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martedì 22 gennaio 2019

Cigni neri e rinoceronti grigi. La miccia della crisi è accesa...

Mentre i cronisti mainstream si godono il lusso degli alberghi di Davos, dove attendono comunicati ufficiali tranquillizzanti da trasformare in notiziari e articoletti al cloroformio, la Cina lancia un allarme sistemico che ben pochi – fin qui – sembrano aver avvertito.

Il vertice dei boss è stato preceduto da due rapporti fortemente negativi, che però – stranamente? – non sono stati messi in relazione sui media europei: il rallentamento della crescita economica globale, in special modo europea (Fmi), e l’aumento vertiginoso delle disuguaglianze, al punto che l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede più di quanto non abbia il restante 99% (Oxfam).

Proviamo a capire invece perché i cinesi sembrano un po’ più “sul pezzo” e preoccupati, anche se in fondo sono loro ormai la vera “locomotiva” del mondo. Gli ultimi dati dell’ufficio di statistica di Pechino riferiscono che il Pil cinese 2018 ha superato i 90.000 miliardi di yuan, pari a 13.235 miliardi di dollari (14.170, secondo il Fmi). Il Pil Usa, invece, è stato pari a 21.000 miliardi di dollari. Ma a parità di potere d’acquisto il Pil cinese supera i 24.000 miliardi.

Sembra una curiosità statistica che possono apprezzare solo quelli che sanno cosa è davvero una moneta (ben più della semplice “misura del valore”), ma basta pensare al fatto che se hai – come la Cina – un mercato interno di quasi 1,4 miliardi di persone quella “parità di potere d’acquisto” significa davvero che “il sorpasso” degli Stati Uniti è avvenuto o è in corso. Specie se, pur rallentando, puoi vantare un tasso di crescita del 6,4% annuo contro uno che a fatica supera il 2.

E non si tratta di una crescita dovuta alle “cineserie” che qui si vendono soltanto perché, con i bassi salari che riceviamo, sono tra le poche cose che possiamo acquistare. Oggi la Cina ha pubblicato il Pmi servizi di dicembre cresciuto del 7,4% rispetto a un anno prima, con un “rallentamento” rispetto al 7,9% nel terzo trimestre. Il settore dei servizi rappresenta oggi quasi la metà del prodotto interno lordo in termini di valore, secondo calcoli di Reuters.

E non dite ai costruttori di auto europei che lo stesso settore, in Cina, ha “rallentato” crescendo solo del 29,1%. Potrebbero morire dall’invidia...

Eppure Xi Jinping, parlando ieri ai funzionari convocati a Pechino per una sessione di studio del Partito Comunista, si è preoccupato di far capire che “Dobbiamo mantenere un alto grado di vigilanza, tenere alta la nostra attenzione su qualsiasi cigno nero (imprevisto), e anche prendere provvedimenti per prevenire qualsiasi rinoceronte grigio (minacce altamente possibili eppure ignorate)”.

Pericoli che non vengono dallo sviluppo cinese, ma da quello dell’Occidente, par di capire. “Siamo di fronte a sviluppi internazionali imprevedibili e un ambiente esterno complicato e sensibile. Il nostro compito è mantenere la stabilità mentre continuiamo la nostra riforma e lo sviluppo”.

L’analista Shi Xiaomeng, sull’agenzia ufficiale Xinhua, si incarica di mettere un po’ più in chiaro quali siano i problemi che destabilizzano in modo ormai sensibile l’economia mondiale.

Pur prendendola da lontano, va dritto alla questione: “Novant’anni fa, Herbert Hoover vinse la Casa Bianca promettendo tariffe più alte per proteggere gli agricoltori americani in un mondo offuscato da pratiche protezionistiche commerciali. Dieci mesi dopo la sua presidenza, la Grande Depressione ha colpito. Lo Smoot-Hawley Tariff Act Hoover firmato l’anno successivo ha prolungato il tracollo finanziario, ha ulteriormente alimentato il protezionismo in tutto il mondo e ha deflazionato esponenzialmente il commercio globale. La globalizzazione economica ha subito una grave battuta d’arresto.”

Mettere il nome di Trump al posto di quello di Hoover e avrete il quadro... Anche perché il prosieguo non è meno inquietante: “Nove decenni dopo, la globalizzazione ha raggiunto un altro bivio, con gli economisti di tutto il mondo che si aspettano un nuovo round di recessione economica globale, se non una ripetizione del crollo del 1929.”

E va avanti senza peli sulla lingua: “la grande domanda di questa età è il motivo per cui così tanti in tutto il mondo, in particolare quelli in Occidente, si sono sentiti traditi dalle élite dei loro paesi mentre la globalizzazione avanzava.”

A questo punto i due rapporti presentati come indipendenti l’uno dall’altro (Fmi e Oxfam) – o comunque l’ordine di questioni lì contenute – vengono com’è giusto riunificati: “Una delle ragioni principali è che mentre il commercio globale ha creato molta ricchezza umana, molti paesi occidentali non hanno distribuito equamente i dividendi tra i loro cittadini. Di conseguenza, il divario di ricchezza si è ampliato di anno in anno. Le chiassose proteste dei gilet gialli nelle strade di Parigi nelle ultime settimane, che chiedono tasse più basse, redditi familiari più alti e un servizio pubblico migliore sono solo la punta dell’iceberg dello scontento popolare nel ricco Occidente.”

La critica del modello neoliberista occidentale non potrebbe essere più concisa e spietata. Non a caso, tutte le più recenti decisioni cinesi in materia di politica economica interna vanno in direzione opposta. Si può naturalmente pensare che certe scelte non siano dovute solo a “sincero amore” per la propria popolazione, ma pur se dovute a ragioni diverse – mantenere un elevato ritmo di sviluppo ed evitare di esser toccati dalla crisi globale – è impossibile negare che salari e welfare stiano crescendo a vista d’occhio. Laggiù.

O, come scrive Shi, “Nell’affrontare i problemi causati dalla globalizzazione, la Cina non ha perso la sua attenzione alle dinamiche interne. Pechino comprende che mentre è importante espandere la torta economica, è ancora più necessario intraprendere riforme interne e assicurare un’equa distribuzione.”

Al contrario, in Occidente si risponde alla crisi di questo particolare modello di capitalismo in un modo particolarmente “vecchio”: “Per vincere le elezioni, i leader politici sono diventati più inclini ad assecondare la demagogia populista, e abituati a cercare di spostare all’estero la colpa per i problemi interni.” Invece di alzare i salari indicano un nemico esterno, un migrante, un paese... Il risultato di una strategia del genere – non ci vuole Einstein – non può essere che il disastro.

Che roba, contessa... doversi far spiegare dai cinesi come si fa a far crescere l’economia...

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