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lunedì 21 gennaio 2019

Note a caldo sul Reddito di schiavitù

Finalmente la manovra venne al popolo. E si palesò in tutto il suo portato reazionario, proprio nelle misure che dovrebbero rappresentarne le punte di diamante approvate ieri dal Consiglio dei ministri. Da appartenenti a quelle nuove generazioni a cui una di queste due misure in particolare guarda, non possiamo sottrarci dal compito di esprimere a caldo un primo commento sulla mela avvelenata che il governo ci offre con questo presunto Reddito di Cittadinanza.


Le slide di renziana memoria presentateci prima in conferenza stampa e in seconda serata nel salotto buono di Bruno Vespa confermano i peggiori presentimenti che erano trapelati già nei mesi scorsi. Senza scendere per ora nei dettagli di ogni singola voce contenuta nel provvedimento, sentiamo l’urgenza di mettere in luce i puntelli che sostengono il disegno complessivo di questa normativa, per evidenziare come sia un pacchetto da cestinare in toto, capace di fondere in una miscela perfetta il peggio della cultura presuntamente meritocratica di matrice neoliberale portata in dote dai grillini con il peggio del razzismo e dell’odio di classe di cui è intrisa la visione del mondo leghista. Le “norme antidivano”, il cui nome dovrebbe bastare per avere un conato di vomito in questa Italia che si sta affacciando nuovamente alla recessione, ci dicono diverse cose.

Innanzitutto viene messa in luce la tendenza alla concentrazione sempre più spinta che caratterizza il capitalismo europeo in questi anni: l’obbligo coatto all’accettazione di un lavoro qualunque e al trasferimento anche a grandissime distanze ci dice che a Palazzo Chigi sono ben note l’esistenza di una forte differenziazione territoriale e la strutturazione di pochi agglomerati industriali con le loro filiere di servizi, concentrati in poche grandi aree urbane.

Una tendenza a svuotare i territori desertificandoli e privandoli della propria capacità di sostenere un ciclo produttivo adeguato ai bisogni di uno sviluppo sostenibile e compatibile con le aspirazioni individuali, il progresso sociale e l’ambiente. La normativa partorita dal governo non fa che avallare e giustificare questa situazione di fatto, mettendo la variabile del lavoro direttamente a funzione di questo processo: lo stesso meccanismo economico che vediamo su più svariati fronti, nella concentrazione del capitale multinazionale per reggere la competizione globale, nella polarizzazione degli istituti di formazione e ricerca, e nell’investimento nelle grandi opere inutili, riesce oggi così a segnare un altro punto a proprio favore.

In Italia questo significa prima di tutto una cosa ben chiara: fornire un ulteriore adeguamento normativo alla spaccatura in due della penisola. Il Movimento 5 stelle, dopo aver raccattato tanti voti al Sud caricandosi sulle spalle le speranze di una popolazione stremata da tassi di disoccupazione altissimi, dispersione scolastica, assenza di servizi basilari, in cui l’unica prospettiva per le nuove generazioni è spesso rappresentata dalla malavita organizzata e dalla piccola delinquenza, sottoscrive regole che mettono il sigillo sul possibile sviluppo di quei territori, chiedendo ai suoi abitanti di abbandonarli definitivamente.

L’emigrazione di massa, che fa di una grande città come Reggio Calabria uno dei posti con il maggior tasso di emigrazione giovanile in Europa, viene favorita e sponsorizzata a suon di miliardi. Non troppi, quel tanto che basta per mettere la carota davanti al naso e minacciare il bastone.

Un reale Reddito minimo garantito sarebbe una misura di buon senso oltre che di giustizia sociale, agli occhi di un governo capace di intestarsi gli interessi generali della popolazione e il suo futuro. Ma nel contesto dell’attuale scenario economico con compiti storicamente determinati per i paesi e i loro amministratori, questa prospettiva non sarebbe possibile in un quadro di compatibilità con l’imprenditoria stracciona italiana, con le sue poche grandi aziende e con la classe dirigente europea.

Servirebbe una forza politica capace di accettare tutte le conseguenze implicite nella necessità di intestarsi una politica dal segno di classe e di porsi in rottura con gli equilibri sempre più tossici entro cui stanno restringendo le possibilità di azione della grande maggioranza della popolazione. Se la Lega non si è mai offerta come colei che poteva incarnare questo ruolo, il Movimento 5 stelle conferma ancora una volta di aver venduto fumo, e a caro prezzo.

Una misura economica che rischiava di essere interessante e porsi come strumento utile ai lavoratori non solo per i propri portafogli ma anche e forse soprattutto come strumento adeguato per aumentare la propria forza contrattuale di fronte a un mercato del lavoro sempre più asfissiante, è stata quindi ribaltata nel suo esatto contrario, e la ricattabilità cui espone i lavoratori li pone un ulteriore gradino più in basso nella scala sociale. Siamo di fronte a un nuovo strumento di controllo che sottrae ulteriore ossigeno al possibile conflitto di classe dal basso.

Lo sa bene Salvini, che giustamente ieri sorrideva a favore di telecamera, cosciente di aver portato a casa un ulteriore tassello utile a comporre quel disegno repressivo che si snoda tra daspo per i poveri e per i soggetti marginalizzati, forte penalizzazione di normali comportamenti del conflitto sociale quali i picchetti nei magazzini o i blocchi stradali, punizioni per chi pretende di dormire al caldo sotto un tetto, promozione di misure che spostano indietro i diritti civili che pur parzialmente erano stati conquistati in passato, misure a cui oggi pare aggiungersi il rischio fino a 6 anni di carcere per chi continuasse ad arrabattarsi con qualche lavoretto in nero (con una mirabolante inversione di causa ed effetto per cui le colpe del padrone e dell’attuale struttura sociale vengono addossate al lavoratore). Il rischio che l’onda dei gilet gialli ci contagi anche al di qua delle Alpi va sventato a ogni costo.

Soprattutto, la Lega non era il principale partito italiano contrario all’immigrazione? Non erano i sostenitori del principio “padroni a casa nostra”? Mentre una famiglia di cittadini stranieri residente sul territorio italiano da meno di dieci anni si vedrà addirittura esclusa dall’elargizione del reddito, ponendo così le basi materiali per una frammentazione ulteriore del mondo del lavoro (questa volta in seno alla componente migrante tanto dileggiata ma allo stesso tempo tanto temuta dal padronato del nord per la sua disponibilità a mettersi a capo delle lotte), oggi gli odiati terroni e le famiglie più povere (nuclei a cui spesso appartengono cittadini extracomunitari) riceveranno direttamente a casa la lettera di proscrizione che li chiamerà a emigrare nelle ricche città padane per servire a salari da fame coloro che evidentemente confermano di non averne mai schifato troppo la presenza. Così il ricatto che dalla Bossi-Fini in poi pende sulla testa dei migranti si estende oggi a ulteriori segmenti della popolazione. D’altronde si sa, chi disprezza compra, ma la possibilità di una convergenza ulteriore nella ricomposizione sociale è un dato strutturale sebbene non produca ancora una ricaduta soggettiva.

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