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martedì 22 gennaio 2019

L’Italia perde punti. Fmi e Banca d’Italia inquieti per l’economia globale

Il giudizio, pesante, è arrivato prima dalla Banca d’Italia e poi dal Fmi. Entrambi affermano che l’economia italiana sta frenando più bruscamente del previsto.

Il Fmi ha rivisto le sue previsioni, stimando che il Pil italiano nel 2019 limiterà la sua crescita al +0,6% per poi riaccelerare al +0,9% nel 2020. Non sono bruscolini, si tratta infatti di un taglio di ben 4 decimi di punto rispetto alle precedenti stime. Nella revisione del suo World Economic Outlook (Weo), appena pubblicata e presentato ieri da Christine Lagarde alla vigilia del World Economic Forum di Davos– il Fmi ha allineato le sue previsioni per l’Italia a quelle diffuse venerdì scorso dalla Banca d’Italia – e altrettanto al ribasso – nel suo bollettino economico.

Se può consolare, occorre segnalare che il Fmi ha ridotto anche le sue proiezioni di crescita per l’economia globale – indicate al +3,5% per quest’anno e al +3,6% per il prossimo – con una revisione rispettivamente di 2 decimi e un decimo di punto. Infine va segnalata anche la revisione al ribasso delle stime di crescita della Germania che per quest’anno viene accreditata di un +1,3% (-0,6).

Per paradosso, tra i principali paesi dell’Eurozona il Fmi indica come “locomotive” la Francia (+1,5%), alle prese con un fortissimo conflitto sociale interno, a conferma che la lotta di classe fa sempre bene, anche all’economia. E poi c’è la Spagna, la cui crescita viene confermata al 2,2%.

L’Italia invece viene indicata insieme alla Germania, come uno dei principali fattori che hanno portato al taglio delle stime della crescita globale. Secondo il Fmi in Italia i fattori di rischio sono “i timori riguardanti i rischi sovrani e finanziari che hanno impattato sulla domanda interna”, in aggiunta al peso di “più alti costi di indebitamento, in quanto i tassi sul debito sovrano restano elevati anche se sotto i picchi dell’ottobre scorso”.

L’Fmi cita le tensioni sulla legge di bilancio italiana “tra i fattori che hanno contribuito al ripiegamento dei mercati azionari nella seconda metà del 2018”, aggiungendo che “un protratto periodo di tassi sovrani elevati metterebbe sotto ulteriore stress le banche italiane, pesando sull’attività economica e peggiorando le dinamiche del debito”.

Insomma Roma piange, ma Berlino non ride. Anzi, qui – tranne la Cina – non ride più nessuno.

Il rapporto, dietro l’algido sorriso di madame Lagarde, appare abbastanza credibile solo quando riporta i dati. Mentre, come spesso accade al Fmi, è assolutamente risibile per quanto riguarda “cause” e “ricette” (salvo poi fare tardiva autocritica quando le sue indicazioni portano alla catastrofe i paesi costretti ad adottarle).

In particolare appare risibile il ruolo di “zavorra globale” appioppato all’Italia. Che, per quanto infingarda sia la sia imprenditoria e “metà fascisti metà coglioni” il suo attuale governo, pesa pur sempre meno del 2,5% del Pil mondiale. Insomma, solo se smettessimo di produrre potremmo incidere davvero – ma poco – sulle dinamiche economiche del pianeta.

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