Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/02/2026
L’Italia è più ricca solo sulla carta: diminuisce il potere d’acquisto rispetto al 2021
La ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto, nel 2024, la cifra di 11.732 miliardi di euro. Rispetto al 2023 ha segnato un aumento del 2,8%, che però è ben lontano dal promettere il recupero dell’inflazione degli anni precedenti. La ricchezza a prezzi costanti risulta ancora inferiore di oltre il 5% rispetto ai livelli del 2021.
Nello studio si legge che “in rapporto al reddito lordo disponibile, la ricchezza netta è rimasta stabile rispetto al 2023 (8,2), tra i valori più bassi del periodo 2005-2024”. Il messaggio è che, in sostanza, il colpo inferto dalla fiammata inflattiva del 2022 non è stato riassorbito, e i segnali attuali non sembrano incoraggianti in questo senso, soprattutto se vediamo come la dinamica dei prezzi sta colpendo soprattutto le fasce meno abbienti.
La crescita del 2024, inoltre, è stata sostenuta da due motori principali. Il primo è la crescita del valore delle abitazioni: un dato che può trarre in inganno, perché parliamo di una ricchezza di cui non si può disporre immediatamente. La casa, chi vive del proprio lavoro, la abita, non la “smercia” sui mercati. La crescita dei valori immobiliari (che ha a malapena recuperato il livello raggiunto prima della crisi del debito sovrano) aiuta sostanzialmente chi ci vuole speculare sopra.
Il secondo motore sono state le attività finanziarie, balzate in avanti del 3,6%, trainate dal vento favorevole “dell’andamento positivo dei prezzi delle quote di fondi comuni, dei titoli e delle riserve assicurative”, si legge nella sintesi sul sito dell’Istat. Ciò è dovuto ad anni di alti tassi d'interesse, ma rappresenta anche un’ulteriore finanziarizzazione che potrebbe giungere al limite di una bolla pronta ad esplodere. Non si tratta dunque di ricchezza reale, ma di codici sui server che potrebbero svanire da un momento all’altro.
Senza voler generare allarmismo, bisogna sottolineare come rispetto all’aumento del rischio, le famiglie italiane possano ancora contare su una larga ricchezza proveniente dalla casa di proprietà (il valore delle abitazioni sul totale della ricchezza netta è vicino al 50%). Un bene rifugio che permette ancora di rimanere a galla, ma che non può risolvere il problema della spesa giornaliera.
Ci sono poi problemi legati a un patrimonio che, comunque è distribuito in maniera fortemente diseguale, e anche il fatto che le famiglie più giovani sono quelle che fanno più fatica ad accumulare risparmio, non potendo magari contare su redditi da lavoro adeguati. Insomma, il passato del paese lo fa ancora respirare, ma il futuro sembra dovrà essere vissuto in apnea da intere generazioni.
Fonte
13/12/2021
La disuguaglianza è una scelta politica
Il 7 dicembre scorso è stato rilasciato il World Inequality Report per il 2022, un rapporto che traccia il quadro della disuguaglianza di reddito e ricchezza a livello internazionale. La situazione che emerge è quella di un mondo caratterizzato da diseguaglianze feroci, sia tra Paesi sia all’interno dei Paesi. In altre parole, le disparità di reddito e ricchezza sono forti e persistenti sia tra Nord e Sud del mondo, sia tra individui all’interno di ciascuna economia nazionale. Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo.
Partiamo da una prima fotografia globale, facendo tuttavia una preliminare distinzione. Con il termine ‘ricchezza’ intendiamo l’ammontare di risorse che, in un determinato momento, un soggetto possiede. Con il termine ‘reddito’ intendiamo invece l’ammontare di risorse che, in un preciso intervallo di tempo (generalmente, un anno), giunge nelle mani di un soggetto per effetto del proprio apporto al processo produttivo: un lavoratore, ad esempio, riceverà come reddito il salario derivante dal proprio lavoro; un capitalista riceverà il profitto derivante dalla propria attività d’impresa; il proprietario di un immobile locato percepirà come reddito i canoni di affitto dell’inquilino. Certo, seppur stiamo parlando di due concetti differenti, è facile immaginare che le due grandezze si parlino: un basso livello di reddito non contribuirà ad accrescere in misura rilevante la ricchezza di un individuo (perché questi non potrà permettersi di risparmiare risorse in ammontare considerevole), e soprattutto non gli permetterà di godere nel presente di un buon tenore di vita, in quanto potrà permettersi un ammontare più basso di beni e servizi.
Bene, il report in questione analizza la disuguaglianza attraverso le lenti di entrambe le dimensioni appena introdotte: reddito e ricchezza. Se, tornando al rapporto (Figura 1), consideriamo la distribuzione dei redditi e della ricchezza su scala mondiale, scopriamo che la metà più povera dei cittadini del mondo (bottom 50% nella figura, in blu) arriva a raggranellare solo l’8% del reddito totale, e a possedere appena il 2% della ricchezza complessiva. Dalla parte opposta, il 10% più ricco (top 10% nella figura, in rosso) è oggi in grado di accaparrarsi il 52% del reddito mondiale, e addirittura possiede il 76% della ricchezza. Dati che fotografano una situazione di fortissima disuguaglianza.
Figura 1. Fonte: Global income (reddito) and wealth (ricchezza) inequality 2021.
A un livello di analisi più specifico, il documento indica che i livelli di disuguaglianza non sono gli stessi nelle diverse aree del mondo. L’Europa, per esempio, mostra ancora una distribuzione del reddito meno diseguale rispetto agli Stati Uniti e, soprattutto, rispetto alle aree più povere del pianeta, come il Medio Oriente (MENA), il Nord Africa e l’Africa Sub Sahariana (Figura 2). Nonostante la crisi che stiamo vivendo sulla nostra pelle, la situazione è nettamente peggiore in altre parti del mondo, e parte di questa tendenza è attribuibile alla sopravvivenza di qualche residuo di stato sociale e di tutela del lavoro che in altre parti del globo non sono mai esistite o sono completamente scomparse.
Figura 2. Distribuzione del reddito in varie aree del mondo. Fonte: ibid.
Tuttavia, la vicenda si fa ancora più interessante una volta che si sposta il focus sul livello nazionale delle disuguaglianze, e soprattutto sulle macrotendenze storiche che hanno caratterizzato la dinamica delle disuguaglianze di reddito e ricchezza in Italia.
Partiamo dal primo punto. Anche in questo campo, il Belpaese primeggia. Per quanto concerne la distribuzione del reddito, la metà più povera degli italiani riesce a racimolare appena il 20% del reddito prodotto, mentre il 10% più alto ne raccatta un cospicuo 32%. Passando alla distribuzione della ricchezza, la metà che sta in basso detiene una quota che non supera il 10%, mentre al top 10% è riconducibile il 48% della ricchezza complessiva. Quasi la metà! Senza contare che il top 1% (l’uno percento più ricco della popolazione) detiene il 18% della ricchezza nazionale.
Figura 3: distribuzione del reddito in Italia (1900/2020). Fonte: ibid.
Come è stato possibile? Questo è l’aspetto più interessante del rapporto, che consente di cogliere in una singola immagine la storia che ci ha condotto verso questa situazione drammatica. Nella Figura 3 è riportato l’andamento, in Italia, della quota di reddito riconducibile al 10% più ricco e al 50% più basso della distribuzione nel corso del secolo scorso e fino al 2020. Come si può osservare, fino agli anni ’70, l’andamento è decrescente per i redditi più alti e crescente per la metà più bassa della distribuzione, tanto che in questo decennio avviene un sorpasso, comunque non entusiasmante, con la quota riconducibile al 50% più basso dei redditi che supera quella del top 10%. Viceversa, dai primi anni ’80 questa tendenza convergente si inverte in maniera permanente e, dopo il contro-sorpasso, la distanza continua ad aumentare fino ai giorni nostri. In altri termini, fino agli anni ’70 la parte meno agiata della popolazione era riuscita ad accaparrarsi fette sempre più ampie del prodotto sociale, mentre dagli anni ’80 in poi i più ricchi hanno visto sempre più aumentare i loro redditi.
L’andamento della distribuzione della ricchezza va ancora peggio (Figura 4) e questo è bene sottolinearlo, anche in considerazione del fatto che l’Italia è uno dei primissimi Paesi al mondo per rapporto tra ricchezza privata e reddito nazionale. Tale indice è esploso dal 250% del 1970 al 650% del 2010 (oggi siamo intorno al 700%) e sta ad indicare che la distribuzione della ricchezza è particolarmente importante per valutare la distribuzione complessiva e dunque le disuguaglianze nel nostro Paese.
Figura 4: Distribuzione della ricchezza in Italia (1995-2021). Fonte: ibid.
Come si spiega questo andamento? Quali politiche si sono consolidate e rafforzate in particolare a partire dagli anni ’80? Il documento esaminato afferma che la disuguaglianza – e la sua crescita – è una precisa scelta politica e non è inevitabile. Non a caso, in Italia (e in molti altri Paesi a dire il vero) prende il via da quegli anni un preciso percorso di deregolamentazione del mercato del lavoro e di libera circolazione su scala mondiale di merci e capitali, un copioso processo di finanziarizzazione, un progressivo smantellamento dello stato sociale e una sostanziale riduzione dei diritti dei lavoratori. Tali strumenti hanno rappresentato un formidabile dispositivo per le classi dominanti per invertire la tendenza di convergenza nella distribuzione del reddito e della ricchezza, instaurando una nuova fase caratterizzata dalla crescente precarizzazione del lavoro e dall’indebolimento delle organizzazioni sindacali. Si tratta di deliberate scelte politiche che hanno contribuito a ridurre la quota del prodotto che va al lavoro, ossia la porzione di reddito che i salariati riescono a portare a casa nel conflitto distributivo, e, in tal modo, ad aumentare anche le disuguaglianze di reddito e di ricchezza: esiste infatti una precisa correlazione tra la quota di reddito che va ai percettori di profitto e quella che va alle fasce più agiate della popolazione (in altri termini, non lo scopriamo oggi che i capitalisti sono di norma più benestanti dei lavoratori). Risultato: alla riduzione della quota salari si è accompagnata la parallela crescita della quota profitti, che è stata il motore vero e proprio dell’esplosione delle disuguaglianze a livello internazionale. Questo ragionamento vale specialmente per l’Italia, unico paese tra quelli dell’OCSE, dove dal 1990 al 2020 dove si è registrata una diminuzione (-2,9%) dei salari reali.
Davanti a questo quadro a tinte fosche, che fare? Politiche di redistribuzione (come, ad esempio, aumentare la tassazione su redditi alti e grandi ricchezze per finanziare la fornitura di servizi pubblici ai meno benestanti) sono senz’altro necessarie, ma potrebbero rivelarsi non sufficienti alla luce delle mostruose disuguaglianze esistenti. Occorre, pertanto, intervenire sulla distribuzione primaria dei redditi, ossia garantire ai lavoratori un salario reale più elevato. Solo in questo modo verrebbero sostanzialmente intaccati gli enormi margini di profitto e le rendite che hanno contribuito, negli ultimi 40 anni, a polarizzare la ricchezza nelle mani di pochi. Per concludere, il miglioramento delle condizioni di vita per le classi subalterne passa in primo luogo per un aumento dei salari, e, in secondo luogo per forme di redistribuzione ex-post (da sole però non sufficienti), ma soprattutto, specie in un’ottica di lungo periodo, per una trasformazione del sistema economico nella direzione di una pianificazione e di una trasformazione in senso collettivo della proprietà. L’esatto contrario di quanto sta accadendo sotto la gestione Draghi, alfiere di un Governo di impronta liberista che mira a privatizzare quel poco che resta dei servizi pubblici, a tagliare la spesa sociale e a promuovere una riforma fiscale i cui frutti più prelibati saranno raccolti dalle classi medio-alte.
26/04/2020
Lavoratori e pensionati pagano l’82% dell’Irpef. Ne vogliamo parlare?
I contribuenti risultano essere circa 41,4 milioni avendo presentato i modelli di dichiarazione “Redditi Persone Fisiche e “730”, oppure attraverso la Certificazione Unica (CU), in crescita nel 2018 di circa 162.000 soggetti (+0,4%) rispetto all’anno precedente.
Il reddito complessivo totale dichiarato ammonta a circa 880 miliardi di euro (+42 miliardi rispetto all’anno precedente, +5%) per un valore medio di 21.660 euro, anch’esso in crescita del 4,8% rispetto al reddito complessivo medio dichiarato l’anno precedente.
Questo incremento del reddito complessivo – dice il Mef – è dovuto all’aumento dei redditi da pensione, lavoro dipendente e lavoro autonomo. Ed anche le imposte pagate su lavoro e pensioni nel 2018 sono aumentate di 5,537 milioni di euro. Ne sono invece entrate meno dalle imprese. Il gettito dell’imposta sul reddito delle società (Ires) evidenzia una flessione del 7,2% determinata dagli effetti finanziari derivanti dalla riduzione dell’aliquota Ires dal 27,5% al 24% e degli effetti dell’applicazione del c.d. superammortamento e iperammortamento.
Si conferma come la stragrande maggioranza delle imposte dirette siano rappresentate dai redditi da lavoro dipendente e da pensione, che rappresentano circa l’82% del reddito complessivo dichiarato. Di questo i redditi da pensione sono il 29% del totale del reddito complessivo.
Come abbiamo visto, il reddito complessivo dichiarato è di circa 880 miliardi di euro ma con molte disuguaglianze al proprio interno.
L’analisi territoriale mostra che la regione con reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia (25.670 euro), seguita dalla provincia di Bolzano (24.760 euro), mentre la Calabria ha il reddito medio più basso (15.430 euro). Rimane notevole la distanza tra il reddito medio delle regioni centro-settentrionali e quello delle regioni meridionali.
Viene confermato come i redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentino l’82% del reddito dichiarato. Il reddito medio più elevato è quello del lavoratore autonomo con 46.240 euro, mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori titolari di ditte individuali è di 20.940. Circa 120 euro in più del reddito medio dichiarato al Fisco dai lavoratori dipendenti. A 17.870 euro si ferma, invece, il reddito dichiarato dai pensionati. Il tipo di reddito più dichiarato in termini di frequenza e di importo, è quello da lavoro dipendente (52,6% del reddito complessivo) seguito da quello dei pensionati (29,3% del reddito complessivo).
I soggetti con un reddito complessivo maggiore di 300mila euro dichiarano il 6,0% dell’imposta totale. Dalla distribuzione dell’imposta per classi di reddito complessivo emerge che i contribuenti con imposta netta e redditi fino a 35mila (83% del totale) dichiarano il 43% dell’imposta netta totale, mentre il 57% è dichiarata dai contribuenti con redditi superiori a 35mila euro (17% del totale contribuenti). I lavoratori dipendenti dichiarano oltre 462 miliardi di euro che ricomprendono anche collaborazioni coordinate e continuative, collaboratori a progetto (823mila soggetti), pari al 4,3% dell’ammontare complessivo del reddito da lavoro dipendente.
Dai dati infine risulta che l’imposta netta Irpef è pari in media a 5.270 euro e viene dichiarata da circa 31,2 milioni di soggetti, pari a circa il 75% del totale dei contribuenti. Ma a questa vanno aggiunte le addizionali Irpef locali introdotte da Regioni e Comuni, si tratta di 17,3 miliardi di imposte in più pagate direttamente sulle buste paga.
L’addizionale regionale Irpef nel 2018 è ammontata a circa 12,3 miliardi di euro (+3,1% rispetto al 2017) con una imposta media pari a 420 euro. L’imposta più alta si registra nel Lazio (620 euro), mentre quella più bassa si rileva in Basilicata e in Sardegna (280 euro).
L’addizionale Irpef comunale è stata pari invece a 5 miliardi di euro, in aumento del 3,6% rispetto al 2017, con un importo medio pari a 190 euro.
Insomma lavoratori e pensionati si accollano la maggior parte delle imposte dirette ma ricevono in cambio sempre meno servizi e aumentano le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Ne vogliamo parlare?
Fonte
10/05/2019
Italia. Cresce la ricchezza privata. Il problema rimane la mancata redistribuzione
Un rapporto congiunto tra Banca d’Italia e Istat, certifica che dopo tre anni di riduzione costante, tra il 2016 e il 2017 la ricchezza privata delle famiglie italiane è cresciuta di 98 miliardi (+1%) e ha raggiunto quota 9.743 miliardi. Il dato, misurato come la somma di tutte le attività reali (casa, terreni, eccetera) e di quelle finanziarie (depositi, titoli, azioni) si considera “al netto” delle passività finanziarie che è solo di 926 miliardi (prestiti a breve termine, a medio e lungo termine). Il grosso di questa ricchezza privata continua ad essere quello delle rendite immobiliari, seguito subito dopo da quella finanziaria.
Nonostante la perdita di valore registrata – tra il 2005 e il 2011 il peso degli immobili sul totale delle attività delle famiglie è salito dal 47% al 54% per poi ridursi negli anni successivi sino al 49% nel 2017 – gli immobili continuano a rappresentare la principale forma di investimento dei nuclei familiari e, con un valore di 5.246 miliardi di euro, rappresentano la metà della ricchezza lorda.
Le attività finanziarie, completano il quadro raggiungendo i 4.374 miliardi di euro, in crescita rispetto all’anno precedente; la loro incidenza sulla ricchezza netta è risultata tuttavia inferiore a quella registrata in altre economie.
I dati (non quelli contenuti in questo rapporto) ci dicono che in Italia i primi sette miliardari possiedono una ricchezza pari a quella del 30% della popolazione. Il 20% dei più ricchi hanno in cassaforte patrimoni e liquidità che valgono il 69% della ricchezza complessiva del paese. I più poveri invece stanno sempre peggio. Dal 2008 a oggi le fasce più deboli infatti hanno perso il 24% del loro reddito. Le radici di questa crescente e insopportabile disuguaglianza sono confermati dallo studio della Banca d’Italia.
Le attività non finanziarie (quindi macchinari, beni reali etc.) rappresentano solo il 3,8% della ricchezza. In pratica la ricchezza privata si basa al 96% sulla rendita, in molti casi del tutto parassitaria, e con un livello di concentrazione diventato scandaloso.
Quando dicono: ma dove andiamo a prendere i soldi per i servizi, le abitazioni pubbliche, il welfare? Possiamo tranquillamente rispondere: lì dove stanno!!
Fonte
22/01/2019
Cigni neri e rinoceronti grigi. La miccia della crisi è accesa...
Il vertice dei boss è stato preceduto da due rapporti fortemente negativi, che però – stranamente? – non sono stati messi in relazione sui media europei: il rallentamento della crescita economica globale, in special modo europea (Fmi), e l’aumento vertiginoso delle disuguaglianze, al punto che l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede più di quanto non abbia il restante 99% (Oxfam).
Proviamo a capire invece perché i cinesi sembrano un po’ più “sul pezzo” e preoccupati, anche se in fondo sono loro ormai la vera “locomotiva” del mondo. Gli ultimi dati dell’ufficio di statistica di Pechino riferiscono che il Pil cinese 2018 ha superato i 90.000 miliardi di yuan, pari a 13.235 miliardi di dollari (14.170, secondo il Fmi). Il Pil Usa, invece, è stato pari a 21.000 miliardi di dollari. Ma a parità di potere d’acquisto il Pil cinese supera i 24.000 miliardi.
Sembra una curiosità statistica che possono apprezzare solo quelli che sanno cosa è davvero una moneta (ben più della semplice “misura del valore”), ma basta pensare al fatto che se hai – come la Cina – un mercato interno di quasi 1,4 miliardi di persone quella “parità di potere d’acquisto” significa davvero che “il sorpasso” degli Stati Uniti è avvenuto o è in corso. Specie se, pur rallentando, puoi vantare un tasso di crescita del 6,4% annuo contro uno che a fatica supera il 2.
E non si tratta di una crescita dovuta alle “cineserie” che qui si vendono soltanto perché, con i bassi salari che riceviamo, sono tra le poche cose che possiamo acquistare. Oggi la Cina ha pubblicato il Pmi servizi di dicembre cresciuto del 7,4% rispetto a un anno prima, con un “rallentamento” rispetto al 7,9% nel terzo trimestre. Il settore dei servizi rappresenta oggi quasi la metà del prodotto interno lordo in termini di valore, secondo calcoli di Reuters.
E non dite ai costruttori di auto europei che lo stesso settore, in Cina, ha “rallentato” crescendo solo del 29,1%. Potrebbero morire dall’invidia...
Eppure Xi Jinping, parlando ieri ai funzionari convocati a Pechino per una sessione di studio del Partito Comunista, si è preoccupato di far capire che “Dobbiamo mantenere un alto grado di vigilanza, tenere alta la nostra attenzione su qualsiasi cigno nero (imprevisto), e anche prendere provvedimenti per prevenire qualsiasi rinoceronte grigio (minacce altamente possibili eppure ignorate)”.
Pericoli che non vengono dallo sviluppo cinese, ma da quello dell’Occidente, par di capire. “Siamo di fronte a sviluppi internazionali imprevedibili e un ambiente esterno complicato e sensibile. Il nostro compito è mantenere la stabilità mentre continuiamo la nostra riforma e lo sviluppo”.
L’analista Shi Xiaomeng, sull’agenzia ufficiale Xinhua, si incarica di mettere un po’ più in chiaro quali siano i problemi che destabilizzano in modo ormai sensibile l’economia mondiale.
Pur prendendola da lontano, va dritto alla questione: “Novant’anni fa, Herbert Hoover vinse la Casa Bianca promettendo tariffe più alte per proteggere gli agricoltori americani in un mondo offuscato da pratiche protezionistiche commerciali. Dieci mesi dopo la sua presidenza, la Grande Depressione ha colpito. Lo Smoot-Hawley Tariff Act Hoover firmato l’anno successivo ha prolungato il tracollo finanziario, ha ulteriormente alimentato il protezionismo in tutto il mondo e ha deflazionato esponenzialmente il commercio globale. La globalizzazione economica ha subito una grave battuta d’arresto.”
Mettere il nome di Trump al posto di quello di Hoover e avrete il quadro... Anche perché il prosieguo non è meno inquietante: “Nove decenni dopo, la globalizzazione ha raggiunto un altro bivio, con gli economisti di tutto il mondo che si aspettano un nuovo round di recessione economica globale, se non una ripetizione del crollo del 1929.”
E va avanti senza peli sulla lingua: “la grande domanda di questa età è il motivo per cui così tanti in tutto il mondo, in particolare quelli in Occidente, si sono sentiti traditi dalle élite dei loro paesi mentre la globalizzazione avanzava.”
A questo punto i due rapporti presentati come indipendenti l’uno dall’altro (Fmi e Oxfam) – o comunque l’ordine di questioni lì contenute – vengono com’è giusto riunificati: “Una delle ragioni principali è che mentre il commercio globale ha creato molta ricchezza umana, molti paesi occidentali non hanno distribuito equamente i dividendi tra i loro cittadini. Di conseguenza, il divario di ricchezza si è ampliato di anno in anno. Le chiassose proteste dei gilet gialli nelle strade di Parigi nelle ultime settimane, che chiedono tasse più basse, redditi familiari più alti e un servizio pubblico migliore sono solo la punta dell’iceberg dello scontento popolare nel ricco Occidente.”
La critica del modello neoliberista occidentale non potrebbe essere più concisa e spietata. Non a caso, tutte le più recenti decisioni cinesi in materia di politica economica interna vanno in direzione opposta. Si può naturalmente pensare che certe scelte non siano dovute solo a “sincero amore” per la propria popolazione, ma pur se dovute a ragioni diverse – mantenere un elevato ritmo di sviluppo ed evitare di esser toccati dalla crisi globale – è impossibile negare che salari e welfare stiano crescendo a vista d’occhio. Laggiù.
O, come scrive Shi, “Nell’affrontare i problemi causati dalla globalizzazione, la Cina non ha perso la sua attenzione alle dinamiche interne. Pechino comprende che mentre è importante espandere la torta economica, è ancora più necessario intraprendere riforme interne e assicurare un’equa distribuzione.”
Al contrario, in Occidente si risponde alla crisi di questo particolare modello di capitalismo in un modo particolarmente “vecchio”: “Per vincere le elezioni, i leader politici sono diventati più inclini ad assecondare la demagogia populista, e abituati a cercare di spostare all’estero la colpa per i problemi interni.” Invece di alzare i salari indicano un nemico esterno, un migrante, un paese... Il risultato di una strategia del genere – non ci vuole Einstein – non può essere che il disastro.
Che roba, contessa... doversi far spiegare dai cinesi come si fa a far crescere l’economia...
Fonte
06/06/2018
Quando lo sviluppo diventa un’ossessione
La sua vicenda associa alla ricostruzione di una dimensione esistenziale individuale – grazie anche al peculiare punto di osservazione fornitogli dalla vicenda familiare – la macrostoria, cioè la storia di una Cina che abbandona tradizioni e anticaglie da museo per abbracciare il grande sforzo del lavoro produttivo e affrancarsi da secoli di analfabetismo, sottomissione e miseria. Nei primi due volumi di questa incredibile rappresentazione narrata, si passa dall’infanzia all’età adulta, da un’epoca all’altra dell’evoluzione politica cinese, con tutte le sue contraddizioni.
Con questo ultimo tassello, invece, la storia si chiude, eppure non si conclude. Ci troviamo di fronte infatti a una riflessione profonda che travalica i pur amplissimi confini cinesi. La storia pone a noi tutti la necessità di chiarire la nostra posizione rispetto all’evoluzione del capitalismo, e alla sua stessa essenza.
La vicenda raccontata in questa volata finale, che descrive l’arco cronologico che congiunge il 1980 all’oggi, presenta dunque una trama drammaticamente inconsistente, a differenza di quanto accadeva nei volumi precedenti. E non è un caso. La storia cinese che qui è presentata, è solo una storia di soldi e di sviluppo. Viene messa sulla scena, senza pietà per il lettore, in una sequenza di 269 pagine illustrate, la più cruda e insaziabile corsa all’arricchimento personale; si mostrano i talenti individuali di chi è riuscito, inebriato dal clima e dalle condizioni che l’hanno reso possibile, a modificare la propria condizione di vita dal semi-accattonaggio alla proprietà di una catena di ristoranti.
Ma in qualche passaggio l’autore sembra voler far emergere anche una nota malinconica, quando non nasconde la mutazione antropologica e assiologica imposta da questa irrefrenabile corsa allo sviluppo. Accumulare risorse da investire in borsa può significare per una giovane massaggiatrice dedicarsi alla prostituzione, per qualcun altro affiliarsi a organizzazioni di malaffare, e non pochi sono gli esempi di scivolamento nell’ombra cupa della criminalità.
Fino a un certo punto, l’autore sembra voler dire e ammettere che questa frenesia per l’arricchimento personale costituisce un ingranaggio cui non si riesce a sfuggire, una volta innescato. La febbre dell’oro appare come un’irresistibile dinamica a orologeria. Nella dimensione dello sviluppo si entra o non si entra. Non sono concessi tentennamenti. Accedervi significa tuttavia correre il rischio – che è poi certezza – di uno smarrimento della propria autenticità.
Tuttavia, le tradizioni cinesi – per contrappeso – non sono più derise o guardate con sospetto, come ai tempi di Mao, bensì rappresentate come paesaggio e genti dell’entroterra, immerse in un orizzonte di autenticità smarrita, in qualche modo contribuiscono a formare uno sfondo verso il quale si avverte un sentimento di nostalgia. Una radura incontaminata dell’anima, che è stato necessario tradire.
“Necessario”, questo è il punto nevralgico. Nelle ultime pagine Li Kunwu deve infatti dire la sua parola definitiva. E non a caso, con poche battute e qualche disegno, ne emerge una conclusione che deve poter aprire una riflessione critica sul significato della sinistra, sui suoi valori e sul suo declino, nella fase attuale. Quel tradimento di autenticità, quell’egemonia non solo sociale, ma anche psichica, del mercato, non era e non è evitabile. È stato giusto, ed è giusto accelerare, per trascinare il popolo cinese fuori dall’indigenza e dall’ignoranza. Una massa enorme di individui è stata sottratta ai capricci della natura e dei dominatori stranieri. Con tutte le sue contraddizioni, pur avendo travolto l’umano in molte delle sue dimensioni d’essere, lo sviluppo risponde a un bisogno reale, e in fondo anche a un dovere etico riconoscibile.
Lasciando sullo sfondo la questione inerente l’effettivo superamento o meno delle condizioni di miseria, da parte dei contadini e operai cinesi, occorre domandarsi se Li Kunwu non ci conduca a mettere al centro della nostra analisi quello che è forse il punto cruciale di quel che anche in Europa oggi viene individuato come “crisi della sinistra”.
Nelle società a capitalismo avanzato, come ben segnalato da Marcuse, grazie all’avanzamento tecnologico, impiegato soprattutto nei settori produttivi, si è pressoché riusciti a soddisfare in gran parte i bisogni primari delle popolazioni, ma a tal fine, per non interrompere il proprio flusso produttivo e non cadere su sé stesso, il sistema di sviluppo è costretto a generare e indurre sempre nuovi bisogni, per poi controllarli. Tale sistema, capace di questa fuoriuscita dai bisogni primari, porta con sé l’idea della sua stessa ineluttabilità. Come dire? Non possiamo certamente negare che sussistano ampie fasce di povertà nei paesi più sviluppati, e che tale sviluppo determini forme di ultra-impoverimento in altre aree del pianeta, e neanche che sussistano stratificate forme di oppressione e controllo sociale. Tuttavia, nelle società che hanno ormai raggiunto un sistema di organizzazione industriale, finanziario e amministrativo molto sviluppato, esiste in generale una garanzia sociale generalizzata di emancipazione da quella condizione di miseria cui ampie fasce della popolazione europea erano esposte nei secoli addietro, come correlazione naturale con condizioni climatiche, epidemie e carestie.
La dimensione dominante, la sola dimensione concepita in questa società, è quella della produzione permanente. L’universo simbolico è quello dell’efficienza tecnica. Ed è talmente potente da aver impregnato di sé non solo la cultura liberista, ma anche quella comunista. Si pensi al sistema sovietico, oppure – per altri versi – a quello cinese.
Resta il dilemma: è davvero inevitabile la cultura dell’efficienza? Fino a che punto resta un valore, il sacrificio della dimensione umana determinato da questo processo? Lo smarrimento della propria autenticità è un effetto reale della competizione capitalistica e del culto performativo dell’efficienza, o si tratta solo di un rischio immaginato da intellettuali malinconici?
La sinistra moderata sembra imbrigliata nell’adozione a pieno titolo di una mentalità pragmatica capace di “ottenere risultati”, attraverso una gestione delle dinamiche amministrative; la sinistra rivoluzionaria occupa posizioni del tutto marginali non solo nel quadro politico, ma anche nelle strutture sociali e nell’immaginario collettivo. Entrambe le articolazioni di questa tradizione politica emancipatrice sembrano aver smarrito qualcosa, e cioè un quadro assiologico definito, unitamente alla capacità di conformare le proprie scelte, e prima ancora delle scelte, le proprie dichiarazioni, a quell’orizzonte.
La difficoltà della gestione di questa fase, che dunque segna il processo con il carattere del declino, è a mio parere una resistenza diffusa, anche tra gli intellettuali, a riconoscere la dimensione etica della pratica politica (ridotta a mera tecnica), che è implicita nella storia della sinistra, e che propongo di far riaffiorare. Anzi, di rivendicare con forza. Non si tratta di moralismo. Ma un’etica vicina, una morale di prossimità, che non anteponga l’obiettivo finale al negoziato imminente, come invece accade nel fumetto cinese.
Fonte
23/08/2017
Per i “rentiers” 447 miliardi di dividendi, per la gente la miseria
Secondo l’indice Janus Henderson Global Dividend, le cedole staccate con i dividendi agli azionisti dei maggiori gruppi finanziari o industriali privati del mondo corrispondono infatti a 447,5 miliardi di dollari nel corso del secondo trimestre del 2017: una cifra record per il periodo, appunto, che rivela una crescita del 5,4% (e le stime erano anche poco più alte). Dati rivelatori della crescente concentrazione della ricchezza e che – insieme alle stile sulla crescita dell’economia globale – hanno spinto Janus Henderson a rivedere al rialzo le previsioni per l’intero 2017 fino a un livello record di 1.208 miliardi di dollari. Si tratta di un aumento di 50 miliardi rispetto alle stime preliminari di gennaio che, se confermato, porterebbe al 3,9% la crescita complessiva e al 5,5% la crescita sottostante su base annua. Ma quando si parla di previdenza sociale, salari dei lavoratori, beni comuni, quelli che incassano questi dividendi stellari sono gli stessi che dicono che “i costi per il sistema sono troppo alti”. Si tratta di quei “rentiers” (cioè di persone che vivono del “taglio di cedole”, come scriveva Lenin) protagonisti della fase suprema del capitalismo e che rimangono la dannazione nella storia degli umani.
Non siamo sulla stessa barca, non ci siamo mai stati, anzi prima la si rovescia meglio è.
I primi 20 distributori mondiali di cedole agli azionisti oggi e 5 anni fa
Posizione
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2012 (2° trimestre)
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2012 (2° trimestre)
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1
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Nestlé
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Nestlé
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2
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Zurich Insurance Group
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Sanofi
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3
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Hsbc Holdings
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China Mobile
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4
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Sanofi
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Deutsche Telekom
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5
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Allianz
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Statoil
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6
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Bnp Paribas
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Commonwealth Bank of Australia
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7
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National Grid
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Telefonica
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8
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Anheuser-Busch In Bev
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Daimler
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9
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Daimler
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Baf
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10
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Commonwealth Bank of Australia
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Ecopetrol
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11
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Samsung Electronics
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Zurich Insurance Group
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12
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Costc Wholesale
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British American Tobacco
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13
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Apple
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Wal-Mart Stores
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14
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Exxon Mobil
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Exxon Mobil
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15
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China Mobile
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Eni
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16
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Toyota Motor Corporation
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Allianz
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17
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Deutsche Telekom
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Orange
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18
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Intesa Sanpaolo
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E.On
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19
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Wal-Mart Stores
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Banco Santander
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20
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Basf
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At&t
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Ammontare dividendi (mld dollari)
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74,4
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65,5
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Quota sul totale
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17%
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Fonte: Janus Henderson
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Fonte
28/11/2016
Ricchezza e povertà secondo l'Economist: benvenuti nel migliore dei mondi possibili
Il secondo articolo è ancora più spassoso, visto che vi si afferma che chi dispone di poco più di 2000 dollari, anche se non lo sa, è più “ricco” della metà della popolazione mondiale (laddove per stare nel decile superiore occorrono almeno 70.000 dollari e per accedere al mitico 1% la soglia minima è di poco meno di 750.000). Il dato emerge da una ricerca promossa da Credit Suisse e non si riferisce ai redditi, bensì ai patrimoni (com’è noto, per Piketty è appunto dai differenziali patrimoniali piuttosto che da quelli di reddito che occorre partire, se si vuole misurare la reale entità della disuguaglianza globale). La stessa ricerca rivela poi che la somma totale delle proprietà immobiliari e dei titoli finanziari detenuti dai privati ammonta a 256 trilioni di dollari (3-4 volte il Pil mondiale) l’89% dei quali è nelle mani del decile superiore e che, se tutta questa ricchezza venisse equamente ridistribuita, a ogni cittadino del mondo spetterebbero circa 52.000 dollari.
Vengono quindi offerti dati sulle disuguaglianze nei maggiori paesi del mondo da cui emerge che, a sorpresa, gli Stati Uniti non se la cavano affatto bene, visto che il 21% dei cittadini americani ha più debiti che risorse. Infine, con una nota di cinica ironia che ben si attaglia al più prestigioso organo del capitalismo globale, l’articolo si chiude dicendo che (in quanto membri di quella “fortunata” minoranza che dispone dei 2000 dollari di cui sopra) molti di coloro che oggi protestano contro le élite globali ignorano di farne (almeno statisticamente parlando) parte. Anche qui dunque la morale è che la povertà, come la ricchezza, è un concetto relativo. Con una differenza: in questo caso né la tecnologia né la creatività imprenditoriale possono far credere ai perdenti al gioco della globalizzazione di appartenere alle élite mondiali. Ci provano invece ogni giorno media, partiti politici, “intellettuali” di regime, nani e ballerine impegnati a convincere tutti che la merda liberal liberista in cui stiamo affogando è il migliore dei mondi possibili.
Fonte
19/05/2015
Unione Europea. Quasi 500 miliardi in meno ai salari
"Il mondo del lavoro – afferma il rapporto dell’Ilo – sta cambiando profondamente, in un momento in cui l'economia globale non crea un numero sufficiente di posti di lavoro". Il dato globale della disoccupazione ha così raggiunto i 201 milioni nel 2014, oltre 30 milioni in più rispetto a prima dello scoppio della crisi globale nel 2008. Oltre alla riduzione della massa salariale globale dovuta al divario occupazionale, il rallentamento della crescita dei salari ha avuto conseguenze importanti anche sulla massa salariale aggregata. A causa dell'effetto moltiplicatore dell'aumento dei salari, dei consumi e dei livelli di investimento, si stima che, colmando il divario occupazionale mondiale, il Pil globale aumenterebbe di 3.700 miliardi di dollari – pari ad un aumento della produzione mondiale del 3,6%. L'Ilo osserva inoltre che nel 2014, quasi il 73% del divario occupazionale mondiale era dovuto a un deficit dell'occupazione femminile, che rappresenta solo il 40 % circa della manodopera mondiale.
Questi dati confermano e aggravano quanto già denunciato sei mesi fa, a dicembre 2014, quando l’Ilo aveva pubblicato il suo rapporto biennale sui salari. Già in quel documento l’Ilo certificava che si era allargata la forbice tra incremento della produttività del lavoro e retribuzioni. Un divario crescente che si è tradotto in un declino della quota di pil destinata al lavoro, mentre è aumentata la quota che va al capitale, specie nelle economie sviluppate. Questo, secondo l'Ilo, vuol dire che i lavoratori e le loro famiglie ricevono la parte più piccola della crescita economica, mentre chi detiene il capitale ottiene maggiori benefici.
La crescita dei salari sta subendo un sistematico rallentamento, passando dal 2,2 per cento del 2012 al 2,0 per cento nel 2013. Un dato ancora lontano dal 3,0 per cento del periodo precedente alla crisi. Per quanto modesta, la crescita dei salari globali è stata quasi interamente trainata dalle economie dei paesi emergenti del G20 dove si è registrato invece un aumento del 6,7 per cento nel 2012 e del 5,9 per cento nel 2013. La maggior parte dell'aumento globale dei salari è determinato dalla Cina, sia a causa delle dimensioni della sua economia sia per la forte crescita dei salari reali. Se si esclude la Cina, l'aumento globale dei salari reali è praticamente dimezzato, dal 2,0 per cento all'1,1 per cento nel 2013, e dal 2,2 per cento all'1,3 per cento nel 2012.
Nelle economie sviluppate (Usa, Ue, Giappone), la crescita media dei salari ha invece fluttuato intorno all'1 per cento l'anno a partire dal 2006 ed è ulteriormente rallentata nel 2012 e nel 2013, con un aumento rispettivo dello 0,1 per cento e dello 0,2 per cento. In alcuni paesi, come Giappone, Grecia, Irlanda, Italia, Regno Unito e Spagna, nel 2013, i salari reali medi erano sotto il livello del 2007.
Fonte
09/02/2015
Il Sud pesa la metà del Nord
Stamattina l'Istat ha diffuso i dati sui conti regionali e non ci sono buone notizie (anche se Renzi ce le potrebbe sempre trovare). Nel 2013 il Pil per abitante risulta pari a 33,5 mila euro nel Nord-ovest, a 31,4 mila euro nel Nord-est e a 29,4 mila euro nel Centro. Sotto la linea del Garigliano, però, il quadro diventa decisamente peggiore: il Mezzogiorno, con un livello di Pil pro capite di 17,2 mila euro, presenta un differenziale negativo molto ampio. Il suo livello è inferiore del 45,8% a quello del Centro-Nord.
Meno della metà, record assoluto negativo, dramma nazionale... Ci si potrebbe sforzare a lungo di trovare la frase giusta, ma il problema di cambiare la situazione non sta nella testa di nessun governante.
La spesa per consumi finali delle famiglie risulta del resto pari a 18,3 mila euro per abitante nel Centro-Nord e a 12,5 mila euro nel Mezzogiorno. Lo scarto è qui leggermente minore, perché i consumi primari sono grosso modo identici per tutti e non si può comprimerli oltre misura. I "sacrifici" si fanno sul "superfluo" (abbigliamento, auto nuove, ecc).
Lazio e Sicilia sono le regioni più terziarizzate, in termini di incidenza settoriale del valore aggiunto, mentre Basilicata ed Emilia Romagna sono quelle a maggiore propensione agricola e industriale.
Nel 2012 Milano è la provincia con i più elevati livelli di valore aggiunto per abitante prodotto, pari a 46,6 mila euro; seguono Bolzano con 35,8 e Bologna con 34,4 mila euro.
Le province con i più bassi livelli di valore aggiunto per abitante prodotto sono Medio Campidano (Sardegna) e Agrigento, con circa 12 mila euro, e Barletta-Andria-Trani e Vibo Valentia con meno di 13 mila euro.
Il contributo dei servizi finanziari, immobiliari e professionali al valore aggiunto provinciale è prevalente nelle province di Milano, Roma e Trieste. Il contributo dell'industria primeggia in molte province del Nord-est e in particolare in quella di Modena.
Tra il 2011 e il 2013 la Lombardia e il Trentino Alto Adige ottengono le uniche performance occupazionali positive, mentre Calabria e il Molise le cadute più ampie (-8% circa in termini di numero di occupati).
Il rapporto completo dell'Istat.
Fonte
09/12/2014
La disparità frena la crescita. L'Italia infatti...
L'Ocse, per esempio. Riunisce i 30 paesi più industrializzati, ha difeso la rottura di tutte le barriere nazionali all'imperante "globalizzazione" (ora che è finita, però, non ha cambiato registro), è stato uno dei bastioni del liberismo senza se e senza ma.
Poi, ieri, pubblica uno studio che - se fosse preso sul serio dai piani alti dell'organizzazione - dovrebbe portare all'autolicenziamento dell'intero gruppo dirigente; studiosi compresi. Naturamente è inutile aspettarselo.
Cosa dice, di sconvolgente, questo rapporto? Quel che ogni economista serio dovrebbe sapere, anche senza aver letto Marx: che le disparità di reddito frenano la crescita economica. Cosa c'è di notevole? L'Ocse è in compagnia del Fmi, della Bce, dell'Unione Europea, della Banca Mondiale, ecc, nel "consigliare" ai singoli paesi di tutto il mondo "riforme strutturali" che partono dalla demolizione del welfare, dalla riduzione dei diritti e dei sapari dei lavoratori dipendenti (proprio per "rilanciare la crescita"!), dalla privatizzazione di tutti i servizi pubblici (sanità, trasporti, acqua, luce, gas, ecc).
Dopo 30 anni di questi consigli - sempre molto "intimidatori" e quindi prontamente eseguiti dai singoli governi - l'Ocse "scopre" che hanno prodotto il contrario di quanto desiderato: il blocco totale, forse addirittura definitivo, della "crescita".
L'impatto della disparità di reddito, dice lo studio, può essere molto pesante, tanto più che la crisi ha allargato a livelli record il fossato tra i più ricchi e i più poveri. Perché la disparità blocca la crescita non è detto, ma ve lo spieghiamo noi: i ricchi consumano da matti, presi individualmente, ma abbastanza poco rispetto alla massa di prodotti messi a disposizione globalmente. E se i lavoratori dipendenti (sbrigativamente: "i poveri") vedono ridursi i propri redditi, consumeranno sempre meno. Quindi "la crescita" capitalistica non è più possibile.
Nel caso specifico dell'Italia, in base a un 'working paper' dell'Ocse, l'aumento delle disuguaglianze ha tagliato 7 punti di crescita tra il 1990 e il 2010. L'effetto sul Pil è stato negativo quindi quasi quanto la crisi iniziata nel 2007.
Ciò nonostante, anche l'Ocse ha benedetto con entusiamo - per esempio - la "riforma Fornero" del sistema pensionistico e ora il "jobs act" di Renzi. Secondo le loro stesse proiezioni, dunque, è logico attendersi un aumento ulteriore della disparità di reddito e quindi un aggravamento della recessione in atto. Specie in Italia e nell'intera Unione Europea, alle prese con i diktat che impongono "riforme strutturali" ancora più severe.
L'aumento delle disparità riguarda quasi tutti i Paesi Ocse: mentre negli Anni 80 il 10% più ricco della popolazione dell'area guadagnava 7 volte più del 10% più povero, oggi la differenza arriva a 9,5 volte, il livello più alto da 30 anni. In Italia il divario è salito a 10,5 volte dalle 9 del 2007. La maglia nera va al Messico con 30,5 volte, mentre la palma delle minori disuguaglianze è della Danimarca (5,3).
Tornando alla Penisola, in altre parole, il 10% più ricco guadagna il 24,4% del reddito nazionale, il 10% più povero si ferma al 2,4%.
Tutte le "riforme" faranno aumentare questo divario, perché faranno crescere il livello del profitto individuale dei singoli imprenditori, ma diminuire la ricchezza complessiva. Non vi risulta chiaro il meccanismo? Facciamo l'esempio delle pensioni: se si tagliano anche del 20% tutte le cosiddette "pensioni d'oro" (diciamo al di sopra dei 5.000 euro al mese) si "risparmiano" cifre molto basse, perché la platea dei pensionati d'oro è molto ristretta. Se invece non si aumentano le pensioni minime si "rispamia" moltissimo, perché si agisce su una platea gigantesca, di decine di milioni di persone.
Se il concetto è ancora troppo faticoso, aiutatevi con l'immagine...
Fonte
04/10/2014
Crisi: l’Ue ha impoverito spagnoli e greci e arricchito i tedeschi
Qualcuno nega, stupidamente, che la crisi esista davvero e sia in realtà una furbesca invenzione di qualche governo o di qualche banca che ha così trovato il modo di arricchirsi sulle spalle di decine di milioni di lavoratori che da anni pagano di tasca loro il ripianamento di un debito che, però, cresce in realtà sempre di più. Come se si cercasse di svuotare una barca che affonda con un cucchiaino mentre ogni onda la riempie di litri d'acqua ogni volta.
Invece no, la crisi del capitalismo non solo esiste, ma è la più grave che questo sistema economico affatto perfetto affronta dall’inizio del secolo scorso.
Però è sicuramente vero che in questa crisi c’è qualcuno che ha giocato sporco. E’ proprio il caso di dire che, per continuare ad utilizzare la metafora di prima, “non siamo tutti sulla stessa barca”.
Basta leggere i dati diffusi dal Gruppo Julius Baer – ma sono solo gli ultimi in ordine di tempo, una ennesima conferma – per rendersi conto di come alcuni paesi, e alcune classi sociali in particolare, abbiano approfittato della crisi e dell’emergenza da essa creata in tutto il continente per appropriarsi di un’enorme fetta di ricchezza sottratta alle classi sociali meno abbienti e anche a quelle intermedie che, fino a qualche anno fa, pensavano di volare verso gli strati più alti della scala sociale.
I ricercatori del Julius Baer – la maggiore banca privata svizzera, mica un team di pensatori bolscevichi! – hanno prima compilato le liste delle attività finanziarie e delle proprietà di tutte le famiglie europee, quindi ne hanno sottratto i debiti arrivando così ad una stima finale delle loro ricchezze. La ricerca ha dimostrato quel che in realtà si sapeva già, cioè che la ricchezza privata in Europa ha raggiunto il livello più alto nel 2013 con 56 trilioni di euro (cioè 56mila miliardi) in totale, con un aumento del 17% rispetto all'anno precedente.
Ma questa apparente record della prosperità non corrisponde ad un quadro che in realtà è fatto di enormi diseguaglianze tra un paese e l’altro nonostante la propaganda dell’Unione Europea incensi questo polo imperialista in formazione come un elemento di promozione della giustizia sociale e dei diritti universali.
E allora si ‘scopre’ che i tedeschi sono complessivamente diventati più ricchi di due trilioni (duemila miliardi) di euro rispetto ai livelli pre-crisi, mentre il patrimonio complessivo di tutte le imprese elvetiche è cresciuto di un trilione.
All’altro estremo, nei Paesi del Mediterraneo – in particolare Spagna e Grecia – la ricchezza privata è letteralmente crollata. In totale, i patrimoni dei cittadini greci sono calati complessivamente del 23% rispetto ai livelli del 2007 e le famiglie greche hanno perso in tutto 170 miliardi di euro dall'inizio della crisi (dato che nasconde il fatto che un numero esiguo di cittadini di Atene si è parecchio arricchito rispetto all’inizio del crack).
E' andata un po' meglio, almeno per ora, nel nostro paese: in Italia la ricchezza dei risparmiatori è scesa complessivamente del 7%, passando da 8.900 a 8.300 miliardi di euro (-622 miliardi). Nel Regno Unito la ricchezza è diminuita del 2,1% rispetto ai livello pre-crisi, passando da 9.807 a 9.600 miliardi, in Francia è salita dello 0,2% anche se probabilmente la tendenza parla di una diminuzione rapida negli ultimi mesi e di una tendenza all'ulteriore ribasso nei prossimi.
Nello stesso periodo, le famiglie dello Stato spagnolo hanno invece perso addirittura il 28% netto delle ricchezze di cui disponevano prima del manifestarsi della crisi.
Dal punto di vista della distribuzione della ricchezza a livello di classi sociali, lo studio rivela che il 10% dei ricchi europei possiedono più della metà della ricchezza del Vecchio Continente e l'1% dei super-ricchi possiede addirittura il 27% della ricchezza europea. Il grosso della concentrazione di ricchezza appartiene a Germania e Austria, dove l'1% dei super-ricchi possiede rispettivamente il 35% e il 40% della ricchezza totale, contro il 21% dell'Italia e il 15% di Gran Bretagna, Grecia e Olanda.
Che è stata utilizzata dal nucleo dominante dell’Unione Europea per operare il più grande trasferimento di ricchezza che si sia mai visto in questo continente negli ultimi decenni attraverso una vera e propria rapina nei confronti dei paesi della periferia mediterranea e dell’Irlanda.
Se si potesse misurare la ‘democrazia’ e la possibilità di partecipare alle decisioni sulle questioni politiche e sociali come è possibile fare con la ricchezza economica, si vedrebbe che grazie alla gestione autoritaria della crisi da parte della Banca Centrale Europea, della Commissione Europea e dell’UE in quanto tale, i paesi ‘maiali’ sono stati letteralmente espropriati, con i livelli decisionali passati da Atene, Madrid o Roma fino a Berlino e Bruxelles. Un processo che in passato abbiamo descritto come ‘gerarchizzazione’ all’interno del polo imperialista europeo con l’emersione di un’area di paesi dominanti e la creazione di una vera e propria periferia interna.
Qualcuno dirà: “si sapeva già”. Vero, ma repetita juvant. E comunque sono ancora in troppi a pensare che, nonostante tutto, sia sbagliato lavorare per la rottura di questo meccanismo infernale che è l’Unione Europea perché ciò romperebbe una presunta solidarietà tra le diverse classi lavoratrici del continente. Non sapendo però spiegare perché mai un lavoratore tedesco, che dalla crisi non ci ha perso e in alcuni casi ci ha addirittura guadagnato, dovrebbe mobilitarsi e lottare per ottenere un miglioramento economico e di vita per un suo ‘collega’ greco o catalano o portoghese o italiano…
Fonte



