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giovedì 24 gennaio 2019

Il trattato franco-tedesco nella crisi europea

Il trattato franco-tedesco firmato il 22 gennaio ad Aquisgrana da Emmanuel Macron e Angela Merkel conferma la natura del rapporto tra i due paesi, sul cui asse si è sviluppato il processo di integrazione dell’Unione Europea.

Integrazione economica, cooperazione militare e sforzo diplomatico congiunto – per esempio, con la concessione alla Germania di un seggio permanente alle Nazioni Unite che diventa un obiettivo di entrambi i paesi – nonché una differente configurazione dei territori transfrontalieri, ribadiscono il ruolo di “cabina di regia” franco-tedesca per l’edificio dell’Unione.

Il trattato, alla fine, consolida una gerarchia delle scelte strategiche decise sulle teste dei cittadini, e non solo di Francia e Germania; decisioni che avranno effetti a cascata su tutti i Paesi, con una idea delle relazioni politiche prioritarie all’interno del consorzio europeo centrata sull’aumento della “competitività”, come recita il trattato.

Francia e Germania, già da sole, rappresentano il 50% dell’intero Pil dell’Eurozona a 19 e sono “il cuore” della UE.

I due paesi hanno rapporti economici strettissimi: la Germania è il primo partner commerciale della Francia e il secondo più grande investitore estero del paese, oltre 4.000 imprese tedesche in Francia con una forza lavoro di 310.000 unità e un giro d’affari di 140 miliardi.

D’altro canto la Francia è, dopo gli Stati Uniti, il secondo partner commerciale della Germania per esportazioni (106 miliardi di euro nel 2017) e il terzo per importazioni, dopo la Cina e l’Olanda. Secondo lNSEE (Istituto nazionale di statistica francese), 2.700 aziende francesi sono presenti in Germania, dando lavoro a 363mila addetti.

Il progetto di fusione Alstom-Siemens, intanto, sponsorizzato dai due governi, è un modello per creare un attore europeo del mercato internazionale in grado di contrastare il colosso cinese Crrc.

Nonostante questi intrecci, vi è un rapporto asimmetrico tra un gigante economico “in declino” – ma un nano a livello di strategia geo-politica – come la Germania, e l’aspirante grande potenza tout-court, che era il ruolo sognato da Macron per la Francia mondiale.

Il presidente francese aveva rilanciato, con l’intervista fiume a “Le Point” – che apriva la ripresa dell’anno politico dopo la pausa estiva nel 2017 – e poi con il suo famoso discorso alla Sorbona, l’asse franco-tedesco all’interno di una riforma dell’Eurozona che si è ridotta a ben poca cosa rispetto alle sue aspirazioni iniziali, considerati tra l’altro gli scarsi risultati del vertice bilaterale di Mesemberg del giugno 2008.

Scrive Pierre-Emmanuel Thomas, in “Francia e Germania sono rivali” sull’ultimo numero di LIMES, “Essere Germania”:

“Francia e Germania continuano a divergere sulle finalità geopolitiche del progetto europeo”. Si è del tutto incagliata l’idea di Parigi di controbilanciare l’UE a 27 dominata dalla Repubblica Federale con il rafforzamento dell’Eurozona, dotando quest’ultima di un governo economico più politico, di un bilancio sostanziale, e di un parlamento e di un ministro dedicati. Non che avesse mai viaggiato a gonfie vele: sin dall’inizio l’opinione pubblica tedesca aveva ritenuto utopiche e troppo audaci le proposte di Macron, peraltro ritardate dalle difficoltà di formare un governo dopo le elezioni del settembre 2017.

La Francia, nonostante abbia svolto i “compiti” economici affidatigli dal suo partner, secondo l’imperante ideologia che regna a Berlino, ha ricevuto in cambio dalla Germania ben poco per sostenere la proiezione geopolitica e la maggiore autonomia strategica di cui vorrebbe dotare l’UE, anche per affermare le sue priorità.

Quella tra Francia e Germania è di fatto una partnership privilegiata all’interno di un edificio economico-politico che sta mostrando i suoi limiti strutturali sotto i colpi della competizione globale.

L’UE sta attraversando una duplice crisi, sia economica sia politica.

I dati sull’economia reale sono uno specchio, non tanto di una contingenza negativa che va sempre più cronicizzandosi – la parola recessione deve essere usata nel nostro campo senza tabù di sorta – quanto di un modello di sviluppo economico in forte crisi rispetto agli altri competitor globali, le cui ricette (prendiamo il caso cinese) sembrano essere l’antitesi del credo ordo-liberista che guida le scelte dei decision makers continentali.

La compressione dei salari che ha drasticamente ridotto il potere d’acquisto, e quindi i consumi interni, e l’iniezione di liquidità accompagnate alle politiche di sostegno all’impresa, non si sono tradotte in un rilancio economico; hanno invece aumentato la polarizzazione sociale, trasferito sempre maggiori dividenti agli azionisti e preservato la rendita nelle sue varie forme.

In sintesi hanno spostato la ricchezza verso l’“alto” e verso il “centro”, ma non hanno creato sviluppo economico, come del resto ci dicono tutti i fondamentali e le previsioni di crescita della stessa Germania.

La crisi dei Gilets Jaunes è significativa per questo, perché il punto di rottura della catena dell’aspirante polo imperialista europeo non si è dato in un “anello debole”, ma in uno forte, che ha visto aumentare le fratture prodotte da uno sviluppo ineguale, creando una miseria sociale di cui il popolo ora chiede conto.

In Germania, il modello produttivo impostosi almeno dal dopo-guerra ad oggi è entrato in crisi, con precisi riflessi lungo la filiera produttiva legata al magnete tedesco dall’est Europa ai Balcani, di cui l’Italia (in particolare Lombardia e Veneto) è parte integrante.

Il -2,6% della produzione industriale su base annua a Novembre – il calo maggiore dal 2014 – è un campanello d’allarme, soprattutto tenendo conto che a parte l’automotive, anche meccanica e macchinari, i comparti che più ha beneficiato degli investimenti indotti dal piano 4.0 del 2017 sono in crisi. Il calo a novembre è del 2,2%, riporta il Sole24Ore del 12 gennaio.

Che i pur ridotti consumi interni siano stati, a conti fatti, l’unico antidoto ad una ancora maggiore crisi economica in Germania, è una nemesi storica non da poco...

La crisi politica, invece, ha investito il cuore del ceto politico che è stato il pilastro dell’integrazione, a cominciare dalla Germania, dove Frau Merkel – già non più a capo del suo partito – non si ricandiderà come cancelliere alle prossime elezioni, in un contesto in cui peraltro non è certa la tenuta di una fragile Gro-ko.

Le prossime elezioni europee, e di lì a poco i test elettorali nei nuovi Land, potrebbero risolversi in ulteriori drastici cali di consensi sia per la CDU-CSU sia per la SPD, dopo i già niente affatto brillanti risultati in Baviera e Assia.

Un dato: nelle regioni orientali l’AFD, data in costante aumento di consensi, aveva fatto registrare già alle precedenti elezioni parlamentari del 24 settembre del 2017 uno score che va dal 18,6% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, nel Nord-Est, al 27% della Sassonia!

La transizione di leadership nella CDU e nella CSU non assicurano in alcun modo un ricambio in grado di affrontare la fase attuale.

In generale, tutto il ceto politico continentale è coinvolto in questa “crisi di legittimità” che rivela la fine di una egemonia che assicurato la governance europea.

In questo contesto, che assume sempre più le caratteristiche del vicolo cieco, sotto l’accumulo di elementi di criticità, non si può che dare ragione all’estensore dell’articolo di LIMES: “La centralità della coppia franco-tedesca, che sopravvive solo a livello narrativo, perde peso. Ma resta la caratteristica insostituibile della geopolitica dell’Europa.”

Sta a noi saperla metterla radicalmente in discussione.

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