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30/01/2019

Cottarelli, il signoraggio e la favola della scarsità delle banane

L’Enciclopedia Treccani definisce tabu una “proibizione di carattere magico-religioso nei confronti di oggetti, persone, luoghi considerati di volta in volta sacri, oppure contaminanti, impuri e dunque potenzialmente pericolosi.” Sembra proprio che una simile proibizione copra il complesso tema del rapporto tra banca centrale e debito pubblico, un vero e proprio tabu che la RAI, in seconda serata, ha osato provare a scalfire con un brevissimo servizio del programma “Povera Patria”, il quale aveva ad oggetto il cosiddetto ‘signoraggio’, ossia il potere esclusivo di creare moneta a corso legale detenuto dalle banche centrali. In appena due minuti, il servizio afferma che in Italia questo potere, prima degli anni Ottanta, veniva sfruttato per finanziare la spesa pubblica in disavanzo a beneficio della collettività e senza particolari limitazioni; questo circolo virtuoso tra creazione di moneta e spesa in disavanzo sarebbe venuto meno in seguito a due passaggi fondamentali: prima con il ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro e poi con l’adesione alla moneta unica, con la definitiva perdita di sovranità monetaria connessa alla subordinazione della Banca d’Italia alla Banca Centrale Europea (BCE).

Più che il servizio in sé, troviamo davvero interessante il coro di reazioni isteriche che si è immediatamente levato da ogni dove: Davide Serra, Carlo Cottarelli, Luigi Marattin, Mario Seminerio, Riccardo Puglisi e tanti altri si sono gettati nella mischia nel disperato tentativo di screditare le tesi esposte sulla RAI.

La tesi di fondo che ha mandato in tilt le tastiere dei liberisti del venerdì sera è l’idea che la monetizzazione del debito pubblico possa funzionare. Quando lo Stato spende risorse, mette in moto l’economia e genera crescita; se quelle risorse, però, sono prelevate dall’economia stessa attraverso tasse e imposte, in ossequio al pareggio di bilancio, allora l’impatto positivo della spesa pubblica sulla crescita ne risulta contenuto. Al contrario, gli effetti positivi della spesa pubblica sono massimi quando le risorse necessarie, fuori dal paradigma del pareggio di bilancio, vengono create dalla banca centrale: in questo caso allo stimolo della spesa pubblica non corrisponde alcun contrappeso dal lato della tassazione, a tutto beneficio della crescita economica. In buona sostanza, le economie moderne avrebbero a disposizione tutti gli strumenti necessari a generare crescita ed occupazione; le armi per combattere disoccupazione e povertà sono lì davanti a noi. Ma non si possono toccare.

Guai a dire in televisione che la disoccupazione e la povertà possono essere sconfitte con strumenti che sono a portata di mano, se non immediatamente disponibili. Guai a dire, insomma, che gli strumenti tecnici ci sono e non vengono usati, perché altrimenti bisognerebbe spostare il discorso economico sul piano politico, e spiegare il perché non vengano usati. Bisognerebbe in altre parole discutere del contenuto politico dell’integrazione europea, che ha progressivamente inibito tutti gli strumenti utili al perseguimento della piena occupazione e alla difesa dei salari. Bisognerebbe cioè ammettere che piena occupazione e salari dignitosi entrano in conflitto con la sete di profitto, e per questa ragione sono stati banditi dall’Europa a suon di Trattati, vincoli e spread.

Questo, dunque, è il tabu che non può, non deve essere violato: la dimensione politica entro cui esiste l’economia. Al contrario, l’economia deve essere raccontata sempre come una questione tecnica, un problema di scarsità delle risorse che prescinde dal contesto storico e sociale entro cui quella scarsità si manifesta. La crisi, la disoccupazione, la precarietà devono apparire come mali necessari, al più come incidenti di percorso, mai come armi di disciplina dei lavoratori e strumenti di difesa del profitto.

Andiamo ora al cuore della questione, e chiediamoci se davvero la monetizzazione del debito pubblico possa funzionare. Per una volta, lo anticipiamo, vi raccontiamo una storia a lieto fine. Il nostro eroe è, del tutto involontariamente, Carlo Cottarelli. Costui, spedito in missione punitiva per dare una lezione ai “sovranisti” della RAI, si ritroverà a firmare un goffo articolo, dal titolo “Stampare soldi non crea ricchezza (di solito!)”, che spiega chiaramente come la monetizzazione del debito pubblico certamente funzionerebbe oggi. Nel suo capolavoro di idiozia, Cottarelli descrive così il servizio andato in onda venerdì sera:

“Il servizio è stato aspramente criticato in rete. I critici hanno notato che stampare moneta crea inflazione (aumento dei prezzi) e svalutazione (caduta del valore della moneta rispetto alle valute estere). Se si stampa troppa moneta la gente cerca di liberarsene (perché pensa che la moneta perderà valore nel tempo) o comprando beni (il che fa aumentare il prezzo dei beni ossia crea inflazione) o comprando valuta estera (il che faceva aumentare il prezzo dei dollari o marchi tedeschi, quando ancora avevamo la lira, ossia causa una svalutazione). Questo è senz’altro vero. Ma il punto che voglio fare in questo post è che se anche, per qualche motivo, stampare moneta non creasse inflazione o svalutazione, il finanziamento monetario del deficit non significherebbe che i servizi pubblici possono essere finanziati senza che qualcuno rinunci a qualcosa: insomma, non c’è nulla che si può ottenere gratis, neppure stampando moneta.”

Cottarelli sa bene, dunque, che la critica alla monetizzazione del debito pubblico non può limitarsi ad agitare gli spettri dell’inflazione e della svalutazione: sarebbe troppo debole, e dunque bisogna andare oltre. È qui che il nostro sfodera uno strampalato esempio. Lo Stato eroga un trasferimento a Tizio, e può farlo tassando Caio, oppure prendendo i soldi in prestito da Caio, o infine creando la moneta grazie al signoraggio. Nel primo caso “Caio, che si sarebbe comprato con quei soldi delle banane, non potrà mangiare banane. Le banane le mangia Tizio.” Nel secondo caso “Caio rinuncia a mangiare le banane volontariamente, non perché è tassato”, ma il ricorso al debito non può essere eccessivo perché altrimenti spaventa i mercati e apriti cielo. Infine, e veniamo al punto, nel terzo caso “lo stato può stampare moneta e con questa moneta compra le banane di Caio”, ma – attenzione – “non si creano risorse dal nulla: Caio comunque deve rinunciare a mangiare oggi le banane per consentire a Tizio di mangiarle. Chiaro?” Insomma...

Perché sia chiaro, dobbiamo spiegare quale sia il contesto teorico entro cui tutti gli economisti liberisti abitualmente ragionano: dal momento che le forze di mercato, libere di operare, creano il massimo benessere possibile – o almeno questo credono i liberisti – l’economia si trova normalmente in una situazione di piena occupazione. Cottarelli sta ragionando dentro a un mondo in cui vi è piena occupazione: tutti lavorano e tutto il capitale disponibile è impiegato, in modo tale che sia impossibile aumentare la produzione. Solo dentro a questo mondo immaginario – utile solo a deliziare i venerdì sera di Cottarelli – sembra possibile affermare che la banana di Tizio non possa essere prodotta, come tutte le merci, ma debba essere strappata, per così dire, al povero Caio. Ovvero che se lo Stato decidesse di spendere risorse per aumentare la domanda di banane e poterne dare una a Tizio, la produzione di altre banane sarebbe tecnicamente impossibile perché non vi sarebbero lavoratori disponibili per arare nuovi campi, piantare nuovi banani e poi raccoglierne i frutti.

Solo in uno schema astratto di questo tipo, ovvero solo se tutta la capacità produttiva fosse già impiegata al massimo, solo allora si potrebbe pensare che non vi sia alcuno spazio per espandere la produzione: banane, mele, automobili o qualunque altro bene o servizio. E la cosa più interessante è che questa semplice asserzione di buon senso non la affermiamo noi, ma la fa propria il nostro eroe alla fine dell’articolo, in un curioso post scriptum in cui si buttano alle ortiche tutte le farneticazioni precedenti: “se l’economia è lontana dalla piena occupazione, se cioè c’è disoccupazione, stampare soldi può servire a far ripartire l’economia cioè ad aumentare la quantità di banane a disposizione. Ma questo avviene solo fino al raggiungimento della piena occupazione.”

Stavolta lo scriviamo noi: è chiaro? In Italia c’è un tasso di disoccupazione maggiore del 10%, quindi c’è uno spazio enorme per aumentare i consumi, la domanda e l’occupazione di forza lavoro attraverso la monetizzazione del debito pubblico. Saremmo felicissimi se l’Italia si trovasse in una situazione di pieno impiego, ovvero senza disoccupati, sotto-occupati e lavoro precario! Allora sì che potremmo discutere con Cottarelli di eventuali effetti inflazionistici o di risorse scarse da redistribuire come possibile effetto delle politiche di monetizzazione del debito. Sarebbe bello, ma non è certo questo il mondo in cui noi e Cottarelli viviamo.

Povero Carlo, sembra proprio che questa storia della banana – pensata forse come raffinata ironia contro i suoi avversari – gli sia sfuggita di mano.

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