare italiana. Il fulcro della questione è la piena portabilità, fino ad ora non consentita, del contributo datoriale, una misura che permette al lavoratore di trasferire non solo il proprio capitale e il Tfr, ma anche la quota a carico dell’azienda, da un fondo negoziale (chiuso) a un fondo aperto o a un Piano individuale pensionistico (Pip), gestiti da banche e assicurazioni.

Il governo ha giustificato questa misura con un argomento principale. Prima della riforma, se un lavoratore decideva di passare a un fondo privato, perdeva il diritto al contributo che il datore di lavoro è obbligato a versare solo nel fondo di categoria (negoziale). Il governo sostiene che “liberare” questo contributo stimoli la concorrenza tra i gestori, spingendoli a offrire rendimenti migliori per non perdere iscritti; un’affermazione davvero incredibile data la pressoché totale situazione di monopolio esistente tra i grandi gestori, a partire da BlackRock, a cui, con questa misura, arriveranno molto più facilmente i risparmi italiani.

Ma i contorni della trasformazione sono ancora più profondi. I fondi negoziali hanno costi di gestione bassissimi (spesso sotto lo 0,5%). I fondi aperti e i Pip, venduti da banche e grandi gestori internazionali (come BlackRock, che attraverso i suoi prodotti di investimento è il principale partner di molte banche), hanno costi decisamente superiori (anche oltre l’1,5-2%). Nel lungo periodo, commissioni più alte possono “mangiare” una fetta enorme della pensione finale.

In questo senso, i grandi gestori globali, BlackRock in primis, spingono da anni per una privatizzazione del sistema pensionistico europeo (si veda il Prodotto pensionistico individuale europeo, Pepp). Rendere il contributo datoriale “portabile” significa aprire un mercato di miliardi di euro alla gestione privata, a discapito dei fondi collettivi gestiti pariteticamente da sindacati e imprese.

Naturalmente in tale ambito diventa fondamentale l’azione di “marketing”. Le banche hanno una rete di vendita capillare che i fondi negoziali non hanno. Il rischio è che i lavoratori vengano convinti a trasferire i propri fondi verso strumenti privati più costosi e non necessariamente più performanti.

L’impatto finanziario di tale modifica sarà così forte che il 29 maggio scorso i sindacati e le associazioni datoriali hanno firmato un “avviso comune” per limitare gli effetti di un simile accelerazione, ma si tratta di un avviso, appunto, che certo potrà poco contro la norma di legge dove è prevista la portabilità piena.

I sindacati, nella loro trasformazione in produttori di servizi, stanno diventando sempre più uno strumento di finanziarizzazione del risparmio dei lavoratori e delle lavoratrici.

Fonte

29/04/2026

Uno sparo che non agita le borse

di Alessandro Volpi

Ho visto le immagini e letto i commenti sull’attentato a Trump. Si potrebbero dire molte cose. Mi limito a esprimere due considerazioni.

La prima è epidermica. Trump utilizzerà questo attentato per arginare le difficoltà enormi in cui si trova per effetto della crisi strutturale dell’economia reale degli Stati Uniti non certo semplificata dalla guerra all'Iran.

La seconda è più strutturata. È interessante notare che ormai le Borse non sono affatto agitate da simili attentati. In passato, quello a Kennedy e quello a Reagan, avevano imposto l’immediata chiusura delle Borse per evitare sconquassi troppo forti. Gli ultimi attentati a Trump non hanno provocato alcuna reazione degna di questo nome: e non si tratta solo del “fenomeno” Trump.

Il vero dato è che le Borse americane sono cresciute pressoché continuativamente negli ultimi 10 anni così come il listino S&P 500 è lievitato nello stesso periodo. Il Nasdaq è passato da 4500 punti nel 2016 a 24500 nel 2026 con una crescita del 415%, il Dow Jones da poco meno di 18000 a oltre 50000, con un incremento del 172% mentre l’indice S&P è passato da 2065 punti a 7100 con una crescita del 245%. Dunque una corsa senza troppi intoppi.

A ciò hanno contribuito due fattori. Il primo è rappresentato dal peso quasi monopolistico dei tre grandi gestori del risparmio mondiale: BlackRock, Vanguard e State Street hanno ormai il 25%, in termini di valore, delle azioni delle società presenti in S&P 500, risultando i primi azionisti con la maggioranza relativa nell’88% di tali società e con diritti di voto pari ad un decisivo 25-30%.

In sintesi, le Borse e le società quotate Usa hanno un solo regolatore, gestore e proprietario, costituito da questi tre grandi fondi; un “governo” per cui, in termini finanziari, contano poco gli attentati ai presidenti. I Padroni sono padroni, poi qualche presidente può fare anche una brutta fine, ma il capitalismo finanziario monopolistico deve reggere.

La seconda considerazione riguarda la costante divaricazione fra i dati delle Borse e quelle dell’economia reale, che dalle Borse ha tratto ben poco alimento. Il Pil Usa infatti è cresciuto mediamente di poco più del 2% con una spinta decisa dal debito federale che ora è a 40 mila miliardi, mentre i redditi dei ceti con redditi medio bassi hanno perso ben oltre il 4%.

Il capitalismo finanziario ha diviso nettamente gli Stati Uniti in due: pochissimi super ricchi finanziari e moltissimi impoveriti e poveri, con un unico governo dei grandi fondi per i quali gli attentati ai presidenti possono avere un valore politico ma un decisamente minore impatto finanziario.

A meno che il presidente non voglio cambiare davvero le leggi della finanza, ma Trump ha dimostrato rapidamente che non è questo il suo intento.

Fonte

30/03/2026

Poste italiane all’assalto di Tim. Il pubblico si adegua al modello neoliberale

L’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) lanciata da Poste Italiane nei confronti di TIM non appare certo come un fulmine a cielo sereno nell’apparato produttivo e infrastrutturale nazionale.

Nel caso specifico risultava evidente che con l’acquisizione del controllo societario la prospettiva dell’inglobamento era inevitabilmente nell’ordine delle possibilità concrete. Tuttavia limitare l’interpretazione all’ordinarietà delle condotte di mercato impedirebbe di comprendere la portata di una operazione che ne travalica per più aspetti il confine.

Una prima considerazione riguarda l’approdo del processo di privatizzazione delle telecomunicazioni, posto all’origine dell’intera vicenda trentennale delle privatizzazioni nel nostro paese, che ad operazione ultimata porterebbe la presenza pubblica appena oltre la soglia del 50% del capitale sociale. Esito che ha indotto molti commentatori ad intravvedere addirittura elementi di “nazionalizzazione” del settore.

Ora, aldilà della evidente precarietà del 50,1 del dato di proprietà azionaria di soggetti di natura pubblica, gli assetti proprietari della società acquirente Poste Italiane per effetto della diluizione del suo capitale nella nuova struttura proprietaria vedrebbero una netta riduzione della quota pubblica dall’attuale 65% (29,26 % Ministero Economia e Finanze, 35% Cassa Depositi e Prestiti) appunto al 50,1.

Al riguardo si potrebbe obiettare che la condizione strutturale di Poste Italiane risulterebbe comunque potenziata dall’acquisizione degli assets di telefonia fissa e mobile, avvalorando così le dichiarazioni aziendali sulla dilatazione del proprio cloud integrato multiservizi, che spazia dalle telecomunicazioni alla logistica, dalla finanza al recapito, passando per la raccolta ed elaborazione dati, ed altro ancora, un dato tanto innegabile quanto superficialmente limitato all’osservazione del momento attuale.

Alzando appena lo sguardo all’intera vicenda industriale di Telecom-TIM si evidenzia lo scenario della devastazione di un settore strategico dell’economia condotta senza soluzione di continuità all’insegna dell’annichilimento della ricerca e dello sviluppo, vero aspetto “core” di ogni dinamica industriale, mancanza associata al sistematico saccheggio delle risorse umane e finanziarie, riconducibili in larga parte ad un passato pubblico discutibile quanto si vuole ma nondimeno reale.

Un processo che ha visto scorrere in un rapporto organico con le fasi della politica un’intera classe di “imprenditori” nazionali – Agnelli, Colaninno, Tronchetti – fino alle battute dei tempi più recenti con protagonisti sovranazionali Vivendi e Telefonica con lo scorporo della rete fissa ad appannaggio degli americani di KKR. A ben vedere, del patrimonio ormai “sfibrato” e decotto delle telecomunicazioni nazionali residua veramente poco, con una redditività di settore fisso e mobile, dati alla mano, in deciso declino.

Il senso vero dell’operazione di Poste Italiane su TIM si connota in termini decisamente più realistici come un’acquisizione volta a sfruttarne la commercializzazione allocandola nella propria rete integrata dei servizi, alla cui base opera una forza-lavoro a livelli salariali decisamente magri, decretando la scomparsa del settore delle TLC nazionali di cui il “delisting”, la fuoriuscita dalla borsa sarebbe l’atto formale conclusivo.

Da quanto esposto appare decisamente fuori luogo l’evocazione di termini quali nazionalizzazione ovvero operazione sistemica e Poste Italiane come esempio di campione industriale nazionale, la commercializzazione dei servizi di cui Poste è innegabilmente leader attiene alla parte bassa o, se si preferisce, conclusiva della catena del valore del comparto, di cui fondamentalmente è componente passiva, impossibilitata strutturalmente oltre la sfera, certo non trascurabile, della vendita ad assumere un ruolo di protagonismo industriale che ormai si misura in termini sovranazionali.

Tuttavia per ragioni molto diverse siamo anche noi dell’avviso che l’acquisizione di TIM da parte di Poste Italiane non sia derubricabile a una “semplice operazione” del cosiddetto mercato.

Ci sono almeno un paio di questioni meritevoli di attenzione:
– la prima legata allo scontro tra Videndi e KKR per lo scorporo e quindi il controllo della rete fissa, una disputa giocata non certo su piani industriali in buona parte sovrapponibili, la cui posta era la presenza nel nostro paese di operatore con base europea oppure con radicamento sulla sponda opposta dell’Atlantico, uno scontro geo-economico in cui la proiezione del nostro governo ha avuto una forte influenza;
– la seconda relativa all’acquisizione diversi mesi addietro da parte di Poste delle quote di Cassa Depositi e Prestiti in TIM, da interpretarsi come un disimpegno, da parte del vero player delle malridotte politiche industriali di questo paese, in una azienda ridotta a uno zombie industriale.

Non costituisce certo un mistero l’interesse dei grandi fondi del risparmio gestito americano – Blackrock, Vanguard, State Street tra gli altri – per il mercato delle utilities (grandi aziende di servizio) europeo con una aggressività finanziaria impressionante collocata in tutti gli snodi dei mercati borsistici in modo da condizionarne gli andamenti, e la loro presenza tanto nel capitale TIM quanto in modo ancora più rilevante in KKR. Se ci si consente un paragone con le strategie militari, un’operazione a tenaglia per la conquista di uno spazio strategico in cui Poste Italiane per i suoi interessi diffusi e il ruolo sistemico gioca il ruolo del cavallo di Troia, con una proiezione ben oltre i già considerevoli confini aziendali.

La pressione dei fondi per l’ingresso nel capitale di Poste è stato un tema decisivo per il delineamento degli equilibri azionari e assetti strategici aziendali che, con l’assorbimento di TIM, vede finalmente conseguito l’obiettivo. Evidentemente non siamo ancora al passaggio di mano dal capitale definito “paziente e laborioso” della Cassa Depositi e Prestiti alla pervasività aggressiva tutta finanziaria dei fondi di investimento, ma uno strappo si è realizzato e la prospettiva che si dischiude non appare certo rassicurante.

Assecondare la spinta alla finanziarizzazione come strumento di equilibrio di un qualsivoglia progetto industriale è fuori dalla realtà, una contraddizione insanabile. Certo il nostro punto di vista è quello dei fruitori dei servizi e dei lavoratori del settore, di chi pensa alle attività pubbliche per la loro funzionalità e la stabilità occupazionale e non come punto di accumulo di interessi privati a conduzione finanziaria e speculativa.

Un’ultima osservazione, Poste Italiane è stata in questi anni considerata un esempio virtuoso di gestione, sulla base dei suoi bilanci e degli utili garantiti agli azionisti pubblici e privati, mentre, ancora dal nostro punto di vista, è stato uno spazio economico e produttivo in cui la torsione privatistica dell’apparato pubblico ha trovato la sua realizzazione più avanzata, sperimentando pratiche gestionali e modelli relazionali presi a riferimento in altri contesti industriali.

Trenta anni dopo l’avvio della “madre di tutte le privatizzazioni” quella delle Telecomunicazioni, che proprio con lo scardinamento dalle Poste e Telecomunicazioni pubbliche, ha trovato la condizione di realizzazione, Poste Italiane SPA si propone come testa di ponte del sistema dei servizi nel vuoto modello economico-produttivo neoliberista del paese.

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24/02/2026

La fabbrica delle lauree facili

di Alessandro Volpi

La privatizzazione e la “volatilizzazione” dell’Università. In Italia esistono 11 università telematiche, di cui 10 sono private. Le più grosse sono state approvate dal governo Berlusconi III, nel 2006, con la Ministra Letizia Moratti. Si tratta di Università Pegaso, la più grande per numero di iscritti in Italia, Università Mercatorum e Università San Raffaele Roma.

Queste tre Università sono di proprietà del gruppo Multiversity, controllato dal fondo di private equity Cvc Capital Partners, quotato alla Borsa di Amsterdam. Tra gli amministratori di Cvc sono presenti Steve Koltes e Rolly van Rappard, i cui nomi erano inseriti nel noto Little Black Book di Jeffrey Epstein, mentre tra gli azionisti, oltre ai soliti BlackRock e Vanguard, compare Blue Owl Capital, società legata al fondo KKR che in Italia ha fatto ampio shopping.

Le altre due Università telematiche con un notevole numero di studenti e studentesse sono Università eCampus e Università Niccolò Cusano. La prima fa capo a Francesco Polidori, storico fondatore di CEPU (Studium Srl), accusato di bancarotta e frode fiscale, per cui ha subito un sequestro preventivo per 28 milioni di euro.

Tra i beni sequestrati figurava anche la sede dell’Università eCampus a Novedrate (Como), un immobile di grande valore che, secondo l’accusa, sarebbe stato acquistato con denaro distratto dalle società fallite. Nonostante tali vicende, Polidori ha acquistato anche la Link University.

L’Università Niccolò Cusano “appartiene” a Stefano Bandecchi, sindaco di Terni e creatore della Pingue S.r.l. e di altre società a cui è conferita la proprietà dell’Università. Anche Bandecchi è al centro di varie vicende giudiziarie, l’ultima è l’indagine della Procura di Roma, denominata operazione “Gold University”, scattata nel gennaio 2023. La Guardia di Finanza ipotizza un’evasione fiscale da circa 20 milioni di euro.

Secondo gli inquirenti, l’Università Cusano avrebbe abusato del regime di esenzione fiscale previsto per gli enti che svolgono attività di formazione. Nel gennaio 2023 è stato disposto un sequestro preventivo di circa 20 milioni di euro nei confronti di Bandecchi e di altri vertici dell’ateneo. Tra i beni finiti sotto la lente degli inquirenti figurano auto di lusso (una Rolls Royce e una Ferrari) e un elicottero, che secondo la finanza venivano utilizzati per scopi privati o commerciali ma intestati all’università per scaricarne i costi e non pagare le tasse.

Mi sembra un panorama davvero sconcertante che ha avuto e ha, a mio parere, troppe connivenze non solo nel mondo politico ma anche in quello accademico. Stiamo approdando alla finanziarizzazione dell’Università.

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02/02/2026

L’Italia è più ricca solo sulla carta: diminuisce il potere d’acquisto rispetto al 2021

Il rapporto su “La ricchezza dei settori istituzionali in Italia – Anni 2005-2024”, elaborato congiuntamente da Istat e Banca d’Italia, ci dice che il portafoglio degli italiani gode di ottima salute... se consideriamo solo i valori nominali e l’ultimo anno. Al contrario, sul lungo periodo e sul potere d’acquisto fotografa il fallimento di centrodestra e centrosinistra.

La ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto, nel 2024, la cifra di 11.732 miliardi di euro. Rispetto al 2023 ha segnato un aumento del 2,8%, che però è ben lontano dal promettere il recupero dell’inflazione degli anni precedenti. La ricchezza a prezzi costanti risulta ancora inferiore di oltre il 5% rispetto ai livelli del 2021.

Nello studio si legge che “in rapporto al reddito lordo disponibile, la ricchezza netta è rimasta stabile rispetto al 2023 (8,2), tra i valori più bassi del periodo 2005-2024”. Il messaggio è che, in sostanza, il colpo inferto dalla fiammata inflattiva del 2022 non è stato riassorbito, e i segnali attuali non sembrano incoraggianti in questo senso, soprattutto se vediamo come la dinamica dei prezzi sta colpendo soprattutto le fasce meno abbienti.

La crescita del 2024, inoltre, è stata sostenuta da due motori principali. Il primo è la crescita del valore delle abitazioni: un dato che può trarre in inganno, perché parliamo di una ricchezza di cui non si può disporre immediatamente. La casa, chi vive del proprio lavoro, la abita, non la “smercia” sui mercati. La crescita dei valori immobiliari (che ha a malapena recuperato il livello raggiunto prima della crisi del debito sovrano) aiuta sostanzialmente chi ci vuole speculare sopra.

Il secondo motore sono state le attività finanziarie, balzate in avanti del 3,6%, trainate dal vento favorevole “dell’andamento positivo dei prezzi delle quote di fondi comuni, dei titoli e delle riserve assicurative”, si legge nella sintesi sul sito dell’Istat. Ciò è dovuto ad anni di alti tassi d'interesse, ma rappresenta anche un’ulteriore finanziarizzazione che potrebbe giungere al limite di una bolla pronta ad esplodere. Non si tratta dunque di ricchezza reale, ma di codici sui server che potrebbero svanire da un momento all’altro.

Senza voler generare allarmismo, bisogna sottolineare come rispetto all’aumento del rischio, le famiglie italiane possano ancora contare su una larga ricchezza proveniente dalla casa di proprietà (il valore delle abitazioni sul totale della ricchezza netta è vicino al 50%). Un bene rifugio che permette ancora di rimanere a galla, ma che non può risolvere il problema della spesa giornaliera.

Ci sono poi problemi legati a un patrimonio che, comunque è distribuito in maniera fortemente diseguale, e anche il fatto che le famiglie più giovani sono quelle che fanno più fatica ad accumulare risparmio, non potendo magari contare su redditi da lavoro adeguati. Insomma, il passato del paese lo fa ancora respirare, ma il futuro sembra dovrà essere vissuto in apnea da intere generazioni.

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25/01/2026

Dallo sviluppo al declino: la parabola dell’economia italiana

È dagli inizi del XXI secolo che si parla insistentemente di declino economico dell’Italia. E con ragione: dal punto di vista del tasso di crescita economica, il nostro paese nell’ultimo trentennio è stato il fanalino di coda dell’UE. Si tratta di un fenomeno straordinario (in negativo), considerato che nel 1991 eravamo arrivati ad essere la quarta potenza economica mondiale, con un PIL secondo in Europa solo a quello tedesco.
Come si spiega questa débâcle?

Una possibile risposta è che la nostra crescita era stata drogata dal forte ricorso all’indebitamento, per rimediare al quale, però, abbiamo poi dovuto compiere dei sacrifici che ci hanno penalizzato. Infatti a partire dagli anni Novanta, proprio a causa dell’elevato livello raggiunto dal nostro debito pubblico, abbiamo dovuto porre in essere delle politiche di austerità (elevata tassazione e bassa spesa pubblica) che hanno compresso la domanda interna (sia privata che statale), danneggiando le imprese. Sempre per rimettere in sesto i conti pubblici, abbiamo inoltre dovuto aderire all’euro, la moneta unica europea, che essendo più forte e meno a rischio di svalutazione rispetto alla lira ci avrebbe permesso di offrire titoli di stato dal tasso d’interesse più basso (e quindi di spendere meno per rifinanziare il debito); il venir meno del cambio favorevole tra la lira ed altre valute, però, ha ridotto la competitività di prezzo delle nostre esportazioni, procurando ulteriore danno alle imprese nazionali.

Ragionando in questi termini, dovremmo concludere che nella fase di più forte sviluppo abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi” (per usare un’espressione in voga negli ultimi anni) e che adesso stiamo pagando il prezzo della nostra imprevidenza.
Ma è davvero così? O le cose sono un poco più complesse?

Per capire cos’è andato storto nella vicenda italiana occorre ripercorrerla dall’inizio, sia pure sinteticamente. Il Regno d’Italia fu un regime oligarchico che operava in rispondenza alle élite possidenti e imprenditoriali del paese. La sua evoluzione in senso democratico, in atto dopo la prima guerra mondiale, fu bloccata da quelle stesse classi sociali, che sostennero l’ascesa del fascismo. Fu pertanto solo dopo il 1945 che l’Italia divenne stabilmente una democrazia. Anche in questo nuovo contesto istituzionale, tuttavia, la grande imprenditoria costituitasi nell’ottantennio precedente riuscì a mantenere una notevole influenza sul ceto di governo. In principio, ciò dipese dall’immaturità politica di tanta parte dell’elettorato italiano, che consentì a una dirigenza politica di orientamento conservatore (la DC delle origini) di ottenere il voto popolare in virtù dell’appoggio della Chiesa, che in quel contesto aveva una forte capacità di condizionamento sociale. 
In seguito si ebbe tanto una maturazione dell’elettorato quanto un’evoluzione della classe politica, con l’emersione di una fazione progressista in seno alla Democrazia Cristiana e lo stabilirsi di un’alleanza fra DC e PSI; ma a quel punto le lobby imprenditoriali avevano acquisito una salda presa sui partiti di governo tramite la propria capacità di finanziarne l’attività, mentre questi ultimi avevano acquisito a loro volta una forte presa sulla società civile (potendo procacciarsi molti voti tramite attività di mediazione di risorse pubbliche), ragion per cui da una parte gli esecutivi dovettero continuare a tenere in gran conto i voleri della maggiore imprenditoria e dall’altra moltissimi elettori si mantennero fedeli ai partiti di governo, malgrado questi agissero in rispondenza più agli interessi di tale imprenditoria che a quelli dei ceti popolari.

I due fenomeni indicati avevano la stessa ragion d’essere. Sin dall’inizio della fase repubblicana, tutti i partiti italiani avevano puntato a espandere il più possibile i propri apparati, allo scopo di penetrare capillarmente la società civile e di poter così stabilire dei legami molto stretti con l’elettorato (anche dando vita a pratiche assistenziali e clientelari). All’origine di questo atteggiamento dovette esserci la citata immaturità politica degli italiani, che fece apparire necessario ricercare più il voto di appartenenza che quello di opinione. Tale espansione delle strutture partitiche fu favorita dall’arrivo di cospicui finanziamenti da parte americana e sovietica. Nel corso degli anni Sessanta, tuttavia, i contributi americani ai partiti di governo vennero meno. Questi ultimi, pertanto, si trovarono a dipendere fortemente dai finanziamenti imprenditoriali. Si stabilì in tal modo la situazione prima descritta, in cui da una parte i governanti dovevano agire nell’interesse di chi forniva loro risorse e dall’altra potevano servirsi delle medesime per mantenere ugualmente un elevato livello di consensi.

Questo cattivo funzionamento della democrazia italiana si rifletté sull’evoluzione della nostra economia, in quanto fece sì che venissero poste in essere politiche che per tutelare gli interessi immediati delle grandi imprese nazionali sacrificavano non soltanto quelli delle classi lavoratrici, ma anche l’interesse generale e di lungo periodo del paese.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la condizione di debolezza dell’apparato manifatturiero nazionale avrebbe reso necessaria, per consentirne la piena affermazione a livello internazionale, un’invasiva presenza dello stato nell’economia quale soggetto imprenditoriale e pianificatore dell’attività dei privati. Una strategia di tal fatta, che in Francia venne seguita con ottimi risultati, in Italia invece non risultò praticabile, in quanto contraria agli interessi dei più influenti gruppi imprenditoriali, che a causa di essa avrebbero sofferto una perdita di spazi e di libertà d’azione. Di conseguenza, la portata e le forme dell’intervento pubblico nell’economia subirono un’autolimitazione tale da conferire ad esso soltanto una funzione di supporto e supplenza delle attività dei grandi operatori privati: lo stato, insomma, si espanse in quei settori che occorreva far progredire per rendere più competitive queste ultime, ma che richiedevano investimenti superiori a quelli che i privati erano in grado di porre in essere (settori quali la siderurgia e le forniture energetiche, che dovevano rendere disponibili a basso costo acciaio e idrocarburi). L’industria privata andò così sviluppandosi nel modo più profittevole per i suoi titolari, ma a scapito del rafforzamento complessivo dell’economia nazionale. La competitività del nostro comparto manifatturiero si trovò pertanto a dipendere in misura determinante da fattori esterni.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, gli imprenditori si avvantaggiarono di un basso costo del lavoro, reso possibile dall’elevata disoccupazione che caratterizzò la società italiana per tutto quel periodo (tranne che nei primi anni Sessanta, quando il “miracolo economico” accelerò l’industrializzazione del Nord). Al mantenimento di tale situazione concorse l’atteggiamento degli stessi imprenditori, i quali impiegarono parte cospicua dei loro profitti in investimenti finanziari all’estero anziché nell’espansione delle loro strutture produttive (ciò si verificò in particolare negli anni 1964-69, quando ebbero la necessità di far risalire la disoccupazione a livelli tali da far venir meno l’inedita combattività operaia che si era manifestata nel periodo precedente). È questo un punto meritevole di sottolineatura, poiché il contenimento degli investimenti ebbe ovviamente l’effetto di limitare ulteriormente le possibilità di sviluppo della nostra struttura industriale. La difesa della competitività di prezzo dei manufatti venne dunque perseguita a scapito dell’espansione della capacità produttiva.

La prolungata compressione delle retribuzioni, tuttavia, finì per determinare un’esplosione delle rivendicazioni operaie, che si ebbe a partire dal tardo 1969. Negli anni Settanta, pertanto, il fattore di vantaggio rappresentato dal basso costo del lavoro venne meno. Le nostre produzioni, comunque, si mantennero competitive anche in questo decennio: ciò perché la forte inflazione dell’epoca, causata dagli aumenti dei prezzi decisi dagli imprenditori per recuperare i margini di guadagno erosi dalla crescita salariale, causò una svalutazione della lira che incise positivamente sul prezzo dei nostri manufatti sui mercati esteri e negativamente su quello dei beni d’importazione sul mercato nazionale.

L’inflazione, però, erodeva redditi e risparmi del ceto medio, che costituiva la base elettorale dei partiti di governo. Questi, pertanto, negli anni Ottanta si decisero a contrastarla. Per vincere l’opposizione del potere economico a tale svolta politica, essi gli offrirono una compensazione, consistente nella possibilità di acquistare titoli di debito pubblico dall’elevato rendimento. Questa strategia ebbe tuttavia l’effetto di incentivare l’imprenditoria a dirottare i propri capitali dagli investimenti produttivi all’acquisizione di rendite finanziarie. Ebbe inizio così il ridimensionamento della grande industria italiana. Paradossalmente questo decennio, che va dunque considerato la fase iniziale del nostro declino economico, è invece ricordato come l’ultimo in cui si ebbe un forte sviluppo; ma ciò dipende dal fatto che nel medesimo tempo si ebbe un’espansione della piccola impresa, espansione che compensò almeno in parte il ridursi della capacità della grande industria di creare occupazione e ricchezza. Fenomeni quali la tendenziale specializzazione di tale impresa in settori tradizionali a bassa tecnologia o il contributo non trascurabile alla sua ascesa che provenne dalle possibilità ad essa concesse di eludere le normative fiscali e di altro genere, tuttavia, fanno comprendere come l’affermazione di questa componente dell’apparato manifatturiero nazionale poggiasse su basi assai fragili.

Giunti a questo punto, possiamo rispondere alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: nei decenni di forte sviluppo economico, abbiamo davvero vissuto al di sopra dei nostri mezzi?

La risposta è negativa se ci riferiamo all’insieme della popolazione italiana, ma... diventa affermativa se ci riferiamo alle famiglie e alle cerchie proprietarie che hanno gestito le nostre maggiori aziende private. Queste non avevano i mezzi per competere ad armi pari con i maggiori imprenditori degli altri paesi avanzati, ma hanno voluto ugualmente “giocare a fare i grandi capitani d’industria”, e per riuscirci hanno dovuto imporre ai governanti di orientare il complesso della politica economica nazionale in una direzione ad esse favorevole, anche quando ciò comportava una rinuncia a sviluppare appieno le potenzialità del paese: quindi niente ingerenze dello stato nell’attività dei privati (se non quando si trattava di liberarli dai debiti accumulati da loro aziende in difficoltà: allora persino le nazionalizzazioni erano benviste!), niente controlli sulle esportazioni di capitali, niente tutela dell’attività sindacale (col risultato che la nostra classe operaia, per farsi valere, dovette intraprendere azioni di lotta particolarmente incisive, con effetti destabilizzanti sull’economia)... E quando infine lo stato non ha più avuto la possibilità di sostenere artificialmente la competitività delle loro imprese, hanno preteso di continuare a incassare elevati profitti, col risultato che il primo ha dovuto coprirsi di debiti per garantire loro delle ingenti rendite finanziarie.

A pagare il conto della loro inettitudine e del loro parassitismo, però, sono poi stati i lavoratori.

All’inizio degli anni Novanta la politica d’indebitamento, così com’era avvenuto per quella inflazionistica, parve non più sostenibile. Il ceto di governo, allora, si orientò verso una politica di risanamento fondata sulla partecipazione dell’Italia al progetto della moneta unica comunitaria, che gli avrebbe consentito di emettere debito in una valuta più forte della lira, e quindi di offrirlo a interessi più modesti senza allontanare i potenziali acquirenti. Per i titolari delle grandi aziende si profilò uno scenario catastrofico, contemplante da una parte una riduzione delle possibilità di procurarsi rendite finanziarie e dall’altra il venir meno di una moneta gestita in autonomia dallo stato italiano (e quindi suscettibile di essere svalutata per consentire un recupero di competitività delle produzioni nazionali). La via di salvezza che essi individuarono in questo difficile frangente consistette nell’appropriazione del patrimonio industriale, bancario e infrastrutturale dello stato e, più in generale, nel proprio inserimento nelle attività sino a quel momento condotte da operatori a questo facenti capo: dunque in una politica di privatizzazioni e liberalizzazioni dei pubblici servizi. In tal modo, avrebbero potuto radicarsi in settori (quali finanza, telecomunicazioni, forniture energetiche e gestione di infrastrutture) che garantivano il conseguimento di profitti certi e cospicui. I partiti di governo, però, non erano disposti a rinunciare al controllo di società che contribuivano in misura importante al loro potere (in ragione dei finanziamenti che assicuravano loro e della possibilità di orientarne le strategie d’investimento e l’assunzione di personale secondo logiche di creazione di consenso): si determinò in tal modo un’inusuale situazione di tensione fra questi e i rappresentanti del potere economico.

Di questa situazione approfittarono alcuni magistrati, che con il supporto dei mezzi d’informazione controllati dalle grandi imprese sferrarono un attacco ai suddetti partiti, “scoprendo” la pratica sistematica del finanziamento illecito dei secondi da parte delle prime ed estromettendo per via giudiziaria le dirigenze di tali partiti dalle posizioni di potere che occupavano (mentre i titolari delle aziende vennero prudentemente tenuti fuori dalle inchieste). Tale estromissione risultò definitiva, in quanto comportò la perdita della possibilità di praticare, tramite le leve di comando cui esse avevano avuto accesso sino ad allora, quelle forme di assistenzialismo e di clientelismo che nel tempo avevano assunto un ruolo fondamentale ai fini della conservazione del consenso elettorale, in ragione del fatto che la conduzione di politiche miranti ad assicurare il benessere della collettività tramite il perseguimento dello sviluppo aveva trovato un limite nella necessità di tutelare in via prioritaria gli interessi delle oligarchie imprenditoriali.

Si affermò pertanto un nuovo ceto di governo, costituito dalle seconde file dei partiti colpiti dalle inchieste giudiziarie (molti componenti delle quali si aggregarono intorno alla figura di Silvio Berlusconi, imprenditore fattosi politico per far sì che i propri interessi continuassero ad essere tutelati anche dopo la caduta del leader socialista che sino al 1992 era stato suo protettore), dagli eredi dei vecchi partiti d’opposizione e da una nuova formazione, sedicente antisistema, portatrice di istanze localiste. Prendendo il potere in una fase storica segnata dalla crescente sottomissione della politica alle forze economiche, fu inevitabile che i nuovi governanti (inclusi quelli provenienti dalle formazioni di sinistra) risultassero allineati ai voleri di queste ultime ancor più di quanto lo erano stati i vecchi. Oltretutto, nei decenni passati l’Italia aveva sofferto anche di un cattivo funzionamento della democrazia interna ai partiti, che aveva inciso negativamente sulle modalità di selezione delle nuove generazioni di dirigenti, favorendo l’affermazione di personalità scadenti per qualità intellettuali e morali; e infine va considerato che la carenza di legittimazione popolare di cui soffriva il ceto di governo emerso dalla tempesta giudiziaria (dovuta alle circostanze della sua ascesa al potere) lo rendeva particolarmente dipendente da quella che poteva essergli conferita da altri centri di potere, quali gli Stati Uniti, l’Unione Europea o, per l’appunto, la grande imprenditoria nazionale (la quale era in grado di svolgere un simile ruolo tramite i mezzi d’informazione di cui aveva il controllo).

Nel nostro paese, dunque, a partire dagli anni Novanta il potere politico risultò ancora più sottomesso al potere economico di quanto lo fosse stato in precedenza. Ciò spiega le misure antipopolari che le maggioranze di centro-destra e di centro-sinistra, alternatesi al potere da allora in poi, hanno posto in essere: non soltanto le privatizzazioni e liberalizzazioni di pubblici servizi, ma anche gli alleggerimenti fiscali per i più abbienti, i tagli alla spesa sociale e le politiche di precarizzazione del lavoro.

Da queste misure è scaturita un’accelerazione del nostro declino industriale, sia perché l’impoverimento dei lavoratori da esse causato ha compresso la domanda interna, sia perché l’abbattimento del costo del lavoro, tutelando i profitti imprenditoriali anche in assenza di investimenti volti a sostenere la produttività delle aziende e il valore aggiunto delle loro attività, ha disincentivato il compimento dei medesimi, sia perché l’inserimento nei servizi ex-pubblici ha indotto chi ne ha beneficiato a rarefare – prima ancora che gli investimenti – la propria stessa presenza nelle attività industriali di provenienza, sia infine perché si è avuta una penetrazione di attori stranieri nel nostro sistema economico (figlia delle politiche di privatizzazione e liberalizzazione, nonché delle cessioni da parte di privati delle attività manifatturiere cui i medesimi non erano più interessati) che ne ha ridotto delle componenti di rilievo a rami periferici di società aventi i loro interessi principali al fuori dell’Italia.

Il rallentamento della crescita economica che da tale declino è derivato, impattando sulle entrate fiscali, ha inoltre impedito il riassorbimento del debito pubblico immesso sui mercati finanziari. Si è quindi mantenuto elevato il trasferimento di ricchezza pubblica ai detentori di titoli di stato, però con una differenza importante rispetto al passato: fra di essi hanno assunto un’importanza assai maggiore i soggetti stranieri, in qualità di diretti acquirenti del nostro debito o di azionisti di istituzioni finanziarie italiane. Il pagamento degli interessi sul debito è divenuto, così, un ulteriore veicolo di trasferimento di risorse dall’Italia ad altri paesi (“ulteriore”, poiché si aggiunge all’estrazione di profitti dalle aziende passate in mani straniere).

Un elemento distintivo del nuovo indirizzo politico è stato rappresentato dall’abbondanza di decisioni favorevoli a soggetti economici stranieri. Come detto, si è consentito che investitori esteri beneficiassero delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni e acquisissero ingenti rendite finanziarie. Al riguardo, va inoltre specificato che questa penetrazione del capitale straniero in Italia è stata consentita anche quando i suoi protagonisti appartenevano a paesi non egualmente aperti ad acquisizioni estere, e che si è tollerato che l’Unione Europea facesse pressioni su di noi perché dismettessimo il nostro patrimonio pubblico e aprissimo il nostro mercato, ma non avesse un atteggiamento analogo nei confronti di altri paesi membri. Contrarie all’interesse nazionale sono state anche l’adozione dell’euro, la quale, equivalendo a una rivalutazione della lira e ad una svalutazione delle monete continentali più forti (in particolare del marco), ha penalizzato le nostre esportazioni e reso più convenienti sul mercato interno i beni d’importazione; l’accettazione dell’espansione a Est dell’Unione, che ha fatto accedere i paesi ex-comunisti al mercato europeo e ha procurato loro ingenti aiuti finanziari (pagati anche dall’Italia, dato il nostro ruolo di contributore netto in seno all’UE), ponendoli così in condizione di attrarre imprese dall’Italia (con conseguente distruzione di posti di lavoro nel nostro paese) e da altre nazioni (in particolare dalla Germania, il cui sistema industriale ha ricavato da queste delocalizzazioni in paesi dal basso costo del lavoro una maggiore capacità di fare concorrenza al nostro); e la sottomissione alle regole comunitarie che ci imponevano di perseguire una politica di rigore finanziario, la quale ha penalizzato la nostra economia senza neppure migliorare lo stato dei conti pubblici. Sembra quindi che i nostri politici si siano macchiati di un vero e proprio “tradimento”, scegliendo di porsi al servizio di un progetto di distruzione della potenza economica nazionale concepito dai nostri principali competitori (Francia e Germania, padrone di fatto dell’Unione Europea).

La realtà è tuttavia più complessa. Certamente, il nuovo sistema partitico ha avvertito la necessità di servire centri di potere esteri, per compensare la carenza di legittimazione interna di cui si è detto; ma se le lobby imprenditoriali nazionali hanno tollerato che si sottomettesse alle mire colonialistiche franco-tedesche è stato perché esse, evidentemente, erano interessate alla permanenza dell’Italia nell’Unione Europea anche a fronte di un atteggiamento ostile di quest’ultima nei nostri riguardi. Ciò peraltro risulta del tutto comprensibile qualora si consideri che dall’UE è provenuta una spinta importante in direzione della privatizzazione e della liberalizzazione del settore pubblico. Vero è che la politica comunitaria ha favorito l’inserimento in quest’ultimo non soltanto dell’imprenditoria nostrana, ma anche del capitale straniero; tuttavia, la stessa intraprendenza del secondo è risultata nell’interesse della prima, la quale ha potuto realizzare in partecipazione con esso delle iniziative che da sola non avrebbe avuto i mezzi per effettuare. Non meno importante è il fatto che l’opera normativa dell’Unione abbia contribuito ad alterare i rapporti di forza tra padronato e lavoratori in favore del primo. Essa difatti, tutelando la libera circolazione dei capitali, delle merci e della manodopera entro i confini dell’Unione, gli ha consentito sia di delocalizzare le proprie produzioni manifatturiere in paesi dal più basso costo del lavoro senza perdere la possibilità di commercializzarle in patria, sia di ridurre il costo del lavoro nella stessa Italia (in virtù del potere di ricatto conferitogli proprio dalla possibilità di trasferire altrove i propri impianti, nonché della possibilità di porre una cospicua manodopera immigrata in competizione con quella autoctona). L’Unione Europea ha insomma costituito una fonte di vincoli esterni utili a rendere più agevole la conduzione di politiche favorevoli all’imprenditoria (dal momento che il nostro ceto politico ha potuto scaricare su di essa la responsabilità delle medesime).

Bisogna inoltre tenere presente che i nostri principali operatori economici, una volta divenuti fornitori di servizi, sono divenuti interessati in misura preponderante a tutelare non le proprie attività industriali (oramai oggetto di disinvestimenti e quindi condannate in ogni caso al declino), bensì le rendite garantite da quelle attività terziarie e le possibilità di reinvestimento delle medesime nei circuiti finanziari internazionali. Ciò per un verso ha attenuato l’impatto negativo che avevano per essi le politiche comunitarie tese a deindustrializzare l'Italia, e per l’altro ha esaltato l’importanza dei benefici che ricavavano dall’appartenenza all’Unione in termini di libertà di movimento dei capitali. Questo loro riorientamento dall’industria alla finanza ha avuto anche l’effetto di rendere meno grave la ricaduta negativa dell’adozione dell’euro (consistente nella perdita di competitività di prezzo dei nostri manufatti) e di accrescerne quella positiva (rappresentata dalla possibilità di effettuare investimenti all’estero in una valuta più forte della lira, ossia dotata di un maggiore potere d’acquisto).

In conclusione, possiamo affermare che i detentori del potere economico hanno accettato l’integrazione dell’Italia nell’Unione Europea in una posizione subordinata, comportante quindi l’imposizione di politiche ad essa sfavorevoli, in quanto tale integrazione procurava comunque loro più vantaggi che svantaggi.

In fondo, questo atteggiamento non ha rappresentato altro che l’esasperazione della mentalità che hanno sempre dimostrato di avere: la disponibilità a sacrificare l’interesse nazionale sull’altare del loro sacro interesse particolare. Possiamo dare per certo che tale mentalità continuerà a informare le loro strategie imprenditoriali e le richieste che indirizzeranno al potere politico. Sino alla distruzione totale della nostra struttura industriale, ovvero della nostra prosperità (chi crede che l’Italia possa vivere di turismo si prepari spiritualmente a mantenere i figli con la propria pensione... se gliela lasceranno). Oppure, se vogliamo dare ancora un minimo di credito ai nostri connazionali e a noi stessi, sino al momento in cui questa élite di parassiti e distruttori non verrà posta in condizione di non potere mai più nuocere.

Fonte

21/01/2026

Davos - Oxfam parla di “proteggere la libertà dal potere dei miliardari”

Come ogni anno, il Davos Economic Forum si apre con il rapporto Oxfam sulle disuguaglianze economiche. E quest’anno il titolo appare quasi come un programma politico, più che un’analisi delle ricchezze private: “Resisting the Rule of the Rich. Defending Freedom Against Billionaire Power”, ovvero “Resistere al dominio dei ricchi. Difendere la libertà dal potere dei miliardari”.

Difendere la libertà dal potere dei miliardari ha un significato ben preciso, perché Oxfam fa notare che l’iniqua distribuzione della ricchezza va di pari passo con una iniqua distribuzione del potere, con una chiara crisi di quelle che si millantano per “democrazie” quando sono in realtà evidenti plutocrazie, per quanto riguarda la fascia di popolazione che è dominante, e democrature per quanto riguarda le forme di mediazione politica e di gestione del conflitto sociale.

In breve, il rapporto Oxfam riconosce che il 2025 è stato un anno d’oro per i super-ricchi. Per la prima volta nella storia, il numero di miliardari in dollari, nel mondo, ha superato quota 3 mila. La loro ricchezza collettiva ha raggiunto la cifra astronomica di 18,3 trilioni di dollari, crescendo del 16% solo nell’ultimo anno, un ritmo tre volte superiore alla media dell’ultimo quinquennio.

Dal 2020 a oggi, il patrimonio dei miliardari è aumentato dell’81%. Parallelamente, la realtà per il resto della popolazione mondiale è invece drammatica: una persona su quattro soffre di insicurezza alimentare e quasi metà della popolazione mondiale vive in povertà.

L’incremento di ricchezza dei tremila miliardari nell’ultimo anno, pari a 2,5 trilioni di dollari, equivale alla ricchezza totale detenuta dalla metà più povera dell’umanità, cioè oltre 4 miliardi di persone. Si tratta di una cifra che, da sola, sarebbe bastata a eradicare la povertà estrema per 26 volte.

Gli Stati Uniti hanno il maggior numero di miliardari – 932, 116 in più solo nell’ultimo anno – e “l’uomo più ricco al mondo”, Elon Musk. Nel Regno Unito, appena 56 individui detengono una ricchezza superiore a quella di 27 milioni di cittadini messi insieme (il 39% della popolazione). Secondo Oxfam, un miliardario britannico medio “guadagna” in media altri 231 milioni di sterline all’anno.

Per quanto riguarda l’Italia, Oxfam afferma che “nonostante i salari costituiscano il 38% del PIL italiano contro il 50% dei profitti [...], fatto 100 il totale delle entrate fiscali e contributive, 49 sono le risorse che arrivano dai salari, mentre il contributo dei profitti si ferma a 17”. Con la finanziaria del 2025, il ritocco marginale dell’IRPEF andrà a favorire ancora i più abbienti, con “la metà delle risorse allocate a favore dell’8% dei percettori di redditi più elevati, superiori a 48.000 euro”.

Il rapporto Oxfam non si limita ai dati economici, ma lancia un monito sullo stato di salute delle “democrazie”. L’organizzazione stima che un miliardario ha oggi 4mila volte più probabilità di ricoprire una carica politica rispetto a un cittadino comune. Questo si traduce ovviamente in un’influenza sproporzionata sulle leggi che regolano l’economia e la società.

Inoltre, la concentrazione del potere passa anche per il controllo dell’informazione. Da Jeff Bezos a Elon Musk, i miliardari controllano oltre la metà delle principali testate giornalistiche mondiali e tutte le piattaforme social dominanti.

“L’enorme influenza che i super-ricchi hanno sui nostri politici, sulle nostre economie e sui nostri media ha aggravato la disuguaglianza e ci ha portato molto lontano dalla lotta alla povertà”
, ha detto Amitabh Behar, Direttore Esecutivo di Oxfam International. “I governi stanno facendo scelte sbagliate per assecondare l’élite e difendere la ricchezza, mentre reprimono i diritti delle persone e la rabbia per il fatto che molte delle loro vite stanno diventando inaccessibili e insopportabili”.

Per spezzare questo ciclo, Oxfam esorta i governi ad agire su tre fronti: tassazione sui grandi patrimoni; rafforzamento delle regole contro il lobbismo e i finanziamenti elettorali opachi; garanzie contro le ritorsioni autoritarie nei confronti delle manifestazioni della società civile e dei sindacati.

Bisogna aggiungere un’ultima postilla. La ricchezza che è aumentata a dismisura nell’ultimo anno è il segnale dell’esponenziale crescita di una ricchezza fittizia, che non ha corrispettivo nel circuito economico al di fuori dei listini di borsa. È ricchezza in forma finanziaria, con una bolla che si fa sempre più grande e instabile. Un ulteriore pericolo per l’intera popolazione mondiale, che sarebbero sempre i più poveri a pagare.

A meno che, appunto, non si resista al potere dei miliardari, come dice anche Oxfam, ormai.

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20/01/2026

I “padroni del mondo” e le pensioni italiane

Un recente articolo del “Financial Times” pone la questione della sostenibilità della spesa pensionistica pubblica nei paesi europei, argomentando come la curva di tale spesa apparirà, nel giro dei prossimi decenni, insostenibile [1]. Al di là delle argomentazioni, spesso contraddittorie, dell’articolo, la soluzione che pare emergere per il FT è quella di orientare i paesi, i governi, e i lavoratori, che godono di un sistema pensionistico pubblico, verso i fondi pensione integrativi che sono gestiti in buona sostanza dai grandi fondi finanziari americani, i cosiddetti “padroni del mondo”.

Non è un mistero che la ricchezza si stia sempre più concentrando in poche mani, una tendenza alla centralizzazione dei capitali che si esprime nei monopoli dei grandi fondi finanziari americani, i più consistenti, in termini economici, sono i cosiddetti big three (BlackRock, Vanguard Group, State Street Global). Questi fondi gestiscono patrimoni, nello specifico i primi dieci al mondo, che hanno registrato un attivo di 44 mila miliardi di dollari nel 2022, i menzionati Black Rock e Vanguard ne gestiscono la metà; in sostanza, due fondi gestiscono un giro economico pari a circa 1/5 del PIL mondiale [2]. I primi dieci fondi del mondo partecipano, inoltre, in quote tra il 30 % e il 40 % delle prime 500 società mondiali, denotando la tendenza alla formazione di un’oligarchia finanziaria che domina l’economia “reale” euro-atlantica. Per effettuare un paragone con la finanza europea, essa gestisce patrimoni che a confronto appaiono fortemente sottodimensionati, le prime 10 società europee di risparmio gestito hanno attivi che sfiorano “soltanto” i 13 mila miliardi (e sono partecipate spesso e volentieri dai fondi americani), con solo cinque fondi che gestiscono cadauno circa mille miliardi (con la sola Amundi che gestisce in solitaria più di duemila miliardi).

In Italia le pensioni pubbliche sono gestite dall’INPS che chiude il bilancio 2025 con un attivo di 7,5 miliardi, risorse che sono fortemente soggette agli appetiti dei grandi fondi speculativi, delle banche e delle assicurazioni (a loro volta partecipate dai grandi fondi). Negli ultimi decenni la legislazione italiana ha favorito, con l'avallo di CGIL, CISL e UIL, il traghettamento progressivo di quote consistenti di salario diretto e indiretto nei fondi, in primis tramite i rinnovi dei CCNL che prevedono lo scambio tra aumenti retributivi reali e welfare aziendale che avalla i fondi integrativi pensionistici privati, la sanità privata e le polizze assicurative gestite sempre dai grandi fondi americani.

Nell’ultima legge di bilancio vediamo un imponente vantaggio fiscale al meccanismo delle pensioni private, tramite l’aumento della deducibilità annua del contributo versato ai fondi pensione. E ancora più incisivo e pericoloso l’obbligo del TFR nei fondi pensione privati per i neoassunti dal primo luglio 2026, e il silenzio-assenso come formula per negare tale trasferimento, una destinazione che USB denuncia con forza come meccanismo di appropriazione e finanziarizzazione del salario differito.

Nei primi nove mesi del 2025 i fondi pensione italiani hanno raccolto contributi per 11,7 miliardi di euro, (Relazione Covip settembre 2025), risorse che rappresentano l'architrave di una deriva finanziaria, borsistica e speculativa che ha prosciugato l'economia reale negli ultimi decenni. Sostenere la previdenza complementare significa consegnare le tutele sociali alla speculazione e ai grandi colossi bancari, alle assicurazioni, trasformando il futuro dei lavoratori e delle lavoratrici in una scommessa d'azzardo sui mercati azionari.

USB - Federazione del Sociale

Note

[1] https://www.ft.com/content/9c3c1ec8-9ccf-46bb-977d-e877dcf564e6

[2] Cfr. A. Volpi, I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia, Laterza, Roma-Bari, 2024; Id., La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, Laterza, Roma-Bari, 2025; Indice S&P 500: https://www.britannica.com/money/economic-indicator.

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07/11/2025

OpenAI, giù la maschera

di Carola Frediani

Martedì scorso OpenAI ha annunciato la sua trasformazione in una società for profit, completando quel percorso che, dalla nascita come no profit nel 2015, aveva poi deviato verso la commercializzazione dei prodotti, la corsa all’IA, e la fisionomia di una startup che punta a un’offerta pubblica iniziale e una quotazione in borsa col botto. La ristrutturazione trasforma infatti l’ex “laboratorio” dietro a ChatGPT in una società di pubblica utilità (public benefit corporation, PBC, ovvero una società a scopo di lucro legalmente tenuta a bilanciare i rendimenti degli azionisti con un dichiarato beneficio pubblico). Significa che la nuova OpenAI (ufficialmente OpenAI Group PBC) potrà emettere azioni ai dipendenti (stock option), raccogliere capitali attraverso tradizionali round di finanziamento azionario, quotarsi in borsa. Ma dichiarando di farlo a beneficio dell’umanità. Ok, esiste anche una fondazione senza scopo di lucro, a cui ha assegnato una ricca quota del 26 per cento, valutata 130 miliardi di dollari.

Ma Microsoft, che dal 2019 ha investito oltre 13 miliardi di dollari in OpenAI, ha una quota del 27% valutata 135 miliardi di dollari, mentre le quote restanti sono detenute da altri investitori e dipendenti.

La Fondazione OpenAI controlla l’attività a scopo di lucro, scrive OpenAI nel suo comunicato. Ricordiamo che il board della no profit (ora board della fondazione) è lo stesso uscito modificato e pro-Altman dallo scontro tra lo stesso Altman e il precedente board, che si era opposto alla disinvoltura con cui la società stava cavalcando la commercializzazione dell’IA (di cui avevo scritto in newsletter).

Oltre a questo, commenta Quartz, la fondazione sarebbe comunque “una facciata che nasconde un’impresa fondamentalmente commerciale. Il consiglio di amministrazione senza scopo di lucro può tecnicamente mantenere il controllo, ma quando la sopravvivenza dipende dalla soddisfazione degli investitori, dalla raccolta di centinaia di miliardi di capitale e dalla capacità di attrarre talenti con pacchetti azionari competitivi, tale controllo diventa in gran parte puramente formale”.

Inoltre, “la tempistica non è casuale. SoftBank aveva minacciato di ridurre il proprio investimento da 30 a 20 miliardi di dollari se OpenAI non avesse ristrutturato entro la fine dell’anno. Microsoft aveva bisogno di rinegoziare il proprio accesso esclusivo alla tecnologia di OpenAI. I migliori ricercatori stavano passando alla concorrenza, che poteva offrire loro reali vantaggi in termini di capitale. Lo status di organizzazione senza scopo di lucro impediva loro di raccogliere fondi, di cui l’azienda ha bisogno in quantità quasi illimitata per sopravvivere”.

Secondo fonti di Reuters, OpenAI starebbe lavorando a un’offerta pubblica iniziale che potrebbe valutare l’azienda fino a 1.000 miliardi di dollari, in quella che potrebbe essere una delle più grandi IPO di tutti i tempi. E la domanda alle autorità di regolamentazione potrebbe arrivare già nella seconda metà del 2026. Che un’IPO sia probabile è stato anche detto dallo stesso Altman in una riunione coi dipendenti, riferisce The Information. Che aggiunge: “Un’IPO diluirebbe ulteriormente gli azionisti, ma potrebbe essere fondamentale per l’azienda, che ha previsto di bruciare 115 miliardi di dollari fino al 2029, aumentando la spesa per i server per promuovere la ricerca sull’intelligenza artificiale e potenziare ChatGPT e altri prodotti”.

The Information sottolinea anche che “c’è un grande divario tra le entrate di OpenAI, che secondo le previsioni raggiungeranno i 13 miliardi di dollari quest’anno, e la spesa prevista per i server necessari a sviluppare la sua tecnologia e rimanere davanti a rivali come Google e xAI”.

Già a inizio ottobre il Financial Times rilevava come OpenAI avesse firmato contratti per circa 1.000 miliardi di dollari per l’acquisto di potenza di calcolo, “impegni che superano di gran lunga le sue entrate e sollevano interrogativi su come potrà finanziarli”, sottolineando anche la circolarità dei suoi accordi con Nvidia, Amd, Oracle.

A questo proposito, sul sito Guerredirete.it abbiamo pubblicato un articolo sul rischio bolla, a firma di Andrea Signorelli.

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10/06/2025

La finanziarizzazione del risparmio italiano porta all’aumento delle disuguaglianze

Abbiamo già commentato le parole con cui Fabio Panetta ha accompagnato la relazione 2024 di Banca d’Italia, cioè dell’istituto di cui si trova alla guida. Ma è il caso di tornare su alcuni dei dati diffusi, perché sono di fondamentale importanza per capire fino a che punto il Belpaese potrà segnalare una certa tenuta sociale, mentre è sempre più invischiato in una crisi senza fine.

Nello studio della banca, infatti, viene registrata la crescita della ricchezza nazionale complessiva, ma con la forbice tra poveri e ricchi che va aumentando. Inoltre, anche se i patrimoni familiari hanno raggiunto livelli record, il quadro economico di incertezza in cui viviamo sta favorendo la finanziarizzazione dei risparmi, con tutti i rischi annessi.

Nel 2024 la ricchezza netta degli italiani ha raggiunto gli 11 mila e 700 miliardi di euro, ovvero ben 8,3 volte il reddito disponibile, in un rapporto rimasto stabile rispetto all’anno precedente. Questi dati inseriscono l’Italia tra i paesi con il maggior patrimonio privato al mondo, ma allo stesso tempo con una distribuzione e gestione di esso che sta accumulando problematiche.

C’è però una trappola nascosta nei dati che riguardano la ricchezza nazionale. L’alta soglia oggi raggiunta deve essere ricondotta al buon risultato dei mercati azionari, che nel corso del 2024 hanno permesso un aumento del valore degli investimenti finanziari intorno al 4,3% in termini nominali, portando dunque la ricchezza finanziaria italiana a 6 mila e 30 miliardi di euro.

Si tratta di un incremento del 57% in relazione al 2010, con le attività finanziarie che oggi valgono 4,3 volte il reddito disponibile (15 anni fa lo superavano di 3,4 volte), posizionandosi a un livello superiore rispetto alla media dell’eurozona. Si sta assistendo perciò a una netta finanziarizzazione del risparmio italiano, che lo sottopone ai rischi delle bolle e delle speculazioni.

Il cambio di passo è avvenuto col rialzo dei tassi BCE. Infatti, se dal 2010 al 2021 gli investimenti diretti in titoli obbligazionari erano crollati dal 19,3% al 4,3%, dal 2022 c’è stata un’evidente inversione di tendenza, con un ritorno della riallocazione della ricchezza verso forme di investimento che garantiscono un flusso reddittuale costante maggiore, ma anche più rischioso.

Non serve qui ricordare come, inoltre, la UE stia spingendo affinché i risparmi vengano messi a disposizione della finanza di guerra. Qui basta sottolineare come la finanziarizzazione crea significativi pericoli per la coesione sociale del paese. Gli strumenti della finanza vanno centralizzando sempre di più in poche mani la gestione della ricchezza, mentre la capacità del risparmio diminuisce col diminuire del reddito.

I redditi familiari sono cresciuti solo del 2,7% nel 2024, un valore appena sopra la metà di quello segnato nel 2023 (+5%). Un così grande rallentamento è dovuto per lo più al calo dei redditi netti da proprietà e dei redditi da lavoro autonomo, che sono aumentati solo dell’1% rispetto al +4,5% l’anno scorso. Per Bankitalia, ciò è dovuto all’indebolimento dei settori in cui sono impegnati tali lavoratori.

Le incertezze dell’economia sono tali che la propensione al risparmio è salita al 9% del reddito lordo disponibile, dall’8,2% del 2023. Si tratta di una percentuale superiore a quella che veniva registrata prima della pandemia. Le basse aspettative per il futuro hanno portato ad aumentare il risparmio precauzionale, soprattutto tra le famiglie a basso reddito.

L’immagine data dalla Banca d’Italia è quella di un paese ricco sulla carta, ma in cui molta di questa ricchezza è fittizia, come si addice a un paese a capitalismo fin troppo maturo, in cui però esiste ancora un paracadute che impedisce il radicalizzarsi dell’insofferenza sociale di fronte alla crisi. Le contraddizioni, però, non fanno che aumentare...

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19/04/2025

[Contributo al dibattito] - Il ritorno dei rentier. La visione capovolta di Trump sulla storia dei dazi americani

È diventato un luogo comune descrivere le politiche economiche di Trump come un radicale allontanamento dalla traiettoria recente. Michael Hudson non è d’accordo. Spiega perché la parte apparentemente innovativa, il massiccio ricorso ai dazi, rappresenti la continuità delle politiche neoliberiste e libertarie, volte a ridurre il ruolo del governo nella vita commerciale e privata. Sostiene che, pertanto, abbiano ben poco a che fare con la “ricostruzione” dell’America e siano intese a consentire ai super-ricchi di ottenere ancora di più dai cittadini comuni.

La valutazione di Hudson è simile a quella che il sottoscritto ha affermato fin dall’inizio: l’unico modo in cui il programma di Trump avrebbe avuto senso era se l’obiettivo fosse stato quello di indurre una crisi economica simile a quella della Russia degli anni ’90, in modo da facilitare l’acquisto di beni preziosi a basso costo da parte dei plutocrati. Ma molte aziende e posti di lavoro un tempo vitali saranno distrutti per facilitare questo saccheggio.
Yves Smith

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di Michael Hudson

La politica tariffaria di Donald Trump ha gettato i mercati nel caos, sia tra i suoi alleati che tra i suoi nemici. Questa anarchia riflette il fatto che il suo obiettivo principale non era in realtà la politica tariffaria, ma semplicemente ridurre le imposte sul reddito dei ricchi, sostituendole con i dazi come principale fonte di entrate governative. Ottenere concessioni economiche da altri Paesi è parte della sua giustificazione per questo spostamento fiscale, in quanto offre un vantaggio nazionalistico agli Stati Uniti.

La sua storia di copertura, e forse persino la sua convinzione, è che i dazi, da soli, possano rilanciare l’industria americana. Ma non ha intenzione di affrontare i problemi che hanno causato la deindustrializzazione americana in primo luogo. Non c’è alcun riconoscimento di ciò che ha reso il programma industriale originale statunitense e quello della maggior parte delle altre nazioni così vincente. Quel programma si basava su infrastrutture pubbliche, crescenti investimenti industriali privati, salari protetti dai dazi e una forte regolamentazione governativa. La politica di Trump, quella del “taglia e brucia”, è l’opposto: ridimensionare l’amministrazione pubblica, indebolire la regolamentazione pubblica e svendere infrastrutture pubbliche per contribuire a finanziare i tagli alle imposte sul reddito per la sua classe di donatori.

Questo è solo il programma neoliberista sotto un’altra veste. Trump lo presenta erroneamente come un sostegno all’industria, non come la sua antitesi. La sua mossa non è affatto un piano industriale, ma un gioco di potere per ottenere concessioni economiche da altri paesi, riducendo al contempo le imposte sul reddito dei ricchi. Il risultato immediato saranno licenziamenti su larga scala, chiusure di aziende e inflazione dei prezzi al consumo.

Introduzione

Il notevole decollo industriale americano dalla fine della Guerra Civile allo scoppio della Prima Guerra Mondiale ha sempre messo in imbarazzo gli economisti liberisti. Il successo degli Stati Uniti è stato il risultato di politiche esattamente opposte a quelle sostenute dall’odierna ortodossia economica. Il contrasto non è solo quello tra dazi protezionistici e libero scambio. Gli Stati Uniti hanno creato un’economia mista pubblico-privata in cui gli investimenti in infrastrutture pubbliche sono stati sviluppati come “quarto fattore di produzione”, non per essere gestiti come un’attività a scopo di lucro, ma per fornire servizi di base a prezzi minimi in modo da sovvenzionare il costo della vita e delle attività commerciali del settore privato.

La logica alla base di queste politiche fu formulata già negli anni Venti dell’Ottocento nel Sistema Americano di Henry Clay, basato su tariffe protezionistiche, miglioramenti interni (investimenti pubblici nei trasporti e in altre infrastrutture di base) e un sistema bancario nazionale volto a finanziare lo sviluppo industriale. Emerse una Scuola Americana di Economia Politica per guidare l’industrializzazione del paese, basata sulla dottrina dell’Economia degli Alti Salari, volta a promuovere la produttività del lavoro attraverso l’innalzamento del tenore di vita e programmi di sussidi e sostegno pubblici.

Queste non sono le politiche che i Repubblicani e i Democratici di oggi consigliano. Se la Reaganomics, il Thatcherismo e i sostenitori del libero mercato di Chicago avessero guidato la politica economica americana alla fine del XIX secolo, gli Stati Uniti non avrebbero raggiunto il loro predominio industriale. Non sorprende quindi che la logica protezionistica e degli investimenti pubblici che ha guidato l’industrializzazione americana sia stata cancellata dalla storia degli Stati Uniti. Non gioca alcun ruolo nella falsa narrazione di Donald Trump promuovere la sua abolizione delle imposte progressive sul reddito, la riduzione del personale statale e la privatizzazione delle sue attività.

Ciò che Trump ammira particolarmente nella politica industriale americana del diciannovesimo secolo è l’assenza di un’imposta progressiva sul reddito e il finanziamento del governo principalmente attraverso le entrate tariffarie. Questo gli ha dato l’idea di sostituire l’imposta progressiva sul reddito che gravava sulla sua stessa classe di donatori – l’uno per cento che non pagava alcuna imposta sul reddito prima della sua promulgazione nel 1913 – con tariffe pensate per ricadere solo sui consumatori (ovvero, sul lavoro). Una nuova età dell’oro, davvero!


Ammirando l’assenza di una tassazione progressiva sul reddito nell’era del suo eroe, William McKinley (eletto presidente nel 1896 e nel 1900), Trump ammira gli eccessi economici e la disuguaglianza della Gilded Age. Tale disuguaglianza fu ampiamente criticata come una distorsione dell’efficienza economica e del progresso sociale. Per contrastare la corrosiva e ostentata ricerca della ricchezza che causava tale distorsione, il Congresso approvò la legge anti-trust Sherman nel 1890, seguita da Teddy Roosevelt con il suo smantellamento dei trust, e fu approvata un’imposta sul reddito notevolmente progressiva che gravava quasi interamente sui redditi finanziari e immobiliari dei rentier e sulle rendite monopolistiche.

Trump sta quindi promuovendo una narrazione semplicistica e palesemente falsa su ciò che ha reso la politica di industrializzazione americana del diciannovesimo secolo così efficace. Per lui, ciò che è grande è la parte “dorata” della Gilded Age, non il suo decollo industriale e socialdemocratico guidato dallo stato. La sua panacea è che i dazi sostituiscano le imposte sul reddito, insieme alla privatizzazione di ciò che resta delle funzioni governative. Ciò darebbe libero sfogo a una nuova schiera di baroni ladri per arricchirsi ulteriormente riducendo la tassazione e la regolamentazione governativa, riducendo al contempo il deficit di bilancio svendendo il demanio pubblico rimanente, dai parchi nazionali all’ufficio postale ai laboratori di ricerca.

Le politiche chiave che hanno portato al successo del decollo industriale americano

I dazi doganali da soli non furono sufficienti a innescare il decollo industriale dell’America, né quello della Germania e di altre nazioni che cercavano di sostituire e superare il monopolio industriale e finanziario della Gran Bretagna. La chiave era utilizzare i proventi tariffari per sovvenzionare gli investimenti pubblici, combinati con il potere regolamentare e soprattutto con la politica fiscale, per ristrutturare l’economia su più fronti e plasmare il modo in cui lavoro e capitale erano organizzati.

L’obiettivo principale era aumentare la produttività del lavoro. Ciò richiedeva una forza lavoro sempre più qualificata, che a sua volta richiedeva un miglioramento del tenore di vita, istruzione, condizioni di lavoro sane, tutela dei consumatori e regolamentazione della sicurezza alimentare. La dottrina dell’Economia degli Alti Salari riconosceva che una manodopera istruita, sana e ben nutrita poteva essere venduta a prezzi inferiori a quella del “lavoro indigente”.

Il problema era che i datori di lavoro hanno sempre cercato di aumentare i propri profitti contrastando la richiesta di salari più elevati da parte dei lavoratori. Il decollo industriale americano ha risolto questo problema riconoscendo che il tenore di vita dei lavoratori è il risultato non solo dei livelli salariali, ma anche del costo della vita. Nella misura in cui gli investimenti pubblici finanziati dalle entrate tariffarie potevano coprire il costo della fornitura di beni di prima necessità, il tenore di vita e la produttività del lavoro potevano aumentare senza che gli industriali subissero una diminuzione dei profitti.

I principali bisogni di base erano l’istruzione gratuita, il supporto alla sanità pubblica e servizi sociali affini. Gli investimenti in infrastrutture pubbliche nei trasporti (canali e ferrovie), nelle comunicazioni e in altri servizi di base che erano monopoli naturali furono intrapresi anche per impedire che si trasformassero in feudi privati ​​in cerca di rendite monopolistiche a spese dell’economia in generale. Simon Patten, il primo professore di economia americano presso la sua prima business school (la Wharton School presso l’Università della Pennsylvania), definì gli investimenti pubblici nelle infrastrutture un “quarto fattore di produzione”. [1] A differenza del capitale del settore privato, il suo obiettivo non era realizzare un profitto, tanto meno massimizzare i suoi prezzi a quanto il mercato avrebbe sopportato. L’obiettivo era fornire servizi pubblici a costo o a una tariffa sovvenzionata o addirittura gratuitamente.

Contrariamente alla tradizione europea, gli Stati Uniti lasciarono molti servizi di base in mani private, ma li regolamentarono per impedire che si creassero rendite di monopolio. I leader aziendali sostennero questa economia mista pubblico-privata, ritenendo che sovvenzionasse un’economia a basso costo e aumentasse così il loro (e loro) vantaggio competitivo nell’economia internazionale.

Il servizio pubblico più importante, ma anche il più difficile da introdurre, era il sistema monetario e finanziario necessario per fornire credito sufficiente a finanziare la crescita industriale del paese. La creazione di credito cartaceo privato e/o pubblico richiedeva la sostituzione della stretta dipendenza dai lingotti d’oro come moneta. I lingotti rimasero a lungo la base per il pagamento dei dazi doganali al Tesoro, che li drenò dall’economia in generale, limitandone la disponibilità per il finanziamento dell’industria. Gli industriali sostenevano l’abbandono dell’eccessiva dipendenza dai lingotti con la creazione di un sistema bancario nazionale per fornire una crescente sovrastruttura di credito cartaceo per finanziare la crescita industriale. [2]

L’economia politica classica considerava la politica fiscale la leva più importante per orientare l’allocazione delle risorse e del credito verso l’industria. Il suo principale obiettivo politico era minimizzare la rendita economica (l’eccesso dei prezzi di mercato rispetto al valore di costo intrinseco) liberando i mercati dai redditi da rentier sotto forma di rendita fondiaria, rendita monopolistica, interessi e commissioni finanziarie. Da Adam Smith a David Ricardo, John Stuart Mill, fino a Marx e altri socialisti, la teoria classica del valore definiva tale rendita economica come reddito non guadagnato, estratto senza contribuire alla produzione e quindi un’imposizione inutile sulla struttura dei costi e dei prezzi dell’economia. Le imposte sui profitti industriali e sui salari dei lavoratori si aggiungevano al costo di produzione e quindi dovevano essere evitate, mentre la rendita fondiaria, la rendita monopolistica e i guadagni finanziari dovevano essere tassati, oppure terra, monopoli e credito potevano semplicemente essere nazionalizzati nel demanio pubblico per ridurre i costi di accesso al settore immobiliare e ai servizi monopolistici e ridurre gli oneri finanziari.

Queste politiche basate sulla distinzione classica tra costo-valore intrinseco e prezzo di mercato sono ciò che ha reso il capitalismo industriale così rivoluzionario. Liberare le economie dai redditi da rentier attraverso la tassazione della rendita economica mirava a minimizzare il costo della vita e delle attività commerciali, e anche a minimizzare il predominio politico di un’élite al potere, quella finanziaria e quella dei proprietari terrieri. Quando gli Stati Uniti imposero la loro prima imposta progressiva sul reddito nel 1913, solo il 2% degli americani aveva un reddito sufficientemente elevato da richiedere loro di presentare una dichiarazione dei redditi. La stragrande maggioranza dell’imposta del 1913 ricadeva sui redditi da rentier degli interessi finanziari e immobiliari e sulle rendite di monopolio ricavate dai trust organizzati dal sistema bancario.

Come la politica neoliberista americana inverte la sua precedente dinamica industriale

Dall’inizio del periodo neoliberista negli anni ’80, il reddito disponibile dei lavoratori statunitensi è stato compresso dagli elevati costi per i beni di prima necessità, mentre il costo della vita li ha estromessi dai mercati mondiali. Questo non è la stessa cosa di un’economia ad alto salario. Si tratta di un’appropriazione indebita dei salari per pagare le varie forme di rendita economica che hanno proliferato e distrutto la struttura dei costi americana, un tempo competitiva. L’attuale reddito medio di 175.000 dollari per una famiglia di quattro persone non viene speso principalmente in prodotti o servizi prodotti dai lavoratori dipendenti. Viene in gran parte assorbito dal settore finanziario, assicurativo e immobiliare (FIRE) e dai monopoli al vertice della piramide economica.

Il peso del debito del settore privato è in gran parte responsabile dell’attuale spostamento dei salari dal miglioramento del tenore di vita dei lavoratori, e degli utili aziendali dal finanziamento di nuovi investimenti di capitale tangibile, ricerca e sviluppo per le aziende industriali. I datori di lavoro non hanno retribuito i propri dipendenti a sufficienza per mantenere il loro tenore di vita e sostenere questo onere finanziario, assicurativo e immobiliare, lasciando la manodopera statunitense sempre più indietro.

Gonfiato dal credito bancario e dall’aumento del rapporto debito/reddito, il costo indicativo dell’alloggio negli Stati Uniti per chi acquista casa è salito al 43% del reddito, ben al di sopra del precedente 25%. La Federal Housing Authority assicura i mutui per garantire che le banche che seguono questa linea guida non subiscano perdite, nonostante arretrati e inadempienze raggiungano massimi storici. I tassi di proprietà immobiliare sono scesi da oltre il 69% nel 2005 a meno del 63% durante l’ondata di pignoramenti di Obama dopo la crisi dei mutui spazzatura del 2008. Affitti e prezzi delle case sono aumentati costantemente (soprattutto durante il periodo in cui la Federal Reserve ha deliberatamente mantenuto bassi i tassi di interesse per gonfiare i prezzi degli asset e sostenere il settore finanziario, e mentre il capitale privato ha acquistato case che i lavoratori dipendenti non possono permettersi), rendendo l’alloggio di gran lunga la voce di spesa più onerosa sul reddito da lavoro dipendente.

Anche gli arretrati di debito stanno aumentando vertiginosamente, a causa del debito scolastico contratto dagli studenti per ottenere un lavoro meglio retribuito e, in molti casi, per il debito per l’auto necessario per raggiungere il lavoro. A questo si aggiunge il debito delle carte di credito che si accumula solo per arrivare a fine mese. Il disastro dell’assicurazione sanitaria privatizzata assorbe ora il 18% del PIL statunitense, eppure il debito sanitario è diventato una delle principali cause di fallimento personale. Tutto ciò è esattamente l’opposto di quanto previsto dalla politica originale dell’Economia degli Alti Salari per l’industria americana.

Questa finanziarizzazione neoliberista – la proliferazione dei costi di rentier, l’inflazione dei costi di abitazione e assistenza sanitaria e la necessità di vivere a credito oltre il solo reddito – ha due effetti. Il più evidente è che la maggior parte delle famiglie americane non è riuscita ad aumentare i propri risparmi dal 2008 e vive di stipendio in stipendio. Il secondo effetto è stato che, con i datori di lavoro obbligati a pagare la propria forza lavoro in misura sufficiente a sostenere questi costi di rentier, il salario di sussistenza per la manodopera americana è aumentato a tal punto da superare quello di qualsiasi altra economia nazionale per cui l’industria americana non può più competere con quella dei paesi stranieri.

La privatizzazione e la deregolamentazione dell’economia statunitense hanno costretto datori di lavoro e lavoratori a sostenere i costi dei rentier, tra cui l’aumento dei prezzi delle case e l’aumento del debito pubblico, che sono parte integrante delle attuali politiche neoliberiste. La conseguente perdita di competitività industriale rappresenta il principale ostacolo alla sua reindustrializzazione. Dopotutto, sono stati proprio questi oneri dei rentier a deindustrializzare l’economia, rendendola meno competitiva sui mercati mondiali e stimolando la delocalizzazione dell’industria attraverso l’aumento del costo dei beni di prima necessità e delle attività commerciali. Il pagamento di tali oneri riduce inoltre il mercato interno, riducendo la capacità dei lavoratori di acquistare ciò che producono. La politica tariffaria di Trump non risolve questi problemi, ma li aggraverà accelerando l’inflazione dei prezzi.

È improbabile che questa situazione cambi a breve, perché i beneficiari delle attuali politiche neoliberiste – i destinatari di queste tariffe rentier che gravano sull’economia statunitense – sono diventati la classe politica dei donatori miliardari. Per aumentare il loro reddito rentier e le plusvalenze e renderli irreversibili, questa oligarchia risorgente sta spingendo per privatizzare ulteriormente e svendere il settore pubblico invece di fornire servizi sovvenzionati per soddisfare i bisogni primari dell’economia al minimo costo. I maggiori servizi pubblici che sono stati privatizzati sono monopoli naturali, motivo per cui sono stati mantenuti di dominio pubblico in primo luogo (vale a dire, per evitare l’estrazione di rendite monopolistiche).

Si pretende che la proprietà privata, volta al profitto, incentivi ad aumentare l’efficienza. La realtà è che i prezzi di quelli che un tempo erano servizi pubblici vengono aumentati fino a raggiungere la soglia di tolleranza del mercato per i trasporti, le comunicazioni e altri settori privatizzati. Si attende con ansia il destino delle Poste statunitensi, che il Congresso sta cercando di privatizzare.

Né l’aumento della produzione né la riduzione dei costi sono l’obiettivo dell’attuale svendita di asset governativi. La prospettiva di possedere un monopolio privatizzato in grado di ricavare una rendita monopolistica ha spinto i gestori finanziari a prendere in prestito denaro per acquisire queste aziende, aggiungendo il pagamento del debito alla loro struttura di costi. I gestori iniziano quindi a vendere gli immobili delle aziende per ottenere denaro veloce che distribuiscono sotto forma di dividendi straordinari, riaffittando gli immobili necessari per operare. Il risultato è un monopolio ad alto costo, fortemente indebitato e con profitti in calo. Questo è il modello neoliberista che va dalla paradigmatica privatizzazione di Thames Water in Inghilterra alle ex aziende industriali private e finanziarizzate come General Electric e Boeing.

Contrariamente al decollo del capitalismo industriale del XIX secolo, l’obiettivo dei privatizzatori nell’attuale epoca postindustriale del capitalismo finanziario rentier è quello di realizzare plusvalenze “in conto capitale” sulle azioni di imprese fino ad allora pubbliche, privatizzate, finanziarizzate e deregolamentate. Un obiettivo finanziario simile è stato perseguito nell’arena privata, dove il piano aziendale del settore finanziario è stato quello di sostituire la ricerca del profitto aziendale con la realizzazione di plusvalenze in azioni, obbligazioni e immobili.

La stragrande maggioranza di azioni e obbligazioni è detenuta dal 10% più ricco, non dal 90% più povero. Mentre la loro ricchezza finanziaria è aumentata vertiginosamente, il reddito personale disponibile della maggioranza (al netto delle commissioni di rentier) si è ridotto. Nell’attuale capitalismo finanziario rentier, l’economia si muove in due direzioni contemporaneamente: in calo per il settore manifatturiero, in crescita per i diritti finanziari e di altro tipo derivanti da rentier sul lavoro e sul capitale di questo settore.

L’economia mista pubblico-privata che in passato ha sostenuto l’industria americana minimizzando il costo della vita e favorendo le attività commerciali è stata rovesciata da quello che è il più influente elettorato di Trump (e anche quello dei Democratici, a dire il vero) – l’1% più ricco, che continua a marciare sotto la bandiera libertaria del Thatcherismo, della Reaganomics e degli ideologi antigovernativi (ovvero anti-sindacali) di Chicago. Accusano le imposte progressive sul reddito e sul patrimonio, gli investimenti nelle infrastrutture pubbliche e il ruolo di regolatore del governo per prevenire comportamenti economici predatori e la polarizzazione, di intrusioni nel “libero mercato”.

La domanda, ovviamente, è “libero per chi”? Ciò che intendono è un mercato libero per i ricchi che vogliono ricavare rendite economiche. Ignorano sia la necessità di tassare o comunque minimizzare le rendite economiche per raggiungere la competitività industriale, sia il fatto che tagliare le imposte sul reddito dei ricchi – e poi insistere sul pareggio del bilancio pubblico come quello di una famiglia per evitare di indebitarsi ulteriormente – priva l’economia di un’iniezione pubblica di potere d’acquisto. Senza spesa pubblica netta, l’economia è costretta a rivolgersi alle banche per i finanziamenti, i cui prestiti con interessi crescono esponenzialmente e spiazzano la spesa per beni e servizi reali. Ciò intensifica la compressione salariale sopra descritta e la dinamica della deindustrializzazione.

Un effetto fatale di tutti questi cambiamenti è stato che, invece di industrializzare il sistema bancario e finanziario come previsto nel diciannovesimo secolo, il capitalismo ha finanziarizzato l’industria. Il settore finanziario non ha destinato il proprio credito al finanziamento di nuovi mezzi di produzione, ma all’acquisizione di attività già esistenti, principalmente immobili e società esistenti. Questo ha gravato le attività di debito, gonfiando le plusvalenze, poiché il settore finanziario ha prestato denaro per aumentarne i prezzi.

Questo processo di aumento della ricchezza finanziarizzata aumenta il carico economico non solo sotto forma di debito, ma anche sotto forma di prezzi di acquisto più elevati (gonfiati dal credito bancario) per immobili, aziende industriali e di altro tipo. E in linea con il suo piano aziendale di realizzare plusvalenze, il settore finanziario ha cercato di detassare tali plusvalenze. Ha anche assunto un ruolo guida nel sollecitare tagli alle imposte immobiliari in modo da lasciare che una parte maggiore del crescente valore di lotti di abitazioni e uffici – la loro rendita di locazione – venga impegnata alle banche, anziché fungere da principale base imponibile per i sistemi fiscali locali e nazionali, come auspicato dagli economisti classici per tutto il diciannovesimo secolo.

Il risultato è stato un passaggio da una tassazione progressiva a una regressiva. I redditi da rentier e le plusvalenze finanziate dal debito sono stati esentati da tassazione e l’onere fiscale è stato trasferito sul lavoro e sull’industria. È questo spostamento di tassazione che ha incoraggiato i responsabili finanziari delle aziende a sostituire la ricerca del profitto aziendale con la realizzazione di plusvalenze, come descritto in precedenza.

Ciò che prometteva di essere un’armonia di interessi per tutte le classi – da raggiungere aumentando la loro ricchezza indebitandosi e guardando i prezzi delle case e di altri immobili, azioni e obbligazioni salire – si è trasformato in una guerra di classe. Ora è molto più della guerra di classe del capitale industriale contro il lavoro familiare nel diciannovesimo secolo. La forma postmoderna di guerra di classe è quella del capitale finanziario contro sia il lavoro che l’industria. I datori di lavoro sfruttano ancora il lavoro cercando profitti pagando il lavoro meno di quanto vendano i loro prodotti. Ma il lavoro è stato sempre più sfruttato dal debito – debito ipotecario (con il credito “più facile” che alimenta l’inflazione dei costi abitativi, alimentata dal debito), debito studentesco, debito automobilistico e debito da carte di credito solo per far fronte al suo costo della vita di pareggio.

Il pagamento di questi oneri debitori aumenta il costo del lavoro per i datori di lavoro industriali, limitando la loro capacità di realizzare profitti. E (come indicato in precedenza) è proprio questo sfruttamento dell’industria (e dell’intera economia) da parte del capitale finanziario e di altri rentier che ha stimolato la delocalizzazione dell’industria e la deindustrializzazione degli Stati Uniti e di altre economie occidentali che hanno seguito lo stesso percorso politico. [3]

In netto contrasto con la deindustrializzazione occidentale, si colloca il decollo industriale di successo della Cina. Oggi, il tenore di vita in Cina è, per gran parte della popolazione, sostanzialmente pari a quello degli Stati Uniti. Ciò è dovuto alla politica del governo cinese di fornire sostegno pubblico ai datori di lavoro industriali, sovvenzionando beni di prima necessità (ad esempio, istruzione e assistenza medica) e servizi pubblici come la ferrovia ad alta velocità, la metropolitana locale e altri trasporti, migliori comunicazioni ad alta tecnologia e altri beni di consumo, insieme ai relativi sistemi di pagamento.

Soprattutto, la Cina ha mantenuto il settore bancario e la creazione di credito come servizi pubblici. Questa è la politica chiave che le ha permesso di evitare la finanziarizzazione che ha deindustrializzato gli Stati Uniti e altre economie occidentali.

La grande ironia è che la politica industriale cinese è sorprendentemente simile a quella che ha caratterizzato il decollo industriale americano del diciannovesimo secolo. Il governo cinese, come appena accennato, ha finanziato le infrastrutture di base e le ha mantenute di dominio pubblico, fornendo i suoi servizi a prezzi bassi per mantenere la struttura dei costi dell’economia il più bassa possibile. E l’aumento dei salari e del tenore di vita in Cina ha effettivamente trovato la sua controparte nell’aumento della produttività del lavoro.

Ci sono miliardari in Cina, ma non sono considerati eroi celebri o modelli di come l’economia in generale dovrebbe cercare di svilupparsi. L’accumulo di cospicue fortune, come quelle che hanno caratterizzato l’Occidente e creato la sua classe politica di donatori, è stato contrastato da sanzioni politiche e morali contro l’uso della ricchezza personale per ottenere il controllo delle politiche economiche pubbliche.

Questo attivismo governativo, che la retorica statunitense denuncia come “autocrazia” cinese, è riuscito a fare ciò che le democrazie occidentali non sono riuscite a fare: impedire l’emergere di un’oligarchia finanziarizzata di rentier che usa la propria ricchezza per comprare il controllo del governo e prendere il controllo dell’economia privatizzando le funzioni governative e promuovendo i propri guadagni indebitando il resto dell’economia verso se stessa, smantellando al contempo la politica di regolamentazione pubblica.

Quale era l'età dorata che Trump spera di far risorgere?

Trump e i Repubblicani hanno anteposto un obiettivo politico a tutti gli altri: tagliare le tasse, soprattutto una tassazione progressiva che colpisca principalmente i redditi più alti e il patrimonio personale. Sembra che a un certo punto Trump abbia chiesto a qualche economista se esistesse un modo alternativo per i governi di autofinanziarsi. Qualcuno deve averlo informato che dall’indipendenza americana fino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, la fonte di entrate governative di gran lunga dominante erano le entrate doganali derivanti dai dazi.

È facile vedere la lampadina che si è accesa nella mente di Trump. I dazi non ricadono sulla sua classe di rentier, composta da miliardari immobiliari, finanziari e monopolisti, ma principalmente sulla manodopera (e anche sull’industria, per le importazioni di materie prime e componenti necessarie).

Con l’introduzione di tariffe doganali enormi e senza precedenti il ​​3 aprile, Trump ha promesso che le tariffe stesse, da sole, avrebbero reindustrializzato l’America, creando una barriera protettiva e consentendo al Congresso di tagliare le tasse sugli americani più ricchi, che a suo avviso saranno così incentivati ​​a “ricostruire” l’industria americana. È come se dare più ricchezza ai dirigenti finanziari che hanno deindustrializzato l’economia americana potesse in qualche modo consentire una ripetizione del decollo industriale che raggiunse l’apice negli anni Novanta dell’Ottocento sotto William McKinley.

Ciò che la narrazione di Trump tralascia è che i dazi erano semplicemente la precondizione per il sostegno dell’industria da parte del governo in un’economia mista pubblico-privata in cui il governo plasmava i mercati in modi volti a minimizzare il costo della vita e delle attività commerciali. Questo sostegno pubblico è ciò che ha conferito all’America del diciannovesimo secolo il suo vantaggio competitivo internazionale. Ma dato il suo obiettivo economico guida di esentare dalle tasse se stesso e il suo elettorato politico più influente, ciò che attrae Trump è semplicemente il fatto che il governo non avesse ancora un’imposta sul reddito.

Ciò che attrae Trump è anche la super-ricchezza di una classe di baroni ladri, nelle cui fila può facilmente immaginarsi come in un romanzo storico. Ma quella coscienza di classe autoindulgente ha un punto cieco rispetto a come le sue stesse pulsioni per redditi e ricchezze predatorie distruggano l’economia circostante, mentre fantastica che i baroni ladri abbiano fatto fortuna essendo i grandi organizzatori e motori dell’industria. Non sa che la Gilded Age non è emersa come parte della strategia industriale americana per il successo, ma perché non aveva ancora regolamentato i monopoli e tassato il reddito dei rentier. Le grandi fortune furono rese possibili dal fallimento iniziale nella regolamentazione dei monopoli e nella tassazione della rendita economica. “History of the Great American Fortunes” di Gustavus Myers racconta la storia di come i monopoli ferroviari e immobiliari siano stati creati a spese dell’economia in generale.

La legislazione antitrust americana è stata promulgata per affrontare questo problema, e l’imposta sul reddito originaria del 1913 si applicava solo al 2% più ricco della popolazione. Colpiva (come notato sopra) principalmente la ricchezza finanziaria e immobiliare e i monopoli – interessi finanziari, rendite fondiarie e rendite monopolistiche – non il lavoro o la maggior parte delle imprese. Al contrario, il piano di Trump è quello di sostituire la tassazione delle classi più ricche di rentier con tariffe pagate principalmente dai consumatori americani. Per condividere la sua convinzione che la prosperità nazionale possa essere raggiunta attraverso il favoritismo fiscale per la sua classe di donatori, detassando il loro reddito da rentier, è necessario bloccare la consapevolezza che una tale politica fiscale impedirà la reindustrializzazione dell’America che lui afferma di volere.

L’economia statunitense non può essere reindustrializzata senza liberarla dai redditi da rentier

Gli effetti più immediati della politica tariffaria di Trump saranno la disoccupazione dovuta alla crisi commerciale (oltre alla disoccupazione derivante dai tagli al personale pubblico imposti dal DOGE) e un aumento dei prezzi al consumo per una forza lavoro già schiacciata dagli oneri finanziari, assicurativi e immobiliari che deve sostenere come prima voce di credito sul proprio reddito da lavoro. Gli arretrati su mutui, prestiti auto e prestiti con carte di credito sono già a livelli storicamente elevati e più della metà degli americani non ha alcun risparmio netto, dichiarando ai sondaggisti di non essere in grado di far fronte a un’emergenza come raccogliere 400 dollari.

In queste circostanze, il reddito personale disponibile non può aumentare. E la produzione americana non può evitare di essere interrotta dalle perturbazioni commerciali e dai licenziamenti che saranno causati dalle enormi barriere tariffarie minacciate da Trump, almeno fino alla conclusione dei suoi negoziati paese per paese per ottenere concessioni economiche dagli altri paesi in cambio del ripristino di un accesso più normale al mercato americano. Mentre Trump ha annunciato una pausa di 90 giorni durante la quale i dazi saranno ridotti al 10% per i paesi che hanno indicato la disponibilità a negoziare, ha aumentato i dazi sulle importazioni cinesi al 145%. [4] La Cina e altri paesi e aziende straniere hanno già smesso di esportare materie prime e componenti necessari all’industria americana. Per molte aziende sarà troppo rischioso riprendere gli scambi commerciali finché l’incertezza che circonda questi negoziati politici non sarà risolta. Ci si può aspettare che alcuni paesi utilizzino questa fase intermedia per trovare alternative al mercato statunitense (inclusa la produzione per la propria popolazione).

Quanto alla speranza di Trump di convincere le aziende straniere a trasferire le loro fabbriche negli Stati Uniti, queste aziende corrono il rischio di vedersi imporre una spada di Damocle sulla testa di investitori stranieri. A tempo debito, potrebbe semplicemente insistere affinché vendano la loro filiale americana a investitori nazionali, come Trump ha chiesto alla Cina di fare con TikTok.

E il problema più fondamentale, ovviamente, è che il crescente debito pubblico dell’economia americana, i costi dell’assicurazione sanitaria e degli alloggi hanno già estromesso la manodopera statunitense e i suoi prodotti dai mercati mondiali. La politica tariffaria di Trump non risolverà questo problema. Anzi, i suoi dazi, aumentando i prezzi al consumo, aggraveranno ulteriormente questo problema, facendo aumentare ulteriormente il costo della vita e quindi il prezzo della manodopera americana.

Invece di sostenere la ricrescita dell’industria statunitense, l’effetto dei dazi e delle altre politiche fiscali di Trump sarà quello di proteggere e sovvenzionare l’obsolescenza e la deindustrializzazione finanziarizzata. Senza ristrutturare l’ economia finanziarizzata basata sulla rendita per riportarla al piano aziendale originale del capitalismo industriale, con i mercati liberati dai redditi da rendita, come sostenuto dagli economisti classici e dalle loro distinzioni tra valore e prezzo, e quindi tra rendita e profitto industriale, il suo programma non riuscirà a reindustrializzare l’America. Anzi, minaccia di spingere l’economia statunitense verso la depressione, almeno per il 90% della popolazione.

Ci troviamo quindi di fronte a due filosofie economiche opposte. Da un lato, il programma industriale originario seguito dagli Stati Uniti e dalla maggior parte delle altre nazioni di successo. Si tratta del programma classico basato su investimenti in infrastrutture pubbliche e una forte regolamentazione governativa, con salari in aumento protetti da dazi che fornivano al settore pubblico entrate e opportunità di profitto per creare fabbriche e impiegare manodopera.

Trump non ha intenzione di ricreare un’economia del genere. Piuttosto, sostiene la filosofia economica opposta: ridimensionamento del governo, indebolimento della regolamentazione pubblica, privatizzazione delle infrastrutture pubbliche e abolizione delle imposte progressive sul reddito. Questo è il programma neoliberista che ha aggravato la struttura dei costi per l’industria e polarizzato ricchezza e reddito tra creditori e debitori. Donald Trump presenta erroneamente questo programma come un sostegno all’industria, non la sua antitesi.

Imporre dazi mentre si prosegue con il programma neoliberista non farà altro che proteggere la senilità, sotto forma di una produzione industriale gravata da alti costi del lavoro dovuti all’aumento dei prezzi delle case, dell’assicurazione sanitaria, dell’istruzione e dei servizi acquistati da aziende di servizi pubblici privatizzate, che un tempo fornivano beni di prima necessità per comunicazioni, trasporti e altri bisogni essenziali a prezzi sovvenzionati anziché con rendite di monopolio finanziarizzate. Sarà un’età dell’oro appannata.

Sebbene Trump possa essere sincero nel voler reindustrializzare l’America, il suo obiettivo è quello di tagliare le tasse sulla sua classe di donatori, immaginando che le entrate tariffarie possano finanziare questo progetto. Ma gran parte del commercio si è già bloccato. Quando gli scambi commerciali riprenderanno alla normalità e da essi si genereranno entrate tariffarie, si saranno verificati licenziamenti su larga scala, portando i lavoratori interessati a sprofondare ulteriormente nei debiti, con l’economia americana in una posizione peggiore per reindustrializzarsi.

La dimensione geopolitica

I negoziati paese per paese condotti da Trump per ottenere concessioni economiche da altri paesi in cambio del ripristino dell’accesso al mercato americano porteranno senza dubbio alcuni paesi a soccombere a questa tattica coercitiva. Trump ha infatti annunciato che oltre 75 paesi hanno contattato il governo degli Stati Uniti per negoziare. Ma alcuni paesi asiatici e latinoamericani stanno già cercando un’alternativa all’uso che gli Stati Uniti fanno della dipendenza commerciale come arma per estorcere concessioni. I paesi stanno discutendo opzioni per unirsi e creare un mercato commerciale reciproco con regole meno anarchiche.

Il risultato di questa azione sarebbe che la politica di Trump diventerebbe un ulteriore passo nella marcia americana della Guerra Fredda verso l’isolamento dai rapporti commerciali e di investimento con il resto del mondo, potenzialmente anche con alcuni dei suoi satelliti europei. Gli Stati Uniti corrono il rischio di essere riportati a quello che a lungo è stato ritenuto il loro più forte vantaggio economico: la capacità di essere autosufficienti in cibo, materie prime e manodopera. Ma si sono già deindustrializzati e hanno poco da offrire agli altri paesi, se non la promessa di non danneggiarli, di non interrompere i loro scambi commerciali e di non imporre loro sanzioni se accettano di lasciare che gli Stati Uniti siano i principali beneficiari della loro crescita economica.

L’arroganza dei leader nazionali che cercano di estendere il proprio impero è antica come il mondo, così come la loro nemesi, che di solito si rivela essere loro stessi. Al suo secondo insediamento, Trump promise una nuova Età dell’Oro. Erodoto (Storia, Libro 1.53) racconta la storia di Creso, re di Lidia intorno al 585-546 a.C. in quella che oggi è la Turchia occidentale e la costa ionica del Mediterraneo. Creso conquistò Efeso, Mileto e i regni confinanti di lingua greca, ottenendo tributi e bottino che lo resero uno dei sovrani più ricchi del suo tempo, famoso in particolare per la sua moneta d’oro. Ma queste vittorie e ricchezze portarono ad arroganza e arroganza. Creso rivolse lo sguardo verso oriente, ambizioso di conquistare la Persia, governata da Ciro il Grande.

Dopo aver dotato il cosmopolita Tempio di Delfi di ingenti quantità d’oro e d’argento, Creso chiese all’Oracolo se avrebbe avuto successo nella conquista che aveva pianificato. La sacerdotessa Pizia rispose: “Se andrai in guerra contro la Persia, distruggerai un grande impero”.

Creso, ottimista, si mise in viaggio per attaccare la Persia intorno al 547 a.C. Marciando verso est, attaccò la Frigia, stato vassallo della Persia. Ciro organizzò un’Operazione Militare Speciale per respingere Creso, sconfiggendone l’esercito, catturandolo e cogliendo l’occasione per impadronirsi dell’oro della Lidia e introdurre la propria moneta aurea persiana. Creso, quindi, distrusse davvero un grande impero, ma era il suo.

Torniamo al presente. Come Creso che sperava di ottenere le ricchezze di altri paesi per la sua monetazione aurea, Trump sperava che la sua aggressione commerciale globale avrebbe permesso all’America di estorcere ricchezze ad altre nazioni e rafforzare il ruolo del dollaro come valuta di riserva contro le manovre difensive straniere volte a de-dollarizzare e a creare piani alternativi per condurre il commercio internazionale e detenere riserve estere. Ma la posizione aggressiva di Trump ha ulteriormente minato la fiducia nel dollaro all’estero e sta causando gravi interruzioni nella catena di approvvigionamento dell’industria statunitense, bloccando la produzione e causando licenziamenti in patria.

Gli investitori speravano in un ritorno alla normalità, con il Dow Jones Industrial Average in forte rialzo dopo la sospensione dei dazi da parte di Trump, per poi tornare indietro quando è diventato chiaro che stava ancora tassando tutti i paesi del 10% (e la Cina di un proibitivo 145%). Ora sta diventando evidente che la sua radicale interruzione degli scambi commerciali non può essere revocata. I dazi annunciati da Trump il 3 aprile, seguiti dalla sua dichiarazione che questa era semplicemente la sua richiesta massima, da negoziare bilateralmente paese per paese per ottenere concessioni economiche e politiche (soggette a ulteriori modifiche a discrezione di Trump), hanno sostituito l’idea tradizionale di un insieme di regole coerenti e vincolanti per tutti i paesi. La sua richiesta che gli Stati Uniti debbano essere “il vincitore” in qualsiasi transazione ha cambiato il modo in cui il resto del mondo vede le proprie relazioni economiche con gli Stati Uniti. Una logica geopolitica completamente diversa sta ora emergendo per creare un nuovo ordine economico internazionale.

La Cina ha risposto con dazi e controlli sulle esportazioni, poiché i suoi scambi commerciali con gli Stati Uniti sono congelati, potenzialmente paralizzati. Sembra improbabile che la Cina elimini i controlli sulle esportazioni su molti prodotti essenziali per le catene di approvvigionamento statunitensi. Altri paesi stanno cercando alternative alla loro dipendenza commerciale dagli Stati Uniti e il riassetto dell’economia globale è ora in fase di negoziazione, comprese politiche difensive di de-dollarizzazione. Trump ha compiuto un passo da gigante verso la distruzione di quello che era un grande impero.

Note

[1] I tre fattori di produzione usuali sono lavoro, capitale e terra. Ma è meglio concepire questi fattori in termini di classi di percettori di reddito. I capitalisti e i lavoratori svolgono un ruolo produttivo, ma i proprietari terrieri ricevono una rendita senza produrre un servizio produttivo, poiché la loro rendita fondiaria è un reddito non guadagnato che producono “nel sonno”.

[2] In contrasto con il sistema britannico di credito commerciale a breve termine e di un mercato azionario mirato a realizzare rapidi guadagni a spese del resto dell’economia, la Germania andò oltre gli Stati Uniti nel creare una simbiosi tra governo, industria pesante e sistema bancario. I suoi economisti chiamarono la logica su cui si basava questa simbiosi “Teoria Statale della Moneta”. Ne fornisco i dettagli in Killing the Host (2015, capitolo 7).

[3] La deindustrializzazione americana è stata anche facilitata dalla politica statunitense (iniziata sotto Jimmy Carter e accelerata sotto Bill Clinton) che promuoveva la delocalizzazione della produzione industriale in Messico, Cina, Vietnam e altri paesi con livelli salariali più bassi. Le politiche anti-immigrazione di Trump che giocano sul nativi americani sono un riflesso del successo di questa deliberata politica statunitense nella deindustrializzazione dell’America. Vale la pena notare che le sue politiche migratorie sono l’opposto di quelle del decollo industriale americano, che incoraggiavano l’immigrazione come fonte di manodopera – non solo manodopera qualificata in fuga dalla società oppressiva dell’Europa, ma anche manodopera a basso salario per lavorare nell’industria edile (per gli uomini) e nell’industria tessile (per le donne). Ma oggi, essendosi trasferita direttamente nei paesi da cui provenivano in precedenza gli immigrati che svolgevano lavoro industriale negli Stati Uniti, l’industria americana non ha bisogno di portarli negli Stati Uniti.

[4] La Casa Bianca ha sottolineato che la nuova tariffa del 125% di Trump sulla Cina si aggiunge alle tariffe IEEPA (International Emergency Economic Powers Act) del 20% già in vigore, portando la tariffa sulle importazioni cinesi a un impagabile 145%.

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